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Red Sistémica · Epistemologia

Da ieri a oggi: niente di importante

Perché i modelli psicoterapeutici si succedono? Non perché i nuovi abbiano una portata clinica superiore, rispondono Hugo Hirsch e Sara Piedrabuena, ma perché la novità mantiene vivo l’entusiasmo di chi pratica la terapia, e questo entusiasmo è davvero un fattore terapeutico. Un testo breve e corrosivo su come chi pratica la terapia, pur credendosi parte della scienza, si comporti in realtà da artista.

Autore e autrice Hugo Hirsch e Sara PiedrabuenaPrima pubblicazione Perspectivas Sistémicas, n. 1, 1988Traduzione Complexe Systémique, traduzione italiana non ufficiale dallo spagnolo assistita dall’IA, con l’accordo di Red Sistémica

Dottor Boscolo, Lei ha detto che il passaggio dalla terapia psicoanalitica della famiglia al modello di Palo Alto si è tradotto in risultati migliori. Descrivendo la sostituzione di questo modello con quello che ha poi preso forma in Paradosso e controparadosso, l’ha motivata con la necessità di rispondere alle inquietudini teoriche di chi era in formazione e con lo spostamento del Suo interesse da Pragmatica della comunicazione umana a Verso un’ecologia della mente. Intende dire con questo che non vi sono state ragioni cliniche, ma esclusivamente ontologiche, per così dire, per il cambiamento di modello?

«È così, non vi sono state ragioni cliniche. Eravamo molto soddisfatti dei risultati. Il cambiamento è dipeso da altre ragioni.»

Dal corso tenuto dai dottori Cecchin e Boscolo a Santiago del Cile, novembre 1987

La tesi

La citazione precedente serve a illustrare la tesi centrale di questo articolo: nella maggior parte dei casi i modelli psicoterapeutici vengono sostituiti da altri non perché i nuovi abbiano una maggiore portata clinica, ma perché tale novità contribuisce a mantenere vivo l’entusiasmo di chi pratica la terapia e permette quindi di occuparsi delle persone in terapia con rinnovato interesse. Com’è noto, l’interesse per ciò che la persona presenta costituisce un fattore essenziale in ogni tipo di trattamento; sicché la formulazione di nuove teorie ha essenzialmente un effetto clinico, non perché permetta di capire di più, ma perché aiuta a continuare a prestare attenzione con entusiasmo.

David Malan si è riferito a questa questione nel suo ambito specifico, la psicoterapia breve, dicendo: «Sembra indubbio che quasi tutti i fattori di prolungamento che hanno avuto un ruolo così schiacciante nello sviluppo della tecnica psicoanalitica possano essere contrastati o evitati in certi casi (…). Si è tuttavia lasciato fuori un fattore che potrebbe rivelarsi il più difficile da contrastare fra tutti. È, naturalmente, il declino dell’entusiasmo.»

«Non resta che collocare questo lavoro nella sua prospettiva storica. È cominciato con il tentativo di riportare indietro l’orologio e tornare a una tecnica primitiva, utilizzata agli albori della psicoanalisi e screditata per anni. Si è concluso con lo sviluppo di una tecnica derivata da quella in uso oggi nella psicoanalisi. Se solo si potesse risolvere il problema del declino dell’entusiasmo, sembrerebbe molto più probabile che un simile sviluppo sopravviva alla prova del tempo.»

L’affermazione secondo cui i nuovi modelli non hanno una portata clinica superiore ai precedenti probabilmente non sarà condivisa da chi, in terapia, formula o modifica un modello, né da chi vi aderisce. In generale, da ben poche persone ci si può aspettare la lucidità che si manifesta nel commento del dottor Boscolo; ed è naturale che sia così, perché la mancanza di neutralità di fronte alla propria opera, o di fronte al modello che ci dà un’identità, è la condizione stessa della possibilità di produrla o di aderirvi. Detto altrimenti: nessuno inventa qualcosa, né aderisce a un modello, che consideri essenzialmente non superiore agli altri.

Dobbiamo tuttavia dire che tutte le ricerche sulla psicoterapia mostrano, con schiacciante monotonia, che le diverse tecniche terapeutiche ottengono percentuali identiche di risoluzione sintomatica, il che implica che nessuna possa rivendicare una superiorità sulle altre.

Una foresta umida di teorie

Che cosa porta allora a sviluppare febbrilmente modifiche, reinterpretazioni, invenzioni e revival di diversi modelli psicoterapeutici?

Il terreno su cui crescono le teorie somiglia a una foresta umida in cui crescono di continuo, a grande velocità, piante di varie dimensioni che lottano fra loro per occupare lo spazio e la luce sufficienti, che declinano altrettanto rapidamente e che, disgregandosi, fanno da fertilizzante a quelle che vengono dopo, senza che nessuna sia capace di suscitare interesse né consenso per un tempo prolungato.

Chi fa crescere queste piante o vi si arrampica conserva forse una certa illusione di avere scelto la più forte e la più duratura, ma di sicuro non può avere la convinzione con cui Freud o Watson facevano crescere la propria. Se continua a svolgere questo compito, è perché ne ricava altre gratificazioni. Una delle più importanti è sicuramente quella a cui allude il dottor Boscolo quando dice che il cambiamento di modello è dipeso in parte dalla necessità di rispondere alle domande di chi studiava. Queste persone, al pari di chi esercita già la terapia (o forse dovremmo dire al pari della maggior parte delle persone in questa cultura), rivolgono il loro interesse verso «ciò che è nuovo», verso ciò che sembra rappresentare un progresso rispetto a quanto preesiste. In campo scientifico, la novità consiste di solito in un’estensione o in un’applicazione del modello esistente. Di tanto in tanto si produce una «rivoluzione» e il modello vigente viene sostituito da un altro, secondo il processo mirabilmente descritto da Kuhn. Ma anche in questi casi la conoscenza è cumulativa, poiché i fatti precedenti non vengono semplicemente disdegnati, bensì inclusi nella nuova spiegazione. Inoltre, ed è forse questo il punto centrale, un nuovo modello è «rispettabile» solo se promette una capacità predittiva superiore, dalla quale deriva di solito una maggiore capacità di influire sui fenomeni. La biologia può costituirne un esempio, se vogliamo allontanarci un po’ dai triti esempi della fisica.

Chi pratica la terapia tende a considerarsi parte della comunità scientifica, ma in generale i modelli terapeutici non soddisfano questo requisito. Popper aveva già dimostrato molti anni fa che la psicoanalisi, non includendo previsioni che la rendessero empiricamente confutabile, cadeva fuori dall’ambito della scienza. Non ci sembra che altri modelli terapeutici possano finora vantarsi di soddisfare meglio le condizioni necessarie.

C’è di più: sembrerebbe che in molti casi non ci provino nemmeno, con la notevole eccezione degli sparuti resti del comportamentismo puro e delle vigorose schiere cognitiviste. Nel campo particolare delle terapie «sistemiche», il costruttivismo protegge una coesistenza sempre più comoda tra mappe discordanti. Questi modelli, a loro volta, non vengono verificati empiricamente, ma sostituiti per via di speculazione. L’importante è creare ogni giorno qualcosa di nuovo. Di fatto, un rapido sguardo alla storia dei modelli psicoterapeutici mostra che ognuno di essi cede il passo ad altri senza che si sia realmente verificato che i nuovi siano migliori. Semplicemente cade in disuso, esce dallo zeitgeist. Sospetto che chiunque pratichi la terapia familiare potrebbe leggere Adler con profitto, per esempio, eppure la grande maggioranza di chi ha ricevuto una formazione negli ultimi dieci anni sa a malapena chi sia. «È passato di moda.»

Non avanziamo: cambiamo

Che ci piaccia o no, noi che pratichiamo la terapia somigliamo, nel nostro comportamento, molto più a chi fa arte che a chi fa scienza. Non avanziamo: cambiamo. Ciò che dà rispettabilità è essere al passo con la corrente (che non è lo stesso che essere al passo con la scoperta, anche se pretendiamo di illuderci al riguardo). Resta da capire che cosa faccia sì che questa caratteristica si intensifichi con il tempo (i modelli cambiano o vengono sostituiti sempre più rapidamente) e quali conseguenze comporti nella pratica clinica. Ne parleremo in un prossimo articolo, se la redazione sopravvive a questo.

Questo articolo è la traduzione italiana non ufficiale, condotta sull’originale spagnolo, di «De ayer a hoy: nada importante», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Perspectivas Sistémicas, n. 1, 1988). Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e ripubblicato con l’accordo della rivista. Fa fede la versione originale.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

Hirsch, H., & Piedrabuena, S. (2022). D’hier à aujourd’hui : rien d’important (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/d-hier-a-aujourd-hui-rien-d-important (Opera originale pubblicata nel 1988 in Perspectivas Sistémicas, n. 1, 1988; ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/06/20/de-ayer-a-hoy-nada-importante/)

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