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Social Sciences · Tutela dei minori

L’ambivalenza nei procedimenti di tutela dei minori: il punto di vista dei genitori sulle loro interazioni con le autorità di protezione

In Svizzera, l’apertura di un procedimento davanti all’Autorità di protezione dei minori e degli adulti è vissuta anzitutto come una minaccia all’integrità genitoriale. A partire da interviste con dieci genitori, Aline Schoch e Gaëlle Aeby mostrano come i genitori si difendono da questa ferita e che cosa permette loro di partecipare: un sostegno rapido, voce in capitolo sui tempi del procedimento, misure negoziate.

Autrici Aline Schoch (Institute for Studies in Children and Youth Services, School of Social Work, University of Applied Sciences Northwestern Switzerland FHNW, Muttenz) e Gaëlle Aeby (Centre for Evaluation and Legislative Studies, Faculty of Law, University of Geneva), SvizzeraPrima pubblicazione Social Sciences, 27 luglio 2022Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Ambivalence in Child Protection Proceedings: Parents’ Views on Their Interactions with Child Protection Authorities, di Aline Schoch e Gaëlle Aeby, pubblicato in Social Sciences (MDPI) (2022), doi: 10.3390/socsci11080329, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le dichiarazioni di fine articolo sono raggruppate nelle note. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Costruire fiducia, riconoscere la competenza dei genitori e prendere atto dei loro bisogni sono elementi chiave per ristabilire l’integrità genitoriale.

Aline Schoch e Gaëlle Aeby

Abstract

La tutela dei minori è un campo caratterizzato da tensioni e ambivalenze intrinseche, legate all’intervento dello Stato nella sfera familiare e a un doppio mandato di aiuto e controllo. Questo articolo si concentra sulla partecipazione dei genitori ai procedimenti di tutela dei minori di natura legale e sull’ambivalenza che vivono nelle loro interazioni con l’Autorità di protezione dei minori e degli adulti in Svizzera (CAPA). L’obiettivo è esplorare il punto di vista dei genitori su ciò che, nelle loro interazioni con la CAPA, considerano un ostacolo o un fattore facilitante per poter partecipare pienamente ai procedimenti di tutela dei minori. L’articolo si basa su un ampio progetto di ricerca interdisciplinare che comprende casi multiprospettici raccolti in quattro cantoni svizzeri e si concentra su interviste in profondità con dieci genitori biologici. I risultati mostrano che l’ambivalenza è insita nelle interazioni tra genitori e CAPA, poiché la semplice apertura di un procedimento di tutela è vissuta come una minaccia all’integrità dei genitori. Costruire fiducia, riconoscere la competenza dei genitori e prendere atto dei loro bisogni sono elementi chiave per ristabilire l’integrità genitoriale, che sembra essere un prerequisito fondamentale per ridurre l’ambivalenza e favorire la partecipazione ai procedimenti di tutela dei minori.

Parole chiave: tutela dei minori, genitori, ambivalenza, riconoscimento, partecipazione, integrità

1. Introduzione

A lungo il campo della tutela dei minori ha considerato le pratiche e le politiche di protezione come risposte lineari al maltrattamento e alla trascuratezza nei confronti dell’infanzia, ma di recente si sta allontanando da questa visione, riconoscendo che tali pratiche e politiche hanno dinamiche e determinanti proprie (Parton 2022), che possono produrre tensioni e ambivalenze intrinseche a diversi livelli. Queste tensioni di fondo nascono perché le autorità di protezione dei minori hanno un doppio mandato apparentemente contraddittorio di aiuto e controllo (Böhnisch and Lösch 1973; Featherstone et al. 2014; Mitchell 2022) o, in altre parole, di aiuto e intervento. Ciò significa che le autorità hanno il dovere di intervenire nelle famiglie ricorrendo a misure potenzialmente coercitive e limitando i diritti genitoriali per proteggere i minori dal maltrattamento e dalla trascuratezza e garantirne il benessere. Numerosi studi indicano che coinvolgere le famiglie nei procedimenti di tutela dà luogo a esperienze ed emozioni ambivalenti ma differenziate, sia nei genitori sia nei figli e nelle figlie. Gli interventi di tutela possono portare a vivere sentimenti negativi come paura, vergogna, stigma, impotenza, mancanza di rispetto e rabbia, ma anche sentimenti positivi (Bekaert et al. 2021; Cossar et al. 2016; Dale 2004; Dillon et al. 2016; Dumbrill 2006; Featherstone et al. 2014; Gibson 2019; Petersen 2018; Wolff et al. 2016; Quick and Scott 2019). Aspetti positivi come fiducia, dialogo, sostegno e rispetto sono dimensioni relazionali molto importanti per favorire esperienze positive, come indica la letteratura disponibile (Arbeiter and Toros 2017; Bekaert et al. 2021; Dumbrill 2006; Featherstone et al. 2014; Gallagher et al. 2012; Husby et al. 2018; Höjer 2011; Rüegger et al. 2021). È stato dimostrato che le esperienze positive aiutano a coinvolgere i genitori, il che è fondamentale per ottenere esiti positivi dagli interventi di tutela (Gibson 2019; Arbeiter and Toros 2017). Inoltre, i sentimenti ambivalenti dei genitori sono comprensibili, poiché l’intervento dello Stato nella sfera familiare privata avviene in un contesto di difficoltà familiari preesistenti e può avere sulla vita dei singoli membri della famiglia un impatto biografico importante, imprevedibile e duraturo.

In questo contesto complesso, le autorità di protezione dei minori devono garantire il diritto di partecipazione delle persone interessate, sia dei genitori sia dei figli e delle figlie. Healy e Darlington (2009, p. 420) problematizzano la nozione di partecipazione intesa come «lavorare con» la persona assistita e, al tempo stesso, l’obbligo per chi opera nella tutela dei minori di esercitare, se necessario, un potere contrario ai desideri di quella persona. Ciò illustra come i genitori si trovino in una posizione (decisionale) di minor potere rispetto alle figure professionali della tutela (Featherstone et al. 2014). Ne nasce un conflitto quando si intende la partecipazione come processo deliberativo (Habermas 1981) e si afferma che decisioni legittime possono essere prese solo deliberando alla pari con le persone interessate (Willumsen and Skivenes 2005). La tensione strutturale tra partecipazione e contesto di potenziale coercizione è insita nella tutela dei minori di natura legale ed è estremamente impegnativa. Healy e Darlington (2009, pp. 421–22) hanno rilevato che le tensioni insite nei casi di tutela affondano le radici nei molteplici ruoli e status dei genitori, ad esempio «in quanto persone che si prendono cura, membri della cittadinanza titolari di diritti e soggetti di accuse di messa in pericolo dei minori». Come sosterremo, la sociologia dell’ambivalenza riprende la questione dei ruoli e offre spiegazioni illuminanti per comprendere l’ambivalenza iscritta nelle interazioni dei procedimenti di tutela. Il concetto di ambivalenza sociologica è stato utilizzato negli studi sulle relazioni familiari, in particolare sulle relazioni e sui ruoli intergenerazionali (Aeby et al. 2021; Connidis 2015; Connidis and McMullin 2002; Lüscher 2002; Lüscher and Pillemer 1998; Hillcoat-Nallétamby and Phillips 2011; Rappoport and Lowenstein 2007; Willson et al. 2003), ma non è stato applicato al campo della tutela dei minori (con la notevole eccezione di un recente studio sull’affido familiare di Järvinen e Luckow (2020)). Sebbene la ricerca abbia evidenziato ambivalenze e tensioni organizzative nel campo della tutela dei minori, le ha spiegate soprattutto con concetti tratti dalla teoria della burocrazia di strada (street-level bureaucracy) di Lipsky (1980) (Koch et al. 2019). Per quanto utile, in particolare per comprendere il punto di vista delle figure professionali, il concetto di ambivalenza offre una prospettiva complementare e necessaria quando si considerano le interazioni concrete tra attori (i genitori) e il loro radicamento in un contesto sociale più ampio (con radici nella teoria delle figurazioni di Norbert Elias (1983); si veda anche Hillcoat-Nallétamby and Phillips 2011).

Questo articolo si concentra sui genitori e sulla loro prospettiva, poiché si sa poco di come vivano le loro interazioni concrete con le autorità svizzere di protezione dei minori (Biesel et al. 2017; Schoch et al. 2020). Descriviamo dapprima brevemente il contesto svizzero, quindi discutiamo il concetto di ambivalenza e la sua applicabilità al campo della tutela dei minori. Dopo aver precisato il nostro approccio metodologico, presentiamo i risultati dell’analisi dei dati qualitativi ed esploriamo i sentimenti ambivalenti dei genitori coinvolti in procedimenti di tutela di natura legale, nonché le loro strategie di interazione con le autorità. Infine, discutiamo quali interazioni i genitori considerino favorevoli od ostacolanti per la loro partecipazione ai procedimenti.

1.1. Il contesto svizzero della tutela dei minori

In Svizzera, l’Autorità di protezione dei minori e degli adulti (CAPA) è un organo decisionale di tipo giudiziario che interviene a seguito delle segnalazioni di messa in pericolo presentate in caso di sospetto maltrattamento o trascuratezza. La CAPA è responsabile della conduzione dei procedimenti di tutela, il che comporta la valutazione del benessere del minore (o l’incarico di tale valutazione a un servizio sociale), l’incontro con le persone interessate nel quadro di audizioni formali e l’adozione di decisioni di tutela in base al diritto civile federale svizzero (Schnurr 2017; Schoch et al. 2020). Secondo il sistema federalista svizzero, l’organizzazione della CAPA, come quella di tutti gli altri servizi di sostegno alla tutela dei minori, è di competenza dei cantoni. Il sistema svizzero di tutela dei minori somiglia quindi piuttosto a un mosaico di 26 regimi cantonali (Jud and Knüsel 2019; Schnurr 2017). In generale, durante i procedimenti di tutela, la CAPA segue il principio dell’assenza di colpa, concentrandosi sul benessere del minore. Nella scelta di una misura di protezione, la CAPA deve tener conto dei principi di proporzionalità (il minimo intervento possibile, ma quanto necessario per garantire il benessere del minore), complementarità (integrare l’azione dei genitori, senza assumere responsabilità che sono in grado di adempiere) e sussidiarietà (farsi carico dei compiti non svolti dai genitori per garantire il benessere del minore) (Fassbind 2016; Schnurr 2017).

È tuttavia fondamentale ricordare che, secondo il Codice civile svizzero, l’Autorità di protezione dei minori e degli adulti è autorizzata a disporre misure di protezione, e quindi a intervenire nella famiglia, solo se i genitori non possono o non vogliono risolvere le situazioni di messa in pericolo individuate. Separatamente dalla tutela legale, enti sociali come i servizi sociali generali o i servizi per l’infanzia offrono consulenza e/o facilitano l’accesso a servizi di sostegno non obbligatori per famiglie e minori. Si parla spesso, a questo proposito, della parte «volontaria» del sistema svizzero di tutela dei minori. Questi servizi (così come, ad esempio, le scuole o qualsiasi privato) possono presentare una segnalazione di messa in pericolo se il benessere del minore sembra a rischio (Rosch and Hauri 2016). Così, il coinvolgimento «volontario» di una famiglia con i servizi di sostegno può trasformarsi in un procedimento di tutela legale (non volontario) condotto dalla CAPA. Agli occhi dei genitori, i confini tra questi due tipi di servizi di tutela appaiono spesso piuttosto sfumati (Koch et al. 2019; Koch and Schoch 2022; Schnurr 2017).

1.2. Ambivalenza e tensioni nei procedimenti di tutela dei minori: quadro teorico

L’ambivalenza può essere definita come la compresenza duratura di dimensioni positive e negative all’interno di una stessa relazione (Lüscher 2002). Connidis e McMullin (2002) hanno concettualizzato l’ambivalenza come contraddizioni socialmente strutturate che si manifestano nell’interazione. La sociologia dell’ambivalenza si concentra quindi sull’ambivalenza che una persona può vivere nelle interazioni sociali, e non sull’ambivalenza intrapersonale che può provare in senso psicologico. L’ambivalenza sociologica nasce da «aspettative normative incompatibili riguardo ad atteggiamenti, credenze e comportamenti assegnati a uno status» e inoltre «rimanda a tendenze normative opposte nella definizione sociale di un ruolo» (Merton and Barber 1976, pp. 10, 12). Norme e contronorme potenzialmente in conflitto sono incorporate nella definizione sociale di un ruolo e delimitano la gamma di comportamenti normativamente accettabili per svolgere funzioni diverse (Merton and Barber 1976, pp. 17–19). Ad esempio, il ruolo di medico richiede una «oscillazione dei comportamenti: tra distacco [affettivo] e compassione, tra disciplina e permissività, tra trattamento personale e impersonale» (Merton and Barber 1976, p. 8). L’ambivalenza è di conseguenza insita in ogni ruolo e può essere intesa come «conflitto in situazioni strutturate e nella struttura sociale» (Merton and Barber 1976, p. 19). Pertanto anche la relazione tra «professionisti» e cosiddetti «clienti» — come quella tra una o un medico e chi si rivolge a lei o a lui — va intesa come strutturalmente ambivalente (Merton and Barber 1976, p. 19).

Esistono anche fonti esterne e strutturali di ambivalenza nei confronti di un ruolo. Per il campo della tutela dei minori, la più importante è il contesto sociale dell’interazione tra utenza e figure professionali, caratterizzato da uno squilibrio di potere a favore di queste ultime: i membri dell’Autorità di protezione dei minori e degli adulti (CAPA), che detengono il potere decisionale e dispongono di conoscenze specialistiche sul benessere dell’infanzia. L’utenza è qui costituita da genitori che sentono di essere percepiti come inadeguati agli occhi dell’autorità (Quick and Scott 2019, p. 486) e che sono sospettati di avere problemi e bisogno di sostegno. La relazione tra genitori e figure professionali è quindi caratterizzata da un’ansia di fondo nei genitori, radicata nell’incertezza su «come stiano davvero le cose» e su quale sarà l’esito (Merton and Barber 1976, p. 23). Ciò si applica molto bene al contesto dei procedimenti di tutela, in cui possono essere decise misure coercitive se le figure professionali le ritengono necessarie per garantire o ripristinare il benessere del minore. Inoltre, i genitori possono sperare di essere rassicurati e aiutati grazie alle «conoscenze specialistiche» delle figure professionali (Merton and Barber 1976, pp. 27–28). L’autorità o il potere di queste ultime può rafforzare l’ansia dei genitori, perché le loro conoscenze specialistiche creano una dipendenza per la soluzione del problema. Un buon esempio sarebbero le conoscenze specialistiche dell’autorità sulle diverse misure e sulle offerte di sostegno esistenti nella regione, che difficilmente i genitori conoscono. Alcune persone provano inoltre vergogna per la propria incapacità di risolvere da sole i problemi e per il bisogno di un aiuto professionale. I sentimenti ambivalenti dei genitori sono ulteriormente alimentati dal fatto che, a differenza della clientela di un servizio commerciale, di solito non possono uscire facilmente dalla relazione con le figure professionali. Di conseguenza, nel caso dei procedimenti di tutela legale, in cui la cooperazione tra genitori e autorità è obbligatoria e possono essere adottate misure di protezione coercitive, i sentimenti ambivalenti possono aumentare ancora di più. Inoltre, la relazione è accompagnata dal timore dei genitori di non essere all’altezza delle aspettative delle figure professionali sul modo di agire. I genitori possono sentirsi frustrati od ostili nei loro confronti, poiché queste possono chiedere loro di abbandonare abitudini e pratiche o di rivelare informazioni private su comportamenti potenzialmente vergognosi. Ciò può intaccare la loro autostima. L’autorità delle figure professionali può quindi suscitare nei genitori sentimenti ambivalenti, oscillanti tra rispetto, ammirazione, amore e paura, odio e disprezzo (Merton and Barber 1976, pp. 19–28).

Le questioni di potere sono infatti cruciali per comprendere le tensioni e l’ambivalenza che nascono dalle interazioni. Anche in una posizione strutturalmente più debole, genitori e minori vanno intesi come attori sociali attivi, la cui capacità di agire dipende da caratteristiche variabili, facilitanti o restrittive, delle strutture sociali (Duncan 2019; Raithelhuber and Schröer 2018; Schoch et al. 2020). Per citare Connidis e McMullin (2002, p. 558): «L’ambivalenza è un concetto particolarmente utile quando è inserita in un quadro teorico che considera la struttura sociale come insieme di relazioni sociali strutturate e gli individui come attori che esercitano la propria capacità di agire mentre negoziano le relazioni entro i vincoli della struttura sociale».

Questo aspetto relazionale richiama la teoria del riconoscimento di Honneth (1995), con i suoi tre assi del riconoscimento, e può essere applicato alla relazione tra figure professionali e genitori nel contesto dei procedimenti di tutela, come mostrato in un articolo precedente (Schoch et al. 2020). (1) L’asse dell’amore è legato alle esperienze d’amore nelle relazioni strette, come tra partner, familiari o amici e amiche, che generano fiducia in sé. Le esperienze di violenza sarebbero un segno di mancato riconoscimento su questo asse e rimandano a interazioni in cui le persone mostrano una mancanza di autentica empatia e di attenzione per i sentimenti altrui. (2) Il riconoscimento sull’asse dei diritti si realizza se le persone hanno diritti e sono trattate in modo paritario, il che è fonte di rispetto di sé. Se le persone sono escluse da determinati diritti, questo asse del riconoscimento non è rispettato. In questa prospettiva, i diritti devono essere attivamente garantiti a tutte le persone interessate durante i procedimenti di tutela. (3) Il riconoscimento sull’asse della solidarietà può essere vissuto se vi è rispetto per le opinioni, i ruoli, lo status, gli atteggiamenti o le competenze altrui. Ciò rafforza l’autostima. L’opposto del riconoscimento nella forma della solidarietà è vissuto sotto forma di vergogna, denigrazione o perdita dell’onore. Ciò si collega al riconoscimento dei diversi ruoli, della competenza e delle opinioni divergenti dei genitori, anche quando possono essere necessarie misure di protezione. Le esperienze di misconoscimento su questi assi possono portare a resistenza sociale, conflitto e lotta per il riconoscimento delle persone, in un modo che ristabilisca la dignità perduta.

La teoria del riconoscimento può essere un approccio stimolante per definire e stabilire l’integrità nelle interazioni sociali. L’integrità può essere definita in generale come uno stato di solidità fisica e psicologica, nonché come l’opportunità e la capacità di raggiungere obiettivi che ci si è dati (Becker-Lenz and Müller-Hermann 2013, p. 212). Pertanto, se nei procedimenti di tutela genitori o minori subiscono un misconoscimento in una delle forme sopra citate, ad esempio violenza psicologica, mancato rispetto dei loro diritti o ruoli o un sentimento di vergogna, ciò può essere considerato una violazione della loro integrità. Inoltre, il non sentirsi adeguatamente ascoltati, o la mancanza di empatia quando si esprime un’opinione, limita la capacità di una persona di definire o raggiungere i propri obiettivi e ne riduce quindi l’integrità. Proponiamo di conseguenza di collegare la sociologia dell’ambivalenza, la teoria del riconoscimento e il concetto di integrità per analizzare la prospettiva dei genitori sulle loro interazioni con le autorità di protezione dei minori.

2. Materiali e metodi

2.1. Raccolta dei dati e campione

I nostri dati provengono da un progetto di ricerca interdisciplinare intitolato «Integrità, autonomia e partecipazione: come vivono minori e genitori i procedimenti delle Autorità di protezione dei minori e degli adulti?». Lo studio empirico comprendeva tre parti: una parte qualitativa con osservazioni partecipanti di audizioni condotte dalla CAPA nel 2019 (1a) e interviste multiprospettiche basate su casi nel 2019 e nel 2020 (1b), un’indagine quantitativa online nel 2021 e nel 2022 (2) e focus group nel 2022 (3). Per questo articolo abbiamo utilizzato soltanto i dati della parte 1b (interviste). Il nostro metodo di raccolta dei dati si è basato sul metodo del lavoro sui casi multiprospettico, ben noto nel servizio sociale (Müller 2017). Esso implica l’integrazione di tutte le prospettive, ossia quelle dei genitori, dei minori e dei membri della CAPA, per contestualizzare e collegare le esperienze soggettive. Le interviste semistrutturate sono state condotte da ricercatrici e ricercatori esperti con una formazione specifica nel lavoro con popolazioni traumatizzate (Gorin et al. 2008, p. 280). Il reclutamento è avvenuto in collaborazione con due CAPA situate nella regione germanofona della Svizzera e due CAPA situate nella regione francofona.

Nello studio sono stati raccolti dati relativi a dieci casi, comprendenti almeno la prospettiva di un membro della CAPA e quella di un membro della famiglia, genitore o minore (1b). Le due condizioni di inclusione erano che una decisione fosse già stata presa, per non interferire con il processo decisionale, e che l’ultima decisione (poiché spesso le decisioni si susseguono nel tempo) fosse stata presa nell’anno precedente, per evitare distorsioni del ricordo e consentire alle persone partecipanti di riflettere sull’intero processo. Questo articolo si basa tuttavia su un sottoinsieme di sette casi, poiché tre casi non includevano la prospettiva dei genitori (cfr. tabella 1).

Tabella 1 — Sintesi del campione di dati.

  • Caso: C1; Interviste ai genitori: padre; Altre interviste: membro della CAPA e supplente; Segnalazione: autosegnalazione e terzi
  • Caso: C2; Interviste ai genitori: madre; Altre interviste: membro della CAPA e supplente, minore; Segnalazione: autosegnalazione e terzi
  • Caso: C3; Interviste ai genitori: madre, padre (interviste separate); Altre interviste: membro della CAPA e supplente; Segnalazione: terzi
  • Caso: C4; Interviste ai genitori: madre; Altre interviste: membro della CAPA e supplente; Segnalazione: autosegnalazione
  • Caso: C5; Interviste ai genitori: madre e padre (intervista congiunta); Altre interviste: membro della CAPA e supplente; Segnalazione: autosegnalazione
  • Caso: C6; Interviste ai genitori: madre, padre (interviste separate); Altre interviste: membro della CAPA, minore; Segnalazione: autosegnalazione e terzi
  • Caso: C7; Interviste ai genitori: madre; Altre interviste: membro della CAPA, minore; Segnalazione: autosegnalazione

In due casi i genitori non erano più presenti nella vita dei figli (un minore con il padre deceduto e la madre all’estero; un minore abbandonato presso un parente diventato la sua famiglia affidataria). Nel terzo caso non siamo riusciti a organizzare un’intervista con i genitori a causa dell’inizio della pandemia di COVID-19. Da questi sette casi abbiamo ottenuto in totale nove interviste con dieci genitori biologici (sei madri e quattro padri). Il numero più elevato di partecipanti donne riflette l’attenzione rivolta alle madri nella tutela dei minori (Brandon et al. 2019). Ci siamo concentrati su famiglie con situazioni di messa in pericolo diverse dai soli conflitti sul diritto di visita. Il campione non comprende casi di abuso sessuale. Il metodo di reclutamento tramite la CAPA ha probabilmente prodotto una distorsione di selezione verso i casi più semplici. È infatti probabile che i genitori percepiti come poco collaborativi o fortemente insoddisfatti avessero meno probabilità di essere invitati e fossero meno disposti a partecipare al nostro studio. Il fatto che la segnalazione di messa in pericolo provenga principalmente dai genitori stessi sembra sostenere questa ipotesi di distorsione di selezione. In tutti i casi tranne uno, infatti, i genitori hanno riferito di essersi rivolti di propria iniziativa alla CAPA per ricevere sostegno in situazioni familiari conflittuali, anche quando ciò avveniva parallelamente a una segnalazione da parte di terzi (tre casi). Solo in un caso (C3) i genitori sono stati segnalati esclusivamente da terzi. Tuttavia, anche in caso di autosegnalazione, è spesso coinvolta una figura professionale che conosce la situazione familiare e consiglia ai genitori di farlo (ad esempio un’insegnante nel C7). È quindi probabile che non tutti i genitori fossero intrinsecamente motivati a rivolgersi volontariamente alla CAPA, ma piuttosto spinti dalla minaccia che terzi potessero farlo al loro posto (Koch and Schoch 2022). Tutte le interviste sono state registrate e trascritte integralmente, a eccezione di una in cui sono stati presi appunti, poiché il genitore aveva rifiutato la registrazione.

2.2. Metodo di analisi delle interviste

Il disegno di studio di casi multiprospettico utilizzato in questa ricerca è adattato da un approccio all’analisi dei casi gravi o mortali di tutela dei minori, noto come laboratorio dialogico-sistemico dei casi (Biesel and Wolff 2013). Abbiamo analizzato i dati delle interviste in un processo in due fasi: dapprima un approccio ricostruttivo, basato sulla procedura integrativa per l’analisi ricostruttiva (Kruse et al. 2011), è stato applicato a due casi completi e a tutte le persone intervistate in quei casi (minori, genitori e membri della CAPA). In questa prima fase analitica abbiamo ricostruito il significato del caso specifico e individuato gli schemi e i temi ricorrenti riferiti dai genitori. Sulla base di queste conoscenze, la seconda fase analitica è consistita in un’analisi di ispirazione tematica (Braun and Clarke 2006) su tutti i casi. L’analisi tematica mira a individuare nei dati temi o schemi rilevanti rispetto alla domanda di ricerca. Come strategia di inquadramento, con una prospettiva teoricamente informata ma aperta (Braun and Clarke 2006), ci siamo concentrati sugli schemi ricorrenti nelle interazioni tra genitori e membri della CAPA in cui le persone intervistate riferivano di aver vissuto una partecipazione ostacolata o facilitata durante i procedimenti di tutela (un approccio deduttivo aperto). Con questa strategia di analisi abbiamo potuto restare vicini ai dati, individuando i temi in base alla loro definizione di «centralità» (keyness) (Braun and Clarke 2006, p. 82).

3. Risultati

3.1. L’ambivalenza alla radice del procedimento: vivere la minaccia all’integrità genitoriale

La maggior parte dei genitori non aveva chiaro se la decisione di presentare una segnalazione di messa in pericolo fosse motivata intrinsecamente o se la motivazione fosse estrinseca, dovuta alla minaccia che altre persone potessero farlo al loro posto. Ciò rimanda alla prima ambivalenza strutturale di aiuto e controllo in questo campo: una volta che la CAPA riceve una segnalazione di messa in pericolo (presentata da un genitore e/o da terzi, come la scuola, un servizio sociale o un privato), i genitori sono giuridicamente tenuti a collaborare alla valutazione e, se necessario, ad accettare misure di protezione.

I genitori intervistati interpretano in primo luogo l’intervento della CAPA come il segno che, in generale, devono aver perso il «controllo» (C2) della situazione o che qualcosa «non andava davvero» (C5) nel sistema familiare. Alcuni genitori parlano della difficoltà di perdere il controllo e l’influenza sulla situazione, e di aver attraversato un processo interiore per riconoscere di non essere in grado di sostenere a sufficienza i propri figli, ammettendo di sentirsi incapaci di risolvere da soli le proprie difficoltà e di aver bisogno di sostegno. In questo contesto di escalation, la CAPA era di solito vista come una soluzione di ultima istanza, «l’ultima possibilità» (C5) per evitare un collocamento extrafamiliare (in caso di richiesta volontaria), oppure come un vicolo cieco (in caso di segnalazione da parte di terzi).

Benché i genitori stessi riferiscano di essere stati, in certi momenti, contenti del coinvolgimento della CAPA, il loro contatto è stato senza eccezione accompagnato da ambivalenza, con sentimenti che oscillavano contemporaneamente tra negativo e positivo. Tutti i genitori riferiscono — in misura diversa e in fasi diverse — di essere stati anche scettici, diffidenti o ansiosi nei confronti della CAPA. Inoltre, i genitori riferiscono non solo di aver ricevuto sostegno, ma anche di aver provato forti sentimenti negativi come dubbi su di sé, autorimprovero e/o vergogna per il fatto di dipendere da un aiuto esterno. Questi temi emergevano spesso in modo implicito o in una formulazione negativa, come si vede nella citazione seguente:

«Non si tratta del mio orgoglio ferito: ho fallito come madre? Anche se due sono venuti su bene e il terzo adesso, ehm, va un po’ oltre il limite, ehm, sì, se riesci a stare al di sopra di questo, allora, credo, il contatto con la CAPA è buono.»

(C4)

Una madre afferma esplicitamente che l’esperienza più dolorosa durante il procedimento di tutela è stata sentirsi percepita dalla CAPA come una cattiva madre, come una minaccia per il proprio figlio (C3). È interessante notare che tutti i genitori intervistati toccano la questione di poter essere sospettati di essere una figura genitoriale incurante, dannosa o cattiva. Un’altra madre descrive esplicitamente il coinvolgimento della CAPA come «umiliante», perché come madre si desidera avere tutto «sotto controllo» e si vorrebbe fare «le cose per bene» (C2). Alcuni genitori hanno detto di aver trovato estenuante, o perfino umiliante, dover rivelare informazioni private come le proprie difficoltà familiari più e più volte davanti a diverse figure professionali durante il procedimento, e magari anche a professioniste e professionisti dei servizi volontari consultati prima del procedimento.

Indipendentemente dal contesto o dalle specificità del caso, tutti i genitori intervistati riferiscono che il loro ruolo genitoriale è stato messo in discussione. Ciò è vissuto come doloroso o vergognoso, abbassa l’autostima dei genitori e può essere interpretato come una violazione dell’integrità genitoriale, poiché — nei termini della teoria del riconoscimento — provare vergogna è considerato una mancanza di riconoscimento. Indica inoltre che l’integrità genitoriale potrebbe essere minacciata di per sé dalla semplice apertura di un procedimento di tutela.

Sembra opportuno menzionare un’osservazione importante, anche se non può essere approfondita. La minaccia alla propria integrità sembra essere ancora più grave per le madri, poiché spesso sono percepite come la «responsabile principale del caso», come l’ha descritto una madre (C5). Ciò è in linea con ricerche precedenti sul coinvolgimento differenziato di madri e padri nella tutela dei minori (Brandon et al. 2019; Vogel Campanello et al. 2021; Aeby et al. 2021). Sembra che, concentrandosi sulla madre come interlocutrice principale, i padri possano essere relegati in una posizione marginale nel corso del procedimento.

Nonostante l’esperienza di un’integrità genitoriale minacciata, e nonostante lo scetticismo iniziale, la maggior parte dei genitori valuta nel complesso la propria esperienza con la CAPA come prevalentemente positiva. Altri studi riportano una valutazione complessiva del procedimento molto più negativa (Petersen 2018), come indica anche la nostra indagine quantitativa. La valutazione complessiva relativamente positiva del nostro campione qualitativo potrebbe dipendere dalla distorsione di selezione illustrata nella sezione materiali e metodi. In retrospettiva, infatti, i genitori descrivono le azioni e le decisioni della CAPA come complessivamente legittime, data la loro situazione familiare di allora, pur riferendo anche esperienze negative, come diffidenza o disaccordi con le figure professionali in certe fasi o in certe situazioni del procedimento. Senza alcuna eccezione, dunque, i genitori hanno riferito di aver vissuto sentimenti ambivalenti durante i procedimenti di tutela e di aver avvertito una mancanza di riconoscimento nell’adempimento adeguato del loro ruolo genitoriale.

3.2. L’ambivalenza del ruolo genitoriale: le reazioni dei genitori alla violazione percepita dell’integrità genitoriale

Strategie di differenziazione e di spostamento narrativo

I genitori sembrano sviluppare strategie di differenziazione e di spostamento narrativo come reazione alla minaccia fondamentale alla loro integrità genitoriale o, in altre parole, alla mancanza di riconoscimento vissuta nel loro ruolo e allo stigma incombente di famiglie potenzialmente fallimentari.

La strategia di differenziazione consiste nell’evocare situazioni familiari peggiori, sottolineando di non appartenere alla categoria delle classiche famiglie «problematiche» che hanno di solito a che fare con la CAPA, come genitori che fanno uso di droghe, trascurano la sorveglianza del figlio o della figlia, lo picchiano, non sanno o non vogliono sapere dei suoi comportamenti devianti o delle sue assenze scolastiche. Adottando questa strategia, i genitori prendono le distanze e si distinguono dagli altri (othering) e ridimensionano la gravità del proprio caso. Ad esempio, una madre ha spiegato che il suo caso non era «catastrofico» come altri, che la sua casa era sempre «pulita» e che i suoi figli avevano sempre «da mangiare in tavola» (C7). Le strategie di differenziazione includono spesso il presentarsi come genitori competenti. Ad esempio, un padre riferisce di aver ricevuto molta comprensione da parte della CAPA per la loro difficile situazione, ma si chiede se sarebbe stato lo stesso se «avessero fatto qualcosa di sbagliato» o se fossero stati «riluttanti» ad adempiere ai loro doveri genitoriali e quindi potessero essere ritenuti responsabili delle difficoltà (C5). In un caso (C1), il padre racconta che la CAPA lo ha legittimato come buon genitore e ha valutato positivamente l’adempimento del suo ruolo dicendogli che «non era una minaccia» per i suoi figli. Oltre a una strategia di differenziazione con cui i genitori si presentano come persone che svolgono bene il proprio ruolo, alcuni descrivono anche esplicitamente il loro incontro con la CAPA come del tutto privo della sensazione di essere giudicati negativamente. Quando si chiede loro un consiglio per altri genitori coinvolti in procedimenti di tutela, i genitori dicono spesso che non bisogna temere che la CAPA intenda «semplicemente portare via il bambino» (C5), ma che è desiderosa di sostenere e aiutare la famiglia a risolvere i suoi problemi; avrebbe quindi senso collaborare piuttosto che opporsi.

Nella maggior parte dei racconti dei genitori abbiamo potuto individuare una strategia di spostamento narrativo. A un certo punto la narrazione si spostava dal genitore potenzialmente inadeguato verso il benessere del minore. Nella maggior parte delle presentazioni dei genitori abbiamo osservato un discorso di giustificazione che sottolineava il ruolo principale e l’interesse primario della CAPA, ossia garantire il benessere del minore, senza concentrarsi sulle carenze dei genitori. «Perché per la CAPA si tratta del bambino, non si tratta di dire che l’hai educato male. Questo non lo fanno.» (C5). In tutti i casi tranne uno, i genitori presentano la CAPA come impegnata a sostenere la famiglia nella soluzione della situazione conflittuale e nel suo dovere di concentrarsi sui minori e non sui genitori. I membri della CAPA sembrano spesso spostare la narrazione dai genitori verso il benessere del minore. Questa enfasi sembra spesso accolta con gratitudine dai genitori. Persiste tuttavia il sentimento ambivalente dei genitori riguardo alla messa in discussione del loro ruolo. Questa strategia ridistribuisce inoltre la responsabilità verso il minore: in alcuni casi i genitori descrivono il figlio o la figlia, con le sue difficoltà e i suoi problemi, come una parte dell’origine dei problemi familiari, come mostra la citazione di questa madre:

«Perché in fondo ho sempre pensato: sono una brava mamma, faccio tutto bene. Mi occupo bene di mio figlio. È collocato perché semplicemente non è possibile altrimenti, per la sua situazione. Con la scuola, con tutta la faccenda, semplicemente non era accettabile per, per la società.»

(C2)

3.3. L’ambivalenza intorno al sapere specialistico: genitori tra adeguamento ed espressione del disaccordo

La maggior parte dei genitori riferisce incertezza e ambivalenza nei casi di disaccordo con il punto di vista della CAPA, pur riferendo che esistevano possibilità di esprimerlo. Ciò indica una contesa su chi possieda il sapere specialistico sul minore: i genitori o la CAPA. Nel complesso sembra che l’adeguamento sia stato una strategia spesso utilizzata, poiché i rischi di esprimere disaccordo o di opporsi erano ritenuti troppo alti. L’opposizione aperta è vista per lo più come inutile, poiché i genitori vedono chiaramente che la CAPA si trova in una posizione di maggior potere e che non possono uscire dalla relazione.

Un caso (C3) si differenzia nettamente dagli altri per il modo in cui i genitori interpretano il ruolo di «buoni» genitori nel contesto dell’intervento della CAPA, scontrandosi con le aspettative di quest’ultima. Merita inoltre attenzione il loro modo di esprimere il disaccordo o di adeguarsi alla CAPA. Il caso illustra le ragioni per cui alcune interazioni sono percepite come intrusive e vissute come mancanza di riconoscimento, in violazione dell’integrità dei genitori.

La situazione era la seguente: il bambino di otto anni con bisogni educativi speciali era stato collocato in un istituto per due anni con il consenso iniziale dei genitori separati. La madre non condivideva la valutazione dei bisogni speciali del figlio fatta dalla CAPA e voleva che il bambino tornasse a casa. Si è quindi trasferita in un altro cantone, ma è stato difficile trovare un’offerta scolastica per bisogni educativi speciali. La CAPA, intenzionata a garantire al bambino un’educazione speciale, ha di conseguenza deciso che dovesse restare in modo permanente in istituto, indipendentemente dal consenso dei genitori.

Il padre percepisce l’autorità di protezione dei minori come un’autorità indiscutibile ed è convinto che non avrebbe potuto esprimere il proprio disaccordo sul collocamento permanente del figlio senza vedersi di conseguenza limitare i propri diritti. Sostiene di non essersi espresso contro la decisione della CAPA perché temeva che ciò venisse interpretato come il non volere il meglio per il figlio, e quindi come un cattivo adempimento del suo ruolo genitoriale. Dal suo punto di vista, la cosa migliore per il bambino doveva essere adeguarsi e fare ciò che diceva la CAPA, in quanto organizzazione esperta. Al contrario del padre, la madre ha interpretato l’adempimento del suo ruolo genitoriale opponendosi, mostrando il proprio disaccordo con l’autorità di protezione e fuggendo con il figlio nel suo Paese d’origine. Ai suoi occhi, la fuga era un gesto di cura verso il figlio, un modo di assumersi la propria responsabilità di madre. In seguito al gesto della madre, quando poco dopo è rientrata in Svizzera, la CAPA ha limitato i diritti genitoriali di entrambi i genitori e ha ricollocato il bambino in istituto in modo permanente. La famiglia ha quindi vissuto la CAPA come un’autorità che controlla, giudica e perfino punisce. Tuttavia, in retrospettiva, entrambi i genitori hanno finito per considerare la decisione della CAPA la soluzione migliore date le circostanze.

Un tema di fondo che emerge in diversi casi è quello del sapere specialistico, come descritto da Merton e Barber (1976). Un limite della loro teorizzazione è che l’autorità e la posizione di potere delle figure professionali sono viste in modo piuttosto deterministico e definiscono con forza la posizione di potere inferiore dei genitori. I nostri dati non confermano una teorizzazione così deterministica. Le interazioni possono piuttosto essere descritte come contese, e il termine «negoziazione» rende meglio la natura delle esperienze dei genitori, come mostrano il caso precedente e l’esempio seguente.

Una madre descrive i propri sentimenti ambivalenti durante un «incontro difficile», organizzato dalla CAPA e a cui partecipavano numerose figure professionali della tutela coinvolte, in una fase di escalation con il figlio (C2):

«E il signor Miller [CAPA] ha solo ascoltato e si è fatto un’idea, e io non sapevo: è dalla mia parte? Mi ha sentita davvero? Ha capito? Oppure sono solo loro quelli istruiti, quelli davvero professionali? La loro opinione conta allora più dell’opinione della mamma che dice “Ehi, quello è mio figlio!”? Si tratta di lui. E di me. E io lo conosco molto meglio di ((ride)) tutti voi seduti lì.»

In retrospettiva, dice che oggi si farebbe valere molto di più come madre, con il suo sapere specialistico sui figli, e non si lascerebbe impressionare così facilmente dalle persone esperte (cioè dal corpo docente) «che devono saperne di più». I sentimenti ambivalenti dei genitori nascono dalla tensione tra il percepire la CAPA, e il fidarsi di essa, come organizzazione esperta con ampia esperienza nella tutela dei minori e nei problemi familiari, e il percepire se stessi come gli esperti del proprio figlio o della propria figlia. Hanno avuto con lui o con lei una relazione molto personale e duratura, che viene improvvisamente messa in discussione dal coinvolgimento e dal sapere esperto della CAPA. Al tempo stesso, come illustrato in precedenza, i genitori menzionano un certo grado di dipendenza dal sostegno e dal sapere specialistico della CAPA per risolvere le difficoltà familiari, ma esprimono anche dubbi sulla conoscenza che la CAPA ha della loro famiglia, rendendo visibile un’ambivalenza.

3.4. Ridurre l’ambivalenza: il punto di vista dei genitori sulle strategie della CAPA per costruire fiducia e ristabilire l’integrità genitoriale

Le nostre interviste hanno messo in luce tre interazioni chiave che i genitori indicano come favorevoli alla loro capacità di agire e alla loro partecipazione. In primo luogo, i genitori si sono sentiti sostenuti quando hanno ricevuto dalla CAPA un sostegno rapido e adeguato in caso di bisogno. In secondo luogo, hanno riferito di aver sentito di avere una certa autonomia nel procedimento, ad esempio quando potevano influire sul suo andamento temporale o, in altre parole, sulla sua velocità. In terzo luogo, hanno sentito di poter negoziare le misure con la CAPA. Ciò che accomuna queste interazioni è che i genitori si sono sentiti riconosciuti e rispettati nella loro integrità, il che sembra aver rafforzato la loro fiducia nella CAPA. Queste esperienze sembravano aiutare a ristabilire un’integrità genitoriale inizialmente minacciata.

Tutti i genitori intervistati riferiscono di aver acquisito fiducia nella CAPA quando hanno ricevuto un sostegno rapido e adeguato in situazioni di emergenza. Come emerge dalla citazione seguente, è stato descritto un punto di svolta nel procedimento (C2): «Quando ho capito che posso fare una telefonata, vengo ascoltata, le mie preoccupazioni vengono ascoltate. Anche il resto della famiglia viene preso in carico [dalla CAPA], e loro agiscono, e agiscono abbastanza in fretta e con grande competenza». La sensazione di poter contare sulla CAPA per azioni decisive, e di fare squadra con i genitori, favorisce una relazione di fiducia tra la CAPA e i genitori (ad es. C2, C4, C5). In alcuni casi, questo poteva costituire un punto di svolta nello sviluppo della fiducia verso l’autorità.

Un’importanza particolare per il senso di autonomia dei genitori sembra legata alla possibilità di influire sull’andamento temporale (la velocità) del procedimento (come conferma Petersen 2018). Tutti i genitori hanno riferito fasi diverse nel corso del procedimento: a volte sentivano che il procedimento non avanzava abbastanza in fretta; in altri momenti sentivano che i passi successivi arrivavano troppo rapidamente per potersi adattare emotivamente, soprattutto se era previsto un collocamento. Il caso 7 è un buon esempio di una valutazione complessivamente positiva dell’intervento della CAPA, compromessa da una tempistica sbagliata: questa madre sola era in difficoltà con il figlio adolescente, che aveva abbandonato la scuola. Le figure professionali sono infine riuscite a trovare un posto in un istituto con scolarizzazione integrata, ma il ragazzo ha dovuto entrarvi subito, il che ha comportato l’annullamento di una vacanza in famiglia attesa da tempo. Di conseguenza, sia la madre sia il figlio si sono opposti alla misura quando è stata annunciata. Solo in retrospettiva entrambi ne hanno riconosciuto l’utilità. I genitori che hanno visto la CAPA rispettare il loro bisogno di accelerare o rallentare il procedimento si sono sentiti riconosciuti, compresi nei loro bisogni e destinatari di un sostegno personalizzato e adeguato al caso (nei termini della teoria del riconoscimento, sugli assi dell’amore e della solidarietà). In queste interazioni partecipative, i genitori hanno potuto acquisire fiducia nella CAPA come interlocutrice affidabile e utile.

Il senso di partecipazione era ulteriormente alimentato da esperienze di «coinvolgimento» (Bouma et al. 2018) di tipo dialogico, con una certa influenza sul procedimento. Molti genitori riferiscono che la CAPA «suggeriva» misure o modi di procedere (ad es. C4, C2), il che facilita il confronto e la negoziazione e indica che vi sono stati almeno momenti deliberativi nel processo decisionale. Un padre divorziato (C1) racconta come «in realtà la decisione è stata presa, diciamo, insieme. Cioè insieme alla CAPA». Un confronto e una negoziazione sulle diverse possibilità, così come l’essere informati sul contenuto delle relazioni (C5) o la possibilità di correggere il verbale scritto dell’audizione (C1; C2), hanno fatto sentire ai genitori di avere un certo potere e una certa influenza sul procedimento.

Per un’esperienza positiva, che ripristini l’integrità, sembra essenziale che i genitori percepiscano il processo come influenzabile e partecipativo: un processo in cui ricevono sostegno, sono presi sul serio e riconosciuti nei loro bisogni, ricevono una certa autonomia, sono riconosciuti come esperti dei propri figli, e in cui i loro desideri e punti di vista vengono discussi.

4. Discussione

Questo articolo si basa sulle esperienze dei genitori nelle loro interazioni con l’Autorità di protezione dei minori e degli adulti (CAPA) in Svizzera. Esplora il punto di vista dei genitori, riferito in retrospettiva, sulle interazioni con la CAPA che hanno ostacolato o favorito la loro partecipazione durante i procedimenti di tutela legale. Il campo della tutela dei minori è caratterizzato da tensioni dovute al doppio mandato di aiuto e controllo/intervento e dalla sfida che la partecipazione dei genitori rappresenta in un contesto di potenziale coercizione, come hanno sottolineato Healy e Darlington (2009). I genitori riferiscono quindi ambivalenza nelle interazioni con la CAPA. La sociologia dell’ambivalenza attribuisce le cause dell’ambivalenza a norme concorrenti radicate nei ruoli sociali, come quelli dei genitori o delle figure professionali nelle interazioni sociali. I nostri dati mostrano che i genitori sono scettici nei confronti della CAPA (spesso all’inizio), in quanto detentrice del potere, e provano ansia o vergogna per l’intervento, o dubitano di sé per non svolgere adeguatamente il ruolo di «buon» genitore (Merton and Barber 1976). Nel linguaggio della teoria del riconoscimento, i genitori non si sentono riconosciuti nel loro ruolo genitoriale, poiché provare vergogna può essere interpretato come una violazione della loro integrità. Potremmo dire che la loro integrità genitoriale è fondamentalmente minacciata dalla semplice apertura di un procedimento di tutela. In questo contesto, tensioni e ambivalenza sono al centro delle interazioni tra genitori e autorità, anche se possono ridursi in modo significativo nel tempo. Lo squilibrio di potere tra figure professionali e genitori contribuisce all’ambivalenza e può generare sentimenti negativi, ma anche positivi quando si discutono e si trovano soluzioni per sostenere genitori in difficoltà.

Abbiamo mostrato diverse strategie utilizzate dai genitori per far fronte a questa minaccia all’integrità genitoriale, come le strategie di differenziazione e di spostamento narrativo, nonché un’oscillazione tra adeguamento ed espressione del disaccordo. Pur potendo dipendere in una certa misura dal sapere specialistico della CAPA, i genitori vogliono anche ripristinare la propria integrità essendo riconosciuti come esperti del proprio figlio o della propria figlia e della propria famiglia. Dato che all’inizio la maggior parte dei genitori si sente ambivalente, timorosa dell’intervento della CAPA e minacciata nella propria integrità genitoriale, i nostri risultati suggeriscono che con il tempo e nelle interazioni concrete l’integrità dei genitori può essere ripristinata, consentendo una piena partecipazione. Dal punto di vista dei genitori sembra quindi cruciale ristabilire la loro integrità attraverso una relazione di fiducia con la CAPA in cui sperimentino riconoscimento e conservino un certo grado di autonomia, ad esempio influendo sulla velocità di avanzamento del procedimento (come sostenuto anche dalla ricerca di Petersen (Petersen 2018)), purché il benessere del minore possa essere garantito. Al contrario, se l’integrità non viene ripristinata, i genitori incontrano difficoltà ricorrenti nell’esprimersi, nel sentirsi ascoltati o nel manifestare disaccordo, il che ostacola la piena partecipazione.

Dal punto di vista dei genitori abbiamo individuato due punti chiave per un’esperienza del procedimento più partecipativa e meno coercitiva: agire come un’autorità affidabile e di sostegno e offrire ai genitori la possibilità di vivere il procedimento come un processo deliberativo (Habermas 1981). Interazioni di questo tipo, in cui i genitori sentono che la CAPA esercita di fatto un «potere con» loro sotto forma di sostegno, lasciando loro una certa autonomia, promuovono la piena partecipazione dei genitori, come descritto e confermato anche dalla ricerca di Dumbrill (2006). È un’alternativa all’uso del potere «su di loro» sotto forma di coercizione (Dumbrill 2006). Ciò riecheggia i nostri risultati precedenti, in cui sosteniamo che integrità, autonomia e partecipazione sono strettamente interconnesse e proponiamo di concettualizzarle come un nesso (Schoch et al. 2020).

Benché i dati qualitativi del nostro studio presentino alcuni limiti dovuti alle dimensioni ridotte del campione, i risultati dell’analisi suggeriscono un’ambivalenza di fondo: le interazioni con la CAPA fanno sentire i genitori come se non fossero stati all’altezza delle aspettative di ruolo in termini di genitorialità adeguata. Per partecipare pienamente, i genitori hanno bisogno che la loro integrità venga ripristinata attraverso interazioni empatiche e di fiducia in cui sperimentino riconoscimento, così da ridurre i sentimenti ambivalenti ed essere in condizione di beneficiare del sostegno della CAPA. Con la sua attenzione teorica ai ruoli e alle aspettative sociali verso l’individuo in quanto titolare di un determinato ruolo, il concetto teorico di ambivalenza integra la nozione strutturale di aiuto e controllo/intervento. Esso orienta inoltre lo sguardo sulle asimmetrie di potere e offre spiegazioni su come queste alimentino l’ambivalenza dei genitori nelle interazioni con i membri della CAPA.

La forte attenzione all’esperienza dei genitori in questo articolo risponde all’appello a riconoscerli come «persone con bisogni» (Featherstone et al. 2014). Per le figure professionali è una sfida garantire integrità, autonomia e partecipazione dei genitori senza perdere di vista il benessere del minore e senza trascurare di dargli voce, e realizzare una «pratica umana attenta alla famiglia» (Featherstone et al. 2014). Un’attenzione troppo forte alla relazione di fiducia e alla cooperazione con i genitori può comportare il rischio di non vedere situazioni di messa in pericolo e di sminuire la prospettiva del minore. Proprio perché le tensioni e l’ambivalenza insite nei procedimenti di tutela restano in una certa misura irrisolvibili, è ancora più importante ridurre l’ambivalenza sostenendo interazioni che preservino l’integrità, consentano l’autonomia e garantiscano così la partecipazione di tutte le persone interessate.

Complexe Systémique: punti chiave

L’articolo avanza un’ipotesi preziosa per la pratica: prima di qualsiasi questione di competenza, l’apertura di un procedimento di tutela ferisce l’integrità genitoriale, e la partecipazione diventa possibile solo quando questa ferita viene riconosciuta. Le strategie descritte — confrontarsi con famiglie «peggiori», ricentrare il racconto sul figlio o sulla figlia, adeguarsi invece di contestare — sono altrettanti modi di salvare la faccia in una relazione da cui non si può uscire; leggerle come resistenza o negazione sarebbe un errore di punteggiatura. L’ambivalenza non è qui un difetto dei genitori, ma una proprietà del contesto di aiuto imposto, che invita a lavorare sulla relazione prima che sul contenuto. Spiccano tre leve: un sostegno rapido quando una crisi si aggrava, voce in capitolo sui tempi del procedimento, misure negoziate anziché imposte. Resta d’obbligo la prudenza: dieci genitori reclutati dalle autorità stesse, situazioni piuttosto semplici spesso segnalate dalle famiglie stesse, e minori quasi assenti dall’analisi, un rischio che il gruppo di ricerca riconosce. Da leggere insieme a l’articolo sulla resistenza genitoriale nelle relazioni non volontarie e a l’articolo che scardina il paradigma della partecipazione.

Note dell’originale

Contributi delle autrici. Concettualizzazione, A.S. e G.A.; metodologia, A.S. e G.A.; validazione, A.S. e G.A.; analisi formale, A.S. e G.A.; indagine, A.S. e G.A.; cura dei dati, A.S. e G.A.; scrittura — preparazione della bozza originale, A.S. e G.A.; scrittura — revisione e editing, A.S. e G.A.; visualizzazione, A.S. e G.A. Entrambe le autrici hanno letto e approvato la versione pubblicata del manoscritto.

Finanziamento. Questo progetto di ricerca (numero di finanziamento 177445) è stato finanziato dal Programma nazionale di ricerca «Welfare and Coercion: Past–Present–Future» (PNR 76) della Swiss National Science Foundation (SNSF).

Dichiarazione del comitato etico istituzionale. Lo studio è stato condotto in conformità con le linee guida etiche della Swiss National Science Foundation (SNSF) ed è stato approvato dalla Swiss National Science Foundation (SNSF).

Dichiarazione di consenso informato. Il consenso informato è stato ottenuto da tutte le persone coinvolte nello studio.

Ringraziamenti. Desideriamo innanzitutto ringraziare tutte le persone che hanno partecipato a questa ricerca, in particolare i genitori e i minori che hanno accettato di contribuire con le loro storie personali. Siamo grate alle colleghe Brigitte Müller e Michelle Cottier per i loro utili commenti e a Margaret Oertig per la revisione linguistica.

Conflitti di interesse. Le autrici dichiarano di non avere conflitti di interesse.

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Traduzione non ufficiale in italiano di Ambivalence in Child Protection Proceedings: Parents’ Views on Their Interactions with Child Protection Authorities, di Aline Schoch e Gaëlle Aeby, Social Sciences, vol. 11, n. 8, 329 (2022), doi: 10.3390/socsci11080329, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

L’articolo originale, «Ambivalence in Child Protection Proceedings: Parents’ Views on Their Interactions with Child Protection Authorities», è stato pubblicato in Social Sciences (2022) con licenza CC BY 4.0. Questa è una traduzione non ufficiale in italiano realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato in apertura di questa pagina; fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Schoch, A., e Aeby, G. (2022). Ambivalence in Child Protection Proceedings: Parents’ Views on Their Interactions with Child Protection Authorities. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/ambivalence-in-child-protection-proceedings-parents-views-on-their-interactions (Opera originale pubblicata nel 2022 in Social Sciences, 11(8), 329 (2022); ripubblicata nel 2022 da Social Sciences, https://www.mdpi.com/2076-0760/11/8/329)

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