Traduzione assistita dall'IA

Questa versione è stata tradotta dallo spagnolo da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.

Red Sistémica · Violenze

Violenza di persecuzione nei Paesi Baschi

Un paziente racconta che lo seguono, che lo sorvegliano, che vogliono ucciderlo; ogni giorno cambia orario e percorso, ispeziona il fondo della sua auto prima di partire. In qualsiasi altro luogo del mondo, si penserebbe alla dose di aloperidolo da prescrivere. Nei Paesi Baschi del 2004, è una delle circa 40.000 persone la cui vita è minacciata dal terrorismo etnonazionalista. Roberto Pereira descrive questo «terrorismo con la minuscola», la violenza di persecuzione, e i suoi effetti insidiosi sulle vittime e sulle loro famiglie: senso di colpa, restringimento della rete, perdita delle routine che costituiscono l’identità, angoscia, depressione, esilio.

Autore Roberto Pereira, presidente della Federazione spagnola delle associazioni di terapia familiare, direttore della Scuola basca di terapia familiare (Bilbao)Prima pubblicazione Perspectivas Sistémicas, n. 81, maggio-giugno 2004Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale dallo spagnolo assistita dall’IA, con l’accordo di Red Sistémica

«Il terrorismo è irrazionale solo dal punto di vista di chi, come noi, difende i diritti umani degli individui come qualcosa che viene prima di qualsiasi altra cosa.»

Roberto Pereira

La sottile linea tra «normale» e «patologico»

Quando voglio spiegare a chi studia con me l’importanza del contesto, o la sottile linea che spesso separa il «normale» dal «patologico», sono solito proporre il seguente esempio:

Vignetta

«Si presenta nel vostro studio un paziente che racconta di stare molto male perché lo seguono e lo sorvegliano con l’intenzione di ucciderlo. Ogni giorno esce di casa a un’ora diversa; se incrocia qualche vicino, nota che gli passa davanti in fretta, guardandolo di sbieco e borbottando un saluto incomprensibile. Prima di uscire dal portone guarda con attenzione da una parte e dall’altra, poi raggiunge rapidamente la sua auto. Ci gira intorno due volte per vedere se nota qualcosa di strano, prima all’esterno e poi all’interno, e infine si china a guardarne il fondo. Esita sempre nell’infilare e girare la chiave per aprire la portiera e parte sempre molto angosciato. Non si tranquillizza finché non ha attraversato tre o quattro strade. Si reca al lavoro facendo sempre un percorso diverso e a un’ora diversa, pensando a quanto tempo è passato da quando non accompagna più suo figlio a scuola, non si ferma più a comprare il giornale all’edicola all’angolo né a prendere un caffè al bar accanto all’ingresso del suo posto di lavoro. Ha cambiato tutte le sue abitudini per non facilitare il compito a chi vuole ucciderlo; nota di essere dimagrito, ha una brutta cera, sta rimanendo senza amici e percepisce la crescente preoccupazione negli occhi della sua famiglia.»

Se questo racconto ci viene fatto in uno dei pochi luoghi tranquilli che restano al mondo, penseremo subito alla dose di aloperidolo da prescrivere a questo paziente. Se viene fatto nel mio studio, nei Paesi Baschi, saprò di avere davanti una delle circa 40.000 persone la cui vita è minacciata dal terrorismo etnonazionalista basco.

In realtà, ha la vita minacciata circa il 50% della popolazione basca non nazionalista: queste 40.000 persone sono quelle che si sono esposte da sé per la propria professione o per l’espressione delle proprie idee: magistratura, forze di polizia, persone impegnate in politica a qualunque livello, giornaliste e giornalisti, chi partecipa a movimenti civici, il mondo artistico, ecc., tutte estranee all’etnonazionalismo basco.

40.000
persone con la vita minacciata nei Paesi Baschi, esposte per la loro professione o le loro idee
50 %
della popolazione basca non nazionalista, la cui vita è in realtà minacciata
100.000–200.000
persone che avrebbero lasciato i Paesi Baschi dall’inizio dell’attività dell’ETA, secondo le stime più credibili
25 anni
di lunga attività dell’ETA nel momento in cui l’autore scrive

Terrorismo e terrore con la minuscola

Tutte queste persone sono vittime del terrorismo, del terrore con la minuscola. Lo scrivo così non perché vi siano differenze tra l’uno e l’altro, o perché sia meno dannoso o crudele. Lo faccio per distinguerlo da quello che produce un impatto maggiore su molte più persone contemporaneamente: bombe in luoghi pubblici, senza preavviso, che colpiscono un gran numero di persone il cui unico legame comune è trovarsi lì in quel momento, come è accaduto lo scorso 11 marzo a Madrid. Il Terrorismo, l’uno o l’altro, ha gli stessi obiettivi: imporre all’altro la propria volontà, utilizzando tutti i mezzi necessari, senza badare alla loro violenza.

Questo terrorismo con la minuscola, meno conosciuto ma molto dannoso per una società, nei Paesi Baschi si è finito per chiamarlo violenza di persecuzione. Ha bisogno del primo, della violenza estrema e reiterata, perché senza di esso non avrebbe senso né alcuna possibilità di successo. Si tratta di sfruttare a fini propagandistici le azioni violente (omicidi, sequestri, esplosioni, ecc.) per creare un clima di minaccia e di vessazione che produca una sensazione di paura continua, soffocante, che porti le vittime al silenzio, alla sottomissione o alla fuga.

Il Terrorismo con la maiuscola

Bombe, spari, incendi: un impatto massiccio su un gran numero di persone contemporaneamente, il cui unico legame è essersi trovate lì. I suoi effetti sono ben studiati nella categoria del disturbo da stress post-traumatico.

La violenza di persecuzione, con la minuscola

Minacce, pressioni sull’entourage, insulti, auto bruciate: un clima di vessazione continua e soffocante che si instaura in modo insidioso, con ancora meno riconoscimento sociale e accesso ai sistemi di aiuto.

Per creare questo contesto si usano mezzi diretti e indiretti. Tra quelli diretti ci sono le minacce verbali o scritte, la pressione sull’ambiente della persona minacciata perché venga isolata, gli insulti, l’incendio dell’auto, ecc. Tra quelli indiretti c’è l’effetto moltiplicatore della diffusione degli atti terroristici da parte dei mezzi di comunicazione, sfruttato con maggiore o minore abilità dai terroristi: gli attentati avvengono spesso nei giorni che precedono date particolarmente significative o elezioni, come è accaduto a marzo a Madrid. Un altro fattore indiretto, enormemente dannoso nei Paesi Baschi, è stato l’atteggiamento dei partiti nazionalisti «non violenti»: un atteggiamento comprensivo verso i «patrioti traviati», «i ragazzi della benzina», che ha finito per creare una sensazione di impunità e di abbandono (la sensazione che chi dovrebbe difenderti guardi altrove, qualcosa di simile a ciò che accade con il coniuge del genitore incestuoso) e che lascia in una situazione di enorme impotenza le vittime di questa violenza di persecuzione.

E quali sono gli effetti su queste vittime?

Gli studi sulle vittime del terrorismo si sono concentrati sugli effetti del Terrorismo con la maiuscola, quello delle bombe, degli spari o degli incendi, sulle vittime e sui loro familiari, i cui sintomi si raggruppano nella categoria del cosiddetto disturbo da stress post-traumatico.

Gli effetti di questo terrorismo con la minuscola sono in parte diversi. Si instaurano in modo graduale e insidioso, godono di ancora meno riconoscimento sociale e, di conseguenza, accedono ancora meno ai sistemi di aiuto e di cura. Di fatto, uno degli obiettivi di questa violenza di persecuzione è rendere più difficile tale accesso, limitare le possibilità di comunicazione e quindi di richiesta di aiuto.

Nelle vittime della violenza di persecuzione:

Un senso di colpa

Compare spesso un senso di colpa, legato alla stigmatizzazione sociale delle persone che i terroristi designano come «antipatriottiche», designazione che per molti anni è stata accolta senza critiche dalla comunità nazionalista basca.

Per parecchi anni, anzi, a un attentato terroristico contro una persona di cui non si conosceva l’appartenenza si reagiva con una frase fatta che si è diffusa notevolmente: «qualcosa avrà fatto» (1). La designazione di «antipatriottico», cioè di «nemico della causa (nazionalista) basca», diventava così la (s)qualifica necessaria perché chi sosteneva o tollerava il terrorismo potesse tranquillizzare la propria coscienza e dormire sonni tranquilli. Questa stigmatizzazione dei nemici antipatriottici (si intenda: chiunque eserciti il giornalismo in modo indipendente, chi insegna all’università esprimendosi liberamente, o chi siede in consiglio comunale come semplice riempilista in un piccolo paese difendendo pacificamente le proprie idee) va oltre il loro stesso assassinio, e non è insolito che, poche ore dopo, la moglie, il marito, i figli o i genitori delle vittime ricevano telefonate in cui li si schernisce, si festeggia rumorosamente la morte del loro caro o li si insulta intimando loro di lasciare i Paesi Baschi. Tutto questo benché non sia mai stato definito con chiarezza chi sia basco o patriota basco, al di là di certe radici etniche fuori dal tempo. Ma in generale tutti i terrorismi tendono a coincidere su questa definizione: patriota è chi sostiene e aiuta i terroristi, antipatriottiche tutte le altre persone.

Quando la situazione si prolunga, il senso di colpa si estende alla sofferenza della famiglia della persona perseguitata, che vede la propria vita notevolmente complicata e immersa in un rischio mortale a causa del suo legame e della sua convivenza con lei. I dubbi sul fatto che il proprio atteggiamento sia stato quello giusto, di aver agito in modo adeguato cercando di difendere le proprie idee, i diritti umani, la propria dignità nonostante il costo che ciò comporta per chi le sta intorno, accrescono la sua ansia e il suo dolore.

Una rete che si restringe

Le sue reti di sostegno diminuiscono, sia per la pressione diretta sia per quella indiretta, cioè per il timore che accada qualcosa quando si è in compagnia della persona minacciata. Dopo la prima reazione di solidarietà (se c’è) quando la minaccia diventa nota, arriva quella del progressivo allontanamento e della diminuzione dei contatti da parte di buona parte della rete sociale. Per questo molte persone minacciate si sforzano di non far sapere la propria condizione. Non è raro che la famiglia stessa non comprenda il comportamento della persona minacciata e ritenga che sia stata lei a mettersi volontariamente in una simile situazione, dato che la conosceva in anticipo.

La perdita delle routine

Si produce un inevitabile cambiamento delle routine, come descriveva il nostro paziente. È necessario modificare molte abitudini per la propria sicurezza o per quella di chi ci sta intorno. Questi comportamenti abituali costituiscono la nostra identità e costa molto rinunciarvi, perché farlo produce un’intensa sensazione di disorientamento e di malessere. Non si può più andare a prendere i bambini a scuola, né prendere un caffè nel proprio bar preferito sfogliando il giornale, né fare la piacevole passeggiata serale. Si esce sempre meno, la cerchia di relazioni si restringe ancora di più.

È una delle cose che suscitano più resistenza, e il cui mancato rispetto ha portato al compimento di numerosi omicidi. I terroristi, che nei Paesi Baschi mostrano un grande interesse a preservare la propria vita, hanno bisogno di questi comportamenti abituali per elaborare un piano d’attacco che consenta loro, oltre al successo, di assicurarsi la fuga. Sanno che prima o poi finiranno in carcere («Cadono tutti» è un’altra frase fatta diffusa da molti anni all’interno dello stesso nazionalismo), ma contano sulle reti di sostegno alle persone detenute per rendere la detenzione più sopportabile, e sulla pressione dei partiti nazionalisti per ottenere prima o poi una nuova amnistia (ce ne sono state due durante quella che è stata chiamata la «transizione democratica» in Spagna, durante la quale centinaia di membri dell’ETA detenuti sono stati scarcerati, e la maggior parte di loro è rientrata nell’organizzazione). Non importa che l’evoluzione politica renda oggi tutto ciò molto improbabile: per questo si reclutano terroristi sempre più giovani, che tengono ancora meno conto di queste considerazioni.

Una visione del mondo stravolta

La modificazione delle routine, dei comportamenti abituali, la diminuzione delle interazioni comunicative, la percezione di una sorta di anello di isolamento preventivo intorno a sé, il necessario aumento degli atteggiamenti di diffidenza come attività indispensabile per salvaguardare la propria vita e quella della famiglia, le difficoltà a svolgere adeguatamente il proprio lavoro, tutto ciò, spesso instaurato in modo brusco, produce un’intensa modificazione della visione del mondo della persona perseguitata, che deve compiere uno sforzo intenso per adattarsi a questa nuova realtà, così diversa e minacciosa. Questo adattamento necessario avviene talvolta con uno scarso sostegno esterno, poiché per le istituzioni diventa un peso in più, e la famiglia vicina è occupata nel proprio adattamento. Abbiamo già detto che la rete sociale si restringe; tutto ciò, unito alla perdita e al terrore prodotti dalla minaccia vitale continua e diffusa, porta alla comparsa di numerosi sintomi.

Angoscia, silenzio, depressione, partenza

Le persone minacciate soffrono di un’intensa angoscia, che varia per intensità e durata nel corso della giornata e a seconda delle attività svolte. Compare spesso una sintomatologia ansiosa, frequentemente persecutoria, accompagnata da paura, isolamento e talvolta da un aumento del consumo di sostanze o di sedativi. Questi vengono spesso autosomministrati, dato il timore della persona minacciata di chiedere aiuto se non è sicura di chi ascolterà le sue parole.

I Paesi Baschi sono divisi quasi al 50% tra popolazione nazionalista e non nazionalista, la quale, nella maggior parte dei casi e per diverse ragioni, non rende esplicita la propria appartenenza politica. Così, quasi nessuno sa «con chi sta parlando», e ci si guarda bene dall’esprimere le proprie opinioni. Raramente si parla di politica, salvo in circostanze di grande intimità, per timore che sorgano divisioni e scontri tra amici o nella propria famiglia, o, nel peggiore dei casi, che la cosa arrivi alle orecchie di chi potrebbe fare un uso perverso di quell’informazione. Spesso l’informazione necessaria perché l’ETA assassini qualcuno proviene dal vicinato della persona assassinata. Al contrario, i mezzi di comunicazione sono molto «politicizzati», e l’attività politica si concentra su questo stesso tema in una percentuale altissima.

La tristezza, la stanchezza e lo scoraggiamento fanno progressivamente la loro comparsa, configurando spesso sindromi depressive. Infine, se non si percepisce il sostegno sociale e familiare, o se la tensione è insopportabile o si prolunga troppo, e se c’è l’opportunità di farlo, la vittima sceglie di andarsene dai Paesi Baschi.

Come è logico supporre, è difficile ottenere cifre affidabili sul numero di persone che hanno lasciato i Paesi Baschi a causa della pressione nazionalista. Le stime più credibili parlano di 100.000–200.000 persone da quando l’ETA ha iniziato la sua attività, ormai venticinque lunghi anni fa. Al di là di queste cifre, è un fatto che i Paesi Baschi stanno perdendo popolazione e che sono una delle regioni con la natalità più bassa del mondo.

I terroristi raggiungono così il loro obiettivo: una pulizia etnica che riduca il voto e la cultura non nazionalisti nei Paesi Baschi, in modo che, con un processo in sordina ma efficace, si arrivi a poco a poco all’omogeneizzazione. Non dimentichiamo che i terroristi sono spietati e amorali, ma non sono stupidi. Il terrorismo è irrazionale solo dal punto di vista di chi, come noi, difende i diritti umani degli individui come qualcosa che viene prima di qualsiasi altra cosa; per chi antepone presunti diritti del «popolo basco» a quelli degli individui che compongono questo presunto popolo, la loro azione non è irrazionale, e può persino essere giustificata.

Da ricordare

La violenza di persecuzione colpisce proprio ciò che permetterebbe di affrontarla: limita la comunicazione, rende più difficile l’accesso all’aiuto e restringe la rete. In terapia occorre quindi leggere i sintomi (angoscia persecutoria, diffidenza, isolamento, automedicazione, depressione) alla luce del contesto, per non scambiare un adattamento vitale per un delirio.

La testimonianza di una sindaca

Infine, per illustrare alcune delle cose dette in precedenza, riporto alcuni paragrafi della dichiarazione di Ana Urchueguía, sindaca socialista di un comune di circa 18.000 abitanti vicino a San Sebastián, davanti al Comitato delle regioni dell’Unione europea (aprile 2003):

Ana Urchueguía, Comitato delle regioni dell’Unione europea, aprile 2003

«La mia vita è stata in pericolo in molte occasioni; hanno una gran voglia di assassinarmi. Mi assicurano che sono un obiettivo prioritario, e non posso fare nulla per evitarlo. … Ho avuto bisogno di protezione dagli anni Ottanta. Quando ho dato alla luce mio figlio più piccolo, la Guardia Civil sorvegliava la mia porta. Il mio nipotino appena nato lo vedo in ufficio, per evitare rischi. Ogni volta che voglio fare qualcosa devo prima misurare i rischi che corriamo io e chi mi sta intorno.

Noi consiglieri comunali non nazionalisti siamo oggetto di ogni genere di aggressione. … Ci insultano, ci minacciano, bruciano le nostre auto, le nostre case; alcuni nostri vicini passano informazioni ai commando che attenteranno alla nostra vita. Per sopravvivere dobbiamo girare con la scorta, accettare il sequestro della nostra libertà. È molto difficile, anche per le persone più vicine, capire il dramma in cui viviamo, il costo personale che comporta, in Euskadi, essere consigliere comunale e difendere la legalità… (Accettare di essere consigliere comunale non nazionalista) significa accettare la fine della libertà personale, l’inizio di una vita piena di pericoli e di problemi per noi e per tutte le persone che amiamo. Significa porre fine alla pace familiare, è l’angoscia di sapere che, quando saluti tuo figlio con un bacio, forse è l’ultimo bacio che riceverà da te. Che quando chiudi la porta di casa forse non rivedrai più tutto ciò che lasci dentro. Sono già molte le famiglie distrutte dalle pallottole dei terroristi.

Le nostre famiglie sono la nostra grande angoscia. Sono le vittime più innocenti di tutta questa situazione. Devono accettare il nostro impegno, dai bambini più piccoli ai più anziani, dal tuo partner ai tuoi genitori. E la sofferenza è grande, i silenzi sono dolorosi. Noi abbiamo scelto, loro no. Come superare la crudeltà di trovare una minaccia di morte nella tasca di tuo figlio di appena pochi mesi, quando il nonno lo ha portato a passeggio?»

Bilbao, maggio 2004

Note dell’originale

(1) Nota della redazione di Perspectivas Sistémicas: la patetica espressione «qualcosa avrà fatto» ci ricorda gli anni di piombo della dittatura militare in Argentina, durante i quali, di fronte al terrorismo di Stato, molte persone, terrorizzate, vittime della sindrome dell’impotenza appresa, ripetevano come una litania la frase in questione. Sembra essere uno dei sintomi di qualsiasi società che vive in un clima di persecuzione, delazione e repressione arbitraria e che, nella sua disperazione, cerca una pseudo-spiegazione a ciò che non ne ha e che è semplicemente l’espressione dell’effetto prodotto dall’essere sottoposti a situazioni e contesti come quelli descritti dal dottor Pereira. A questo proposito, raccomandiamo la lettura dell’articolo di Carlos Sluzki «Palabras recuperadas, mundos recuperados» (Perspectivas Sistémicas, n. 34, dicembre-febbraio 1994).

(*) Questo articolo è stato pubblicato nel n. 81 di Perspectivas Sistémicas, maggio-giugno 2004.

Chi è Roberto Pereira

Il dottor Pereira è presidente della Federazione spagnola delle associazioni di terapia familiare, direttore della Scuola basca di terapia familiare e consulente scientifico all’estero (Bilbao) di Perspectivas Sistémicas.

Questo articolo è la traduzione italiana non ufficiale dallo spagnolo di «Violencia de persecución en el País Vasco», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Perspectivas Sistémicas, n. 81, maggio-giugno 2004). Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e ripubblicata con l’accordo della rivista. Fa fede la versione originale.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

Pereira, R. (2022). Violence de persécution au Pays basque (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/violence-de-persecution-au-pays-basque (Opera originale pubblicata nel 2004 in Perspectivas Sistémicas, n. 81, maggio-giugno 2004; ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/07/19/violencia-de-persecucion-en-el-pais-vasco/)

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