Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Journal of Solution Focused Practices · Formare le professioni sanitarie
Fare eco, riassumere, riflettere un sentimento, mantenere il contatto visivo, concretizzare: cinque abilità che tutto il personale infermieristico e ostetrico impara al primo anno, spesso come tecniche pure, senza una visione di ciò che la comunicazione produce nella cura. Quattro voci del modello di Bruges, Sam Geuens, Heleen Dams, Mark Jones e Geert Lefevere, propongono di insegnarle fin dall’inizio «in modo centrato sulla soluzione»: ripetere a pappagallo gli elementi positivi del racconto anziché un elemento qualsiasi, chiedere il permesso prima di riassumere per esercitare l’autonomia della persona assistita, riflettere un sentimento negativo solo avendo già in mente una domanda successiva, seguire la persona assistita nella quantità di contatto visivo, concretizzare il problema per trovarvi delle risorse. Con, a mo’ di premessa, tre principi che stanno in una pagina: partire dalla persona assistita, fare spazio al positivo, ogni persona assistita possiede la soluzione.
Traduzione non ufficiale in italiano di Back to Basics: A Solution Focused Take on Using and Teaching Basic Communication Skills for Health Care Professionals, di Sam Geuens, Heleen Dams, Mark Jones e Geert Lefevere, pubblicato nel Journal of Solution Focused Practices (2020), doi: 10.59874/001c.75031, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le note a piè di pagina sono raggruppate alla fine di ogni sezione. I riquadri e le note contrassegnati «Complexe Systémique» sono nostri, non di chi firma l’articolo. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Abstract. Questo progetto propone che insegnare fin da subito alle professioni sanitarie le abilità comunicative di base in modo centrato sulla soluzione porterà benefici terapeutici sia alla persona assistita sia a chi presta la cura. In primo luogo, l’articolo si concentra sull’elaborazione di un piccolo insieme di principi fondamentali del lavoro centrato sulla soluzione, facili da spiegare a qualsiasi pubblico. In secondo luogo, affronta la domanda: «come si possono applicare subito le abilità comunicative di base in modo centrato sulla soluzione?»
Parole chiave: terapia centrata sulla soluzione, abilità comunicative di base, insegnamento, infermieristica, ostetricia
«La mappa non è il territorio» (Korzybski, 1996).
Comunicare in modo efficace è tutt’altro che semplice. La complessità della comunicazione risiede nell’influenza e nell’equilibrio delle parole usate, nel modo in cui sono combinate1, nel contesto in cui vengono usate e nel modo in cui segni e segnali non verbali influenzano il significato complessivo e l’interpretazione di chi riceve il messaggio. Quando cerchiamo di orientare la nostra comunicazione verso determinati obiettivi, per esempio in una relazione professionale, raggiungerli diventa ancora più difficile, nonostante la nostra attenzione acuita a ottenere una comunicazione buona e chiara.
La comunicazione è un mezzo per raggiungere i fini più diversi.2 Guardando attraverso una lente centrata sulla soluzione, la comunicazione è uno strumento usato all’interno di una relazione terapeutica per lavorare con le persone assistite verso gli obiettivi terapeutici che esse stesse fissano. Anche se chi fa terapia3 gestisce il processo di comunicazione e le parole che usa4 per dirigerlo, il processo è sempre orientato dagli obiettivi della persona assistita. La persona assistita è esperta della propria vita, delle proprie domande e dei propri problemi. Chi fa terapia ha competenza soltanto nel processo che consente alla persona assistita di cercare e comprendere quali siano i suoi bisogni reali e di scoprire le soluzioni che già porta in sé.
Questo tipo di sguardo centrato sulla soluzione sul processo terapeutico permette a chi esercita la professione di aiutare la persona assistita ad aiutarsi da sé.
Rendendoci conto che la comunicazione è un’impresa così complessa, dobbiamo essere certi che impegnarsi con le persone assistite, seduta dopo seduta, valga la pena. Lambert (1992) ha chiarito che il 45% di ciò che determina se la terapia, o in sostanza «parlare con le persone assistite», sia davvero efficace e utile è la qualità della relazione terapeutica. In altre parole, la qualità del legame che si stabilisce tra persona assistita e terapeuta, unita alla misura in cui le persone assistite credono che «parlare con chi fa terapia sarà utile» – effetto placebo nella comunicazione –, determinerà il beneficio che si trae dall’impegnarsi nel processo. Per costruire una buona relazione terapeutica dobbiamo addentrarci nelle acque torbide della comunicazione interpersonale.
Esistono già molti modelli che sostengono di dirigere efficacemente il processo della comunicazione terapeutica. Il modello di Bruges di psicoterapia (Isebaert, 1998; 2016), che si colloca all’interno di una visione centrata sulla soluzione della comunicazione professionale, fornisce già alcune risposte su come chi fa terapia possa dirigere il processo. Soprattutto, il modello di Bruges risponde a domande che riguardano sia il momento sia la natura degli interventi rivolti alla persona assistita. Offre indicazioni per fare l’intervento giusto al momento opportuno all’interno del processo che crea cambiamento attraverso la conversazione. Il buon tempismo si ottiene riflettendo costantemente sulla natura della relazione tra persona assistita e terapeuta. Le cosiddette «relazioni non impegnate», in cui la persona assistita non ha obiettivi propri chiari, richiederebbero una strategia conversazionale diversa da quella delle relazioni «di consultazione», in cui persona assistita e terapeuta lavorano entrambe verso obiettivi chiaramente definiti e realistici (Isebaert, 2007).
La comunicazione è più di un mezzo per raggiungere gli obiettivi stabiliti dalla persona assistita. Ogni forma di comunicazione avviene all’interno di un contesto relazionale e influenza la relazione tra chi comunica (Watzlawick et al., 2011; Struiving et al., 2017). Molte persone che lavorano nelle professioni sanitarie e che entrano in contatto per la prima volta con il lavoro centrato sulla soluzione hanno già acquisito abilità comunicative di base, spesso sia nella formazione iniziale sia attraverso anni di pratica professionale in infermieristica, ostetricia, psicologia, medicina e altro ancora. La formazione, sia triennale sia magistrale, che porta a una qualifica nelle professioni sanitarie inizia spesso insegnando abilità comunicative di base come l’ascolto attivo, il riassunto e il rispecchiamento dei sentimenti. Spesso queste abilità comunicative di base vengono pensate come tecniche pure e non vengono spiegate a partire da una visione chiara di come funziona la comunicazione in un contesto terapeutico.
Il guadagno, sia per la persona assistita sia per chi fa terapia, quando il processo del «parlare con le persone assistite» parte fin da subito da una visione centrata sulla soluzione è già stato chiaramente documentato dalla ricerca (per es., Duncan, 2010). In quanto uno dei padri fondatori della terapia centrata sulla soluzione, de Shazer viene spesso citato per la frase «Se qualcosa funziona, fanne di più» (de Shazer, 1994). Partendo da questa premessa, il progetto ha ipotizzato che insegnare fin da subito alle professioni sanitarie le abilità comunicative di base in modo centrato sulla soluzione potesse offrire un guadagno terapeutico aggiuntivo sia alla persona assistita sia a chi fa terapia.
1 Per es. il concetto di «gioco linguistico» di Wittgenstein (Wittgenstein, 1976) o il concetto di «cluster semantico» di Niklas Luhmann (Commers, 2004). 2 C’è un’osservazione kantiana da fare: in una visione centrata sulla soluzione della terapia, la comunicazione, intesa come il privilegio di avviare e di poter continuare una conversazione con una persona assistita, non è un «mezzo per un fine», ma «un fine in sé». Dal punto di vista dell’etica della virtù, ciò conferisce all’attività del «conversare» un valore morale immediato (Gardner, 1999). Idee analoghe sono state sviluppate in seguito, tra gli altri, da Emanuel Levinas (Cohen, 1985) e da numerose voci contemporanee della filosofia morale ispirate all’etica della cura (si veda per es. Vanlaere et al., 2012). 3 Ai fini di questo articolo, il concetto di «terapeuta» comprende qualsiasi professionista della salute che entra in una relazione professionale con una persona assistita o paziente. 4 Chi fa terapia può essere di qualsiasi genere e può non conformarsi al genere. Lo stesso vale per le persone assistite. Nel corso di questo articolo, per ragioni di stile e di uniformità, ci riferiremo a «il terapeuta» e a «il cliente» con «lui».
Questo articolo ha due obiettivi principali:
Sviluppare un insieme di tecniche comunicative di base centrate sulla soluzione equivale a chiedersi se abilità di base come riassumere o rispecchiare i sentimenti possano essere esercitate in modo centrato sulla soluzione. Ciò a sua volta richiama la necessità di una versione semplice e concisa delle idee centrali della pratica centrata sulla soluzione, all’altezza della semplicità elementare delle tecniche comunicative di base menzionate in precedenza.
Partire sempre dalla persona assistita. In qualsiasi situazione o contesto, la persona assistita è sempre la massima esperta della propria vita. È esperta sia dei propri punti di forza sia dei propri successi nell’affrontare i problemi. Partire dalla persona assistita, attivandola perché racconti la propria storia, le permette di entrare ancora più in contatto con la propria realtà attuale e aiuta il processo terapeutico a procedere in modo più fluido. «Andare veloci andando piano (de Shazer, 2002), e coinvolgere sempre la persona assistita da una posizione di non sapere»5 (de Shazer & Dolan, 2009).
Anche De Jong e Kim Berg (2007) indicano la «posizione di non sapere» come l’atteggiamento mentale più importante di qualsiasi professionista del sociale o della salute. Partono dall’idea che chi fa terapia non può mai conoscere in anticipo il significato e i contenuti delle esperienze e delle azioni della persona assistita. Per questo deve partire dal racconto, dalla visione e dalle spiegazioni della persona assistita.
La visione della vita del Korzybski Institute considera la nostra esistenza come una complessa rete di abitudini intrecciate: abitudini grandi e piccole che scorrono l’una sull’altra in una spirale senza fine verso un cambiamento inevitabile.6 Ogni abitudine è considerata in sé come una combinazione di quattro fattori, ossia:
Queste componenti definiscono aspetti diversi dell’abitudine. L’abitudine in sé è vissuta come un tutto, come indivisa. Per aiutare efficacemente le persone assistite è fondamentale avere una comprensione molto dettagliata di tutte queste componenti dell’abitudine, non da ultimo dell’Oikos, il contesto che è al tempo stesso lo spazio che co-costruisce l’abitudine e lo spazio in cui l’abitudine ha luogo. Partire dalla persona assistita. Solo lei conosce a fondo le proprie abitudini. Invitando la persona assistita a chiarire tutti gli aspetti delle proprie abitudini, il processo che crea cambiamento attraverso la conversazione è già avviato, poiché questo processo porta spesso le persone assistite a una comprensione migliore e più differenziata delle proprie abitudini.
In conclusione, partire dalla persona assistita fa sì che questa si senta riconosciuta come esperta delle questioni della propria vita, ponendola subito alla stessa altezza di chi fa terapia, che possiede a sua volta una competenza esperta, non però sulla vita della persona assistita, bensì sul processo di comunicazione come modo di dirigere il cambiamento inevitabile che avviene attraverso la conversazione, in una direzione utile alla persona assistita e/o da lei desiderata.
Fare spazio a tutto ciò che è positivo. La pratica centrata sulla soluzione parte dall’idea che ogni situazione contiene ancora aspetti che la persona assistita può considerare positivi, quando chi fa terapia glieli fa notare. Spesso le persone assistite sono state sopraffatte dagli eventi della loro vita, il che rende loro difficile o persino impossibile non vivere la situazione attuale come composta unicamente di aspetti negativi. Gli aspetti positivi della situazione attuale non compaiono più sul loro radar. Ciò non significa però che non ci siano aspetti della loro vita quotidiana in cui dimostrano impegno perché le cose non peggiorino o addirittura migliorino. Si potrebbero chiamare aspetti della vita della persona assistita che sono positivi perché orientati verso i suoi obiettivi e il suo benessere. Una volta che chi fa terapia rivolge deliberatamente la propria attenzione a questi aspetti e la invita a vedere questi aspetti della sua vita sotto una luce positiva.
La pratica centrata sulla soluzione si concentra sul fare ciò che funziona. Ciò che funziona in terapia è creare una vera connessione, un’alleanza tra persona assistita e terapeuta (Lambert, 1992; Duncan, 2010). La combinazione di queste due premesse porta a una semplice regola pratica: quando si parla con le persone assistite, fare spazio al positivo.8 Fare spazio agli aspetti positivi della situazione attuale della persona assistita, per quanto piccoli, è sempre possibile. Qualsiasi situazione, anche la più traumatica, contiene ancora aspetti positivi. Una madre che ha partorito una creatura senza vita (mors in utero) ha appena partorito in circostanze impossibili ed è comunque riuscita a dare prova di perseveranza e coraggio. Il sedicenne che ti racconta che ieri stava lì con una scatola di pillole in mano, pronto a prenderle tutte in una volta, oggi è seduto lì con te, a raccontartelo, dopo aver deciso di non morire.
Fare spazio agli elementi positivi del racconto della persona assistita su ciò che è accaduto o sta accadendo nella sua vita attuale crea connessione tra chi fa terapia e la persona assistita. Può essere l’inizio di un processo che cambia il modo in cui la persona assistita guarda alla propria vita in quel momento, distogliendola dal concentrarsi unicamente su ciò che è problematico e permettendole di ricominciare a vedere gli aspetti positivi. Collegare questi elementi positivi alle abilità e alle risorse proprie della persona assistita è un primo passo per instaurare la sensazione di essere lei stessa capace di produrre un cambiamento positivo nella propria vita.
Ogni persona assistita possiede (la) soluzione (o le soluzioni) al proprio problema. La vita è una catena di scelte, alcune compiute attraverso una deliberazione e una riflessione consapevoli, altre in modo inconsapevole, con il pilota automatico. Dunque, ogni situazione e ogni persona assistita conservano un certo grado di libera scelta. Le persone assistite che vivono problemi di qualsiasi tipo spesso non riescono a immaginare le opzioni comportamentali e/o cognitive che consentono di fare scelte utili, capaci di condurre al cambiamento desiderato. Nel momento in cui chi fa terapia presuppone che ogni persona assistita che varca la porta possieda almeno i mattoni di base di una possibile soluzione alla propria situazione problematica attuale, non spetta più a chi fa terapia offrirle soluzioni per il problema attuale. Considera la persona assistita esperta della propria vita così com’è ora e della propria vita così come desidera che sia. Chi fa terapia ha la competenza del processo dell’«andare da qui a quel futuro desiderato». È una delle premesse di base del modello di Bruges di psicoterapia (Isebaert, 2016).
Offrire soluzioni sarebbe estremamente difficile, soprattutto se ci si rende conto che è la persona assistita stessa, e non chi fa terapia, a essere esperta per quanto riguarda la propria vita, problemi compresi. L’unica responsabilità di chi fa terapia è contribuire a dare forma al processo terapeutico attraverso cui alla persona assistita può apparire chiaro che può fare altre scelte, che ha abilità che non ricorda, oppure sviluppare nuove abilità quando necessario.
5 L’idea che partire dalla premessa del non sapere possa aiutare ad arrivare più rapidamente alla vera conoscenza deriva da una posizione socratica in filosofia (Taylor, 2001). Nella visione centrata sulla soluzione della terapia, la posizione socratica sulla «vera conoscenza» può essere sostituita dalla realtà effettiva e dalle abitudini della persona assistita. 6 L’idea che il cambiamento sia inevitabile deriva molto probabilmente dalle teorie presocratiche di Eraclito (2014). La sua eredità filosofica è nota solo attraverso citazioni e aneddoti, rintracciabili nei testi altrui, come quelli di Platone, che gli attribuisce la celebre espressione «Panta rhei», tradotta letteralmente come «tutto scorre» (2014). 7 Questa visione della struttura del comportamento abituale ha solide radici nella terapia cognitivo-comportamentale (per es. Margraf 2003) e trova le sue origini nella «Retorica» di Aristotele. 8 Il concetto di «positivo», usato in tutto l’articolo, non indica soltanto gli elementi «felici» della vita della persona assistita, ma funge da termine contenitore per quegli aspetti del suo futuro desiderato che esistono già nel presente, la sua motivazione in quel momento del processo, le risorse di cui dispone, ecc.
Quali sono le tecniche comunicative fondamentali che costituiscono le abilità comunicative di base di qualsiasi professionista del sociale e della salute? Quali tecniche formano la base di qualsiasi conversazione «di aiuto»?
È stata condotta una rassegna della letteratura, incentrata sui manuali di abilità comunicative pubblicati in neerlandese che si presentano come dedicati alle abilità comunicative di base. La maggior parte di questi manuali elenca ciò che considera abilità comunicative di base ed è in linea con De Jong e Kim Berg (2007), che descrivono il seguente elenco di abilità comunicative di base, collocato fin da subito nella tradizione centrata sulla soluzione:
La maggior parte di queste abilità di base si trova in tutti i manuali generali di abilità comunicative, mentre altre fanno specificamente parte di un approccio centrato sulla soluzione alla comunicazione con le persone assistite. Se applichiamo il nucleo della pratica centrata sulla soluzione come un filtro per separare le abilità comunicative generali da quelle specifiche della tradizione centrata sulla soluzione, e se si tiene conto anche di diversi altri manuali di abilità comunicative nel settore sanitario (per es., Brunklaus, 2015; Knipsel et al., 2015; Struiving et al., 2017), si arriva infine al seguente elenco di abilità comunicative di base:
Queste cinque tecniche comunicative possono essere considerate le abilità comunicative di base assolutamente necessarie. Costituiscono la base di qualsiasi conversazione di aiuto.9 Di seguito queste cinque tecniche verranno inquadrate in una cornice centrata sulla soluzione. Pensate e applicate in questo modo, queste abilità di base producono subito un guadagno nell’alleanza tra terapeuta e persona assistita.
9 Per un approfondimento sulle abilità comunicative di base si vedano per es. Bauer (2006), Goleman (2006), Knispel (2015), Hasson (2017) e Vogel et al. (2018).
Quanto precede ha descritto come le abilità comunicative vengono usate perché le sedute vadano il meglio possibile sia per la persona assistita sia per chi fa terapia. Segue una descrizione di come ciascuna di queste abilità comunicative di base possa essere usata subito in modo centrato sulla soluzione in qualsiasi conversazione di aiuto.
Seligman, il padre della psicologia positiva, ha introdotto il termine «ottimismo appreso» (Seligman, 2002). La psicologia positiva mette l’accento sulla forza della persona assistita. Parte dal presupposto che sentirsi bene non sia il risultato dei «geni giusti» o della pura fortuna, ma piuttosto la conseguenza dell’individuare e mettere a frutto risorse che la persona assistita già possiede, come la gentilezza, l’umorismo, l’ottimismo e l’apertura. Erickson aggiunge a ciò la sua visione dell’essere umano come depositario di un vasto pozzo di saggezza. L’arte di chi fa terapia consiste nel far emergere questi punti di forza già presenti nella persona assistita, affinché possa produrre il cambiamento desiderato (Rossi, 1980).
In secondo luogo, Erickson sottolineava le competenze della persona assistita. Riteneva necessario cercare, insieme a lei, occasioni per mettere in moto da sé gli ingranaggi del cambiamento, invece di adattare il processo terapeutico a criteri diagnostici (Rossi, 1980).
Una delle molte tecniche che chi fa terapia può usare a questo scopo è la tecnica del pappagallo: ripetere, con le stesse parole, brevi affermazioni della persona assistita (Isebaert, 2007). La tecnica del pappagallo è di per sé già centrata sulla soluzione, perché fissa l’attenzione della persona assistita sul focus costante di chi fa terapia sul suo racconto. Si può ottenere una dimensione ulteriore di guadagno centrato sulla soluzione se chi fa terapia non ripete a caso le affermazioni della persona assistita, ma ripete deliberatamente quelle positive. Chi fa terapia può scegliere di ripetere a pappagallo gli elementi positivi all’interno del racconto, spesso prevalentemente negativo, della persona assistita. Questi elementi positivi possono essere qualsiasi cosa: punti di forza della persona assistita, suoi successi, punti di forza nel suo sistema o persino nel contesto più ampio. Usare la tecnica del pappagallo in questo modo fissa l’attenzione della persona assistita sull’attenzione costante di chi fa terapia al suo racconto e concentra l’attenzione di entrambe le parti sui punti di forza e sulle risorse della persona assistita. Ripetendo consapevolmente gli elementi che chi fa terapia ritiene utili per il processo terapeutico, la ripetizione rafforza l’alleanza con la persona assistita – si veda il nucleo della visione centrata sulla soluzione – e diventa un piccolo passo in più nel processo terapeutico. Avvia un cambiamento nel modo in cui la persona assistita guarda alla propria situazione attuale, aiutandola a rendersi conto che può vedere la realtà vissuta sotto una luce più positiva e che possiede diversi punti di forza a cui può attingere durante la terapia per cominciare a realizzare i cambiamenti che desidera.
Nella visione centrata sulla soluzione del cambiamento, la persona assistita è considerata esperta della propria vita, dei propri problemi e delle possibili soluzioni, mentre chi fa terapia si concentra su competenze, possibilità e punti di forza anziché su limiti, carenze e debolezze. Isebaert (2007) sottolinea che al centro della visione centrata sulla soluzione c’è la creazione, in ogni seduta, di un contesto di libertà di scelta, che rafforza così l’autonomia della persona assistita. Si tratta di creare un processo ripetuto in cui la persona assistita fa scelte proprie e, da sé, fa scelte più funzionali, più desiderate, riprendendo così a poco a poco il controllo della propria vita. In ultima analisi, in una cornice centrata sulla soluzione la persona assistita è vista come un individuo motivato, che desidera un cambiamento e che forse ha bisogno di aiuto per trovare la direzione desiderata del cambiamento (Evans, 2013).
Partiamo dal presupposto che anche quando «si limita a riassumere» chi fa terapia può creare uno strato ulteriore di autonomia e di libera decisione per la persona assistita.10 Miriamo a creare quante più occasioni possibili perché la persona assistita eserciti la propria capacità decisionale autonoma all’interno del processo terapeutico. Come ha affermato Isebaert (2007), la persona assistita è già libera di scegliere se venire in terapia da sola o con persone significative, quali obiettivi fisseremo in ogni seduta e in quale ordine affrontarli. Noi faremmo un passo in più, includendo le decisioni autonome della persona assistita a livello micro all’interno della conversazione. Lo si può fare chiedendo alla persona assistita il permesso di riassumere ciò che ha appena condiviso. Offrendole la scelta se vada bene o no riassumere, chi fa terapia mostra rispetto e apprezzamento per la persona assistita e per il suo costante contributo al processo terapeutico. Quando includiamo le decisioni autonome della persona assistita a livello micro all’interno della conversazione stessa, nel ruolo terapeutico instilliamo le sue competenze decisionali nel cuore del processo terapeutico. In questo modo le sedute stesse diventano un campo di esercizio costante in cui la persona assistita prende attivamente decisioni e fa esperienze, ancora e ancora. È libera di scegliere e di vedere rispettate le proprie scelte, una volta fatte. Rafforza l’autonomia della persona assistita che chi fa terapia le dia attivamente la possibilità di decidere se le sembri il momento giusto per riassumere o no, o perfino se preferisca riassumere da sé. Che cosa vorrebbe che chi fa terapia considerasse i punti più importanti finora? Questo aumento dell’autonomia e della capacità di scelta della persona assistita, rafforzato a livello micro, consolida l’alleanza e offre alle persone assistite piccole e semplici occasioni di esercitarsi nelle decisioni autonome con un tasso di successo massimo.
10 Rendere centrata sulla soluzione la tecnica stessa del riassunto, come suggerito in questo paragrafo, può essere vista come un altro modo di affrontare il possibile effetto negativo del riassunto, segnalato da persone assistite che percepiscono il riassunto di chi fa terapia come una critica. Invece di non riassumere affatto, chi fa terapia si assicura che il riassunto non abbia effetti negativi; anzi, lo usa come un ulteriore modo di introdurre un guadagno centrato sulla soluzione nel corso della seduta.
È centrale nel modo centrato sulla soluzione di guardare ai problemi della persona assistita dedicare molto meno tempo a individuare possibili cause o spiegazioni della sua psicopatologia. Ciò deriva dal presupposto che la psicopatologia sia un insieme di sintomi che, nel loro complesso, costituiscono il modo migliore possibile in cui la persona assistita riesce ancora a tenere, come si dice, la testa fuori dall’acqua. Partendo da questa idea, creare un contesto di ampia libertà di scelta produce inevitabilmente un cambiamento attraverso il rinnovamento del processo di scelta, in cui le persone sceglieranno sempre le opzioni che causano loro meno disagio o sofferenza quando vedono molteplici modi di affrontare le sfide di vita del momento. Diventa quindi interessante sapere quali altri tentativi la persona assistita abbia fatto per creare un cambiamento e soprattutto che cosa, e quando, abbia prodotto un cambiamento positivo (O’Hanlon & Weiner-Davis, 1989). Spesso in questo processo si seguono tre regole pratiche:
Nella cornice centrata sulla soluzione i problemi non sono visti come altro che tentativi ben intenzionati, anche se falliti, di risolvere problemi, anziché come sintomi all’interno di un quadro più ampio di malattia e disfunzione (O’Hanlon & Weiner-Davis, 1989; Evans, 2013). I tentativi problematici di affrontare i problemi possono essere legati al non fare cose che si sarebbero dovute fare (negazione del problema) o, all’opposto, all’aver fatto cose che non si sarebbero dovute fare, nel tendere a una situazione ideale e desiderata. Inoltre, gli esseri umani sono creature abitudinarie. La formazione delle abitudini serve a creare e mantenere l’illusione della stabilità in un mondo in continuo cambiamento. Le soluzioni non funzionali vengono ripetute più e più volte e formano schemi di azione, pensiero e sentimento che si autoalimentano e finiscono per portare a situazioni sempre più problematiche (McKeel, 2003). Per esempio, nel modello di Bruges di psicoterapia le persone assistite sono viste come attrici e attori che fanno costantemente le migliori scelte di vita possibili in base alle informazioni che percepiscono in ogni momento della loro vita. La terapia diventa allora il processo con cui si rendono disponibili nuove informazioni alla persona assistita, sia spostando il suo sguardo sulla situazione attuale, per esempio esplorando il futuro desiderato e cercando situazioni in cui aspetti di quel futuro sono già presenti, sia fornendo nuovi spunti in quanto terapeuta, così che la persona assistita possa poi fare nuove scelte di vita meno problematiche (Isebaert, 2016).
Praticamente qualsiasi insieme di abilità comunicative di base attribuisce importanza all’imparare a prestare attenzione, durante le sedute, ai comportamenti emotivamente carichi o ai sentimenti chiaramente espressi dalla persona assistita. Questa pratica viene comunemente chiamata riconoscimento dei sentimenti (Knispel, 2015). Guardando questa tecnica da un punto di vista centrato sulla soluzione, possiamo individuare due pericoli nel riconoscere i sentimenti durante la seduta. Da un lato, riconoscendo sentimenti negativi si rischia di amplificarli, mettendo in risalto qualcosa che in quel momento è difficile per la persona assistita. Lo si potrebbe vedere come una versione attenuata del rischio, ampiamente riconosciuto, di ritraumatizzazione quando si chiede alle vittime di trauma di raccontare in seduta le proprie esperienze traumatiche (Sweeney et al., 2018). Il secondo rischio del riconoscere i sentimenti è che chi fa terapia rischia di porsi al di sopra della persona assistita: «Io sto bene e tu no» (Le Fevere de Ten Hove, 2016).
In una cornice centrata sulla soluzione, riconoscere i sentimenti è utile solo quando rafforza l’alleanza, accresce l’autonomia e le capacità decisionali della persona assistita, oppure dà spazio alle sue risorse o agli elementi positivi del suo racconto. Chi studia cerca spesso di riconoscere i sentimenti della persona assistita in modo molto elementare (per es., «Vedo che questo ti fa stare male»), seguito spesso da un silenzio inteso come rispettoso, che lascia alla persona assistita lo spazio per vivere pienamente le proprie emozioni in quel momento. Da un punto di vista centrato sulla soluzione, questo approccio elementare è nel migliore dei casi una scommessa. Se una persona assistita si sente riconosciuta nel proprio stato emotivo del momento, un’altra potrebbe provare più disagio di prima, dopo aver visto le proprie emozioni negative messe sotto i riflettori e lasciate libere di crescere durante quel silenzio inteso come rispettoso.
Nel lavoro centrato sulla soluzione cerchiamo di combinare l’effetto benefico del riconoscere i sentimenti – la persona assistita che si sente convalidata emotivamente da chi fa terapia – con un intervento volto a ridurre al minimo la possibilità di effetti negativi del dare spazio alle sue emozioni negative durante la seduta. Raccomandiamo comunque di riconoscere in seduta i sentimenti delle persone assistite. Inoltre riteniamo che sia responsabilità di chi pratica la terapia centrata sulla soluzione fare in modo che la persona assistita non venga invitata a restare impantanata nelle proprie emozioni negative. Perciò, prima di riconoscere sentimenti negativi, chi fa terapia dovrebbe avere già in mente un intervento centrato sulla soluzione adatto con cui proseguire. Un esempio potrebbe essere rispecchiare i sentimenti e poi porre una domanda centrata sulla soluzione: che cosa ti ha aiutato in passato a superare questo sentimento negativo? Che cosa può aiutarti adesso? In questo modo la persona assistita è invitata ad allontanarsi da questo sentimento indesiderato, tornando a risorse scoperte in precedenza in questa o in sedute precedenti.
Chi fa terapia può anche riconoscere esplicitamente i sentimenti positivi rilevati nella persona assistita, o da lei, durante la seduta. Vale la stessa logica: pensare in anticipo a una domanda di approfondimento centrata sulla soluzione adatta accresce gli effetti positivi del riconoscere i sentimenti positivi durante la seduta. Un esempio potrebbe essere: quali sono stati gli altri momenti in cui hai provato un tale benessere? Che cosa ha innescato la tua felicità in quel momento? O qualsiasi altra domanda che collochi la persona assistita in una posizione forte e attiva all’interno della seduta stessa.
Quando mette in gioco l’empatia emotiva e affettiva indiretta, chi fa terapia cerca, usando i propri neuroni specchio e basandosi sulla propria esperienza e creatività, di ricostruire in sé lo stato emotivo della persona assistita. Cerchiamo di sentire come lei, sebbene in modo più contenuto. Chi fa terapia cerca poi di comunicarglielo attraverso la scelta delle parole e il linguaggio del corpo. In questo modo rende chiaro che accetta il modo in cui la persona assistita vive ora il mondo e che condivide, in un certo senso, quello stato mentale ed emotivo. Nella cornice centrata sulla soluzione l’empatia è strettamente legata alla cura che chi fa terapia ha per il benessere della persona assistita, a partire da un’accettazione incondizionata di chi è e di ciò che fa. Ne fa parte il riconoscere tutti i segnali, sia verbali sia non verbali, che la persona assistita ci invia sul suo stato emotivo attuale.
Da questo punto di vista, proponiamo che chi fa terapia dia il meglio di sé in chiave centrata sulla soluzione se cerca di tenere conto dei segnali non verbali della persona assistita riguardo al suo stato emotivo, e magari persino li riproduce in una certa misura. Riguardo al contatto visivo, una domanda che chi studia pone spesso è: «Quanto contatto visivo è sufficiente, appropriato, quanto è troppo?». Nella prospettiva della terapia centrata sulla soluzione suggeriamo di seguire la persona assistita, anche nelle sue abitudini di comunicazione non verbale. Quando una persona assistita non stabilisce un contatto visivo con chi fa terapia, spetta a chi fa terapia notarlo e, di conseguenza, non cercare di forzarlo. Quando la persona assistita stabilisce un contatto visivo in modo quasi costante, chi fa terapia consente questa grande quantità di contatto visivo finché per sé risulta comodo e autentico. Il limite qui è l’autenticità terapeutica. Quando chi fa terapia si sforza di fare qualcosa, per esempio mantenere più contatto visivo di quanto risulti autentico per sé, la persona assistita tende ad accorgersene, il che crea un feedback che incide negativamente sull’alleanza terapeutica. Se la persona assistita stabilisce un contatto visivo, poi lo interrompe, lo ristabilisce e lo interrompe di nuovo, chi pratica la terapia centrata sulla soluzione la segue. La persona assistita è il barometro della giusta quantità di contatto visivo. Sa qual è «la quantità giusta». A chi fa terapia basta seguirla. Anche nel modo appropriato di comunicare in modo non verbale, le persone assistite sono esperte di ciò che fa funzionare una connessione terapeutica. Nella relazione terapeutica ideale, persona assistita e terapeuta si troverebbero in una mimesi del contatto visivo.
O’Hanlon e Wilk (1987; 1989) hanno affermato che quanto più dettagliata è la descrizione di un problema in terapia, tanto più chiari diventano i possibili passi verso il cambiamento. Un focus semplicistico sul problema non funzionerà da catalizzatore del cambiamento. In una visione centrata sulla soluzione, un tale focus sul problema può essere utile solo quando chi fa terapia cerca possibili risorse o aspetti della motivazione della persona assistita che possono emergere quando questa descrive il proprio problema. Ciò può portare alla luce risorse e abilità di cui la persona assistita forse non è consapevole. Da un lato, concretizzare – anche il problema – comunica una sorta di interesse empatico per la vita della persona assistita; dall’altro, la persona assistita riceve complimenti per le risorse già presenti nel suo racconto. Prestare attenzione al modo in cui descrive il proprio problema può così far luce sulle scelte esistenziali che compie, che possono fungere da fattori motivazionali per favorire il cambiamento.
Concentrarsi in questo modo sugli elementi già utili sulla strada verso il futuro desiderato, anche quando si trovano nelle parti attualmente problematiche della vita della persona assistita, aiuta a riorientare lo sguardo che ha su di sé, dal fallimento alla capacità. All’interno di questa tecnica diventa di nuovo possibile inserire un elemento ulteriore di possibilità di fare le scelte desiderate. Chiedendo in anticipo alla persona assistita il permesso di seguire una linea di domande di concretizzazione, si può rafforzare il suo senso di autonomia. Inoltre, le si dà più controllo sul modo in cui il processo terapeutico proseguirà, ponendola attivamente in una posizione più paritaria rispetto a chi fa terapia. Entrambe le parti vengono così rese pari in quanto esperte: la persona assistita della propria storia di vita e delle possibili soluzioni o strade da percorrere verso il cambiamento desiderato, chi fa terapia del processo che porta a quello stesso cambiamento desiderato (de Shazer & Isebaert, 2004).
McKeel (2003) ha concluso la sua ampia rassegna con la constatazione che, quando le abilità comunicative di base sono applicate nel modo giusto, ciò porta sempre a esiti di trattamento significativamente più positivi. Tuttavia ha avvertito che un’attenzione eccessiva alle sole abilità conversazionali potrebbe portare a trascurare l’altra chiave del successo della terapia: costruire un’alleanza di lavoro con la persona assistita. In definitiva sostiene che la terapia centrata sulla soluzione può avere successo solo se è al tempo stesso centrata sulla soluzione e diretta dalla persona assistita. Odell, Butler e Dielman (Odel et al., 1997) sono giunti a una conclusione simile, affermando che quando le tecniche sono usate nel modo giusto ma la persona assistita non si è sentita compresa e ascoltata da chi fa terapia, abbandona la terapia prematuramente.
Poiché il lavoro centrato sulla soluzione riguarda più un atteggiamento di fondo di chi fa terapia, caratterizzato da un modo specifico di pensare alla persona assistita, di guardarla e di ascoltarla, queste abilità comunicative sarebbero applicabili a quasi tutti gli ambiti in cui le persone intraprendono intenzionalmente conversazioni di aiuto. Applicare subito queste abilità comunicative di base in modo centrato sulla soluzione può aggiungere ai benefici di base di una buona comunicazione professionale il valore in più che porta una mentalità centrata sulla soluzione, avvicinando fin dall’inizio la persona assistita in modo positivo e orientato alle risorse. Le abilità comunicative di base centrate sulla soluzione orienteranno subito sia chi fa terapia sia la persona assistita verso il ripristino della libertà di scelta e della competenza a scegliere diversamente, instaurando un’alleanza temporaneamente risanatrice come mezzo per raggiungere gli obiettivi fissati dalla persona assistita, non da chi fa terapia.
Naturalmente oggi questa resta un’ipotesi, basata sulle nostre esperienze comuni nella psicoterapia e nell’insegnamento. Tuttavia, insegnare subito queste abilità comunicative di base a chi studia in corsi orientati al sociale, alla salute e al benessere offre sia alle nuove e giovani leve professionali sia alle persone che assisteranno l’opportunità di ottenere i guadagni terapeutici aggiuntivi descritti, propri di un approccio centrato sulla soluzione.
Questa cornice concettuale può servire a costruire un pacchetto didattico di abilità, rivolto a un livello di base (per es. chi frequenta il primo anno di corsi di istruzione superiore come servizio sociale, infermieristica, ostetricia) e volto a insegnare queste abilità comunicative di base in modo centrato sulla soluzione. Un tale pacchetto sarebbe più ampio delle sole tecniche comunicative messe in evidenza in questo articolo e offrirebbe un’introduzione più ampia, centrata sulla soluzione. Un pacchetto di abilità di questo tipo potrebbe interessare molto il corpo docente dei tirocini nei corsi di laurea professionalizzanti come servizio sociale, infermieristica, ostetricia, terapie espressive, ecc.11
11 Chi legge può contattare la prima firma dell’articolo per ricevere indicazioni su come costruire il pacchetto didattico citato.
Complexe Systémique: che cosa ricordare
Il gesto dell’articolo sta in un’idea: invece di aggiungere l’approccio centrato sulla soluzione sopra le abilità di base, metterlo dentro di esse. Due proposte sono direttamente riutilizzabili nella formazione infermieristica o nel servizio sociale: chiedere il permesso prima di riassumere, perché ogni seduta diventi un esercizio decisionale per la persona assistita, e rispecchiare un sentimento negativo solo con la domanda successiva già pronta. L’avvertenza sul rispecchiamento dei sentimenti, «nel migliore dei casi una scommessa», va controcorrente rispetto a molti manuali. Sul modello di Bruges che sta alla base di tutto questo, si veda la seduta di feedback ultrabreve; sull’ascolto, l’articolo di Bavelas e del suo gruppo; sul silenzio, Risposte non dette.
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Contatti
Sam Geuens: sam.geuens@pxl.be · Heleen Dams: Heleendams@hotmail.com · Mark Jones: HigherPlainResearchEducation@gmail.com · Geert Lefevere: Geert.Lefevere@azsintjan.be
Articolo originale Back to Basics: A Solution Focused Take on Using and Teaching Basic Communication Skills for Health Care Professionals, di Sam Geuens, Heleen Dams, Mark Jones e Geert Lefevere, pubblicato nel Journal of Solution Focused Practices, vol. 4, n. 2 (2020), articolo 6, pp. 71-81, doi: 10.59874/001c.75031, con licenza CC BY 4.0. Traduzione non ufficiale in italiano realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, con la presentazione adattata alla lettura online. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore. Fa fede la versione originale.
Traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «Back to Basics: A Solution Focused Take on Using and Teaching Basic Communication Skills for Health Care Professionals», pubblicato nel Journal of Solution Focused Practices (2020) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; la presentazione è stata adattata alla lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina. Fa fede la versione originale.
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Geuens, S., Dams, H., Jones, M., & Lefevere, G. (2020). Back to Basics: A Solution Focused Take on Using and Teaching Basic Communication Skills for Health Care Professionals. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/back-to-basics-a-solution-focused-take-on-using-and-teaching-basic-communication-skills-for-health-care-professionals (Opera originale pubblicata nel 2020 in Journal of Solution Focused Practices, vol. 4, n. 2 (2020), articolo 6, pp. 71-81; ripubblicata nel 2020 da Journal of Solution Focused Practices, https://journalsfp.org/article/75031)
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