Traduzione assistita dall'IA

Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.

The British Journal of Social Work · Servizio sociale

Voci dal campo: esperienze di assistenti sociali nel sostegno alle famiglie di nonne e nonni

Nella Repubblica Ceca, più di sette minori su dieci in affido a parenti vivono con nonne e nonni. Che cosa fa davvero il personale del servizio sociale che accompagna queste famiglie? Ventiquattro interviste delineano un lavoro fatto di fiducia paziente, di riformulazione della colpa e di lotta discreta contro lo stigma, dalla famiglia fino alla scuola.

Autrici e autori Adéla Souralová, Eliška Beránková e Linda Koshi (Faculty of Social Studies, Masaryk University, Brno, Repubblica Ceca)Prima pubblicazione The British Journal of Social Work, 29 marzo 2025Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Voices from the field: Exploring social workers’ experiences in supporting grandfamilies, di Adéla Souralová, Eliška Beránková e Linda Koshi, pubblicato in The British Journal of Social Work (Oxford University Press) (2025), doi: 10.1093/bjsw/bcaf069, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

La destigmatizzazione favorita dal servizio sociale non è un semplice aspetto accessorio del lavoro, ma è intrinseca al processo stesso.

Adéla Souralová, Eliška Beránková e Linda Koshi

Abstract

Questo articolo esplora le esperienze di assistenti sociali nell’affido a parenti, in particolare di chi sostiene nonne e nonni nella Repubblica Ceca. Nonostante il loro ruolo cruciale, le difficoltà che incontrano restano poco studiate nella ricerca sul servizio sociale. Sulla base di ventiquattro interviste in profondità, lo studio mette in luce la complessità del loro lavoro, mostrando come conciliano gli obblighi di legge con le relazioni personali e il sostegno emotivo. Il testo illustra come queste figure professionali percepiscono il proprio ruolo: dalla costruzione della fiducia con nonne e nonni e dalla gestione delle difficoltà quotidiane fino alla ricerca di riconoscimento per il proprio lavoro e di un senso di realizzazione personale. Fa luce inoltre sugli sforzi, spesso invisibili, che vanno oltre gli obblighi di legge e rivelano obiettivi più profondi. Il testo mostra che il loro lavoro è guidato dal bisogno di destigmatizzare e normalizzare assetti familiari che non corrispondono alle norme socioculturali, aiutando le famiglie intergenerazionali ad adattarsi alla nuova situazione e a confrontarsi con le aspettative sociali.

Introduzione

Il personale del servizio sociale svolge un ruolo cruciale nel sistema dell’affido, offrendo un sostegno essenziale alle famiglie affidatarie. Tuttavia, le sue esperienze restano poco esplorate. Anche quando la ricerca interpella assistenti sociali, l’attenzione tende a concentrarsi sulle famiglie affidatarie, lasciando una comprensione limitata di che cosa significhi lavorare come assistente sociale nell’affido. Salvo alcune eccezioni di rilievo (Schofield et al. 2011; Vetfuti, Goliath, and Perumal 2019; Tovaryšová and Řezáč 2022; Dunkerley et al. 2023), la loro prospettiva resta in gran parte inesplorata.

Questo articolo esamina le esperienze di assistenti sociali nell’affido a parenti. Ci concentriamo specificamente su chi lavora con nonne e nonni all’interno di organizzazioni di servizi sociali nella Repubblica Ceca. Esaminando le difficoltà che queste figure professionali incontrano, lo studio fa luce sulla complessità dei loro ruoli, sulle loro interazioni con le famiglie affidatarie e sui modi in cui affrontano le esigenze dell’affido a parenti. Attraverso questa esplorazione, contribuiamo a una comprensione più approfondita delle esperienze cruciali del personale del servizio sociale in questo ambito specialistico dell’affido.

Abbiamo condotto ventiquattro interviste con assistenti sociali di organizzazioni di accompagnamento con cui le famiglie affidatarie sono tenute per legge a collaborare. Le nostre interviste in profondità sono state guidate dalle seguenti domande di ricerca: come percepiscono queste figure professionali il proprio ruolo nell’affido a parenti e quali significati attribuiscono al proprio lavoro? Quali difficoltà affrontano in questo contesto? Rispondere a queste domande permette di colmare una lacuna nella ricerca sul servizio sociale e di dare voce ad attori chiave del sistema dell’affido.

Contesto: l’accoglienza familiare sostitutiva nella Repubblica Ceca

L’affido familiare di lunga durata, insieme all’adozione, all’affido temporaneo, alla tutela e alla custodia, costituisce un pilastro fondamentale dell’accoglienza familiare sostitutiva per bambine e bambini che non possono essere cresciuti dai genitori biologici. Svolgendosi in un contesto familiare, mira a consentire all’infanzia di crescere in un ambiente vicino alla propria famiglia (MPSV 2025a). Contesti culturali familiari aiutano ad attenuare i rischi comportamentali (Conway and Hutson 2007). I tribunali danno la priorità ai parenti come persone che prestano cura, a meno che ciò non contrasti con il superiore interesse della persona minore (Act No. 89/2012 Coll. 2012). L’affido termina di norma con la maggiore età o con la piena capacità giuridica.

Il sistema dell’affido distingue inoltre tra affido mediato e non mediato. In entrambi i casi è il tribunale a prendere la decisione finale sul collocamento. Tuttavia, nell’affido mediato, le persone aspiranti all’affido senza legami di parentela devono prima presentare una domanda perché venga loro affidato un bambino o una bambina e impegnarsi a seguire una formazione specifica. Dopo una valutazione professionale, vengono iscritte nel registro dell’autorità regionale competente per la mediazione dell’affido. Una volta individuata una famiglia affidataria adatta, la proposta di collocamento viene sottoposta all’approvazione del tribunale. Al contrario, le persone affidatarie non mediate (parenti o altre persone vicine) possono rivolgersi direttamente al tribunale senza formazione preliminare né valutazione professionale. Il tribunale tiene comunque conto del parere dell’Autorità per la tutela sociale e giuridica dell’infanzia nel prendere la sua decisione (Act No. 359/1999 Coll. 1999; MPSV 2019). Nella Repubblica Ceca l’affido a parenti rappresenta più dei due terzi di tutti i casi di affido (Tovaryšová and Řezáč 2022), e oltre il 72 % delle persone affidatarie parenti sono nonne o nonni, per lo più nonne di sessant’anni o più, che si occupano in genere di nipoti tra i sei e i quindici anni (Lipová, Krbcová, and Tomanová 2019).

Ogni famiglia affidataria, sia nell’affido mediato sia in quello non mediato, è tenuta per legge a firmare un accordo di affido con l’amministrazione comunale con competenze estese, con un’autorità locale o regionale o con un’organizzazione autorizzata (detta organizzazione di accompagnamento) (Act No. 359/1999 Coll. 1999) e a ricorrere ai suoi servizi. Questi servizi prevedono la collaborazione con una figura «di riferimento» del servizio sociale, designata per la famiglia, che la sostiene per tutta la durata dell’affido. Questa figura aiuta nelle questioni legate all’accordo, si assicura che la famiglia affidataria svolga le 24 h annuali obbligatorie di formazione, la mette in contatto con servizi di sostegno specialistici, organizza periodi di sollievo, facilita i contatti tra il bambino o la bambina e i genitori biologici, effettua visite domiciliari e fornisce assistenza professionale (Act No. 359/1999 Coll. 1999).

Le famiglie affidatarie sono tenute in primo luogo a firmare l’accordo di affido con l’autorità locale per la tutela sociale e giuridica dell’infanzia. Tuttavia, con il consenso dell’autorità locale del luogo di residenza, possono scegliere altri soggetti con cui firmare gli accordi (MPSV 2025b); il diniego è eccezionale, per esempio in caso di conflitto di interessi. Le organizzazioni che accompagnano le famiglie affidatarie, con le cui rappresentanze abbiamo parlato nel corso della ricerca, svolgono quindi un ruolo chiave nel sistema dell’affido della Repubblica Ceca. Si tratta per lo più di organizzazioni senza scopo di lucro e, meno spesso, di enti pubblici sovvenzionati istituiti da regioni o comuni.

Quadro di riferimento

Nelle famiglie intergenerazionali, il personale del servizio sociale aiuta nonne e nonni a far fronte alle esigenze della cura e alle difficoltà che possono incontrare. Il suo intervento plasma le dinamiche familiari, influenza le relazioni tra nipoti e generazione anziana (Dolbin-MacNab, Smith, and Hayslip 2022) e incide sulla percezione del genitore biologico (Wissö et al. 2022) e della nonna o del nonno (Souralová, Koshi, and Beránková 2025). Inoltre, in diversi studi assistenti sociali riferiscono sulle condizioni di vita di queste famiglie.

La ricerca ha messo in evidenza le varie difficoltà che nonne e nonni affrontano. Molte derivano direttamente dalla formazione improvvisa della famiglia intergenerazionale e dai cambiamenti di stile di vita che ne conseguono (Baldock 2007; Davis et al. 2020). Le difficoltà citate in letteratura riguardano di solito la salute fisica e mentale (Baldock 2007; Dolbin-MacNab, Smith, and Hayslip 2022; Kaylor-Tapscott and Sullivan 2024), le difficoltà economiche e le ristrettezze finanziarie (Baldock, 2007; Williams, 2011; Davis et al., 2020; Dolbin-MacNab, Smith, and Hayslip 2022; Kaylor-Tapscott and Sullivan, 2024). Anche il conflitto di ruolo è un problema frequente, poiché la generazione anziana deve far fronte alla complessità del diventare caregiver a tempo pieno pur continuando a gestire la propria identità personale e sociale (Backhouse and Graham 2012; Taylor et al. 2016; Zuchowski et al. 2019).

La formazione di una famiglia intergenerazionale è spesso innescata da un evento traumatico o da una crisi che rende i genitori incapaci di occuparsi dei figli, cosicché il ruolo di cura viene assunto da nonne e nonni. Spesso questi non avevano previsto che, in questa fase della vita, sarebbero tornati a essere le principali figure di cura di un nipote in tenera età, e tale combinazione di fattori può generare sentimenti di privazione, di sconvolgimento e di dolore (Langosch 2012). Il risentimento verso il proprio figlio o la propria figlia può intensificarsi a causa dell’assunzione di questo ruolo inatteso (Kelley and Whitley 2003). Strong, Bean, and Feinauer (2010: 46) hanno osservato che «in alcuni casi, mentre guadagnano un nipote, nonne e nonni possono perdere il proprio figlio» a causa di morte, dipendenza o maltrattamento sui minori. Questa perdita si accompagna spesso a un lutto intenso (Pinson-Millburn 1996).

Riflettendo sulla propria esperienza professionale con queste famiglie, assistenti sociali riconoscono sia i benefici sia le difficoltà dell’affido a parenti. La revisione sistematica di Winokur et al. (2014) conclude che «l’infanzia in affido a parenti presenta esiti migliori per quanto riguarda problemi di comportamento, comportamenti adattivi, disturbi psichiatrici, benessere, stabilità del collocamento (contesti di collocamento, numero di collocamenti e interruzione del collocamento), tutela e abusi istituzionali rispetto all’infanzia in affido etero-familiare» (Winokur et al. 2014: 20). Bambine e bambini restano così in un ambiente familiare, con persone che si prendono cura di loro e che conoscono fin dalla prima infanzia, il che facilita il passaggio all’affido e aiuta a mantenere i legami familiari (Peters 2005; Tovaryšová and Řezáč 2022). Inoltre, la stabilità del collocamento offre un ambiente coerente e duraturo che sostiene il benessere dell’infanzia (Albert, Iaci, and Catlin 2004; Farmer 2010; Koh 2010; Winokur et al. 2014). In questo contesto, Farmer (2010) ha posto l’accento sulla perseveranza delle famiglie affidatarie parenti come loro contributo principale: «le famiglie affidatarie parenti perseverano nell’occuparsi di minori con livelli elevati di difficoltà ben oltre il punto in cui le famiglie affidatarie non imparentate chiederebbero un trasferimento» (Farmer 2010: 442).

Questi benefici sono però oscurati dalle difficoltà discusse nella ricerca sulle famiglie di nonne e nonni (Brisebois 2013: 304). Assistenti sociali riferiscono che le famiglie affidatarie parenti, e in particolare quelle formate da nonne e nonni, sono più impegnative da seguire rispetto alle famiglie non imparentate, a causa delle loro dinamiche complesse (Beeman and Boisen 1999). Relazioni familiari tese e il trauma che vi è associato complicano il processo di cura e spesso richiedono al servizio sociale di mediare tra la persona minore, i genitori biologici e i parenti affidatari (Peters 2005; Brisebois 2013). Questa mediazione può sottrarre risorse alla risposta ai bisogni del bambino o della bambina. Altri ostacoli, come una cooperazione difficile con la generazione anziana che presta cura o la violenza domestica, aggravano queste difficoltà (Gladstone, Brown, and Fitzgerald 2009; Holt and Birchall 2022). Peters (2005) ha sostenuto che riconoscere questi problemi può portare a strategie di servizio sociale più efficaci. Affrontare queste dinamiche richiede risorse considerevoli e un approccio sfumato per bilanciare gli interessi di tutte le parti garantendo al tempo stesso il superiore interesse della persona minore.

Metodi

Disegno dello studio

La ricerca sul personale del servizio sociale nell’affido faceva parte di un progetto di ricerca più ampio sulle famiglie intergenerazionali nella Repubblica Ceca, incentrato sulle relazioni intergenerazionali, sulla cura quotidiana e sulle questioni dell’essere nonni e dell’essere nipoti. Nella parte dedicata ad assistenti sociali che visitano le famiglie affidatarie, abbiamo cercato di cogliere il contesto della vita quotidiana di queste famiglie. Consideriamo queste figure professionali attori chiave del sistema dell’affido, che influenzano la forma della cura quotidiana prestata da nonne e nonni. Molte nonne e molti nonni ritengono il servizio sociale un alleato indispensabile quando diventano le principali figure di cura. Il nostro obiettivo era comprendere la natura di questo lavoro, la sua rilevanza per chi lo svolge e le difficoltà che comporta.

Campione

Ai fini del nostro studio, abbiamo contattato assistenti sociali di organizzazioni di servizi sociali. I principali criteri di selezione erano che lavorassero direttamente con le famiglie e che tra le famiglie da loro seguite vi fossero nonne o nonni affidatari. Il campione proveniva da diverse regioni della Repubblica Ceca. Abbiamo condotto ventiquattro interviste con ventisette persone partecipanti (un’intervista è stata condotta con due assistenti sociali contemporaneamente e una con quattro contemporaneamente). Una persona partecipante è stata intervistata due volte. Il campione presentava un certo squilibrio di genere; questa sproporzione riflette la più ampia distribuzione di genere nel servizio sociale nella Repubblica Ceca. Per garantire la riservatezza, abbiamo omesso i nomi delle persone intervistate, delle organizzazioni di appartenenza e delle località in cui queste si trovano.

Interviste

Le nostre interviste semistrutturate hanno esplorato il modo in cui assistenti sociali vedono il proprio ruolo, la portata del loro lavoro, la sua contestualizzazione in un quadro socioculturale e giuridico e le loro relazioni con le famiglie. Ci interessava anche il significato di questo lavoro nella vita di chi lo svolge. Le interviste erano strutturate in diverse sezioni tematiche dedicate ai seguenti argomenti: il modo in cui il servizio sociale influenza le pratiche di cura, sostiene le famiglie affidatarie e gestisce le questioni legate alle proprie responsabilità professionali; il ruolo di queste figure professionali all’interno delle loro istituzioni e il loro coinvolgimento con le famiglie affidatarie; e infine le strategie di cura di sé, compreso il ricorso alla supervisione e al sostegno tra pari.

Etica

Abbiamo condotto la ricerca nel rispetto delle linee guida etiche stabilite dall’università (anonimizzata). Per garantire il rispetto dei principi etici, abbiamo fornito a ciascuna persona partecipante, prima della sua partecipazione alla ricerca, sia una spiegazione orale degli obiettivi dello studio e della natura delle domande che le sarebbero state poste, sia un modulo scritto di consenso informato relativo allo studio. Il modulo di consenso era redatto in due copie, ciascuna con i recapiti del gruppo di ricerca. Il gruppo di ricerca e le persone partecipanti ne hanno ricevuto una copia ciascuno. Le persone partecipanti sono state chiaramente informate del diritto di ritirarsi dallo studio. Il gruppo di ricerca ha inoltre illustrato i limiti della riservatezza e dell’anonimato. Durante le interviste non si sono presentati dilemmi etici né danni potenziali per le persone intervistate. Inoltre, nessuna persona partecipante ha interrotto anticipatamente l’intervista o espresso il desiderio di ritirarsi dalla ricerca. Al contrario, abbiamo spesso riscontrato reazioni positive al fatto che ci interessassimo alle loro esperienze personali.

Analisi

Le interviste sono state registrate, trascritte e codificate sistematicamente da tutte e tre le persone del gruppo di ricerca, con consenso informato. Abbiamo utilizzato l’analisi tematica riflessiva (Braun and Clarke 2022) per individuare e analizzare schemi di significato condiviso nei dati. Ogni componente del gruppo ha esaminato le trascrizioni in modo indipendente e ha generato codici preliminari a partire da temi iniziali. I codici prodotti dal lavoro indipendente di ciascuna persona sono stati poi confrontati e discussi insieme in gruppo. Attraverso un confronto e una riflessione continui all’interno del gruppo di ricerca, abbiamo individuato i temi chiave presentati in questo articolo. Nella sezione seguente presentiamo i risultati della nostra analisi, mettendoli al tempo stesso in dialogo con la ricerca pertinente per contestualizzarli e confrontarli con gli studi esistenti. Questo approccio ci permette di evidenziare i punti di convergenza o di divergenza e di collocare i nostri risultati nel più ampio dibattito accademico. Dato il ruolo significativo che la letteratura esistente ha avuto nell’interpretazione dei dati e nello sviluppo dei temi, riflettiamo su come la ricerca precedente abbia orientato la nostra comprensione dei risultati e dato forma alla nostra analisi, offrendo un contesto più chiaro ai risultati.

Il ruolo del servizio sociale nell’affido a nonne e nonni: tra sostegno, costruzione della relazione e cura di sé

Questo articolo esamina l’affido non mediato a nonne e nonni, in cui chi presta cura spesso non ha ricevuto alcuna formazione, il che rende difficile per il servizio sociale orientarsi in dinamiche familiari complesse. In primo luogo, esplora la cura delle relazioni, poiché assistenti sociali costruiscono la fiducia con nonne e nonni pur mantenendo una funzione di vigilanza. In secondo luogo, affronta la cura delle persone affidatarie e dei nipoti, concentrandosi sul sostegno necessario per gestire le difficoltà fisiche, emotive e relazionali. In terzo luogo, mette in evidenza la cura di sé del personale del servizio sociale, sottolineando le strategie per far fronte a responsabilità impegnative riconoscendo al tempo stesso le gratificazioni del lavoro.

La cura delle relazioni tra i membri della famiglia e il servizio sociale

La relazione tra assistente sociale e persona assistita è un elemento fondativo del servizio sociale e costituisce il nucleo dell’intero processo di aiuto. Questo coinvolgimento personale consente all’assistente sociale di instaurare e coltivare la fiducia con le persone assistite, rendendo possibile una collaborazione efficace.

Nelle nostre interviste sono emerse le differenze tra famiglie affidatarie professionali e parenti affidatari. Le famiglie affidatarie professionali ricevono spesso una formazione preparatoria e hanno contatti con le organizzazioni di servizi sociali prima di prendersi cura di un bambino o di una bambina. Tendono ad appoggiarsi al servizio sociale e a concordare con esso le soluzioni, come si vede nel seguente estratto.

Assistente sociale 1: Le famiglie affidatarie di lungo periodo sono più in sintonia con noi. Noi ci prendiamo cura, loro si prendono cura, e non c’è lo stesso legame biologico che con i parenti affidatari. Ci è più facile trovare un accordo su molte questioni, perché sanno che lo Stato ha affidato loro minori con limitazioni importanti.

I parenti affidatari, al contrario, si avvicinano spesso al servizio sociale con diffidenza, percependolo come un intruso senza diritto di intromettersi nelle loro questioni familiari. La ricerca di Gladstone, Brown, and Fitzgerald (2009) ha indicato che tale percezione incide negativamente sulla ricerca di aiuto. Per queste e altre ragioni, Beeman and Boisen (1999) sostengono che i parenti affidatari siano spesso più difficili da seguire, un’opinione che concorda con quanto riferito dalle persone intervistate.

Nei racconti delle persone intervistate, la diffidenza che nonne e nonni affidatari provano verso le organizzazioni, e in particolare verso il servizio sociale, deriva da diversi fattori. Possono ritenersi pienamente competenti nel crescere il nipote o la nipote, avendo già cresciuto i propri figli. Questa esperienza li porta a credere di non aver bisogno di consigli esterni. A ciò si aggiunge spesso una notevole differenza di età tra la nonna o il nonno e l’assistente sociale della famiglia: le persone anziane che prestano cura possono considerare assistenti sociali più giovani e senza figli privi dell’esperienza di vita necessaria per dare consigli competenti. Inoltre, le barriere linguistiche possono ostacolare la fiducia, soprattutto se l’assistente sociale non adatta il proprio stile comunicativo ai bisogni della famiglia.

Le figure professionali della nostra ricerca hanno riferito di prendere le distanze da questa funzione di controllo, che attribuiscono ai servizi di tutela dell’infanzia. Hanno invece sottolineato, come illustrano gli estratti seguenti, il proprio ruolo di sostegno, descrivendosi come intermediarie, guide, confidenti e partner che accompagnano nonne e nonni affidatari attraverso il sistema dell’affido.

Assistente sociale 16: Mi piace molto la parola «accompagnamento», l’idea di camminare accanto alle famiglie affidatarie. Facciamo da corrimano, offriamo loro sostegno e aiuto, e forse il corrimano ha anche un altro significato, nel senso che cerchiamo di mantenere le famiglie affidatarie su un certo sentiero nel loro percorso di vita.

In linea con i risultati di Dunkerley et al. (2023), le persone intervistate hanno sottolineato la necessità di una collaborazione fondata sulla relazione e sulla fiducia con i parenti affidatari. I primi contatti vengono affrontati con cautela: l’assistente sociale entra con delicatezza nell’ambiente familiare per comprenderne le dinamiche, il ruolo del bambino o della bambina e il funzionamento della famiglia. Prima che si sia instaurata una relazione stretta, l’assistente sociale deve offrire i propri servizi rispettando l’autonomia di nonne e nonni affidatari (per risultati analoghi, si veda Fulcher and McGladdery 2011), come mostra Assistente sociale 11:

Costruisco le relazioni facendo visita e chiacchierando in modo informale. Il nostro approccio non consiste nel fare pressione su nonne e nonni affidatari perché facciano qualcosa. Ci limitiamo a proporre delle possibilità e rispettiamo le loro decisioni.

Anche una volta instaurata la fiducia, la responsabilità dell’assistente sociale di mantenere e coltivare la relazione rimane. La fiducia tra servizio sociale e parenti affidatari è fragile. Le persone intervistate hanno riconosciuto implicitamente di essere consapevoli di questa fragilità, sottolineando qualità come la gentilezza, la pazienza, l’apertura e l’onestà nel mantenere queste relazioni.

Una volta instaurata una relazione stabile e fondata sulla fiducia, assistenti sociali possono guidare efficacemente nonne e nonni affidatari nella complessità del sistema dell’affido, aiutandoli a comprendere diritti e responsabilità e facilitando l’accesso a sostegno legale, medico o psicologico. L’assistente sociale diventa anche una figura motivante, che accompagna nonne e nonni affidatari verso l’adempimento dell’obbligo di legge di 24 h di formazione annuale. Poiché la maggior parte di nonne e nonni affidatari mostra un atteggiamento di rifiuto verso la formazione (come riferito anche da Tovaryšová and Řezáč 2022), il servizio sociale cerca di individuare un’opzione semplice ma utile, di solito proponendo gruppi di sostegno e una formazione individualizzata attraverso conversazioni a partire da materiali stampati e video.

La cura delle persone affidatarie e dei nipoti

In questa sezione concettualizziamo la cura come il sostegno fornito accompagnando sia nonne e nonni sia i nipoti. Questo processo si concentra su tre ambiti: in primo luogo, il miglioramento delle relazioni all’interno della famiglia intergenerazionale, dove il servizio sociale favorisce dinamiche interne sane; in secondo luogo, il sostegno alla relazione tra la famiglia intergenerazionale e il genitore biologico, di cui si sottolinea l’importanza nelle dinamiche familiari; e in terzo luogo, oltre la famiglia intergenerazionale, le interazioni della famiglia con gli ambienti esterni.

All’interno della famiglia intergenerazionale

L’aspetto più decisivo degli interventi di servizio sociale nelle famiglie intergenerazionali è la ridefinizione e il rafforzamento delle relazioni tra nonne e nonni e nipoti, affrontando tre questioni chiave: (1) il trauma di nonne e nonni, (2) il trauma del bambino o della bambina e (3) la costruzione di ponti tra le generazioni.

Nell’affrontare il trauma di nonne e nonni, il servizio sociale offre un sostegno emotivo essenziale e l’accesso a risorse psicologiche, riconoscendo che la capacità della generazione anziana di prendersi cura dei nipoti è limitata dal suo stesso trauma (Strong, Bean, and Feinauer 2010) e che le sue difficoltà di salute mentale ed emozioni come la colpa, la vergogna, l’ansia e la rabbia possono complicare il ruolo di cura (Hayslip and Kaminski 2005). Dare priorità al loro benessere psicologico è fondamentale per creare un ambiente familiare stabile. Il servizio sociale guida nonne e nonni attraverso un processo di guarigione interconnesso, incentrato su tre tappe chiave simultanee: (1) fare pace con il fallimento percepito del proprio figlio o della propria figlia; (2) adattarsi al nuovo ruolo di cura; e (3) integrare questo ruolo nella propria biografia personale.

La prima tappa del processo di guarigione consiste nell’aiutare nonne e nonni a fare pace con il fallimento percepito del proprio figlio o della propria figlia. Strong, Bean, and Feinauer (2010: 46) hanno osservato: «Quando nonne e nonni assumono la cura, lo fanno spesso in momenti di forte stress e di crisi o in seguito a eventi traumatici». Ciò mette in evidenza che queste famiglie si formano spesso in circostanze traumatiche, in cui nonne e nonni assumono la cura perché il figlio o la figlia non può o non vuole svolgere quel ruolo. Di conseguenza, devono confrontarsi con il fallimento del figlio o della figlia, alle prese con emozioni complesse come la delusione e la rabbia, e si chiedono: «È colpa mia se è successo?». Il servizio sociale osserva che nonne e nonni lottano con sensi di colpa e con il giudizio sociale sul fallimento del figlio o della figlia, come emerge dall’osservazione di Assistente sociale 4:

Per loro è una grande sfida accettare quello che è successo. Alcuni lo dicono, altri no, ma si chiedono: «Dove abbiamo sbagliato?». Se sentono di poterselo permettere, lo dicono. Ma molti si sentono condannati dalla società. La società pensa che non siano stati capaci di crescere il loro figlio e che per questo debbano crescere i nipoti

L’obiettivo principale è aiutare nonne e nonni a riformulare la situazione e a superare la colpa e il rimpianto, che possono interferire con la loro capacità di prestare una cura efficace. Più in profondità, il servizio sociale cerca di riformulare queste emozioni negative come un’occasione per affrontare le difficoltà del passato e contribuire al benessere e al futuro dei nipoti. Assistenti sociali sottolineano che la nonna o il nonno si prende ora cura di un bambino o di una bambina che spesso ha vissuto un trauma e ha bisogno del suo sostegno e della sua guida. Questo cambiamento di prospettiva è essenziale, perché dà a nonne e nonni un senso di scopo e permette loro di concentrarsi sul presente e sul futuro anziché indugiare sulle delusioni passate.

Inoltre, il servizio sociale incoraggia nonne e nonni a vedere i nipoti indipendentemente dai loro genitori, temi discussi anche da altri studi. Come osservano Taylor, Coall, and Karthigesu (2019), molte nonne e molti nonni temono che i nipoti ripetano gli errori dei genitori, il che porta a pratiche educative problematiche come la rigidità e l’iperprotezione (Dolbin-MacNab and Keiley 2009), e a confondere i genitori con i figli, il che può interferire con lo sviluppo della persona minore. Affrontare il trauma di nonne e nonni è fondamentale, poiché i traumi non risolti possono incidere negativamente sul ruolo di cura e portare a «stili educativi inadeguati, all’incapacità di parlare della storia familiare con il bambino o alla mancata comprensione del trauma del bambino» (Tovaryšová and Řezáč 2022: 54).

Mentre affronta il trauma di nonne e nonni, il servizio sociale ha un altro compito: aiutarli ad adattarsi al nuovo ruolo di cura e a superare il conflitto di ruolo. È una difficoltà frequente, già presente in studi precedenti (Backhouse and Graham 2012; Taylor et al. 2016; Zuchowski et al. 2019), poiché nonne e nonni devono affrontare la complessità del diventare caregiver a tempo pieno pur continuando a gestire la propria identità personale e sociale.

Assistente sociale 8: Sono in un conflitto di ruolo. Vorrebbero tanto essere quei nonni, solo per il fine settimana, viziarli, e invece devono porre dei limiti ai ragazzi e studiare con loro.

Oltre a facilitare il passaggio al ruolo di nonna o nonno che fa da genitore, il servizio sociale aiuta nonne e nonni a integrare questo ruolo nella propria biografia personale. Assistenti sociali sottolineano che, pur essendo le principali figure di cura, nonne e nonni non sono i genitori del bambino o della bambina.

Assistente sociale 11: La nonna affidataria insiste perché il bambino la chiami «mamma», ma il bambino sa che non è sua madre. Capisce che è sua nonna.

Aspettative di questo tipo possono generare confusione identitaria, complicando la comprensione delle dinamiche familiari da parte del bambino o della bambina. Il servizio sociale sottolinea con nonne e nonni l’importanza di comprendere il proprio ruolo di principali figure di cura, distinto da quello di un genitore, e la necessità di comunicarlo alla persona minore in modo aperto e onesto.

Il servizio sociale affronta il trauma del bambino o della bambina aiutando nonne e nonni a elaborarne la storia, a sostenerne la formazione dell’identità e a comprenderne il comportamento. La maggior parte delle persone intervistate ha sottolineato l’importanza di elaborare la storia della persona minore, poiché bambine e bambini cercano risposte per capire che cosa sia accaduto loro (si veda anche Steenbakkers, van der Steen, and Grietens 2019). Senza questa comprensione di base, faticano a elaborare il trauma, a formare un’identità personale sana e a sviluppare in futuro relazioni di fiducia.

Il servizio sociale svolge un ruolo cruciale nel garantire la trasparenza sulla storia del bambino o della bambina. Tuttavia, molte nonne e molti nonni possono trovarlo difficile, arrivando talvolta a fornire informazioni inesatte sui genitori nel tentativo di risolvere una situazione difficile. Assistenti sociali devono bilanciare con attenzione la tutela del benessere della persona minore e la complessità dei punti di vista di nonne e nonni.

Assistente sociale 23: Lavoriamo con loro perché il tema dei genitori biologici, anche se i contatti non sono continui, non sia un tabù. Aiutiamo queste famiglie a elaborare la storia familiare del bambino, le orientiamo a lavorare il prima possibile con questi bambini sul fatto che il bambino ha semplicemente una mamma e un papà da qualche parte, e usiamo varie tecniche per elaborarlo, in modo che il bambino capisca, nei limiti delle sue capacità e della sua età, perché deve crescere fuori dalla sua famiglia biologica.

Le persone intervistate insegnavano specificamente a nonne e nonni a intrecciare nel racconto del bambino o della bambina i temi della formazione della famiglia intergenerazionale e del ruolo dei genitori biologici, e offrono loro orientamento e sostegno per aiutare l’infanzia a elaborare la propria storia personale in modo adeguato alla fase di sviluppo.

Inoltre, aiutano nonne e nonni a comprendere il comportamento del bambino o della bambina, spesso influenzato da traumi passati. Questo aspetto cruciale dell’intervento di servizio sociale è ben illustrato dalle osservazioni di Assistente sociale 16:

Crescere bambini in affido, che sia a parenti o mediato, è davvero diverso. Questi bambini, per quello che hanno vissuto, hanno bisogni diversi e un funzionamento diverso. Sono bambini che sono stati traumatizzati in tenera età, e chi si prende cura di loro deve saperlo.

Assistenti sociali hanno riferito di aiutare nonne e nonni a comprendere le manifestazioni comportamentali dell’infanzia derivanti da traumi passati. Questo comportamento problematico, che Mitchell (2018) ha definito «acting out», deriva spesso da esperienze avverse precoci. Le persone intervistate hanno affermato che le espressioni di rabbia e altri comportamenti negativi di bambine e bambini derivano spesso da traumi precedenti. Chiarendone le cause profonde, il servizio sociale fornisce un quadro per interpretare questi comportamenti e indicazioni su come rispondere e gestirli efficacemente.

Il terzo ambito chiave è la gestione delle differenze generazionali che ostacolano la comprensione reciproca tra nonne e nonni e nipoti. Tali differenze generazionali possono manifestarsi in prospettive divergenti sulle pratiche educative, sugli stili di comunicazione e sulle aspettative di comportamento. In queste circostanze, assistenti sociali fungono da figure di mediazione essenziali o da «interpreti generazionali», facilitando la comunicazione e favorendo la comprensione. Il divario generazionale che il servizio sociale aiuta a colmare dipende dalla differenza di età e dall’evoluzione delle pratiche educative (come riferito anche da Baldock 2007; Dolbin-MacNab, Rodgers, and Traylor 2009). Poiché molte nonne e molti nonni non conoscono i cambiamenti intervenuti in questo periodo, il servizio sociale propone interventi educativi per aiutarli a comprendere meglio queste trasformazioni.

Tra la famiglia intergenerazionale e il genitore biologico

Nella relazione tra la famiglia intergenerazionale e il genitore biologico del bambino o della bambina, il servizio sociale si concentra su due compiti principali: aiutare nonne, nonni e nipoti a relazionarsi con il genitore e facilitare il contatto diretto tra la famiglia e il genitore. Questi due compiti sono in rapporto gerarchico, come emerge dalla seguente affermazione:

Assistente sociale 3: Il bambino ha bisogno di avere informazioni e una relazione con il genitore biologico, anche se questo non significa sempre un contatto fisico. A volte il contatto fisico può essere problematico e non è nel superiore interesse del bambino. Ma la relazione è importante. Si può avere una relazione con una persona defunta senza contatto fisico. Nonne e nonni devono capirlo.

Il servizio sociale sottolinea l’importanza e il significato della relazione con il genitore biologico rispetto al contatto fisico con lui o con lei. Fornire informazioni sul genitore biologico e favorire una relazione con lui o con lei sono due compiti centrali in cui il servizio sociale affianca nonne e nonni. Oltre ad aiutarli a guidare bambine e bambini attraverso la propria storia personale in modo adeguato alla fase di sviluppo, assistenti sociali svolgono un ruolo chiave nel plasmare la percezione che la persona minore ha del genitore biologico, decisiva per la costruzione della sua identità.

L’estratto precedente sottolinea anche che l’immagine del genitore biologico e la relazione che ne deriva sono più importanti del contatto fisico. Questa prospettiva è stata condivisa da altre persone intervistate, che hanno citato situazioni in cui il contatto con il genitore biologico poteva risultare traumatico per il bambino o la bambina. In questi casi, il servizio sociale supervisiona o facilita il contatto tra la persona minore e il genitore biologico per garantirne il benessere. Fornendo questo sostegno, il servizio sociale aiuta a gestire le dinamiche delicate e complesse tra la famiglia intergenerazionale e il genitore biologico, dando sempre la priorità, nei propri interventi, al superiore interesse della persona minore.

Oltre la famiglia intergenerazionale

Il servizio sociale estende il proprio sostegno oltre la famiglia, fungendo da intermediario tra le famiglie e i soggetti esterni. Accompagna nonne e nonni negli uffici pubblici, nei tribunali e nelle scuole, aiutandoli a ottenere assistenza legale e medica.

Ricerche precedenti hanno riferito che molte figure professionali del servizio sociale osservano come nonne e nonni nascondano il proprio ruolo di affidatari per evitare lo stigma sociale. Baldock (2007) e Taylor et al. (2016) hanno messo in evidenza questo stigma, in particolare quando l’assenza del genitore biologico è dovuta a problemi come l’abuso di sostanze. Questa dissimulazione è particolarmente evidente nella comunicazione con istituzioni come la scuola, come osserva Assistente sociale 7.

Per evitare di etichettare e stigmatizzare i bambini, nonne e nonni non dicono nemmeno alla scuola che i bambini sono in affido. (…) Cercano di evitare l’etichetta nascondendolo, ma a quel punto la scuola lavora con il bambino come con qualsiasi altro bambino non traumatizzato. Ma quei bambini in affido di solito sono bambini traumatizzati, che hanno subito privazioni precoci, quindi il lavoro con loro deve essere un po’ più sensibile, un po’ diverso. (…) Quindi a scuola questo non succede, perché non lo sanno, e il problema si aggrava ulteriormente. La stigmatizzazione avviene comunque, perché il bambino viene etichettato come problematico, maleducato, con difficoltà di apprendimento e così via.

Paradossalmente, questa tabuizzazione a scuola aggrava i problemi e porta proprio alla stigmatizzazione che nonne e nonni cercano di evitare. Invece di comprendere la situazione particolare del bambino o della bambina, il corpo docente può fraintenderne i comportamenti ed etichettarli come «cattivi» o «lenti», senza riconoscere il trauma che si cela dietro queste azioni.

Il servizio sociale incoraggia nonne e nonni a comunicare in modo trasparente. In molti casi, sono le stesse figure professionali a mettersi direttamente in contatto con la scuola, aiutando il corpo docente a comprendere il comportamento della persona minore alla luce della sua storia traumatica. Tuttavia, una comunicazione trasparente da parte di nonne e nonni non garantisce sempre il successo. Peters (2005) ha osservato che molte figure professionali del servizio sociale avevano notato come il personale della scuola pubblica percepisse i minori in affido come ragazzi «usa e getta» o «da buttare», una forma di stigmatizzazione che danneggia gravemente l’autostima del bambino o della bambina, aggiungendo un ulteriore peso esterno che deve «respingere» (Peters 2005: 601). Nel nostro studio, di fronte a questi casi di stigmatizzazione istituzionale, il servizio sociale difende il superiore interesse della persona minore e accompagna nonne e nonni agli incontri con la dirigenza scolastica, perché i suoi bisogni vengano adeguatamente presi in considerazione.

Cura di sé: tra lavoro dotato di senso, burnout e supervisione

Assistenti sociali descrivono la propria esperienza con le famiglie affidatarie come un processo di lungo periodo che incide sia sulle gratificazioni sia sulle frustrazioni che incontrano. Sottolineano la soddisfazione di vedere progredire le famiglie che sostengono, che contribuisce alla loro soddisfazione complessiva. D’altra parte, le situazioni ad alta intensità emotiva, la mancanza di collaborazione e i tempi lunghi necessari per progressi significativi possono portare a stress e burnout (Mosala and Wilson 2024). La mancanza di riscontri tempestivi da parte delle famiglie complica ulteriormente questo lavoro, come spiega Assistente sociale 22:

Una delle grandi difficoltà è la mancanza di un riscontro immediato da parte di nonne e nonni affidatari. Abbiamo bisogno di sapere che il nostro lavoro serve a qualcosa, ma spesso riceviamo apprezzamento solo dopo molto tempo, a volte un anno o più. Questo riconoscimento tardivo può rendere il nostro lavoro meno appagante.

Ciò mette in luce un problema più ampio del servizio sociale: il costo emotivo del riconoscimento tardivo, che può aggravare i sentimenti di inadeguatezza professionale e il burnout. Le reazioni contrastanti di nonne e nonni affidatari complicano ulteriormente l’esperienza, accrescendo la complessità emotiva del ruolo. Per far fronte a queste difficoltà, assistenti sociali sviluppano strategie che vanno dalla supervisione professionale a routine di cura di sé. La cura di sé è anche una parte importante del mantenimento del benessere emotivo. In linea con i risultati di Peters (2005), le persone intervistate si sentivano fortemente impegnate nel proprio lavoro, al quale attribuivano un senso profondo che le motiva a continuare nonostante le difficoltà. Assistente sociale 24 ha illustrato questo senso di scopo:

Per me ha davvero senso. Vedo i risultati, vedo lo scopo del lavoro e, sinceramente, mi piace moltissimo. Non posso dire che ci sia una sola famiglia che non voglio visitare o che mi metta a disagio aiutare.

Il senso di realizzazione che deriva dal vedere progressi e dal fare una differenza tangibile motiva molte figure professionali del servizio sociale. Anche di fronte alla frustrazione e al burnout, la possibilità di sostenere le famiglie e di vedere risultati rafforza il loro senso di scopo e la loro soddisfazione professionale. Per alcune di queste persone, il lavoro è in stretta sintonia con i propri valori e obiettivi personali, il che rende le difficoltà degne di essere affrontate. Assistente sociale 13 ha sottolineato l’ammirazione che provava per nonne e nonni affidatari, riconoscendo l’enorme difficoltà del loro ruolo e la mancanza di un sostegno adeguato:

Meritano davvero un sostegno e un’ammirazione enormi. Purtroppo credo che nel nostro paese ci sia pochissimo sostegno. I genitori biologici che non si occupano dei figli ricevono sostegno e hanno tutti i diritti, mentre nonne e nonni affidatari hanno i doveri. Io ridurrei i loro doveri e aumenterei il sostegno in tutte le sue forme. Non è davvero facile.

Questa affermazione coglie la tensione che il personale del servizio sociale avverte tra le difficoltà che affronta e la propria ammirazione per nonne e nonni affidatari. Nel nostro studio, come nella ricerca condotta da Greeling (2016), la natura impegnativa del lavoro sociale con le famiglie affidatarie è controbilanciata dal profondo senso di scopo e di realizzazione che queste figure professionali traggono dal proprio impegno.

Discussione

Questo studio ha esplorato le esperienze e le prospettive di assistenti sociali nell’affido a parenti, in particolare di chi sostiene nonne e nonni nella Repubblica Ceca. Esaminando le difficoltà specifiche che queste figure professionali affrontano e le loro interazioni con le famiglie affidatarie, la ricerca ha messo in luce il ruolo spesso trascurato del servizio sociale nel gestire dinamiche familiari complesse e nel promuovere esiti positivi per l’infanzia. Ricerche precedenti hanno individuato il notevole carico emotivo ed economico che grava su nonne e nonni, mostrando come il trauma e il conflitto di ruolo complichino il loro impegno di cura (Strong, Bean, and Feinauer 2010; Brisebois 2013; Kaylor-Tapscott and Sullivan 2024). Diversi studi hanno sottolineato la necessità che il servizio sociale bilanci gli interessi divergenti dei minori, dei genitori biologici e dei parenti affidatari per sostenere efficacemente queste famiglie (Peters 2005). Ciò evidenzia la necessità di esplorare ulteriormente le esperienze di assistenti sociali (Dolbin-MacNab, Smith, and Hayslip 2022; Wissö, Melke, and Josephson 2022).

Il sostegno alle famiglie intergenerazionali è un aspetto fondamentale del lavoro svolto dal servizio sociale. Tuttavia, al di là degli interventi diretti, assistenti sociali svolgono un ruolo significativo nella destigmatizzazione e nella normalizzazione dell’affido all’interno delle famiglie che sostengono. Questo contributo è un elemento cruciale ma trascurato della loro pratica, che ne permea l’intero approccio. Uno degli obiettivi centrali del servizio sociale è contribuire a smantellare lo stigma associato all’affido, sia all’interno della famiglia sia nelle sue interazioni con la comunità più ampia. La destigmatizzazione avviene su più livelli.

In primo luogo, all’interno della famiglia stessa, il servizio sociale svolge un lavoro delicato ma essenziale per aiutare nonne e nonni a elaborare le proprie emozioni e la propria storia personale, affrontando in particolare lo stigma legato ai fallimenti percepiti nel loro ruolo di genitori (Hayslip and Kaminski 2005; Strong, Bean, and Feinauer 2010). Ciò comprende l’aiuto a superare i sentimenti negativi legati alle difficoltà del figlio o della figlia, che consente loro di prendersi cura dei nipoti con maggiore fiducia e resilienza emotiva. Una parte decisiva di questo processo consiste nell’incoraggiare una comunicazione aperta sulle difficoltà che incontrano. Per esempio, il servizio sociale aiuta nonne e nonni ad affrontare e superare i sentimenti di vergogna legati ai fallimenti del figlio o della figlia, facilitando la riconciliazione con la propria storia di genitori. Questo sostegno permette loro di parlare della complessità della situazione familiare e del ruolo del genitore biologico senza timore di giudizi.

In secondo luogo, il servizio sociale svolge un ruolo cruciale nel destigmatizzare la relazione tra la famiglia intergenerazionale e i genitori biologici, guidando nonne e nonni nella costruzione di una percezione equilibrata del genitore biologico e facilitando contatti adeguati. Aiutando nonne e nonni a riconoscere l’importanza di mantenere una relazione con i genitori biologici, assistenti sociali favoriscono uno sviluppo sano dell’identità del bambino o della bambina. I loro interventi garantiscono che le interazioni potenzialmente dannose vengano gestite, dando sempre la priorità al benessere della persona minore. In questo modo, il servizio sociale favorisce la trasparenza e l’apertura, contribuendo a un ambiente familiare più stabile ed emotivamente resiliente.

In terzo luogo, il servizio sociale si adopera per superare lo stigma che esiste tra la famiglia intergenerazionale e la comunità circostante (si veda anche Baldock 2007). Ciò comporta il favorire una comunicazione trasparente tra la famiglia e le istituzioni chiave, come la scuola e gli organi giudiziari, dove lo stigma associato all’affido è avvertito in modo più acuto. Per esempio, assistenti sociali incoraggiano spesso nonne e nonni a dichiarare apertamente la propria condizione di affidatari anziché nasconderla, per evitare malintesi o un’etichettatura negativa dei nipoti da parte del corpo docente o di altri membri della comunità (Peters 2005).

L’azione del servizio sociale è guidata dal desiderio di aiutare queste famiglie a normalizzare la propria struttura familiare nel contesto delle idee socioculturali sulla famiglia e sulla genitorialità. In definitiva, la destigmatizzazione favorita dal servizio sociale non è un semplice aspetto accessorio del lavoro, ma è intrinseca al processo stesso. Attraverso questo sostegno, il servizio sociale contribuisce a creare un ambiente in cui le difficoltà dell’affido possano essere affrontate e discusse apertamente, coltivando relazioni più sane all’interno della famiglia e alleviando il senso di isolamento vissuto da chi presta cura.

Punti di forza e limiti

L’approccio qualitativo di questo studio ha offerto una preziosa opportunità per comprendere le difficoltà e le motivazioni di assistenti sociali, coinvolgendo queste figure professionali direttamente nella riflessione sul proprio lavoro. Tuttavia, lo studio non include il punto di vista di nonne e nonni, dei nipoti o dei genitori biologici sugli interventi del servizio sociale, che potrebbe offrire una comprensione più completa del suo impatto. Sarebbe inoltre utile includere un lavoro sul campo, in particolare osservazioni intensive del modo in cui assistenti sociali si avvicinano alle famiglie e lavorano con loro. La ricerca futura potrebbe basarsi sui risultati presentati in questo articolo ed esplorare le diverse prospettive di tutti gli attori coinvolti.

Conclusione

L’analisi dei nostri dati empirici ha rivelato una narrazione sulle complesse dinamiche della pratica del servizio sociale, sottolineando in particolare l’importanza di comprendere il ruolo di assistenti sociali al di là delle loro interazioni con le popolazioni destinatarie. Il loro lavoro va oltre gli obblighi di legge: comprende un coinvolgimento personale e legami emotivi con le famiglie. Queste relazioni sono caratterizzate da ambivalenza, poiché assistenti sociali devono confrontarsi con nonne e nonni che inizialmente possono opporsi alla collaborazione. Superare questi ostacoli può generare un senso di riuscita e di realizzazione, anche se tali esiti non sono garantiti.

Complexe Systémique: punti chiave

L’articolo porta alla luce ciò che la letteratura su nonne e nonni che crescono i nipoti lascia spesso in ombra: la figura esterna che deve farsi accettare all’interno di un sistema familiare ferito. La lettura sistemica è quasi esplicita. Il servizio sociale occupa una terza posizione nel triangolo formato da nonna o nonno, genitore assente e nipote: riformula la colpa di aver «fallito» con il proprio figlio come un’occasione di riparazione, distingue la relazione con il genitore dal contatto con lui o con lei, aiuta la persona minore a costruire un racconto delle proprie origini e «traduce» tra due generazioni lontane. Lavora anche sui confini del sistema, quando il segreto mantenuto a scuola produce esattamente lo stigma che doveva evitare. Per la pratica clinica, questi punti di riferimento valgono per ogni famiglia in cui nonne e nonni diventano di fatto genitori. Con una cautela, però: si ascolta solo il punto di vista delle figure professionali, senza nonne, nonni né nipoti, nel contesto giuridico ceco, e l’analisi resta vicina al discorso che la professione fa su sé stessa. Da leggere insieme a l’articolo sulle dinamiche familiari nell’affido a parenti e a l’articolo sull’essere genitori senza esserlo.

Note dell’originale

Ringraziamenti. Desideriamo esprimere la nostra sincera gratitudine a tutte le figure professionali del servizio sociale che, nonostante l’impegno gravoso del loro ruolo, hanno condiviso generosamente le proprie riflessioni e prospettive durante le interviste. Il loro contributo è stato prezioso per questa ricerca. Ringraziamo di cuore anche chi ha svolto la revisione dell’articolo per i commenti attenti e costruttivi, che ne hanno notevolmente migliorato la qualità.

Finanziamento. Questa ricerca è stata sostenuta dall’Agenzia per le sovvenzioni della Repubblica Ceca (Grant Agency of the Czech Republic) con il numero di finanziamento GA23-06683S. Conflitti di interesse. Nessuno dichiarato.

Bibliografia

Act No. 359/1999 Coll. (1999) The Act on Social and Legal Protection of Children.

Act No. 89/2012 Coll. (2012) Civil Code.

Albert V., Iaci R., Catlin S. N. (2004) ‘Facing Time Limits and Kinship Placements’, Families in Society, 85: 2734-2754. 10.1606/1044-3894.243

Backhouse J., Graham A. (2012) ‘Grandparents Raising Grandchildren: Negotiating the Complexities of Role‐Identity Conflict’, Child & Family Social Work, 17: 306–315. 10.1111/j.1365-2206.2011.00781.x

Baldock E. (2007) ‘Grandparents Raising Grandchildren Because of Alcohol and Other Drug Issues’, Australian Institute of Family Studies, 76:70–75. https://aifs.gov.au/sites/default/files/eb_0.pdf, accessed 19 Feb. 2024.

Beeman S., Boisen L. (1999) ‘Child Welfare Professionals’ Attitudes Toward Kinship Foster Care’, Child Welfare, 78: 315–37. http://www.jstor.org/stable/45400162

Braun V., Clarke V. (2022) Thematic Analysis. In: A Practical Guide. Thousand Oaks, CA: Sage. https://doi.org/10.1007/978-3-319-69909-7

Brisebois K. (2013) ‘Caseworker Attitudes on Kinship Care in Ontario’, Qualitative Social Work, 12: 289–306. 10.1177/1473325011424086

Conway T., Hutson R. O. (2007) Is Kinship Care Good for Kids? Center for Law and Social Policy. http://www.clasp.org/resources-and-publications/files/0347.pdf

Davis M. T. et al. (2020) ‘Parenting a 6-Year Old Is Not What I Planned in Retirement: Trauma and Stress among Grandparents Due to the Opioid Crisis’, Journal of Gerontological Social Work, 63: 295–315. 10.1080/01634372.2020.1752872

Dolbin-MacNab M. L., Keiley M. K. (2009) ‘Navigating Interdependence: How Adolescents Raised Solely by Grandparents Experience Their Family Relationships’, Family Relations, 58:162–75. 10.1111/j.1741-3729.2008.00544.x

Dolbin-MacNab M. L., Rodgers B. E., Traylor R. M. (2009) ‘Bridging the Generations: A Retrospective Examination of Adults’ Relationships with their Kinship Caregivers’, Journal of Intergenerational Relationships, 7: 159–76. 10.1080/15350770902851197

Dolbin-MacNab M. L., Smith G. C., Hayslip B. (2022) ‘The Role of Social Services in Reunified Custodial Grandfamilies’, Children and Youth Services Review, 132: 106339. 10.1016/j.childyouth.2021.106339

Dunkerley S. et al. (2023) ‘The Helping Relationship in the Foster Care Context: Perspectives from Parent-Caseworker Dyads’, Journal of Family Social Work, 26: 2734-2754. 10.1080/10522158.2023.2194937

Farmer E. (2010) ‘What Factors Relate to Good Placement Outcomes in Kinship Care?’, The British Journal of Social Work, 40: 426–44. http://www.jstor.org/stable/43688307. https://doi.org/10.1093/bjsw/bcp007

Fulcher L. C., McGladdery S. (2011) ‘Re-examining Social Work Roles and Tasks with Foster Care’, Child & Youth Services, 32: 19–38. 10.1080/0145935X.2011.553579

Gladstone J. W., Brown R. A., Fitzgerald J. (2009) ‘Grandparents Raising Their Grandchildren: Tensions, Service Needs and Involvement with Child Welfare Agencies’, International Journal of Aging & Human Development, 69: 55–78. 10.2190/AG.69.1.d

Greeling T. A. (2016) ‘Experiences of Professionals Working With Custodial Grandparents During Adjustment to Raising a Grandchild After Maternal Incarceration’, Available from ProQuest Central. https://www.proquest.com/dissertations-theses/experiences-professionals-working-with-custodial/docview/1847986892/se-2

Hayslip B., Kaminski P. L. (2005) ‘Grandparents Raising their Grandchildren: A Review of the Literature and Suggestions for Practice’, The Gerontologist, 45: 262–9. 10.1093/geront/45.2.262

Holt A., Birchall J. (2022) ‘Their Mum Messed Up and Gran Can’t Afford to’: Violence towards Grandparent Kinship Carers and the Implications for Social Work’, The British Journal of Social Work, 52: 1231–48. 10.1093/bjsw/bcab156.

Kaylor-Tapscott M. L., Sullivan M. A. (2024) ‘Caregiver Stress, Parenting, and Child Outcomes among Grandfamilies’, Children and Youth Services Review, 157: 107406. 10.1016/j.childyouth.2023.107406

Kelley S. J., Whitley D., (2003) ‘Psychological Distress and Physical Health Problems in Grandparents Raising Grandchildren: Development of an Empirically Based Intervention Model’, in Hayslip B. Patrick J. (eds) Working with Custodial Grandparents, pp. 127–44. New York: Springer.

Koh E. (2010) ‘Permanency Outcomes of Children in Kinship and Non-kinship Foster Care: Testing the External Validity of Kinship Effects’, Children and Youth Services Review, 32: 389–98. 10.1016/j.childyouth.2009.10.010

Langosch D., (2012) ‘Grandparents Parenting Again: Challenges, Strengths, and Implications for Practice’, Psychoanalytic Inquiry, 32: 163–70. 10.1080/07351690.2012.655637

Lipová D., Krbcová A., Tomanová K. (2019) Pěstounské rodiny v České republice [Foster families in the Czech Republic]. Asociace Dítě a Rodina. https://www.nadacesirius.cz/soubory/ke-stazeni/Analyza-Pestounske-rodiny-v-Ceske-republice.pdf

Mitchell M. B. (2018) ‘No One Acknowledged My Loss and Hurt”: Non-death Loss, Grief, and Trauma in Foster Care’, Child and Adolescent Social Work Journal, 35:1–9. 10.1007/s10560-017-0502-8

Mosala M., Wilson L., (2024) ‘Challenges Faced by Social Workers Rendering Foster Care Services in the John Taolo Gaetsewe District, Northern Cape Province’, Southern African Journal of Social Work and Social Development, 36: 17. 10.25159/2708-9355/13198

MPSV. (2019) Proces Zprostředkování [Mediation Process]. Praha: MPSV. https://www.mpsv.cz/proces-zprostredkovani

MPSV. (2025a) ‘Formy náhradní rodinné péče [Forms of Alternative Family Care]’, https://www.mpsv.cz/formy-nahradni-rodinne-pece, accessed 18 Jan. 2025.

MPSV. (2025b) ‘Doprovázení pěstounů, dohody o výkonu pěstounské péče [Support for Foster Parents, Agreements on the Performance of Foster Care’, https://www.mpsv.cz/doprovazeni-pestounu-dohody-o-vykonu-pestounske-pece, accessed 18 Jan. 2025.

Peters J. (2005) ‘True Ambivalence: Child Welfare Workers’ Thoughts, Feelings, and Beliefs about Kinship Foster Care’, Children and Youth Services Review, 27: 595–614. 10.1016/j.childyouth.2004.11.012

Pinson-Millburn N. M. et al. (1996) ‘Grandparents Raising Grandchildren’, Journal of Counseling & Development, 74: 548–54. 10.1002/j.1556-6676.1996.tb02291.x

Schofield G. et al. (2011) ‘Managing Loss and a Threatened Identity: Experiences of Parents of Children Growing Up in Foster Care, the Perspectives of their Social Workers and Implications for Practice’, The British Journal of Social Work, 41: 74–92. https://doi.org/10.1093/bjsw/bcq073

Souralová A., Koshi L., Beránková E., (2025) ‘Everything for the Child: Making Grandparents into Primary Foster Caregivers’, Children and Youth Services Review, 170: 108–65. 10.1016/j.childyouth.2025.108165

Steenbakkers A., van der Steen S., Grietens H. (2019) ‘How do Youth in Foster Care View the Impact of Traumatic Experiences?’, Children and Youth Services Review, 103: 42–50. 10.1016/j.childyouth.2019.05.026

Strong D. D., Bean R. A., Feinauer L. L. (2010) ‘Trauma, Attachment, and Family Therapy with Grandfamilies: A Model for Treatment’, Children and Youth Services Review, 32: 44–50. 10.1016/j.childyouth.2009.06.015

Taylor M. F., Coall D. A., Karthigesu S. (2019) ‘Who’ll Care for Them in the Event of Me Dying? Custodial Grandparents’ Incapacity, Mortality, and Succession Care-Plan Fears for Their Custodial Grandchild/ren’, Journal of Intergenerational Relationships, 17: 178–200. 10.1080/15350770.2018.1535344

Taylor M. et al. (2016) ‘Understanding the Mental Health Travails of Custodial Grandparents’, Occupational Therapy in Mental Health, 32: 259–80. 10.1080/0164212X.2015.1136255

Tovaryšová K., Řezáč K., (2022) ‘Postoje sociálních pracovníků k odlišnosti příbuzenských a nepříbuzenských pěstounů5[Social Workers' Attitudes Toward Differences Between Kinship and Non-Kinship Foster Caregivers]’, Czech & Slovak Social Work/Sociální Práce/Sociálna Práca, 22: 40–58.

Vetfuti N., Goliath V., Perumal N. (2019) ‘Supervisory Experiences of Social Workers in Child Protection Services’, Southern African Journal of Social Work and Social Development, 31: 1–18. 10.25159/2415-5829/4962

Williams M. N. (2011) ‘The Changing Roles of Grandparents Raising Grandchildren’, Journal of Human Behavior in the Social Environment, 21: 948–62. 10.1080/10911359.2011.588535

Winokur M., Holtan A., Batchelder K. E. (2014) ‘Kinship Care for the Safety, Permanency, and Well-being of Children Removed from the Home for Maltreatment’, Cochrane Database of Systematic Reviews, 2014: CD006546. 10.1002/14651858.CD006546.pub3

Wissö T., Melke A., Josephson I. (2022) ‘Social Workers’ Constructions of Parents to Children in Foster Care’, Qualitative Social Work, 21: 748–64. 10.1177/14733250211019455

Zuchowski I. et al. (2019) ‘Convenient yet Neglected: The Role of Grandparent Kinship Carers’, The British Journal of Social Work, 49: 615–32. 10.1093/bjsw/bcy085

Traduzione non ufficiale di Voices from the field: Exploring social workers’ experiences in supporting grandfamilies, di Adéla Souralová, Eliška Beránková e Linda Koshi, The British Journal of Social Work, vol. 55, no 6 (2025), doi: 10.1093/bjsw/bcaf069, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore sono responsabili di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione dell’articolo originale «Voices from the field: Exploring social workers’ experiences in supporting grandfamilies», pubblicato in The British Journal of Social Work (2025) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo di chi firma l’articolo è stato tradotto in italiano e la presentazione è stata adattata alla lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

Souralová, A., Beránková, E., et Koshi, L. (2025). Voices from the field: Exploring social workers’ experiences in supporting grandfamilies. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/voices-from-the-field-exploring-social-workers-experiences-in-supporting-grandfamilies (Opera originale pubblicata nel 2025 in The British Journal of Social Work, 55(6), 2734-2754 (2025); ripubblicata nel 2025 da The British Journal of Social Work, https://academic.oup.com/bjsw/article/55/6/2734/8100450)

Carrello

Il tuo carrello è vuoto.