Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Child Care in Practice · Tutela minori
Nel Galles settentrionale, genitori che sono passati per la tutela minori sostengono come volontari altri genitori seguiti dai servizi. Shane Powell e il suo gruppo di ricerca hanno intervistato genitori, persone mentor ed équipe: con una persona mentor al loro fianco, i genitori si sentono più ascoltati nelle riunioni, meglio informati sui propri diritti, meno soli. Restano aperte questioni di confini, formazione e finanziamento.
Traduzione non ufficiale in italiano di Evaluating “People Offering Parents Support” (POPS): A Qualitative Study of Peer Parental Advocacy in Welsh Child Welfare Services, di Shane Powell, Emilia Preter, Samantha Fitz-Symonds, Clive Diaz e Vicky Hansly, pubblicato in Child Care in Practice (Taylor & Francis) (2026), doi: 10.1080/13575279.2026.2648980, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le due tabelle sono presentate sotto forma di elenchi; le dichiarazioni di fine articolo sono raccolte nelle note. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Sa come mi sento perché sapeva come si sentiva lei.
Un genitore sostenuto da POPS, citato da Shane Powell et al.
Abstract
Questo studio qualitativo valuta il programma People Offering Parents Support (POPS), un’iniziativa di advocacy genitoriale tra pari all’interno dei servizi di tutela minori del Galles. Con l’obiettivo di rafforzare l’empowerment dei genitori alle prese con sistemi di tutela complessi, POPS recluta persone mentor con un’esperienza vissuta di difficoltà analoghe, che offrono orientamento e advocacy. Attraverso interviste semistrutturate con genitori, persone mentor e figure professionali, lo studio esamina l’impatto del programma sul coinvolgimento dei genitori, sull’orientamento all’interno del sistema e sul sostegno emotivo. I risultati mostrano che il mentoring tra pari accresce la fiducia, le conoscenze e la resilienza emotiva dei genitori, consentendo una partecipazione più efficace ai processi di tutela minori. Sono state tuttavia individuate difficoltà legate ai confini del ruolo, all’integrazione con le figure professionali e alla sostenibilità. Lo studio contribuisce al crescente corpus di ricerche sull’advocacy genitoriale tra pari e offre spunti sul potenziale di questi modelli per trasformare i servizi di tutela minori, favorendo per le famiglie contesti più inclusivi, più accoglienti e capaci di restituire potere.
Parole chiave: Advocacy genitoriale tra pari; tutela minori; coinvolgimento dei genitori; Galles; valutazione qualitativa
In tutto il Regno Unito i sistemi di tutela minori riconoscono sempre più l’importanza del coinvolgimento dei genitori; eppure la ricerca indica costantemente che molti genitori vivono le interazioni con questi sistemi come esautoranti, marginalizzanti e oppressive (Bekaert et al., 2021; Diaz, 2020). Il contesto dei procedimenti di tutela previsti dalla legge pone ai genitori sfide considerevoli, generando spesso uno stress notevole e limitando una partecipazione significativa ai processi decisionali (Appleton, 2016; Cossar et al., 2011; Corby et al., 1996). Queste esperienze creano spesso ostacoli a un coinvolgimento efficace e possono minare le relazioni collaborative essenziali per ottenere esiti positivi. In risposta a queste sfide, l’advocacy genitoriale tra pari (PPA, dall’inglese peer parental advocacy) si è affermata come un approccio promettente per affrontare problemi di lunga data relativi al coinvolgimento dei genitori nei sistemi di tutela minori. La PPA prevede che genitori con un’esperienza vissuta di questi sistemi offrano sostegno e advocacy per rafforzare altri genitori che si trovano attualmente in circostanze simili (Tobis et al., 2020). Nonostante il crescente interesse internazionale, le evidenze empiriche sull’attuazione e sull’impatto dei modelli di PPA nel contesto britannico restano limitate.
Rassegne recenti hanno cominciato a mappare il panorama internazionale dei modelli di sostegno tra pari per i genitori. Saar-Heiman et al. (2024), in un’ampia scoping review che copre 25 anni di letteratura empirica, hanno individuato 24 programmi di advocacy e sostegno tra pari per genitori legati alla tutela minori, mettendo in luce una notevole variabilità nei contesti dei programmi, nelle popolazioni destinatarie, negli obiettivi, nei ruoli delle figure di advocacy e nei quadri teorici di riferimento. Analogamente, Acri et al. (2023) hanno condotto una revisione sistematica dei modelli tra pari per le famiglie coinvolte nel sistema di tutela minori, rilevando che la maggior parte degli interventi era rivolta ai genitori biologici per facilitare il ricongiungimento e sostenere la famiglia, con esiti prevalentemente favorevoli, in particolare per l’adesione al trattamento e il ricongiungimento. Saeteurn et al. (2022) hanno inoltre dimostrato che i genitori che partecipavano a programmi di peer mentoring avevano maggiori probabilità di ricongiungersi con i figli rispetto a chi non vi partecipava. Nel complesso, queste rassegne sottolineano che, sebbene i programmi tra pari per genitori rappresentino un intervento promettente nella tutela minori, la base di evidenze è ancora agli inizi e pochi studi hanno adottato disegni di ricerca rigorosi.
È importante chiarire la terminologia utilizzata in questo campo, poiché i termini «advocacy tra pari», «mentoring tra pari» e «sostegno tra pari» sono spesso usati in modo intercambiabile, sia nella pratica sia nella letteratura, pur riflettendo ruoli e funzioni distinti, anche se in parte sovrapposti (Saar-Heiman et al., 2024). Powell et al. (2024), in una scoping review dei programmi di advocacy genitoriale che sostengono la partecipazione ai processi decisionali della tutela minori, hanno individuato quattro grandi modelli di advocacy: l’advocacy tra pari, svolta da genitori con esperienza vissuta; l’advocacy professionale, fornita da assistenti sociali o da servizi di advocacy indipendenti; l’advocacy legale, svolta da avvocate e avvocati; e i modelli ibridi, che combinano elementi delle categorie precedenti. All’interno di questa tipologia, il mentoring tra pari, così come viene offerto da programmi quali POPS, va inteso come una forma di advocacy tra pari, in cui l’esperienza vissuta della persona mentor nei sistemi di tutela minori costituisce la sua principale qualificazione e la base relazionale del sostegno che offre. La distinzione è significativa perché colloca il mentoring nel più ampio panorama dell’advocacy, riconoscendone al tempo stesso il particolare affidamento sul sapere esperienziale piuttosto che sulle credenziali professionali.
Un’ulteriore considerazione importante riguarda la collocazione strutturale dei servizi di advocacy rispetto ai sistemi istituzionali di tutela minori. L’advocacy per i genitori nella tutela minori può essere fornita attraverso diversi assetti organizzativi: in modo indipendente, tramite servizi strutturalmente separati dagli enti pubblici che prendono decisioni sulle famiglie, oppure in forme integrate, in cui le figure di advocacy operano all’interno dei sistemi istituzionali o al loro fianco (Saar-Heiman et al., 2024). Fitt et al. (2023), nella loro rassegna descrittiva dell’advocacy indipendente non legale nella tutela minori, hanno riscontrato evidenze crescenti dei benefici significativi che questo tipo di servizio offre alle famiglie, ai sistemi dei servizi e ai governi, pur trattandosi di un ambito ancora poco studiato. L’indipendenza del servizio di advocacy conta, perché chi svolge l’advocacy senza essere alle dipendenze dei servizi di tutela né doverne rispondere può trovarsi in una posizione migliore per rappresentare gli interessi dei genitori senza conflitti di obblighi. I modelli integrati possono tuttavia offrire vantaggi in termini di raccordo con i percorsi di servizio esistenti e con le relazioni professionali. Il programma POPS occupa a questo riguardo una posizione intermedia: pur operando in collaborazione con gli Integrated Family Support Teams ed essendo finanziato con fondi pubblici, le sue persone mentor sono volontarie della comunità, la cui lealtà principale va alle famiglie che sostengono e non al sistema istituzionale. Le persone partecipanti hanno indicato questa indipendenza percepita come un tratto particolarmente apprezzato del programma, come illustrato più avanti nei risultati.
Il programma People Offering Parents Support (POPS) rappresenta la prima integrazione formale del mentoring tra pari nei servizi istituzionali per l’infanzia del Galles. Avviato nel 2015, POPS recluta persone mentor volontarie con un’esperienza vissuta pertinente in relazione ai sistemi di tutela dei minori, all’uso problematico di sostanze e al contatto con la giustizia, e offre advocacy ai genitori inviati dagli Integrated Family Support Teams (IFST).
Berrick et al. (2011) propongono un’utile distinzione concettuale tra obiettivi prossimali e distali nei programmi di advocacy tra pari, che aiuta a inquadrare gli esiti attesi di POPS. Quanto agli obiettivi prossimali, il programma mira a ridurre l’isolamento sostenendo e alimentando la motivazione e la capacità delle persone di impegnarsi positivamente con i servizi di sostegno disponibili. Gli obiettivi distali comprendono il ricongiungimento familiare e la riduzione nel tempo degli allontanamenti di minori, contrastando lo stigma diffuso legato al coinvolgimento con la tutela minori.
La tempistica di questo studio è particolarmente significativa, poiché coincide con i recenti sviluppi delle politiche seguiti alla Independent Review of Children’s Social Care in Inghilterra (MacAlister, 2022), che raccomandava espressamente di ampliare i servizi di advocacy genitoriale. La revisione ha rilevato che l’advocacy indipendente fornisce spesso un «aiuto trasformativo», che consente alle famiglie di affrontare le difficoltà restando unite. Pur riguardando l’Inghilterra, queste conclusioni sono rilevanti per tutto il Regno Unito, compreso il Galles, dove opera POPS. Questo contesto politico crea un’occasione cruciale per sviluppare una base di evidenze sulle iniziative di advocacy genitoriale tra pari, in grado di orientare lo sviluppo futuro dei servizi.
Raccogliendo elementi sulle influenze percepite sui processi decisionali, sulle relazioni e sul coinvolgimento dei genitori, questo studio apporta evidenze empiriche tempestive a un campo in crescita. I risultati permettono di comprendere le esperienze delle persone partecipanti e i fattori di attuazione, così da orientare lo sviluppo continuo di POPS e di iniziative emergenti simili. Più in generale, questa ricerca rappresenta l’occasione per costruire una prima base di evidenze nel Regno Unito sulle iniziative di advocacy genitoriale tra pari e per dare più forza alla voce dei genitori nei servizi di tutela minori, contribuendo in ultima analisi ad approcci più attenti e capaci di restituire potere nel sostegno alle famiglie vulnerabili.
Lo studio è stato condotto nel Galles settentrionale, dove POPS opera in collaborazione con gli Integrated Family Support Teams (IFST) dei consigli di contea di Gwynedd e Ynys Môn (Anglesey). La regione deve affrontare problemi rilevanti legati all’uso di sostanze e alla salute mentale, aggravati da cicli generazionali di trauma e da una rete di servizi limitata (Gwynedd Council, 2018). Anche la lingua e l’identità culturale gallesi, peculiari della zona, influenzano i bisogni della popolazione e le modalità di rapporto con i servizi. In questo contesto, POPS recluta persone mentor volontarie con un’esperienza vissuta che comprende il contatto con i servizi per l’infanzia, i disturbi da uso di sostanze e l’emarginazione. Queste persone vengono abbinate a genitori inviati dagli IFST per problematiche di tutela quali la violenza domestica, le dipendenze e la trascuratezza legata alla povertà.
Lo studio ha adottato una metodologia qualitativa trasversale per esplorare le esperienze delle persone partecipanti al programma POPS. Come illustrato sopra, POPS offre advocacy genitoriale tra pari attraverso un modello di mentoring in cui persone mentor volontarie con esperienza vissuta forniscono orientamento, sostegno emotivo e rappresentanza a genitori seguiti dai servizi istituzionali di tutela minori. Sebbene il programma sia descritto operativamente come «mentoring tra pari», il sostegno fornito comprende funzioni di advocacy — tra cui accompagnare i genitori alle riunioni, aiutarli a comprendere i propri diritti e rappresentarne gli interessi presso le figure professionali — coerenti con la più ampia tipologia dell’advocacy tra pari individuata in letteratura (Powell et al., 2024; Saar-Heiman et al., 2024). L’approccio qualitativo è stato scelto come il più adatto a cogliere elementi sfumati e contestualizzati sul modo in cui il mentoring e l’advocacy tra pari influiscono sulle famiglie alle prese con sistemi di tutela complessi (Patton, 1990), consentendo di raccogliere dati esperienziali ricchi che riflettono molteplici prospettive sull’attuazione del programma e sui suoi effetti percepiti.
La ricerca è stata guidata da una domanda valutativa generale: «Relazioni sane, guidate dalla comunità, possono favorire esperienze positive per le famiglie vulnerabili?». Pur volutamente ampia per riflettere il carattere esplorativo della valutazione commissionata da cui è tratto questo articolo, l’analisi qui presentata si concentra specificamente su come l’advocacy genitoriale tra pari, attraverso il programma POPS, abbia sostenuto il coinvolgimento e la partecipazione dei genitori nei processi istituzionali di tutela minori. Ulteriori sottodomande esplorate:
Tabella
Questo approccio esplorativo ha permesso l’emergere di temi non previsti, pur mantenendo l’attenzione sugli ambiti chiave di interesse relativi all’attuazione e all’impatto.
L’approvazione etica è stata ottenuta tramite le procedure di etica della ricerca della School of Social Sciences della Cardiff University prima dell’avvio della raccolta dei dati (numero di approvazione 4058). Particolare attenzione è stata prestata alle possibili dinamiche di potere, soprattutto nelle interviste ai genitori seguiti dai servizi istituzionali, e alla tutela delle persone partecipanti vulnerabili, per garantire che la partecipazione alla ricerca non aggravasse lo stress già presente nelle famiglie coinvolte nei processi di tutela. Il carattere volontario della partecipazione è stato sottolineato durante tutto il reclutamento e la raccolta dei dati, spiegando chiaramente che la decisione di partecipare o meno non avrebbe influito sull’erogazione dei servizi. La riservatezza è stata garantita da un’accurata anonimizzazione dei dati e dalla conservazione sicura del materiale di ricerca, in conformità con la normativa sulla protezione dei dati.
Le persone partecipanti sono state selezionate con strategie di campionamento ragionato adatte a un’indagine qualitativa approfondita (Patton, 1990). Questo approccio prevede un reclutamento strategico basato su una valutazione soggettiva della pertinenza esperienziale, privilegiando i casi ricchi di informazioni rispetto alla rappresentatività statistica. I consigli di contea e gli IFST hanno collaborato al reclutamento come primi intermediari verso le famiglie e le persone mentor coinvolte in POPS che non si trovavano in situazioni di crisi in corso o di grave rischio per la sicurezza. Per contestualizzare il quadro di campionamento, POPS operava in due aree di enti locali, Gwynedd e Ynys Môn, con un piccolo gruppo di persone mentor volontarie attive. Al momento della raccolta dei dati, il programma disponeva di circa cinque persone mentor formate, tre delle quali hanno partecipato allo studio. Dato il modello del programma, su piccola scala, basato sul volontariato e operante in un contesto rurale, il numero di famiglie inviate e attivamente coinvolte in un dato momento era modesto e comprendeva in genere un numero limitato di abbinamenti simultanei tra genitore e persona mentor. I due genitori partecipanti sono stati individuati tra chi aveva ricevuto o stava ricevendo un sostegno di mentoring tra pari nel periodo di raccolta dei dati. Sebbene non siano disponibili dati precisi sugli invii per l’intero periodo di raccolta, la piccola scala del programma è un fattore di contesto importante. Ciò mette in evidenza sia il carattere rurale della regione sia i problemi di risorse discussi nei risultati.
Le persone mentor sono state reclutate nella comunità attraverso la rete di volontariato già esistente del programma. Tutte avevano un’esperienza personale di contatto con la tutela minori o con sistemi affini, tra cui i servizi per l’infanzia, l’uso di sostanze e la giustizia penale. Al loro ingresso nel programma hanno ricevuto una formazione iniziale, anche se, come indicano i risultati, tutte e tre le persone mentor partecipanti hanno espresso il desiderio di una formazione ulteriore e più specialistica, in particolare sulla tutela (safeguarding) e sulla gestione di situazioni complesse. La natura e la portata della formazione iniziale sono discusse come un risultato chiave di questa valutazione.
In totale sono state intervistate 11 persone:
Tabella
Questa dimensione del campione, pur non mirando alla saturazione tematica, ha offerto molteplici prospettive che comprendevano i principali soggetti coinvolti nel programma, illustrando una gamma di esperienze per questa prima valutazione esplorativa. Il numero di partecipanti ha consentito un’analisi significativa evitando al tempo stesso l’identificazione per deduzione, così da preservare l’anonimato.
Le interviste individuali sono state condotte tra gennaio 2023 e gennaio 2024. Tutte le persone partecipanti hanno ricevuto schede informative dettagliate che illustravano lo scopo della ricerca, il carattere volontario della partecipazione, benefici e rischi, e le garanzie etiche in materia di riservatezza. Prima di ogni intervista è stato raccolto il consenso informato firmato, e la disponibilità a partecipare è stata riconfermata nel corso dell’intero processo. Le tracce di intervista erano semistrutturate, il che garantiva coerenza sui temi centrali lasciando al contempo spazio per esplorare le esperienze individuali. Per ciascun gruppo sono state elaborate tracce diverse, così da coglierne le prospettive specifiche mantenendo l’allineamento sugli ambiti di interesse comuni, con temi quali le aspettative, gli effetti percepiti sulle famiglie, le opinioni sul programma e gli insegnamenti complessivi. Tutte le interviste sono state audioregistrate con il consenso delle persone partecipanti e successivamente trascritte in forma anonima.
Sulle interviste trascritte è stata condotta un’analisi tematica con il software NVivo20, per agevolare la gestione e la codifica dei dati. L’analisi ha seguito l’approccio in sei fasi dell’analisi tematica di Braun e Clarke (2006), scelto per il suo carattere sistematico ma flessibile nell’individuare schemi di significato nei dati qualitativi. Sulle trascrizioni è stata effettuata una codifica induttiva, individuando concetti, esperienze e prospettive ricorrenti nelle narrazioni; i codici sono stati applicati in modo coerente all’interno di ciascuna trascrizione e nell’intero campione, per facilitare il riconoscimento di motivi comuni nei dati. Questi codici preliminari sono stati poi raggruppati in temi potenziali, verificati quanto a coerenza interna e distinzione esterna. I temi sono stati affinati attraverso un processo iterativo di confronto dei dati codificati all’interno dei temi e tra temi diversi, giungendo all’elaborazione di un quadro tematico che coglieva le dimensioni chiave delle esperienze delle persone partecipanti.
I risultati di questa valutazione qualitativa mostrano esperienze sfaccettate del programma POPS nei diversi gruppi coinvolti. L’analisi delle interviste ha fatto emergere diverse aree tematiche chiave che chiariscono come funziona in pratica l’advocacy genitoriale tra pari, quali effetti le vengono attribuiti e quali difficoltà ne accompagnano l’attuazione. Questa sezione presenta i risultati organizzati secondo la prospettiva di ciascun gruppo — genitori, persone mentor e figure professionali — individuando al tempo stesso temi trasversali che rispondono alle domande di ricerca sull’influenza delle relazioni di mentoring tra pari sulle famiglie vulnerabili.
I genitori hanno descritto il loro ingresso nel programma POPS tramite invii da parte dei servizi sociali o degli Integrated Family Support Teams (IFST). I loro racconti hanno rivelato durate diverse del rapporto con le persone mentor, che riflettevano sia un sostegno continuativo sia, in alcuni casi, il passaggio da una persona mentor a un’altra.
È stata la mia operatrice del team indipendente… è lei che ha organizzato tutto… mi ha detto solo: «Credo che ti sarebbe molto utile». E mi ci ha indirizzato e da allora, davvero, è stato incredibile. (Genitore 1)
Entrambi i genitori cercavano fonti di sostegno affidabili, in cui le proprie difficoltà personali fossero affrontate insieme ai bisogni dei figli. La presenza di una figura di advocacy compassionevole e non giudicante offriva loro un senso di solidarietà e di comprensione diverso da quello vissuto con i servizi istituzionali.
Un tema dominante nei racconti dei genitori è stato l’impatto trasformativo di avere una figura di advocacy presente nelle interazioni difficili con le figure professionali. I genitori hanno raccontato di sentirsi ignorati, interrotti o messi in ombra nelle riunioni quando non erano accompagnati dalla persona mentor. La presenza della persona mentor cambiava questa dinamica, garantendo che la voce dei genitori fosse riconosciuta e rispettata. Il Genitore 1 ha riferito che «mi ascoltano di più quando c’è lei», il che suggerisce che la presenza della figura di advocacy avesse un effetto legittimante, aumentando la disponibilità delle figure professionali ad ascoltare.
Il Genitore 2 ha riferito di aver ricevuto una rappresentanza preziosa durante le riunioni scolastiche, osservando che la sua mentor «mi ha davvero difeso», a sottolineare come il ruolo di advocacy si estendesse oltre la tutela minori fino al contesto scolastico, riflettendo le difficoltà interconnesse che i genitori affrontano.
La collocazione non istituzionale delle persone mentor era particolarmente apprezzata dai genitori, che distinguevano questa relazione da altri interventi professionali: «Perché lei non è… non è dei servizi sociali, non è di nessuno, è lì solo per te e per i bambini» (Genitore 1).
Questa percezione di indipendenza favoriva fiducia e apertura, creando uno spazio in cui i genitori potevano esprimere la propria frustrazione e chiedere orientamento senza temere giudizi o conseguenze.
I genitori hanno individuato molteplici dimensioni dell’empowerment favorito dalle persone mentor. Il Genitore 1 ha sottolineato come la sua mentor avesse rafforzato la sua capacità di difendersi da sé e di comprendere i sistemi in cui si muoveva: «Mi fa sempre notare delle cose e mi dice: “No, guarda, qui ci sono delle ricerche su queste cose, e ricordati dei tuoi diritti”».
Il sostegno emotivo ricevuto era altrettanto importante; il Genitore 1 ha osservato: «Mi ha aiutato tantissimo a mantenere la calma», descrivendo la relazione come «fantastica».
Entrambi i genitori apprezzavano l’esperienza vissuta delle loro mentor come fondamento di una comprensione autentica: un sapere esperienziale condiviso che creava un legame unico, che i genitori distinguevano dal sostegno professionale, per quanto empatico. Sapere che la propria mentor aveva superato difficoltà simili dava speranza e riduceva l’isolamento.
Perché credo che questa… questa sia la cosa più importante, sai, tipo il sostegno tra pari che ho adesso, ok, non abbiamo lo stesso passato, ma lei è passata dal tribunale, sai… i suoi figli sono finiti in affido, la mia bambina è finita in affido, ma lei conosce la strada che ho fatto io. Sa come mi sento perché sapeva come si sentiva lei. (Genitore 2)
Le persone mentor hanno descritto motivazioni profondamente personali per diventare figure di advocacy, radicate nelle proprie esperienze con i sistemi e nel desiderio di offrire il sostegno di cui un tempo avevano avuto bisogno. PM 1 lo ha detto in modo semplice: «Perché le mie esperienze di vita possono aiutare altre persone… Ed è bello restituire qualcosa». PM 3 ha spiegato in modo analogo: «Perché anch’io avevo vissuto più o meno le stesse cose… Penso che le famiglie riescano a identificarsi con me».
Queste motivazioni riflettono il desiderio di trasformare storie personali difficili in risorse per altre persone, dando senso a esperienze dure. Le persone mentor concepivano il proprio ruolo come sfaccettato: sostegno emotivo, aiuto pratico e orientamento nel sistema. I loro racconti hanno rivelato l’impegno a inserirsi nella vita dei genitori e a offrire un sostegno informale e globale, adattato ai singoli percorsi, invece di seguire tracciati od obiettivi predefiniti.
Le persone mentor hanno descritto come gestivano questioni di confine difficili, mantenendo al tempo stesso relazioni professionali sia con le famiglie sia con i servizi istituzionali. PM 1 ha ripensato all’aver assistito a dinamiche familiari difficili e alla gestione delle proprie reazioni emotive: «Ho visto maltrattamenti tra figlia e mamma… E la mamma ci rideva sopra e io l’ho trovato piuttosto difficile». Questa persona ha anche riconosciuto i propri limiti: «E poi avevo anch’io i miei problemi, così ho dovuto fare un passo indietro e dire che non ce la facevo». Queste riflessioni mettono in luce il complesso terreno emotivo in cui si muovono le persone mentor e l’importanza della consapevolezza delle proprie capacità.
Le persone mentor hanno riferito esperienze alterne con il servizio sociale professionale, a riprova di come il loro ruolo fosse compreso e valorizzato in modo diverso all’interno del sistema più ampio. PM 1 ha riferito interazioni positive: «Non ho mai avuto problemi con nessuna delle persone del servizio sociale… Le ho trovate tutte davvero gentili ed è facile andarci d’accordo». PM 2 ha invece vissuto un’ambiguità di ruolo che ha creato tensioni: «Di nuovo l’episodio dei servizi sociali, quando hanno preteso che riferissi a loro, quello non era in realtà… be’, non credo che riferire a loro facesse parte del mio ruolo».
PM 3 ha offerto una valutazione sfumata delle dinamiche professionali, sottolineando una notevole variabilità negli approcci delle e degli assistenti sociali: «Vedo che alcune persone puniscono i genitori invece di aiutarli… Sì, è… credo che dipenda da quale assistente sociale ti capita». Questa incoerenza percepita nella pratica professionale creava difficoltà alle persone mentor, che cercavano di mantenere relazioni di fiducia con le famiglie collaborando al tempo stesso in modo efficace con i servizi istituzionali.
Tutte e tre le persone mentor hanno indicato la necessità di una formazione più completa e di un’infrastruttura organizzativa che sostenesse efficacemente il loro ruolo. PM 1 ha espresso il desiderio di «più formazione su cosa fare nelle situazioni difficili» e di «più formazione sulla tutela», il che suggerisce che la preparazione ricevuta lasciasse lacune nella gestione di scenari complessi. PM 3 ha detto analogamente: «Vorrei un po’ più di formazione, sì», pur apprezzando le sfide insite nel ruolo: «Oh, le sfide, sì, le sfide mi piacciono».
Le persone mentor hanno inoltre segnalato la necessità di migliorare la comunicazione e le occasioni di confronto in rete con i pari, nonché di disporre di documentazione e procedure più chiare, a indicare il desiderio di approcci più strutturati per registrare e convalidare il proprio lavoro.
Queste prospettive suggeriscono che, pur apprezzando la flessibilità e la dimensione relazionale del proprio ruolo, le persone mentor cercavano anche quadri più solidi per muoversi meglio nelle situazioni complesse, e rivelano una tensione tra il preservare la natura autentica e non burocratica del sostegno tra pari e il disporre di struttura e risorse sufficienti per operare con sicurezza.
Le figure professionali hanno espresso concezioni diverse del ruolo della persona mentor, rivelando sia apprezzamento per il suo contributo specifico sia una certa ambiguità concettuale. La persona responsabile del progetto ha sottolineato la natura reattiva del ruolo, guidata dai genitori: «Qualunque cosa i genitori pensino di cui abbiano bisogno», evidenziandone l’orientamento di fondo verso le priorità definite dai genitori stessi piuttosto che verso obiettivi imposti dall’esterno.
La persona responsabile del servizio ha espresso una chiara comprensione dell’importanza del ruolo di advocacy nel guidare i genitori attraverso sistemi complessi:
Be’, ho sempre pensato che sia importante che i genitori abbiano qualcuno che li difenda. È un mondo molto complesso quando i genitori entrano in contatto con i servizi sociali… Quindi avere qualcuno che li guidi in quel percorso è piuttosto importante.
Ho dovuto adattare il mio linguaggio, esprimermi con precisione e porre quelle domande: questo è mentoring tra pari o è advocacy genitoriale?… Immagino che potrebbero anche svolgere un ruolo di advocacy, ma credo che l’advocacy sia un ruolo piuttosto specifico, che richiede una formazione, no?
Professionista 5 vedeva le persone mentor come concentrate specificamente sui bisogni dei genitori, a differenza dei ruoli professionali centrati sui minori: «Erano lì per i… genitori… a difenderli, davvero».
Queste interpretazioni diverse suggeriscono che, pur apprezzando il contributo specifico delle persone mentor, le figure professionali non avevano ancora raggiunto una chiarezza operativa sui confini del ruolo e sui rapporti con gli altri servizi.
Le figure professionali hanno individuato molteplici benefici del mentoring tra pari, in particolare nel rafforzare il coinvolgimento dei genitori, la loro fiducia e la capacità di orientarsi nel sistema.
Per la mia mamma, se un anno fa le avessi detto che sarebbe venuta negli uffici del consiglio a parlare con la direzione dei servizi sociali e con i membri del consiglio di Anglesey, sarebbe scappata e non mi avrebbe parlato per settimane. Quindi vederla davvero lavorare con una persona mentor per sei, sette settimane e riuscire a venire negli uffici, fierissima del servizio che ha ricevuto… la fiducia che quella persona mentor le ha dato è… non credo che se ne andrà mai più. (Professionista 2)
Professionista 1 ha sottolineato il valore specifico dell’atteggiamento non giudicante delle persone mentor:
Vedo che svolgono un ruolo davvero prezioso per genitori che magari hanno bisogno di qualcuno più o meno della stessa età, che vogliono qualcuno magari imparziale, che non sia della propria famiglia né delle proprie amicizie, che non sia la figura professionale che magari scriverà una relazione su tutto.
Le persone… magari hanno una voce, ma magari sembrano arrabbiate, e la gente non tiene conto che è quell’istinto animale: mi stai portando via la mia creatura. Ti urlo contro e ti insulto perché non riesco a esprimere quello che mi succede dentro.
Professionista 1 ha osservato analogamente che l’advocacy «dà potere al genitore, così che il genitore senta senz’altro di avere più potere e più controllo», suggerendo che le persone mentor favorissero non una partecipazione di facciata, ma un empowerment reale.
Le figure professionali hanno individuato diverse difficoltà che incidevano sull’attuazione del programma, tra cui problemi di personale e vincoli operativi aggravati dalla pandemia di COVID-19 e dalla scarsità di risorse. I fattori geografici creavano ulteriori ostacoli, in particolare nel Galles settentrionale rurale:
Online non si possono costruire le stesse relazioni che di persona… Ho partecipato a riunioni che hanno fatto nel Galles del Nord, vado nel Galles del Nord per le riunioni, ma ho ancora la riu… vado ancora in una stanza a parte, per conto mio, e faccio la riunione su Teams… si tratta davvero di costruire quelle relazioni. (Responsabile del progetto)
Mi chiedo che cosa usino come criterio per stabilire quando una cosa è preoccupante e quando non lo è… Non credo che, come figure professionali, capissimo abbastanza quali criteri la persona mentor potesse usare per valutare il rischio, o che cosa andasse bene e che cosa no.
Professionista 3 ha sottolineato le difficoltà nel reclutare persone mentor adeguate:
Credo che… trovare più persone mentor, credo che sia questa la cosa adesso, davvero… non vuoi ritrovarti… averne troppe e semplicemente… reclutare un sacco di gente che magari non è adatta… ci vuole un processo di selezione davvero… rigoroso.
Queste prospettive professionali hanno messo in evidenza i vincoli operativi che limitavano la portata e la sostenibilità del programma, pur riconoscendone il valore. Indicavano la necessità di un’infrastruttura più solida, di protocolli più chiari e di approcci strategici per reclutare e trattenere persone mentor con esperienza vissuta e competenze adeguate.
Un tema ricorrente in tutti i gruppi è stato il potenziale dell’advocacy tra pari di modificare i tradizionali squilibri di potere tra genitori vulnerabili e sistemi professionali. Le esperienze dei genitori, che quando non erano accompagnati si sentivano scavalcati nella conversazione o ignorati, contrastavano nettamente con il sentirsi «ascoltati di più» quando avevano il sostegno delle persone mentor. La persona responsabile del progetto ha descritto come le riunioni di tutela lascino i genitori «davvero spaventati» e «giudicati» quando affrontano il processo da soli, mentre le figure di advocacy li aiutano a «sentirsi sicuri di sé» e offrono un «legame che ti fa sentire più al sicuro».
La persona responsabile del servizio ha riconosciuto che figure di advocacy formate «possono… incidere sulle dinamiche di potere tra genitori e figure professionali», nonostante le possibili difficoltà di attuazione. Questi spostamenti di potere si manifestavano nel fatto che i genitori acquisivano la sicurezza necessaria per esprimere opinioni, porre domande e contribuire in modo significativo alle decisioni che riguardavano le loro famiglie.
Tutti i gruppi di partecipanti hanno sottolineato il contributo specifico dell’esperienza condivisa nel creare legami e comprensione autentici. Il Genitore 2 apprezzava in particolare che la sua mentor avesse percorso una strada simile tra tribunale e allontanamento dei figli: «Sa come mi sento perché sapeva come si sentiva lei».
Questo sapere esperienziale permetteva alle persone mentor di offrire un’empatia e una comprensione che le figure professionali — qualunque fosse la loro formazione o intenzione — non potevano offrire dalla stessa prospettiva. «Non credo che debbano essere figure professionali qualificate, tipo assistenti sociali, terapeute e terapeuti o personale infermieristico. Credo che sia bene che le famiglie sappiano che sono proprio come loro» (Professionista 4).
Ciò suggerisce che preservare la specificità dei ruoli tra pari — anziché professionalizzarli per renderli simili ai servizi esistenti — ne tutela le qualità più apprezzate.
La tensione tra il mantenere relazioni autentiche tra pari e l’operare efficacemente all’interno dei sistemi formali è emersa come una difficoltà rilevante nei racconti dei diversi gruppi. Le persone mentor hanno descritto come gestivano una doppia lealtà: mantenere relazioni di fiducia con le famiglie e al tempo stesso collaborare in modo appropriato con le figure professionali. Anche queste ultime hanno individuato complessità legate ai confini, chiedendosi dove tracciare la linea tra un mentoring di sostegno e l’amicizia. Professionista 1 si chiedeva: «Dov’è il confine tra una figura professionale di accompagnamento e lo stringere amicizia e rendersi complici di qualsiasi cosa… Ci sono linee guida chiare sul non mantenere amicizie dopo, oppure no?».
Il termine «complici» (colluding) usato da questa figura professionale suggerisce il timore di una possibile iperidentificazione con i genitori, mentre i racconti dei genitori sottolineavano il valore di un sostegno non giudicante. Questa tensione riflette dibattiti più ampi sulla questione se formalizzare i ruoli tra pari all’interno delle gerarchie professionali ne rafforzi o ne indebolisca i valori fondamentali.
Anche l’integrazione con i sistemi esistenti presentava difficoltà: «È difficile perché è un po’ come se fluttuasse. Non c’è una base, non hanno un ufficio, quindi in realtà non vediamo le persone» (Professionista 4).
Diverse figure professionali hanno proposto di migliorare l’integrazione nel sistema includendo in modo più costante le persone mentor nella formazione, nelle riunioni d’équipe e nelle strutture di supervisione periodica. La persona responsabile del servizio rifletteva:
Ma le consideriamo parte dell’équipe? Forse no. Forse dovremmo avere legami più stretti con loro, in effetti, e includerle di più nella nostra formazione, magari nelle riunioni d’équipe, nelle giornate fuori sede, quel genere di cose, sai?
Nei diversi racconti è emersa una tensione tra il valore di un sostegno reattivo e individualizzato e la necessità di un’erogazione coerente del servizio. I genitori apprezzavano la capacità delle persone mentor di adattarsi ai loro bisogni specifici; il Genitore 2 apprezzava il modo in cui il sostegno si era evoluto con lo sviluppo della relazione. Le persone mentor sottolineavano allo stesso modo l’adattamento alle priorità mutevoli dei genitori. Questa flessibilità contribuiva però a una certa disomogeneità nell’esperienza del servizio, e il Genitore 2 notava differenze significative da una persona mentor all’altra: «Con la persona che ho adesso, molto positivo. Meno con quella di prima».
Le figure professionali riconoscevano la difficoltà di mantenere la qualità lasciando spazio alla flessibilità. Professionista 3 ha descritto come si evolvevano in genere le relazioni di mentoring: «Quello che osservi è che all’inizio è più una cosa pratica e poi, quando la… relazione si costruisce, magari diventa un po’ più… non intima, ma… c’è un po’ più di sostegno emotivo».
Questo sviluppo organico delle relazioni di mentoring era apprezzato, ma rendeva difficile definire parametri di servizio coerenti e garantire un sostegno equo nei diversi abbinamenti tra genitore e persona mentor.
Tutti i gruppi hanno individuato opportunità per rafforzare la formazione delle persone mentor e le strutture di sostegno. Il Genitore 1 ha riconosciuto il valore di conoscenze specialistiche — «Sì, allora andrebbe tutto a posto, no?» — alla domanda su una formazione aggiuntiva per le persone mentor. Il Genitore 2 ha espresso il delicato equilibrio necessario:
Che abbiano una formazione, ma poi, sai, non vuoi che… siccome hanno la formazione, ti sembra che siano superiori a te, quel genere di cosa, mentre adesso sai che… sai che hai fatto la mia strada, sai dove sto andando, sei stata nei miei panni.
Le persone mentor hanno espresso costantemente il desiderio di una formazione aggiuntiva in ambiti specifici, in particolare nella gestione delle situazioni difficili; PM 1 ha chiesto espressamente «più formazione su cosa fare nelle situazioni difficili» e «più formazione sulla tutela».
Le figure professionali hanno offerto prospettive diverse sui bisogni formativi: alcune sostenevano la necessità di qualifiche formali per le persone mentor, mentre altre insistevano sul mantenere la distinzione tra sapere esperienziale e qualifiche professionali. Queste opinioni divergenti riflettono questioni più ampie sulla professionalizzazione rispetto alla salvaguardia di un’identità autentica di pari, e suggeriscono la necessità di approcci formativi che rafforzino le competenze preservando le qualità distintive dell’esperienza vissuta.
Partecipanti di tutti i gruppi hanno individuato limiti di risorse che incidevano sulla sostenibilità del programma; la persona responsabile del servizio ha segnalato in particolare problemi di personale aggravati dalla pandemia e dalla crisi del costo della vita. Le persone mentor hanno descritto un’infrastruttura organizzativa limitata a sostegno del loro ruolo, e PM 1 ha chiesto riunioni più regolari e sistemi di documentazione migliori.
I genitori hanno osservato una disponibilità e una continuità variabili delle persone mentor, vivendo talvolta passaggi da una persona mentor all’altra che interrompevano relazioni di sostegno. Le prospettive professionali insistevano sulla necessità di risorse dedicate al coordinamento:
Credo che potremmo sicuramente migliorarlo per le persone mentor avendo quell’unica persona che sanno essere un po’ il loro punto di riferimento ad Anglesey, che possono contattare, con cui possono incontrarsi regolarmente, a cui possono rivolgersi con qualsiasi preoccupazione o domanda, soprattutto se sono nuove e hanno appena cominciato a sostenere una famiglia. (Professionista 4)
Queste riflessioni mettono in luce le difficoltà nel sostenere un supporto tra pari basato sul volontariato e la necessità di quadri organizzativi strutturati e di risorse per sostenere efficacemente le persone mentor.
Le persone partecipanti hanno individuato opportunità per estendere l’influenza del programma attraverso una maggiore visibilità, una copertura geografica più ampia e un sostegno specialistico per popolazioni specifiche. Professionista 2 ha espresso il desiderio di sviluppare un sostegno tra pari mirato per i care leaver, giovani che escono dal sistema di accoglienza. Il Genitore 1 ha suggerito di aumentare la visibilità del programma, segno di una conoscenza limitata del servizio tra chi potrebbe beneficiarne.
La persona responsabile del progetto ha descritto gli ostacoli alla costruzione di relazioni in aree geograficamente disperse come il Galles settentrionale: «Credo… non credo che potessero fare niente di diverso, credo che potrebbero essere… avere più… magari… una rete di sostegno nel Galles del Nord, e per me l’ostacolo più grande è la distanza, davvero».
Questi suggerimenti mettono in luce il potenziale per ampliare la portata del programma mantenendone i valori fondamentali di empowerment attraverso l’esperienza condivisa e il sostegno relazionale.
Le persone partecipanti hanno espresso prospettive contrastanti sull’influenza dell’advocacy tra pari sui processi decisionali formali dei sistemi di tutela minori. Mentre genitori e persone mentor descrivevano una voce più forte e una maggiore sicurezza nelle riunioni, Professionista 4 ha rilevato limiti nella possibilità di incidere su esiti già decisi:
So di una famiglia a cui avevano allontanato i figli, che vivevano con altri parenti, e so che la loro persona mentor ha scritto una specie di lettera o un’e-mail all’assistente sociale per lottare per la mamma, per difenderla… Ma so che quella lettera non avrà cambiato niente, perché avevano già deciso: i bambini se ne vanno comunque.
Ciononostante, l’insieme delle testimonianze dei diversi gruppi indica che l’advocacy tra pari può modificare il modo in cui si arriva alle decisioni, anche quando non ne altera l’esito finale. Una migliore comprensione da parte dei genitori, una migliore regolazione emotiva e una migliore capacità di esprimere il proprio punto di vista contribuiscono a processi più informati e inclusivi, con un possibile miglioramento nel tempo sia della giustizia procedurale sia della qualità delle decisioni.
Nell’interpretare i risultati occorre considerare diversi limiti metodologici. La ridotta dimensione del campione, pur adeguata a uno studio qualitativo esplorativo, limita la generalizzabilità al di là dello specifico contesto del programma. Inoltre, il disegno trasversale coglie le prospettive in un unico momento, senza poter seguire i cambiamenti in modo longitudinale, il che limita la comprensione di come le relazioni di mentoring tra pari e i loro effetti evolvano nel tempo. Il processo di reclutamento, basato su intermediari interni al programma, introduce un possibile bias di selezione, poiché genitori e persone mentor con esperienze più positive potrebbero essere stati più disponibili a partecipare o più facilmente segnalati dal personale del programma. L’attenzione dello studio a un contesto geografico e culturale specifico — il Galles settentrionale rurale, con la sua lingua e la sua identità culturale gallesi — può limitare la trasferibilità ad altri contesti con caratteristiche demografiche, strutture dei servizi e fattori culturali diversi. Le difficoltà di attuazione legate alla ruralità e alla distanza possono essere meno rilevanti nei contesti urbani, mentre concezioni culturali diverse della famiglia, della comunità e dell’intervento professionale possono influire sul modo in cui l’advocacy tra pari viene vissuta e valorizzata.
Questo studio offre spunti significativi sull’attuazione e sull’impatto dell’advocacy genitoriale tra pari nel programma POPS del Galles settentrionale, fornendo una comprensione preziosa sia del suo potenziale sia delle sue difficoltà. I risultati delineano un quadro complesso di come il sostegno relazionale possa influire sulle esperienze che le famiglie fanno dei sistemi di tutela minori, con implicazioni per le politiche, la pratica e la ricerca futura.
Le esperienze documentate in questo studio concordano con i quadri teorici sul sostegno tra pari e sulle sue applicazioni nei contesti istituzionali, e li ampliano. In linea con i risultati di Davidson et al. (2006) nell’ambito della salute mentale, il programma POPS mostra come l’esperienza condivisa generi qualità relazionali distintive che facilitano fiducia, comprensione e speranza. I racconti delle persone partecipanti riflettono la concettualizzazione di Beresford (2013) del sapere esperienziale come forma unica di competenza che integra il sapere professionale anziché replicarlo. Il potenziale trasformativo di questo sapere emerge in particolare nel modo in cui le persone mentor traducono requisiti complessi del sistema in un linguaggio accessibile, convalidando al tempo stesso le reazioni emotive: una funzione di ponte individuata da Lalayants (2017) in contesti di advocacy simili. La relazione di advocacy tra pari ha creato spazi in cui le dinamiche abituali potevano essere messe in discussione, a sostegno della tesi di Morris et al. (2018) secondo cui una partecipazione significativa richiede attenzione sia all’inclusione procedurale sia all’influenza sostanziale.
Un tema centrale emerso da questa valutazione riguarda il potenziale dell’advocacy tra pari di modificare le dinamiche di potere nelle interazioni di tutela minori. Le esperienze dei genitori, che si sentivano scavalcati nella conversazione o ignorati nei contesti professionali, riflettono gli squilibri di potere che Diaz (2020) considera endemici nei sistemi di tutela minori. Il fatto che i genitori si sentissero «ascoltati di più» quando erano accompagnati da una persona mentor suggerisce che l’advocacy abbia favorito ciò che Arnstein (1969) descriverebbe come il passaggio da una consultazione di facciata a un partenariato più autentico. I risultati rivelano tuttavia anche limiti nell’influenza sostanziale sugli esiti, in particolare nei casi in cui le decisioni sul collocamento dei minori erano di fatto già prese. Ciò rimanda alla distinzione di Dickens et al. (2015) tra partecipazione procedurale (essere presenti e ascoltati) e partecipazione sostanziale (influire in modo significativo sulle decisioni). Se POPS ha chiaramente rafforzato la partecipazione procedurale, il suo impatto sulle decisioni sostanziali è apparso più variabile e dipendente dalla ricettività complessiva del sistema. Tuttavia, come sostiene Thoburn (2010), i genitori possono dare valore al fatto di essere ascoltati e rispettati anche quando non sono d’accordo con le decisioni finali.
I risultati mettono in evidenza una notevole ambiguità nella concettualizzazione e nei confini dei ruoli di advocacy tra pari. Mentre Tobis et al. (2020) distinguono tra advocacy sul caso, advocacy di programma e advocacy sulle politiche, le persone partecipanti hanno descritto ruoli fluidi ed evolutivi che combinavano elementi di sostegno pratico, compagnia emotiva e rappresentanza formale. Questa fluidità generava sia punti di forza — consentendo un sostegno reattivo e individualizzato — sia difficoltà — creando confusione su aspettative e responsabilità. La tensione tra il mantenere relazioni autentiche tra pari e l’operare efficacemente all’interno dei sistemi professionali è emersa come una rilevante difficoltà di attuazione. Le preoccupazioni delle figure professionali riguardo alla «collusione» e al mantenimento dei confini riflettono dibattiti più ampi sulla questione se formalizzare i ruoli tra pari all’interno delle strutture dei servizi ne rafforzi l’efficacia o ne indebolisca le qualità distintive (Stratford et al., 2017). Le esperienze delle persone mentor alle prese con una doppia lealtà — verso le famiglie e verso il sistema di tutela minori nel suo complesso — illustrano quella che Scott et al. (2018) descrivono come la posizione «di frontiera» di chi lavora come pari. Servono quadri operativi più chiari per sostenere questi ruoli complessi preservandone le qualità relazionali autentiche, in linea con le argomentazioni di Moran et al. (2017).
I risultati vanno compresi all’interno del più ampio contesto sistemico dei servizi di tutela minori. Il programma POPS ha operato in contesti con risorse limitate, caratterizzati da quella che Featherstone et al. (2018) descrivono come una domanda crescente a fronte di una capacità in diminuzione. La pandemia e la successiva crisi del costo della vita, menzionate dalle persone partecipanti, hanno ulteriormente aggravato queste pressioni. In questo contesto, i risultati ottenuti dal programma nel migliorare le esperienze dei genitori sono particolarmente notevoli. Il programma mostra inoltre il potenziale di quella che Needham e Carr (2009) definiscono coproduzione trasformativa, in cui la partecipazione attiva delle persone che usano i servizi contribuisce a cambiarne il funzionamento. L’esempio di una madre che, dopo il sostegno tra pari, si confronta con sicurezza con dirigenti di alto livello illustra come l’empowerment individuale possa contribuire nel tempo all’apprendimento organizzativo e al cambiamento culturale.
I risultati della valutazione sostengono l’appello di MacAlister (2022) ad ampliare i servizi di advocacy nella tutela minori, mostrando il potenziale degli approcci tra pari nel rafforzare il coinvolgimento e il benessere dei genitori. Mettono però in evidenza anche la necessità di modelli di finanziamento sostenibili e di infrastrutture organizzative in grado di sostenere efficacemente questi servizi. In secondo luogo, i risultati sottolineano l’importanza di definizioni chiare dei ruoli e dei confini, mantenendo al tempo stesso la flessibilità necessaria per rispondere ai bisogni individuali. Come sostengono Diaz et al. (2023) nella loro valutazione di iniziative di advocacy tra pari, formalizzare senza burocratizzare rappresenta un equilibrio delicato ma essenziale per un’attuazione efficace. In terzo luogo, il presente studio rivela la necessità di approcci integrati alla formazione e al sostegno delle figure di advocacy tra pari, che rafforzino le competenze in ambiti specifici come la tutela, rispettando al tempo stesso l’apprezzamento dei genitori per la loro identità non professionalizzata. Infine, i risultati indicano che l’advocacy tra pari è più efficace quando è inserita in culture organizzative favorevoli, che valorizzano il sapere esperienziale e riconoscono la legittimità delle prospettive dei genitori, come sostenuto anche da Forrester et al. (2019).
Per quanto riguarda la pratica futura, sarebbe raccomandabile sviluppare standard nazionali e quadri formativi per chi svolge advocacy genitoriale tra pari, in particolare standard che definiscano competenze di base preservando il valore unico del sapere esperienziale, idealmente coprodotti con genitori e figure di advocacy tra pari per garantirne pertinenza e autenticità. Sarebbe inoltre utile indagare i fattori organizzativi che facilitano od ostacolano un’integrazione efficace dell’advocacy tra pari nei servizi istituzionali. Ciò dovrebbe includere l’esame di come le culture professionali, gli stili di leadership e gli assetti strutturali influenzino il successo dell’attuazione.
Questa valutazione mette in luce diversi ambiti che meritano ulteriori ricerche. Studi longitudinali che seguano gli esiti delle famiglie che ricevono advocacy tra pari fornirebbero indicazioni preziose sugli effetti duraturi nel tempo, esaminando sia gli esiti prossimali (coinvolgimento, conoscenze, benessere emotivo) sia quelli distali (mantenimento del nucleo familiare, benessere dei minori). Studi comparativi che esaminino diversi modelli di attuazione del sostegno tra pari potrebbero chiarire quali approcci operativi sostengano più efficacemente sia i genitori sia le persone mentor. Inoltre, ricerche sui percorsi e sullo sviluppo professionale delle stesse figure di advocacy tra pari permetterebbero di capire meglio come sostenere questi ruoli in modo duraturo. Approfondire il modo in cui l’advocacy tra pari influisce sui processi decisionali formali risponderebbe a una questione chiave sollevata da questa valutazione. Sebbene i risultati suggeriscano una maggiore partecipazione dei genitori alle riunioni, restano aperti interrogativi sull’influenza sostanziale sugli esiti, in particolare nelle decisioni ad alta posta in gioco relative al collocamento dei minori. Infine, ricerche su come adattare l’advocacy tra pari a popolazioni o contesti specifici si baserebbero sugli spunti di questo studio. I genitori che affrontano difficoltà particolari — come la violenza domestica, la disabilità o barriere culturali e linguistiche — potrebbero trarre beneficio da approcci di advocacy su misura, che rispondano ai loro bisogni specifici mantenendo i principi fondamentali del sostegno tra pari.
Questa valutazione del programma POPS offre spunti importanti sull’attuazione e sull’impatto dell’advocacy genitoriale tra pari nei servizi di tutela minori del Galles. I risultati mostrano il potenziale di rafforzare le famiglie che necessitano di advocacy e accompagnamento aggiuntivi, valorizzando efficacemente l’esperienza condivisa per promuovere capacità di agire personale, orientamento nel sistema, gestione emotiva ed empowerment attraverso la conoscenza. L’impatto del programma si è dispiegato su più dimensioni: individuale (i genitori hanno riferito un minore isolamento e una maggiore fiducia e conoscenza dei propri diritti), interazionale (la presenza delle persone mentor modificava le dinamiche delle riunioni con le figure professionali, permettendo ai genitori di far sentire meglio la propria voce) e sistemica (primi segnali che l’advocacy tra pari potrebbe contribuire a cambiamenti di atteggiamento tra le figure professionali). Il programma ha mostrato come relazioni guidate dalla comunità possano creare spazi di dignità e rispetto all’interno di sistemi che i genitori vivono spesso come disumanizzanti e sprezzanti. Tuttavia, un finanziamento occasionale e discontinuo ha creato instabilità in questo programma basato sul volontariato, mettendo in evidenza la necessità di modelli di finanziamento sostenibili per realizzarne appieno il potenziale. Pur restando difficoltà di attuazione, i risultati della valutazione mostrano il notevole potenziale dell’advocacy tra pari nel migliorare le esperienze dei genitori e nel contribuire a una pratica più inclusiva. Realizzare questo potenziale richiede un impegno costante a dare spazio alle voci marginalizzate a tutti i livelli delle politiche e della pratica, trasformando non solo le esperienze individuali, ma anche i sistemi più ampi all’interno dei quali le famiglie vengono sostenute.
Complexe Systémique: i punti chiave
Da un punto di vista sistemico, l’interesse di POPS sta nella posizione della persona mentor: né famiglia né servizio, entra nel sistema di tutela come figura terza che cambia il modo in cui circola la parola. I genitori dicono di essere meno scavalcati nella conversazione, di capire meglio le regole del gioco e che la loro rabbia («quell’istinto animale: mi stai portando via la mia creatura») può essere tradotta anziché sanzionata. Il sapere esperienziale funziona qui da ponte, nel senso in cui lo intendono gli approcci che valorizzano le competenze delle famiglie. Ma l’articolo mostra anche le tensioni: la doppia lealtà della persona mentor, i timori di «collusione» da parte del personale, le decisioni già prese che l’advocacy non riesce a spostare. Per chi lavora in ambito clinico e sociale, ciò invita a pensare l’advocacy tra pari come una risorsa all’interno della rete, a condizione di chiarire i ruoli, di non professionalizzare attraverso la formazione e di includere le persone mentor negli spazi d’équipe. Limiti: undici interviste, di cui solo due con genitori, reclutamento tramite il programma stesso, un particolare contesto rurale gallese. Da leggere insieme all’articolo sul lavoro sistemico con genitori i cui figli sono in affido o in comunità e all’articolo sul contributo dei pari nella pratica del Dialogo Aperto.
Note dell’originale
Ringraziamenti. Desideriamo esprimere la nostra sincera gratitudine ai genitori, alle persone mentor e alle figure professionali che hanno generosamente condiviso le proprie esperienze e riflessioni nelle interviste di questa valutazione del programma People Offering Parents Support (POPS). Un ringraziamento sentito va a Sian Erickson per il sostegno offerto durante tutta la valutazione. Ringraziamo inoltre il North Wales Area Planning Board, i consigli di contea di Ynys Môn e Gwynedd e gli Integrated Family Support Teams (IFST). Ringraziamo infine il centro di ricerca CASCADE della Cardiff University per il sostegno nella realizzazione di questa valutazione indipendente.
Dichiarazione sul conflitto di interessi. Chi firma l’articolo non ha dichiarato alcun potenziale conflitto di interessi.
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Traduzione non ufficiale in italiano di Evaluating “People Offering Parents Support” (POPS): A Qualitative Study of Peer Parental Advocacy in Welsh Child Welfare Services, di Shane Powell, Emilia Preter, Samantha Fitz-Symonds, Clive Diaz e Vicky Hansly, Child Care in Practice, vol. 32, no 3 (2026), doi: 10.1080/13575279.2026.2648980, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (tabelle presentate sotto forma di elenchi). Né chi firma l’articolo né l’editore sono responsabili di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Questa è una traduzione dell’articolo originale «Evaluating “People Offering Parents Support” (POPS): A Qualitative Study of Peer Parental Advocacy in Welsh Child Welfare Services», pubblicato in Child Care in Practice (2026) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e la presentazione è stata adattata alla lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Powell, S., Preter, E., Fitz-Symonds, S., Diaz, C., et Hansly, V. (2026). Evaluating “People Offering Parents Support” (POPS): A Qualitative Study of Peer Parental Advocacy in Welsh Child Welfare Services. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/evaluating-people-offering-parents-support-pops-a-qualitative-study-of-peer-parental (Opera originale pubblicata nel 2026 in Child Care in Practice, 32(3), 312-331 (2026); ripubblicata nel 2026 da Child Care in Practice, https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/13575279.2026.2648980)
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