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Red Sistémica · Sessualità e cinema
Che i mezzi di comunicazione di massa influiscano sui comportamenti e sulle abitudini è un fatto indiscutibile. In materia di sessualità hanno fatto cadere miti tanto quanto ne hanno creati; soprattutto, hanno reso popolare, democratizzato, «massificato» un piacere a lungo riservato alle élite del denaro, dell’intelletto e delle classi superiori. Sessuologo e comunicatore, l’autore segue questa trasformazione film dopo film, dai fratelli Lumière all’inizio degli anni Novanta.
Nota della traduzione
Questo testo è l’estratto di una conferenza tenuta nel dicembre 1990. Si ferma quindi ai primissimi anni Novanta e usa il lessico del suo tempo; non lo abbiamo né aggiornato né attenuato. Le scene dei film sono restituite così come l’autore le descrive, senza riprodurre alcuna battuta. I titoli sono dati nella versione italiana, con il titolo originale tra parentesi alla prima menzione quando è diverso.
«La cosa più significativa e importante è che hanno reso popolare, democratizzato, in altre parole massificato il piacere sessuale, che storicamente è stato privilegio delle élite del denaro o dell’intelletto e della classe sociale più alta.»
Luis María Aller Atucha
La presenza e l’influenza dei mezzi di comunicazione di massa, o mezzi di comunicazione sociale, incidono sui comportamenti e sulle abitudini delle persone: è un fatto indiscutibile.
Viviamo in un «villaggio globale». Marshall McLuhan, che coniò il termine e definì il concetto, non immaginava che avrebbe avuto una tale estensione e, al tempo stesso, una tale simultaneità e piccolezza. Ha spiegato ciò che sembra essere una contraddizione.
L’ampiezza del «villaggio» in cui viviamo raggiunge l’angolo più remoto del pianeta. La simultaneità è data dal progresso delle comunicazioni hertziane e dell’elettronica, che ci permettono di vedere e sentire la stessa cosa in diverse parti del mondo nello stesso momento.
Per quanto riguarda il comportamento sessuale delle persone, i mezzi di comunicazione sociale hanno influito in modo significativo sul cambiamento dei costumi. Ciò si deve al maggiore accesso all’informazione e alla conoscenza di condotte diverse da quelle tradizionali o accettate in certe società o culture. I mezzi di comunicazione di massa hanno contribuito ad abbattere miti e credenze, così come a crearne. Ritengo che siano stati più positivi che negativi, ed è quello che cercherò di dimostrare.
La cosa più significativa e importante è che hanno reso popolare, democratizzato, in altre parole «massificato» il piacere sessuale, che storicamente è stato privilegio delle élite del denaro o dell’intelletto e della classe sociale più alta.
I mezzi di comunicazione sociale o di massa (li chiamerò così indifferentemente) hanno permesso di condividere l’intimità di pochi e di copiare o riprodurre comportamenti sessuali che si ritenevano non adeguati e, a volte, perfino inesistenti.
Dell’ampia gamma di mezzi di comunicazione sociale esistenti, per questo intervento ho scelto il cinema, anche se ho ritenuto necessario analizzare, sia pure in modo superficiale e tangenziale, anche la televisione; il che non mi impedisce di riconoscere l’importanza di altri mezzi, in particolare delle cosiddette riviste femminili. Con le loro informazioni, queste contribuiscono al cambiamento del comportamento sessuale delle donne. Hanno presentato, analizzato e discusso il tema del diritto a una sessualità femminile piacevole, senza colpa e disinibita, creando però al tempo stesso un nuovo stereotipo di donna: tirandola fuori dalla cucina e dalle faccende domestiche per mostrarla in perfetta forma fisica, profumata, con la pelle morbida, i capelli setosi e ben pettinati, vestita con sensualità, sempre pronta a servire i desideri dell’uomo.
È un tema da analizzare e approfondire in un’altra occasione. Perché se un tempo si presentava e si «vendeva» l’immagine della donna-madre in casa a uso e usufrutto dell’uomo, oggi si presenta e si «vende» l’immagine della donna sensuale a letto, come un prodotto in più al servizio e al consumo dell’uomo. Il che mi fa pensare che queste riviste «femminili» siano dirette da uomini, oppure da donne che non hanno molta consapevolezza di ciò che stanno facendo. Credo tuttavia che l’apporto delle riviste femminili sia stato positivo (non so se consapevolmente o no). Ma non voglio allontanarmi dal tema, che è il cinema.
L’invenzione dei fratelli Lumière ha permesso al grande pubblico, alla massa della popolazione, di entrare in luoghi che fino ad allora gli erano del tutto preclusi, come l’intimità dell’alcova. Gli ha permesso di «spiare» ciò che doveva restare la solitudine delle carezze, di condividere l’incondivisibile del bacio, arrivando a sentire come una lingua estranea esplora la bocca dell’altro e gli accarezza il palato. E oggi, grazie al cinema pornografico, perfino di accompagnare gli amanti nel letto, penetrando nelle loro penetrazioni.
Il cinema d’anteguerra creò, timidamente, eroi erotici. I baci appassionati e audaci — a bocca chiusa, però, senza scambio di saliva né giochi di lingua — di Rodolfo Valentino e Theda Bara fecero arrossire le nostre nonne e fecero loro chiudere gli occhi. Greta Garbo e Marlene Dietrich fecero sognare; e perché non credere che siano state causa di qualche polluzione notturna o di qualche masturbazione dei nostri padri.
Il cinema del dopoguerra fu molto più audace: creò mostri sacri e miti della sensualità e dell’erotismo, come Brigitte Bardot e Marilyn Monroe, ossessione e compagne di sogni e di fantasie degli uomini della mia generazione. Brigitte Bardot, che i più giovani forse conoscono perché oggi si dedica a difendere foche e balene minacciate di estinzione, fu la prima donna, verso la metà degli anni Cinquanta, ad apparire completamente nuda su uno schermo cinematografico. Fu in E Dio creò la donna, di Roger Vadim, quel dio profano a sua volta creatore di erotismo e di bellezza, a cui si devono la scoperta, la promozione e la «massificazione» — concedetemi questa parola, che è davvero chiara ed eloquente — di Catherine Deneuve, che fu poi una bella borghese che si prostituiva in cerca di piacere sessuale in Bella di giorno; e di Jane Fonda, che ci regalò un sesso futurista in Barbarella, creando un nuovo tipo di detonatore erotico e sessuale, e che più tardi, nella sua piena e magnifica maturità, condivise con noi una bella scena, un coito esplicito con un paraplegico (Jon Voight) tornato senza gloria dalla guerra del Vietnam in Tornando a casa (Coming Home). Tutte e tre furono mogli di Vadim: lo abbiamo saputo grazie ai mezzi di comunicazione di massa, che ci hanno fatto venire voglia di provare a vivere una vita bellamente erotizzata come la sua.
Alla fine degli anni Cinquanta Federico Fellini, quel mago dell’intimità umana, della frustrazione e del desiderio, fa conoscere al grande pubblico la vita sessuale privata dell’aristocrazia e dell’élite del denaro italiane. Tutti abbiamo potuto guardare — e sognare di accarezzare — i grandi seni bianchi della svedese Anita Ekberg, mentre faceva il bagno, insieme a Marcello Mastroianni, nella Fontana di Trevi, nella notte della dolce vita romana. Lì è nato il mito delle «svedesi erotiche», in cerca di sesso e di peni latini. Fellini lo ricrea molti anni dopo in Amarcord, nella scena del ballo in albergo in cui i seduttori locali conquistano svedesi e tedesche e poi si raccontano i loro successi e le loro prodezze: la più grande delle quali è che una di loro abbia acconsentito a concedere la sua «intimità posteriore», in segno di gratitudine per la loro virilità e la loro solidità di amanti.
La dolce vita segnò, senza alcun dubbio, una tappa nella storia della sessualità moderna: il titolo del film si trasformò in un concetto, quello di uno stile di vita in cui erano inclusi lo scambio di coppia e il sesso di gruppo — le «orge», come le chiamavamo allora. Poco dopo, in un altro film di Fellini, Peppino De Filippo riesce, in un sogno invidiabile, a immergersi e a rotolarsi nei grandi seni della Ekberg, che riempivano lo schermo riproducendo un manifesto pubblicitario che invitava a bere più latte: un modo di porre una curiosa contraddizione e di invitare a riflettere sulle ghiandole mammarie come elemento erotico, e non solo come necessità biologica di nutrimento della prole.
Quei seni, che illuminarono il buio della sala e anche molte coscienze, misero in evidenza che noi esseri umani, uomini e donne, provavamo il desiderio di esplorare eroticamente quelle ghiandole mammarie che, così ci era stato insegnato, la natura aveva posto sulla femmina al solo scopo di allattare i figli.
Altri grandi seni cinematografici seguirono quelli di Anita Ekberg: Marilyn Monroe, Zsa Zsa Gabor, Gina Lollobrigida, Sophia Loren e perfino la dolce Claudia Cardinale, simbolo e sintesi della «purezza erotico-sessuale» nel capolavoro di Fellini, 8½ (Otto e mezzo).
Lascio qui Fellini, attraverso il quale potrei analizzare molti aspetti del comportamento e della fantasia sessuali. Lo lascio perché vi ricordiate dell’amante di Marcello Mastroianni in 8½, che concretizza le sue fantasie sessuali adolescenziali, e dell’esplicitazione della fantasia dell’«harem», su cui Fellini torna più e più volte in diverse sue opere. Ma prima di lasciarlo, permettetemi di ricordare, da parte mia, i seni monumentali della tabaccaia di Amarcord, in cui l’adolescente si immerge con timore e delizia.
Pochissimo tempo dopo questo cinema d’avanguardia, assistiamo al primo cunnilingus cinematografico. Ne gode Jeanne Moreau in Les Amants, film di Louis Malle. Lo confesso: all’epoca molti di noi non capirono perché Jeanne Moreau mostrasse in primo piano il suo volto in preda al godimento, un godimento che esprimeva con ansiti e grida — cosa che le donne di allora non facevano —, mentre il suo amante era sparito dallo schermo, verso il basso, baciando e leccando il suo corpo.
Molti uomini e molte donne devono a Louis Malle e a Jeanne Moreau momenti di piacere graditissimi: ci hanno aperto la strada verso una pratica sessuale che negli anni Sessanta non era molto diffusa e di cui si parlava perfino in modo dispregiativo. Essere un minetero, come si chiamava il cunnilingus nella mia adolescenza, non significava essere del tutto virile; molto spesso usavamo questa espressione come un insulto squalificante. La virilità era legata alla penetrazione. Credo che a Torre Nilsson sarebbe costato molto immaginare il suo Ecuménico López intento a un cunnilingus.
Pochissimo tempo dopo fu mostrato — o meglio, suggerito — il primo coito anale del cinema. Liv Ullmann insegnò che si potevano avere rapporti in un luogo diverso dall’alcova con la luce spenta, e attraverso un orifizio diverso dalla vagina. Questo coito anale, filmato in Il silenzio (Tystnaden) di Bergman, si svolgeva sulle poltrone di un cinema semivuoto.
Nella stessa epoca Michelangelo Antonioni giustifica l’esistenza dell’adulterio, se appare come effetto della ricerca del piacere. Monica Vitti, protagonista di L’avventura, lascia la sicurezza della sua casa agiata e borghese, e la sua routine coniugale, in cerca di piacere coitale. Sesso per il piacere sessuale.
Il tema dell’adulterio e della possibilità di condividere il partner fu a lungo dibattuto e analizzato a partire da uno squisito film francese intitolato Il verde prato dell’amore. Il film sostiene la tesi che sia possibile «condividere» sessualmente con un’altra il proprio compagno coniugale e sessuale. Una posizione che si rovescia e si approfondisce in un altro film francese della stessa epoca, Jules e Jim, in cui due amici condividono una stessa donna.
Sono gli anni in cui abbiamo goduto partecipando al piacere puramente coitale e fisico di Käre John (Dear John), bel film svedese degli anni Sessanta che ci ha permesso di vedere rapporti in piedi, contro un albero, consumati da una coppia che si conosceva appena da un’ora. Ricordo, perché mi colpì molto, l’espressione di piacere sul volto della protagonista. Parlo di un’epoca in cui si supponeva che la donna «adempisse al dovere coniugale» perché non aveva scelta, dato che fino ad allora non era stato inventato un altro modo di procreare. Käre John ci ha sbattuto in faccia il desiderio femminile, il bisogno della donna di essere toccata, esplorata e amata. Insieme a Bergman, questo cinema svedese ha portato sullo schermo, e all’ordine del giorno, l’orgasmo femminile. Molti uomini e molte donne, soprattutto donne, scoprirono lì che il piacere coitale esisteva, e che era desiderabile e lecito raggiungerlo senza dover passare per il «sacro vincolo del matrimonio».
Il cinema ci ha anche insegnato che il rapporto sessuale serve come elemento di comunicazione. Ce lo ha mostrato Alain Resnais in Hiroshima mon amour, dove una coppia di razze e lingue diverse comunica attraverso la genitalità. Anche qui si rafforza la possibilità del sesso interrazziale, che Puccini aveva posto con molti dubbi nella sua opera Madama Butterfly, dando a questo tipo di pratica un finale tragico e assai poco incoraggiante.
Il cinema europeo
Ci apriva gli occhi e ci invitava a godere del piacere fisico e del coito: Malle, Bergman, Antonioni, Resnais, Truffaut, il cinema svedese.
Il cinema americano
Si faceva eco del sesso ufficiale — che l’autore definisce eterosessuale, coniugale, monogamo e riproduttivo — e ci inondava di film di vergini sdolcinate.
Nello stesso momento in cui il cinema europeo ci apriva gli occhi e ci invitava a godere del piacere fisico e del coito, il cinema americano si faceva dunque eco del sesso ufficiale, quello che io definisco eterosessuale, coniugale, monogamo e riproduttivo, e ci inondava di film di vergini sdolcinate, le cui dee furono Doris Day e June Allyson. Più tardi il cinema americano si è riscattato, pagando per la sua goffaggine.
Il cinema degli anni Settanta ci ha portato un’assuefazione all’erotismo e alla sessualità. Quasi tutti i film che ci arrivavano contenevano la loro dose di sesso coitale. Quel decennio ci ha regalato film della bellezza di Ecco l’impero dei sensi (Ai no corrida), La donna di sabbia (Suna no onna), Barbarella e La febbre del sabato sera (Saturday Night Fever), in cui un John Travolta «sessuoso» e leggermente esibizionista ha fatto inumidire molte vagine nelle platee buie dei cinema di tutto il mondo.
Il capolavoro di quel decennio è senza dubbio Ultimo tango a Parigi, in cui Bertolucci ci regala una Maria Schneider e un Marlon Brando che hanno rapporti in un appartamento vuoto, sul pavimento, dentro una vasca da bagno, aiutandosi con il burro per la penetrazione anale, e con un finale masturbatorio in mezzo a una sala da ballo.
Mentre il cinema europeo esplorava con serietà e profondità la problematica sessuale, il cinema argentino, e soprattutto quello brasiliano, si caratterizzava per le pornochanchadas, in cui Porcel e Olmedo appaiono come esponenti di un curioso approccio al comportamento sessuale degli argentini. Vi si presentano uomini perennemente frustrati, che non riescono mai ad arrivare al coito, davanti a belle donne che si sottraggono a questo tipo di attività. Credo che questo fenomeno meriti un’analisi più approfondita, tanto è complesso e strano. Da un lato si pretende di mostrare che noi uomini viviamo ossessionati dal sesso coitale, e in particolare dai generosi fondoschiena delle nostre connazionali, che si rifiutano sistematicamente di soddisfarci. Sembrerebbe che si voglia ridicolizzare gli incontri coitali fuori dal matrimonio e dimostrare che tutto ciò è frustrante e poco piacevole. Ma non voglio approfondire qui questo fenomeno, anche se resto disposto a discuterne e a rifletterci con chiunque possa fornire spunti per uno studio più ampio.
Restiamo dunque negli anni Settanta, il decennio in cui la pornografia, i film pornografici, lasciano la sicura intimità dei proiettori domestici «super 8» per invadere i grandi schermi del cinema commerciale.
Da spettatori entriamo nel letto, nella bocca e nella vagina delle protagoniste di quelle prodezze ginnico-coitali. Ci è stato permesso di vedere le protagoniste di Gola profonda (Deep Throat), capaci di inghiottire peni di dimensioni mai sognate dalle immaginazioni più fervide, e di spiare, Dietro la porta verde (Behind the Green Door), storie come quella dell’Histoire d’O e di altre eroine ed eroi dell’attività coitale esibizionista e retribuita.
Il decennio degli anni Ottanta, che ci siamo appena lasciati alle spalle, ci ha regalato piaceri erotico-visivi profondi, e a volte violenti. Ci ha offerto la raffinatezza di una Bo Derek, che abbiamo visto — e invidiato — godere di un rapporto con Dudley Moore, accompagnati dal Bolero di Ravel, che da quel film in poi si è chiamato 10. Quella musica è diventata un simbolo sessuale, o meglio un simbolo coitale, perché è difficile non ricordare i due attori a letto ascoltandola; o non lasciarsi prendere dall’erotismo dispiegato da Jorge Donn quando la ballò in Les Uns et les Autres, quell’interessante film di Claude Lelouch.
Da questo erotismo fine e pieno di umorismo siamo passati all’erotismo violento e maniacale di Attrazione fatale (Fatal Attraction), in cui Michael Douglas paga caro un rapporto extraconiugale di un fine settimana con Glenn Close. Nonostante il finale moralista, che rafforza il sesso ufficiale e condanna la violazione della monogamia, non possiamo non riconoscere la «sana attrazione» che produce in noi il ricordo del rapporto in ascensore e di quello contro il lavello della cucina, mentre l’acqua scorre dai rubinetti.
La fine del decennio ci ha portato un film sofisticato che ci ha aperto le porte nascoste e segrete del desiderio e dell’immaginazione. Abbiamo visto Kim Basinger e Mickey Rourke vivere e sperimentare, durante 9 settimane e ½ (Nine ½ Weeks), i piaceri sensuali e sessuali più creativi, unendo il cibo, il mistero, la scoperta, la sottomissione e il dominio, nei rapporti più esplosivi e piacevoli mai filmati e mostrati al pubblico. In questo film compare anche la fantasia omosessuale. Ma dell’omosessualità parleremo più avanti.
Di recente, lo stesso regista di 9 settimane e ½ ci ha offerto un altro saggio di erotismo con Two Moon Junction. Qui sono state senza dubbio le donne a godere di più dell’immagine e a stimolare di più la propria fantasia, conquistate dall’indiscutibile bellezza e sensualità del protagonista maschile; anche se pure Mickey Rourke, nel film citato prima, ci metteva del suo, che è molto e assai particolare.
Il decennio degli anni Ottanta presenta, a mio parere, due importanti tappe cinematografiche in materia di sessualità. La prima è Je vous salue, Marie, di Jean-Luc Godard, in cui ci presenta una Maria, madre di Dio, non vergine e che gode dei piaceri carnali: il film ha provocato tanto sgomento e scandalo che non abbiamo potuto vederlo in nessun paese dell’America latina.
Il secondo avvenimento è L’ultima tentazione di Cristo, in cui Scorsese ci presenta un Cristo-uomo, con desideri e fantasie sessuali, che ama sua cugina Maria Maddalena, la sposa e ha con lei diversi figli. Ciò dimostra l’importanza e l’impatto del cinema: il libro L’ultima tentazione di Cristo era stato scritto da Nikos Kazantzakis negli anni Cinquanta e a me, personalmente, era sembrato pesante e noioso; il film, invece, mi è piaciuto molto.
Se il decennio degli anni Ottanta ci ha permesso di esplorare e conoscere il piacere e l’erotismo sessuale terreno, non ci ha aperto del tutto le porte all’esplorazione e alla contestazione della presunta «asessualità» divina.
Un altro dei campi in cui il cinema degli anni Ottanta si è avventurato è quello dell’omosessualità. Film come Il vizietto I e II ci hanno permesso di affacciarci, con umorismo e senza troppi preconcetti, sulla vita di un gruppo di esseri umani che sentono e hanno bisogni come tanti altri, e da cui si distinguono soltanto per il modo di gestire lo stimolo sessuale. Il finale dolce ed emozionante di Il vizietto II, in cui Ugo Tognazzi non esita a rischiare la vita per andare a cercare il suo compagno, è una vera lezione d’amore e di solidarietà.
Sulla stessa linea umoristica, ma con un contenuto molto più profondo e riflessivo, Blake Edwards ci propone un Victor Victoria che confonde le nostre inclinazioni e i nostri detonatori erotico-sessuali, allo stesso modo in cui Julie Andrews travestita confuse James Garner, al punto che alla fine lui non dava più importanza al sesso della persona che aveva risvegliato la sua attrazione e la sua passione. Non era la prima volta che Blake Edwards affrontava il tema dell’omosessualità: lo aveva già toccato tangenzialmente in 10, ma con una certa drammaticità, nel personaggio dell’agente e impresario di Dudley Moore.
Forse la cosa più profonda e completa in questo ambito è stata presentata dal cinema francese, alla fine degli anni Ottanta, in un film intitolato Maurice, in cui James Ivory ricrea il libro di Edward Morgan Forster, scritto nel 1913 e pubblicato solo nel 1971, anni dopo la morte del suo autore. Questo film tenero mostra l’amore di due adolescenti omosessuali inglesi e i problemi che affrontano per il fatto di amarsi. Il trattamento intimista e rispettoso del tema ci ha aperto possibilità di comprensione e di accettazione.
È evidente che il cinema si è occupato molto di più del tema dell’omosessualità, compresa l’omosessualità femminile, sia velata e latente, come in Giulia, sia circostanziale, come in Il colore viola (The Color Purple). Tutto ciò ha aiutato a capire, ad accettare e a comprendere, almeno un po’ meglio, la legittimità e il diritto di scegliere il tipo di partner che si desidera.
Sebbene gli anni Ottanta non siano riusciti a vincere le barriere che circondano l’analisi del rapporto tra sesso e religione, tra sesso e divinità, hanno lasciato tracce importanti in film come Agnese di Dio (Agnes of God), Uccelli di rovo (The Thorn Birds), Il cardinale (The Cardinal) e, più di recente, El juicio, in cui si analizzano le tendenze omosessuali e pedofile di un gruppo di sacerdoti. Nonostante questi limiti, il bilancio degli anni Ottanta è altamente positivo: il cinema ha demistificato, reso popolare e incoraggiato la ricerca di un incontro sessuale e coitale umano senza finalità riproduttive. Ha mostrato la legittimità di avere fantasie erotiche e il diritto di soddisfarle. Questo mezzo di comunicazione di massa, il cinema, è stato un alleato del Piacere.
Da ricordare
Il filo che l’autore segue di decennio in decennio è sempre lo stesso: ciò che era privilegio di una minoranza — l’accesso al piacere, la conoscenza di pratiche non riproduttive, il diritto di fantasticare — diventa, attraverso lo schermo, un bene comune. Il cinema non ha soltanto mostrato dei corpi; ha reso discutibili norme che, fino ad allora, non si discutevano.
Il decennio degli anni Novanta si apre con una proposta interessante in materia di sessualità: il diritto al godimento sessuale delle persone disabili. Avevamo già citato Jane Fonda e il suo rapporto con Jon Voight in Tornando a casa, ma le proposte attuali sono un po’ più esplicite e approfondite. In Il mio piede sinistro, il protagonista, un uomo disabile che muove soltanto il piede sinistro, seduce una bella donna e la sposa. In Nato il quattro luglio (Born on the Fourth of July), l’attuale simbolo della sensualità maschile, Tom Cruise, invalido di guerra e impotente, cerca di soddisfarsi e di soddisfare la sua partner sessuale con la bocca, in un’esplorazione con la saliva e con la lingua di tutto il corpo di lei che si conclude con un cunnilingus riuscito e orgasmico.
Il cinema sta aprendo nuove strade, che ci permetteranno di esplorare la sessualità dimenticata, negata e misconosciuta delle persone disabili.
Nota dell’originale
(1) Questo testo è parte di una conferenza tenuta alle IX Giornate di sessualità del CETIS, il 7 e l’8 dicembre 1990.
Chi è Luis María Aller Atucha
Luis María Aller Atucha è comunicatore sociale e sessuologo. È stato funzionario di organismi internazionali per oltre vent’anni. Attualmente è direttore dell’educazione e della comunicazione del CETIS e membro del panel di esperti in comunicazione ed educazione sanitaria dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS, Ginevra).
Questo articolo è la traduzione italiana non ufficiale, condotta dallo spagnolo con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, di «Cambios de comportamiento sexual y cine», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: IX Giornate di sessualità del CETIS, Buenos Aires, dicembre 1990). Tradotto e ripubblicato con l’accordo della rivista; fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Aller Atucha, L. M. (2022). Changements de comportement sexuel et cinéma (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/changements-de-comportement-sexuel-et-cinema (Opera originale pubblicata nel 1990 nelle IX Giornate di sessualità del CETIS, Buenos Aires, dicembre 1990; ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/06/21/cambios-de-comportamiento-sexual-y-cine/)
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