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Journal of Family Issues · Famiglia

Gli assetti di cura dei figli dopo la detenzione del padre

Quando un padre finisce in carcere, qualcuno deve farsi carico di ciò che lui faceva per i figli e affrontare anche compiti nuovi: visite, telefonate, spiegazioni, lutto. Sulla base di 154 interviste a madri e nonne della California meridionale, lo studio descrive un continuum che va dalla concentrazione della cura su una sola persona alla sua ridistribuzione nella famiglia allargata, e mostra che ciascun polo ha il suo costo: da un lato il disagio, dall’altro il conflitto.

Autrici e autori Kristin Turney (Department of Sociology, University of California, Irvine, USA), Daniela E. Kaiser (Department of Criminology, Law and Society, University of California, Irvine, USA) e Kelsey Weymouth-Little (Department of Sociology, University of California, Irvine, USA)Prima pubblicazione Journal of Family Issues, 7 gennaio 2026Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Children’s Caregiving Arrangements Following Paternal Incarceration, di Kristin Turney, Daniela E. Kaiser e Kelsey Weymouth-Little, pubblicato in Journal of Family Issues (SAGE) (2026), doi: 10.1177/0192513x251415136, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La tabella è presentata sotto forma di elenco; le dichiarazioni di fine articolo sono raggruppate nelle note; l’indirizzo per la corrispondenza, l’identificativo ORCID e la dichiarazione sulla disponibilità dei dati non sono riprodotti. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

La cura concentrata tende ad accrescere il disagio di chi se ne fa carico, mentre la cura ridistribuita genera spesso conflitti interpersonali e tensioni all’interno delle famiglie.

Kristin Turney, Daniela E. Kaiser e Kelsey Weymouth-Little

Abstract

Il modello dello stress familiare postula che fattori di stress esterni come la detenzione paterna, un’esperienza vissuta da più di un terzo dei bambini nati in aree urbane, possano plasmare in modo sostanziale gli assetti di cura, eppure si sa poco di come ciò avvenga. Questo articolo utilizza dati di interviste in profondità tratti dal Jail and Family Life Study. Ci basiamo su 154 interviste a madri e nonne di bambini che vivono la detenzione del padre per comprendere come gli assetti di cura dei figli cambino all’indomani della detenzione paterna e quali implicazioni abbiano questi cambiamenti per chi li affronta. La nostra analisi mette in luce un continuum di modelli di cura dopo la detenzione paterna, che va dalla cura concentrata, in cui una sola persona (di solito la madre biologica del bambino) assorbe la maggior parte delle responsabilità di cura, alla cura ridistribuita, in cui la cura è ripartita tra più membri della famiglia. Rileviamo inoltre che questi assetti di cura hanno conseguenze distinte: la cura concentrata tende ad accrescere il disagio di chi se ne fa carico, mentre la cura ridistribuita genera spesso conflitti interpersonali e tensioni all’interno delle famiglie. Queste dinamiche di cura offrono elementi per comprendere meglio le difficoltà specifiche che affrontano le famiglie colpite dalla detenzione paterna.

Parole chiave: cura, cura dei figli, sistema penale, famiglie, teoria dello stress familiare, detenzione

Prendersi cura dei figli è una responsabilità importante e sfaccettata, che richiede tempo, energia e risorse economiche. Questa responsabilità comprende il soddisfacimento dei bisogni essenziali (come cibo, alloggio e vestiario), il rapporto con la scuola e con altre istituzioni e un sostegno emotivo costante. Per molte figure di cura, queste esigenze si sommano alla necessità di gestire contemporaneamente il lavoro, gli impegni domestici e altre responsabilità personali. Negli Stati Uniti, il peso della cura è ulteriormente aggravato dalla scarsa disponibilità di sostegni strutturali e di politiche sociali che facilitino i ruoli di cura (Glenn, 2010; Nomaguchi & Milkie, 2020). Ciononostante, la presenza di figure di cura sicure, stabili e coinvolte resta fondamentale per lo sviluppo fisico, emotivo e sociale dei bambini (World Health Organization, 2004).

Il modello dello stress familiare sottolinea sia il peso dei fattori di stress esterni sul funzionamento familiare sia l’interdipendenza dei membri della famiglia, e offre così un quadro utile per comprendere come gli assetti di cura evolvano di fronte alle avversità (Conger & Elder, 1994; Hill, 1958; vedi anche Conger et al., 1992, 2002; McCubbin et al., 1980; McCubbin & Patterson, 1983). Questo quadro postula che fattori di stress esterni come la detenzione paterna possano plasmare in modo sostanziale gli assetti di cura (Arditti, 2016; Turney & Haskins, 2019). La detenzione paterna, con l’allontanamento materiale dei padri dalla casa, produce perturbazioni diffuse nella vita familiare, con profonde implicazioni per le dimensioni emotive, relazionali e logistiche della cura (Arditti, 2016; Comfort, 2008). La detenzione paterna impone una riconfigurazione degli assetti di cura (ad es. Turanovic et al., 2012), che spesso richiede a una o più persone di assumere le responsabilità di cura che prima erano del padre detenuto e, allo stesso tempo, di far fronte alle nuove esigenze che emergono sulla scia della detenzione (come facilitare il contatto tra genitore e figlio durante la reclusione e sostenere il benessere emotivo dei bambini mentre affrontano l’assenza del padre).

Relativamente poche ricerche indagano come la detenzione paterna strutturi gli assetti di cura dei figli o quali conseguenze abbiano queste riconfigurazioni, nonostante una letteratura più ampia metta in luce gli effetti deleteri della detenzione per le famiglie (Wildeman & Western, 2010). È una lacuna deplorevole, per tre ragioni. In primo luogo, le persone detenute sono profondamente inserite in reti familiari e di cura prima della loro detenzione. La maggior parte degli uomini detenuti è padre (Mumola, 2000) e molti erano attivamente coinvolti nella cura prima della reclusione (Geller et al., 2012; Maruschak et al., 2021), il che lascia un vuoto che deve essere colmato durante la loro assenza. In secondo luogo, le responsabilità di cura passano spesso alle parenti donne, rafforzando la divisione del lavoro in base al genere e facendo gravare un peso sproporzionato sulle donne (Jardine, 2018; Western, 2018). Questi spostamenti della cura avvengono spesso all’interno di reti informali o con poche risorse, prive di riconoscimento o di sostegno istituzionale, il che aggrava la tensione delle figure di cura mentre affrontano le molteplici complessità della detenzione paterna (Wakefield & Wildeman, 2013). Comprendere come la detenzione paterna sconvolga gli assetti di cura può anche fornire indicazioni cruciali sui meccanismi più ampi attraverso cui questo contatto con il sistema penale incide sulle famiglie. Infine, data la centralità della cura per il benessere dei bambini, questi assetti modificati possono avere ripercussioni a cascata sulla salute emotiva e sullo sviluppo dei bambini (Nomaguchi & Milkie, 2020; Pearlin et al., 1990).

Questo articolo si basa su interviste in profondità tratte dal Jail and Family Life Study, uno studio concepito per indagare le conseguenze della detenzione per i bambini e le famiglie, al fine di offrire un resoconto sistematico di come gli assetti di cura dei figli cambino all’indomani della detenzione paterna e delle implicazioni di questi cambiamenti per chi li affronta. Ci concentriamo sulla detenzione paterna, anziché su quella materna, data la sua maggiore diffusione e l’ipotesi che le famiglie reagiscano in modo diverso alla detenzione paterna e a quella materna (Turney & Goodsell, 2018). Attraverso l’analisi di interviste a madri e nonne di bambini che vivono la detenzione del padre, esaminiamo come le responsabilità di cura vengano negoziate all’interno delle famiglie, come questi assetti varino a seconda dei contesti familiari e come influiscano sul benessere complessivo della famiglia. In primo luogo, la nostra analisi mette in luce un continuum di modelli di cura dopo la detenzione paterna, che va dalla cura concentrata, in cui una sola persona (di solito la madre biologica del bambino) assorbe la maggior parte delle responsabilità di cura, alla cura ridistribuita, in cui la cura è ripartita tra più membri della famiglia. In secondo luogo, rileviamo che questi assetti di cura hanno conseguenze distinte: la cura concentrata tende ad accrescere il disagio di chi se ne fa carico, mentre la cura ridistribuita genera spesso conflitti interpersonali e tensioni all’interno delle famiglie. Sebbene la detenzione paterna sia un’esperienza unica, queste dinamiche di cura offrono spunti per capire come altre forme di assenza di una figura di cura, come il divorzio o la separazione, l’impiego in missione militare o l’espulsione, possano sconvolgere gli assetti di cura familiari e il benessere complessivo della famiglia.

Contesto

La detenzione paterna come fattore di stress familiare

Il modello dello stress familiare postula che i fattori di stress esterni generino conseguenze a cascata sul funzionamento familiare, che si manifestano in un aumento del conflitto tra i genitori e del disagio emotivo. Sviluppato originariamente per spiegare gli effetti deleteri delle difficoltà economiche sui processi familiari (Conger & Elder, 1994), questo quadro è stato esteso ad altri fattori di stress che compromettono il funzionamento familiare (Cuzzocrea et al., 2016; Turney & Sugie, 2021). La detenzione paterna è un esempio di fattore di stress esterno, poiché alimenta sentimenti di disagio e di preoccupazione mentre le figure di cura si sforzano di sostenere i bambini in assenza del padre (Wildeman et al., 2012). I fattori di stress, e le tensioni emotive che ne derivano, possono anche ostacolare la capacità delle figure di cura di comunicare efficacemente, di gestire le difficoltà della genitorialità e di mantenere per i bambini un ambiente domestico stabile (Nomaguchi & Milkie, 2017). Sebbene il modello dello stress familiare sia stato ampiamente applicato per comprendere le dinamiche familiari nelle popolazioni a basso reddito ed economicamente svantaggiate (Conger & Elder, 1994), la sua applicazione al contesto della detenzione paterna è relativamente rara (ma vedi Arditti, 2016; Obus et al., 2024; Turney & Sugie, 2021). La detenzione paterna è infatti un fattore di stress che ridisegna profondamente le dinamiche familiari, sconvolgendo ruoli e routine consolidati, ridistribuendo le responsabilità di cura e rimodellando le relazioni tra i bambini, le figure di cura principali e la parentela allargata.

Le profonde perturbazioni che la detenzione paterna infligge alle famiglie appaiono ancora più evidenti se si considera quanto la detenzione paterna sia diffusa e radicata negli Stati Uniti. Oltre due milioni di bambini statunitensi hanno attualmente un padre detenuto in un carcere locale o in un penitenziario (Sykes & Pettit, 2019), cifra che esclude i molti altri bambini che vivono la detenzione paterna in un qualche momento della loro vita (Muller & Wildeman, 2016). Quasi un adulto statunitense su cinque (18%), e quasi uno su tre (32%) tra le persone adulte prive di diploma di scuola superiore, ha vissuto la detenzione del padre (Enns et al., 2019). Più di un terzo degli adolescenti nati in aree urbane ha vissuto la detenzione paterna (Turney & Haskins, 2019). L’allontanamento dei padri dalla casa dei figli a causa della detenzione, spesso in modo temporaneo e ciclico (Turney & Conner, 2019), costringe dunque bambini e famiglie a vivere all’ombra dello Stato carcerale.

Gli assetti di cura dei figli dopo la detenzione del padre

In linea con il modello dello stress familiare, la detenzione paterna può innescare perturbazioni familiari a cascata, ridisegnando gli assetti di cura dei figli. L’allontanamento di un padre dalla casa crea un vuoto strutturale che altera il funzionamento familiare (Arditti & McGregor, 2019; Braman, 2007; Comfort, 2008). I membri della famiglia che restano, di solito madri, nonne e parenti, assumono maggiori responsabilità di cura, che possono comprendere accompagnare i bambini a scuola, preparare i pasti, gestire gli appuntamenti medici e offrire sostegno emotivo. Questi familiari assorbono le responsabilità di cura del padre e, allo stesso tempo, si fanno carico di responsabilità aggiuntive che derivano dalla detenzione paterna (Arditti, 2016; Turanovic et al., 2012). Queste responsabilità aggiuntive comportano spesso il mantenimento del contatto tra il bambino e il padre detenuto (tramite colloqui, telefonate e posta), l’aiuto al bambino per dare un senso al sistema penale e il sostegno alle sue reazioni emotive all’assenza del padre (Geller et al., 2012; Tasca, 2016). Le figure di cura devono di conseguenza gestire sia la riorganizzazione degli assetti di cura preesistenti sia le nuove esigenze di cura innescate dalla detenzione. Questo lavoro di cura deve essere svolto mentre si affrontano altre esigenze legate alla detenzione, come sostenere economicamente la persona detenuta (Page et al., 2019; Schwartz-Soicher et al., 2011), gestire lo stigma di cortesia (Braman, 2007), orientarsi nelle complessità del sistema penale (Umamaheswar, 2024) e aiutare il reinserimento dopo la scarcerazione (Miller, 2021).

Nonostante il vuoto di cura creato dalla detenzione paterna e l’importanza cruciale degli assetti di cura dei figli (Bratsch-Hines, Carr, Zgourou, Vernon-Feagans, & Willoughby, 2020), i processi specifici attraverso cui le famiglie riorganizzano la cura sulla scia della detenzione paterna restano poco esplorati. In molti casi, è probabile che le madri dei bambini assumano la responsabilità principale, o persino esclusiva, della cura, assorbendo in assenza del padre un carico maggiore di compiti domestici e genitoriali (Amato, 2000; Cano & Gracia, 2022; Fallesen & Gähler, 2020). Dato che la maggior parte dei figli di padri detenuti vive con la madre prima della detenzione paterna (Mumola, 2000), il ruolo delle madri come figure di cura principali può rappresentare un’estensione delle loro responsabilità preesistenti. Le madri, tuttavia, possono non avere la capacità di assorbire pienamente queste esigenze di cura aggiuntive, soprattutto considerate le più ampie difficoltà sociali ed economiche che gravano in modo sproporzionato su questa popolazione vulnerabile (Glenn, 2010; Wakefield & Uggen, 2010). Le responsabilità di cura possono quindi essere ridistribuite, con reti informali (ad es. la famiglia allargata) e istituzioni formali (ad es. asili e servizi per l’infanzia) che intervengono per alleggerire il carico di cura. I membri della famiglia allargata possono assumere ruoli di cura, o persino diventare le figure di cura principali, quando le madri non sono in grado di farlo. Meno spesso, quando le madri dei bambini o altri familiari non possono o non vogliono offrire sostegno nella cura dei figli, i bambini possono entrare nel sistema dell’affido familiare (Andersen & Wildeman, 2014).

Sebbene le dinamiche di cura cambino inevitabilmente quando si affronta la detenzione paterna, la detenzione in un carcere locale (jail) può porre sfide diverse ai ruoli di cura rispetto alla detenzione in un penitenziario (prison). La detenzione in un carcere locale inizia spesso in modo brusco, talvolta senza preavviso, ed è accompagnata da una notevole incertezza sia sui tempi sia sulle condizioni della scarcerazione (Kohler-Hausmann, 2018; Walker, 2022). Inoltre, la detenzione in un carcere locale è in genere di breve durata, con una reclusione che dura settimane o mesi (Zeng, 2025), mentre la detenzione in un penitenziario segue una condanna formale ed è caratterizzata da pene fisse di almeno 1 anno (Mueller, 2024). Le famiglie che affrontano una detenzione in carcere locale possono quindi dover prendere decisioni rapide sulla cura in condizioni di incertezza, senza sapere chiaramente quando il padre tornerà. Comprendere come le responsabilità di cura si adattino alla detenzione in carcere locale è estremamente importante, data la diffusione di questa forma di reclusione. Ogni anno la detenzione in carcere locale è circa sei volte più frequente di quella in penitenziario, e quasi tutte le persone che scontano una pena in penitenziario sono prima detenute in un carcere locale (Sawyer & Wagner, 2025).

Le conseguenze del cambiamento degli assetti di cura

Coerentemente con il modello dello stress familiare, le perturbazioni della cura derivanti dalla detenzione paterna sono destinate a produrre conseguenze più ampie sul funzionamento familiare (Conger & Elder, 1994). Questo quadro evidenzia come i fattori di stress, come l’allontanamento di un padre a causa della detenzione, possano generare ulteriori fattori di stress, e come sia quelli iniziali sia quelli aggiuntivi contribuiscano a compromettere il funzionamento familiare (Pearlin, 1989; Pearlin, Menaghan, Lieberman, & Mullen, 1981). Il fattore di stress costituito dalla detenzione paterna dà necessariamente origine ai fattori di stress aggiuntivi legati agli assetti di cura modificati, come descritto sopra. Questi assetti di cura modificati possono introdurre tensione emotiva, aumentare l’attrito interpersonale e accrescere il carico complessivo sui membri della famiglia, con il rischio di provocare disagio emotivo e tensioni relazionali. Questi effetti a cascata mostrano come la detenzione possa riverberarsi in tutto il sistema familiare, sommando le vulnerabilità e intensificando le difficoltà che le famiglie affrontano. In alternativa, l’esperienza della detenzione paterna può portare un certo sollievo alle figure di cura che, prima della reclusione del partner, erano gravate dalle responsabilità di cura dei figli e dallo stress di dover far fronte al consumo di sostanze del partner, alla sua attività criminale o al suo coinvolgimento in reti sociali a rischio (Turney et al., 2023). In questo senso, se da un lato la detenzione paterna può privare le figure di cura del sostegno dei padri nell’assolvere le responsabilità di cura dei figli, dall’altro può anche eliminare fattori di stress che in precedenza mettevano a dura prova l’ambiente di cura (Wheaton, 1990).

In primo luogo, i membri della famiglia che assorbono gli assetti di cura dopo la detenzione paterna possono vivere un notevole disagio emotivo. L’improvvisa riassegnazione delle responsabilità di cura può sopraffare le madri, le nonne o gli altri familiari che svolgono questo lavoro, rischiando di superare le risorse di cui dispongono. Questa intensificazione delle esigenze di cura può generare un conflitto interruolo, mentre le figure di cura faticano a conciliare gli obblighi genitoriali con responsabilità concorrenti (Pearlin, 1989). Allo stesso modo, ridistribuire i compiti di cura ad altri membri della famiglia può a sua volta sopraffare questi familiari, che devono conciliare la cura con obblighi concorrenti. Per esempio, le nonne che si fanno carico della cura dei bambini possono subire la tensione legata a queste nuove responsabilità, in particolare quando esse entrano in conflitto con obblighi preesistenti come il lavoro retribuito, la cura di altri nipoti o il sostegno a un partner con problemi di salute. Gli assetti di cura modificati che derivano dal fattore di stress iniziale della detenzione paterna possono quindi contribuire al disagio emotivo delle figure di cura.

In secondo luogo, le famiglie che assumono responsabilità di cura aggiuntive derivanti dal fattore di stress della detenzione paterna, in particolare quelle che ridistribuiscono tali responsabilità tra più membri della famiglia, possono andare incontro a un conflitto relazionale più elevato. La ridistribuzione alleggerisce il carico di ogni singola figura di cura, ma può introdurre nuove fonti di tensione. Il sostegno strumentale può avere costi interpersonali, poiché genera aspettative di reciprocità (Antonucci & Jackson, 1990), può esporre le figure di cura al giudizio e al controllo altrui (Braman, 2007; Kotova, 2020) e può accendere disaccordi sulle pratiche educative e sugli approcci alla cura (Choi & Marks, 2006). Ridistribuire la cura tra più persone può quindi alleviare la tensione individuale, ma al tempo stesso generare conflitto relazionale. I cambiamenti nella cura possono infatti creare nuove dinamiche familiari e modificare le relazioni all’interno delle famiglie.

Il presente studio

I processi e le conseguenze del cambiamento degli assetti di cura dopo la detenzione paterna sono relativamente poco conosciuti, nonostante il modello dello stress familiare suggerisca che la detenzione paterna ridisegni gli assetti di cura dei figli in modi che favoriscono sia il disagio emotivo sia il conflitto relazionale. La ricerca quantitativa mostra che la detenzione paterna accresce l’instabilità della cura dei figli (Turney & Kaiser, 2025), il che è rilevante data l’importanza della stabilità della cura per il benessere degli adulti e dei bambini (Bratsch-Hines, Carr, Zgourou, Vernon-Feagans, & Willoughby, 2020; Chaudry, 2004; Pilarz & Hill, 2017; Sandstrom & Huerta, 2013). La ricerca qualitativa documenta come le reti parentali si mobilitino per prendersi cura dei bambini dopo la detenzione paterna (Arditti et al., 2003; Christian, 2005; Turanovic et al., 2012), ma questi resoconti si concentrano generalmente sulle perturbazioni generali della vita familiare anziché offrire un’attenzione dettagliata alla cura. Analogamente, sebbene vi siano ampie prove di disagio emotivo e di conflitto relazionale dopo la detenzione di un familiare (Goldman, 2019; Lowenstein, 1984; Wildeman et al., 2012), il ruolo del cambiamento delle responsabilità di cura come via verso questi esiti negativi ha ricevuto un’attenzione relativamente scarsa.

In questo articolo ci basiamo su interviste a madri e nonne di bambini tratte dal Jail and Family Life Study per ricostruire sia i processi con cui la detenzione paterna provoca cambiamenti negli assetti di cura sia le ripercussioni di tali cambiamenti sul benessere familiare. La nostra analisi offre tre contributi principali. In primo luogo, collochiamo il cambiamento degli assetti di cura tra le conseguenze cruciali dello Stato carcerale, mettendo in luce come la detenzione paterna ridisegni le famiglie. In secondo luogo, concentrandoci sulle conseguenze della detenzione in carcere locale, caratterizzata da permanenze brusche, brevi e incerte, forniamo prove di come questa forma di contatto con il sistema penale plasmi la vita familiare. In terzo luogo, facciamo progredire la ricerca sulla cura collegando le transizioni di ruolo al disagio emotivo e al conflitto relazionale.

Metodi

Dati

Per comprendere come le famiglie riorganizzino la cura dei figli dopo la detenzione paterna, utilizziamo i dati del Jail and Family Life Study, uno studio longitudinale e in profondità su padri detenuti e sui loro familiari. Abbiamo reclutato i padri detenuti presentando il progetto in tre carceri locali della California meridionale tra il 2015 e il 2017. I padri potevano partecipare se (1) erano detenuti da almeno 2 mesi (poiché eravamo meno interessati a periodi di detenzione molto brevi), (2) avevano almeno un figlio minorenne e (3) erano stati in contatto con il figlio nel mese precedente la detenzione. Abbiamo chiesto ai padri di fornirci i nomi e i recapiti dei loro familiari (più spesso le madri dei loro figli e le loro stesse madri). Il campione complessivo comprende 123 famiglie.

Abbiamo reclutato e intervistato i familiari il prima possibile dopo l’intervista al padre, per ridurre al minimo lo scarto di tempo tra le interviste ai padri e quelle ai loro familiari e massimizzare la probabilità che i familiari fossero intervistati durante la detenzione del loro congiunto. Abbiamo inoltre condotto interviste di follow-up con i familiari dopo la scarcerazione del padre, il che ci ha permesso di costruire nel tempo un rapporto di fiducia con le persone partecipanti, di raccogliere informazioni aggiuntive e di esaminare come la vita familiare si sviluppi nel tempo. La natura della detenzione fa sì che alcuni padri non siano stati scarcerati (ed erano in attesa di giudizio o stavano scontando una pena), che alcuni siano stati condannati a una pena in penitenziario e che altri siano stati scarcerati e poi nuovamente detenuti, il che sottolinea ulteriormente la rilevanza delle interviste di follow-up. In questi casi, abbiamo intervistato i padri e i loro familiari circa 1 anno dopo l’intervista iniziale. Sebbene abbiamo cercato di intervistare tutte le persone 2 mesi dopo la scarcerazione, a volte ci è voluto più tempo per rintracciare le persone partecipanti e/o fissare le interviste.

Il nostro campione analitico comprende 52 famiglie. Abbiamo escluso le famiglie senza un’intervista a un familiare (n = 15) e poi le famiglie in cui il padre non aveva alcun ruolo di cura prima della detenzione (n = 56). Abbiamo considerato che i padri svolgessero un ruolo di cura se avevano con il figlio comportamenti orientati a compiti concreti (ad es. dargli da mangiare, giocare con lui e accompagnarlo dal medico). Alcuni di questi padri vivevano con i figli prima della detenzione, altri no. Abbiamo utilizzato i dati di 46 madri dei bambini (46 interviste iniziali e 39 di follow-up) e di 37 nonne dei bambini (37 interviste iniziali e 32 di follow-up). Le 46 interviste alle madri rappresentavano 41 famiglie, poiché cinque padri avevano figli con due madri diverse che hanno partecipato allo studio. Le 37 nonne rappresentavano 38 famiglie, poiché una nonna aveva due figli nello studio. La maggior parte delle nonne erano madri dei padri, ma il nostro campione analitico comprendeva anche due nonne dei padri e una madre delle madri dei bambini (cioè nonne materne). La nostra analisi si è basata su interviste a madri, nonne e bisnonne dei bambini. Le madri erano spesso le figure di cura principali dei bambini dopo la detenzione paterna e disponevano quindi spesso del maggior numero di informazioni sugli assetti di cura dei figli, ma anche le interviste alle nonne sono state utili per triangolare e integrare le informazioni fornite dalle madri.

Abbiamo condotto le interviste in inglese e in spagnolo, secondo la preferenza della persona partecipante. Abbiamo condotto in spagnolo le interviste con cinque madri (11% del campione analitico) e 19 nonne (51% del campione analitico). Abbiamo registrato in audio e trascritto alla lettera le interviste con i familiari e tradotto in inglese le interviste in spagnolo. Una partecipante ha rifiutato la registrazione all’intervista iniziale e abbiamo preso appunti dettagliati durante questa intervista. Madri e nonne hanno ricevuto 50 dollari per intervista. Le interviste con i familiari hanno affrontato temi come la detenzione del padre, le dinamiche e le relazioni domestiche, il benessere e le difficoltà economiche e la salute mentale. Le interviste miravano a distinguere la vita familiare prima e durante la detenzione del padre, facilitando un’analisi di come la detenzione avesse cambiato le dinamiche familiari. Dopo ogni intervista, chi l’aveva condotta redigeva note di campo dettagliate, riassumendo il contesto dell’intervista (ad es. l’atteggiamento della persona partecipante e il luogo), gli ambiti della traccia di intervista (ad es. conseguenze della detenzione, benessere economico della famiglia e salute) e altri dettagli importanti (ad es. informazioni degne di nota, incongruenze tra familiari e temi da riprendere nell’intervista di follow-up).

Analisi

Abbiamo seguito quattro fasi analitiche principali per comprendere come le famiglie affrontino la cura dei figli dopo la detenzione paterna, adottando un approccio abduttivo che ha permesso l’emergere sia di temi orientati dalla teoria sia di temi induttivi (Timmermans & Tavory, 2012). Abbiamo inoltre utilizzato un approccio flessibile, iterativo e trasparente, ideale per campioni ampi e per la codifica in équipe (Deterding & Waters, 2021; Goldberg & Allen, 2024).

La prima fase analitica, svolta per l’insieme del Jail and Family Life Study, ha comportato una codifica deduttiva di tutte le trascrizioni delle interviste. Questa codifica deduttiva, guidata dalla direzione scientifica dello studio, è stata realizzata da un’équipe di dottorande e dottorandi. Consisteva nel leggere integralmente le trascrizioni e nel codificarle in base ad ampi temi derivati per lo più dalle tracce di intervista. L’équipe ha codificato insieme le prime trascrizioni per stabilire un consenso sull’applicazione dei codici. Ogni trascrizione è stata poi codificata da un membro dell’équipe e rivista da un altro (il più delle volte dalla direzione scientifica dello studio). Chi codificava sottoponeva i casi di disaccordo al gruppo allargato per risolverli (e il codebook veniva rivisto se necessario). L’équipe ha prima svolto la codifica deduttiva delle interviste iniziali alle nonne, poi è passata alle interviste iniziali alle madri, alle interviste di follow-up alle madri e alle interviste di follow-up alle nonne. I codici deduttivi pertinenti per questa analisi comprendono «Effetti della detenzione», che includeva le discussioni su come la detenzione del padre avesse inciso su qualsiasi membro della famiglia; «Tutela dei minori», che includeva le discussioni sul sistema di tutela dei minori; e «Relazione con il figlio» o «Relazione con il nipote», che includevano le discussioni sulla relazione del familiare con i figli del padre.

La seconda fase analitica ha comportato un’ampia stesura di memo sugli assetti di cura per l’intero campione di 123 famiglie. La seconda e la terza firma di questo articolo hanno redatto memo qualitativi basati su ampie note di campo, riassumendo per ciascuna famiglia la situazione abitativa, gli assetti di cura dei figli (ad es. chi si occupa della cura e come la cura è distribuita tra i membri della famiglia), l’affidamento e i contatti con il sistema di tutela dei minori prima, durante e dopo (se pertinente) la detenzione del padre. Abbiamo anche codificato quantitativamente alcune di queste dimensioni per riassumere facilmente la presenza o l’assenza dei temi. Abbiamo poi utilizzato questi memo per affinare il nostro campione analitico e per redigere memo di sintesi sugli assetti di cura, evidenziando i temi più salienti documentati nelle famiglie. Questi memo di sintesi hanno facilitato la comprensione dei modelli ricorrenti e hanno orientato la fase di codifica successiva.

La terza fase analitica ha comportato la codifica induttiva dei codici deduttivi pertinenti (cioè le parti delle trascrizioni più rilevanti per le nostre domande di ricerca) per il nostro campione analitico. La seconda e la terza firma, in dialogo con la direzione scientifica dello studio, hanno svolto questa codifica induttiva. Questi codici sono emersi dai memo e dalle trascrizioni delle interviste. Tra gli esempi figurano «Cura da parte della figura di cura principale», che includeva le discussioni sui compiti di cura svolti dalle figure di cura principali dopo la detenzione paterna; «Relazione tra padre e figlio», che includeva le discussioni su come i padri si prendono cura dei figli prima e durante la detenzione; e «Conseguenze relazionali del cambiamento degli assetti di cura», che includeva le discussioni su come le relazioni tra figure di cura fossero cambiate in seguito ai mutamenti degli assetti di cura provocati dalla detenzione dei padri. La seconda e la terza firma hanno applicato questi codici induttivi alle trascrizioni delle interviste, rivedendo inizialmente ciascuna la codifica dell’altra fino a raggiungere la coerenza (Halpin, 2024). Tutte le persone che firmano l’articolo si sono riunite ogni settimana per discutere la codifica e risolvere le divergenze.

La quarta e ultima fase analitica ha comportato un’ulteriore stesura di memo basata sulla codifica induttiva. Abbiamo di nuovo redatto memo per ogni famiglia, questa volta solo per le famiglie del nostro campione analitico, riassumendo i temi emergenti centrali e individuando le citazioni chiave. Abbiamo poi utilizzato questi memo familiari per redigere memo tematici, delineando i principali modelli trasversali alle famiglie, esplorandone l’eterogeneità e individuando i modelli contrari. Questi memo costituiscono la base dei nostri risultati.

Date le differenze di potere insite nella relazione tra chi fa ricerca e chi vi partecipa (Reich, 2021), l’équipe di ricerca ha prestato attenzione a come le nostre posizionalità potessero aver influito su più fasi dello studio, tra cui la formulazione delle domande di intervista, le interazioni con le persone partecipanti e l’interpretazione dei dati. Abbiamo cercato di attenuare queste dinamiche instaurando un rapporto di fiducia con le persone partecipanti, discutendo regolarmente in équipe per riflettere sul processo di intervista ed esaminando come i nostri presupposti e le nostre lenti interpretative abbiano orientato le decisioni analitiche e i temi emergenti (Goldberg & Allen, 2024).

Descrizione del campione

La tabella 1 presenta le caratteristiche descrittive del campione analitico. La maggior parte delle madri (n = 32, 70%) e delle nonne (n = 29, 78%) si identifica come latina, il che riflette il contesto della California meridionale (Census, 2000). La maggior parte delle madri (n = 26, 57%) è nata negli Stati Uniti, mentre la maggior parte delle nonne è nata fuori dagli Stati Uniti (n = 23, 62%). In media, le madri hanno 29 anni e le nonne 59. Il loro numero medio di figli è rispettivamente di due e di quattro. Queste donne sono legate a uomini che hanno spesso vissuto detenzioni lunghe e frequenti. I familiari sono per lo più legati a uomini che hanno trascorso in detenzione tra 1 e 5 anni (n = 30, 65% per le madri; n = 27, 73% per le nonne). Circa due quinti delle madri (n = 19, 41%) hanno un figlio con una persona che è stata detenuta tra quattro e sette volte e circa un quarto (n = 11, 24%) ha un figlio con una persona che è stata detenuta otto o più volte. Queste frequenze sono simili per le nonne (rispettivamente n = 16, 43%; n = 9, 24%). Queste caratteristiche descrittive sono coerenti con quelle dell’intero campione di madri e nonne.

Tabella 1 — Caratteristiche iniziali del campione analitico

  • Origine etnico-razziale, N (%). Latino/a: madri 32 (70%), nonne 29 (78%); bianca: 6 (13%) e 6 (16%); nera: 1 (2%) e 1 (3%); asiatica/delle isole del Pacifico: 2 (4%) e 0 (0%); multirazziale/multietnica: 4 (9%) e 1 (3%); sconosciuta: 1 (2%) e 0 (0%).
  • Età, M (SD). Madri: 29 (7); nonne: 59 (10).
  • Numero di figli, M (SD). Madri: 2 (1); nonne: 4 (2).
  • Livello di istruzione, N (%). Inferiore alla scuola superiore: madri 3 (7%), nonne 5 (14%); diploma di scuola superiore o GED: 12 (26%) e 3 (8%); superiore alla scuola superiore: 23 (50%) e 10 (27%); sconosciuto: 8 (17%) e 19 (51%).
  • Condizione migratoria, N (%). Nate fuori dagli Stati Uniti: madri 10 (22%), nonne 23 (62%); nate negli Stati Uniti: 26 (57%) e 12 (32%); sconosciuta: 10 (22%) e 2 (5%).
  • Durata complessiva della detenzione, N (%). Meno di 1 anno: madri 12 (26%), nonne 5 (14%); tra 1 e 5 anni: 30 (65%) e 27 (73%); 5 anni o più: 4 (9%) e 5 (14%).
  • Frequenza della detenzione, N (%). Da una a tre volte: madri 16 (35%), nonne 12 (32%); da quattro a sette volte: 19 (41%) e 16 (43%); otto o più volte: 11 (24%) e 9 (24%).
  • N. Madri: 46; nonne: 37.

Risultati

I cambiamenti delle responsabilità di cura dopo la detenzione del padre

In linea con il modello dello stress familiare, la detenzione paterna modifica le dinamiche degli assetti di cura dei figli. La detenzione, e la conseguente impossibilità per i padri reclusi di occuparsi dei figli, impone al tempo stesso che le loro responsabilità di cura siano assorbite da altre figure di cura e crea nuove responsabilità di cura, come accompagnare i bambini ai colloqui in carcere e sostenerli mentre affrontano l’assenza del padre, due elementi che portano a cambiamenti nelle responsabilità di cura. La nostra analisi delle trascrizioni delle interviste individua due strategie principali, e spesso complementari, con cui le famiglie gestiscono la cura dei figli dopo la detenzione paterna: (1) la concentrazione delle responsabilità di cura sulla figura di cura principale già presente, di solito la madre biologica del bambino, e (2) la ridistribuzione delle responsabilità di cura, il più delle volte tra i membri della famiglia allargata ma talvolta verso fonti di cura esterne alla famiglia, come asili e servizi per l’infanzia, baby-sitter retribuite e amicizie (vedi figura 1).

Quadro concettuale
Figura 1. Quadro concettuale

Concepiamo le strategie di concentrazione e di ridistribuzione della cura come collocate lungo un continuum, con la maggior parte delle famiglie che combina in modo dinamico entrambe anziché affidarsi esclusivamente all’una o all’altra. Le risposte familiari alla detenzione paterna, plasmate dalle caratteristiche specifiche dell’ambiente familiare, si collocano in genere tra la sola concentrazione e la sola ridistribuzione. La sola concentrazione si verifica di solito quando i membri della famiglia allargata non sono disponibili o non sono disposti ad aiutare nella cura dei figli. La sola ridistribuzione si verifica spesso quando le madri devono far fronte alle esigenze di un lavoro retribuito o sono esse stesse coinvolte nel sistema penale o in quello di tutela dei minori. L’approccio combinato, in cui le famiglie ricorrono sia a strategie di concentrazione sia a strategie di ridistribuzione, emerge come la via più praticabile per le famiglie. La detenzione crea spesso un vuoto di cura considerevole, troppo grande per essere colmato dalla sola concentrazione o dalla sola ridistribuzione, in particolare quando i padri si facevano carico di una parte sostanziale dei compiti di cura prima della detenzione. Descriviamo prima le strategie distinte di concentrazione e di ridistribuzione, per poi esaminare come le famiglie combinino spesso le due in risposta ai bisogni di cura.

La concentrazione delle responsabilità di cura: «Fare tutto»

Rileviamo che le famiglie che vivono la detenzione paterna sperimentano spesso una concentrazione delle responsabilità di cura dei figli, poiché le figure di cura principali già presenti, di solito le madri dei bambini, si trovano ad assumere responsabilità di cura più ampie in seguito alla detenzione dei padri. Queste responsabilità di cura più ampie nascono dal fatto che i padri dei bambini non sono più disponibili per aiutare nella cura mentre le madri svolgono un lavoro retribuito, gestiscono altre incombenze domestiche o sbrigano commissioni. Nascono anche dagli oneri aggiuntivi che la detenzione paterna fa gravare sulle famiglie (ad es. mantenere il contatto con i padri detenuti). La concentrazione delle responsabilità di cura si verifica spesso quando i membri della famiglia allargata non sono disponibili o non sono disposti ad aiutare nella cura (di solito a causa della distanza geografica, di altre responsabilità di cura o della stanchezza accumulata di fronte alle detenzioni cicliche del loro congiunto). Circa la metà delle famiglie ha sperimentato un certo grado di concentrazione delle responsabilità di cura dei figli, dalla sola concentrazione alla combinazione di concentrazione e ridistribuzione, il che accresce il sovraccarico di ruolo e la tensione di ruolo (Pearlin et al., 1990).

Karen, una madre di 21 anni con due figli (di 1 e 2 anni), ha vissuto una concentrazione delle responsabilità di cura perché i membri della sua famiglia allargata non erano in grado di aiutarla nella cura dei figli quando il suo partner, padre dei bambini, è finito in carcere. Karen è diventata l’unica figura di cura principale dopo che il partner è stato allontanato dalla casa che condividevano. In quel periodo Karen ha ricevuto poco sostegno dalla sua famiglia d’origine, perché suo padre, che viveva da solo, lavorava per molte ore. A Karen non era inoltre consentito avere contatti con la famiglia del partner, a causa dell’ordine restrittivo che aveva ottenuto nei suoi confronti. Queste circostanze l’hanno lasciata in difficoltà, sola a occuparsi dei suoi due figli. Ha raccontato quanto fosse difficile fare la spesa con i due bambini: «Non riesci neanche a fare la spesa [con due bambini]... Dovevo andare a piedi [al supermercato] con il passeggino. E poi con quel passeggino non posso fare la spesa. Quindi dovevo chiuderlo e prendere un carrello. Mio figlio dormiva, quindi dovevo mettere una coperta nel carrello e sdraiarci sopra il bambino. Ecco la mia spesa, mio figlio. Occupa tutto il carrello. Mia figlia sta seduta, quindi dovevo prendere un altro carrello... È la cosa più difficile. Avere due figli quando non puoi proprio andare a fare la spesa.» Per le madri come Karen, la mancanza di sostegno familiare dopo la detenzione del partner ha reso necessario assorbire da sole tutte le responsabilità di cura aggiuntive.

Julia, una madre di 25 anni con un figlio (di 6 anni), ha anch’essa vissuto una concentrazione delle responsabilità di cura. Prima della detenzione, il suo partner aveva un ruolo di cura importante nella vita del figlio. Si occupava di lui 3 giorni alla settimana, il che dava a Julia il tempo di sbrigare commissioni, fare le faccende e riposarsi. Dopo la detenzione del partner, però, Julia si è trovata all’improvviso l’unica responsabile della cura del figlio. Ha detto: «[Mio figlio] sta con me al cento per cento, sempre. Chiedo molto raramente a una baby-sitter… Il tempo che passo con lui è molto di più [che prima della detenzione di suo padre].» Julia ci racconta che la sua famiglia raramente riusciva ad alleggerirle questo peso, a causa dei propri impegni. Ha detto: «Mia madre ha un’attività sua. È una donna molto impegnata… non è davvero disponibile sempre. Raramente, a dire il vero.» I cambiamenti nelle responsabilità di cura di Julia sono quindi consistenti, poiché il suo partner aveva un ruolo di cura significativo prima della detenzione, e concentrati, data l’impossibilità della sua famiglia di sostituire pienamente il ruolo del partner.

La ridistribuzione delle responsabilità di cura: «Ci vuole un villaggio»

Rileviamo che le famiglie che vivono la detenzione paterna ridistribuiscono spesso anche i compiti di cura, poiché persone che prima non erano figure di cura principali, come membri della famiglia allargata, amicizie o servizi di cura retribuiti, si fanno carico della cura dei figli durante la detenzione paterna. Più di tre quarti delle famiglie hanno vissuto una ridistribuzione delle responsabilità di cura dei figli, da spostamenti parziali delle responsabilità fino a cambiamenti completi degli assetti di cura (questi ultimi si verificano quando le madri devono far fronte alle esigenze di un lavoro retribuito o hanno esse stesse contatti con il sistema penale o con quello di tutela dei minori). Le famiglie hanno descritto tre modelli ricorrenti di ridistribuzione: un maggiore coinvolgimento dei membri della famiglia allargata, un maggiore ricorso a figure di cura esterne alla famiglia e il passaggio completo a una nuova figura di cura principale.

La forma più comune di ridistribuzione della cura dei figli vede i membri della famiglia allargata intervenire per aiutare a gestire le responsabilità durante la detenzione paterna. Questa cura è di solito volontaria, non retribuita e assunta da nonne e nonni dei bambini (anche se zie, zii, cugini e/o fratelli e sorelle maggiori se ne sono talvolta occupati). Questi assetti richiedono la cooperazione tra le madri dei bambini e i membri della famiglia allargata. Quasi tutte le famiglie che hanno vissuto una ridistribuzione hanno trasferito almeno alcune responsabilità di cura dei figli alla famiglia allargata (circa nella metà dei casi a parenti materni, in un quarto dei casi a parenti paterni e in un quarto dei casi a parenti sia materni sia paterni). Si consideri Amy, 77 anni, il cui figlio era detenuto. Prima della detenzione del figlio, Amy e lui condividevano l’affidamento della nipote tredicenne di Amy, che viveva con loro parte della settimana e frequentava una scuola vicina. Dopo la sua carcerazione, Amy è diventata la figura di cura principale nei giorni feriali e un fine settimana su due, assumendosi gli oneri economici e pratici di questo nuovo ruolo. A causa della sua età e dei suoi limiti fisici, anche la figlia di Amy è intervenuta per aiutare. «Adesso, il sabato o la domenica [mia figlia] prende [mia nipote] e fanno quello che vogliono», ha spiegato Amy. «Così mi aiuta, ed è una cosa buona per [mia nipote].» Questo esempio, in cui sia la nonna sia la zia della bambina hanno assunto ruoli di cura, illustra come la famiglia allargata si faccia spesso carico collettivamente delle responsabilità genitoriali in assenza del padre.

La ridistribuzione delle responsabilità di cura dei figli dopo la detenzione paterna ha talvolta coinvolto fonti di cura esterne alla famiglia, come asili e servizi per l’infanzia, baby-sitter retribuite o amicizie. Prendiamo Cindy, una madre di 29 anni che viveva con i suoi due figli (di 1 e 7 anni) e con sua madre. Sebbene il partner di Cindy non vivesse con loro prima della detenzione, si faceva carico di notevoli responsabilità di cura. Cindy ha detto: «Se avevo bisogno di aiuto per pulire, mi aiutava a pulire… Perché era lì e vedeva che avevo bisogno di aiuto.» La detenzione del partner ha creato notevoli vuoti nella cura dei figli per Cindy, la cui madre non poteva aiutarla a causa di una recente diagnosi di cancro, e Cindy ha chiesto aiuto a un amico per la cura dei bambini. Cindy ha descritto come il figlio maggiore andasse a scuola dopo la detenzione del padre: «Lo accompagno io a piedi [mio figlio]. Oppure il mio amico che abita a un isolato da qui viene a prenderlo, ed è una buona cosa perché così non devo portare fuori il piccolo quando fa freddo. Ma d’estate è facile, usciamo e andiamo a piedi con il passeggino se il piccolo è sveglio. Se non lo è, allora lo va a prendere il mio amico.» L’esperienza di Cindy illustra le difficoltà che le madri affrontano quando si occupano da sole dei figli, soprattutto di figli con orari e bisogni diversi. Se di solito erano i familiari a intervenire, amicizie o asili a pagamento hanno talvolta avuto un ruolo essenziale per le madri.

In circa un quinto delle famiglie del nostro campione, la ridistribuzione delle responsabilità di cura dei figli è avvenuta attraverso un cambiamento della figura di cura principale, poiché i bambini sono andati a vivere con un membro della famiglia allargata dopo la detenzione del padre. Questa ridistribuzione è derivata il più delle volte dal contatto della madre con il sistema penale o con quello di tutela dei minori, anche se talvolta è avvenuta su base volontaria, quando la madre ha deciso di non essere in grado di occuparsi dei figli. Claire, una madre di 23 anni con quattro figli (di 1, 4, 5 e 7 anni), offre l’esempio di una madre che ha perso temporaneamente l’affidamento a causa dell’intervento dei servizi di tutela dei minori (Child Protective Services, CPS). Claire è stata colpita e ferita da un’arma da fuoco dal suo compagno, il che ha portato alla detenzione di lui. La madre di Claire ha chiamato i CPS perché era preoccupata per la violenza. Claire ha detto: «Mia madre ha chiamato i CPS, e [i CPS] hanno parlato con mia figlia e le hanno chiesto se litighiamo. E lei ha detto di sì. E così li hanno presi, solo per quello.» Dopo aver frequentato per un anno un corso di sostegno alla genitorialità e aver trovato un appartamento, Claire ha riottenuto l’affidamento. Claire illustra quindi come la detenzione paterna possa destabilizzare gli assetti di cura dei figli attraverso l’intervento delle istituzioni pubbliche, contribuendo a un cambiamento dell’affidamento.

Concentrazione e ridistribuzione delle responsabilità di cura: «Fare tutto» insieme

Quasi la metà delle famiglie ha fatto ricorso contemporaneamente alla concentrazione e alla ridistribuzione per gestire le responsabilità di cura dei figli dopo la detenzione. Le famiglie ricorrevano di solito simultaneamente a queste strategie quando dovevano sostenere un carico di cura elevato, in genere quando i padri erano stati molto coinvolti nella cura prima della detenzione. In queste famiglie era spesso impraticabile o impossibile ricorrere alla sola concentrazione (poiché una sola figura di cura principale non poteva assorbire tutti i bisogni di cura) o alla sola ridistribuzione (poiché le figure di cura principali volevano e potevano assumersi almeno alcune responsabilità di cura aggiuntive).

Prendiamo Teresa, una donna di 35 anni che ha fatto ricorso sia alla concentrazione sia alla ridistribuzione. Prima della detenzione del partner, viveva con lui, con il figlio che avevano in comune (di 2 anni) e con due figli più grandi nati dalla sua relazione precedente (di 12 e 9 anni). Teresa ha raccontato che il partner si occupava molto dei figli prima della detenzione: «Nei giorni in cui [lui] non lavorava, la cosa funzionava davvero per i nostri orari, perché ovviamente, sai, la nostra giornata è sempre stata piena. Lui può andare a prendere i bambini e portarli dove devono andare. Io non devo correre a casa o fare altro. Quindi in effetti mi toglieva un bel po’ di quel carico.» La detenzione del partner ha lasciato a Teresa un grande vuoto di cura da colmare, sia sul piano logistico sia su quello economico, e Teresa ha fatto ricorso sia a strategie di ridistribuzione sia di concentrazione per colmarlo. Su richiesta di Teresa, sua madre, che viveva lontano, ha accolto a tempo pieno il figlio più piccolo di Teresa, consentendo la ridistribuzione di una parte delle responsabilità di cura nonostante la distanza geografica tra loro. Teresa ha anche iscritto i due figli più grandi a giorni aggiuntivi in un servizio per l’infanzia a pagamento. Tuttavia, pur avendo ridistribuito una parte della cura dei figli alla famiglia e a un servizio a pagamento, Teresa ha vissuto anche una concentrazione delle responsabilità di cura, poiché i suoi parenti non vivevano abbastanza vicino da aiutarla con regolarità. Riflettendo sulle difficoltà di andare a prendere i figli a scuola, Teresa ha detto: «L’ho fatto da sola. Ho dovuto cambiare [i miei] orari [di lavoro].» Le esperienze di Teresa esemplificano come le famiglie facciano ricorso simultaneamente a strategie di concentrazione e di ridistribuzione. Teresa è stata una delle sole due madri che hanno fatto vivere volontariamente il proprio figlio a tempo pieno con un membro della famiglia allargata, senza l’intervento dei CPS. La sua esperienza è tuttavia emblematica di come le famiglie potessero adottare strategie diverse per figli diversi, in base alle capacità delle madri e ai bisogni di cura dei bambini.

Le famiglie hanno inoltre fatto ricorso simultaneamente a strategie di concentrazione e di ridistribuzione quando dovevano conciliare gli orari di lavoro delle madri e dei membri della famiglia allargata per garantire la copertura della cura. Si consideri Susie, una madre di 21 anni con un figlio (di 2 anni). Il partner convivente di Susie si occupava molto del figlio comune prima della detenzione. Si prendeva cura del figlio mentre Susie lavorava, e lui e il figlio «giocavano molto insieme ... andavano al parco e cose così». Dopo la sua detenzione, però, Susie si è trovata a dover organizzare da sola la cura del figlio mentre lavorava. Riflettendo su come fossero cambiate le sue responsabilità di cura dopo la detenzione del partner, Susie ha detto: «Dovevo fare tutto io per il mio bambino.» Ha aggiunto: «[Crescerlo da sola] è stato davvero piuttosto duro per me, perché anche mia sorella lavorava. Non poteva fargli da baby-sitter. Quindi dovevo trovare una baby-sitter. Oppure a volte arrivavo tardi al lavoro perché non avevo una baby-sitter.» Alla fine però gli orari della sorella sono cambiati, e Susie ha allora ridistribuito alla sorella una parte delle responsabilità di cura. Susie ha quindi fatto ricorso contemporaneamente sia alla cura concentrata sia a quella ridistribuita, a seconda della disponibilità della sorella e della baby-sitter. Come Teresa, Susie ha vissuto sia la concentrazione sia la ridistribuzione perché, pur ricevendo un certo sostegno dai familiari, diventava l’unica responsabile dei bisogni del figlio ogni volta che quel sostegno veniva a mancare.

Le conseguenze del cambiamento degli assetti di cura

La nostra analisi rivela che la concentrazione e la ridistribuzione delle responsabilità di cura dopo la detenzione paterna hanno conseguenze importanti per le dinamiche familiari e per il benessere delle figure di cura, in linea con il modello dello stress familiare (vedi figura 1). Individuiamo due conseguenze emergenti principali: (1) un disagio accresciuto, osservato soprattutto tra le figure di cura che sostengono responsabilità di cura concentrate (da sole o insieme alla ridistribuzione), e (2) un aumento del conflitto tra figure di cura, osservato soprattutto nelle famiglie che vivono una ridistribuzione delle responsabilità di cura (da sola o insieme alla concentrazione).

Un disagio accresciuto

I familiari hanno descritto la concentrazione delle responsabilità di cura dopo la detenzione paterna come un’esperienza angosciante e soverchiante. Questa concentrazione, che si somma ad altre tensioni derivanti dalla detenzione di un familiare, ha esacerbato il disagio delle figure di cura in due modi principali. In primo luogo, le figure di cura hanno riferito di vivere una tensione mentre si facevano carico di una quota maggiore delle responsabilità di cura dei figli, rese più difficili dalla mancanza del sostegno emotivo che prima offrivano i padri. In secondo luogo, hanno riferito di vivere una tensione in risposta alle nuove responsabilità derivanti direttamente dalla reclusione del padre. Circa un quarto delle figure di cura del nostro campione ha riferito un disagio accresciuto direttamente legato al carico di cura.

Le figure di cura hanno descritto il disagio derivante dalla concentrazione degli obblighi di cura come particolarmente acuto, poiché non potevano più ricevere il sostegno emotivo dei padri dei loro figli, un sostegno che di solito le aiutava ad affrontare lo stress della cura. Si consideri Emily, una madre di 21 anni con due figli (di 1 e 4 anni). Prima della detenzione, il partner di Emily contribuiva alla cura dei figli sbrigando commissioni, facendo le pulizie e offrendo sostegno emotivo. Dopo la sua detenzione, Emily ha fatto ricorso sia alla concentrazione sia alla ridistribuzione della cura, assorbendo lei stessa una parte maggiore della cura dei figli e appoggiandosi al programma Head Start. Ci racconta che la detenzione del partner ha al tempo stesso accresciuto le sue responsabilità di cura e l’ha privata del sostegno emotivo di cui aveva bisogno per farvi fronte. Dice: «Non ho sostegno. Sostegno mentale. Qualcuno che mi dica che andrà tutto bene, o lascia, ci penso io… Lui era proprio tipo: “dai, lascia che ti aiuti.” Perché era lì e vedeva che avevo bisogno di aiuto.» La concentrazione delle responsabilità di cura, unita al minore sostegno emotivo dovuto alla reclusione, ha quindi portato a un deterioramento della salute mentale delle figure di cura.

Inoltre, le figure di cura hanno riferito che la reclusione dei padri ha portato nuovi compiti di cura che hanno contribuito al disagio. Per esempio, hanno descritto le ripercussioni emotive della detenzione paterna sui bambini, che accrescevano il loro disagio. Si consideri Paulie, una madre di 26 anni che viveva con i suoi due figli (di 6 e 7 anni) e con il loro padre prima della detenzione di lui. Dopo la detenzione del partner, Paulie ha fatto ricorso sia alla concentrazione sia alla ridistribuzione, poiché ha aumentato il proprio impegno nella cura e ha ricevuto un sostegno limitato nel tempo dalla nonna paterna. Paulie ha riferito che il suo disagio legato alla cura concentrata era esacerbato dalle reazioni dei figli alla detenzione. Ha detto: «Devi fare tutto da sola. È così sfiancante. E magari se si è in due ci si possono dividere i compiti… ma io devo occuparmi di tutto. Ed è davvero stressante. Soprattutto quando non mi ascoltano. Ho notato che da quando lui è lì dentro si comportano male. Ho l’impressione che siano diventati più dei piccoli combinaguai. Sono … più sfacciati e pensano di poter fare come vogliono.» Questo estratto illustra il disagio e la tensione derivanti dalle nuove responsabilità di cura.

Analogamente, alcune figure di cura hanno risposto alle reazioni emotive dei figli alla detenzione paterna passando più tempo con loro, il che ha contribuito al disagio. Si consideri Jessica, una madre di 24 anni con due figli (di 2 e 5 anni), che ha assunto obblighi di cura maggiori dopo la detenzione del padre del figlio. Dice: «Era proprio dura non avere più aiuto … dover destreggiarsi tra così tante cose ed essere abituata ad avere qualcuno lì, anche solo per fare le cosette più stupide e più semplici a cui non pensi nemmeno.» Jessica ha anche riferito di voler compensare l’assenza del padre nella vita del figlio. «Cercavo di fare di più con loro proprio perché sentivo di doverlo fare… compensare la mancanza dell’altro genitore… Cercavo continuamente di comprare cose, cose costosissime, assurde, per [mio figlio]. Perché cercavo solo di riempire un vuoto che c’era… Cercavo davvero solo di distrarlo, di tenerlo occupato o di compensare il fatto che [suo padre] non c’era più.» Jessica, come altre madri, descrive come la concentrazione delle responsabilità di cura dopo la detenzione paterna, unita ai loro sforzi per attenuare le ripercussioni dannose della detenzione, metta a dura prova il loro benessere emotivo.

Il disagio è emerso anche perché le esigenze della cura concentrata limitavano la possibilità delle figure di cura di trascorrere «tempo di qualità» con i figli. Paulina, una madre di 31 anni con due figli (di 3 e 6 anni), illustra queste preoccupazioni. Paulina viveva con il partner prima della detenzione di lui; il partner si occupava dei figli mentre Paulina era al lavoro. Dopo la detenzione del partner, Paulina ha fatto ricorso sia alla concentrazione sia alla ridistribuzione, poiché si è fatta carico della maggior parte delle responsabilità di cura e si è anche appoggiata a una baby-sitter e all’aiuto occasionale di alcuni familiari. Paulina ha detto: «Torno a casa stanca dal lavoro, cucino, vedo [i miei figli]... Loro fanno: “Mamma, andiamo al parco. Non giochi più con noi. Mamma, mamma, non mi canti più niente.”… Mia figlia dice: “Perché non ci leggi più i libri, mamma? Non mi dai più retta, mamma, ascoltami.”» Paulina illustra le esperienze delle figure di cura che faticano a conciliare l’aumento delle responsabilità di cura con la qualità della cura che possono offrire ai figli.

Un aumento del conflitto tra figure di cura

La ridistribuzione dei compiti di cura dopo la detenzione paterna contribuisce all’emergere di conflitti tra figure di cura, in particolare, ma non esclusivamente, tra la famiglia materna e quella paterna dei bambini. Il conflitto nasce da questioni come la sistemazione abitativa e l’affidamento dei bambini, la ripartizione delle spese per la loro cura, l’accesso ai bambini (soprattutto da parte della famiglia del padre) e le preoccupazioni per le relazioni e le abitudini dei bambini. Circa un quinto delle figure di cura riferisce conflitti con altre figure di cura.

Le figure di cura entrano talvolta in contrasto sulla sistemazione abitativa e sull’affidamento dei bambini dopo la detenzione paterna. Si consideri Amy (presentata sopra), diventata la figura di cura principale della nipote dopo la detenzione del figlio. Amy ha espresso la sua frustrazione perché la madre della nipote si rifiutava di pagare le spese di cura, compresa la benzina per accompagnarla a scuola; in risposta, Amy ha preteso che la madre della nipote la accompagnasse a scuola ogni mattina. Inoltre, la nipote di Amy voleva vivere con lei a tempo pieno, ma la madre della ragazza si è opposta, il che ha generato un conflitto tra le due donne. Amy ha detto: «Ieri, quando [mia nipote] è arrivata qui, mi dice: finalmente ho detto a mia madre che voglio trasferirmi da te per cominciare la scuola superiore... E poi sua madre ha detto: be’, non so, perché non mi fido di lei, cioè di me. Come fa a non fidarsi di me?» Il conflitto tra Amy e la madre della nipote nasce dagli assetti di cura ridistribuiti dopo la detenzione paterna.

I disaccordi sulla sistemazione abitativa dei bambini sono talvolta sfociati in controversie sull’affidamento. Si consideri Crucecita, 74 anni. Dopo la detenzione del figlio, i bambini di lui sono andati a vivere con la figlia di Crucecita, mentre la nonna materna dei bambini, la zia materna e la figlia di Crucecita chiedevano l’affidamento. L’affidamento è stato concesso alla nonna materna dei bambini. I CPS hanno approvato un diritto di visita per Crucecita, ma i tentativi di sua figlia di ottenere un accordo simile non hanno avuto successo. Riflettendo su questa controversia, Crucecita ha detto: «Vivono in un posto stretto. Non hanno abbastanza spazio per vivere. Hanno un sacco di bambini e vivono tutti insieme. È orribile… Perché non danno l’affidamento a mia figlia o i bambini? Lei sta meglio economicamente, ha un tenore di vita decoroso, e lei e suo marito sono tutti e due professionisti. Sono andati a vedere la loro casa e hanno visto che vive in buone condizioni. Si può dire che Dio l’ha benedetta e che ha soldi. Vivono piuttosto bene.» Come illustra il caso di Crucecita, i disaccordi sulla sistemazione abitativa dei bambini sono una fonte di conflitto sulla scia della detenzione paterna, poiché le figure di cura hanno talvolta opinioni contrastanti su dove, e con chi, i bambini debbano vivere.

La ridistribuzione della cura dei figli dopo la detenzione paterna ha talvolta provocato contrasti sulle abitudini e sulle routine dei bambini. Si consideri Kaylee, 49 anni, che si è fatta carico di responsabilità di cura aggiuntive dopo la detenzione del figlio. Kaylee riferisce che i disaccordi tra lei e la madre dei nipoti sono aumentati di pari passo con il suo coinvolgimento nella routine dei nipoti. Ci ha detto: «Quando li porta a mangiare, è solo pizza, hamburger, patatine… non compra loro nient’altro. Mi preoccupa tantissimo perché in famiglia c’è il diabete…. Non capisce che frutta e verdura fanno bene. Quando cucino per loro, non vogliono mangiare perché sono abituati al cibo spazzatura. Quando erano più piccoli davo loro tanta frutta e verdura, ma adesso non la mangiano più. Lui adora le caramelle.» Questo estratto illustra come, dopo la detenzione paterna, mentre le figure di cura si assumono maggiori responsabilità e coordinano tra loro la cura, opinioni divergenti sulle pratiche educative appropriate possano dare origine a conflitti.

Un’altra fonte di disaccordo tra figure di cura riguardava il contatto dei bambini con il padre detenuto. Si consideri Marsha, una donna di 48 anni il cui figlio viveva con la compagna e con la figlia (di 3 anni) prima di essere detenuto. Dopo la detenzione del figlio, la compagna non poteva più permettersi l’affitto; ciò ha portato la bambina a soggiornare a intermittenza in motel con la madre e presso la nonna materna e quella paterna. La madre della bambina è stata in seguito anch’essa detenuta, e la bambina ha cominciato a dividere il suo tempo tra la casa della nonna materna e quella della nonna paterna. Mentre il padre e la madre della bambina erano entrambi detenuti, la nonna materna portava la bambina a far loro visita. Questa decisione ha incontrato la disapprovazione di Marsha, che ci ha detto: «Si immagini quanto è faticoso per una bambina piccola. Voglio dire, non m’importa se sono due o tre ore, ma lì dentro parliamo di almeno quattro o cinque ore. Voglio dire, non puoi portare cibo, non puoi portare da bere, e non c’è un bagno e sei in questo piccolo cubicolo e il sedile è grande così. E non serve - non so, per me non è affatto un posto per bambini. E c’è tutta questa gente che impreca, tutte queste parolacce.» L’esempio di Marsha mostra che, mentre le figure di cura si dividono e condividono le responsabilità di cura dei figli, possono nascere conflitti su come i bambini debbano mantenere il contatto con il padre detenuto, che riflettono convinzioni diverse su questioni come le possibili ripercussioni delle visite in carcere sui bambini piccoli.

Discussione

Fondandoci sul modello dello stress familiare, che sottolinea l’interdipendenza e l’interconnessione dei membri della famiglia (Arditti & McGregor, 2019; Conger & Elder, 1994; Hill, 1958), descriviamo e spieghiamo come le famiglie rispondano ai carichi di cura che emergono dalla detenzione paterna. Utilizziamo dati di interviste in profondità provenienti da 54 famiglie che vivono la detenzione, principalmente interviste alle madri e alle nonne dei bambini, per rendere conto in modo sistematico dei cambiamenti della cura in seguito a questo fattore di stress. La detenzione paterna modifica gli assetti di cura, poiché la detenzione rende i padri incapaci di svolgere molti compiti di cura, impone che i compiti di cura che svolgevano in precedenza siano assorbiti da altre persone e crea nuovi compiti di cura (come facilitare la comunicazione tra i padri detenuti e i loro figli). Esaminiamo di conseguenza come cambino gli assetti di cura dopo la detenzione paterna e quali conseguenze abbiano questi cambiamenti per le figure di cura.

In primo luogo, rileviamo che gli assetti di cura dopo la detenzione paterna vanno dalla concentrazione, in cui le responsabilità di cura sono interamente assorbite dalla figura di cura principale già presente, alla ridistribuzione, in cui queste responsabilità sono ripartite tra altre persone, tra cui membri della famiglia allargata, amicizie e servizi per l’infanzia. Ciò è in linea con ricerche precedenti che mettono in luce come la detenzione alteri le dinamiche familiari (Braman, 2007; Comfort, 2016; Turanovic et al., 2012). Integriamo queste ricerche, molte delle quali si concentrano specificamente sulle relazioni di coppia (Emory, 2022; Turney et al., 2023; Widdowson et al., 2020), esaminando in modo sistematico la cura, una responsabilità impegnativa che richiede tempo, energia e risorse economiche a chi la presta (Urwin et al., 2023) e un fattore fondamentale del benessere dei bambini (World Health Organization, 2004). I nostri risultati sul continuum degli assetti di cura, con alcune famiglie che concentrano soltanto la cura, altre che la ridistribuiscono soltanto e la maggior parte che combina in qualche modo concentrazione e ridistribuzione, sono in linea con le ricerche che documentano risposte eterogenee alla detenzione paterna (Sampson, 2011; Venema et al., 2024). Queste risposte eterogenee, che mostrano come le madri e gli altri familiari gestiscano la cura in risposta alla detenzione paterna, possono far luce sui meccanismi che collegano la detenzione paterna all’instabilità della cura dei figli (Turney & Kaiser, 2025).

In secondo luogo, rileviamo che queste risposte di cura alla detenzione paterna hanno conseguenze per le madri e le nonne, generando disagio e conflitto relazionale. La concentrazione della cura accresce spesso il disagio, mentre la ridistribuzione della cura genera spesso conflitto relazionale. Queste conseguenze sono in linea con la teoria dello stress familiare, che sottolinea sia l’interdipendenza dei membri della famiglia sia il modo in cui i fattori di stress possono portare a disagio e conflitto (Conger & Elder, 1994). Sono inoltre in linea con le ricerche che documentano il disagio e il conflitto che derivano più in generale dalla detenzione (Goldman, 2019; Lowenstein, 1984; Wildeman et al., 2012). Il cambiamento degli assetti di cura, sotto forma di concentrazione, di ridistribuzione o di una combinazione delle due, potrebbe costituire uno dei meccanismi che spiegano gli effetti deleteri della detenzione paterna sulla salute mentale (Goldman, 2019; Sirois, 2020; Wildeman et al., 2012) e sul conflitto relazionale (Braman, 2007). La ricerca futura potrebbe utilizzare dati di indagini su popolazione per esaminare gli assetti di cura come mediatore tra la detenzione paterna e lo stress e il conflitto relazionale, oppure considerare moderatori familiari (ad es. lo status socioeconomico, la vicinanza della famiglia allargata) della relazione tra la detenzione paterna e questi esiti. La ricerca futura potrebbe anche esaminare le conseguenze del cambiamento degli assetti di cura sul benessere dei bambini, un ambito di indagine importante che esula dagli obiettivi di questo articolo.

Nel complesso, i nostri risultati mettono in luce come la detenzione paterna, un fattore di stress che comporta di solito un’assenza temporanea del padre dalla casa, ristrutturi la vita familiare. Sebbene la detenzione paterna sia un fattore di stress unico, questi risultati possono essere istruttivi per capire come le famiglie rispondano ad altri fattori di stress, in particolare quelli che comportano l’assenza di un membro della famiglia, come la morte di un genitore, l’impiego in missione militare o l’espulsione, e quelli che plasmano le dinamiche di cura (ad es. un genitore che entra nel mercato del lavoro dopo un periodo di disoccupazione). I processi di concentrazione e di ridistribuzione delle responsabilità di cura dei figli che osserviamo nei nostri dati potrebbero verosimilmente esistere anche nelle famiglie che affrontano questi altri fattori di stress (Dreby, 2012). La ricerca futura dovrebbe individuare in che modo questi altri fattori di stress plasmino gli assetti di cura in modi simili e diversi rispetto alla detenzione paterna.

Limiti

Questi risultati vanno interpretati alla luce di diversi fattori, che riguardano per lo più la composizione del nostro campione. In primo luogo, abbiamo intervistato madri e nonne di bambini che vivono la detenzione del padre, e non l’intero universo delle persone che si prendono cura dei bambini durante l’assenza del padre. Altri familiari, come fratelli e sorelle dei padri detenuti, nonni materni e figli più grandi, svolgono compiti di cura, come abbiamo appreso dai familiari che abbiamo intervistato. Interviste a queste altre figure di cura potrebbero produrre risultati aggiuntivi. La ricerca futura, sulla cura dopo la detenzione paterna ma anche sulle conseguenze della detenzione paterna più in generale, trarrebbe vantaggio dall’intervistare questi altri familiari (Umamaheswar, 2024). Ciò detto, le nostre interviste sia alle madri sia alle nonne di bambini che vivono la detenzione paterna sono in linea con un approccio sistemico familiare (Minuchin, 1974). In secondo luogo, abbiamo limitato il nostro campione alle famiglie in cui il padre era coinvolto nella cura prima della detenzione. In teoria è il gruppo che ci aspettiamo sia più colpito dalla detenzione paterna, ma questa scelta preclude l’esame del cambiamento delle dinamiche di cura in altre famiglie. I padri che non si occupavano dei figli prima della detenzione possono contribuire con risorse economiche, la cui mancanza potrebbe modificare gli assetti di cura. In terzo luogo, il nostro campione comprende famiglie che vivono la detenzione di un congiunto in un carcere locale (anche se alcuni uomini ricevono condanne a pene in penitenziario durante lo studio e/o sono già stati in penitenziario in passato). Gli assetti di cura dopo una detenzione in carcere locale, di solito più breve di una detenzione in penitenziario e caratterizzata da una notevole incertezza sulla data di scarcerazione (Walker, 2022), possono svilupparsi in modi diversi rispetto agli assetti di cura dopo una detenzione in penitenziario. D’altra parte, i bisogni di cura dei bambini cambiano piuttosto rapidamente anche in assenza di detenzione paterna, e le famiglie non parlano del cambiamento dei loro assetti di cura come di qualcosa di specificamente a breve termine, il che suggerisce che il tipo di istituto potrebbe non plasmare in modo significativo gli assetti di cura e le loro conseguenze. Questo aspetto, così come le conseguenze a lungo termine della detenzione in carcere locale sugli assetti di cura, resta una questione per la ricerca futura. Infine, i risultati potrebbero divergere se il nostro campione presentasse una maggiore diversità razziale ed etnica, poiché la maggior parte delle persone partecipanti si identifica come Latinx. Le famiglie Latinx aderiscono al valore del familismo, che sottolinea l’importanza di relazioni familiari strette (Campos et al., 2014), e ciò può plasmare gli assetti di cura (e potrebbe in parte spiegare, insieme ai vincoli economici, perché poche delle persone partecipanti si siano affidate ad asili e servizi per l’infanzia). Inoltre, la condizione di irregolarità di alcune di queste famiglie può favorire un evitamento delle istituzioni che plasma gli assetti di cura (Desai, Su, & Adelman, 2020).

Conclusioni

Questo studio, basato su interviste in profondità a madri e nonne di bambini che vivono la detenzione del padre, offre un resoconto sfumato di come le famiglie affrontino i carichi di cura dopo la detenzione paterna. Mettiamo in luce i processi, per lo più interconnessi, di concentrazione e di ridistribuzione della cura, spiegando come alcune famiglie concentrino le responsabilità di cura, altre le ridistribuiscano e la maggior parte ricorra a una qualche forma di concentrazione e di ridistribuzione. Fondati sul modello dello stress familiare, i nostri risultati rivelano le diverse strategie a cui le famiglie ricorrono per rispondere ai bisogni di cura dei bambini, le caratteristiche familiari che plasmano queste strategie e le conseguenze sostanziali che questi assetti hanno sullo stress delle figure di cura e sul conflitto relazionale. Esaminando in modo sistematico la cura dopo la detenzione paterna, e le implicazioni di questa cura, facciamo luce sui meccanismi attraverso cui la detenzione paterna sconvolge la vita familiare e contribuisce a uno stress familiare più ampio. Queste conoscenze arricchiscono la nostra comprensione delle difficoltà specifiche che affrontano le famiglie colpite dalla detenzione paterna e offrono al tempo stesso un quadro per studiare le risposte di cura ad altri fattori di stress familiare. La ricerca futura dovrebbe continuare a esplorare come le famiglie gestiscano lo stress familiare, compresa la detenzione paterna, estendendo il campo ad altre figure di cura, ad altri contesti detentivi e a sistemi familiari diversi. Questo lavoro può orientare interventi che attenuino le conseguenze negative della detenzione paterna e promuovano la resilienza familiare di fronte alle difficoltà.

Complexe Systémique: i punti chiave

Letto in chiave sistemica, questo articolo descrive un sistema familiare che si riorganizza attorno a un vuoto: quando il padre finisce in carcere, i suoi compiti non scompaiono, migrano. Il continuum proposto (concentrazione su una sola persona, ridistribuzione nella famiglia allargata, o entrambe) è uno strumento semplice per mappare, in seduta, chi porta che cosa dall’inizio della detenzione. Il risultato più utile è la simmetria dei costi: la concentrazione sfinisce la persona che tiene insieme tutto da sola, mentre la ridistribuzione porta sollievo ma accende conflitti tra parentela materna e paterna su affidamento, soldi, cibo o visite in carcere. Chi lavora con le famiglie può così ascoltare queste dispute come effetti della riorganizzazione anziché come mancanze personali. I limiti sono chiari: un solo territorio della California meridionale, famiglie per lo più latine, padri detenuti in carceri locali, e né i bambini né i padri sono stati interpellati su questo punto. Da leggere insieme a lo studio sugli uomini il cui padre è stato incarcerato e sul «padre liminale» e a la rassegna sulla terapia relazionale nel reinserimento dopo la detenzione.

Note dell’originale

Ringraziamenti. Britni Adams, Maryanne Alderson, Nadine Alsaadi, Natalie Averruz, Belen Barocio, Elisabet Barrios, Isha Bhallamudi, Jaymesha Carter, MacKenzie Christensen, Emma Conner, Adrienne Credo, Patricia Delacruz, Ann Fefferman, Nicholas Freeman, Jesse Garcia, Marilyn Garcia, Gabriela Gonzalez, Rebecca Goodsell, Arevik Gyurjyan, Christopher Hoffman, Payton Huse, Jessica Kizer, Alma Leon-Oseguera, Amy Gong Liu, Crysbelle Lopez, Setarah Mahmoudi, Katelyn Malae, Estéfani Marin, Analicia Mejia Mesinas, Carmel Mitchell, Angie Belen Monreal, Jasmine Morales, Janet Muñiz, Katherine Navarro, Hannah Neatherlin, Tiffany Park, Elizabeth Partida, Alexandra Russo, Juan Sandoval, Steven Schmidt, Archibaldo Silva, Desirae Sotto, Breauna Spencer, Luis Vaca-Corona, Ashley Torres, Alexis Velez, Cara Vermaak, Kanoelani Villanueva, Lacey Wood e Jessica Zhu hanno tutte e tutti fornito un eccellente supporto alla ricerca.

Considerazioni etiche. Questa ricerca è stata approvata dall’Institutional Review Board dell’University of California, Irvine.

Dichiarazione di conflitto di interessi. Chi firma l’articolo dichiara di non avere potenziali conflitti di interessi in relazione alla ricerca, alla redazione e/o alla pubblicazione di questo articolo.

Finanziamento. Chi firma l’articolo dichiara di aver ricevuto il seguente sostegno finanziario per la ricerca, la redazione e/o la pubblicazione di questo articolo: il finanziamento del Jail and Family Life Study è stato fornito dalla National Science Foundation e dalla William T. Grant Foundation.

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Traduzione non ufficiale in italiano di Children’s Caregiving Arrangements Following Paternal Incarceration, di Kristin Turney, Daniela E. Kaiser e Kelsey Weymouth-Little, Journal of Family Issues, vol. 47, n. 9 (2026), doi: 10.1177/0192513x251415136, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (tabella sotto forma di elenco, dichiarazioni raggruppate nelle note). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

L’articolo originale «Children’s Caregiving Arrangements Following Paternal Incarceration» è stato pubblicato in Journal of Family Issues (2026) con licenza CC BY 4.0. Traduzione non ufficiale in italiano realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato in apertura di questa pagina; fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Turney, K., Kaiser, D. E., e Weymouth-Little, K. (2026). Children’s Caregiving Arrangements Following Paternal Incarceration. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/childrens-caregiving-arrangements-following-paternal-incarceration (Opera originale pubblicata nel 2026 in Journal of Family Issues, 47(9), 1279-1310 (2026); ripubblicata nel 2026 da Journal of Family Issues, https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/0192513X251415136)

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