Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Child & Family Social Work · Servizio sociale
Quando una bambina o un bambino rifiuta all’improvviso di vedere uno dei genitori, bisogna prendere le sue parole alla lettera? Sulla base di interviste a 20 figure professionali del diritto dell’Irlanda del Nord, Mairead McCormack descrive come valutazioni di servizio sociale frettolose e difensive possano cristallizzare il racconto di una sola figura genitoriale. Propone una lettura relazionale della voce dell’infanzia, attenta alla storia dei legami.
Traduzione non ufficiale in italiano di Children's Agency in Contact Disputes: Navigating Protection, Participation and Alienation, di Mairead McCormack, pubblicato in Child & Family Social Work (Wiley) (2026), doi: 10.1111/cfs.70092, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La tabella è presentata sotto forma di elenco. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
La partecipazione non deve comportare responsabilità: bambine e bambini vanno ascoltati, ma senza caricarli del compito di risolvere il conflitto degli adulti.
Mairead McCormack
Abstract
Questo articolo esamina come l’agentività dell’infanzia venga inquadrata, limitata e talvolta strumentalizzata nei procedimenti contenziosi sull’affidamento e sulle frequentazioni, in particolare in contesti di alienazione e di comportamenti coercitivi. Sulla base di interviste qualitative a figure professionali del diritto dell’Irlanda del Nord, lo studio esplora come gli interventi dei servizi pubblici, pur animati da buone intenzioni, possano rafforzare involontariamente dinamiche familiari coercitive quando le storie relazionali vengono trascurate. Le persone intervistate hanno descritto situazioni in cui assistenti sociali con poca esperienza, sotto l’influenza dei grandi discorsi mediatici sulla tutela dei minori, applicavano valutazioni eccessivamente difensive a conflitti familiari a basso rischio. Queste tendenze rischiano di amplificare il racconto di una sola figura genitoriale e di interpretare i desideri espressi da bambine e bambini come autonomi anziché relazionali. Adottando un quadro femminista e dei diritti dell’infanzia, l’articolo sostiene che l’agentività va compresa all’interno dell’ambiente emotivo in evoluzione e del contesto familiare della persona minore. Mettendo in primo piano le osservazioni delle figure professionali del diritto sulla pratica del servizio sociale, lo studio offre uno sguardo nuovo e interprofessionale su come i sistemi istituzionali possano compromettere i diritti di partecipazione dell’infanzia. L’articolo si conclude con raccomandazioni per migliorare le pratiche di valutazione relazionale, rafforzare la formazione professionale e sostenere approcci più sfumati alla voce dell’infanzia nei procedimenti di diritto privato.
Il progresso dei diritti dell’infanzia negli ultimi decenni ha orientato i sistemi di diritto di famiglia verso modelli partecipativi in cui la voce di bambine e bambini occupa un posto sempre più centrale nelle decisioni su frequentazioni e collocamento (Corr and McAlister 2024; Lundy 2007). Questo spostamento solleva tuttavia questioni critiche nei contesti in cui le preferenze espresse dall’infanzia possono essere plasmate, o persino dirottate, da una figura genitoriale contro l’altra. Al cuore di questo dilemma c’è un paradosso: sebbene bambine e bambini siano riconosciuti come titolari di diritti dotati di un’agentività in evoluzione in base a strumenti come l’articolo 12 della CRC (UNCRC 1989), la loro agentività può essere compromessa in situazioni di alienazione e di comportamenti coercitivi, costringendo le figure professionali a muoversi su un terreno complesso tra empowerment e protezione (Freeman 2012; Smeets and Rap 2021).
Alienazione e comportamenti coercitivi indicano un processo in cui una figura genitoriale manipola figlie o figli affinché rifiutino ingiustificatamente l’altra, spesso attraverso strategie psicologiche sottili o coercitive. L’alienazione parentale è sempre più riconosciuta come un fenomeno con gravi conseguenze per l’infanzia, per madri e padri e per i sistemi familiari in senso lato. Si riferisce all’allontanamento ingiustificato di una persona minore da una delle figure genitoriali, quando si allinea con l’una e rifiuta l’altra in assenza di maltrattamento o trascuratezza (Baker and Darnall 2006; Verrocchio et al. 2017). I comportamenti alla base dell’alienazione — denigrazione, manipolazione e limitazione dei contatti — sono ben documentati nella letteratura internazionale e la ricerca ne dimostra l’impatto psicologico a lungo termine sull’infanzia, tra cui ansia, depressione e difficoltà nella fiducia e nella costruzione dell’identità (Bernet et al. 2020; Silberg and Dallam 2019). Sebbene il concetto abbia suscitato controversie nei dibattiti accademici e politici, la base di evidenze ne sostiene sempre più l’accettazione come fenomeno reale e dannoso. Studi condotti in diverse giurisdizioni mostrano che i comportamenti alienanti sono osservabili, riproducibili e distinti dalle situazioni di allontanamento giustificato (McCormack, 2021; Verrocchio et al. 2017). Aspetto cruciale, l’alienazione parentale non riguarda un solo genere: possono esserne bersaglio sia le madri sia i padri. Le analisi femministe mostrano che l’alienazione parentale delle madri si verifica spesso in contesti di controllo coercitivo, in cui padri maltrattanti manipolano figlie e figli e i sistemi giudiziari per minare il legame tra madre e figli. Ciò costituisce non solo un profondo danno relazionale, ma anche una forma di maltrattamento emotivo nei confronti della madre e della persona minore. Pur controversa sia nella definizione sia nella diagnosi, l’alienazione è sempre più riconosciuta in ambito giuridico e accademico come un modello di rottura relazionale, in particolare nelle separazioni ad alta conflittualità (Doughty et al. 2018). In questo contesto, il controllo coercitivo opera non solo come forma di violenza domestica tra adulti, ma anche come forma continuata di maltrattamento che può estendersi alla relazione della persona minore con la figura genitoriale presa di mira (Stark 2007; Katz 2015). Quando bambine e bambini interiorizzano il racconto della figura genitoriale alienante, il loro rifiuto può apparire autonomo, ma in realtà può riflettere una complessa coercizione emotiva che ne compromette la volontà autentica (Morrison et al. 2020). In questi casi, gli enti pubblici, e in particolare il servizio sociale, svolgono un ruolo decisivo nel valutare desideri e sentimenti dell’infanzia, nonché le denunce di maltrattamento o trascuratezza. Tuttavia, le e gli assistenti sociali sono a loro volta attori vulnerabili: subiscono la pressione dei genitori in causa e si muovono in quadri contraddittori che privilegiano la difendibilità procedurale rispetto a un’analisi relazionale sfumata (Munro 2011; Platt and Turney 2014). Tribunali per la famiglia e sistemi di tutela dell’infanzia hanno talvolta faticato a distinguere l’alienazione parentale reale dalla genitorialità ad alta conflittualità. Tuttavia, i nuovi orientamenti professionali (ad es. CAFCASS 2025) e gli sviluppi giuridici internazionali (ad es. raccomandazioni dell’ONU e riforme nel Regno Unito) riconoscono sempre più la necessità di individuare e affrontare l’alienazione nei quadri di tutela dell’infanzia. Sebbene l’alienazione parentale sia sempre più presentata come un fenomeno credibile e dannoso nel discorso dei tribunali per la famiglia, questa impostazione non è rimasta incontestata. Il Rapporto mondiale sulla salute mentale (WHO 2022, 13) contesta implicitamente la medicalizzazione del disagio psicosociale affermando che «la salute mentale non è uno stato binario … Piuttosto, la salute mentale si colloca su un continuum complesso, con esperienze che vanno da uno stato ottimale di benessere a stati invalidanti di grande sofferenza e dolore emotivo». Analogamente, la Relatrice speciale dell’ONU sulla violenza contro le donne (2023) ha espresso preoccupazione per il fatto che il concetto di alienazione parentale venga spesso usato per minare o respingere le denunce di violenza domestica, in particolare quelle presentate dalle madri, mettendo così a tacere le sopravvissute e compromettendo la sicurezza dell’infanzia. Di contro, un corpus crescente di studi femministi critica l’alienazione parentale non solo come strumento retorico impiegato per contrastare le denunce di violenza domestica, ma anche come forma di violenza domestica a sé stante, anche in quanto prolungamento del controllo coercitivo esercitato attraverso i sistemi istituzionali e giudiziari. Ricerche recenti suggeriscono che il contenzioso ripetuto che invoca l’alienazione parentale può funzionare come meccanismo di controllo post-separazione, consentendo a ex partner maltrattanti di riaffermare il proprio dominio con il pretesto di proteggere la persona minore (McCormack, 2025). Sebbene la critica abbia giustamente avvertito che il concetto viene spesso usato come arma da padri maltrattanti per screditare il racconto della violenza da parte delle madri, le analisi femministe emergenti riconoscono anche che i modelli di alienazione in cui i padri allontanano figlie e figli dalle madri costituiscono una forma di controllo coercitivo connotata dal genere, riconfigurando così l’alienazione stessa come manifestazione di un maltrattamento continuato anziché come disturbo psicologico.
Questo articolo si basa su una ricerca qualitativa condotta con figure professionali del diritto dell’Irlanda del Nord per esaminare come pressioni sistemiche, atteggiamenti difensivi e una formazione limitata sulle dinamiche di alienazione possano portare il servizio sociale ad attribuire erroneamente la colpa, presumendo spesso che il problema sia la figura genitoriale alienata. In questo modo, gli attori pubblici possono intensificare involontariamente l’alienazione, diventando gli strumenti attraverso cui il controllo coercitivo si istituzionalizza (McLeod 2018). L’Irlanda del Nord costituisce un contesto particolarmente pertinente per questa analisi. In assenza di linee guida normative specifiche su alienazione e comportamenti coercitivi, e con un sistema di giustizia familiare di tipo contraddittorio al vaglio di una riforma, le figure professionali operano con una notevole discrezionalità e in modo disomogeneo. Il contesto politico della regione, segnato da riforme della legislazione sulla violenza domestica e da un crescente riconoscimento del controllo coercitivo, evidenzia l’urgenza di interrogare il modo in cui presupposti professionali e dinamiche di potere interagiscono con i diritti dell’infanzia (Barnett 2020).
Attraverso una lente giuridica femminista e un quadro dei diritti dell’infanzia, questo articolo esplora come i sistemi di protezione possano involontariamente perpetuare proprio i danni che sono chiamati a prevenire (Hunter 2006; MacKinnon 1989). Sebbene le prospettive del servizio sociale siano spesso centrali negli studi sui processi decisionali in materia di tutela dei minori, questo articolo adotta un approccio nuovo mettendo in primo piano la voce delle figure professionali del diritto, che osservano, interpretano e lavorano a fianco del servizio sociale nel contesto dei tribunali per la famiglia. Questo punto di osservazione offre uno sguardo istituzionale peculiare: chi esercita le professioni legali vede in tempo reale le conseguenze delle valutazioni dei servizi pubblici, assistendo al modo in cui gli interventi del servizio sociale influenzano gli esiti, plasmano i racconti e incidono sulle relazioni tra figure genitoriali e figli.
Anziché considerarlo un limite metodologico, l’analisi assume questa prospettiva indiretta come un’occasione per ricostruire come i modelli sistemici vengano percepiti al di là dei confini professionali. Questa visione interprofessionale consente di riflettere non solo sulla pratica individuale, ma anche sulle condizioni strutturali in cui si formano i giudizi su rischio, agentività e danno.
Questo articolo si fonda su una ricerca interdisciplinare all’intersezione tra diritti dell’infanzia, diritto di famiglia e teoria giuridica femminista. Il paradosso concettuale che ne è al centro — il diritto dell’infanzia all’agentività accanto al suo bisogno di protezione — è da tempo riconosciuto nei lavori teorici sulla CRC, in particolare in relazione all’articolo 12 (Lundy 2007; Freeman 2012). Questo diritto è spesso interpretato come l’esigenza di meccanismi di partecipazione di bambine e bambini ai procedimenti giudiziari, ma la sua attuazione resta controversa, soprattutto nei sistemi contraddittori in cui dominano spesso letture binarie del danno e della lealtà. Ricerche recenti hanno approfondito questo dibattito, mettendo in discussione l’idea che ascoltare la voce della persona minore sia di per sé sufficiente. Cashmore e Parkinson (2009) e Smeets e Rap (2021) hanno dimostrato che la partecipazione dell’infanzia è spesso plasmata, o limitata, dalle strutture in cui si svolge. Nei procedimenti contraddittori, le opinioni di bambine e bambini possono essere filtrate, riformulate o usate strategicamente da adulti che cercano di far valere le proprie pretese. Come mostrano lavori empirici recenti di Morrison et al. (2020) e Holt et al. (2008), l’infanzia coinvolta in controversie contenziose sulle frequentazioni si muove spesso su un terreno emotivo complesso, in cui la sua apparente autonomia può mascherare pressioni sottostanti ad allinearsi con una figura genitoriale. Queste acquisizioni richiedono un’interpretazione più relazionale dell’agentività: un’interpretazione che riconosca che la voce dell’infanzia non è una semplice espressione di preferenze, ma il prodotto di legami di attaccamento in evoluzione, di contesti emotivi e di cornici istituzionali. Questa sfida trova eco a livello internazionale. Una recente ricerca comparata di Harvie-Clark (2019) mostra come anche quadri di partecipazione molto sviluppati, come quelli di Australia, Canada e Scozia, fatichino a dare attuazione costante ai diritti dell’infanzia nei procedimenti contraddittori. Nonostante le diverse culture giuridiche, persistono sfide comuni: le opinioni di bambine e bambini vengono spesso filtrate attraverso interpretazioni adulte, usate in modo selettivo per sostenere determinati racconti o scartate quando contrastano con le logiche istituzionali di rischio o di allineamento. Queste acquisizioni rafforzano la necessità di considerare non solo se l’infanzia viene ascoltata, ma anche come la sua voce venga plasmata dal contesto, dalle dinamiche relazionali e dalle aspettative procedurali.
Questo articolo attinge anche alla critica giuridica femminista per interrogare il modo in cui i sistemi giuridici costruiscono e interpretano il comportamento genitoriale. Partendo dalla nozione di oggettivazione di MacKinnon (1989), sviluppata poi da studiose come Hunter (2006) e Barnett (2020), l’analisi considera come l’emotività, soprattutto quando espressa dalle madri, possa essere patologizzata nel diritto di famiglia. Ciò si intreccia con la letteratura sul controllo coercitivo (Stark 2007; Katz 2015), che evidenzia come le dinamiche manipolatorie possano prolungarsi attraverso la compiacenza istituzionale piuttosto che attraverso un’aggressione manifesta. In questo modo, la neutralità procedurale può occultare i rapporti di potere sottostanti, soprattutto quando le valutazioni professionali si basano su impressioni superficiali. Combinando teoria giuridica, critica femminista e ricerca empirica centrata sull’infanzia, questo articolo colloca la propria analisi all’interno di un corpus crescente di letteratura che critica la capacità del sistema contraddittorio di rispondere alle complesse realtà relazionali di bambine e bambini. Non intende solo esplorare come l’agentività venga riconosciuta o respinta, ma anche chiedersi quali condizioni siano necessarie perché i diritti dell’infanzia trovino un’attuazione effettiva, in particolare quando la sua voce emerge da ambienti segnati da coercizione, esclusione o incomprensione istituzionale.
Il riconoscimento di bambine e bambini come titolari di diritti dotati di capacità in evoluzione ha trasformato il diritto di famiglia e la pratica della tutela dei minori. Eppure, nei casi di alienazione e di comportamenti coercitivi, emerge un paradosso inquietante: l’agentività della persona minore può essere influenzata dall’esterno a tal punto che la deferenza professionale verso i desideri espressi rischia di rafforzare la manipolazione anziché tutelare l’autonomia. Questa tensione complica le decisioni nelle controversie contenziose su frequentazioni e collocamento e rivela preoccupazioni più profonde sull’interazione tra diritti dell’infanzia, presupposti professionali e risposte del sistema.
In questo studio, l’agentività dell’infanzia non è intesa nel senso classico di un processo decisionale autonomo e individuale, ma attraverso una lente relazionale. I modelli liberali classici dell’agentività pongono spesso l’accento su indipendenza, scelta razionale e autodeterminazione. Tuttavia, come hanno mostrato gli studi sull’infanzia, la voce e le decisioni di bambine e bambini sono sempre situate in contesti relazionali, istituzionali e culturali (Alanen 2009; Esser et al. 2016). L’agentività relazionale riconosce che l’infanzia esercita un’influenza e compie delle scelte, ma che queste scelte sono plasmate da conflitti di lealtà, pressioni coercitive e dalle cornici interpretative degli adulti che la circondano. Questa prospettiva è cruciale nei casi di alienazione parentale, in cui l’apparente rifiuto di una figura genitoriale non può essere preso alla lettera, ma va compreso come inscritto in dinamiche di potere, di dipendenza e di socializzazione (Kitzinger 2015; Verrocchio et al. 2017). Adottando una visione relazionale, questo studio evita di trattare le affermazioni di bambine e bambini come espressioni del tutto autonome o come meri echi dell’influenza adulta. L’agentività dell’infanzia è invece concettualizzata come dinamica, contestuale e coprodotta relazionalmente, un quadro che mette in primo piano la complessità dei modi in cui la voce di bambine e bambini viene plasmata e limitata nei procedimenti di diritto di famiglia.
L’analisi è inoltre guidata da un quadro giuridico femminista, che interroga il modo in cui i rapporti di potere di genere e le pratiche istituzionali determinano gli esiti nei tribunali per la famiglia. La teoria giuridica femminista sostiene da tempo che il diritto non è neutrale, ma riflette e riproduce strutture patriarcali (McCormack 2025; Bartlett 2017; Young 1990). Nelle controversie sull’affidamento e sulle frequentazioni, ciò emerge nel modo in cui le azioni protettive delle madri vengono spesso riformulate come ostruttive o alienanti, mentre i diritti dei padri sono presentati come essenziali per il benessere dell’infanzia (McCormack 2025). Una lente femminista mette in luce due dinamiche chiave per questo studio:
L’oggettivazione istituzionale designa il processo attraverso cui i sistemi giuridici e di welfare classificano e gestiscono le persone mediante categorie riduttive, occultando così la complessità delle loro esperienze vissute. Nel diritto di famiglia, ciò significa spesso trattare le madri come «ostili» o «collaborative» e la voce dell’infanzia come espressione binaria di «vuole il contatto» o «non vuole il contatto», anziché come prospettive situate nel contesto e prodotte relazionalmente (Smart 1999; Hester 2021). Da una prospettiva giuridica femminista, l’oggettivazione istituzionale è una forma di potere strutturale: trasforma relazioni sociali dinamiche in etichette burocratiche che legittimano determinati interventi delegittimandone altri. Ad esempio, quando madri protettive vengono riclassificate come «alienanti», le loro preoccupazioni per il maltrattamento vengono cancellate da categorie istituzionali che privilegiano il contatto paterno (Birchall and Choudhry 2018; McCormack 2025). In questo senso, l’oggettivazione istituzionale non è soltanto un problema descrittivo, ma un meccanismo di controllo. Serve a spersonalizzare e depoliticizzare le esperienze di donne e minori, inscrivendo presupposti di genere nelle pratiche giuridiche ordinarie e rafforzando le disuguaglianze strutturali.
L’alienazione è stata definita come il rifiuto ingiustificato di una figura genitoriale, favorito dalla manipolazione psicologica della persona minore da parte dell’altra. Morrison et al. (2020) sottolineano la difficoltà che ciò comporta nel garantire i diritti di partecipazione dell’infanzia quando questi vengono esercitati in un contesto di dinamiche familiari coercitive. Analogamente, Doughty et al. (2018) avvertono che, in assenza di prove chiare di maltrattamento o trascuratezza, può essere difficile per tribunali e figure professionali distinguere tra espressioni autentiche della volontà ed espressioni plasmate da conflitti di lealtà o dalla pressione di una figura genitoriale. Questa complessità è aggravata dai contesti avversi al rischio in cui operano il servizio sociale e le professioni legali. La pratica difensiva, spesso alimentata dal timore di controlli o di errori procedurali, può contribuire a distorsioni nella valutazione dell’idoneità genitoriale o delle preferenze dell’infanzia. Le ricerche di Platt e Turney (2014) e di Munro (2011) illustrano come i sistemi di tutela dei minori, plasmati da culture manageriali, privilegino spesso le soluzioni rapide e possano favorire la conformità e la buona presentazione rispetto a un’attenta indagine relazionale. Nei contesti contraddittori del diritto di famiglia, ciò può portare a individuare erroneamente nella figura genitoriale alienata la fonte del disagio della persona minore, soprattutto quando quella figura genitoriale reagisce emotivamente, dispone di minori risorse legali o non ha accesso a un’assistenza professionale.
A rendere il quadro ancora più complesso interviene il ruolo del controllo coercitivo al di là delle relazioni intime. La formulazione di Stark (2007) del controllo coercitivo come forma di maltrattamento sistematica e non fisica ha da allora influenzato gli sviluppi legislativi e la critica accademica, in particolare nel Regno Unito e in Irlanda. Sebbene i sistemi giuridici abbiano cominciato a riconoscere il controllo coercitivo nelle relazioni tra adulti, la sua manifestazione attraverso la genitorialità post-separazione e il suo prolungamento nelle risposte dei servizi pubblici restano poco teorizzati. Gli studi di Birchall e Choudhry (2018) e di McLeod (2018) mostrano come gli attori istituzionali, intenzionalmente o meno, possano diventare strumenti di un controllo continuato quando accettano senza spirito critico racconti che coincidono con la versione dei fatti della figura genitoriale alienante. Queste letterature intrecciate indicano l’urgente necessità di quadri più sfumati per comprendere i diritti di partecipazione dell’infanzia nel contesto delle separazioni ad alta conflittualità. La sfida consiste nel preservare la voce della persona minore senza permettere che venga usata come arma e nel sostenere le figure professionali nel riconoscere l’influenza coercitiva senza ricorrere per default all’attribuzione di colpe. Questo articolo si basa su dati empirici raccolti presso figure professionali del diritto dell’Irlanda del Nord per esplorare come tali tensioni vengano gestite all’interno dei sistemi giuridici e istituzionali e come gli attori pubblici, nel tentativo di proteggere, possano partecipare involontariamente alla perpetuazione del danno.
Per chiarire come i concetti analitici chiave di questo studio si collegano tra loro, è utile mapparne le intersezioni. Sebbene ciascun concetto — alienazione parentale, controllo coercitivo, oggettivazione istituzionale e agentività dell’infanzia — sia stato teorizzato in contesti disciplinari distinti, è la loro interazione a determinare il modo in cui la voce dell’infanzia viene interpretata nelle controversie di diritto di famiglia. Come sintetizza la tabella 1, i concetti di alienazione parentale, controllo coercitivo, oggettivazione istituzionale e agentività dell’infanzia sono interconnessi e determinano il modo in cui la voce di bambine e bambini viene interpretata nelle controversie di diritto di famiglia. Questa mappatura schematica risponde ai dibattiti in corso sulla natura controversa dell’alienazione parentale e colloca il presente studio in un quadro teorico più ampio che mette in primo piano l’agentività relazionale e la critica giuridica femminista.
Tabella 1 — Interrelazioni tra alienazione parentale, controllo coercitivo, oggettivazione istituzionale e agentività dell’infanzia. La tabella illustra come questi concetti si intersecano nei procedimenti contenziosi sull’affidamento e sulle frequentazioni e le implicazioni per la pratica professionale.
Nel loro insieme, queste interconnessioni mettono in luce il paradosso al cuore dei procedimenti contenziosi sull’affidamento e sulle frequentazioni: la voce di bambine e bambini deve essere ascoltata, ma il suo significato può essere compreso solo se collocato all’interno di dinamiche relazionali, istituzionali e di genere. A partire da questa mappa concettuale, la discussione che segue esamina come questi quadri siano stati sviluppati nella letteratura esistente e come orientino l’analisi qui presentata.
Questo articolo si basa su dati qualitativi raccolti in uno studio esplorativo sulle esperienze delle figure professionali del diritto con l’alienazione parentale in Irlanda del Nord. La ricerca originaria intendeva esaminare come chi esercita nel diritto di famiglia — solicitors, barristers e magistratura — comprenda e affronti il fenomeno dell’alienazione nei procedimenti di diritto privato, in particolare quando entrano in gioco genere, potere e coercizione. I dati sono stati prodotti attraverso interviste semistrutturate in profondità con 20 figure professionali del diritto: 12 solicitors, sei barristers e due giudici. Le persone partecipanti sono state selezionate in modo mirato per il loro coinvolgimento diretto in cause di diritto di famiglia caratterizzate da controversie ad alta conflittualità su frequentazioni o collocamento. Hanno partecipato professioniste e professionisti, e il campione comprendeva persone che esercitavano in giurisdizioni sia rurali sia urbane di tutta l’Irlanda del Nord. Le interviste duravano in genere tra un’ora e un’ora e mezza ed erano guidate da una traccia tematica incentrata sulle definizioni di alienazione parentale delle persone partecipanti, sulle loro esperienze con le controversie sulle frequentazioni e sulle loro percezioni delle risposte dei servizi pubblici e delle istituzioni. Intervenendo in più fasi dei procedimenti e osservando l’evoluzione dei casi nel tempo, le figure professionali del diritto offrono una prospettiva longitudinale di cui gli attori pubblici in prima linea non sempre dispongono.
Per analizzare le trascrizioni delle interviste è stata utilizzata l’analisi tematica, guidata dal modello in sei fasi di Braun e Clarke (2006). Questo approccio ha consentito un lavoro sia induttivo sia deduttivo sui dati: pur lasciando che i modelli emergessero in modo organico dai racconti delle persone partecipanti, la codifica si è basata anche sulla letteratura esistente sul controllo coercitivo, sulle dinamiche di genere nel diritto di famiglia e sui processi decisionali professionali. Si è prestata attenzione al modo in cui le persone intervistate descrivevano il ruolo e la condotta degli altri attori coinvolti nei procedimenti di famiglia, in particolare il servizio sociale, e a come le risposte istituzionali venivano percepite come capaci di influenzare o aggravare le dinamiche di alienazione. Seguendo l’approccio di Braun e Clarke (2006) all’analisi tematica riflessiva, ho codificato in modo induttivo i racconti delle persone partecipanti, concentrandomi su come la voce dell’infanzia venisse descritta, limitata o interpretata nei processi giudiziari. I temi sono stati poi affinati in modo iterativo per cogliere sia i modelli ricorrenti nei diversi racconti sia le posizioni interpretative delle persone intervistate. Sebbene lo studio non abbia comportato un contatto diretto con il servizio sociale, i dati hanno fornito un secondo livello sostanziale di informazioni sulla pratica del servizio sociale così come vissuta e interpretata dagli attori giuridici. Le persone partecipanti riflettevano spesso sul ruolo di assistenti sociali nella redazione delle relazioni per il tribunale, nel lavoro con le famiglie o nella formulazione di raccomandazioni sulle frequentazioni. Diverse hanno descritto situazioni in cui assistenti sociali, sotto un’intensa pressione da parte di genitori ostili o in mancanza di una comprensione del contesto, sembravano attribuire erroneamente la colpa, presumendo talvolta che la figura genitoriale alienata fosse all’origine della resistenza o del ritiro emotivo della persona minore. Altre hanno espresso il timore che le relazioni del servizio sociale potessero mostrare un’eccessiva deferenza verso la figura genitoriale percepita come più comunicativa o collaborativa, spesso quella alienante, legittimando così involontariamente modelli coercitivi.
Utilizzare i racconti delle figure professionali del diritto come una forma di testimonianza istituzionale offre un punto di osservazione nuovo per comprendere come le decisioni in materia di tutela dell’infanzia siano influenzate non solo dai quadri normativi, ma anche dalle dinamiche interprofessionali e dalle gerarchie delle aule giudiziarie. Chi esercita le professioni legali si trova spesso in una posizione privilegiata per osservare gli effetti cumulativi dell’intervento del servizio sociale nel tempo, compreso il modo in cui le raccomandazioni vengono formulate, contestate o confermate nel corso dei procedimenti. Le sue osservazioni costituiscono quindi dati interpretativi preziosi su come presupposti professionali, pressioni procedurali e logiche contraddittorie interagiscano nel determinare gli esiti delle cause contenziose di diritto di famiglia. I dati riflettono il modo in cui le figure professionali del diritto percepiscono e costruiscono la pratica del servizio sociale in questo ambito, senza offrire un accesso non mediato alle esperienze dell’infanzia o di assistenti sociali. Questi racconti vanno quindi letti come cornici interpretative che al tempo stesso illuminano e riproducono le logiche istituzionali.
Questo approccio si fonda sulla consapevolezza che alienazione e comportamenti coercitivi non sono soltanto un fenomeno privato o interpersonale, ma un fenomeno che emerge attraverso relazioni strutturali, comprese quelle tra il sistema giudiziario e quello dei servizi sociali, e che da esse viene rafforzato. Esaminando come le figure professionali del diritto percepiscono e descrivono il ruolo degli attori pubblici, questo articolo richiama l’attenzione sui prolungamenti istituzionali del controllo coercitivo, in particolare quando sistemi concepiti per tutelare l’infanzia possono contribuire involontariamente all’allontanamento emotivo o misconoscere l’agentività della persona minore. La ricerca ha ottenuto l’approvazione etica di un’istituzione accademica del Regno Unito e tutte le persone partecipanti hanno fornito il consenso informato. Sono stati utilizzati pseudonimi e rimosse le informazioni identificative per garantire la riservatezza. Il quadro etico ha dato priorità al rispetto dell’identità professionale delle persone partecipanti e all’integrità delle famiglie e dei sistemi da esse descritti.
Il materiale empirico deriva esclusivamente da interviste a figure professionali del diritto. Questa posizione è significativa: solicitors, barristers e giudici incontrano il servizio sociale soprattutto attraverso relazioni, testimonianze orali e raccomandazioni istituzionali, il che significa che il loro sguardo è mediato da logiche contraddittorie e da vincoli probatori più che dalla pratica diretta. Di conseguenza, l’analisi non riflette il servizio sociale in quanto tale, ma la sua costruzione giuridica così come resa leggibile in tribunale, un processo plasmato da quadri epistemici istituzionali che privilegiano alcune forme di conoscenza emarginandone altre (Dillon 2018). Basarsi sulle figure professionali del diritto introduce un bias epistemologico: il loro ruolo è risolvere controversie, non cogliere le esperienze vissute dell’infanzia o del personale in prima linea, il che crea ciò che l’epistemologia sociale definisce una lacuna ermeneutica (Fricker 2007). Eppure gli attori giuridici occupano un punto di osservazione decisivo: osservando più fasi dei procedimenti, forniscono una testimonianza istituzionale che illumina il modo in cui le gerarchie delle aule giudiziarie e le norme procedurali plasmano i racconti di alienazione. Le ricerche future dovrebbero triangolare queste osservazioni con le prospettive dell’infanzia e del servizio sociale, per offrire un resoconto più completo di come l’alienazione venga costruita negli ambiti esperienziale e professionale.
Come ogni ricerca qualitativa, questo studio è condizionato dal suo campione, dalla sua portata e dalla sua cornice interpretativa. I dati provengono esclusivamente da interviste a figure professionali del diritto, le cui osservazioni riflettono la loro esperienza professionale nel contesto dei tribunali per la famiglia. Sebbene questa prospettiva sia preziosa per comprendere come i processi giudiziari inquadrano le denunce di alienazione e vi rispondono, l’assenza di un contributo diretto di assistenti sociali o dell’infanzia stessa limita la possibilità di triangolare i risultati tra punti di vista professionali ed esperienziali. Inoltre, lo studio si concentra su casi sorti in Irlanda del Nord, una giurisdizione con caratteristiche giuridiche e normative proprie, il che può limitare la trasferibilità diretta delle conclusioni ad altri sistemi giuridici. Infine, le interviste sono state condotte in un periodo di forte tensione istituzionale nei servizi di giustizia familiare, il che può aver accentuato la percezione di una pressione sistemica. Questi limiti non sminuiscono il valore dei risultati, ma sottolineano l’importanza di ulteriori ricerche interdisciplinari che includano la voce di bambine e bambini, di assistenti sociali e di altri attori chiave.
Parlando delle controversie sulle frequentazioni e dell’alienazione parentale, le persone intervistate hanno costantemente riconosciuto il ruolo difficile svolto dal servizio sociale all’interno del sistema dei tribunali per la famiglia. C’era un riconoscimento condiviso delle pressioni cui è sottoposto il personale in prima linea, tra cui carichi di lavoro gravosi, tempi stretti e il peso emotivo del conflitto familiare. Quanto emerso nelle interviste non è stato presentato come una critica a singole persone, ma piuttosto come una riflessione su come condizioni sistemiche più ampie possano orientare le valutazioni in modi che, talvolta, non tengono conto della complessità dell’alienazione. Le persone intervistate non hanno presentato queste osservazioni come tendenze definitive o generalizzate, ma come riflessioni tratte dalla propria esperienza dei casi. Da queste conversazioni sono emersi in modo informale quattro temi interconnessi:
Le persone intervistate hanno osservato che gli enti pubblici consideravano spesso le cause sull’affidamento e sulle frequentazioni meno rischiose dei casi di tutela dei minori e che, quando non era disponibile personale specializzato ed esperto in questo tipo di cause di diritto di famiglia, queste venivano assegnate ad assistenti sociali all’inizio della carriera o provenienti da ambiti non specialistici. Pur comprendendo questa prassi nel contesto della scarsità di risorse e della definizione delle priorità, diverse persone partecipanti hanno osservato che la natura sottile e relazionale dell’alienazione e dei comportamenti coercitivi richiedeva un livello di esperienza che queste figure professionali potevano non aver ancora avuto modo di sviluppare.
Non arrivano con cattive intenzioni. Ma senza molta esperienza di casi post-separazione è facile non vedere gli schemi, soprattutto quando in superficie sembra tutto tranquillo, ha osservato una persona che esercita come solicitor.
Questa osservazione mostra come l’oggettivazione istituzionale cominci già al momento dell’assegnazione dei casi. Classificando le controversie sulle frequentazioni come «a basso rischio», il sistema applica una lente generica di tutela dei minori, appiattendo le dinamiche complesse e relazionali dell’alienazione in una semplice alternativa binaria tra «sicuro» e «non sicuro». Questa scorciatoia procedurale prepara di fatto il terreno a una diagnosi errata, poiché i segnali sottili del controllo coercitivo — spesso scambiati per calma e compostezza nella figura genitoriale alienante — diventano invisibili a uno sguardo inesperto. Alcune persone partecipanti si sono chieste sommessamente se il personale del servizio sociale coinvolto avesse la formazione necessaria per distinguere tra reali rischi per la tutela e rischi che compaiono dopo la separazione, spesso in assenza di qualsiasi preoccupazione precedente. Queste riflessioni non sono state espresse come critiche, ma come osservazioni contestuali sulla complessità di interpretare il disagio di una persona minore dopo la rottura familiare. Diverse persone intervistate hanno parlato dell’importanza di capire se la resistenza al contatto seguisse un modello di preoccupazione già consolidato o se rappresentasse una rottura nuova e inspiegata. Le persone partecipanti hanno osservato che una parte di questo personale affrontava il caso attraverso una lente protettiva, cercando di individuare un danno o un rischio. Eppure, così facendo, trascurava talvolta indicatori relazionali chiave, come il fatto che la persona minore avesse in precedenza una relazione sicura con entrambe le figure genitoriali e che un’improvvisa resistenza al contatto non fosse coerente con la storia familiare. L’importanza di collocare le preferenze espresse in questo contesto è stata sollevata spesso, anche se non sempre come preoccupazione formale, più spesso come spunto di riflessione su quanto possano essere complessi questi casi. Questa mancata contestualizzazione incide direttamente sull’interpretazione dell’agentività dell’infanzia. Quando l’improvvisa resistenza di una persona minore viene valutata isolandola dalla sua storia relazionale sicura, la sua voce viene privata del proprio contesto. Quella che potrebbe essere una posizione prodotta relazionalmente, plasmata da conflitti di lealtà o da pressioni occulte, viene fraintesa come una preferenza autonoma e statica: un chiaro esempio di come l’agentività venga strumentalizzata proprio dai sistemi chiamati ad ascoltarla.
Le persone intervistate hanno condiviso esempi in cui la figura genitoriale alienata, di solito quella che non vedeva più figlie o figli, veniva percepita come problematica a causa del suo modo di manifestare le emozioni. Le relazioni la descrivevano talvolta come ansiosa, agitata od «ossessiva» nei suoi tentativi di mantenere il contatto, mentre l’altra figura genitoriale appariva calma, misurata e collaborativa. Le persone intervistate hanno osservato che queste interpretazioni mancavano spesso di una cornice relazionale o storica: non consideravano che l’angoscia della figura genitoriale rifiutata potesse riflettere una perdita di contatto improvvisa e inattesa, né che la compostezza della figura genitoriale che rifiutava potesse celare comportamenti più controllanti.
Vediamo genitori letteralmente distrutti dall’essere tagliati fuori. Eppure quel lutto viene trattato come instabilità, ha detto una persona che esercita come barrister.
Ciò dimostra la logica di genere e procedurale dell’oggettivazione istituzionale. Il trauma della figura genitoriale alienata viene sistematicamente ricategorizzato: da reazione comprensibile alla perdita diventa prova della sua stessa inadeguatezza. Nel frattempo, la compostezza della figura genitoriale alienante viene oggettivata come «collaborazione», trasformando di fatto la conformità procedurale in un’arma.
Questa dinamica è un meccanismo chiave del controllo coercitivo quando si estende all’arena giudiziaria, dove la regolazione emotiva diventa una moneta che la figura genitoriale maltrattante è spesso in una posizione migliore per sfruttare. Lo scarto tra reazione emotiva e credibilità percepita è stato affrontato con cautela, e le persone partecipanti hanno sottolineato quanto madri e padri in condizione di vulnerabilità possano essere fraintesi in assenza di un’analisi relazionale più ampia. È stato suggerito che, quando le valutazioni non esploravano la qualità della relazione con figlie e figli prima della separazione, rischiavano di patologizzare gli sforzi della figura genitoriale rifiutata per restare in contatto. Esisteva una preoccupazione sommessa che questa dinamica potesse distorcere le valutazioni. Senza esplorare la relazione tra figura genitoriale e persona minore prima della separazione, né i tempi e il contesto del rifiuto, le figure professionali potevano involontariamente interpretare la perseveranza protettiva come minacciosa e la compostezza come intrinsecamente innocua. Questa attribuzione errata non è un errore neutro, ma una forma di oggettivazione istituzionale che rafforza attivamente la dinamica alienante. Privilegiando le apparenze rispetto alla storia relazionale, il sistema diventa complice inconsapevole della patologizzazione della vittima e della legittimazione di chi esercita il controllo, perpetuando così il maltrattamento emotivo che ha il mandato di prevenire.
Diverse persone partecipanti hanno sottolineato che, quando il rifiuto di una persona minore emerge bruscamente e senza un fattore scatenante identificabile, dovrebbe dare luogo a un’indagine più approfondita, non su ciò che la figura genitoriale rifiutata ha sbagliato, ma sulle dinamiche relazionali che potrebbero influenzarne il punto di vista. Ciò non è stato presentato come un principio fisso, ma come una questione di curiosità professionale, particolarmente importante quando la persona minore aveva in precedenza un legame costante e affettuoso con la figura genitoriale ora alienata e con la sua famiglia allargata, situazioni in cui preferenze fondate sulla lealtà possono essere trattate come volontà statiche a causa di letture adultocentriche.
Le persone intervistate hanno riflettuto anche su come le relazioni e le raccomandazioni del servizio sociale, soprattutto se redatte in tempi stretti, potessero inquadrare il racconto di una delle figure genitoriali in un modo che orientava l’andamento del procedimento. Hanno osservato che nei casi ad alta conflittualità c’è spesso una pressione a chiudere rapidamente la causa, nella convinzione che le cose si calmeranno per figlie, figli e genitori una volta che il caso sarà uscito dal tribunale. Ciò può tuttavia portare a una deferenza verso la figura genitoriale che si presenta come più coerente o costante. Questa figura genitoriale può essere più disponibile nei confronti delle figure professionali, rispondere più rapidamente e articolare la propria posizione in un modo che appare centrato sull’infanzia. L’altra, soprattutto se profondamente colpita dalla separazione o se non vede la figlia, il figlio o i figli, può avere difficoltà a presentarsi allo stesso modo.
Alla fine resta una sola versione della storia scritta nella relazione, e quella diventa la verità di lavoro, ha osservato una persona che esercita come solicitor.
Questo processo illustra come il controllo coercitivo si istituzionalizzi. La figura genitoriale alienante, spesso più abile nella gestione del racconto e nel muoversi all’interno delle procedure, riesce a inserire la propria versione della realtà nel fascicolo ufficiale. L’affidamento del tribunale su queste relazioni consolida poi tale racconto, mostrando l’oggettivazione istituzionale all’opera: una storia familiare complessa e a più voci viene ridotta a un’unica «verità», leggibile e adatta al tribunale, che avvantaggia la parte più a suo agio con le procedure. Le persone intervistate non hanno suggerito che ciò avvenisse per un pregiudizio intenzionale, bensì come risultato di tendenze istituzionali cumulative: il bisogno di chiudere il caso, l’affidamento sulle relazioni dei servizi pubblici e un disagio di fondo di fronte alla complessità. Sebbene spesso non sia voluto, l’effetto può essere considerevole. La resistenza di una persona minore al contatto può essere accettata alla lettera, soprattutto se sembra coincidere con il racconto genitoriale dominante. Le persone intervistate hanno espresso il timore che, una volta documentata istituzionalmente questa versione dei fatti, diventi molto difficile contestarla. Hanno ribadito che, senza comprendere la traiettoria della relazione della persona minore con entrambe le figure genitoriali nel tempo, tali relazioni rischiano di rafforzare una frattura costruita emotivamente. Questo schema mostra l’appiattimento dell’agentività relazionale in espressioni binarie. Trattando la preferenza dichiarata della persona minore come un fatto decontestualizzato, le figure professionali possono legittimare involontariamente scelte plasmate dalla coercizione. È un punto critico in cui l’agentività relazionale dell’infanzia viene limitata in modo sostanziale. Una volta assorbita dalla macchina istituzionale, la voce della persona minore non è più trattata come un’espressione dinamica che emerge da un contesto relazionale. Viene invece oggettivata come fatto probatorio, trasformata in un’arma per convalidare il racconto genitoriale dominante e cementare l’allineamento della persona minore. Nella sua ricerca di un racconto chiaro, il sistema strumentalizza così l’espressione dell’infanzia al servizio di un bisogno istituzionale di chiusura, anziché intenderla come il sintomo di un problema relazionale da districare.
L’agentività e la partecipazione dell’infanzia sono state affrontate con cura e complessità. Tutte le persone partecipanti hanno affermato l’importanza di ascoltare bambine e bambini e di rispettarne il diritto a essere ascoltati. Tuttavia, diverse persone intervistate hanno espresso il timore che le preferenze dichiarate dall’infanzia, in particolare quando rifiutano una figura genitoriale, venissero talvolta trattate come riflessi diretti della sua volontà, senza un’attenzione adeguata al contesto in cui tali opinioni si erano formate.
Nessuno dice che il bambino mente. Ma quello che dice potrebbe non essere del tutto farina del suo sacco, ha detto una persona che esercita come barrister nel diritto di famiglia.
Questa osservazione va al cuore del paradosso dell’agentività relazionale. L’opinione espressa dalla persona minore è «autentica» nel senso che vi crede, ma non è «autonoma», poiché è stata co-costruita in un ambiente relazionale coercitivo. Prendere questa voce alla lettera significa fraintendere la natura dell’agentività in questi contesti; significa scambiare una strategia di sopravvivenza per una preferenza liberamente formata e, così facendo, abbandonare l’infanzia proprio a quel controllo coercitivo che ne ha plasmato la volontà dichiarata. Le persone intervistate hanno sottolineato che, quando una persona minore oppone all’improvviso e con forza resistenza al contatto con una figura genitoriale prima amata, ciò dovrebbe dar luogo a un’indagine attenta. Che cosa è cambiato? A quali messaggi, diretti o indiretti, è stata esposta? In che modo la dinamica post-separazione ha rimodellato il suo vissuto di lealtà, paura o sicurezza emotiva? Queste domande erano considerate essenziali per interpretare la voce della persona minore in modo significativo anziché superficiale. Pur riconoscendo che alcune bambine e alcuni bambini possono essere manipolati in modo deliberato o malevolo, le persone partecipanti hanno parlato dell’importanza di riconoscere che le opinioni dell’infanzia si formano in modo relazionale. Ciò significa che sentimenti, lealtà e paure non sono semplici stati interiori, ma riflessi dell’ambiente circostante. Quando una persona minore esprime il desiderio di non vedere una figura genitoriale, tale espressione deve essere compresa alla luce della sua storia con entrambe, delle sue relazioni attuali e dell’influenza, intenzionale o meno, degli adulti che fanno parte della sua vita.
Questo tema è in linea con l’argomentazione centrale dell’articolo: che l’agentività dell’infanzia nei casi di alienazione si comprende meglio come situata che come autonoma. Pertanto, il fatto che le figure professionali non si chiedano come si sia formata l’opinione della persona minore — che ignorino il «relazionale» dell’agentività relazionale — non costituisce una semplice svista. È un processo attivo di oggettivazione istituzionale che recide la voce della persona minore dalle sue radici emotive e relazionali. Quando poi il sistema agisce su questa voce decontestualizzata, strumentalizza involontariamente il diritto di partecipazione dell’infanzia per rafforzare la dinamica alienante, limitandone in ultima analisi l’autonomia a lungo termine e il benessere psicologico. Solo interpretando le sue prospettive attraverso una lente relazionale ed evolutiva i tribunali possono garantire in modo significativo il diritto dell’infanzia alla partecipazione senza rafforzare involontariamente dinamiche coercitive.
I risultati di questo studio si comprendono meglio alla luce delle interconnessioni mappate in precedenza tra alienazione parentale, controllo coercitivo, oggettivazione istituzionale e agentività dell’infanzia. Collocando i dati delle interviste in questa mappa concettuale, diventa più chiaro come le interpretazioni delle figure professionali del diritto riflettano e al tempo stesso riproducano omissioni sistemiche: i processi istituzionali semplificano dinamiche complesse e l’agentività dell’infanzia rischia di essere fraintesa quando viene astratta dal suo contesto relazionale. Ciò dimostra la necessità di riforme della pratica attente non solo alla voce di bambine e bambini, ma anche alle condizioni in cui tale voce si forma e viene interpretata.
I risultati di questo studio mostrano come i sistemi pubblici, soprattutto quando operano sotto pressione, possano contribuire involontariamente al danno emotivo subito dall’infanzia e dalla figura genitoriale alienata nei casi di alienazione e di comportamenti coercitivi. Le persone intervistate hanno costantemente sottolineato che il servizio sociale agiva in buona fede, spesso sotto un’enorme pressione di lavoro e con una formazione limitata sulle dinamiche relazionali proprie delle controversie di diritto privato. Tuttavia, le strutture istituzionali che circondano i procedimenti sull’affidamento e sulle frequentazioni possono involontariamente portare le figure professionali a trascurare o fraintendere modelli di controllo coercitivo. In particolare, la percezione delle controversie sulle frequentazioni come casi «a basso rischio» o «ordinari» porta ad assegnarle a personale meno esperto, che può valutare la situazione attraverso una lente convenzionale di tutela dei minori. Come evidenziato dall’analisi tematica, questa lente è orientata al danno osservabile e a singoli episodi di maltrattamento. È meno adatta a riconoscere la manipolazione emotiva, i conflitti di lealtà o l’uso dell’autorità pubblica come arma. Quando la resistenza di una persona minore al contatto viene interpretata isolatamente, senza un adeguato riferimento alla qualità precedente della relazione con ciascuna figura genitoriale o alla rottura relazionale seguita alla separazione, le figure professionali possono involontariamente legittimare una dinamica plasmata dalla coercizione. Questa omissione istituzionale può favorire ciò che Stark (2007) definisce «privazione della libertà», quando il controllo coercitivo si prolunga attraverso canali giudiziari e procedurali. Nei casi di alienazione e di comportamenti coercitivi, la figura genitoriale che rifiuta può apparire accomodante e collaborativa, allineandosi alle aspettative procedurali del tribunale. La figura genitoriale alienata, al contrario, può essere dipinta come instabile od ostruttiva a causa del suo modo di manifestare le emozioni. L’avallo di questa lettura da parte dei servizi pubblici, attraverso l’accettazione acritica delle relazioni iniziali, può equivalere a una forma secondaria di maltrattamento, che legittima e rafforza la dinamica alienante primaria. Le figure professionali che operano all’interno di queste strutture possono diventare, senza saperlo, veicoli del controllo coercitivo, istituzionalizzando proprio il danno che hanno il mandato di prevenire.
Questa analisi si intreccia anche con le critiche giuridiche femministe che interrogano il modo in cui la razionalità procedurale del diritto può oggettivare le persone, privando i comportamenti del loro contesto emotivo e relazionale. L’alienazione parentale, originariamente teorizzata come un fenomeno che colpiva in misura sproporzionata i padri, è diventata sempre più un terreno di racconti di genere contrapposti. Storicamente, le denunce di alienazione venivano avanzate dai padri per contestare il ruolo di «guardiane» delle madri o per segnalare una presunta manipolazione emotiva dopo la separazione. Col tempo, tuttavia, il concetto è stato utilizzato anche contro le madri, sia sotto forma di contro-accuse che indeboliscono le denunce di violenza domestica, sia attraverso l’alienazione delle madri stesse dai propri figli e figlie (McCormack 2025).
Le persone intervistate in questo studio hanno segnalato casi in cui le denunce di maltrattamento presentate dalle madri venivano riformulate come tentativi di allontanare la persona minore dal padre, spesso senza un esame sufficiente del maltrattamento stesso. In questi casi, le madri rischiano di essere ricollocate come figura genitoriale ostruttiva, e le loro azioni protettive vengono interpretate come manipolatorie anziché come tutela. Questa dinamica riflette una preoccupazione femminista più ampia: le istituzioni minano spesso la credibilità delle donne quando esprimono conflitto o disagio emotivo. Quando le madri sollevano serie preoccupazioni su un danno o una coercizione, possono essere dipinte come instabili o vendicative, soprattutto se faticano a esporre la propria posizione con compostezza. Al tempo stesso, le madri possono essere anche bersaglio dell’alienazione, vivendo l’erosione, graduale o improvvisa, della relazione con la figlia o il figlio. In questi casi, l’angoscia della madre viene talvolta guardata con sospetto, mentre la figura genitoriale con cui la persona minore si è allineata, di solito il padre, si presenta come collaborativa e centrata sull’infanzia. Questa doppia esposizione rivela il paradosso di genere al cuore dell’alienazione: le madri possono essere rappresentate sia come manipolatrici sia come caregiver inadeguate, a seconda del racconto adottato dal tribunale. Questo processo riproduce una logica in cui l’espressione emotiva — lutto, paura, perseveranza — viene patologizzata e la compostezza viene equiparata alla ragionevolezza, indipendentemente dalle dinamiche relazionali sottostanti. Quando le reazioni emotive vengono astratte dal contesto, diventano segnali di rischio anziché indicatori di trauma. Come sostiene MacKinnon (1989), l’oggettivazione giuridica trasforma le persone in tipi statici e leggibili, appiattendone le esperienze per adattarle alle aspettative istituzionali.
Questa critica riecheggia nelle osservazioni delle persone intervistate, che si sono chieste sommessamente se l’autorità procedurale possa mai accogliere pienamente la complessità emotiva dei casi di alienazione. La tendenza a preferire la calma e la coerenza narrativa al disagio emotivo riflette epistemologie giuridiche più profonde che privilegiano chiarezza ed efficienza rispetto alla comprensione relazionale. È all’interno di questo quadro che il controllo coercitivo può prolungarsi con la massima efficacia: non attraverso un dominio manifesto, ma attraverso la disinvoltura istituzionale, racconti plausibili e la capacità di mobilitare la fiducia procedurale. In questo senso, l’oggettivazione di genere nel diritto di famiglia non è statica né applicata in modo coerente; opera piuttosto attraverso la contraddizione. Le stesse reazioni emotive che un tempo caratterizzavano la dedizione materna vengono ora lette, nel contesto dell’alienazione, come potenziale instabilità. Ciò non solo emargina la figura genitoriale alienata, ma sopprime anche la storia relazionale della persona minore, riducendone l’esperienza vissuta a un’alternativa binaria tra preferenza e resistenza, priva di profondità emotiva.
Il paradosso dell’agentività, centrale in questo articolo, si cristallizza nel trattamento della voce dell’infanzia durante le controversie sulle frequentazioni. Tutte le persone intervistate hanno riconosciuto l’importanza di ascoltare bambine e bambini e di integrarne le opinioni nei procedimenti. Alcune, tuttavia, hanno espresso disagio per il modo in cui tali opinioni vengono interpretate, in particolare quando implicano il rifiuto di una figura genitoriale in assenza di un chiaro rischio pregresso. Questa preoccupazione rinvia direttamente alla concezione evolutiva dei diritti dell’infanzia sancita dall’articolo 12 della CRC, che afferma il diritto di bambine e bambini a essere ascoltati. Tuttavia, come ha sostenuto la critica (Lundy 2007; Freeman 2012), la voce da sola è insufficiente se non viene contestualizzata nelle relazioni vissute dalla persona minore e nelle sue capacità evolutive. I diritti di partecipazione dell’infanzia devono essere bilanciati con i diritti di protezione, in particolare quando le preferenze espresse possono riflettere forme di influenza sottili o indirette. L’articolo mette in luce come le opinioni di bambine e bambini, pur autentiche, siano spesso intrecciate con la lealtà, la paura e strategie di sopravvivenza emotiva. Trattare queste espressioni come neutre o autonome rischia di rafforzare proprio le dinamiche che inibiscono un’autentica agentività. La tendenza istituzionale a cercare risposte definitive dall’infanzia, soprattutto nei casi a forte carica emotiva, può scaricare involontariamente su di essa la responsabilità. Quando una bambina o un bambino dice «Non voglio vedere mio padre» o «Ho paura di mia madre», queste affermazioni vengono comprensibilmente prese sul serio. Eppure, senza un’esplorazione attenta di come siano emerse — che cosa ha visto, quali messaggi ha interiorizzato, quali relazioni sono cambiate — c’è il rischio che il sistema scambi la sopravvivenza per agentività e il trauma per una scelta. Questi esempi illustrano non solo che l’agentività è limitata, ma anche come le interpretazioni professionali, plasmate dalla logica istituzionale, trasformino la voce dinamica dell’infanzia in posizioni giuridiche fisse.
La riforma sistemica, dunque, deve andare oltre una formazione aggiuntiva. Richiede una svolta relazionale nel modo in cui gli enti pubblici concepiscono i diritti dell’infanzia, interpretano le storie familiari e comprendono il danno. Ciò comprende
In definitiva, questi risultati confermano la tesi centrale dell’articolo: i diritti dell’infanzia nei tribunali per la famiglia devono essere interpretati in modo relazionale, non riduttivo. Solo così il diritto può evitare di riprodurre proprio le condizioni di danno emotivo che intende prevenire.
Sebbene questo studio non comprenda interviste dirette ad assistenti sociali, le osservazioni delle figure professionali del diritto offrono un prezioso punto di osservazione su come le valutazioni del servizio sociale vengano percepite e rese operative all’interno del sistema giudiziario. A differenza del personale in prima linea, chi esercita le professioni legali segue molteplici traiettorie di casi nel tempo, il che consente di osservare schemi che potrebbero non essere visibili dall’interno dei singoli servizi. Questa prospettiva trasversale, tra casi e tra professioni, fornisce un livello critico di riflessione su come prendano forma le pratiche sistemiche e su come le logiche istituzionali — in particolare quelle relative a rischio, credibilità e manifestazione delle emozioni — si rafforzino al di là dei confini professionali.
Questo articolo ha esaminato il paradosso dell’agentività dell’infanzia nei casi di alienazione e di comportamenti coercitivi, attingendo a osservazioni qualitative di figure professionali del diritto per esplorare come i sistemi pubblici, pur animati da buone intenzioni, possano agevolare inconsapevolmente il danno emotivo. Ha mostrato come l’inesperienza di parte del servizio sociale, le pressioni istituzionali sui tempi e i racconti procedurali possano oscurare la complessità relazionale e rafforzare le prospettive genitoriali dominanti. I risultati complicano le letture tradizionali dell’alienazione come semplice questione di manipolazione o di resistenza. Richiamano invece l’attenzione su come il controllo coercitivo possa prolungarsi attraverso sistemi accomodanti e su come la voce dell’infanzia, pur centrale, possa essere fraintesa quando viene estratta dal suo contesto relazionale. In tal modo, lo studio conferma le critiche femministe esistenti alla pratica del diritto di famiglia e offre contributi originali mettendo in primo piano i racconti delle figure professionali del diritto come forma peculiare di «testimonianza istituzionale», una lente che rivela come le logiche delle aule giudiziarie e le dinamiche interprofessionali determinino gli esiti delle controversie di alienazione. Per rispondere a queste sfide, l’articolo propone riforme in tre ambiti chiave: la pratica del servizio sociale, il processo giudiziario e l’interpretazione dei diritti dell’infanzia.
I tribunali per la famiglia classificano spesso le famiglie in fase di separazione come a basso rischio rispetto ai casi di tutela dei minori. Le persone intervistate in questo studio hanno tuttavia suggerito che questa impostazione può oscurare la complessità delle controversie sull’affidamento e sulle frequentazioni, in particolare quando le dinamiche emotive o relazionali vengono fraintese. Questi casi sono spesso gestiti da assistenti sociali di recente abilitazione o ancora in formazione, il cui sguardo è stato plasmato, spesso profondamente, da una cultura professionale radicata nelle lezioni di tragedie di grande risonanza come quelle di Baby P e di Victoria Climbié. Per molte di queste persone, l’imperativo di «non lasciarsi mai sfuggire un danno» è profondamente interiorizzato. Sebbene questa vigilanza resti essenziale nella tutela dei minori, può tradursi in risposte eccessivamente difensive o interventiste nei casi di rottura familiare. Quando una persona minore fa un commento che in altre circostanze potrebbe essere inteso come frustrazione legata alla situazione, lutto o ambiguità evolutiva, si tende a interpretarlo attraverso una lente di tutela. Ciò può portare a costruire un rischio dove non esiste e ad amplificare preoccupazioni che erano, in sostanza, relazionali e non di protezione. Anche con le migliori intenzioni, le figure professionali possono fraintendere commenti a forte carica emotiva, soprattutto se non hanno esperienza nel contestualizzarli all’interno della storia relazionale della persona minore. Possono ricorrere per default a giudizi binari — sicuro contro non sicuro, collaborativo contro ostruttivo — invece di fondare le proprie valutazioni su una comprensione relazionale più completa della famiglia. Ciò non solo compromette la qualità delle valutazioni, ma può distorcere il modo in cui viene ascoltata la voce della persona minore e interpretato il comportamento genitoriale. Al tempo stesso, è importante riconoscere che le controversie sull’affidamento e sulle frequentazioni non sono sempre prive di rischi. La volatilità emotiva e il potenziale di controllo coercitivo che possono emergere nei contesti post-separazione possono rappresentare minacce significative per il benessere della persona minore e per la sua relazione con entrambe le figure genitoriali e con la famiglia allargata. Il servizio sociale ha quindi bisogno di un sostegno specifico per affrontare queste complessità con finezza e sicurezza. Le figure professionali coinvolte nelle controversie sulle frequentazioni devono essere sostenute nell’interpretare il comportamento e le preferenze espresse dell’infanzia all’interno di un contesto relazionale e storico più ampio. Ciò implica garantire che
Le figure genitoriali alienate, che siano madri o padri, sono spesso svantaggiate da presupposti procedurali e dal consolidarsi dei racconti. Questo studio conferma risultati precedenti secondo cui i tribunali possono rafforzare involontariamente dinamiche coercitive quando le letture iniziali di ostilità o resistenza si cristallizzano in racconti determinanti (McCormack 2025; Holt 2017; Meier and Dickson 2017). Il suo contributo consiste nel mostrare come le stesse figure professionali del diritto riconoscano queste dinamiche come esiti di un’«oggettivazione istituzionale», in cui il comportamento genitoriale viene classificato in alternative binarie riduttive che oscurano le storie relazionali. Per contrastare ciò
Misure di questo tipo possono impedire che i racconti iniziali si cristallizzino e garantire che le decisioni giudiziarie riflettano una comprensione più completa delle dinamiche familiari.
Infine, questo articolo chiede un’interpretazione più relazionale dei diritti dell’infanzia nei procedimenti di famiglia. L’articolo 12 della CRC garantisce il diritto di bambine e bambini a essere ascoltati, ma questo diritto deve essere esercitato insieme ai diritti alla protezione, all’identità e al legame.
In conclusione, questo articolo afferma che l’alienazione parentale è un fenomeno con profonde implicazioni per l’infanzia e per madri e padri, ampliando al tempo stesso la letteratura con la concettualizzazione delle osservazioni delle figure professionali del diritto come testimonianza istituzionale. Questa lente interpretativa mostra come i processi giudiziari rendano leggibili il servizio sociale e la voce dell’infanzia attraverso quadri epistemici che privilegiano alcune forme di conoscenza emarginandone altre. Riconoscere questa dualità è essenziale: l’agentività dell’infanzia non viene semplicemente espressa, ma è coprodotta all’interno di contesti istituzionali in cui vulnerabilità ed espressione coesistono. Una persona minore può esprimere un’opinione che sente autentica nel momento, e restare tuttavia vincolata da dinamiche relazionali che sfuggono al suo controllo.
Complexe Systémique: punti chiave
L’interesse di questo testo risiede meno nella nozione di alienazione parentale, che resta aspramente contestata, che in ciò che mostra dei circuiti istituzionali. Una relazione scritta in fretta, da un’équipe inesperta, recepisce il racconto della figura genitoriale più calma e più a suo agio con le procedure; il lutto dell’altra diventa «instabilità»; la voce della persona minore, estratta dalla sua storia, diventa prova. In una lettura sistemica, si tratta di un circolo: l’istituzione entra nel triangolo familiare e congela una configurazione. L’invito a collocare la voce dell’infanzia nel suo contesto, a interrogare la rottura improvvisa di un legame prima sicuro e a non far portare all’infanzia il peso della risoluzione del conflitto riecheggia il lavoro clinico sui conflitti di lealtà. Ma questi risultati vanno letti con cautela: si basano unicamente sulle percezioni di 20 figure professionali del diritto, senza la voce di bambine e bambini, di madri e padri o del servizio sociale, e la nozione può anche servire a screditare denunce di violenza, come riconosce l’articolo stesso. Da leggere insieme a l’articolo sull’alienazione parentale, mito o realtà, e l’articolo sull’alta conflittualità genitoriale vista dai servizi norvegesi.
Note dell’originale
Finanziamento. L’autrice non ha ricevuto finanziamenti specifici per questo lavoro.
Dichiarazione etica. La ricerca ha ottenuto l’approvazione etica della Queen's University Belfast.
Conflitti di interesse. L’autrice dichiara di non avere conflitti di interesse.
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Traduzione non ufficiale in italiano di Children's Agency in Contact Disputes: Navigating Protection, Participation and Alienation, di Mairead McCormack, Child & Family Social Work, vol. 31, no 3 (2026), doi: 10.1111/cfs.70092, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (traduzione, tabella presentata sotto forma di elenco). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Traduzione non ufficiale dell’articolo originale «Children's Agency in Contact Disputes: Navigating Protection, Participation and Alienation», pubblicato in Child & Family Social Work (2026) con licenza CC BY 4.0. Tradotto in italiano da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; la presentazione è stata adattata per la lettura online, come indicato in apertura di questa pagina. Fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
McCormack, M. (2026). Children's Agency in Contact Disputes: Navigating Protection, Participation and Alienation. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/childrens-agency-in-contact-disputes-navigating-protection-participation-and-alienation (Opera originale pubblicata nel 2025 in Child & Family Social Work, 31(3), 1761-1772 (2026); ripubblicata nel 2026 da Child & Family Social Work, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/cfs.70092)
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