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Families in Society · Migrazione

Esplorare il trauma intergenerazionale nelle popolazioni migranti forzate: una meta-sintesi qualitativa

Che cosa resta, nella seconda e nella terza generazione, delle guerre e degli esili attraversati dalle loro famiglie? Riunendo 17 studi qualitativi, dalla Palestina alla Cambogia, il gruppo di Jaclyn Kirsch individua quattro vie attraverso cui il trauma si trasmette o si trasforma: il silenzio e le rivelazioni parziali, le tensioni identitarie, l’inversione dei ruoli familiari e la guarigione attraverso la comunità e il racconto.

Autrici e autori Jaclyn Kirsch (School of Social Work), Maryam Rafieifar, Hanna Haran, Ling Xu e Ana Marcial (The University of Texas at Arlington, Stati Uniti)Prima pubblicazione Families in Society: The Journal of Contemporary Social Services, 8 giugno 2026Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Exploring Intergenerational Trauma in Forced Migrant Populations: A Qualitative Meta-Synthesis, di Jaclyn Kirsch, Maryam Rafieifar, Hanna Haran, Ling Xu e Ana Marcial, pubblicato in Families in Society: The Journal of Contemporary Social Services (SAGE) (2026), doi: 10.1177/10443894261448360, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le tabelle sono presentate sotto forma di elenchi; le dichiarazioni di fine articolo sono raggruppate nelle note. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Il silenzio e la rivelazione selettiva, pur avendo spesso un intento protettivo, possono accentuare la confusione e la disconnessione emotiva.

Jaclyn Kirsch, Maryam Rafieifar, Hanna Haran, Ling Xu e Ana Marcial

Abstract

Le popolazioni migranti forzate subiscono traumi che si ripercuotono di generazione in generazione, eppure si sa poco di come la loro discendenza interpreti questa eredità. Lo studio ha utilizzato una meta-sintesi interpretativa qualitativa (Qualitative Interpretive Meta-Synthesis, QIMS) per esaminare il trauma intergenerazionale nelle famiglie migranti forzate. Una ricerca condotta nell’ottobre 2024 su APA PsycNet, Web of Science, PubMed, PsycINFO e Social Sciences Citation Index ha restituito 776 studi. Dopo lo screening, 17 soddisfacevano i criteri di inclusione: lavori sottoposti a revisione tra pari o tesi di dottorato, pubblicati in inglese e basati su metodi qualitativi. I dati sono stati codificati e sintetizzati tematicamente attraverso una revisione indipendente e una triangolazione di gruppo. Sono emersi quattro temi: (a) la trasmissione del trauma attraverso il silenzio e le rivelazioni parziali, (b) le tensioni legate all’identità culturale, (c) la perturbazione delle dinamiche familiari e dei ruoli genitoriali e (d) il coping attraverso la comunità, il racconto e la guarigione collettiva. I risultati mettono in evidenza la trasmissione psicologica, culturale, strutturale e familiare del trauma e sottolineano la necessità di interventi di comunità radicati nella cultura.

Parole chiave: persone migranti forzate, trauma intergenerazionale, sintesi qualitativa, persone rifugiate, salute mentale, QIMS, trauma collettivo

Introduzione

Le persone rifugiate e le altre popolazioni sfollate con la forza sono tra i gruppi più esposti al trauma a livello mondiale. Spesso subiscono guerre, violenze, persecuzioni e sfollamenti prolungati, tutti fattori che contribuiscono a tassi elevati di disturbi mentali, tra cui la depressione, l’ansia e il disturbo da stress post-traumatico (PTSD; Blackmore et al., 2020; Fazel et al., 2005). Sebbene la ricerca si sia concentrata soprattutto sul rapporto tra l’esposizione al trauma e gli esiti psicologici individuali, la trasmissione intergenerazionale del trauma nelle comunità di persone rifugiate e migranti forzate riceve un’attenzione scientifica crescente (Sangalang & Vang et al., 2017). Il trauma intergenerazionale rimanda all’idea che il trauma vissuto da una generazione venga trasmesso alle generazioni successive, continuando a incidere sulla loro salute mentale e fisica e sul loro benessere (Kellerman, 2001). Studi più recenti sottolineano inoltre che questa trasmissione non è soltanto psicologica, ma si inscrive in contesti relazionali, culturali e strutturali, producendo un «impatto sentito» della sofferenza ereditata che plasma l’identità, il coping e la vita quotidiana delle generazioni successive (Cerdeña et al., 2021). Le persone migranti forzate possono essere particolarmente vulnerabili a questo processo a causa dell’elevata esposizione al trauma e di esperienze di trauma collettivo che spesso disgregano le strutture sociali e comunitarie. L’erosione di queste reti comunitarie, unita a un’attenzione della ricerca e della clinica rivolta in prevalenza a strategie di coping e a interventi di salute mentale individualistici — anche per comunità radicate in valori culturali collettivisti —, può aumentare la probabilità che il trauma intergenerazionale abbia effetti negativi duraturi su più generazioni dopo il reinsediamento (Kirsch & Haran, 2025).

Nella letteratura emergono diversi temi sovrapposti riguardo al trauma intergenerazionale nelle comunità migranti forzate. Una conclusione centrale delle rassegne è che il trauma intergenerazionale non è plasmato soltanto da sintomi psicologici individuali, ma anche da processi strutturali, culturali e familiari che continuano a incidere sulla discendenza delle popolazioni sfollate con la forza (Flanagan et al., 2020; Sangalang & Vang, 2017). Questi studi evidenziano il ruolo della perturbazione delle dinamiche familiari, del trauma collettivo e della marginalizzazione persistente nei contesti di reinsediamento come meccanismi chiave della trasmissione del trauma tra le generazioni (Flanagan et al., 2020; Rana & Boyd-MacMillan, 2024). È importante notare che il trauma collettivo si distingue dal trauma individuale perché non è vissuto soltanto sul piano interiore: è condiviso dai membri di un gruppo, si inscrive nella memoria collettiva ed è spesso legato a condizioni strutturali e a identità sociali che perdurano (Erikson, 1976; Hirschberger, 2018). Questa distinzione è fondamentale per comprendere come il trauma possa essere ereditato non solo attraverso sintomi psicologici, ma anche attraverso narrazioni comunitarie, la trasmissione culturale e gli ambienti sociali che plasmano l’esperienza vissuta di generazione in generazione. Il predominio dei modelli biomedici occidentali nella ricerca e negli interventi sul trauma è ripetutamente criticato perché riflette in modo inadeguato le espressioni culturali e i significati collettivi del trauma nelle comunità migranti forzate (Cerdeña et al., 2021; Hudson et al., 2016). Inoltre, nonostante la crescente documentazione sulla prevalenza e sui meccanismi del trauma intergenerazionale, pochi studi danno direttamente voce alle stesse persone migranti forzate per definire come comprendono queste esperienze e come vi convivono (Kalocsányiová et al., 2024).

Nel complesso, questi risultati sottolineano l’urgente necessità di una ricerca qualitativa che ponga al centro le narrazioni delle persone migranti forzate, per comprendere meglio come il trauma intergenerazionale venga vissuto, interpretato e affrontato all’interno dei loro quadri culturali e familiari. Senza una ricerca di questo tipo, si rischia di imporre definizioni esterne e di trascurare le strategie di coping comunitarie che potrebbero ispirare interventi più in sintonia con le culture di riferimento (Kalocsányiová et al., 2024; Rana & Boyd-MacMillan, 2024). Lo scopo del presente studio è dunque sintetizzare la letteratura qualitativa esistente sul trauma intergenerazionale nelle popolazioni migranti forzate, dando risalto alla voce delle stesse persone migranti forzate e offrendo uno sguardo su come queste comunità definiscono, esprimono e affrontano il trauma attraverso le generazioni. Guidata da questo obiettivo, la rassegna si chiede: come viene vissuto e descritto il trauma intergenerazionale nelle famiglie migranti forzate? Il termine «migrante forzato», pur non essendo un termine riconosciuto a livello internazionale come «rifugiato» o «richiedente asilo», comprende meglio le diverse denominazioni usate in letteratura e consente di includere in modo più ampio le persone migranti costrette a lasciare la propria casa, indipendentemente dal loro status giuridico. Il nostro studio si basa sulla definizione di migrazione forzata dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) per orientare la nostra interpretazione di chi siano le persone migranti forzate:

Movimento migratorio che, sebbene le sue cause possano essere diverse, implica forza, costrizione o coercizione. Pur non essendo un concetto giuridico internazionale, il termine è stato utilizzato per descrivere i movimenti di persone rifugiate, di persone sfollate (comprese quelle sfollate a causa di catastrofi o di progetti di sviluppo) e, in alcuni casi, di vittime della tratta. (p. 77)

Metodi

In quanto prima meta-sintesi interpretativa qualitativa nota su questo tema, lo studio applica la metodologia della meta-sintesi interpretativa qualitativa (QIMS), un quadro di analisi qualitativa secondaria sviluppato specificamente per la ricerca nel servizio sociale e sul trauma (Aguirre & Bolton, 2014). La QIMS offre un approccio strutturato e insieme interpretativo per integrare studi qualitativi diversi preservando la voce delle persone partecipanti, il che la rende particolarmente adatta a generare conoscenze concettuali di ordine superiore sul trauma delle persone migranti forzate, che vanno oltre ciò che i singoli studi primari possono offrire. L’approccio prende avvio dalla formulazione di una domanda di ricerca guida e prosegue con una rassegna e una sintesi sistematiche di studi qualitativi precedenti, per sviluppare una comprensione più profonda e completa del fenomeno studiato. Dopo aver individuato la domanda di ricerca guida, è stato condotto un campionamento sistematico della letteratura qualitativa pertinente, garantendo la diversità delle prospettive e delle tradizioni metodologiche. Gli studi selezionati sono stati poi analizzati per individuare i temi ricorrenti, estraendo citazioni dirette delle persone partecipanti per preservare l’integrità della ricerca originale. Attraverso questo processo sono emersi nuovi temi, che offrono una comprensione più ricca e olistica delle esperienze vissute dalle famiglie migranti forzate.

Uno dei punti di forza della QIMS è la capacità di riunire studi qualitativi diversi, consentendo un campione più ampio e una maggiore eterogeneità delle esperienze, degli ambienti e dei contesti culturali delle persone partecipanti. Questo approccio metodologico garantisce che la sintesi colga sia gli aspetti condivisi sia quelli peculiari del trauma intergenerazionale e della resilienza nelle diverse comunità di persone rifugiate (Aguirre & Bolton, 2014).

Campionamento della letteratura

Nell’ottobre 2024 è stata condotta una ricerca esaustiva in diverse banche dati informatizzate di varie discipline, che ha individuato 691 studi. Non è stata applicata alcuna restrizione temporale all’inclusione degli articoli. Le banche dati consultate sono state APA PsycNet, Web of Science, PubMed, PsycINFO e il Social Sciences Citation Index. Sono stati inclusi gli studi che soddisfacevano i seguenti criteri: (a) pubblicazione su riviste con revisione tra pari, tesi di laurea magistrale o tesi di dottorato; (b) redazione in inglese; (c) focus sulle esperienze di trauma intergenerazionale di persone migranti forzate in contesti familiari o relazionali, compresi gli studi basati su narrazioni individuali di persone adulte che parlavano delle proprie relazioni familiari, nonché i disegni di raccolta dati diadici o con più membri della famiglia; e (d) uso di metodi qualitativi, in modo esclusivo o all’interno di un disegno a metodi misti. Poiché la ricerca qualitativa coglie spesso le dinamiche familiari attraverso resoconti individuali, non si è richiesto che gli studi raccogliessero dati a livello del sistema familiare; l’inclusione richiedeva invece che le persone partecipanti parlassero delle loro esperienze all’interno di relazioni intergenerazionali, intese in senso ampio. Sono state richieste citazioni dirette delle persone partecipanti perché la QIMS assume come unità di sintesi i dati primari forniti da chi ha partecipato; senza citazioni testuali, l’integrazione interpretativa della loro voce che definisce questa metodologia non è possibile. I principali termini di ricerca combinavano refugee (rifugiato), displacement (sfollamento), forced migration (migrazione forzata), intergenerational trauma (trauma intergenerazionale), family trauma (trauma familiare), parent–child (relazione genitore-figlio), coping, resilience (resilienza) e mental health (salute mentale). I termini di ricerca sono stati definiti sulla base delle competenze del gruppo di ricerca sul tema dello studio, in consultazione con una bibliotecaria. Lo screening è stato condotto con Covidence, uno strumento di gestione delle revisioni sistematiche che semplifica l’organizzazione degli studi consentendo un doppio screening in cieco, la rimozione automatica dei duplicati e un tracciamento strutturato delle decisioni di screening. Dei 691 studi individuati, 183 sono stati eliminati in quanto duplicati; i restanti 508 sono stati sottoposti a uno screening di titolo e abstract da parte di due membri del gruppo di ricerca, al termine del quale 52 articoli sono stati inclusi nella revisione del testo completo. Dopo la revisione del testo completo sono stati esclusi gli studi non reperibili, non disponibili in inglese, che non utilizzavano metodi qualitativi, i cui risultati non includevano citazioni dirette delle persone partecipanti o i cui risultati non erano direttamente collegati al trauma intergenerazionale. Al termine dello screening, 17 studi soddisfacevano i criteri di inclusione (Figura 1); i loro dati demografici sono presentati nella Tabella 1.

Figura 1. Processo di selezione degli studi.
Figura 1. Processo di selezione degli studi.

Tabella 1 — Caratteristiche degli studi.

  • Studio: Atallah, 2017; N: 30; Teoria: teoria del trauma storico, teoria decoloniale/postcoloniale; Metodo qualitativo: grounded theory; Generazione delle persone partecipanti: prima, seconda e terza generazione; Età, genere, etnia: 18–90 anni, origine palestinese; Paese di origine della famiglia: Palestina; Luogo dello studio: Cisgiordania palestinese; Criteri di inclusione: persona adulta rifugiata palestinese
  • Studio: Braga et al., 2012; N: 15; Teoria: trasmissione transgenerazionale del trauma, teoria della resilienza; Metodo qualitativo: grounded theory; Generazione delle persone partecipanti: seconda generazione; Età, genere, etnia: 40–66 anni, 7 uomini e 8 donne, origine ebraica; Paese di origine della famiglia: N/D; Luogo dello studio: Brasile; Criteri di inclusione: figlie e figli adulti di persone sopravvissute all’Olocausto, ossia persone i cui genitori hanno vissuto lo sfollamento forzato, le restrizioni del ghetto, la clandestinità o la reclusione in campi di lavoro o di sterminio durante l’Olocausto
  • Studio: Collier et al., 2012; N: 64; Teoria: teoria dello stress da acculturazione; Metodo qualitativo: grounded theory; Generazione delle persone partecipanti: prima generazione; Età, genere, etnia: 18–81 anni, 22 donne e 14 uomini, origine hmong; Paese di origine della famiglia: Laos, Thailandia; Luogo dello studio: Stati Uniti; Criteri di inclusione: donne e uomini adulti di origine hmong e personale dei servizi medici, di salute mentale, educativi e sociali
  • Studio: Dikyurt, 2023; N: 10; Teoria: teoria del trauma transgenerazionale, cospirazione del silenzio; Metodo qualitativo: indagine narrativa; Generazione delle persone partecipanti: seconda generazione; Età, genere, etnia: 18–24 anni, 7 donne e 3 uomini, origine bosniaca; Paese di origine della famiglia: Bosnia; Luogo dello studio: Stati Uniti; Criteri di inclusione: persone adulte nate negli Stati Uniti da genitori di origine bosniaca
  • Studio: Huynh et al., 2024; N: 15; Teoria: modello della ricchezza culturale comunitaria, teoria della resilienza; Metodo qualitativo: grounded theory costruttivista; Generazione delle persone partecipanti: seconda generazione; Età, genere, etnia: età media 28,1 anni, 8 donne e 7 uomini, origine sud-est asiatica; Paese di origine della famiglia: Vietnam, Cambogia, Laos; Luogo dello studio: Stati Uniti; Criteri di inclusione: persone statunitensi di origine sud-est asiatica di almeno 21 anni, con genitori rifugiati o immigrati
  • Studio: Jeyasundaram et al., 2020; N: 12; Teoria: prospettiva occupazionale critica; Metodo qualitativo: indagine narrativa; Generazione delle persone partecipanti: seconda generazione; Età, genere, etnia: 22–33 anni, 6 donne e 6 uomini, origine tamil e vietnamita; Paese di origine della famiglia: Sri Lanka, Vietnam; Luogo dello studio: Canada; Criteri di inclusione: discendenza adulta di persone rifugiate tamil e vietnamite residenti nell’area metropolitana di Toronto
  • Studio: Johansen & Varvin, 2019; N: 16; Teoria: modelli ecologici e transazionali dello sviluppo infantile, trasmissione intergenerazionale del trauma; Metodo qualitativo: analisi fenomenologica interpretativa (IPA); Generazione delle persone partecipanti: seconda generazione e generazione 1,5; Età, genere, etnia: 18–26 anni, 10 donne e 6 uomini; Paese di origine della famiglia: Paesi del Medio Oriente, ex Repubblica di
    Jugoslavia, Africa orientale e centrale; Luogo dello studio: Norvegia; Criteri di inclusione: giovani persone adulte cresciute in una famiglia rifugiata in Norvegia, con almeno un genitore con status di rifugiato e in grado di partecipare a interviste in norvegese
  • Studio: Kevers et al., 2024; N: 27; Teoria: teoria del trauma transgenerazionale; Metodo qualitativo: analisi tematica e narrativa; Generazione delle persone partecipanti: prima generazione, generazione 1,5 e seconda generazione; Età, genere, etnia: origine curda; Paese di origine della famiglia: Turchia, Iran, Iraq, Siria ed ex Unione Sovietica; Luogo dello studio: Belgio; Criteri di inclusione: famiglie di origine curda con un percorso di rifugio
  • Studio: Lev-Wiesel, 2007; N: 3; Teoria: trasmissione intergenerazionale del trauma, teoria dei sistemi familiari; Metodo qualitativo: indagine narrativa; Generazione delle persone partecipanti: prima, seconda e terza generazione; Età, genere, etnia: origine ebraica e araba; Paese di origine della famiglia: Germania, Marocco; Luogo dello studio: Israele; Criteri di inclusione: famiglie selezionate perché la prima generazione aveva vissuto un trauma rilevante e pubblicamente riconosciuto (Olocausto, sfollamento forzato o vita in un campo di transito), con una persona rappresentante per ciascuna generazione successiva disposta a partecipare
  • Studio: Lin et al., 2009; N: 15; Teoria: teoria del trauma culturale; Metodo qualitativo: grounded theory; Generazione delle persone partecipanti: seconda generazione e generazione 1,5; Età, genere, etnia: 18 anni e oltre; Paese di origine della famiglia: Cambogia; Luogo dello studio: Stati
    Uniti; Criteri di inclusione: persone cambogiano-statunitensi di almeno 18 anni, nate negli Stati Uniti o arrivate prima dei tre anni, disposte a parlare delle esperienze della propria famiglia legate al genocidio cambogiano
  • Studio: Mak & Wieling 2022; N: 18; Teoria: modello ecologico umano; Metodo qualitativo: etnografia critica; Generazione delle persone partecipanti: prima e seconda generazione; Età, genere, etnia: 35–70 anni, 15 figure professionali di origine cambogiana e 3 di altra origine; Paese di origine della famiglia: Cambogia; Luogo dello studio: Stati Uniti; Criteri di inclusione: figure professionali che forniscono servizi di salute mentale e servizi sociali a famiglie cambogiane
  • Studio: McCleary et al., 2020; N: 36; Teoria: teoria dei sistemi familiari; Metodo qualitativo: metodi etnoculturali; Generazione delle persone partecipanti: generazione 1,5 e seconda generazione; Età, genere, etnia: 18–24 anni, 18 donne e 18 uomini, origine oromo, somala, bhutanese e karen; Paese di origine della famiglia: Etiopia, Birmania, Somalia e Bhutan; Luogo dello studio: Stati Uniti; Criteri di inclusione: giovani persone adulte fuggite da un conflitto
  • Studio: Niazi, 2019; N: 11; Teoria: trasmissione intergenerazionale del trauma, teoria dello stress da acculturazione; Metodo qualitativo: disegno fenomenologico; Generazione delle persone partecipanti: seconda generazione; Età, genere, etnia: 18–35 anni, tutti uomini; Paese di origine della famiglia: Afghanistan; Luogo dello studio: Stati Uniti; Criteri di inclusione: uomini afghano-statunitensi di seconda generazione, nati e cresciuti negli Stati Uniti, con genitori fuggiti dall’Afghanistan come rifugiati durante l’invasione sovietica (1979–1989)
  • Studio: Qossoqsi, 2017; N: 31; Teoria: resilienza intergenerazionale complessa; Metodo qualitativo: analisi fenomenologica interpretativa (IPA) e grounded theory; Generazione delle persone partecipanti: prima, seconda e terza generazione; Età, genere, etnia: persone partecipanti di prima generazione di età compresa tra 70 e 85 anni; Paese di origine della famiglia: Israele; Luogo dello studio: Stati Uniti; Criteri di inclusione: famiglie palestinesi la cui prima generazione ha vissuto lo sfollamento durante la Nakba del 1948.
  • Studio: Rizkalla et al., 2020; N: 23; Teoria: teoria dei sistemi familiari, trasmissione intergenerazionale del trauma, teoria dello stress familiare; Metodo qualitativo: metodi di indagine narrativa; Generazione delle persone partecipanti: prima e seconda generazione; Età, genere, etnia: 21–55 anni, tutte donne; Paese di origine della famiglia: Giordania, Turchia, Egitto e Iraq; Luogo dello studio: Giordania; Criteri di inclusione: madri rifugiate siriane che vivono in aree urbane della Giordania
  • Studio: Rogers, 2021; N: 4; Teoria: teoria dei sistemi familiari, trasmissione intergenerazionale del trauma; Metodo qualitativo: fenomenologico; Generazione delle persone partecipanti: prima e seconda generazione; Età, genere, etnia: 18–50 anni, 3 donne e 1 uomo; Paese di origine della famiglia: Afghanistan; Luogo dello studio: Canada; Criteri di inclusione: persone rifugiate afghane di prima e seconda generazione, di età superiore ai 18 anni, che vivono in Canada
  • Studio: Sim et al., 2018; N: 54; Teoria: trasmissione intergenerazionale del trauma, modello dello stress familiare; Metodo qualitativo: grounded theory; Generazione delle persone partecipanti: prima e seconda generazione; Età, genere, etnia: 8–60 anni, 29 donne e 25 uomini, origine siriana; Paese di origine della famiglia: Siria; Luogo dello studio: Libano; Criteri di inclusione: famiglie rifugiate siriane che vivono in Libano: genitori che si occupano di minori di età compresa tra 2 e 9 anni e minori di età compresa tra 8 e 12 anni
  • Studio: Veronese et al., 2023; N: 45; Teoria: teoria del trauma transgenerazionale, quadro della resilienza collettiva; Metodo qualitativo: analisi tematica del contenuto; Generazione delle persone partecipanti: prima, seconda e terza generazione; Età, genere, etnia: 13–85 anni, 22 donne e 23 uomini, origine palestinese; Paese di origine della famiglia: Cisgiordania (Palestina); Luogo dello studio: Cisgiordania (Palestina); Criteri di inclusione: persone palestinesi residenti in un campo profughi, di madrelingua araba

Estrazione dei temi

Dopo la selezione e l’individuazione del campione, abbiamo analizzato sistematicamente ciascuno studio per estrarne i temi chiave. I temi sono stati estratti e registrati così come descritti nelle pubblicazioni originali, per preservare la fedeltà al materiale di partenza e rispettare i contributi interpretativi dei gruppi di ricerca originari. Questo processo di estrazione è servito da base alla sintesi di ordine superiore presentata nella sezione «Risultati», che rappresenta l’integrazione interpretativa dei risultati dei diversi studi operata da chi firma il presente lavoro, e non una semplice aggregazione dei temi originali. In coerenza con la metodologia QIMS, i temi sintetizzati riflettono un processo analitico di secondo ordine in cui il gruppo di ricerca ha individuato schemi concettuali nei dati estratti, intrecciando i temi degli studi originali e le citazioni delle persone partecipanti in un quadro interpretativo più ampio. I temi estratti sono stati organizzati nella Tabella 2 per consentire un confronto strutturato tra gli studi e rendere trasparente il rapporto tra il materiale di partenza e i risultati sintetizzati.

Tabella 2 — Temi estratti dagli studi esaminati.

  • Studio: Atallah, 2017; Temi estratti: 1. Resistenza
    2. Ritorno
    3. Perseveranza
  • Studio: Braga et al., 2012; Temi estratti: 1. Stile comunicativo
    2. Esperienze di trauma
    3. Meccanismi di elaborazione psichica
    4. Resilienza
  • Studio: Collier et al., 2012; Temi estratti: 1. Sintomi di salute mentale
    2. Questioni legate alla malattia mentale
    3. Metodi di trattamento della malattia mentale
  • Studio: Dikyurt, 2023; Temi estratti: 1. Possibile trauma transgenerazionale ed emozioni
    2. Aspetti positivi della guerra in Bosnia sulle persone partecipanti
  • Studio: Huynh et al., 2024; Temi estratti: 1. Manifestazioni del trauma intergenerazionale
    2. Accumulo della dissonanza culturale
    3. Sviluppo di un’identità biculturale
    4. Riconoscimento della resilienza di genitori e figure di riferimento
    5. Empowerment personale e collettivo
  • Studio: Jeyasundaram et al., 2020; Temi estratti: 1. Trasmissione socio-storica del trauma
    2. Trasmissione culturale del trauma, trasmissione familiare del trauma
    3. Risposte di guarigione al trauma intergenerazionale
  • Studio: Johansen & Varvin, 2019; Temi estratti: 1. Sintonizzazione con lo stato mentale dei genitori
    2. Responsabilità da adulti
    3. Cercare di dare un senso
  • Studio: Kevers et al., 2024; Temi estratti: 1. Protezione
    2. Ripristino del senso
    3. Orientamento verso un futuro non violento
  • Studio: Lev-Wiesel, 2007; Temi estratti: 1. Sopravvivenza all’Olocausto
    2. Sfollamento forzato
    3. Collocamento in un campo di transito
  • Studio: Lin et al., 2009; Temi estratti: 1. Il silenzio nella comunità: coping, protezione e impatti intergenerazionali
    2. Il silenzio e il ruolo delle regole culturali, il silenzio e il coping con il trauma, il silenzio parziale e la comunicazione ambivalente
    3. Il silenzio, il trauma e le esperienze della generazione più giovane
    4. Il ruolo del corpo docente nel rompere (o perpetuare) il silenzio
  • Studio: Mak & Wieling, 2022; Temi estratti: 1. Impatto sul sé, sulle relazioni di coppia, sulle relazioni genitori-figli; contesto
  • Studio: McCleary et al., 2020; Temi estratti: 1. Conoscenza ed esperienza dell’esposizione a stress traumatico prima del reinsediamento
    2. Stress legato alle esperienze di adattamento durante il reinsediamento
    3. Comunicazione sui fattori di stress all’interno e all’esterno del gruppo familiare
  • Studio: Niazi, 2019; Temi estratti: 1. Racconti dei genitori sulla migrazione/il reinsediamento e sulla storia dell’Afghanistan
    2. Valori e tradizioni della cultura afghana mantenuti
    3. Impatto dell’esperienza di rifugio dei genitori sull’insieme della vita
    4. Esperienza delle persone partecipanti a confronto con quella dei genitori
    5. Effetti del trauma intergenerazionale
  • Studio: Qossoqsi, 2017; Temi estratti: 1. Perdita ambigua
    2. Portare l’ansia intergenerazionale
  • Studio: Rizkalla et al., 2020; Temi estratti: 1. Esperienze traumatiche di guerra in Siria, viaggio di fuga e campi profughi
    2. Difficoltà dello sfollamento in Giordania
    3. Stress familiare, mediatori
    4. Fattori interconnessi nei sistemi familiari, conseguenze negative
  • Studio: Rogers, 2021; Temi estratti: 1. Temi relativi ai genitori di prima generazione
    2. Temi relativi alla discendenza di seconda generazione
  • Studio: Sim et al., 2018; Temi estratti: 1. Percorso delle difficoltà economiche e dell’adattamento
    2. Percorso delle difficoltà psicologiche
    3. Percorso della mancanza di sicurezza
    4. Effetti sull’adattamento psicosociale dell’infanzia
    5. Potenziali risorse protettive per una genitorialità positiva
  • Studio: Veronese et al., 2023; Temi estratti: 1. L’impatto della Nakba, privazioni
    2. Sfide e qualità della vita
    3. Strategie di coping, speranze e sogni per il futuro

Analisi dei dati

Seguendo il quadro della QIMS, il nostro gruppo ha condotto un’analisi tematica strutturata di dati secondari (Aguirre & Bolton, 2014). Gli articoli inclusi sono stati distribuiti in modo equo tra tre membri del gruppo di ricerca, ciascuno dei quali ha svolto in modo indipendente due cicli di codifica. Nella fase finale, uno di loro ha consolidato gli estratti codificati in temi generali.

Per garantire il rigore metodologico, abbiamo adottato un approccio collaborativo per triangolare i risultati. Nel corso di più sessioni, per un totale di 4 ore, il gruppo ha esaminato e convalidato in modo incrociato e sistematico i temi codificati. Il processo ha comportato il confronto dei risultati della codifica individuale, l’affinamento delle categorie emergenti e la risoluzione delle discrepanze attraverso la discussione. Particolare attenzione è stata riservata ai casi negativi — situazioni in cui i risultati si discostavano dagli schemi dominanti —, riconoscendone l’importanza per un’analisi più sfumata e affidabile (Patton, 2002). I temi sintetizzati finali sono presentati nella Tabella 3, accanto ai temi originali estratti da tutti gli studi, mostrando come ciascun tema iniziale abbia contribuito al quadro concettuale più ampio elaborato in questa sintesi.

Tabella 3 — Traduzione dei temi.

  • Nuovo tema generale: Trasmissione del trauma tra le generazioni; Temi estratti: Esperienze di trauma (Braga et al., 2012); Sintomi di salute mentale (Collier et al., 2012); Possibile trauma transgenerazionale ed emozioni (Dikyurt, 2023); Manifestazioni del trauma intergenerazionale (Huynh et al., 2024); Trasmissioni socio-storiche del trauma (Jeyasundaram et al., 2020); Il silenzio in famiglia (Kevers et al., 2024); Ritratto di famiglia 1: sopravvivenza all’Olocausto; Ritratto di famiglia 2: sfollamento forzato; Ritratto di famiglia 3: collocamento in un campo di transito; Un confronto tra tipi di trauma (Lev-Wiesel, 2007); Conoscenza ed esperienza del trauma prima del reinsediamento (McCleary et al., 2020); Racconti dei genitori sulla migrazione/il reinsediamento e sulla storia dell’Afghanistan; Impatto dell’esperienza di rifugio dei genitori sull’insieme della vita; Effetti del trauma intergenerazionale (Niazi, 2019); Effetti psicosociali intergenerazionali dello sfollamento interno legato alla Nakba; Risposte negative (Qossoqsi, 2017); Eventi traumatici di guerra in Siria; Viaggio di fuga e campi profughi; Conseguenze negative (Rizkalla et al., 2020); L’impatto della Nakba (Veronese et al., 2023)
  • Nuovo tema generale: Sfide culturali e identitarie; Temi estratti: Ritorno/awda (Atallah, 2017); Accumulo della dissonanza culturale; Sviluppo di un’identità biculturale (Huynh et al., 2024); Trasmissioni culturali del trauma (Jeyasundaram et al., 2020); Le persone partecipanti come attrici sociali nella gestione delle relazioni strette e della vita quotidiana (Johansen & Varvin, 2019); L’impatto della sottorappresentazione delle storie traumatiche sull’istruzione e sul discorso sociale (Lin et al., 2009); Esperienze successive al reinsediamento negli Stati Uniti: impatto sul sé; contesto (Mak & Wieling, 2022); Stress legato alle esperienze di adattamento durante il reinsediamento (McCleary et al., 2020); Valori e tradizioni della cultura afghana mantenuti (Niazi, 2019); Difficoltà dello sfollamento in Giordania (Rizkalla et al., 2020); Temi relativi alla discendenza di seconda generazione (Rogers, 2021); Le difficoltà economiche impediscono ai genitori di soddisfare i bisogni di base dell’infanzia (Sim et al., 2018); Privazioni, sfide e qualità della vita (Veronese et al., 2023)
  • Nuovo tema generale: Dinamiche genitoriali e familiari; Temi estratti: Stile comunicativo (Braga et al., 2012); Questioni legate alla malattia mentale (Collier et al., 2012); Trasmissioni familiari del trauma (Jeyasundaram et al., 2020); Relazione genitori-figli (Johansen & Varvin, 2019); Modalità indirette di comunicazione del trauma (Kevers et al., 2024); Relazioni di coppia; relazioni genitori-figli (Mak & Wieling, 2022); Comunicazione familiare (McCleary et al., 2020); Esperienza delle persone partecipanti a confronto con quella dei genitori (Niazi, 2019); Fattori interconnessi nel sistema familiare (Rizkalla et al., 2020); Temi relativi ai genitori di prima generazione (Rogers, 2021); Il disagio psicologico dei genitori contribuisce a una genitorialità dura; Controllo genitoriale dovuto all’insicurezza (Sim et al., 2018)
  • Nuovo tema generale: Strategie di coping e di resilienza; Temi estratti: Resistenza/muqawama; Perseveranza/sumoud; Il processo intergenerazionale di coltivazione: frutti, semi e metodi di semina (Atallah, 2007); Meccanismi di elaborazione psichica e resilienza (Braga et al., 2012); Metodi di trattamento della malattia mentale (Collier et al., 2012); Aspetti positivi della guerra in Bosnia sulle persone partecipanti (Dikyurt, 2023); Riconoscimento della resilienza di genitori e figure di riferimento; Empowerment personale e collettivo (Huynh et al., 2024); Risposte di guarigione al trauma intergenerazionale (Jeyasundaram et al., 2020); Il ruolo del corpo docente nel rompere (o perpetuare) il silenzio (Lin et al., 2009); Resilienza intergenerazionale complessa; Sviluppo attivato dall’avversità; Resilienza (Qossoqsi, 2017); Strategie di coping; Sogni e speranze per il futuro (Veronese et al., 2023)

Risultati

Trasmissione del trauma tra le generazioni

Nei diversi studi, le persone partecipanti hanno descritto il trauma come qualcosa che passa da una generazione all’altra attraverso molteplici vie, dall’esposizione diretta alla violenza e allo sfollamento fino a una trasmissione più sottile attraverso il silenzio, il comportamento e il clima emotivo dei genitori. Per molte persone della prima generazione, il trauma affondava le radici nell’aver assistito in prima persona a una violenza estrema. Un’anziana palestinese ricordava l’espulsione della sua famiglia:

Un uomo salì sul minareto della moschea e cominciò a sparare a caso giù sul nostro villaggio. Ricordo ancora mia madre che portava in braccio una delle mie sorelle, che aveva solo 2 mesi, mentre correvamo verso le montagne. . . . Il panico ci ha travolto quando hanno cominciato a spararci addosso. Abbiamo vissuto per anni nelle grotte aspettando di tornare al nostro villaggio, sopravvivendo con grano crudo. (Atallah, 2017, p. 368)

Queste esperienze costituivano il materiale traumatico che i genitori hanno portato con sé nel reinsediamento e hanno determinato come — o se — avrebbero condiviso la propria storia con la generazione successiva.

In molte famiglie, i genitori faticavano a parlare apertamente del passato. In alcuni casi il silenzio era protettivo; un partecipante ha osservato che i suoi genitori trattenevano le informazioni perché «non vogliono che dobbiamo soffrire per quello che hanno visto loro . . . è per proteggerci» (Niazi, 2019, p. 68). In altri casi il silenzio rifletteva la vergogna e il dolore del ricordo:

I miei genitori non costruiscono nessuna teoria e non hanno niente da raccontare, perché non vogliono ricordare, hanno paura di ricordare, si vergognano di ricordare, perché ognuno dei loro ricordi è avvolto in questa vergogna di essere stati [chi erano] o di aver vissuto quello che hanno vissuto. (Braga et al., 2012, p. 5)

Nelle famiglie bosniache, la generazione successiva percepiva questa reticenza come qualcosa di condiviso: «A noi non piace parlarne ed è un po’ per questo che credo che neanche i miei genitori ne parlassero. È perché ne hanno passate così tante che, cioè, potrebbero parlarne se volessero, ma semplicemente scelgono di non farlo» (Dikyurt, 2023, p. 8).

Anche senza una rivelazione esplicita, il trauma si trasmetteva attraverso gli affetti e i comportamenti. Una partecipante palestinese ha descritto come avesse assorbito il lutto del padre durante le visite al loro villaggio distrutto, senza che venisse scambiata una sola parola:

Si può imparare in modo indiretto. Ricordo che mio padre ci portò al villaggio e indicava e si fermava, cercando chiaramente cose che non esistono più, senza nemmeno dire niente, ma si sentiva che ricordava i dettagli dei dettagli. . . . L’espressione del suo viso, la tristezza che mostrava in volto, il modo in cui indicava le cose, diceva a noi bambini cose profonde: anche se forse non esistono più, sono ancora lì. (Atallah, 2017, p. 373)

La discendenza descriveva spesso di portare con sé esperienze ereditate in modi difficili da spiegare o da ricostruire. Un partecipante rifletteva: «Forse non arriviamo al trauma esatto che hanno vissuto, alla paura esatta, all’ansia esatta. Però, sai, il fatto che raccontino le loro storie . . . ti colpisce eccome» (Niazi, 2019, p. 92). Altre persone vivevano questa eredità nel corpo. Una partecipante afghano-canadese di seconda generazione ha raccontato di aver scoperto che i suoi incubi ricorrenti rispecchiavano eventi reali a cui la sua famiglia era sopravvissuta, concludendo che «il trauma si trasmette sicuramente di generazione in generazione» (Rogers, 2021, p. 182).

Sfide culturali e identitarie

Tra le persone rifugiate, il trauma intergenerazionale plasma il modo in cui l’identità culturale viene preservata, adattata e messa in discussione nel tempo. Per le comunità sfollate con la forza, la memoria e il patrimonio possono essere al tempo stesso una fonte di forza e un terreno di lotta, mentre si orientano tra i legami con la terra d’origine, con il nuovo Paese e con un senso di appartenenza in evoluzione.

Per le persone rifugiate di prima generazione, la terra d’origine è molto più di un luogo. Rappresenta la dignità, l’identità e un senso di appartenenza. Lo sfollamento forzato spezza questi legami e genera un profondo senso di perdita. Molte persone rifugiate cercano di preservare la propria cultura attraverso il racconto, le tradizioni e gli oggetti carichi di significato. Questi fungono da promemoria del passato e rafforzano il legame con il luogo che considerano casa. «Questa culla si trovava nella casa dello sceicco Saleh Assalim. . . ci ha dormito mio fratello, ed è morto a 80 anni. Questo oggetto è per me il più caro e il più prezioso. . . Queste chiavi simboleggiano il ritorno» (Qossoqsi, 2017, p. 143). Cercavano anche attivamente di trasmettere questa memoria alla seconda e alla terza generazione attraverso il racconto e l’insistenza sul mantenimento delle tradizioni. «Sono nata e cresciuta qui, nel campo. Vivevamo qui da stranieri, ma mio padre ci ricordava sempre che apparteniamo alla nostra terra, non a questo esilio» (Atallah, 2017, p. 371).

Le generazioni più giovani, nate o cresciute in esilio, vivono però l’identità culturale in modo diverso. Pur ereditando la memoria dello sfollamento, la loro vita quotidiana è plasmata dalle norme del Paese di accoglienza. Alcune persone abbracciano le proprie radici, mentre altre si ribellano alle aspettative che vengono riposte su di loro. «Quando le famiglie dicono “è cambiato”, intendono che è diverso dalla nostra cultura. Si sta americanizzando troppo . . . Non sei all’altezza delle nostre aspettative» (McCleary et al., 2020, p. 6).

Alcune persone vengono protette dai familiari più anziani dagli aspetti più dolorosi della loro storia, e ricevono soltanto ricordi selezionati, trasmessi nel tentativo di proteggerle.

I miei fratelli più grandi, che si ricordano la guerra, non avevano problemi a raccontarmi delle cose, [ma] non molte: non cercavano mai di raccontarmi niente di troppo cruento. Anche a 17 anni, quando dicevo: «Raccontatemelo!», stavano sempre attenti. Un passato brutto non è una cosa che si passa a qualcun altro. (Lin et al., 2009, p. 5)

Nonostante questi cambiamenti generazionali, il racconto resta un mezzo vitale di trasmissione culturale, che garantisce che la storia non vada perduta. «Siamo cresciuti con queste storie, non con le fiabe come Biancaneve, ma con quelle vere, su da dove veniamo» (Qossoqsi, 2017, p. 165). Tuttavia, preservare la cultura può anche imporre pesi notevoli alle persone. Le donne, in particolare, si trovano spesso di fronte ad aspettative culturali rigide legate alla loro identità. Una di loro ha detto: «L’onore e la vergogna — hayah (onore) e sharm (vergogna) — sono molto più legati all’identità di una ragazza afghana che a quella di un uomo» (Rogers, 2021, p. 171). Queste pressioni generano tensioni intergenerazionali, mentre le persone rifugiate più giovani si muovono tra tradizione e autonomia personale. Una giovane donna rifletteva: «Devi sempre comportarti in modo impeccabile — mardum che meghan (che cosa dirà la gente?)» (Rogers, 2021, p. 172).

Dinamiche genitoriali e familiari

Lo sfollamento, la guerra e l’incertezza prolungata hanno rimodellato le dinamiche familiari di molte delle persone rifugiate partecipanti. Queste hanno descritto come il trauma mettesse sotto pressione i ruoli tradizionali di cura, perturbasse la relazione tra genitori e figli e producesse sentimenti complessi di lealtà, risentimento, empatia e senso di colpa verso i genitori. Queste dinamiche sfociavano spesso in un’inversione dei ruoli, in cui la generazione più giovane si assumeva responsabilità emotive o pratiche che di norma spettano alle persone adulte. Spesso faceva da interprete, prendeva decisioni e imponeva la disciplina in casa:

Toccava a me disciplinare i miei fratelli più piccoli per buona parte della loro vita. Ero sempre io a stargli un po’ addosso e ad assicurarmi che facessero quello che dovevano fare e non battessero la fiacca. I miei genitori venivano da me ogni volta che sorgeva un problema ed ero sempre io a imporre la disciplina, e i miei genitori, per così dire, con loro stavano in secondo piano. (Huynh et al., 2024, p. 7)

L’autonomia precoce portava spesso a crescere in fretta, sviluppando non solo indipendenza, ma anche altruismo. Come rifletteva una persona partecipante: «Vivere in queste condizioni difficili mi ha insegnato a essere una persona altruista, paziente, e a risolvere i miei problemi in autonomia» (Veronese et al., 2023, p. 6).

I genitori elaboravano e comunicavano il proprio trauma in modi diversi. Alcune famiglie evitavano del tutto di parlare del passato, mentre in altre le storie venivano condivise, anche se non sempre direttamente con la generazione successiva. Spesso i genitori, sopraffatti dalle proprie esperienze non elaborate, sceglievano il silenzio come forma di coping. Una persona partecipante ricordava: «Le piaceva parlare dell’argomento, ma non a me, non con me. Praticamente mi costringeva a restare ad ascoltare quando ne parlava con le sue amiche» (Braga et al., 2012, p. 5). Altre persone parlavano di rivelazioni occasionali e frammentarie da parte dei genitori. Come ha descritto una persona partecipante: «Mio padre non ne parla poi molto. . . ogni tanto dice qualcosa, ma non è che ci siamo mai seduti tipo “ecco, questa è tutta la storia”» (Dikyurt, 2023, p. 8). Al contrario, in alcune famiglie i genitori si impegnavano deliberatamente a trasmettere le proprie esperienze come forma di eredità e di educazione. Una madre raccontava: «Racconto la storia alla mia famiglia perché possano raccontarla ai loro figli. Ogni volta che i miei figli devono scegliere un argomento a scuola, li spingo a scrivere sull’Olocausto» (Lev-Wiesel, 2007, p. 10).

Al di là del silenzio o del racconto, spesso i genitori si confrontavano con il proprio trauma in modi che li rendevano emotivamente indisponibili o imprevedibili. Ciò, a sua volta, influenzava il modo in cui la generazione più giovane comprendeva le relazioni, la fiducia e i propri bisogni emotivi. Molte persone partecipanti hanno riflettuto sull’indisponibilità emotiva dei genitori, che attribuivano a un trauma non elaborato, allo stress cronico o a una mentalità centrata sulla sopravvivenza:

I miei genitori, con il loro PTSD, vedono il mondo con diffidenza e rabbia. Un posto impossibile in cui vivere, capisci cosa intendo? Nel vecchio appartamento in cui abitavamo, mio padre aveva inchiodato tutte le finestre. Lo sai che non è umano. È come una prigione. È disumano, non solo per gli animali ma per le persone, capisci. Aveva una dozzina di serrature su una porta e, con ogni ospite che veniva a trovarci, non c’era proprio modo che riuscisse a uscire dalla porta, perché c’erano così tanti pezzi da sbloccare contemporaneamente per aprirla. (Huynh et al., 2024, p. 6)

L’impatto del trauma dei genitori si estendeva spesso alla vita sociale della generazione più giovane. Una persona partecipante vietnamita raccontava: «Non potevo invitare amici a casa perché [la mia famiglia] pensava che ci avrebbero rubato informazioni, ma quale bambino di sette anni ruba informazioni?» (Jeyasundaram et al., 2020, p. 6). Altre persone hanno parlato di come in casa l’espressione delle emozioni fosse scoraggiata. Una persona partecipante raccontava:

C’era molta rabbia in me. Non potevo esprimerla perché i miei genitori consideravano l’espressione delle emozioni una mancanza di rispetto. Ho molti ricordi dei miei genitori arrabbiati che si urlavano addosso e della paura che provavo. Non riuscivo a entrare in contatto con quelli che erano i miei bisogni [emotivi] e da come esprimerli, perché in realtà non venivano mai soddisfatti. (Jeyasundaram et al., 2020, p. 6)

Nonostante queste difficoltà, molte di queste persone hanno sviluppato un forte senso di empatia e di ammirazione per i propri genitori. Esprimevano il desiderio di onorare i sacrifici dei genitori attraverso i risultati scolastici e personali. Tuttavia, ciò comportava anche la pressione di accontentare i genitori e l’interiorizzazione della reputazione familiare:

Quando ho rifiutato l’opportunità di entrare all’Accademia dell’Aeronautica, mio padre mi ha detto che era arrabbiato con me e non mi ha rivolto la parola per un anno. Mi ha detto che era arrabbiato, ma quando mi hanno ammesso all’Università della California a Los Angeles per la specializzazione, è stato allora che ha cominciato a perdonarmi e a capire davvero che non ho fallito, perché, di nuovo, è la paura più grande di un genitore, soprattutto dei genitori rifugiati. Il fallimento dei figli è quasi come il riflesso del loro fallimento come genitori rifugiati e, sai, volevo rassicurare mio padre che non avevamo fallito. È solo che ho deciso di prendere una strada diversa. (Huynh et al., 2024, p. 8)

Strategie di coping e di resilienza

Meccanismi di coping intrecciati hanno plasmato il modo in cui le comunità con una storia di migrazione forzata hanno attraversato il trauma intergenerazionale, offrendo spunti preziosi per elaborare e guarire le esperienze ancestrali avverse. Tra questi meccanismi figuravano diverse risposte emotive al trauma passato, il ruolo dell’influenza generazionale nelle capacità di coping apprese e la promozione dei legami comunitari per costruire resilienza e favorire la guarigione.

Le risposte emotive alla trasmissione intergenerazionale del trauma erano varie. Alcune delle persone intervistate hanno spiegato che le generazioni più anziane affrontavano la situazione chiudendosi emotivamente, mostrandosi distaccate e restando in silenzio, il che contribuiva a una comprensione limitata o parziale delle esperienze traumatiche precedenti da parte di chi rispondeva. «Mia madre, restia a raccontarmi le cose quando le chiedevo: “Mamma, perché non me l’hai detto?”; fare i conti con mia madre che non voleva parlare né raccontarmi certe cose sulla guerra» (Dikyurt, 2023, p. 8). Altre risposte emotive consistevano nel ricorrere all’umorismo o alla risata per affrontare il trauma e condividere le esperienze passate:

Siamo perfino famosi per questo tipo di umorismo ebraico, capace di trovare il lato comico anche in una grande tragedia, ma non in modo superficiale, ovviamente. Abbiamo conosciuto la storia di mio padre durante la guerra attraverso queste [sue] uscite ironiche e comiche. E poi arrivava la storia. (Braga et al., 2012, p. 4)

Le persone intervistate hanno sottolineato anche il ruolo dell’influenza generazionale attraverso l’adozione di capacità di coping dalle generazioni precedenti. Questa influenza generazionale si esprimeva nell’anticipare costantemente una nuova migrazione forzata o nella costante disponibilità alla fuga:

Passaporto scaduto? Non se ne parla. Non importa se non viaggerai per i prossimi vent’anni: devi rinnovarlo, devi sempre avere, diciamo, un paio di mutande e un paio di calzini a portata di mano per poter scappare. Sempre pronti. (Braga et al., 2012, p. 5)

Altre persone hanno parlato dell’influenza generazionale sullo sviluppo emotivo e di come il trauma non elaborato si manifestasse attraverso meccanismi di coping appresi, a volte dannosi o difficili da gestire. «E un po’ di rabbia: mio padre era piuttosto arrabbiato, è piuttosto arrabbiato, tipo che ha delle cose non elaborate. La sua cattiva gestione della rabbia mi ha un po’ contagiato» (Dikyurt, 2023, p. 9).

Anche meccanismi di coping positivi sono stati coltivati grazie alla resilienza, alla forza e alla comunità. Il ruolo potente di una comunità centrata sulla cultura offriva uno spazio di connessione che permetteva alle persone partecipanti di condividere le proprie esperienze e di guarire:

È stato grazie ad Asian Pacific Islander Youth Promoting Advocacy & Leadership (un’organizzazione giovanile) che ho cominciato a conoscere la mia identità e ad acquisire forza da giovane. Studiare gli Asian American studies e il capitalismo, e come tutte quelle cose fossero collegate alla mia vita. Ma soprattutto avere quello spazio per parlare davvero con le persone e sentire per la prima volta di potermi mostrare vulnerabile e per quello che sono. (Huynh et al., 2024, p. 8)

La resilienza cresceva anche attraverso gesti di restituzione alla comunità, che aprivano percorsi di sostegno reciproco e di guarigione. Una persona ha raccontato come educare le generazioni più giovani fosse diventato parte integrante del proprio percorso di guarigione:

È stato anche l’inizio del [mio] lavoro di resilienza e di advocacy. Capisco che chi è più giovane di me probabilmente non si ricorda il 2009. Quindi il mio lavoro è stato questo: informare i giovani della comunità su quello che è successo e che continua a succedere [al popolo tamil in Sri Lanka]. Credo che sia una parte molto importante della mia guarigione. (Jeyasundaram et al., 2020, p. 7)

La resilienza si costruiva anche affrontando lo stigma legato alla salute mentale e incoraggiando una guarigione insieme personale e comunitaria. Le persone partecipanti hanno sottolineato l’importanza di chiedere un aiuto professionale e di mettere in discussione le norme culturali che ostacolavano l’apertura e la comunicazione:

Ho pensato di andare da un professionista, non necessariamente per questo tipo di sentimenti, ma in realtà l’ho già consigliato a persone che ho incontrato, persone che fanno parte della mia . . . famiglia, persone anziane. Che secondo me devono chiedere un aiuto professionale, e devono abbandonare questi modi di pensare e queste norme culturali per cui bisogna parlare solo con la persona più anziana della comunità o della famiglia, capisci. Dovrebbero… dovrebbero avere un intervento professionale. (Niazi, 2019, p. 96)

Questi risultati illustrano la capacità umana di adattamento di fronte al trauma e sottolineano il ruolo cruciale dei legami e dell’identità culturale nella guarigione. Sebbene il trauma intergenerazionale ponga delle sfide e possa incidere negativamente sulla salute mentale, esso alimenta anche la forza della comunità e spinge le generazioni successive a cercare sostegno e ad appoggiarsi le une alle altre per elaborare e guarire.

Discussione

Questa meta-sintesi qualitativa esplora il trauma intergenerazionale nelle popolazioni migranti forzate e individua temi relativi alla trasmissione del trauma, alle difficoltà legate all’identità culturale, al mutamento delle dinamiche familiari e alle strategie di resilienza. L’obiettivo dello studio era chiarire come il trauma intergenerazionale venga compreso e vissuto nelle famiglie sfollate con la forza, basandosi su evidenze qualitative per porre al centro le prospettive delle comunità coinvolte. I risultati sintetizzati rispondono a questo obiettivo illustrando l’interazione dei processi psicologici, strutturali e culturali attraverso cui il trauma si perpetua, nonché le pratiche quotidiane di resilienza che sostengono le famiglie attraverso le generazioni. Per quanto risulta al gruppo di ricerca, si tratta del primo studio QIMS che sintetizza narrazioni di persone migranti forzate per comprendere come il trauma venga vissuto, interpretato e gestito nei contesti familiari e culturali.

I risultati rivelano che il trauma nelle famiglie migranti forzate viene spesso trasmesso in modo indiretto — attraverso il silenzio, le rivelazioni parziali e climi familiari emotivamente carichi —, lasciando alla discendenza un senso diffuso ma potente di sofferenza ereditata (Kevers et al., 2024; Lev-Wiesel, 2007; Lin et al., 2009). Schemi simili, documentati nella discendenza delle persone sopravvissute all’Olocausto, nelle comunità indigene e nelle famiglie immigrate prive di documenti, mostrano come la rivelazione selettiva possa fungere al tempo stesso da strategia protettiva e limitante in contesti diversi (Collier et al., 2012; Johansen & Varvin, 2019; Lijtmaer, 2017; O’Neill et al., 2018; Rogers, 2021; Veronese et al., 2023). L’identità culturale è emersa come un ambito centrale attraverso cui il trauma si ripercuote: le persone migranti forzate di prima generazione tutelavano spesso la dignità e l’appartenenza attraverso il racconto, i rituali e gli oggetti simbolici, mentre le generazioni più giovani si muovevano tra identità ibride plasmate dalle norme del Paese di accoglienza, il che talvolta acuiva le tensioni legate all’assimilazione e alla perdita culturale, in particolare per le donne, da cui ci si aspettava che portassero il peso della preservazione culturale (Chao, 2019; Huynh et al., 2024; Jeyasundaram et al., 2020; Nandi & Platt, 2018; Niazi, 2019; Qossoqsi, 2017; Rizkalla et al., 2020; Sim et al., 2018). Lo sfollamento e il trauma hanno anche rimodellato le dinamiche familiari, poiché la perturbazione dei ruoli di cura, il ritiro emotivo e l’ipervigilanza hanno inciso sullo sviluppo e sulla vita sociale dell’infanzia (Cho et al., 2025; Huynh et al., 2024; McCleary et al., 2020). In molti casi la generazione più giovane si è assunta responsabilità adulte; alcune di queste persone, tuttavia, hanno poi riletto il silenzio e la vigilanza dei genitori come strategie di sopravvivenza, rendendo possibile una parziale riparazione relazionale (Jeyasundaram et al., 2020; McCleary et al., 2020). Nell’insieme di questi studi, le strategie di coping andavano dal silenzio e dal ritiro emotivo all’umorismo, al racconto e all’attivismo (Braga et al., 2012; Dikyurt, 2023; Rogers, 2021; Veronese et al., 2023), mentre gli spazi collettivi, come le organizzazioni giovanili e i centri culturali, si sono rivelati essenziali per favorire la resilienza, la costruzione dell’identità e l’empowerment (Niazi, 2019; Sim et al., 2018).

I nostri risultati concordano strettamente con le rassegne esistenti sul trauma intergenerazionale nelle comunità migranti forzate e rafforzano diversi meccanismi di trasmissione ben consolidati. In linea con la nostra sintesi, Sangalang e Vang (2017) hanno individuato il silenzio, la comunicazione frammentata e gli ambienti familiari emotivamente carichi come vie centrali attraverso cui il trauma viene trasmesso tra le generazioni: schemi che corrispondono direttamente ai nostri temi della rivelazione parziale e dei «climi emotivi» descritti dalla discendenza. Analogamente, Flanagan et al. (2020) hanno documentato la perturbazione dei ruoli familiari, la parentificazione e l’ipervigilanza dei genitori come meccanismi chiave di trasmissione, il che rispecchia da vicino le dinamiche familiari tese e le inversioni di ruolo individuate nella nostra analisi. I nostri risultati sulle tensioni legate all’identità culturale e sulle negoziazioni generazionali dell’appartenenza corrispondono anche alle conclusioni di Kalocsányiová et al. (2024), secondo cui il contatto intergenerazionale, le aspettative culturali e le pressioni del reinsediamento plasmano sia la vulnerabilità sia la resilienza delle famiglie rifugiate. Allo stesso modo, lavori recenti di Cho et al. (2025) e di Strekalova-Hughes e Wang (2019) sottolineano l’importanza del racconto, della continuità culturale e della costruzione dell’identità giovanile come forme di coping e di resistenza: elementi emersi con forza nei nostri temi della guarigione comunitaria e della resilienza intergenerazionale. Nel loro insieme, queste convergenze mostrano che i processi individuati in questa meta-sintesi non solo sono coerenti con il più ampio corpus di evidenze sul trauma intergenerazionale in gruppi migranti forzati diversi, ma lo rafforzano in modo sostanziale.

Limiti

Nonostante la ricchezza delle conoscenze offerte da questa meta-sintesi qualitativa, occorre riconoscerne diversi limiti. In primo luogo, lo studio comporta una generalizzazione a partire da gruppi migranti forzati diversi, con esperienze peculiari, il che può trascurare sfumature culturali specifiche e variazioni nelle manifestazioni del trauma e nelle strategie di coping. Parallelamente, la maggior parte degli studi inclusi dedicava un’attenzione limitata al modo in cui fattori intersecanti come la classe, il genere e la sessualità plasmano il trauma intergenerazionale, il che può ridurre la profondità dell’analisi tra gruppi migranti forzati diversamente posizionati. Sebbene la metodologia QIMS miri all’eterogeneità, la diversità intrinseca delle esperienze di migrazione forzata fa sì che una sola sintesi possa non cogliere l’intero spettro del trauma intergenerazionale. In secondo luogo, la strategia di ricerca, pur esaustiva, potrebbe aver tralasciato articoli pertinenti, portando potenzialmente a una rappresentazione incompleta della letteratura qualitativa esistente. In terzo luogo, i criteri di inclusione si limitavano agli articoli pubblicati in inglese. Ciò esclude ricerche qualitative di valore condotte e pubblicate in altre lingue, introducendo potenzialmente un bias linguistico e limitando la generalizzabilità dei risultati a livello mondiale. In quarto luogo, gli studi inclusi in questa sintesi erano trasversali, il che limita la comprensione di come i processi del trauma intergenerazionale possano evolvere nel tempo o modificarsi nelle diverse fasi dello sviluppo e nei diversi contesti di reinsediamento. Inoltre, l’aver richiesto citazioni dirette delle persone partecipanti come criterio di inclusione potrebbe aver introdotto un bias legato allo stile di resoconto, escludendo potenzialmente studi qualitativi per il resto rigorosi in cui le citazioni erano limitate a causa dei limiti di lunghezza imposti dalle riviste o delle convenzioni disciplinari. Infine, in quanto meta-sintesi, questo studio è limitato dall’ampiezza e dalla natura dei dati riportati negli studi originali. Il gruppo di ricerca non ha avuto accesso ai dati grezzi originali, per cui le sue interpretazioni si basano sui temi e sui risultati presentati negli studi pubblicati. Questa dipendenza da interpretazioni secondarie ha impedito analisi più approfondite e sfumate, che sarebbero state possibili con un accesso diretto alle narrazioni delle persone partecipanti. Nonostante questi limiti, lo studio offre una sintesi preziosa della letteratura qualitativa esistente, amplificando la voce e le esperienze vissute delle persone partecipanti in modi che possono orientare meglio chi opera sul campo e chi elabora le politiche, e guidare la ricerca e gli interventi futuri.

Implicazioni per la pratica

Questo studio mette in evidenza diverse implicazioni per la pratica con le famiglie migranti forzate. In primo luogo, i risultati sottolineano l’importanza di sviluppare e attuare interventi centrati sulla famiglia che favoriscano il dialogo tra le generazioni. Il silenzio e la rivelazione selettiva, pur avendo spesso un intento protettivo, possono accentuare la confusione e la disconnessione emotiva. Gli interventi che creano occasioni di comunicazione aperta possono contribuire a spezzare questo ciclo e a rafforzare le relazioni familiari. Recenti revisioni sistematiche evidenziano il crescente ricorso a questo tipo di approcci centrati sulla famiglia nelle comunità migranti forzate (Bunn et al., 2022; Mak & Wieling, 2022). Un esempio è la Family Strengthening Intervention for Refugees (FSI-R), sviluppata con metodi partecipativi di comunità e sperimentata in via pilota in diverse comunità di persone rifugiate negli Stati Uniti (Betancourt et al., 2020; Boston College, Research Program on Children and Adversity, n.d.). È essenziale proseguire lo sviluppo di questi programmi a partire dalle comunità, per garantire che siano adattati ai bisogni specifici di popolazioni diverse.

Altrettanto cruciale è l’integrazione dell’identità culturale e della tutela del patrimonio nella pratica. I risultati di questa rassegna mostrano come il racconto culturale, le tradizioni e i rituali fungano da meccanismi vitali per mantenere la continuità e trasmettere la resilienza tra le generazioni (Qossoqsi, 2017; Strekalova-Hughes & Wang, 2019). Gli approcci di intervento dovrebbero quindi sostenere gli sforzi dell’intera comunità per mantenere viva la cultura e la lingua, ad esempio creando spazi di incontro intergenerazionale, programmi di educazione culturale ed eventi religiosi o comunitari (Kirsch et al., 2024; Kirsch & Haran, 2025). Queste iniziative possono anche ridurre le tensioni tra le generazioni, in particolare sui temi dell’assimilazione e della negoziazione dell’identità (Chao, 2019; Huynh et al., 2024; Rizkalla et al., 2020).

Un’altra implicazione riguarda la definizione stessa di trauma. I risultati indicano che il trauma intergenerazionale nelle famiglie migranti forzate non può essere pienamente compreso attraverso modelli occidentali centrati sull’individuo. La pratica deve invece integrare costrutti più radicati nella cultura, come il trauma intergenerazionale e il trauma collettivo, che riflettono meglio l’esperienza vissuta delle comunità collettiviste (Cerdeña et al., 2021; Hudson et al., 2016; Kirsch & Haran, 2025). Queste prospettive colgono gli effetti duraturi del trauma, che si estendono oltre la generazione colpita direttamente dallo sfollamento o dalla violenza (Kellerman, 2001; Sangalang & Vang, 2017). Integrare questi costrutti nella pratica consente di riconoscere con maggiore precisione i bisogni delle comunità migranti forzate e di elaborare interventi più in sintonia con la loro cultura.

Infine, lo studio mette in luce il valore della guarigione collettiva e di gruppo. Le organizzazioni comunitarie, i gruppi giovanili e le reti tra pari sono emersi come potenti fonti di empowerment e di resilienza, offrendo occasioni di racconto condiviso, di advocacy e di costruzione dell’identità (Niazi, 2019; Rogers, 2021; Sim et al., 2018; Veronese et al., 2023). Gli interventi dovrebbero quindi dare priorità alla creazione di spazi collettivi in cui le persone migranti forzate possano entrare in relazione, guarire e preservare le proprie tradizioni culturali, insieme a iniziative volte a contrastare lo stigma e a promuovere il sostegno professionale in salute mentale (Huynh et al., 2024; Jeyasundaram et al., 2020; Kirsch et al., 2023). Passando da un’attenzione individuale a un’attenzione comunitaria, chi opera sul campo può favorire più efficacemente la guarigione e la resilienza attraverso le generazioni; è importante sottolineare che questo spostamento non sostituisce la necessità di un sostegno individualizzato. Le prospettive individuale e comunitaria sono piuttosto complementari: riconoscono le esperienze specifiche di ciascuna persona e, al tempo stesso, promuovono ambienti collettivi in cui tutti i membri possano svilupparsi pienamente.

Conclusione

Questa meta-sintesi qualitativa offre una comprensione approfondita del trauma intergenerazionale nelle popolazioni migranti forzate, sottolineandone la natura multiforme e il profondo impatto attraverso le generazioni. I risultati rivelano che il trauma non si trasmette soltanto attraverso sintomi psicologici individuali, ma anche attraverso processi strutturali, culturali e familiari. La tensione tra ricordare e proteggere, il rimodellamento delle dinamiche familiari e la costante negoziazione dell’identità culturale contribuiscono tutti alla complessa esperienza vissuta del trauma intergenerazionale. Soprattutto, lo studio mette in luce anche la notevole resilienza e la varietà dei meccanismi di coping messi in atto da queste comunità, sottolineando il ruolo vitale del sostegno comunitario, della guarigione collettiva e del superamento dello stigma legato alla salute mentale. Sulla base di queste acquisizioni, la ricerca futura trarrebbe vantaggio da disegni longitudinali capaci di cogliere come i processi intergenerazionali si dispiegano nel tempo, da studi che includano intenzionalmente gruppi migranti forzati privi di documenti e sottorappresentati, e da ricerche di intervento di comunità che mettano alla prova percorsi di guarigione radicati nella cultura. Ponendo al centro le narrazioni delle persone migranti forzate, questa ricerca offre spunti fondamentali per elaborare interventi e sistemi di sostegno più in sintonia con le culture di riferimento, contribuendo in ultima analisi alla guarigione e al benessere delle popolazioni sfollate con la forza e della loro discendenza.

Complexe Systémique: punti chiave

Per la pratica sistemica, questa meta-sintesi sposta utilmente la domanda: meno «che cosa hanno trasmesso i genitori?» e più «come si è organizzata la famiglia attorno a ciò che non poteva essere detto?». Silenzi protettivi, rivelazioni parziali, clima emotivo, figlie e figli che diventano interpreti e garanti della disciplina, successo scolastico incaricato di riparare l’esilio: ritroviamo la parentificazione, le lealtà e i miti familiari, ma ricollocati nella storia collettiva e nelle condizioni del reinsediamento. Le piste proposte, aprire spazi di dialogo tra le generazioni e fare leva sulle risorse comunitarie, interpellano direttamente chi pratica la terapia familiare. La lettura invita tuttavia a una certa cautela: il corpus riunisce situazioni molto diverse (discendenza di persone sopravvissute all’Olocausto in Brasile, campi palestinesi, figure professionali che lavorano con famiglie cambogiane), si limita all’inglese e i numeri riportati differiscono tra l’abstract (776 studi) e i metodi (691). I temi restano più descrittivi che esplicativi. Da leggere insieme alla scoping review sul trauma intergenerazionale nelle famiglie rifugiate e allo studio sul senso di coerenza nella discendenza adulta dei boat people vietnamiti.

Note dell’originale

Dichiarazione di conflitto di interessi. Chi firma l’articolo ha dichiarato l’assenza di potenziali conflitti di interessi in relazione alla ricerca, alla paternità e/o alla pubblicazione di questo articolo.

Finanziamenti. Chi firma l’articolo non ha ricevuto alcun sostegno finanziario per la ricerca, la paternità e/o la pubblicazione di questo articolo.

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Traduzione non ufficiale in italiano di Exploring Intergenerational Trauma in Forced Migrant Populations: A Qualitative Meta-Synthesis, di Jaclyn Kirsch, Maryam Rafieifar, Hanna Haran, Ling Xu e Ana Marcial, Families in Society: The Journal of Contemporary Social Services, pubblicazione online anticipata (2026), doi: 10.1177/10443894261448360, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (traduzione, tabelle presentate sotto forma di elenchi). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione dell’articolo originale «Exploring Intergenerational Trauma in Forced Migrant Populations: A Qualitative Meta-Synthesis», pubblicato in Families in Society: The Journal of Contemporary Social Services (2026) con licenza CC BY 4.0. Traduzione non ufficiale in italiano realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo è stato tradotto in italiano e la presentazione è stata adattata alla lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Kirsch, J., Rafieifar, M., Haran, H., Xu, L., e Marcial, A. (2026). Exploring Intergenerational Trauma in Forced Migrant Populations: A Qualitative Meta-Synthesis. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/exploring-intergenerational-trauma-in-forced-migrant-populations (Opera originale pubblicata nel 2026 in Families in Society: The Journal of Contemporary Social Services, OnlineFirst (2026); ripubblicata nel 2026 da Families in Society, https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/10443894261448360)

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