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Journal of Solution Focused Practices · Articolo teorico

Soluzioni empatiche

Una fondazione fiorentina, nata dal trattamento della dipendenza da cocaina, applica da vent’anni l’approccio centrato sulla soluzione e lo ha portato in un progetto europeo di educazione degli adulti sulla comunicazione pacifica. Il filo conduttore è quello di Eve Lipchik: una soluzione che funziona solo per chi la propone non è ancora una soluzione, e le tecniche di de Shazer senza empatia deludono. Da qui gli esercizi di gruppo, i gesti da imitare, le storie da continuare «nei panni» di chi ha parlato prima, le fiabe in cui personaggi buoni e cattivi si scambiano i ruoli, e che producono la stessa sorpresa della domanda del miracolo. E un’osservazione di attualità: di fronte agli avatar dell’intelligenza artificiale, sarà l’empatia a distinguere la psicologa o lo psicologo in carne e ossa.

Autrici e autori Gianluca Ciuffardi, Sonia Scavelli e Andrea Leonardi (Fondazione Franceschi Onlus, Firenze)Prima pubblicazione Journal of Solution Focused Practices, vol. 9, n. 2, 2025, pp. 81-91Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Empathic Solutions, di Gianluca Ciuffardi, Sonia Scavelli e Andrea Leonardi, pubblicato nel Journal of Solution Focused Practices (2025), doi: 10.59874/001c.154161, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Abstract. L’articolo illustra l’applicazione per la prima volta alla realtà italiana del lavoro svolto da figure innovatrici dell’approccio centrato sulla soluzione come Eve Lipchik, che ha proposto (1999; 2011) un modo nuovo e originale di considerare soluzioni e strategie all’interno di una cornice centrata sulla soluzione. Questo approccio sottolinea l’importanza dell’empatia nella terapia breve. Per esempio, mette in evidenza la necessità di valutare se una soluzione funzioni bene non solo per la persona che la propone, ma anche per la sua famiglia, i suoi colleghi e così via. In questo caso, ricorrere all’empatia e ad altre abilità sociali può aiutarci a trovare le soluzioni migliori per le diverse situazioni, tenendo conto dei nostri bisogni come di quelli altrui. Attraverso la nostra esperienza in un progetto europeo sull’uso dell’empatia nella vita quotidiana, presentiamo il nostro approccio al lavoro con i gruppi e le riflessioni emerse nel corso dei diversi incontri.

Parole chiave: terapia breve centrata sulla soluzione, empatia, comunicazione, immaginazione, soluzione

Introduzione

Il nostro gruppo di lavoro applica la terapia breve centrata sulla soluzione da almeno vent’anni. Già all’inizio degli anni Duemila, infatti, abbiamo cominciato a sperimentare sul campo questo approccio in un contesto italiano, integrandolo con metodi più convenzionali per il trattamento della dipendenza da cocaina. I risultati sono stati incoraggianti e hanno portato alla risoluzione di oltre il 60 per cento dei casi clinici (Leonardi et al., 2006). Il nostro lavoro degli ultimi anni ha dato luogo alla pubblicazione di diversi articoli internazionali (Leonardi et al., 2009, 2012) e di un manuale operativo in cui il nostro gruppo ha presentato dati clinici e procedure di intervento (Leonardi e Velicogna, 2009).

Nel 2009 la nostra esperienza clinica con pazienti dipendenti da cocaina ha portato alla nascita della Fondazione Franceschi Onlus, un’organizzazione senza scopo di lucro le cui attività promuovono programmi sociali attraverso un impegno concreto in diversi ambiti del lavoro sociale e psicologico. La Fondazione Franceschi opera principalmente nel campo dell’assistenza psicologica, con particolare attenzione ai temi legati alle dipendenze patologiche. Offre sostegno a persone di ogni età e provenienza che vivono situazioni difficili, siano esse psicologiche, fisiche, sociali o familiari. Accanto a questo impegno diretto, la Fondazione promuove e svolge attività di ricerca scientifica in psicologia e nelle scienze bio-psico-sociali. L’obiettivo è sviluppare strumenti efficaci per prevenire il disagio, monitorare le situazioni critiche e promuovere il benessere psicofisico. Un altro ambito d’azione è la formazione e la divulgazione scientifica: attraverso corsi, convegni, conferenze e attività editoriali, la Fondazione diffonde la conoscenza psicologica e promuove competenze culturali e sociali.

In un’ottica di evoluzione continua, continuiamo ad applicare il modello centrato sulla soluzione non solo al trattamento dell’abuso e della dipendenza da cocaina, ma anche ad altri problemi psicologici. Inoltre, questo approccio è stato adottato in ambito educativo (Ciuffardi et al., 2013) e abbiamo contribuito alla diffusione di una cultura centrata sulla soluzione in Italia pubblicando l’edizione italiana dello Handbook of Solution-Focused Therapy di Bill O’Connell e Stephen Palmer (2014), oltre ad altre opere originali (Leonardi et al., 2019).

Lo scopo di questo articolo è presentare il lavoro che la Fondazione Franceschi Onlus svolge da diversi anni nel campo dell’educazione degli adulti, fondato non solo sulla tradizione centrata sulla soluzione, ma anche sugli studi sull’empatia e sull’intelligenza emotiva. Tra le varie applicazioni dell’approccio centrato sulla soluzione, una delle più importanti è il lavoro con le persone adulte per promuovere relazioni sane e costruttive, caratterizzate dalla curiosità e dal riconoscimento reciproco di bisogni ed emozioni. L’articolo illustra il nostro lavoro in quest’ambito, in cui abbiamo cercato di integrare le tecniche specifiche di de Shazer con un linguaggio creativo e alcuni esercizi volti a favorire un cambiamento di prospettiva: a nostro avviso, questo approccio potrebbe integrarsi molto bene con il modo di pensare centrato sulla soluzione.

L’approccio centrato sulla soluzione è stato spesso frainteso da molte persone come un insieme di tecniche pragmatiche e di domande orientate al futuro, pensate per incoraggiare chi è in terapia ad attingere alle proprie risorse per superare i problemi attuali, evitando di rimuginare troppo sul proprio passato, salvo quando quel passato possa essere stato utile per individuare soluzioni ancora valide e praticabili. Secondo la nostra proposta teorica e pratica, la terapia centrata sulla soluzione potrebbe arricchirsi ulteriormente grazie alla capacità di entrare empaticamente nella visione delle altre persone, così come la tradizione psicologica fondata sull’empatia (Rogers & Kinget, 1965; Rosenberg, 2015) può a sua volta trarre un notevole vantaggio dall’uso degli strumenti dell’approccio centrato sulla soluzione. Figure di primo piano come Eve Lipchik (2011) hanno infatti sottolineato che le tecniche centrate sulla soluzione possono produrre risultati deludenti se trascurano le dimensioni emotiva ed empatica. Inoltre, con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale (IA), è diventato chiaro che gli aspetti emotivi ed empatici sono decisivi per «mettere la differenza al lavoro» (de Shazer, 1991) tra le macchine o gli avatar che potrebbero essere utilizzati per la terapia e il valore significativo della presenza, dell’attenzione e dell’empatia umane offerte da chi esercita «davvero» la psicologia. Senza empatia, la professione psicologica rischia di diventare obsoleta, soprattutto se si affida unicamente a tecniche derivate da diverse teorie e tradizioni di ricerca per svolgere il proprio lavoro clinico.

Comunicazione pacifica

In un tempo come quello attuale, segnato dall’incertezza e da guerre per la conquista di territori e risorse naturali, la comunicazione pacifica è un valore fondamentale per promuovere il progresso sociale e civile. Oggi più che mai le persone hanno bisogno di imparare a comunicare con gli altri in modo positivo e pacifico, riconoscendo i propri bisogni e quelli altrui all’interno di una relazione costruttiva ed empatica. Uno degli aspetti più importanti dell’empatia è la capacità di dialogare con sé stessi, di cercare di comprendere meglio i nostri stati d’animo e di dare un senso alle esperienze emotive. È infatti solo attraverso una comunicazione vera e consapevole con sé stessi che è possibile costruire relazioni autentiche e sincere con gli altri, valorizzando i punti di forza di ciascuno e facilitando l’accettazione dei punti di vista altrui sulle questioni fondamentali dell’esistenza. Negli ultimi anni la Fondazione Franceschi Onlus di Firenze ha organizzato importanti iniziative di ricerca e formazione, tra cui la pubblicazione di un articolo scientifico sulla pace e il buddismo (Uga et al., 2010) e la partecipazione a un progetto europeo di partenariato per lo sviluppo delle competenze sociali attraverso la comunicazione pacifica. Questa attività rientra in un progetto denominato Grundvigt, finanziato dalla Comunità europea, che si è svolto insieme ad altri prestigiosi centri e organizzazioni di Francia, Germania, Lituania, Polonia e Regno Unito. Tutte le organizzazioni coinvolte si sono impegnate a mettere le persone discenti in situazione di svantaggio in condizione di rafforzare le competenze sociali e civiche, i valori umanistici, l’empatia e l’autostima. Le persone che frequentavano i gruppi di educazione degli adulti hanno aderito al progetto perché volevano imparare a comunicare in modo pacifico e costruttivo con gli altri. Volevano imparare a considerare la prospettiva altrui per comprenderne i punti di vista, e volevano accrescere la propria empatia per poter interagire con gli altri in modo più funzionale e caloroso. In base alle competenze dei partner, ci siamo concentrati sulla comunicazione nelle relazioni di genere, all’interno delle famiglie, in relazione al lavoro e alla disoccupazione, e con riferimento a internet e ai social media. Il nostro tema generale è stato l’apprendimento interculturale, sia all’interno dei nostri Paesi multiculturali sia su scala europea. Chi vive nelle società moderne deve saper gestire in modo pacifico le differenze tra pari (formalmente) e deve quindi sviluppare competenze adeguate. Per questo ci siamo proposti di sostenere le persone in formazione nell’elaborare esercizi di comunicazione basati sulle loro esperienze e nel trasformarli in interazioni non violente. Ci sono riuscite in gruppi a livello locale e durante gli incontri transnazionali del progetto. Personale formativo qualificato ha facilitato e valutato questi processi, ha condiviso metodi e ha garantito un’ampia diffusione.

Abbiamo subito considerato questo progetto ideale per applicare al contesto italiano le tecniche centrate sulla soluzione rilette nella prospettiva di Eve Lipchik, perché coinvolgeva gruppi eterogenei di persone con risorse, esperienze e capacità molto diverse. La composizione dei gruppi rifletteva una ricchezza che solo un approccio centrato sulla soluzione è in grado di valorizzare, anche in contesti non clinici. Non bisogna infatti trascurare le origini sistemiche della terapia centrata sulla soluzione, che non a caso si è sviluppata attraverso il lavoro di de Shazer e della sua équipe con coppie e famiglie al Brief Family Therapy Center (BFTC) di Milwaukee. La teoria e le relative tecniche sono state elaborate in origine in un setting di gruppo, tenendo conto delle relazioni tra le persone. Solo in seguito sono state applicate ai singoli individui, considerati come sistemi, e poi alla terapia individuale.

Durante gli incontri a Firenze e in altri Paesi europei sono stati svolti alcuni esercizi per sviluppare le capacità di ascolto di ciascuno. Per esempio, alle persone partecipanti è stato chiesto di prestare attenzione ai bisogni e alle emozioni degli altri attraverso il linguaggio del corpo, utilizzando elementi grafici e scritti o temi musicali. In un altro esercizio, è stato chiesto loro di presentarsi al gruppo con un gesto dal significato personale e poi di provare a riprodurre quelli proposti dagli altri. In questo modo ogni partecipante, a turno, cercava di riproporre il gesto di un’altra persona che aveva memorizzato in precedenza, costruendo così un alfabeto emotivo e comportamentale con cui comunicare tra loro in modo non verbale. Altri esercizi si basavano sull’esprimersi in modo artistico e originale, usando disegni, collage e altre immagini per esprimere emozioni, idee e interessi, e sull’ascolto di racconti della tradizione popolare locale. Altri ancora miravano a far emergere le proprie risorse e quelle altrui attraverso forme originali di gioco di ruolo: in uno di questi, il corpo docente incoraggiava le persone partecipanti a complimentarsi a vicenda per i risultati ottenuti in un ambito specifico, come il lavoro o gli hobby, o più in generale per il modo in cui avevano saputo superare le sfide che la vita pone continuamente, richiamando metafore tratte da libri e film famosi e da altre storie della tradizione orale. Uno dei principi chiave condivisi dall’approccio empatico e da quello centrato sulla soluzione è infatti la considerazione che ogni persona sta comunque cercando di fare del suo meglio, in situazioni complicate e spesso senza poter contare sull’esperienza passata. Altri esercizi prevedevano la creazione di una «storia comune», a partire da un incipit narrativo («C’era una volta un cappello di paglia…»): le persone partecipanti di ciascun gruppo dovevano sviluppare a turno la prima frase, «mettendosi nei panni» di chi le aveva precedute. Non potevano chiudere la frase, ma dovevano lasciare un finale aperto che potesse essere proseguito dagli altri. Questo esercizio «semplice ma non facile» ha favorito un grande rispetto per le prospettive altrui e ha stimolato la creatività, incoraggiando le persone partecipanti a trovare soluzioni originali e innovative ai problemi incontrati dai diversi personaggi inventati. Ogni volta la storia si arricchiva così di nuovi elementi e approdava a esiti inattesi. Una variante di questo esercizio consisteva nell’inventare finali diversi per storie e fiabe note del folclore di ciascun Paese, in cui i personaggi «buoni» e «cattivi» si scambiavano i ruoli per dare alla storia uno sviluppo diverso e aprire la narrazione a qualcosa di nuovo e inaspettato. Questo cambiamento di prospettiva è simile al cambiamento di sguardo e alla perturbazione del sistema di idee e di costrutti che domande come la domanda del miracolo o la ricerca delle eccezioni al problema principale mirano a produrre nella mentalità di chi è in terapia. In entrambi i casi il senso di sorpresa e di curiosità è lo stesso, così come la possibilità di vedere le storie proprie e altrui da una prospettiva diversa. Si tratta di usare «chiavi per la soluzione» (de Shazer, 1985) diverse da quelle abituali.

Cercare di cambiare il punto di vista con cui guardiamo l’altro ha contribuito a creare un clima di grande fiducia all’interno dei gruppi di apprendimento durante gli incontri previsti dal progetto europeo, valorizzando anche le risorse più funzionali alla costruzione di una relazione fondata sul rispetto e sul riconoscimento dei bisogni propri e altrui. Durante questi incontri sono stati affrontati diversi temi, come la comunicazione non violenta nelle relazioni di genere e il rapporto tra persone di culture diverse in diversi ambiti (famiglia, lavoro, scuola e web). Va precisato che questi incontri non avevano aspetti terapeutici, ma soltanto esperienziali ed educativi, in cui l’empatia diventa uno strumento indispensabile per conoscere meglio le altre persone. Per migliorare le relazioni umane nelle moderne società multiculturali, chi ne fa parte dovrebbe imparare a gestire in modo pacifico le «differenze tra pari», a esprimere i propri bisogni in modo costruttivo e a sviluppare competenze interpersonali adeguate. Per questo, durante i diversi incontri svoltisi a Firenze e in altri Paesi dell’UE, abbiamo riflettuto su come promuovere il benessere nelle relazioni tra le persone e tra i diversi gruppi sociali.

Mettersi nei panni di un’altra persona

Per quanto riguarda l’empatia, si può distinguere tra una componente cognitiva (conoscere il punto di vista dell’altra persona) e una componente emotiva, legata all’osservazione e alla condivisione delle emozioni. Esiste inoltre una dimensione motivazionale che può spingere le persone ad agire cercando la cooperazione con gli altri, e non solo la competizione all’interno e all’esterno dei gruppi. Anche in piena era digitale, riteniamo che l’empatia resti una competenza personale fondamentale, perché può rimettere l’essere umano al centro di tutto nella natura. Cercare di comprendere meglio gli altri, mettersi per un momento nei panni di qualcuno senza dimenticare i propri bisogni, può consentire alle persone di costruire relazioni più sane, capaci di evolvere insieme, mentre affidarsi soprattutto agli scambi digitali rischierebbe, alla lunga, di inaridire lo stesso concetto di relazione. L’atto del comunicare bene dovrebbe essere mediato da una riflessione consapevole. Solo attraverso la comunicazione pacifica entrambi gli interlocutori (cioè le persone che prendono parte alla conversazione) smettono di voler soltanto persuadere l’altra parte a cambiare il proprio modo di pensare o di sentire su una determinata questione o situazione. La comunicazione pacifica permette alle persone di aprirsi a una prospettiva nuova, costruita insieme, capace di superare le visioni parziali di ciascuno. Uno dei principi essenziali della comunicazione pacifica (ma lo stesso concetto potrebbe valere anche per l’approccio centrato sulla soluzione) è che imparare ad ascoltare significa anzitutto cercare di accogliere il punto di vista di chi ci parla nel proprio spazio mentale, evitando così di cadere nella trappola di formulare automaticamente obiezioni, critiche e chiusure a ciò che è appena stato detto. Questo non significa affatto abbandonare la propria posizione personale su una questione o un argomento, ma semplicemente cercare per qualche istante di uscire dal proprio sistema di riferimento e considerare quello di un’altra persona, per avere la possibilità di definire e rivedere meglio alcuni elementi delle proprie idee attraverso un confronto pacifico con ciò che l’altra persona sta dicendo. In questo senso, la forma migliore di ascolto è quella che Rogers & Farson (1957) hanno chiamato «ascolto attivo», che consiste nella partecipazione consapevole di chi ascolta nel tentativo di apprendere qualcosa di nuovo su ciò che viene comunicato, mentre l’ascolto passivo è più freddo, più distaccato e rigidamente ancorato alle proprie convinzioni iniziali, che non possono mai evolvere in nuove direzioni attraverso un arricchimento reciproco. Al contrario, un modo per imparare qualcosa di nuovo è aprirsi alle idee dell’altra persona con interesse e curiosità autentici, accettando di poterci sentire in qualche misura «spiazzati» rispetto alle nostre certezze e convinzioni iniziali. In questo senso, può essere utile cercare di essere più empatici durante la comunicazione, il che significa cercare di osservare e percepire le emozioni che prova chi ci sta parlando, lasciando che le emozioni e i sentimenti altrui risuonino in noi, senza allontanarci del tutto dai nostri stati d’animo. L’atto della comunicazione pacifica, infatti, non dovrebbe essere guidato dal flusso emotivo esterno, ma piuttosto dalla comprensione di come l’altra persona si sente e di ciò che esprime in modo non verbale, restando pienamente consapevoli dei propri bisogni e degli stati emotivi che si provano in quel momento. L’ascolto attivo ed empatico si fonda quindi sull’empatia e sull’accettazione di ciò che l’altra persona dice, due qualità che a loro volta si fondano sulla creazione di una relazione positiva e costruttiva, tale che l’altra persona si senta compresa empaticamente e non giudicata per le sue idee e i suoi sentimenti su qualcosa o qualcuno. Usiamo la capacità umana di riconoscere e interpretare gli stati mentali degli altri, spesso in modo inconsapevole, per orientarci nel mondo sociale, forse l’ambiente più complesso dell’universo.

L’empatia riflette la capacità umana di comprendere gli altri: il modo in cui interpretiamo i loro pensieri e le loro emozioni, soprattutto quando vedono il mondo in modo diverso. A questo proposito può essere utile ricordare ciò che sosteneva Zenone, il celebre filosofo dell’antica Grecia: abbiamo due orecchie e una bocca sola, quindi dovremmo ascoltare più di quanto parliamo. Secondo il grande filosofo dello stoicismo, se una persona è capace di ascoltare attivamente è possibile imparare qualcosa di nuovo, mentre nel caso contrario non ci sarebbe alcun apprendimento. Il dialogo, infatti, presuppone sempre l’ascolto attivo; non c’è dialogo senza un ascolto partecipe e senza l’impegno a comprendere ciò che l’altra persona vuole comunicarci. Secondo Carl Rogers (1965), uno dei massimi esperti nello studio e nella pratica dell’empatia, ogni incapacità di comunicare è causata dalla difficoltà di ascoltare ciò che l’altra persona cerca di dire, soprattutto quando non presta attenzione alla comunicazione non verbale. In quest’ottica, le persone che dialogano andrebbero viste come i membri di un’orchestra, ciascuno dei quali suona uno strumento diverso da quello degli altri. Imparare ad accettare le reciproche differenze, a valorizzarle all’interno della conversazione, può far sì che la diversità di opinioni e sentimenti finisca per integrarsi in una sorta di melodia diversa dalla semplice somma algebrica di idee ed emozioni differenti, e che possa diventare qualcosa di qualitativamente diverso. È interessante notare che il kanji che indica l’ascolto attivo è il più complesso dell’intero alfabeto giapponese: è composto da cinque caratteri più piccoli che rappresentano le orecchie, gli occhi, l’attenzione, la mente e il cuore (che è anche il carattere più grande). Nella cultura giapponese, quindi, l’atto di ascoltare non è soltanto un processo sensoriale passivo in cui i suoni giungono alle orecchie in modo meccanico e casuale per poi essere decodificati dal cervello, ma anche un processo psicologico attivo in cui i suoni percepiti vengono tradotti in concetti e sentimenti di complessità crescente.

Secondo diversi studi (Rogers & Kinget, 1965; Rosenberg, 2015), gli elementi principali per costruire un buon ascolto sono i seguenti:

  • la sospensione dei giudizi e delle classificazioni, come bello, brutto ecc., evitando di incasellare chi ci parla, o ciò che dice, in «categorie» di significato predeterminate;
  • la capacità di osservare e di ascoltare, raccogliendo tutto ciò che abbiamo bisogno di sapere sulla situazione reale, ricordando che il silenzio a volte aiuta a capire meglio e che il vero ascolto è sempre nuovo e non è mai definito in anticipo;
  • mettersi nei panni dell’altra persona e mostrare empatia, cercando di comprenderne il punto di vista e di condividere, per quanto umanamente possibile, i sentimenti che esprime;
  • verificare la comprensione, sia sul piano dei contenuti sia su quello delle relazioni, riservandosi la possibilità di porre domande aperte per facilitare l’esposizione dell’altra persona e migliorare la propria comprensione;
  • Infine, cercare di prestare attenzione al contesto fisico-spaziale in cui avviene la comunicazione, non solo per agevolare chi ci parla, ma anche per sentirsi a proprio agio durante la conversazione.

Attraverso questi principi preliminari è possibile entrare in contatto con il mondo degli altri, grazie a un autentico atto di immaginazione. Il termine empatia deriva dalla parola greca «empàtheia», che significa letteralmente «affezione»: gli antichi Greci, in particolare, usavano questo termine per descrivere il rapporto complesso e profondo tra il pubblico e gli attori di una commedia o di una tragedia. Fin dalle sue origini, infatti, la dimensione dell’empatia rimanda alla capacità di provare e suscitare emozioni davanti a un’opera d’arte o ai racconti degli aedi, creando un legame profondo che nel Medioevo fu rinnovato dai menestrelli, capaci di commuovere il pubblico cantando le gesta dei cavalieri della Tavola Rotonda o del ciclo bretone. Anche l’idea di un’immaginazione che nasce dal cuore, celebrata da grandi artisti come Michelangelo o Dante Alighieri, si riferiva proprio alla capacità di «vedere» la bellezza e la forza interiori nell’unicità di ogni persona, di ogni animale o di ogni elemento naturale. Il legame con la natura finzionale e artistica dell’empatia è confermato anche dalla ricerca scientifica moderna: secondo Keith Oatley (1992), per esempio, non c’è molta differenza tra la risposta empatica suscitata dalla narrazione di un testo letterario o dalla visione di un film e quella provocata dall’osservazione diretta di eventi reali e fisici. In entrambe le situazioni, infatti, le risposte empatiche della persona potrebbero avere la stessa intensità e la stessa espressione fisiologica.

Le soluzioni empatiche e condivise

Anche in diversi contesti lavorativi cresce il bisogno di migliorare lo spirito di collaborazione e il lavoro di squadra, per affrontare meglio le sfide che il mondo moderno continua a porci. Alla luce di queste considerazioni, l’approccio centrato sulla soluzione di de Shazer (1991), riconosciuto a livello internazionale per i suoi elevati indici di efficacia (Selekman & Beyebach, 2014), può davvero aiutare le persone a costruire relazioni sane e positive con gli altri, valorizzando i punti di forza presenti in ciascuno di noi e accettando i punti di vista altrui sulle questioni fondamentali dell’esistenza. Questo approccio potrebbe essere visto come un modo di comunicare diverso dal solito, perché fondato sulla creatività e sull’apertura mentale. Assume quindi la forma di un linguaggio diverso da quello abituale, capace di promuovere relazioni basate sul riconoscimento e sulla scoperta delle risorse, contrastando così fin dall’inizio quei pregiudizi che rischiano di portare alla costruzione di muri tra le persone. Al contrario, superando il peso degli stereotipi, il modello centrato sulla soluzione può davvero aiutare ad «aprire finestre» e a costruire relazioni umane fondate sulla fiducia e sul rispetto, per accrescere il benessere nella vita delle persone e contribuire così alla realizzazione delle aspirazioni personali. Senza entrare necessariamente in conflitto con gli altri, ma promuovendo e valorizzando la collaborazione e la cooperazione. Secondo il modello di de Shazer, il modo migliore per uscire da un problema o da una situazione di conflitto non è quasi mai cercare di individuare le ragioni o le cause che hanno portato alla nascita del problema (un’attività che porta inevitabilmente a colpevolizzare sé stessi o gli altri), ma riuscire a concentrarsi, insieme agli altri, sulle possibili soluzioni che possano infine essere condivise per superare insieme il problema.

Un insieme di domande molto utile e valido da porsi in queste situazioni potrebbe essere il seguente: dove sto concentrando la mia attenzione in questo momento? Sul problema o sulla soluzione che cerco di raggiungere? La mia soluzione tiene conto dei sentimenti e dei bisogni degli altri? Quando abbiamo preso una decisione, siamo stati capaci di comunicare ciò che volevamo fare o ottenere? Ho bisogno dell’aiuto di altre persone per ottenere ciò che voglio davvero?

In base ai principi dell’approccio centrato sulla soluzione, si può dire che esistono due modi diversi e opposti di focalizzare l’attenzione, che a loro volta richiedono modi di pensare radicalmente diversi:

  • Focalizzarsi sul problema: che cosa non va nel ragionamento di chi mi sta di fronte? Perché c’è un problema? Di chi è la colpa? Qual è la causa che, a posteriori, ha sicuramente creato il problema?
  • Focalizzarsi sulla soluzione: quali sono i miei obiettivi? Che cosa vogliamo l’altra persona e io? Quali risorse del passato abbiamo ancora a disposizione? Come possiamo trovare un accordo o un compromesso reciprocamente vantaggioso? Quali sono i punti di forza che possiamo usare per affrontare le difficoltà del presente?

Nel primo caso l’attenzione si sposta inevitabilmente sugli elementi più negativi di una situazione o di una discussione: in questo modo tendiamo a pensare non in termini di possibilità e opportunità, ma in termini di limiti. Questo processo rende più difficile una possibile forma di cooperazione e sposta la relazione sul versante della competizione e della sfida, in cui una sola parte può vincere. Finiamo per imporre il nostro punto di vista all’altra persona, mentre trovare una soluzione condivisa al problema richiederebbe una maggiore apertura mentale e una cooperazione strategica.

Nella storia della psicologia, l’approccio di de Shazer ha cercato di spostare il fuoco del processo terapeutico dal problema alla soluzione: secondo i suoi principi non è necessario indagare le cause che avrebbero creato la situazione problematica, come si fa di solito nei paradigmi tradizionali (come la psicoanalisi), ma è più importante aiutare la persona a immaginare un altro scenario con la domanda del miracolo (un altro scenario), facendo leva sulle sue capacità creative. Si possono sempre trovare soluzioni alternative e originali per uscire dal problema. Tutto questo processo creativo dovrebbe naturalmente tenere conto del sistema di relazioni con cui la persona si confronta e si relaziona nella vita quotidiana, e non solo del suo punto di vista, ma anche dei bisogni e delle visioni delle altre persone coinvolte nella situazione. L’approccio centrato sulla soluzione è un approccio pragmatico che aiuta le persone a compiere cambiamenti profondi nel loro modo di pensare e di agire verso gli altri, perché non è quasi mai possibile risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero che lo ha creato. Le domande centrate sulla soluzione incoraggiano le persone a pensare in modo diverso e più creativo di quanto facciano di solito, offrendo loro una prospettiva diversa e cambiando il loro modo di interagire con gli altri. Ciò che conta sono i cambiamenti che si possono realizzare nel presente e i tentativi di raggiungere passo dopo passo gli obiettivi desiderati e futuri. In molti casi la soluzione potrebbe trovarsi proprio davanti ai nostri occhi, nelle nostre relazioni quotidiane con gli altri al lavoro, a scuola, in famiglia e così via.

Per facilitare l’apprendimento dei principi centrati sulla soluzione in relazione a questi temi, durante gli incontri e le attività formative previste dal nostro progetto abbiamo proposto esercizi di gioco di ruolo come quelli già citati, per stimolare il riconoscimento dei bisogni propri e altrui e la capacità di immaginare scenari e contesti diversi da quello attuale, come avviene con la domanda del miracolo. Questo tipo di logica è molto vicino al linguaggio creativo dell’infanzia: ogni volta che bambine e bambini giocano a «facciamo finta che…», per esempio, di essere un cavaliere medievale o un astronauta, «come se…» sfidassero un drago o esplorassero un mondo alieno, senza saperlo stanno facendo qualcosa di molto simile alla domanda del miracolo come l’ha concepita de Shazer, con la quale si cerca di ricreare alcune caratteristiche dell’infanzia, come la curiosità e l’emozione della sorpresa di fronte a eventi positivi inattesi.

L’approccio centrato sulla soluzione può quindi essere usato anche nella comunicazione empatica per spostare la discussione dal problema alla soluzione. Ci sono diversi modi per raggiungere questo obiettivo, per esempio:

  • cercare le eccezioni nel presente e nel passato, un metodo che aiuta a concentrare l’attenzione su ciò che funziona bene invece di limitarsi a lamentarsi di tutto ciò che non funziona;
  • usare domande orientate al futuro per chiarire meglio le proprie intenzioni e idee in vista di cambiamenti positivi;
  • ricorrere alla creatività: prima si immagina il futuro preferito, poi si cerca di rappresentare a sé stessi e agli altri il futuro desiderato, senza la presenza del problema.

Durante gli incontri in Italia e in altri Paesi, gli esercizi hanno stimolato la parte più creativa di ciascuno di noi, di chi formava e di chi imparava: è stato sempre possibile relazionarsi e comunicare con gli altri in modo più efficace e costruttivo, imparando a risolvere i conflitti in modo pacifico, attraverso il dialogo e l’immaginazione, ispirandosi a esempi, metafore e analogie tratti dalla storia e dalle tradizioni locali. Attraverso esercizi pratici, le persone partecipanti hanno potuto sviluppare modi adeguati e originali di risolvere i problemi, applicabili a diversi contesti della vita quotidiana e lavorativa, valorizzando la propria creatività e favorendo l’accettazione delle differenze, due competenze essenziali per vivere meglio nella complessa società di oggi.

Ricevuto il 20 maggio 2025, accettato il 10 dicembre 2025, pubblicato il 18 dicembre 2025.

Complexe Systémique: punti chiave

Un testo scritto da chi pratica più che un articolo di ricerca, che vale per i suoi esercizi: l’alfabeto dei gesti, la storia da continuare senza mai chiuderla, la fiaba con i ruoli capovolti. Sono strumenti di gruppo, utilizzabili così come sono in formazione o nei laboratori, e chi firma l’articolo fa bene a ricordare che l’approccio di Milwaukee è nato con le famiglie prima di essere applicato agli individui. La tesi di fondo, l’«oltre la tecnica» di Lipchik, trova qui una formulazione semplice: una soluzione che funziona solo per me non è ancora una soluzione. L’erudizione chiamata in causa, Zenone, Dante, il kanji dell’ascolto, si legge piuttosto come ornamento, e la promessa di una psicologia salvata dall’IA grazie all’empatia resta una scommessa. Da leggere insieme a Oltre la tecnica, la storia di Maggie e a l’insegnamento delle abilità comunicative di base.

Bibliografia

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Traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale Empathic Solutions, di Gianluca Ciuffardi, Sonia Scavelli e Andrea Leonardi, pubblicato nel Journal of Solution Focused Practices, vol. 9, n. 2 (2025), pp. 81-91, doi: 10.59874/001c.154161, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione non ufficiale dell’articolo originale «Empathic Solutions», pubblicato nel Journal of Solution Focused Practices (2025) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; la presentazione è stata adattata per la lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina. Fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Ciuffardi, G., Scavelli, S., & Leonardi, A. (2025). Empathic Solutions. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/empathic-solutions (Opera originale pubblicata nel 2025 in Journal of Solution Focused Practices, vol. 9, n. 2 (2025), pp. 81-91; ripubblicata nel 2025 da Journal of Solution Focused Practices, https://journalsfp.org/article/154161)

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