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Journal of Solution Focused Practices · Pratica centrata sulla soluzione

Lo sviluppo teorico di Steve de Shazer

Questo articolo ripercorre gli sviluppi del pensiero teorico di Steve de Shazer dal 1969 fino alla sua scomparsa nel 2005. Dopo aver esaminato la sua definizione di «teoria», organizziamo gli sviluppi della sua elaborazione teorica in 4 fasi, ricavando da ciascuna gli assiomi che egli continuò a sostenere fino alla morte.

Autrici e autori Harry J. Korman, M.D., SIKT Malmö, Svezia; Peter De Jong, Ph.D., MSW, International Microanalysis Associates, Victoria, Columbia Britannica, e Calvin University, professore emerito di sociologia e servizio sociale, Grand Rapids, MI; Sara Smock Jordan, Ph.D., LMFT, professoressa associata e direttrice del programma di Couple and Family Therapy, University of Nevada, Las VegasPrima pubblicazione Journal of Solution Focused Practices, vol. 4, n. 2, novembre 2020Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale Steve de Shazer’s Theory Development, di Harry Korman, Peter De Jong e Sara Smock Jordan, pubblicato nel Journal of Solution Focused Practices (2020) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

«La teoria di Steve de Shazer è una teoria sulla terapia: non è una teoria sulle persone che sono in terapia.»

Harry Korman, Peter De Jong e Sara Smock Jordan

Abstract

Questo articolo ripercorre gli sviluppi del pensiero teorico di Steve de Shazer dal 1969 fino alla sua scomparsa nel 2005. Dopo aver esaminato la sua definizione di «teoria», organizziamo gli sviluppi della sua elaborazione teorica in 4 fasi, ricavando da ciascuna gli assiomi che egli continuò a sostenere fino alla morte. Per ciascun assioma indichiamo in che modo esso sia fondamentale per comprendere la SFBT e contribuisca quindi a distinguere la SFBT dalle altre terapie basate sulla parola. Restiamo vicini agli scritti di de Shazer citando spesso i suoi numerosi articoli e i suoi 6 libri. Concludiamo con una sintesi di quelli che riteniamo essere i 6 assiomi duraturi della sua teoria della SFBT, dei tratti salienti del modo in cui sviluppò le sue teorie nel corso degli anni e della nuova lente che ci ha lasciato per osservare le interazioni terapeutiche, nonché con un esempio di ricerca che promette di ampliare la sua eredità teorica.

Introduzione

È comune, sia all’interno sia all’esterno della comunità centrata sulla soluzione, sentir affermare che la terapia breve centrata sulla soluzione (SFBT) non ha una teoria, ma è semplicemente un approccio fatto di utili tecniche pratiche. Lo stesso Steve de Shazer contribuì a questa convinzione, perché nei workshop e negli incontri affermava spesso che «la terapia breve centrata sulla soluzione non ha teoria». Anche il suo stile di insegnamento rendeva difficile discutere il tema della teoria. Seguiva il consiglio di Wittgenstein «Tutto ciò che il lettore può fare da sé, lascialo a lui» (Wittgenstein, 1984, p. 77), il che risultava spesso sconcertante, se non bizzarro, per il suo pubblico. Per esempio, durante un workshop in Germania in cui Kirsten Dierolf faceva da interprete, una persona partecipante pose la semplice domanda: «Che cosa fa con la depressione?», e de Shazer rispose: «Non capisco la domanda» (Dierolf, 2015, pp. 38-39). La sua risposta è coerente con l’affermazione secondo cui, se si risponde a una domanda, se ne accettano i presupposti. La domanda «che cosa fa con la depressione» presuppone che un terapeuta faccia qualcosa con la depressione, il che non rientra nel quadro della SFBT. La sua risposta «Non capisco la domanda» portava spesso le persone partecipanti a chiedergli quale fosse la sua teoria sulla depressione, sulla malattia mentale o su qualunque altra cosa. De Shazer rispondeva allora che la SFBT non ha alcuna teoria su queste cose. Questa e altre risposte simili potrebbero aver contribuito alla convinzione che la SFBT non abbia una teoria.

Se si esamina a fondo lo sviluppo storico della SFBT, e in particolare gli scritti di de Shazer, appare chiaro che lui e la sua équipe parlavano di teoria quotidianamente. De Shazer scrisse 6 libri e circa 75 articoli, e almeno un terzo di questi contenuti riguarda la teoria. Eve Lipchik, che diede un importante contributo iniziale allo sviluppo della SFBT, scrisse dell’evoluzione della SFBT nei suoi primi dieci anni: «l’équipe [del Brief Family Therapy Center di Milwaukee (BFTC)] cercava sempre di usare la teoria per guidare la pratica e di mettere ulteriormente alla prova con i clienti le pratiche guidate dalla teoria» (Lipchik et al., 2013, p. 6). Data questa stretta relazione tra teoria e pratica al BFTC, chi firma questo articolo ritiene essenziale esaminare da vicino la «teoria» di de Shazer nei suoi scritti per comprendere più pienamente lo sviluppo della SFBT.

Questo articolo è il frutto di uno studio e di una riflessione iniziati diversi anni fa con l’International Microanalysis Associates (IMA). Insieme alla nostra collega dell’IMA Janet Bavelas,1 eravamo colpiti dalla frequenza con cui, nei convegni, professioniste e professionisti affermavano che la SFBT non ha una teoria. Abbiamo quindi deciso di riesaminare gli scritti di de Shazer dall’inizio alla fine, concentrandoci sullo sviluppo teorico e ricavando gli assiomi della teoria che de Shazer elaborò. «Un assioma è un enunciato accettato come vero come base per un’argomentazione o un’inferenza.» (Merriam-Webster.com Dictionary, Merriam Webster, https://www.merriam-webster.com/dictionary/axiom. Consultato il 28 settembre 2020). Tra i sinonimi di assioma figurano postulato, principio o tesi. Come i suoi sinonimi, gli assiomi sono enunciati fondativi su cui si costruisce una teoria. Nel corso degli anni abbiamo presentato questi assiomi in diversi convegni (Bavelas, De Jong, & Smock Jordan, 2014; Bavelas & Korman, 2014; De Jong & Smock Jordan, 2014; Korman, 2018) e ora proponiamo le nostre riflessioni e conclusioni sotto forma di articolo.

Innanzitutto affrontiamo il modo in cui de Shazer definiva la teoria, cercando di chiarire la confusione attorno alla sua affermazione secondo cui «la terapia breve centrata sulla soluzione non ha teoria». Ripercorriamo poi lo sviluppo della teoria di de Shazer attraverso quattro fasi successive. Dopo aver sintetizzato e citato gli scritti di de Shazer per ciascuna fase, concludiamo con l’enunciazione dell’assioma o degli assiomi che, a nostro avviso, egli sviluppò in ciascuna fase. L’articolo si chiude con una discussione degli assiomi che sono rimasti e che erano in vigore alla sua scomparsa nel 2005. Nella conclusione proponiamo il significato del punto di vista teorico di de Shazer per chi opera nei campi della terapia e del coaching.

Che cosa intendeva de Shazer per «teoria»?

Come già osservato, circa un terzo degli scritti di de Shazer tratta esplicitamente di teoria. Per comprendere la sua ricerca e il suo sviluppo teorico è importante capire la distinzione che egli tracciava tra Teoria (teoria con la T maiuscola) e teoria (teoria con la t minuscola). De Shazer non cercò espressamente di spiegare il comportamento umano o la malattia mentale. La sua teoria era invece deliberatamente ed esplicitamente circoscritta:

Di certo non intendevo sviluppare, né ho sviluppato, una Teoria o un Grande Disegno, una Teoria che cerchi di spiegare tutto o che possa essere usata come se fosse stata concepita per spiegare tutto. (de Shazer, 1994, p. 274).

Affermava piuttosto:

Da quando ho cominciato a praticare la terapia breve all’inizio degli anni Settanta, la mia domanda di «ricerca» è stata: «Che cosa fanno i terapeuti che sia utile?». Negli anni Ottanta l’abbiamo cambiata in: «Che cosa fanno insieme clienti e terapeuti che sia utile?» (de Shazer & Berg, 1997, p. 122).

Steve de Shazer era rigoroso. Due punti rimasero costanti nei suoi progetti di ricerca e di costruzione teorica. Uno riguardava i fenomeni che lui e la sua équipe studiavano, l’altro le condizioni di validità (scope-conditions) della loro ricerca. Detto altrimenti, il primo riguardava ciò che de Shazer e la sua équipe osservavano, il secondo individuava a quali condizioni le loro teorie erano valide e utili. Una delle sue numerose affermazioni su ciò che cercava di realizzare risale al 1991:

Costruzione della teoria. Per costruire una teoria utile del fare terapia (breve), dobbiamo individuare ciò che nelle sedute terapeutiche è osservabile e ripetibile. Dobbiamo descrivere le regolarità da una seduta all’altra e da un caso all’altro sulla base di ciò che terapeuti e clienti fanno effettivamente durante le sedute. Lo sviluppo della teoria deve quindi fondarsi sull’osservazione disciplinata della terapia svolta in un contesto specifico. A partire da questo processo si può costruire una descrizione di ciò che si fa nelle sedute e poi creare regole che permetteranno ad altre persone di fare terapia «nello stesso modo» (Gingerich & de Shazer, 1991, pp. 241-242).

De Shazer definì chiaramente anche che cosa intendeva per «teoria»:

La teoria, nel senso in cui uso il termine, non è intesa come una «spiegazione» [cioè inferenze], ma piuttosto come una «descrizione» coerente di specifiche sequenze di eventi all’interno di un contesto specifico [cioè una descrizione del terapeuta che interagisce con il cliente nel setting terapeutico] (de Shazer, 1988, p. xiv).

Definì chiaramente anche ciò di cui la sua teoria non si occupava:

La teoria [della SFBT] non ha assolutamente nulla da dire su «problemi, lamentele, difficoltà» ecc. Di fatto, la teoria esplicitamente non include né esclude idee sulla causalità e non include né esclude le varie idee sul mantenimento del problema: si occupa soltanto del fare terapia (de Shazer, 1988, p. xix.).

Inizialmente de Shazer si concentrò sulle descrizioni di ciò che il terapeuta fa nella stanza di terapia, per poi passare a ciò che terapeuta e cliente fanno insieme, cioè alle loro interazioni. Aderendo a una visione interazionale, si rifiutò di teorizzare su comportamenti o problemi al di fuori delle interazioni terapeuta/cliente in cui tali comportamenti o problemi venivano descritti. Limitò inoltre la sua teoria alle interazioni visibili e udibili2 nella stanza di terapia del BFTC, affermando che queste erano le condizioni di validità della sua teoria. Aggiunse tuttavia che la teoria sarebbe stata inutile se non avesse potuto essere applicata in altri contesti (de Shazer, 1988, p. 67).

Il progetto di costruzione teorica di de Shazer si distingue dagli altri sviluppi teorici nel campo della psicoterapia. Di solito la costruzione teorica in questo campo parte da un insieme di proposizioni interconnesse sulla natura e sulla causa di un problema. La costruzione teorica di de Shazer, al contrario, cominciò con il tentativo di concettualizzare le regole che Milton Erickson seguiva quando ideava i suoi interventi insoliti (Erickson, 1980). De Shazer passò poi a descrivere ciò che faceva il terapeuta e, in seguito, ciò che clienti e terapeuti facevano insieme. Per tutto il tempo continuò a sviluppare descrizioni teoriche di come avviene il cambiamento in terapia.

La teoria della SFBT che de Shazer andava sviluppando, intesa come «… una descrizione coerente di una sequenza di eventi all’interno di un contesto specifico» (1988, p. 63), può essere paragonata alla teoria della gravità di Einstein. In entrambi i casi, gli studiosi sanno descrivere ciò che accade in modo osservabile, ma ammettono di non sapere con precisione come o perché i fenomeni si producano in quel modo. Per esempio, Einstein affermò che la gravità curva lo spazio, ma questo non dice molto su come o perché la gravità funzioni così. Eppure, grazie alle sofisticate descrizioni matematiche di Einstein, scienziati e ingegneri sono riusciti a mandare persone sulla Luna e a riportarle indietro. Allo stesso modo, le descrizioni coerenti che de Shazer sviluppò nel corso degli anni su ciò che accade nelle interazioni terapeuta/cliente della SFBT non illustrano come o perché le interazioni funzionino. Ciononostante, attingendo alle sue descrizioni, molti terapeuti SFBT aiutano i loro clienti a vivere una vita più soddisfacente.

Sviluppo storico, ovvero le «fasi» di Steve de Shazer

Sulla base della nostra lettura e comprensione dell’opera di de Shazer (o forse si dovrebbe dire mal-lettura e mal-comprensione,3 come de Shazer preferiva chiamarla), si può suddividere a grandi linee il suo progetto teorico in quattro fasi distinte e in parte sovrapposte: il giovane de Shazer, 1969-1978; il primo BFTC, 1978-1982; de Shazer al BFTC, 1982-1989; e l’ultimo de Shazer, 1989-2005. Nel presentare queste fasi abbiamo incontrato difficoltà dovute a comprensibili scarti temporali, ossia (a) il tempo trascorso tra i cambiamenti nella pratica e la relativa costruzione teorica, (b) il tempo che de Shazer impiegò per scrivere di questi cambiamenti e (c) il tempo necessario perché tali cambiamenti fossero pubblicati. Questi scarti temporali rendono la ricostruzione a posteriori tentata in questo articolo difficile e in parte arbitraria. Questo articolo è quindi la nostra versione o comprensione del progetto di sviluppo teorico di de Shazer e non pretende di esserne la versione giusta o l’unica.

Fase 1: il giovane de Shazer, 1969-1978

De Shazer aveva 29 anni quando cominciò a imitare ciò che credeva facesse Milton Erickson con i suoi clienti. Apprese i metodi di Erickson leggendone i casi (H. Korman, comunicazione personale, settembre 2002) e scoprì in seguito di aver completamente frainteso il modo in cui Erickson lavorava.4

Negli scritti iniziali di de Shazer troviamo pochissimo sviluppo teorico. I suoi primi 4 articoli riguardano, in primo luogo, la sua comprensione dei principi e delle procedure di Erickson e, in secondo luogo, forniscono le sue descrizioni delle proprie tecniche e strategie innovative di ipnoterapia (de Shazer, 1974; 1975a; 1975b; 1977).

Nei 4 articoli successivi (de Shazer, 1978a; 1978b; 1979a; 1979b), usò le teorie di altri come lenti attraverso cui osservare il lavoro di Erickson e il proprio. Per esempio, nel 1978 de Shazer scrisse della sua variante della tecnica della sfera di cristallo di Milton Erickson5 servendosi della «Expectation States Theory» (Webster & Sobieszek, 1974) per osservare il proprio lavoro:

…La tecnica della sfera di cristallo descritta nei due esempi clinici non è, in alcun senso formale, un’applicazione della Expectation States Theory, né il materiale clinico è proposto come ulteriore prova della teoria. Semplicemente, questa teoria sarà usata per osservare la terapia da un diverso punto di vista (de Shazer, 1978a, p. 204; corsivo nostro).

Tra il 1971 e il 1976 de Shazer lavorò con Jerry Talley e Joseph Berger del dipartimento di sociologia della Stanford University applicando la teoria dell’equilibrio di Heider (Heider, 1946). Cercavano di comprendere le regole che Erickson seguiva nelle sue sedute e, poiché de Shazer imitava Erickson, anche di comprendere che cosa de Shazer facesse nelle proprie.

Come per le altre teorie che de Shazer esaminò nel corso degli anni, usò la teoria dell’equilibrio di Heider come una lente attraverso cui osservare e descrivere ciò che accade nella stanza di terapia. Era come se cercasse di rispondere alla domanda: in che modo ciò che ho fatto in questa seduta si inserisce in questa teoria o vi trova senso?

Il giovane de Shazer sembrava alla ricerca di una teoria che potesse servire a descrivere e, forse, a spiegare il suo lavoro. In un testo retrospettivo inedito, originariamente tratto dal sito del BFTC, de Shazer scrisse del lavoro con Berger e descrisse due progetti di ricerca:

[a proposito del primo progetto] …cercavamo di applicare le conoscenze sociologiche a ciascuno dei casi. Alla fine restringemmo il campo alla descrizione della situazione mediante la teoria dell’equilibrio di Fritz Heider. Il secondo [progetto] consisteva nel cercare di sviluppare una teoria basata sul lavoro di Milton H. Erickson o, forse, di scoprire la teoria di Erickson implicita nei suoi articoli (de Shazer, 1999. p. 7).

Il lavoro di de Shazer che utilizza la teoria dell’equilibrio di Heider nella terapia e nello sviluppo teorico è esplorato e descritto in grande dettaglio nel suo primo libro (de Shazer, 1982a). Non riteniamo che la teoria dell’equilibrio abbia avuto un impatto duraturo sulla teoria della SFBT.

Anticipazioni di ciò che verrà. Abbiamo trovato il primo indizio di ciò che emergerà più tardi nei progetti di costruzione teorica di de Shazer quando descrisse il suo disaccordo con Berger nel 1972, mentre mappavano dei casi con il modello teorico dell’equilibrio di Heider. Il disaccordo riguardava l’inclusione del terapeuta nelle mappe basate sulla teoria dell’equilibrio su cui lavoravano insieme. Berger voleva limitarsi a mappare la famiglia, mentre Steve voleva mappare l’intero sistema presente nella stanza di terapia che, a suo modo di vedere, includeva il terapeuta: «Questo alla fine ci portò a riconoscere il nostro disaccordo, quando cominciai ad assumere una posizione di “osservatore esterno” che includeva il terapeuta nella mappa» (de Shazer, 1999, p. 7).

Quando de Shazer scrisse «Beginnings» nel 1999, è chiaro che riteneva di aver cominciato già nel 1972 a considerare l’idea di indagare «la terapia come sistema» (de Shazer 1981, p. 56) anziché osservare «la famiglia come sistema» (de Shazer 1981, p. 56), anche se questa distinzione cruciale all’epoca non gli era ancora del tutto chiara.6 Questo spostamento è degno di nota per almeno due ragioni. In primo luogo, il metodo di indagine di de Shazer consisteva nell’osservare le sedute terapeutiche e nel cercare poi di descrivere ciò che osservava. In secondo luogo, il disaccordo con Berger potrebbe ben essere stato l’inizio del passaggio di de Shazer dall’osservazione e dalla descrizione prevalenti del sistema problematico del cliente e di ciò che il terapeuta ne faceva a un’attenzione rivolta invece all’interazione tra cliente e terapeuta. «Includere il terapeuta nella mappa» (de Shazer 1999. p. 7) divenne un principio fondamentale in tutto ciò che emerse in seguito al BFTC. Abbiamo concettualizzato questo principio della teoria in via di sviluppo di de Shazer nei nostri primi due assiomi:

Assioma 1

La terapia è un processo interazionale osservabile, cioè una conversazione.

L’assioma 1 coglie il modo in cui de Shazer, così presto nella sua elaborazione teorica, si orienta verso ciò che accade in modo osservabile nella stanza di terapia, ossia il fatto che clienti e terapeuti interagiscono, nel senso che conversano insieme. Comincia così a distinguere chiaramente il proprio focus teorico da quello delle terapie che si concentrano su ciò che accade all’interno del cliente, che non è osservabile e non è centrato sull’interazione cliente-terapeuta.

Assioma 2

L’unità minima di analisi è il terapeuta che interagisce con il cliente nel setting terapeutico. Questa unità non può essere ulteriormente suddivisa.

Con questo assioma fu tracciato un confine netto nei confronti, in sostanza, di tutte le altre teorie del campo. Se non si può suddividere «l’unità costituita dal terapeuta che interagisce con il cliente nel setting terapeutico», non si può più teorizzare o speculare su ciò che accade al cliente, dentro il cliente o nella sua famiglia. Per descrivere una patologia o una disfunzione nel cliente o nel sistema familiare bisogna suddividere l’unità nelle sue componenti. La teoria di Steve de Shazer è una teoria sulla terapia: non è una teoria sulle persone che sono in terapia.

Prima di procedere, vogliamo osservare che nel nostro studio degli scritti di de Shazer ci è apparso presto evidente che non è possibile stabilire con esattezza quando e in quale manoscritto siano comparse le sue diverse idee. Alcune erano accennate nei primi scritti, ma descritte compiutamente solo 10-20 anni dopo. Si consideri, per esempio, il concetto di eccezioni. Harry Korman chiese una volta a de Shazer da dove venisse il suo modo «strano» (parola di Harry) di ascoltare. De Shazer rispose che aveva «sempre sentito i buchi» nella storia. Quando aveva cominciato a fare terapia, disse, le persone gli parlavano dei loro problemi, ma ciò che lo colpiva sempre erano i buchi. I buchi erano le parti della storia del cliente che non corrispondevano alla lamentela. De Shazer disse che questi buchi c’erano sempre stati e che erano sempre stati ciò che lo interessava di più. Disse anche di aver sempre lavorato nello stesso modo (comunicazione personale, metà degli anni Novanta). Se ne trovano tracce negli articoli che scrisse. Nel 1975a pubblicò un articolo in cui si vede che stava cercando attivamente ciò che in seguito fu chiamato eccezioni:7

Cercai di ottenere dati precisi sullo schema degli incidenti del bambino. Succedeva a casa, dall’amico, all’asilo, di mattina o di pomeriggio. Né loro (la famiglia) riuscirono a scoprire alcuno schema di comportamento comune ai giorni in cui non c’erano pasticci. (de Shazer, 1975a, p. 86, corsivo aggiunto).

Fase 2: il primo BFTC, 1978-1982

Nel 1978 de Shazer e un gruppo di professionisti dell’agenzia Family Services of Milwaukee, con orientamenti terapeutici diversi, fondarono il Brief Family Therapy Center (BFTC). Il loro intento dichiarato era cercare di rendere la terapia più breve e più efficace. Uno dei loro obiettivi principali era colmare una lacuna del modello MRI (Mental Research Institute di Palo Alto):

In nessun punto il gruppo [MRI] affronta esplicitamente l’approccio di terapia breve da usare con persone che hanno obiettivi reciprocamente incompatibili o con persone che hanno obiettivi vaghi e mal definiti che non riescono ad articolare (de Shazer, 1982a, p. 29).

Il tentativo di risolvere gli enigmi posti da queste famiglie,8 integrando al contempo le diverse idee presenti al BFTC, portò allo sviluppo del modello di «terapia familiare breve ecosistemica» (de Shazer, 1982a).9

Fu in quegli anni che de Shazer formulò la distinzione tra lo studio della famiglia come sistema e lo studio della terapia familiare come sistema. Sosteneva che studiare la famiglia come sistema nel contesto delle sedute terapeutiche ha poco senso, perché in terapia ci sono anche un terapeuta e talvolta un’équipe, e tutti questi sottosistemi lavorano insieme con l’obiettivo, esplicito o almeno implicito, del cambiamento (de Shazer, 1982a, pp. 1-3, 5-6). Cominciò a scrivere di quelli che chiamava difetti fondamentali delle teorie sulla terapia familiare. Mise in luce i «pasticci» (de Shazer, 1982a, p. 3; de Shazer 1982b) creati da concetti come «omeostasi», «resistenza», «pensiero lineare contro pensiero circolare» e «cambiamento continuo contro cambiamento discontinuo». Mise inoltre in discussione l’utilità di altri concetti diffusi come «paradosso» e «potere» (de Shazer, 1981; 1982a, pp. 15-18; 1982b). Concluse che questi concetti non sono utili se si vuole comprendere come la terapia familiare funzioni in quanto sistema «promotore di cambiamento». I concetti di resistenza e di omeostasi venivano usati per dare senso a ciò che causava e/o manteneva i problemi nella famiglia come sistema. Per comprendere il processo di cambiamento bisogna servirsi di altri concetti. A motivare le conclusioni concettuali di de Shazer in questo periodo era ciò che lui e la sua équipe vedevano accadere nelle stanze di terapia del BFTC. Anziché famiglie e coppie che manifestavano reazioni omeostatiche o resistenza, l’équipe osservava famiglie e terapeuti che collaboravano per produrre il cambiamento del cliente (de Shazer, 1982a, pp. 9-15). La sfida per de Shazer divenne descrivere questo processo collaborativo in modi più utili.

L’importanza del passaggio dalla descrizione della famiglia come sistema alla descrizione della terapia familiare come sistema non potrà mai essere sottolineata abbastanza. Adottare una visione interazionale tra i sottosistemi della terapia familiare aprì un mondo interamente nuovo di descrizione teorica, di pratica clinica e di indagine (ricerca). Con il nuovo focus sulla terapia familiare come sistema, de Shazer e l’équipe del BFTC eliminarono la barriera concettuale artificiale tra il terapeuta e la famiglia. Tra gli altri spostamenti concettuali, sostituirono l’omeostasi con la «morfogenesi». L’omeostasi è un concetto che porta a una descrizione statica, da sistema relativamente chiuso, del sistema cliente (cioè la coppia o la famiglia). Il concetto di morfogenesi, invece, porta a una descrizione più aperta, «ecosistemica», del sistema cliente come sottosistema in interazione con altri sottosistemi (cioè il terapeuta e l’équipe di consulenza) nel contesto terapeutico. La morfogenesi può quindi essere usata per descrivere in modo più chiaro e preciso il cambiamento del sistema cliente (de Shazer, 1982a, pp. 3-5).

L’équipe del BFTC sostituì anche il concetto di resistenza del cliente con quello di «clienti che cooperano». Lo studio della famiglia come sistema, le nozioni di omeostasi e l’idea di sistemi clienti resistenti al cambiamento andavano tutti di pari passo. Come scrisse de Shazer nel suo articolo pionieristico «The Death of Resistance»:

L’idea [della resistenza del cliente] era che la famiglia come sistema sembrasse mantenere lo status quo attraverso processi di contrasto della deviazione. I cambiamenti nella famiglia come sistema erano visti come circuiti di retroazione negativa, mutui e causali, che mantenevano i cambiamenti entro determinati limiti e vincoli…. I cambiamenti sistemici che vanno oltre il plateau omeostatico o distruggono il sistema o lo ristrutturano (de Shazer, 1984, p. 12).

E, poco più avanti, prosegue:

Il concetto di resistenza rinchiude molte terapie basate sui sistemi familiari nell’epistemologia dominante della causalità lineare, della «forza» o del «potere», perché implica una separazione tra il terapeuta e il sistema familiare. Quando l’omeostasi è usata come concetto organizzatore a questo livello più complesso, la «resistenza» è vista come collocata nella famiglia ed è descritta come qualcosa che la famiglia fa. Non è vista come un prodotto dell’interazione terapeuta-famiglia. (de Shazer, 1984, p. 13)

Più avanti, nello stesso articolo, spiegò che adottare una visione della terapia familiare come sistema, con la sua visione ecosistemica dei sottosistemi (cioè famiglia, terapeuta ed équipe) in interazione all’interno di un soprasistema aperto (cioè il contesto terapeutico), decreta la «morte»10 del concetto di resistenza del cliente (de Shazer, 1984). Al suo posto si rivolse alla nozione di clienti che cooperano e scrisse quanto segue sul significato clinico del ridescrivere il sistema terapeutico con metafore diverse:

Se queste distinzioni [terapia familiare come sistema contro famiglia come sistema e morfogenesi contro omeostasi] devono essere clinicamente utili, allora il comportamento comunemente etichettato come «resistenza» può essere utilmente ridescritto. Un modo per farlo è concettualizzare o pensare in termini di «cooperare»: [e cita qui il suo libro precedente Patterns of Brief Family Therapy] ‘Ogni famiglia (individuo o coppia) mostra un modo unico di tentare di cooperare, e il compito del terapeuta diventa, in primo luogo, descrivere a se stesso quel modo particolare che la famiglia mostra e, poi, cooperare con il modo della famiglia e, così, promuovere il cambiamento (de Shazer, 1982a, pp. 9-10)’ (Il termine «cooperare» [cooperating] è usato nel tentativo di evitare la reificazione, perché la forma in «-ing» aiuta il terapeuta a continuare a pensare in termini di processi di interazione continua tra i sottosistemi, piuttosto che in termini della condizione che potrebbe essere implicata dall’uso di «cooperazione», che potrebbe descrivere un principio anziché un processo. ‘Cooperazione’ tende a staccare un ‘qualcosa’ dal suo sfondo e a renderlo ‘simile a una cosa’: un processo probabile, data la predominanza della vecchia epistemologia.) (de Shazer, 1984, p. 13)

Sebbene non sappiamo che cosa sia venuto prima, il cambiamento delle metafore per la terapia o il modo in cui l’équipe del BFTC lavorava con i clienti (probabilmente variava da un giorno all’altro finché le loro ridescrizioni non si cristallizzarono), sappiamo che questi spostamenti concettuali implicavano un modo molto diverso di pensare le interazioni terapeutiche e di rispondere a ciò che i clienti dicevano. Per esempio, se una famiglia o un cliente mostrava ora «resistenza», ciò non significava più che stesse resistendo al cambiamento, secondo il vecchio concetto. L’apparente resistenza era ora intesa come un tentativo collaborativo della famiglia o del cliente di far sapere al terapeuta che aveva espresso un’idea poco utile (consapevolmente o inconsapevolmente) su quale fosse il problema, su ciò che il terapeuta riteneva sarebbe stato bene per la famiglia o su ciò che la famiglia avrebbe dovuto fare per risolvere il problema. Etichettandolo come «collaborare», il comportamento era ora compreso, e trattato, come un segnale comunicativo della famiglia che indicava che il terapeuta era fuori strada nel suo lavoro e che doveva cambiare il proprio comportamento, cioè continuare a rispondere alla famiglia nella direzione di trovare un modo per cooperare con essa. L’apparente resistenza non era quindi più vista come il segno di una patologia di una famiglia che ha bisogno di preservare il problema e lo status quo.

Una volta che le figure terapeutiche del BFTC cominciarono ad abbandonare l’omeostasi e la resistenza come modi utili per comprendere e decidere che cosa fare in terapia, e a vedere invece le risposte della famiglia come tentativi di cooperare, questo cambiamento di prospettiva rafforzò il cambiamento dei comportamenti dei terapeuti verso i clienti e modificò quindi i pattern interazionali nell’ecosistema terapeutico (cioè la terapia familiare come sistema). La pratica al BFTC era dunque cambiata: erano emersi nuovi pattern di interazione che richiedevano nuovi concetti e nuove teorie per poter essere descritti con maggiore precisione. Questo, a sua volta, influenzò la progettazione di nuovi progetti di ricerca che, a loro volta, influenzarono la teoria e la pratica in corso. Era così che pratica, teoria e ricerca erano legate ricorsivamente nel progetto di sviluppo teorico del BFTC.

Fu sempre in questo periodo che de Shazer sviluppò la sua teoria binoculare del cambiamento nell’ecosistema terapeutico, che si ispirava direttamente al concetto di morfogenesi nei sistemi interagenti di Maruyama (1963, p. 166). Maruyama definiva così la morfogenesi:

Una volta che un sistema riceve una spinta nella direzione giusta e con un impulso iniziale sufficiente, le retroazioni positive reciproche che amplificano la deviazione prendono il controllo del processo, e lo sviluppo che ne risulta sarà sproporzionatamente grande rispetto alla spinta iniziale (citato in De Shazer, 1982a, p. 96).

De Shazer teorizzò che il terapeuta e l’équipe del BFTC avviassero il cambiamento nei sistemi clienti sfruttando la morfogenesi attraverso l’elaborazione e la consegna dell’«intervento» alla fine della seduta (de Shazer, 1982a. pp. 7-15). L’idea era che la famiglia avesse una certa visione del «problema» e di ciò che accade al suo interno. Il terapeuta e l’équipe ne sviluppavano un’altra, diversa ma abbastanza affine da essere in cooperazione con la visione della famiglia. L’équipe comunicava poi la propria visione nel feedback dato alla famiglia alla fine della seduta. Dalla differenza tra le due visioni sarebbe emerso un surplus. Questo surplus, secondo de Shazer, era dello stesso tipo di quello che si produce quando si fondono le diverse visioni del mondo, cioè l’immagine dell’occhio sinistro con quella dell’occhio destro: compare la profondità. La chiamò teoria binoculare del cambiamento.11 Per molto tempo fu questo il concetto principale che organizzava le sedute al BFTC. Il compito del terapeuta, o «conduttore», era intervistare la famiglia e creare una descrizione dettagliata di ciò che accadeva quando il problema era presente. Il conduttore e l’équipe si riunivano poi per creare un messaggio di intervento per la famiglia che fosse il più vicino possibile alla descrizione della famiglia, ma con alcune differenze. L’obiettivo era creare una descrizione «corrispondente» (match) della difficoltà della famiglia, abbastanza vicina, e da de Shazer chiamata «isomorfa», da essere riconosciuta e accettata dalla famiglia come propria, e tuttavia abbastanza diversa da creare una differenza significativa, capace di avviare il cambiamento, una volta fusa con la visione leggermente diversa della famiglia. I concetti di «isomorfismo» e di «corrispondenza» erano i principi organizzatori del modo di condurre i colloqui e di creare questi messaggi di intervento corrispondenti e isomorfi. All’epoca la teoria di de Shazer era che a promuovere il cambiamento fossero il messaggio di intervento con i compiti che conteneva e, più specificamente, le risposte delle famiglie ai compiti. L’équipe del BFTC chiamava questi compiti «indizi» (clues). L’indizio poteva essere qualunque cosa: compiti ed esperimenti comportamentali specifici, «tecniche di disseminazione» (interspersal) indirette di stampo ericksoniano, oppure semplicemente raccontare come altre famiglie con problemi simili avessero risolto i loro problemi, o ancora mostrarsi pessimisti sull’esito della terapia.12

Riteniamo importante sottolineare che il modello sviluppato durante questi primi quattro anni al BFTC era un modello di risoluzione dei problemi solidamente fondato sul pensiero sistemico e intessuto di idee ericksoniane. Si riteneva che descrizioni dettagliate del problema e dei pattern interazionali attorno al problema fossero necessarie per creare compiti mirati che modificassero i pattern di interazione problematici nelle famiglie e risolvessero i loro problemi.

Anche se ve ne sono accenni in scritti precedenti di de Shazer, riteniamo che durante questa fase 1978-1982 si sia cristallizzato un nuovo assioma sul cambiamento, che rimase centrale da allora in poi nel lavoro di de Shazer:

Assioma 3

Il cambiamento è lo scopo dell’incontro tra terapeuta e cliente.

L’assioma 3 può sembrare a tutti semplicistico e ovvio. Non lo è. Sottolineando la terapia come sistema promotore di cambiamento, de Shazer distingue il proprio focus da quello di tutte le terapie che si concentrano sulla natura e sulla valutazione delle difficoltà del cliente come premessa del trattamento. Come disse lui stesso: «Ciò che i primi teorici e i terapeuti venuti dopo di loro non hanno capito è che “lo studio della famiglia” e “lo studio della terapia familiare” sono studi di tipi logici diversi. Il primo è uno studio della stabilità, mentre il secondo è uno studio del cambiare» (de Shazer, 1982a, p. 4). Questo assioma chiarisce anche perché i terapeuti centrati sulla soluzione non si interessano al problema né alle sue cause, e le enormi differenze che ciò comporta nella pratica rispetto a quasi tutto il resto nel mondo della psicologia e della psichiatria.

Assioma 4

Il cambiamento del cliente attraverso la terapia avviene mediante interazioni osservabili in cui il terapeuta trova modi per cooperare con il cliente.

Come abbiamo descritto in precedenza in questa sezione, de Shazer e la sua équipe notarono che nelle stanze di terapia del BFTC i clienti, anziché resistere, sembravano collaborare con i loro terapeuti per produrre il cambiamento. Questa osservazione, unita al focus interazionale sul sistema cliente-terapeuta che egli stava già sviluppando, portò de Shazer a mettere in discussione e a scartare molti concetti consolidati nel campo della terapia familiare e, così facendo, continuò a differenziare il modo in cui si faceva terapia al BFTC rispetto a molti altri centri di terapia familiare, allora come oggi.

Fase 3: de Shazer al BFTC 1982-1989: la nascita della terapia breve centrata sulla soluzione

Dalla risoluzione dei problemi allo sviluppo delle soluzioni: come cominciò. Nel 1982 una famiglia con 27 problemi venne in terapia (come descritto in Hopwood & de Shazer, 1994). Alla fine della seduta, quando venne il momento di fare una pausa e costruire un messaggio di intervento, nessuno dei problemi era stato descritto in modo abbastanza dettagliato da poter costruire un messaggio isomorfo.

Così, seguendo la comprensione dei principi ericksoniani da parte di de Shazer e dell’équipe del BFTC,13 il terapeuta e l’équipe costruirono un compito vago, che in seguito sarebbe stato chiamato «compito di formula della prima seduta» (formula first session task, FFST)14, e lo consegnarono alla famiglia alla fine della seduta:

Da ora alla prossima volta che ci vediamo, vogliamo [voglio] che osserviate, in modo da potercelo [potermelo] raccontare la prossima volta, che cosa accade nella vostra [sceglierne uno: famiglia, vita, matrimonio, relazione] che volete continui ad accadere (Hopwood & de Shazer, 1994, p. 558, che citano de Shazer, 1985, p. 137).

Hopwood e de Shazer (1994) descrissero ciò che accadde in seguito:

Due settimane dopo, quando la famiglia tornò, la mia équipe e io [de Shazer] fummo sorpresi quando la famiglia descrisse 27 cose diverse che erano accadute e che voleva continuassero ad accadere. 25 delle 27 erano direttamente collegate alle 27 preoccupazioni elencate durante la prima seduta. Quando fu loro chiesto, i membri della famiglia dissero che ritenevano risolto il problema che li aveva portati in terapia e che quindi non servivano altre sedute (p. 558).

Nelle discussioni che seguirono al BFTC, qualcuno osservò che si trattava di un caso molto interessante, perché la famiglia aveva svolto il compito e il compito era stato utile; cioè il cambiamento era avvenuto e, cosa più importante e interessante, il terapeuta e l’équipe non avevano idea di quale dei 27 problemi fosse stato affrontato dal compito. Questo fatto avrebbe portato alla fine a una domanda radicalmente nuova: è possibile risolvere un problema senza sapere qual è il problema? Un’altra cosa molto importante e interessante era che questa famiglia con problemi vaghi aveva riferito che accadevano cose concrete.

Questo ci spinse a cominciare a usare l’intervento di formula con altri casi in cui i clienti descrivevano obiettivi e lamentele vaghi. Caso dopo caso, venivano riferiti cambiamenti concreti e specifici nella settimana di intervallo tra la prima e la seconda seduta. Ciò spinse a sviluppare uno studio più organizzato, …. (de Shazer 1985. p. 138).

Nello studio esplorativo più organizzato che seguì, le figure terapeutiche del BFTC ricevettero l’istruzione di dare il compito FFST a tutti i clienti e a tutte le famiglie alla fine della prima seduta, indipendentemente da ciò che era accaduto nel colloquio, a meno che il terapeuta non avesse un ottimo motivo per non farlo. Se il terapeuta non dava l’FFST, doveva spiegarne il motivo. Il sessantaquattro per cento dei nuovi casi ricevette il compito. L’ottantanove per cento di questi casi riferì di aver notato che qualcosa di valido era accaduto nell’intervallo tra la prima e la seconda seduta e due terzi dissero che le cose andavano meglio (de Shazer, 1985, p. 155).

I risultati di questa ricerca crearono un importante problema teorico. La teoria binoculare del cambiamento nel modello ecosistemico di terapia breve (de Shazer, 1982a) richiedeva che l’équipe producesse una descrizione isomorfa del problema della famiglia che corrispondesse alla visione della famiglia. Ciò era necessario per aprire la serratura della porta chiusa del problema e risolverlo. Era inconcepibile che l’FFST potesse corrispondere ed essere isomorfo a due terzi delle descrizioni che clienti e famiglie davano dei loro problemi e delle loro lamentele. Identificando questo fatto come un’anomalia, cioè una circostanza in cui i dati non corrispondono alla teoria, de Shazer affermò:

Come ha sottolineato Kuhn (1970) [in The Structure of Scientific Revolutions], le anomalie si sviluppano e o devono essere ridescritte all’interno di una teoria corrente o la teoria deve cambiare affinché una descrizione sia possibile (1988, p. xiv).

Così, trovandosi a scegliere tra ridescrivere le osservazioni dello studio del BFTC sull’FFST all’interno della loro teoria ecosistemica corrente della risoluzione dei problemi, dell’isomorfismo e della corrispondenza, oppure cambiare la teoria corrente, de Shazer scelse la seconda opzione. Cominciò a dubitare delle teorie che aveva sviluppato per 15 anni e a sviluppare nuovi concetti e nuove descrizioni teoriche.

Dall’isomorfismo e dalla corrispondenza all’adattamento (fit). Lo spostamento iniziato nel 1982 non apparve per iscritto prima di 3 anni. Si dovette attendere la pubblicazione nel 1985 di Keys to Solution in Brief Therapy perché de Shazer proponesse una descrizione molto diversa di ciò che ora vedeva accadere nelle stanze di terapia del BFTC:

Mentre l’équipe del BFTC continuava a lavorare insieme e si sviluppava una filosofia distinta e unica, avvenne uno spostamento: dall’interesse per i «problemi/lamentele e come risolverli» all’interesse per le «soluzioni e come funzionano». Abbiamo guardato che cosa c’è dall’altra parte delle porte chiuse a chiave e abbiamo cominciato a capire come i clienti e noi ci fossimo arrivati (de Shazer, 1985, pp. 44-45).

La metafora della porta chiusa a chiave era centrale nel libro di de Shazer del 1985. Il problema del cliente era descritto metaforicamente come una stanza con un certo numero di porte chiuse a chiave, ognuna delle quali poteva condurre a una soluzione. Prima che lo spostamento iniziasse nel 1982, la terapia si concentrava sul comprendere la serratura (il problema) in modo da poter aprire una delle porte. Il terapeuta doveva creare una descrizione isomorfa del problema, corrispondente a quella che la famiglia aveva già, ma con piccole differenze, affinché dalla fusione delle due potessero emergere nuove possibilità (la teoria binoculare del cambiamento). Con i risultati dello studio sull’FFST, i concetti di corrispondenza e di isomorfismo dovettero essere abbandonati. Gli interventi non dovevano più essere isomorfi e corrispondenti. Dovevano soltanto adattarsi (fit):

Avevamo guardato ai «Problemi: le lamentele e come risolverle», mentre il concetto di adattamento suggerisce piuttosto che dobbiamo guardare alle «soluzioni e a come funzionano». E non abbiamo bisogno di sapere come è costruita una particolare serratura (lamentela) per trovare un intervento simile a un passe-partout che si adatti in modo tale da aprire la porta a un futuro «migliore», più soddisfacente per il cliente (Nunnally et al., 1986, p. 95).

Cambiare il processo del colloquio. Spostare il focus teorico dai problemi e da come risolverli alle soluzioni e a come funzionano portò nel tempo a cambiamenti fondamentali nel processo del colloquio e nei tipi di informazioni ricercate e amplificate nei colloqui. Questo processo era cominciato con l’invenzione dell’FFST, perché, una volta dato questo compito alla fine di una seduta, l’équipe del BFTC proseguiva nella seduta successiva con domande su ciò che i clienti avevano scoperto e che volevano continuasse ad accadere nella loro vita. Queste domande erano nuove. De Shazer scrisse quanto segue su questo cambiamento:

Mentre la mia équipe e io, al Brief Family Therapy Center (BFTC), continuiamo a studiare lo sviluppo delle soluzioni, le nostre analisi ci hanno costretto a guardare sempre di più al processo del colloquio. Abbiamo constatato che non bastava più servirci della nostra idea (forse eccessivamente) semplice secondo cui il colloquio portava alla strategia di intervento e quindi al compito. Chiaramente, ci sono cose legate alla soluzione che cliente e terapeuta fanno durante la seduta. (de Shazer, 1988, p. xiii).

Proseguì poco più avanti:

Per diverse ragioni, questo spostamento del focus non mi piaceva (e non mi piace ancora), ma la nostra indagine sullo sviluppo delle soluzioni me lo ha imposto. È la seconda volta che una delle nostre indagini impone un importante spostamento nel nostro approccio (si veda de Shazer, 1985). Spostamenti del genere sono parte normale di qualsiasi processo di esplorazione: si va dove conducono i dati (De Shazer, 1988, p. xiv).

De Shazer non disse esplicitamente che cosa non gli piacesse nello spostamento del focus verso le «cose legate alla soluzione che cliente e terapeuta fanno durante le sedute». Forse era ancora innamorato delle eleganti sintesi e degli ingegnosi compiti che aveva proposto alle famiglie alla fine delle sedute. Forse riteneva un’impresa scoraggiante dare senso al caos e alla complessità che costituiscono la seduta terapeutica e assumersi il compito di descrivere e teorizzare il modo in cui queste «cose legate alla soluzione» accadono effettivamente nell’interazione nella stanza di terapia. Comunque sia, decise di andare dove conducevano i dati. Di conseguenza, al BFTC l’équipe cominciò a cercare pattern di interazione attorno a uno sviluppo riuscito delle soluzioni. Concentrandosi di più sul processo del colloquio, l’équipe vide accadere cose che prima non aveva notato. Oltre a inventare e continuare a integrare l’FFST e il colloquio di follow-up che ne derivava, inventò il colloquio volto a individuare le eccezioni e il cambiamento pre-seduta. Questi tre fenomeni avevano in comune il fatto di essere descrizioni di cose migliori che accadevano nella vita dei clienti. In altre parole, erano tutte descrizioni dei momenti in cui le porte del problema, apparentemente chiuse a chiave, erano aperte o socchiuse. Il modo più semplice per cominciare ad aprire le porte chiuse e, quindi, promuovere il cambiamento divenne costruire a partire dai momenti in cui le cose andavano già meglio, cioè scoprire come i clienti facevano accadere le eccezioni e il cambiamento pre-seduta e suggerire loro di fare di più di ciò che stavano già facendo e che per loro funzionava.

Eccezioni. De Shazer menziona le «eccezioni» per la prima volta nel 1985:

Sebbene si consideri che il bambino bagni sempre il letto, probabilmente ci sono di tanto in tanto alcune notti asciutte: eccezioni alla regola (un concetto importante sviluppato congiuntamente dall’autore, da Wallace Gingerich e da Michele Weiner-Davis per descrivere ciò che il terapeuta cerca durante la prima seduta). Tuttavia queste eccezioni passano spesso inosservate perché tali differenze non sono viste come differenze che fanno una differenza: la differenza è troppo piccola o troppo lenta.

Queste eccezioni alle regole del pattern sono esattamente il tipo di informazioni che il terapeuta ha bisogno di conoscere. È importante che il terapeuta, il bambino e il genitore o i genitori sappiano che il bambino, in qualche modo (forse inconscio?), sa come avere il letto asciutto (de Shazer 1985, p. 34).15

De Shazer creò in seguito la distinzione tra eccezioni spontanee e deliberate:

…molti clienti riferivano eccezioni alla regola secondo cui la lamentela si presenta sempre. Alcune di queste eccezioni il cliente le descriveva come spontanee («è successo e basta»), mentre altre le descriveva come il risultato di un deliberato cambiamento di comportamento. In entrambi i casi, la loro descrizione può essere vista come portatrice di una differenza che non aveva ancora fatto una differenza per loro (de Shazer, 1988, p. 4).

Creare descrizioni delle eccezioni nel colloquio terapeutico, e chiarire se fossero spontanee o deliberate, finì per essere considerato da de Shazer e dall’équipe del BFTC un modo molto utile per promuovere lo sviluppo delle soluzioni. Ogni eccezione era considerata una differenza nella vita del cliente che poteva potenzialmente diventare una differenza capace di creare la vita più soddisfacente che il cliente desiderava. Ai clienti che sapevano descrivere eccezioni deliberate ai loro problemi, de Shazer e la sua équipe suggerivano di mettere in atto più spesso il comportamento d’eccezione, perché lo stavano già facendo e quindi sapevano come farlo. A chi descriveva eccezioni spontanee, l’équipe raccomandava di: (a) fare attenzione a quando le eccezioni accadevano, (b) a come potevano contribuire a farle accadere e (c) riferire al terapeuta o all’équipe, nella seduta successiva, ciò che avevano scoperto.

Il cambiamento pre-seduta. Lo spostamento dalla risoluzione dei problemi allo sviluppo delle soluzioni cominciò con l’invenzione dell’FFST. L’équipe del BFTC usava l’FFST e altri compiti di formula16 come interventi principali nello sviluppo delle soluzioni dei clienti e, verso la metà degli anni Ottanta, aveva descritto in dettaglio questi compiti (de Shazer, 1985; de Shazer & Molnar, 1984). Per molto tempo de Shazer e la sua équipe pensarono che i compiti di fine seduta fossero i principali fattori di avvio del cambiamento del cliente. Tuttavia, l’osservazione attenta e continua delle sedute continuava a portare a nuove scoperte su come il colloquio stesso potesse promuovere lo sviluppo delle soluzioni.

Weiner-Davis, de Shazer e Gingerich (1987) diedero una descrizione dettagliata dell’evento fortuito che portò alla scoperta e alla descrizione del cambiamento pre-seduta:

Lei (la madre) ipotizzò che il suo divorzio di diversi anni prima avesse avuto un effetto duraturo su di lui (il figlio di 12 anni) e che forse stesse vivendo una depressione profondamente radicata. Proprio mentre il terapeuta stava per consultarsi con l’équipe dietro lo specchio, la madre accennò con noncuranza che nei 3 giorni precedenti l’arrivo in terapia suo figlio «si era impegnato a scuola». Il terapeuta si fermò un attimo, espresse grande sorpresa e chiese al ragazzo perché avesse deciso di «voltare pagina».

All’inizio il ragazzo sembrò perplesso di fronte a questa idea, ma confermò rapidamente che sì, aveva voltato pagina perché era «stanco di finire sempre nei guai». Il resto della seduta fu dedicato ad aiutare il ragazzo a stabilire che cosa dovesse fare per tener fede alla sua decisione. Gli obiettivi della terapia furono raggiunti in tre sedute. (p. 359).

L’équipe del BFTC ricordò allora altri clienti che avevano riferito miglioramenti tra la telefonata per fissare l’appuntamento e la prima seduta. Queste constatazioni portarono ancora una volta a un progetto di ricerca, questa volta nel centro clinico di Weiner-Davis. In questo studio, a 30 famiglie i rispettivi terapeuti posero all’inizio della seduta la seguente domanda:

Molte volte le persone notano, nel periodo tra il momento in cui fissano l’appuntamento per la terapia e la prima seduta, che le cose sembrano già diverse. Che cosa avete notato nella vostra situazione? (Weiner-Davis et al., 1987, p. 360).

In 20 dei 30 casi, il genitore presente in seduta rispose che le cose avevano già cominciato ad andare meglio nella direzione di ciò che voleva ottenere dalla terapia. Di conseguenza, come per la scoperta delle eccezioni nella prima seduta, in questi casi la terapia si orientò a lavorare sul mantenimento del cambiamento anziché sul tentativo di avviarlo. De Shazer e la sua équipe scrissero quanto segue sui casi in cui i clienti riferivano eccezioni, cambiamenti pre-seduta o qualsiasi cambiamento utile nelle prime sedute: «Abbiamo osservato che lavoravamo allora per mantenere in corso questi cambiamenti e che questo approccio portava a una maggiore soddisfazione dei clienti e a un minor numero di sedute per cliente» (Nunnally et al., 1986, p. 90).

Notare la presenza delle eccezioni e del cambiamento pre-seduta, e poi inventarne i concetti, cambiò il modo in cui si conducevano i colloqui al BFTC. I terapeuti cominciarono a esplorare il cambiamento sotto forma di eccezioni e di cambiamento pre-seduta sempre più presto nella prima seduta. Inoltre, poiché questa ricerca poteva cominciare subito nella prima seduta, ciò significava che:

… terapeuta e cliente costruiscono una realtà terapeutica basata sulla continuazione di una trasformazione o di un cambiamento (come attestano eventuali eccezioni), anziché sull’avvio del cambiamento. Quando si individuano eccezioni, il compito a casa includerà di solito l’idea che il cliente faccia di più di ciò che sta già facendo, anziché suggerirgli di fare qualcosa di nuovo (de Shazer, 1988, p. 5).

Un’interessante digressione, che rivela ancora una volta quanto fossero rivoluzionarie negli anni Ottanta le idee e le pratiche che si andavano sviluppando al BFTC, è che già nel 1978 Don Norum, che lavorava ai Family Services di Milwaukee nello stesso periodo di de Shazer e Berg, scrisse e presentò un articolo intitolato «The Family has the Solution». L’articolo trattava di come il cambiamento pre-seduta possa essere usato per creare una soluzione sostenibile. Fu respinto come privo di senso dai revisori della rivista Family Process (Kiser 1995, pp. 263-264). L’articolo fu infine pubblicato 22 anni dopo (Norum, 2000).

La tecnica della sfera di cristallo e la domanda del miracolo. Come Milton Erickson, de Shazer riteneva che la terapia breve dovesse essere organizzata attorno agli obiettivi del cliente. E, sebbene il concetto di «obiettivi» di de Shazer si sia evoluto insieme alle sue pratiche terapeutiche e alle sue descrizioni teoriche, egli riteneva anche che gli obiettivi del cliente dovessero essere quanto più possibile specifici, concreti, comportamentali e realistici (de Shazer, 1985, p. 9; 1990, p. 97). Tuttavia, come scrisse nel 1985:

La realtà è che i clienti arrivano spesso con obiettivi vaghi e/o reciprocamente incompatibili, oppure con obiettivi che non sanno descrivere. Di fatto, la versione più difficile e confusa di questa situazione è che alcune persone non sanno come sapranno che il loro problema è risolto. Senza obiettivi realistici, senza un modo per misurare il successo, le persone possono aggirarsi per il mondo impantanate nel fango degli errori passati e della sfortuna.

La tecnica della sfera di cristallo di Erickson e la domanda del miracolo del BFTC erano pratiche terapeutiche volte ad aiutare i clienti a sviluppare e descrivere obiettivi più utili di quelli che avevano all’inizio della terapia.

La tecnica della sfera di cristallo fu la precorritrice della domanda del miracolo. Erickson descrisse l’uso della tecnica della sfera di cristallo con una varietà di problemi (Erickson, 1954, pp. 261-283). De Shazer cominciò a usare la propria versione della tecnica a metà degli anni Settanta (de Shazer, 1978a); essa consisteva nel far immaginare al cliente in trance diverse sfere di cristallo, chiedendogli di scrutarvi dentro e di descrivere ciò che vedeva (1985, pp. 81-83). Due delle sfere riguardavano ricordi del passato, «un ricordo piacevole dimenticato da tempo» e il ricordo di «un evento recente ma sorprendentemente dimenticato». In entrambi i casi si chiedeva al cliente (insegnandogli così) di osservare il proprio comportamento e il modo in cui gli altri reagivano. Altre due sfere di cristallo erano orientate al futuro, una alla risoluzione riuscita del problema del cliente e l’altra al modo in cui il problema era stato risolto. De Shazer riassunse così il significato di questa tecnica:

La tecnica della sfera di cristallo serve a proiettare il cliente in un futuro riuscito: la lamentela è scomparsa. Ho constatato che il semplice fatto di far vedere al cliente in trance il proprio futuro in una sfera di cristallo o in una serie di sfere di cristallo può bastare a suscitare un comportamento diverso, portando così a una soluzione (de Shazer, 1978a). Le idee alla base della tecnica possono essere usate anche in situazioni cliniche che non prevedono una trance formale. In un modo o nell’altro, il cliente costruisce la propria soluzione, che può poi essere usata per guidare la terapia. A mio modo di vedere, i principi alla base di questa tecnica costituiscono il fondamento di una terapia basata sulle soluzioni anziché sui problemi (1985, p. 81).

In particolare, due delle sfere di cristallo furono riprese nei nuovi colloqui di sviluppo delle soluzioni. Si trasformarono nel chiedere ai clienti di ricordare «qualche successo nella vita, in particolare uno che sia un’eccezione alle regole che circondano la lamentela», e nel chiedere loro «come saranno le cose per lei e per gli altri quando il problema sarà risolto?» (de Shazer, 1985, pp. 82-83).

Riflettendo teoricamente sul modo in cui l’uso della tecnica della sfera di cristallo nelle sedute potesse promuovere il cambiamento del cliente, de Shazer attinse a due diverse teorie: 1) la teoria degli stati di aspettativa (expectation states theory) di Berger (Berger et al., 1977) e 2) la teoria della cooperazione di Axelrod (1984). Entrambe le teorie erano sostenute dalla ricerca sperimentale. A proposito della teoria degli stati di aspettativa, de Shazer (1985, p. 74) scrisse che essa «si occupa sia di come le situazioni interazionali sviluppano e mantengono dei pattern, sia di come cambiano i comportamenti che mantengono le aspettative». De Shazer affermava che i clienti arrivano in terapia perché i loro tentativi di risolvere i problemi sono falliti e hanno sviluppato aspettative per il futuro secondo cui continuerà ad accadere soltanto «la solita dannata cosa». Osservava poi che la terapia può cambiare queste aspettative negative:

Un cambiamento nella struttura di queste aspettative [sature del problema] avverrà quando le condizioni cambiano in qualche modo, …. Un feedback o una valutazione da parte di una fonte autorevole come un terapeuta può minare queste aspettative e promuovere così cambiamenti di comportamento, esiti diversi e lo sviluppo di nuove aspettative (Berger et al., 1977). Naturalmente anche queste nuove aspettative si autoalimenteranno e i clienti avranno la possibilità di una vita più soddisfacente (de Shazer, 1985, p. 75).

De Shazer vedeva quindi la tecnica della sfera di cristallo come un modo per indurre i clienti a descrivere insiemi nuovi e diversi di aspettative per il futuro, aspettative di aver risolto con successo i problemi che li avevano portati in terapia.

L’utilità della teoria e della ricerca di Axelrod per il progetto di de Shazer di descrivere come sembrano funzionare la terapia in generale e la tecnica della sfera di cristallo in particolare si apprezza al meglio considerando la definizione di terapia che de Shazer dava a metà degli anni Ottanta. In quel periodo definiva la terapia con queste parole: «Al BFTC, la pratica clinica definisce la terapia come cooperativa, orientata al cambiamento e alle soluzioni, e centrata sul presente e sul futuro» (de Shazer, 1985, p. 79). Nello stesso periodo in cui de Shazer descriveva la terapia come un processo interattivo in cui il sistema terapeutico formato da terapeuta, cliente ed équipe lavora in modo collaborativo verso gli obiettivi del cliente, Axelrod era impegnato a studiare a quali condizioni la cooperazione tra partecipanti che interagiscono fosse vantaggiosa. Come descritto in precedenza nella fase 2, de Shazer aveva sostituito il concetto di resistenza del cliente con l’idea di clienti che tentano di cooperare. Gli esperimenti di Axelrod fornivano solide prove che la cooperazione è la strategia che porta ai migliori risultati nel lungo periodo, anche nelle situazioni di gioco competitivo che egli studiava. De Shazer (1985, 73), notando la pertinenza delle scoperte di Axelrod per la situazione terapeutica, citò Axelrod, il quale affermava: «… la cooperazione reciproca può essere stabile se il futuro è sufficientemente importante rispetto al presente» (Axelrod, 1984, p. 126). Nella tecnica della sfera di cristallo, de Shazer vedeva il terapeuta e l’équipe cooperare con il cliente per costruire una descrizione e un’esperienza di un futuro desiderato. Il futuro desiderato, naturalmente, era direttamente pertinente e importante per il presente del cliente, saturo del problema, che presumibilmente il cliente era venuto in terapia per cambiare.

La domanda del miracolo, simile nello scopo alla tecnica della sfera di cristallo, fu inventata nel 1984 da Insoo Kim Berg (De Jong & Berg, 2013, p. 90-91; Korman, comunicazione personale con Steve de Shazer, 1990). Berg cercava di far descrivere a una donna con molte lamentele complesse come avrebbe saputo di non aver più bisogno della terapia. La cliente si impegnava molto con le domande, ma non riusciva a trovare risposte. Dopo circa 20-25 minuti di seduta, la donna sospirò profondamente e disse: «I miei problemi sono così gravi che ci vorrebbe un miracolo per risolverli». Berg, riprendendo le parole usate dalla cliente, chiese allora: «Supponiamo allora che questo miracolo accada, ma che accada mentre lei dorme, così che non può sapere che è accaduto. Come scoprirà che è accaduto, dopo essersi svegliata? Che cosa sarà diverso?». La donna descrisse poi 16 comportamenti che sarebbero stati per lei segni che il miracolo era accaduto e, quindi, indicazioni che non aveva più bisogno della terapia.17 I membri dell’équipe del BFTC ritennero che la domanda del miracolo fosse significativa e a tutti i terapeuti fu chiesto di usarla. Lipchik et al. (2012, p. 15), ripercorrendo lo sviluppo della SFBT, scrissero: «… ben presto divenne evidente che la domanda del miracolo aggiungeva una nuova dimensione alla terapia: un orientamento al futuro e un’opportunità per le persone di costruire a partire dalle loro speranze e dai loro sogni di soluzione, non solo dalle risorse e dai punti di forza passati e presenti».

In sintesi, dunque, a metà degli anni Ottanta de Shazer descriveva il problema del cliente come una stanza con porte chiuse a chiave, e il ruolo della tecnica della sfera di cristallo (e, per estensione, della domanda del miracolo) come un’utile via d’uscita:

… il modo più utile per decidere quale porta si possa aprire per arrivare a una soluzione è ottenere una descrizione di ciò che il cliente farà di diverso e/o di quali cose diverse accadranno quando il problema sarà risolto, creando così l’aspettativa di un cambiamento benefico. Il linguaggio del cliente mentre descrive alcuni futuri alternativi e i dettagli delle differenze dopo la soluzione sembrano più importanti dei dettagli sulla stanza chiusa della lamentela. Con in mente possibili futuri alternativi, il cliente può unirsi al terapeuta nel costruire un insieme praticabile di soluzioni (1985, p. 46).

Più e più volte, parlando di obiettivi, della tecnica della sfera di cristallo e della domanda del miracolo, de Shazer tornava alle teorie di Berger. Riteneva che fosse l’aspettativa che il cambiamento avvenisse a far avvenire il cambiamento:

Quando un obiettivo viene definito, comincia a svilupparsi l’aspettativa di un futuro diverso e più soddisfacente e diventano possibili cambiamenti di comportamento nel presente. Il futuro diventa saliente per il presente; così l’obiettivo e le conseguenze del suo raggiungimento possono «determinare» o plasmare ciò che accade dopo (de Shazer, 1985, p. 94).

È interessante notare che, nello stesso periodo in cui de Shazer sviluppava la sua riflessione sulla tecnica della sfera di cristallo e sulla domanda del miracolo come modo per i clienti di costruire e sperimentare un futuro desiderato (cambiato), scriveva anche dei compiti a casa («interventi») dati alla fine di una seduta come di un modo utile per aiutare i clienti a sperimentare il cambiamento:

I nostri sforzi per comprendere come funzionassero gli interventi sopra descritti [gli autori avevano descritto «4 interventi utili» nel loro articolo] hanno rivelato che hanno una qualità in comune: ciascuno tenta, in qualche modo, di aiutare i clienti a sperimentare il cambiare (de Shazer & Molnar, 1984, p. 303).

Secondo de Shazer, a metà degli anni Ottanta, le pratiche terapeutiche che permettevano ai clienti di sperimentare dei cambiamenti sembravano dunque contribuire allo sviluppo delle soluzioni trasformando le aspettative sature del problema che avevano all’inizio della terapia in aspettative di una vita più soddisfacente.

Sviluppare una teoria dei colloqui di sviluppo delle soluzioni: le mappe di BRIEFER. Nel 1988, con la pubblicazione del suo terzo libro, Clues: Investigating Solutions in Brief Therapy, de Shazer proseguiva lo spostamento del suo focus verso la crescente importanza del processo stesso del colloquio nello sviluppo delle soluzioni. Sulla base dell’osservazione continua delle sedute tra la metà e la fine degli anni Ottanta, si era convinto in modo ancora più netto che il cambiamento terapeutico non può essere attribuito interamente agli interventi del messaggio di fine seduta. Questa presa di coscienza complicò il suo progetto di sviluppo teorico. Come affermò: «Diciamolo, i colloqui sono un caos e quindi studiarli è altrettanto caotico» (1988, p. xiv). Ciononostante si mise a studiare ciò che i diversi membri dell’équipe avevano in comune nei loro colloqui di sviluppo delle soluzioni. Scrisse: «Ogni membro dell’équipe del BFTC ha uno stile diverso e un modo diverso di applicare il modello. Eppure ogni membro dell’équipe dirà che stiamo “facendo la stessa cosa!”» (1988, pp. xiv-xv).

Di conseguenza de Shazer intraprese la mappatura della «stessa cosa» che i membri dell’équipe del BFTC facevano nei loro colloqui di sviluppo delle soluzioni. Considerava questo progetto un progetto di sviluppo teorico perché: «La teoria, nel senso in cui uso il termine, non è intesa come una “spiegazione”, ma piuttosto come una “descrizione” coerente di specifiche sequenze di eventi all’interno di un contesto specifico» (1988, p. xiv). Le sequenze di eventi che desiderava descrivere erano «i vari percorsi (di colloquio) dalla “lamentela” al “raggiungimento dell’obiettivo” e alla “soluzione” che i casi tendono prevedibilmente a seguire» (1988, p. xviii). De Shazer si rese conto anche di dover essere rigoroso in questo sforzo: «La costruzione della teoria esige che la mappa che ne risulta abbia un alto grado di rigore. Non basta che un passo segua logicamente un altro: questi passi devono susseguirsi in modo prevedibile» (1988, p. 15).

All’osservazione risultava evidente che diverse figure terapeutiche del BFTC prendevano spesso decisioni simili. Per esempio, se all’inizio di una seduta un cliente descriveva che le cose andavano già meglio, c’era un’alta probabilità che il terapeuta proseguisse con domande su che cosa fosse diverso, su che cosa il cliente avesse fatto per far avvenire il cambiamento e su che cosa avesse bisogno di fare per mantenere i progressi. Decisioni di questo tipo possono essere mappate:

SE: viene descritta un’eccezione o un cambiamento pre-seduta,
ALLORA: esiste un’alta probabilità che il terapeuta chieda: «Come ci è riuscito?»

Si constatò che molti casi seguivano un percorso simile: discorso sul problema → colloquio per individuare le eccezioni → domanda del miracolo → domande sulle parti del miracolo del cliente che stanno già accadendo → pausa di consultazione → feedback e spesso un compito a casa che suggerisce al cliente o ai clienti di continuare a fare ciò che stavano facendo, e/o di osservare ulteriori progressi, e/o di osservare che cosa il cliente fa per mantenere i progressi già compiuti.

Altri casi procedevano lungo percorsi diversi. Per esempio, poteva trattarsi di una seduta in cui il cliente cominciava dicendo che non c’era alcun problema e, nonostante gli sforzi del terapeuta per tutta la seduta per farsi un’idea di ciò che il cliente voleva, non emergeva nulla. In questo pattern era altamente prevedibile che il terapeuta concludesse la seduta soltanto con dei «complimenti» (de Shazer, 1988, pp. 87-88). Era anche prevedibile che, durante questo tipo di seduta, il terapeuta chiedesse se qualcun altro avesse mandato il cliente in terapia, chi fosse e che cosa quella persona volesse veder accadere come risultato della terapia.

La mappa centrale (cioè la teoria) cambiava man mano che cambiava la pratica al BFTC. Per esempio, una volta scoperto e descritto il cambiamento pre-seduta, cambiò il pattern delle prime sedute, perché ora i terapeuti tendevano a cominciare le sedute cercando un cambiamento già avvenuto. Il precedente discorso sul problema all’inizio della seduta passò maggiormente in secondo piano, man mano che le figure terapeutiche del BFTC cominciavano a cercare di sviluppare descrizioni di progressi e cambiamenti già all’inizio della seduta, per poi lavorare a mantenere in corso i cambiamenti che stavano già avvenendo.

Riflettendo sulla «MAPPA CENTRALE», de Shazer scrisse:

Di conseguenza, la struttura o l’albero genealogico che abbiamo sviluppato per osservare i colloqui ci ha fornito uno strumento per un’osservazione e una descrizione disciplinate delle somiglianze tra i colloqui, nonostante la loro apparente diversità. Questo mi ha aiutato nel mio progetto di costruzione teorica che, a sua volta, ci ha aiutato a comprendere che cos’è che facciamo (1988, p. xvii).

Man mano che il lavoro clinico al BFTC cambiava e diventava più semplice, cambiavano anche la mappa centrale e il programma informatico che la accompagnava. Le diverse versioni del programma furono chiamate «BRIEFER I» e «BRIEFER II» (de Shazer, 1988, pp. 14-19, 41-45). Una terza versione, Briefer III, non fu mai pubblicata ed è sopravvissuta solo su pochi computer che funzionano ancora con Windows XP. In Briefer III, tra l’80 e il 90 per cento dei compiti suggeriti da de Shazer potevano essere previsti dal programma. Il programma stesso contiene soltanto 16 regole (de Shazer, comunicazione personale e dimostrazione del programma, settembre 1988). La versione mostrata a Harry Korman serviva soltanto a scopi di ricerca e di dimostrazione. Quando Harry chiese a de Shazer se avesse pensato di commercializzare il programma, de Shazer rispose che era una seccatura eccessiva e che, se il programma fosse stato usato in ambito clinico, le questioni di responsabilità legale sarebbero state irrisolvibili.

Teorie sul cambiamento terapeutico. Che cos’è il cambiamento? La domanda sembra abbastanza semplice finché non si prova a rispondervi. Il cambiamento è semplicemente fare qualcosa in modo diverso? Oppure è pensare in modo diverso a una situazione, il che suscita poi un comportamento diverso? Oppure è riuscire a fare oggi qualcosa che ieri non si riusciva a fare, il che porta poi a sentirsi capaci, a raccontare a qualcuno il proprio successo e a riuscire a farlo di nuovo? Oppure il cambiamento è tutte queste cose e forse molte altre?

Nunnally et al. (1986), in un articolo sul cambiamento terapeutico, descrissero come avessero cercato di applicare diversi modelli teorici di comprensione alle loro osservazioni del cambiamento dei clienti al BFTC. Presero in considerazione: (a) le nozioni di cambiamento di primo e di secondo ordine proposte dal MRI (Watzlawick et al., 1974), (b) il quadro del cambiamento continuo/discontinuo suggerito da Prigogine et al. (1972) e da Dell & Goolishian (1979), (c) la distinzione tra omeostasi e morfogenesi (Maruyama 1963; Wilden, 1980) e d) i concetti della teoria delle catastrofi (Thom, 1975). Le autrici e le autrici e gli autori del BFTC indicarono che nessuna di queste teorie si adattava molto bene alla loro esperienza o alle loro osservazioni. Preferirono invece attenersi alla comprensione di base che sostenevano da diversi anni: «Per noi, in quanto terapeuti brevi influenzati da Milton Erickson, è forse più semplice pensare al “cambiamento” come … a qualunque cosa accada che renda la vita del cliente più soddisfacente, e lasciar perdere il resto» (Nunnally et al., 1986, p. 88). Inoltre molte delle figure terapeutiche del BFTC sostenevano da tempo una visione buddhista del cambiamento, «…secondo cui il cambiamento è costante e la stabilità è un’illusione». Questa visione buddhista si adattava alle loro osservazioni di clienti che riferivano cambiamenti pre-seduta, eccezioni ai problemi e progressi tra una seduta e l’altra. Come scrissero: «abbiamo … lavorato per mantenere in corso questi cambiamenti e … questo approccio ha portato a una maggiore soddisfazione dei clienti e a un minor numero di sedute per cliente» (Nunnally et al., 1986, p. 90).

Quindi, al di là di tutte le diverse teorie sul cambiamento, il cambiamento o è soddisfacente per il cliente o non lo è. In definitiva, perciò, le autrici e gli autori del BFTC conclusero quanto segue sul cambiamento:

Qualsiasi comportamento visto come nuovo o diverso può essere usato come parte della costruzione terapeutica di una soluzione. Non è necessario che sia un frammento di comportamento visto come parte del pattern della lamentela. Anche se il nuovo comportamento si è verificato per la prima volta prima della prima seduta, può essere etichettato come l’inizio della soluzione. Così, qualsiasi differenza può essere trasformata in una differenza che fa una differenza, purché il nuovo comportamento (o il comportamento percepito come nuovo) sia «sacramentale», cioè sia percepito [dal cliente] come un «segno esteriore e visibile del cambiamento».

Chiaramente, qualsiasi teoria del cambiamento clinico deve includere l’influenza dell’osservatore, cioè l’«aggancio di Heisenberg». Sebbene il processo di cambiamento possa essere visto come costante, l’influenza del terapeuta/osservatore è parte di ciò che determina la distinzione tra a) differenze che fanno una differenza e b) differenze che non fanno alcuna differenza (Nunally et al., 1986, p. 90).

Come crea cambiamento la terapia breve? Scorrere gli scritti di de Shazer alla ricerca delle sue risposte a questa domanda diventa presto disorientante e sconfortante, perché egli sviluppò moltissime teorie sull’argomento. Nel 1988 scrisse quanto segue sui suoi tentativi di elaborare risposte su come la terapia breve crei cambiamento:

Negli ultimi 20 anni passati a fare, studiare, pensare e osservare la terapia breve, ho ideato circa 1.000 descrizioni [teorie] diverse di come funziona la terapia breve. Sono all’incirca una costruzione ogni 10 casi. Strada facendo ho scoperto che non so mai che cosa penso finché non vedo che cosa scrivo e come lo scrivo. Questo mi ha permesso di scartare alcune delle risposte più palesemente stupide.

Le risposte che pensavo reggessero meglio (quelle che si avvicinavano di più a una buona risposta!) le ho usate come materiale per articoli, libri e, più di recente, sistemi esperti (per es. de Shazer, 1975a, 1978a, 1979a, 1985). Ma proprio quando ne ho una che penso sia la migliore, la più chiara, la più completa e la più generale, succede qualcosa che mi porta in un’altra direzione. Perciò la risposta di oggi vale solo per oggi; domani potrebbe cambiare, oppure no (de Shazer 1990, p. 92).

Sebbene la citazione precedente provenga da una pubblicazione del 1990, quella pubblicazione è la ristampa di un intervento tenuto da de Shazer nel 1988 al Fourth International Congress on Ericksonian Approaches to Hypnosis and Psychotherapy di San Francisco, in California. Fu in quell’intervento che egli diede la sua descrizione più dettagliata fino ad allora di come pensava che la terapia breve crei il cambiamento del cliente. Cominciò questa descrizione riprendendo idee che aveva introdotto in precedenza negli anni Ottanta, ossia creare un’aspettativa di cambiamento attraverso le nuove tecniche di colloquio del BFTC e far sperimentare il cambiamento ai clienti attraverso compiti a casa o esperimenti suggeriti negli interventi di fine seduta. Tuttavia, proseguendo la sua descrizione nell’intervento, emerge che nel 1988 aveva ampliato queste idee in modi che anticipavano la direzione che avrebbe dato al suo progetto di sviluppo teorico negli anni Novanta e oltre.

Come abbiamo descritto nella sezione precedente sulla tecnica della sfera di cristallo e sulla domanda del miracolo, le lamentele che i clienti portano ai terapeuti brevi sembrano costruite su una premessa semplice: qualunque cosa sia ciò di cui si lamentano, «succede sempre». Nel 1988 de Shazer cominciava a sviluppare più compiutamente questo punto concentrandosi sul linguaggio che i clienti usano quando descrivono i propri problemi e quelli degli altri: le coppie dicono spesso «litighiamo sempre», oppure i genitori dicono «i nostri figli si comportano sempre male», oppure il singolo cliente usa molto spesso espressioni come «sono depresso», «sono anoressica» o «lei è schizofrenica». Come scrisse de Shazer: «In ogni caso, i clienti hanno avuto la sfortuna di parlare delle cose in un modo che li porta a costruire la lamentela come una situazione che comporta uno stato stazionario. Essa è imprigionata nelle parole che usano, cioè “io sono” e/o “è” e/o sempre» (1990, p. 94). Poi, attingendo a Wittgenstein (1958; 1968), sottolineò che questo modo di parlare porta a equiparare ciò che segue l’«io sono» a «qualcosa di immutabile o non modificabile, come “io sono un maschio” o “io sono svedese”. … [e usando] una grammatica analoga in frasi diverse [“io sono anoressico” e “io sono svedese”], ci aspettiamo (forse inconsapevolmente) che abbiano significati analoghi» (pp. 94-95). In altre parole, la grammatica che i clienti usano abitualmente ha un ruolo importante nell’irrigidire la percezione dei loro problemi.

De Shazer (1990) sostenne poi che le eccezioni aprono un buco nel quadro di riferimento del cliente secondo cui «succede sempre»:

A mio modo di vedere, inventare eccezioni apre dei buchi nel quadro dei clienti («io sono questo» o «succede sempre»), così che possano vederci attraverso: la regola della lamentela viene decostruita in modo che la sua immutabilità diventi indecidibile. La regola «io sono un esibizionista» si trasforma in qualcos’altro, forse: «a volte mi esibisco». Il «a volte» in questa frase è molto forte. È difficile, anche inconsciamente, sentire la frase come analoga a «io sono un maschio». Questa decostruzione spinge i clienti almeno a cominciare a dubitare della loro regola del «succede sempre». Una volta sviluppato il dubbio, ciò che sta realmente accadendo diventa indecidibile e si può costruire una nuova realtà (de Shazer 1990, p. 96).

Ormai (1988) de Shazer affermava anche che le eccezioni che portano al cambiamento del cliente non sono fenomeni oggettivi:

È importante ricordare che le eccezioni non esistono là fuori, nel «mondo reale»; sono inventate o costruite in modo cooperativo dal terapeuta e dal cliente che parlano insieme. Prima che terapeuta e cliente parlino delle eccezioni, questi momenti sono visti semplicemente come «colpi di fortuna» o differenze che non fanno una differenza. È compito del terapeuta aiutare i clienti a trasformare i colpi di fortuna in differenze che fanno una differenza. Sono continuamente sorpreso dalle eccezioni e spesso lo lascio vedere al cliente. I racconti dei clienti sui momenti in cui la lamentela è inaspettatamente assente spesso «mi lasciano a bocca aperta» (de Shazer 1988, p. 96).

Nella conclusione di questo importante articolo de Shazer riassunse così il suo pensiero:

Per dirla nel modo più semplice, la terapia è una conversazione tra almeno due persone (come minimo un terapeuta e un cliente) sul raggiungimento dell’obiettivo del cliente. Quando, come risultato di questa conversazione, i clienti cominciano a dubitare della loro cornice immutabile della situazione che li affligge, la porta verso il cambiamento e la soluzione è stata aperta. Questa è l’essenza della terapia breve (de Shazer 1990, p 98).

La teoria di de Shazer alla fine degli anni Ottanta su come avvenga il cambiamento nella terapia breve era dunque che il terapeuta porta il cliente a dubitare della cornice del «succede sempre» attraverso la costruzione di eccezioni che equivalgono a differenze che fanno una differenza per i clienti.

Nel cercare di riassumere con precisione la terza fase del progetto di sviluppo teorico di de Shazer, non si può fare molto meglio che sottolineare che, con la pubblicazione di Keys to Solution in Brief Therapy (1985), di Clues: Investigating Solutions in Brief Therapy (1988) e di circa 25 articoli tra il 1982 e il 1989, de Shazer e la sua équipe del BFTC si erano allontanati radicalmente da una terapia breve centrata sul problema e basata sul pensiero ecosistemico. Al suo posto, egli aveva creato una descrizione teorica dettagliata di come si conduceva al BFTC un colloquio di sviluppo delle soluzioni. Le sue pubblicazioni comprendevano mappe della seduta su che cosa fare nei colloqui e indicazioni su come usare ciò che era emerso durante la seduta per elaborare messaggi di fine seduta che includevano complimenti, conferme degli obiettivi dei clienti e interventi o compiti standard concepiti per spingere i clienti a cercare e/o proseguire i cambiamenti che desideravano di più nella loro vita. Chi volesse imparare a condurre la SFBT con i clienti non potrebbe fare molto meglio che leggere con attenzione i libri e gli articoli di de Shazer di questa fase e poi lavorare per metterne in pratica il contenuto.

Queste fonti degli anni Ottanta contengono una descrizione teorica del cambiamento del cliente attraverso lo sviluppo delle soluzioni e hanno così integrato un ulteriore assioma rivoluzionario nel progetto di sviluppo teorico di de Shazer:

Assioma 5

La terapia breve consiste nello sviluppare soluzioni con i clienti.

Questo assioma intende cogliere lo sviluppo delle soluzioni in cui terapeuta e cliente lavorano in modo cooperativo per proseguire i cambiamenti che stanno già avvenendo nella vita del cliente, in particolare quelli che vanno nella direzione del futuro più positivo che il cliente desidera. Implica anche invitare i clienti ad ampliare e costruire i dettagli delle loro definizioni di un futuro più soddisfacente. Questo assioma riafferma la posizione interazionale di de Shazer, perché lo sviluppo delle soluzioni avviene attraverso il cliente, il terapeuta e l’équipe (quando presente) che agiscono come un unico sistema centrato sulla promozione del cambiamento del cliente. Lo sviluppo delle soluzioni, invece, non consiste nel vedere i clienti come portatori di problemi concettualizzati come enigmi da valutare e risolvere. Sotto questo aspetto, de Shazer distinse chiaramente la SFBT dalla maggior parte delle altre terapie.

Fase 4: l’ultimo de Shazer e Wittgenstein 1989-2005: co-costruire il cambiamento del cliente attraverso l’interazione linguistica

Il caso della ninfomania. Alcuni chiamerebbero questo periodo «dopo il caso della ninfomania», altri la «fase post-strutturale della SFBT». Nel 1989 de Shazer e la sua équipe avevano mappato il modo in cui si conducevano i colloqui di sviluppo delle soluzioni. Avevano una visione chiara di come si creassero i compiti di sviluppo delle soluzioni e avevano descritto i collegamenti tra le informazioni create nel colloquio e i compiti che suggerivano ai clienti. Il BFTC era affollato di persone in formazione e di professionisti che volevano imparare a praticare questa nuova forma di terapia breve centrata sullo sviluppo delle soluzioni, non sulla risoluzione dei problemi. De Shazer e Berg diventavano sempre più noti e insegnavano in tutto il mondo. Poi, nel 1989, una donna e suo marito vennero al BFTC lamentando il fatto che lei fosse «ninfomane». Secondo la donna, la sua condizione, un bisogno insaziabile di sesso, era il sintomo di un problema sottostante molto grave, radicato nella sua infanzia, che avrebbe richiesto una «terapia profonda» di lunga durata per essere risolto. Quando lei e il marito lasciarono la seduta, il problema era stato rinominato «insonnia», che si risolse nelle due settimane successive al colloquio. De Shazer e la sua équipe riconobbero che il cambiamento avvenuto nella seduta e i risultati riferiti dai clienti non potevano essere compresi dall’interno della teoria della SFBT allora vigente; cioè il caso non poteva essere tracciato sulle mappe che avevano sviluppato tra il 1982 e il 1989. Ancora una volta si era verificata un’«anomalia», e de Shazer si rivolse al suo «hobby», la filosofia e la sociologia della conoscenza, per cominciare a ridescrivere la SFBT, questa volta attraverso la lente del pensiero «post-strutturale».

In un quadro strutturalista, «ninfomania» non può certo scivolare in «insonnia». Tuttavia, nella visione post-strutturale del linguaggio sviluppata più di recente (Harland, 1987), è esattamente così che si ritiene funzionino le parole (de Shazer & Berg, 1992, p. 73).

E, nello stesso articolo, de Shazer e Berg scrissero:

Mentre la visione strutturalista predominante vede il significato e la verità come qualcosa che sta dietro o dentro una persona, un sistema o una struttura, un’altra visione, chiamata post-strutturalismo (si veda, per es., Harland, 1987), sottolinea l’interazione tra le persone come un’attività attraverso cui il significato viene costruito. In sostanza, strutturalismo e post-strutturalismo implicano modi discontinui di pensare parole, concetti e significato (p. 73).

In che senso, dunque, queste due visioni sono discontinue? Nella visione strutturale predominante, la costruzione del significato è intesa come un processo che avviene nella mente della persona. Il modo in cui le persone interpretano e comprendono ciò che percepiscono è un’attività che avviene nel cervello. Ciò che le persone dicono e il modo in cui si comportano, i comportamenti di «superficie», sono determinati da ciò che accade sotto la superficie, dentro di loro. Intendere in questo modo la costruzione del significato porta a una ricerca su ciò che accade dentro la testa di una persona.

Nella visione post-strutturale, oggi più spesso nota come «costruzionismo sociale» (Gergen, 2015), la costruzione del significato è interazionale: avviene nella comunicazione tra le persone. La costruzione del significato è un processo visibile in superficie (cioè azioni comunicative visibili e udibili) e si svolge di continuo mentre le persone comunicano tra loro. Intendere in questo modo la costruzione del significato porta a una ricerca sulle interazioni visibili e udibili tra le persone. Chi fa ricerca osserva qui le microsequenze di ciò che accade in una conversazione quando le persone sono d’accordo o in disaccordo su che cosa fare o pensare in una situazione particolare, o su come interpretare e descrivere una certa esperienza. In altre parole, chi fa ricerca indaga qui i molti modi in cui i partecipanti al dialogo si influenzano reciprocamente.

Si ritiene che tutti questi fenomeni abbiano un ruolo nel modo in cui il significato emerge nel dialogo. De Shazer e Berg chiamano questi fenomeni interazionali la «negoziazione» dei significati:

Come esempio di uso del linguaggio, l’unità terapeuta-conversazione-cliente può essere affrontata in modo ampio, perché qualunque cosa la conversazione finirà per significare sia per il terapeuta sia per il cliente dipende dalle loro negoziazioni (1992, p. 77).

La coppia del caso della ninfomania, per esempio, descrisse all’inizio della terapia ciò che vedeva come il proprio problema. Le parole che usavano avevano per loro, in quel momento, certi significati. La moglie disse di avere un desiderio sessuale insaziabile e di non riuscire a dormire senza aver avuto un rapporto. Per lei, in quel momento della conversazione, il suo desiderio e le sue difficoltà di sonno erano segni del fatto di essere ninfomane. Inoltre, a suo avviso, la ninfomania era il sintomo di profondi problemi sottostanti radicati nella sua infanzia, che avrebbero richiesto una terapia di lunga durata per essere risolti. La descrizione in superficie, «un bisogno insaziabile di sesso che le impedisce di dormire», era per lei il segno in superficie di una realtà più profonda, ossia la «ninfomania». Con il proseguire della seduta, tuttavia, emerse una descrizione alternativa, con i significati che le erano associati. De Shazer e Berg scrissero:

La conversazione su ciò che stava accadendo si spostò sul marito, che descrisse l’angoscia di lei [la moglie] per la ninfomania e la propria stanchezza. Dal suo punto di vista, gli veniva sottratta la possibilità di essere romantico con lei; anziché il suo amante, era diventato soltanto uno stallone, una macchina del sesso.

Marito: «Ma per me è più un problema di sonno per tutti e due».

Terapeuta: «Me lo chiedo anch’io. Forse abbiamo guardato la cosa dal lato sbagliato».

Moglie: «Avete qualche rimedio per l’insonnia? Ci sto».

Terapeuta: «Non lo so. L’abbiamo considerato un disturbo sessuale, ma comincia a sembrare piuttosto un disturbo del sonno» (p. 75).

Il marito suggerì che si trattasse piuttosto di un problema di sonno per entrambi. Il terapeuta disse che forse avevano guardato la cosa dal lato sbagliato, suggerendo così che forse il marito avesse ragione. Forse il bisogno di sesso prima di dormire era un modo per far fronte a un disturbo del sonno. La moglie chiese allora un rimedio per l’insonnia. In superficie, cioè nel modo in cui le tre persone presenti nella stanza di terapia stavano ora parlando, il significato delle attività sessuali quotidiane prima di addormentarsi aveva cominciato a spostarsi da un sintomo inequivocabile di ninfomania a un possibile sintomo di un disturbo del sonno, o semplicemente a un modo per gestire la difficoltà ad addormentarsi.

De Shazer e Berg proseguirono a proposito del caso:

Per tutto il resto della seduta il terapeuta mantenne la conversazione rigorosamente su un piano comportamentale ed evitò ogni ulteriore discussione su pensieri, sentimenti e significati. La lamentela relativa al disturbo del sonno divenne esclusivamente una difficoltà «comportamentale» o «tecnica» attorno alla quale si poteva costruire una soluzione con mezzi tecnici (p. 77).

Da quel momento della seduta, dunque, il terapeuta e la coppia parlarono di un problema di insonnia (non di ninfomania) e, alla fine della seduta, la donna ricevette dall’équipe dietro lo specchio unidirezionale alcuni consigli tecnici su cose che avrebbe potuto provare per «curare» la sua insonnia.

Dopo essersi consultato con l’équipe dietro lo specchio unidirezionale, il terapeuta illustrò alla donna due opzioni: 1. Forse, come esperimento, avrebbe potuto smettere per ora di fare attività fisica. La donna respinse subito questa idea; oppure 2. (a) se si fosse trovata sveglia un’ora dopo essere andata a letto, avrebbe dovuto alzarsi e svolgere faccende domestiche detestate come pulire il forno; oppure (b) se si fosse trovata sveglia un’ora dopo essere andata a letto, avrebbe dovuto restare sdraiata ma con gli occhi spalancati, concentrandosi sull’impedire alla lingua di toccare il palato finché non si fosse addormentata.

La seconda idea fu accolta di buon umore: sia la donna sia il marito scoppiarono a ridere. In risposta, l’équipe aggiunse un ulteriore elemento: dopo cena, prima di andare a letto, il marito doveva lanciare una moneta per decidere quale opzione lei avrebbe dovuto usare in ciascuna notte» (p. 77-78).

De Shazer e Berg, riflettendo sul caso, commentarono:

Che cosa sta succedendo qui? Il marito ha offerto una visione diversa, una parola/un concetto diverso che è stato immediatamente accettato dalla moglie e dal terapeuta. Pensavamo di essere su un terreno sicuro; il linguaggio sembrava comportarsi piuttosto bene, ma ora la donna dice di essere disposta a prendere in considerazione l’idea di chiamare la sua lamentela con un altro nome (p. 76)!

De Shazer e Berg, naturalmente, scherzano quando dicono che «il linguaggio sembrava comportarsi piuttosto bene». Se il linguaggio si comportasse bene, secondo la consueta visione strutturalista, «ninfomania» non potrebbe scivolare in «insonnia». La domanda resta dunque: «Che cosa sta succedendo qui?».

Il fraintendimento. Nello stesso articolo su una revisione post-strutturale del fare terapia, de Shazer e Berg proposero questa descrizione teorica di ciò che accade nelle sedute terapeutiche:

I clienti descrivono la loro situazione dal loro punto di vista particolare e unico. Il terapeuta ascolta, vedendo sempre le cose in modo diverso, attribuendo sempre significati diversi alle parole che i clienti usano, e ridescrive così ciò che i clienti descrivono da un punto di vista diverso. Le possibilità di nuovi significati si aprono a partire da queste due descrizioni diverse, da questi due significati diversi, quando vengono accostati. (Metaforicamente, è simile al processo implicato nella percezione della profondità; si veda la «teoria binoculare del cambiamento» in de Shazer, 1982a.) Il risultato non è la visione né il significato dei clienti, e non è la visione né il significato del terapeuta, ma qualcosa di diverso da entrambi (p. 77).

In una pubblicazione affine, de Shazer chiamò questo processo interazionale attorno ai significati dei clienti e ai tentativi di comprensione del terapeuta «fraintendimento creativo» (de Shazer, 1991, pp. 68-69). Propose che, poiché i partecipanti a una conversazione, clienti e terapeuti compresi, provengono da contesti ed esperienze diversi, essi non possono, in senso reale, che fraintendersi a vicenda. È attraverso le loro negoziazioni linguistiche volte a ridurre i fraintendimenti che possono emergere nuovi significati e, con essi, nuove vie verso le soluzioni. Così, ancora una volta, nel «caso della ninfomania» il marito fraintese la «ninfomania» della moglie come un «problema di sonno» e il terapeuta fraintese il «disturbo sessuale» della moglie come un «disturbo del sonno». Poi, come detto in precedenza, il lavoro successivo del terapeuta con la coppia in quella prima seduta si concentrò sul fraintendimento creativo secondo cui vivevano un disturbo del sonno e su come si potesse costruire una soluzione a questa difficoltà tecnica, compresa la consegna di un classico compito di fine seduta del BFTC. In seguito, in modo straordinario:

Due settimane dopo questa seduta, la donna inviò un biglietto per ringraziare il terapeuta e l’équipe di aver visto che il suo «bisogno insaziabile di sesso» non era che «un sintomo della mia insonnia». Scrisse che «immediatamente il mio ritmo del sonno e la mia libido sono tornati alla normalità». Non disse se lei e il marito avessero mai provato il compito di intervento (de Shazer & Berg, 1992, p. 78).

Ludwig Wittgenstein. Dall’inizio degli anni Novanta fino alla sua morte nel 2005, de Shazer continuò a pensare e a scrivere sul fatto che i significati delle parole nelle sedute terapeutiche non sono fissi e sulle implicazioni di questi significati mutevoli per il cambiamento dei clienti. Attinse al lavoro di diversi filosofi, soprattutto Ludwig Wittgenstein, per sviluppare le proprie descrizioni teoriche. De Shazer apprezzava la visione di Wittgenstein del funzionamento del linguaggio. Wittgenstein non credeva che le parole abbiano significati essenziali; come affermava de Shazer: «Wittgenstein … sottolinea che il significato delle parole è determinato dal modo in cui sono usate dai vari partecipanti all’interno di un contesto specifico» (1991, p. 71). Strettamente legato al significato contestuale delle parole è il fatto che il significato si stabilisce nel dialogo interattivo: «… il linguaggio e la parola nascono e si sviluppano attraverso l’uso, attraverso l’interazione sociale e la comunicazione» (de Shazer, 1994, p. 51). De Shazer espresse così questo carattere contestuale e interattivo delle sedute terapeutiche:

Per esempio, un enunciato del terapeuta durante una particolare seduta è legato a tutti i suoi enunciati precedenti (in quella seduta), a tutti i suoi enunciati futuri (in quella seduta) e anche a tutti gli enunciati del cliente su un particolare argomento durante quella seduta: una situazione che … Wittgenstein chiamava «gioco linguistico» (de Shazer, 1994, p. 51).

Con l’espressione «gioco linguistico» Wittgenstein proponeva l’idea che il linguaggio sia meglio inteso come un’attività interattiva che come un insieme astratto di significati essenziali (de Shazer et al., 2007, p. 109). Poco più avanti nella stessa fonte, de Shazer scrive: «Ciò che Wittgenstein chiama “giochi linguistici” può essere descritto semplicemente come spaccati di vita quotidiana, la casa base delle parole e dei concetti» (p. 110). Negli anni Novanta e fino alla fine della sua vita, de Shazer arrivò a vedere le conversazioni centrate sulla soluzione, e a parlarne, come giochi linguistici specifici al contesto, in cui le interazioni linguistiche possono aprire ai clienti nuove possibilità di crearsi una vita più soddisfacente. È degno di nota che, dopo il 1990, de Shazer e la sua équipe non abbiano aggiunto nuove tecniche centrate sulla soluzione a quelle che avevano inventato negli anni Ottanta. Tuttavia, attingendo soprattutto a Wittgenstein e a partire dal caso della «ninfomania», egli arrivò a descrivere in modo molto diverso ciò che vedeva accadere attraverso l’uso delle tecniche centrate sulla soluzione. Per esempio, de Shazer affermò a proposito dell’uso delle scale nella SFBT:

A differenza della maggior parte delle scale usate per misurare qualcosa sulla base di standard normativi (cioè una scala che misura e confronta il funzionamento del cliente con quello della popolazione generale lungo la curva a campana), le nostre scale sono concepite principalmente per facilitare il trattamento. Le nostre scale non servono soltanto a «misurare» la percezione del cliente, ma anche a motivare e incoraggiare, e a chiarire obiettivi, soluzioni e qualsiasi altra cosa sia importante per ciascun cliente. … Le scale permettono sia al terapeuta sia al cliente di sfruttare il modo in cui il dialogo funziona naturalmente, sviluppando un termine condiviso (cioè «6») e un concetto (cioè, su una scala in cui «10» rappresenta la soluzione e «0» il punto di partenza, «6» è chiaramente meglio di «5») che è evidentemente molteplice e flessibile. Poiché non si può essere assolutamente certi di che cosa un’altra persona intendesse con l’uso di una parola o di un concetto, le domande di scala permettono a terapeuta e cliente di costruire insieme un ponte, un modo di parlare di cose difficili da descrivere, compresi i progressi verso la soluzione del cliente (1994, p. 92).

Come per le conversazioni basate sulle scale, de Shazer teorizzò che anche le conversazioni attorno alla domanda del miracolo, alle domande su che cosa va meglio, alle domande sulle eccezioni e alle domande di coping attingano tutte allo stesso modo al «modo in cui il dialogo funziona naturalmente». Queste tecniche centrate sulla soluzione, cioè, invitano i clienti a costruire, con il loro linguaggio, i futuri alternativi che desiderano, ciò che sta già accadendo di meglio rispetto a quei futuri preferiti, i momenti in cui una parte maggiore di ciò che desiderano sta già accadendo nella loro vita, e il modo in cui si vedono far fronte alle difficoltà quando hanno quasi perso la speranza di un futuro migliore. De Shazer chiamò la sua descrizione teorica delle sedute centrate sulla soluzione e degli spostamenti di significato che così spesso accompagnano le soluzioni «costruttivismo interazionale» (de Shazer, 1991, p. 48; 76-80). Oltre a proseguire l’uso delle tecniche centrate sulla soluzione inventate negli anni Ottanta, il costruttivismo interazionale di de Shazer continuò a rispettare ciò che i clienti dicevano di volere dalla terapia, e non ciò che la professione diceva servisse loro. Il suo costruttivismo interazionale, con la sua attenzione al significato mutevole delle parole attraverso l’interazione dialogica, rese anche molto chiara l’importanza di prestare attenzione al linguaggio quotidiano dei clienti e di lavorare con esso. A questo proposito, de Shazer ricordava regolarmente a chi voleva diventare terapeuta o coach SF che, nelle conversazioni con i clienti, bisogna «restare in superficie» delle loro parole e non formulare ipotesi su ciò che potrebbe accadere nella loro testa o nella loro situazione. Infine, il suo costruttivismo interazionale proseguì il cambiamento già avviato negli anni Ottanta, che considerava il contenuto del colloquio più importante, per avviare il cambiamento del cliente, dell’intervento o del compito di fine seduta. Il focus del costruttivismo interazionale è saldamente sulle interazioni linguistiche18 tra terapeuta e cliente nelle sedute, cioè sul gioco linguistico centrato sulla soluzione. I compiti, pur continuando a essere proposti dopo il 1990, passarono in secondo piano e funzionarono piuttosto come sintesi di fine seduta di ciò che era stato costruito interazionalmente nella seduta.

Tornando al nostro scopo iniziale di ricavare gli assiomi del progetto di sviluppo teorico di de Shazer, riteniamo che egli abbia aggiunto un ulteriore assioma nella sua fase 1989-2005:

Assioma 6

La terapia è un processo dialogico e interazionale visibile che negozia i significati del linguaggio del cliente.

Questo assioma intende cogliere la visione di de Shazer secondo cui il cambiamento del cliente avviene attraverso la negoziazione dei significati che i clienti portano nel sistema cliente-terapeuta. Le parole che i clienti usano non hanno un significato essenziale o fisso, ma negoziabile attraverso le conversazioni tra terapeuta e cliente su ciò che i clienti potrebbero desiderare, sui cambiamenti positivi che stanno già avvenendo nella loro vita e su come potrebbero apparire ulteriori progressi verso una vita più soddisfacente. Sebbene alcune altre terapie postmoderne possano condividere questa visione teorica, la maggior parte delle terapie del campo non è postmoderna e funziona come se le parole che descrivono le difficoltà dei clienti e le loro soluzioni avessero significati essenziali (per es. depressione, ansia, ninfomania, problemi di sonno ecc.). Per la maggior parte delle terapie del campo, cioè, si ritiene in larga misura che i problemi dei clienti e i relativi trattamenti abbiano un’esistenza definibile, separata dai clienti e da ciò che i clienti potrebbero dirne.

Questo assioma è anche coerente con gli assiomi individuati nelle fasi teoriche precedenti di de Shazer. La negoziazione dei significati è un processo visibile e prosegue la sua insistenza nel descrivere la costruzione delle soluzioni a partire da ciò che si può osservare direttamente nella stanza di terapia. Gli spostamenti di significato avvengono nelle interazioni linguistiche del sistema terapeuta-cliente, mentre lavorano in modo cooperativo per costruire soluzioni attorno all’obiettivo o agli obiettivi del cliente per una vita più soddisfacente.

Conclusione

Speriamo che questo articolo abbia messo in discussione il mito secondo cui la SFBT non ha una teoria. Se è così, lo scopo per cui lo abbiamo scritto è stato raggiunto. Riflettendo sul nostro tentativo di condensare gli scritti di de Shazer, siamo stupiti dalla creatività e dalla ricchezza della sua costruzione teorica. Cominciò osservando le sedute di Erickson, e poi quelle del BFTC, attraverso la lente di diverse teorie esistenti nel campo. Quando queste teorie non riuscirono più a cogliere ciò che lui e la sua équipe osservavano nelle loro sedute, mise da parte quelle concettualizzazioni e sviluppò altre descrizioni teoriche. Nel farlo, decostruì molti costrutti teorici radicati nel campo della terapia familiare e, più in generale, della psicoterapia, e più volte riformulò le proprie descrizioni del cambiamento del cliente e di ciò che clienti e terapeuti fanno insieme che sia utile a promuoverlo. Al momento della sua morte nel 2005, le sue descrizioni erano chiaramente postmoderne, centrate sulle interazioni linguistiche tra terapeuti e clienti. A nostro avviso, ha lasciato un’eredità di 6 assiomi teorici duraturi per invitare il cambiamento del cliente attraverso la pratica della SFBT, sviluppati in oltre 40 anni di riflessione e di scrittura. Nell’ordine cronologico in cui furono sviluppati, questi assiomi della SFBT sono:

1

La terapia è un processo interazionale osservabile, cioè una conversazione.

2

L’unità minima di analisi è il terapeuta che interagisce con il cliente nel setting terapeutico. Questa unità non può essere ulteriormente suddivisa.

3

Il cambiamento è lo scopo dell’incontro tra terapeuta e cliente.

4

Il cambiamento del cliente attraverso la terapia avviene mediante interazioni osservabili in cui il terapeuta trova modi per cooperare con il cliente.

5

La terapia breve consiste nello sviluppare soluzioni con il cliente.

6

La terapia è un processo dialogico e interazionale visibile che negozia i significati del linguaggio del cliente.

Riflettendo su quelle che abbiamo concettualizzato come le quattro fasi dello sviluppo teorico di de Shazer, siamo particolarmente colpiti da due aspetti. Il primo è il suo metodo di costruzione teorica. Abbiamo scritto della visione, sua e dell’équipe del BFTC, della relazione ricorsiva tra pratica, ricerca e teoria. Dai suoi scritti è evidente che de Shazer non si allontanò mai da questo approccio allo sviluppo della conoscenza, ed è degno di nota che privilegiasse l’osservazione diretta della pratica come fonte delle scoperte che portarono alle descrizioni delle tecniche innovative e distintive con cui oggi pratichiamo la terapia breve centrata sulla soluzione. Più e più volte, nel corso delle sue quattro fasi, fu l’osservazione diretta di qualcosa accaduto nella stanza di terapia tra terapeuta e cliente a indurre l’équipe a pensare in modo diverso e a sviluppare un nuovo progetto di ricerca per verificare l’utilità della nuova scoperta. La teoria, poi, ne derivava.

Il secondo aspetto del progetto di sviluppo teorico di de Shazer che ci colpisce è che egli sviluppò una teoria interazionale di ciò che accade tra terapeuti e clienti. Sotto questo profilo, appartiene chiaramente a una minoranza tra chi pratica e chi teorizza nel campo della psicoterapia. Il campo resta in generale orientato alla risoluzione dei problemi, cioè centrato sulla valutazione dei problemi dei clienti e sullo sviluppo dei relativi interventi. Enormi energie e altre risorse sono dedicate allo sviluppo di tipologie di problemi, di clienti e di famiglie. Queste tipologie sono pensate per orientare i terapeuti nei colloqui e nello sviluppo degli interventi. È sorprendente che il progetto di sviluppo teorico di de Shazer e la SFBT che ne è derivata non abbiano aggiunto al campo alcuna tipologia o categoria di clienti o di problemi. De Shazer non tentò nemmeno di classificare i punti di forza dei clienti o i tipi di soluzioni. La SFBT è centrata esclusivamente su ciò che viene costruito congiuntamente nelle interazioni tra terapeuti e clienti e che è utile al cambiamento del cliente. Al momento della sua morte, egli stava continuando a descrivere teoricamente ciò che accade nelle interazioni linguistiche tra terapeuta e clienti.

Dalla scomparsa di de Shazer, nuove ricerche di microanalisi delle conversazioni terapeutiche stanno proseguendo il suo focus interazionale ed estendendolo ad altri aspetti delle interazioni terapeuta/cliente (Bavelas, De Jong, and Smock Jordan et al., 2014; De Jong, Smock Jordan, Healing, & Gerwing, 2020; Korman et al., 2013; Smock Jordan et al., 2013). Questi studi, basati sull’osservazione diretta dell’interazione cliente/terapeuta, offrono un sostegno empirico al costruttivismo interazionale di de Shazer. Indicano anche che la co-costruzione del significato è una caratteristica di tutte le terapie, non solo di quelle postmoderne. Sebbene i significati co-costruiti da terapeuti che usano modelli diversi siano diversi, tutti i terapeuti impiegano gli stessi processi interazionali, direttamente osservabili, per influenzare la direzione delle loro sedute in coerenza con ciò che ritengono più utile per i clienti.

Riteniamo quindi che de Shazer abbia dato importanti contributi teorici nel corso di tutta la sua carriera. Riteniamo anche che sia il suo metodo ricorsivo di sviluppo della teoria sia il suo costruttivismo interazionale siano destinati a durare. Se continueremo a seguire l’esempio che ha dato sotto questi aspetti, crediamo che il nostro campo ne uscirà rafforzato.

Note

1. Questo articolo deve molto alla dott.ssa Janet Beavin Bavelas. Senza il suo contributo creativo questo articolo non sarebbe stato scritto.

2. De Shazer descriveva questo focus come «restare in superficie», cercando di evitare inferenze su qualsiasi cosa accada sotto o al di sotto. Affrontiamo questo focus più in dettaglio nella sezione di questo articolo intitolata «L’ultimo de Shazer e Wittgenstein, 1989-2005».

3. Torneremo più avanti su questa idea piuttosto disorientante.

4. Molti anni dopo, quando de Shazer vide per la prima volta Milton Erickson in una videoregistrazione, la sua reazione spontanea fu: «Accidenti, sta facendo tutto sbagliato» (McKergow & Korman, 2009, p. 44).

5. Nel 1987 era arrivato a vedere la tecnica della sfera di cristallo come «… un primo tentativo di orientare sistematicamente il cliente verso le soluzioni anziché verso i problemi» (Molnar & de Shazer 1987, p. 350).

6. In un articolo pubblicato alla fine degli anni Settanta, de Shazer parlava ancora di «resistenza» e di «omeostasi», senza ancora mettere in discussione questi concetti o queste metafore (de Shazer, 1979b, pp. 83-95). È degno di nota, come spieghiamo più avanti, che i concetti di omeostasi e di resistenza siano scomparsi (o abbiano smesso di essere utili) una volta che la distinzione tra terapia familiare come sistema e famiglia come sistema fu chiaramente articolata.

7. Un’eccezione è «ciò che accade quando la lamentela non si verifica» (de Shazer et al., 1986, p. 215).

8. In realtà de Shazer aveva già pubblicato nel 1975 un articolo (de Shazer, 1975b) in cui suggeriva un modo di lavorare con famiglie che avevano obiettivi in conflitto.

9. Nell’agosto 1980 de Shazer scrisse che stava dando gli «ultimi ritocchi» al suo primo libro Patterns of Brief Family Therapy: An Ecosystemic Approach (Underground Railroad, Vol • 1 • No. 2, p. 2). Vi fu quindi uno scarto di due anni tra gli ultimi ritocchi e la pubblicazione del libro. A quel punto (1982), con le innovazioni terapeutiche del BFTC che si sviluppavano così rapidamente, de Shazer e la sua équipe non lavoravano più come descritto in questo libro (H. Korman, comunicazione personale, 1988).

10. L’articolo di de Shazer «The Death of Resistance» fu pubblicato soltanto nel 1984. Tuttavia, come spiegò più tardi in un articolo del 1989 intitolato «Resistance Revisited», l’articolo era stato concepito ed essenzialmente scritto diversi anni prima. In quell’articolo successivo scrisse: «Nel 1978, dopo essere stati seduti dietro lo specchio e aver visto la nostra équipe … lavorare con clienti presentati come “altamente resistenti” dai terapeuti invianti, e aver visto questi clienti cooperare prontamente con noi, decidemmo che serviva un po’ di violenza concettuale e così uccidemmo la resistenza» (p. 227). Poco dopo, nel 1979, de Shazer sottopose l’articolo per la prima volta. Racconta che ci vollero 6 revisioni, senza cambiare né il titolo né la tesi dell’articolo, e 17 rifiuti prima che l’articolo fosse accettato e pubblicato nel 1984. A quanto pare, la resistenza può essere molto difficile da superare.

Negli ambienti della SFBT circola la storia secondo cui, nel luglio 1979, dopo che l’équipe del BFTC aveva ucciso la resistenza, la seppellì e le eresse un santuario. Alcuni dicono che la sepoltura avvenne al BFTC, altri a casa di de Shazer e Berg. Pur essendo ampiamente diffusa, questa storia non è mai stata confermata e, finora, non abbiamo mai sentito nessuno dire di aver visto il santuario. Forse la sepoltura fu metaforica, come l’«uccisione».

L’articolo fu accettato per la pubblicazione il 3 maggio 1984. Questa data è stata scelta come giornata mondiale del Solution Focused in onore di quella che alcune persone considerano una delle pubblicazioni più rivoluzionarie di de Shazer.

11. De Shazer attinse al concetto batesoniano di «notizia della differenza» e alla nozione di «cambiamenti di secondo ordine» nei sistemi quando esplicitò il suo concetto di «surplus» nella teoria binoculare del cambiamento (1982a, pp. 7-9; 1984, p. 12).

12. Chi legge può trovare in de Shazer (1982a) molti esempi di casi clinici e dei relativi indizi che l’équipe del BFTC elaborò in questo periodo.

13. Si veda la descrizione di questi principi da parte di Haley (1967), compreso quello secondo cui problemi descritti in modo vago dovrebbero portare a un feedback di fine seduta vago e a un compito a casa vago.

14. De Shazer aveva cominciato a sviluppare compiti standard (o di formula) già nel 1969, da usare con casi che presentavano problemi simili (de Shazer, 1985, pp. 122-125). Nel 1985 li ribattezzò «passe-partout» (skeleton keys) (de Shazer 1985, pp. 119-136). Molte persone che praticano la SFBT continuano a usare questi compiti ancora oggi.

15. Uno degli autori (PDJ) intervistò Insoo Kim Berg nel 1996 sullo sviluppo della terapia breve centrata sulla soluzione al BFTC e, in particolare, sull’origine del concetto di eccezioni. Lei disse di pensare che fosse nato poco dopo lo sviluppo dell’FFST e direttamente da esso. A suo avviso, chiedere ai clienti di prestare attenzione a ciò che volevano continuasse ad accadere nella loro vita (cioè l’FFST) era simile a chiedere loro che cosa accadesse nella loro vita nei momenti in cui il problema non si presentava (cioè le eccezioni). L’intervista a Berg è disponibile su richiesta presso PDJ; chi fosse interessato può scrivergli per riceverne una copia all’indirizzo pdejongsft@gmail.com.

16. Diversi altri compiti di formula avevano origine nel lavoro precedente, principalmente di de Shazer e di Erickson (de Shazer, 1985, pp. 119-136).

17. Secondo un’altra versione dell’invenzione della domanda del miracolo, Jim Wilk, residente al BFTC, avrebbe osservato Steve de Shazer usarla per la prima volta a metà degli anni Ottanta (Lipchik et al., 2012).

18. Il linguaggio non è fatto solo di parole. Alzare le spalle, alzare gli occhi al cielo, le espressioni del viso ecc. fanno tutti parte del linguaggio.

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Traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale Steve de Shazer’s Theory Development, di Harry Korman, Peter De Jong e Sara Smock Jordan, Journal of Solution Focused Practices, vol. 4, n. 2, 2020, 10.59874/001c.75029, pubblicato con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «Steve de Shazer’s Theory Development», pubblicato nel Journal of Solution Focused Practices (2020) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato in testa a questa pagina; la presentazione è stata adattata alla lettura online. Fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Korman, H., De Jong, P., & Smock Jordan, S. (2020). Steve de Shazer’s Theory Development. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/steve-de-shazer-s-theory-development (Opera originale pubblicata nel 2020 nel Journal of Solution Focused Practices, vol. 4, n. 2 (2020), pp. 47-70; ripubblicata nel 2020 dal Journal of Solution Focused Practices, https://journalsfp.org/article/75029)

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