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Red Sistémica · Terapia di coppia
Per poco più di un’ora, un attore e un’attrice hanno mostrato ciò che accade in una coppia che si ritrova dopo venticinque anni di matrimonio e due di divorzio. Miguel Mihanovich, terapeuta familiare, era in sala: condivide qui i commenti che ha avuto il piacere di elaborare quella sera davanti alla scena – sull’innamoramento e l’amore, sui mandati delle famiglie d’origine, sulle vicissitudini della sessualità, sul linguaggio dell’amore, quello del conflitto e quello del dialogo – e si chiede, per finire, in quale momento Alberto e Silvia avrebbero potuto varcare la porta di uno studio di terapia.
«Non si può entrare nel futuro camminando all’indietro.»
Miguel Mihanovich
Presentazione della redazione – «Sono amori…»
«Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce…» – Pascal
Alla ricerca di queste ragioni del cuore, i risultati di una ricerca diretta da una ricercatrice del Conicet (1) concludono che l’attrattiva fisica e le prestazioni sessuali non sono, per chi oggi è adolescente o giovane (tra i 13 e i 25 anni), ragioni per fidanzarsi e tanto meno per innamorarsi. Contano invece l’attrazione reciproca in senso romantico, l’amore, la fiducia, la simpatia e la maturità emotiva.
Al di là dell’evoluzione nel tempo e delle questioni proprie del ciclo di vita degli esseri umani, sembra che ciò che non solo ci sostiene ma ci dà anche energia e ci permette di costruire la speranza di una migliore ecologia relazionale siano i legami amorosi con i nostri simili, legami che hanno bisogno di radicarsi nella fiducia, nella saggezza emotiva e naturalmente nei piccoli gesti della vita quotidiana. D’altra parte, la ricchezza di una relazione amorosa, portatrice di amore dato e ricevuto, costituisce un mondo di eventi che nessun linguaggio articolato basterebbe a spiegare. Gli articoli di Miguel Mihanovich (*) e di Sergio Sinay (**) offrono descrizioni, analisi e proposte originali sull’universo complesso e fondamentale dell’amore di coppia, popolato di incontri e di incomprensioni, di illusioni e di disillusioni.
Le parole seguenti di Susana Cart e di Arturo Bonin, coppia nella vita reale e protagonisti di due commedie che riflettono sulla coppia (Hasta que la Muerte nos Separe e Como ríe la vida), esprimono a mio parere l’intelligenza emotiva e l’atteggiamento proattivo di chi punta sulla vita a due:
«… Difendiamo la convivenza. Spesso ci diciamo che avremmo almeno quattro o cinque motivi al giorno per separarci, ma abbiamo preso la decisione politica di lottare per i nostri legami più profondi.» (2)
Claudio Des Champs
(1) La dott.ssa Martina Casullo.
(2) Perspectivas Sistémicas n. 72, luglio-agosto 2002.
E alla fine gli interpreti hanno concluso la rappresentazione (1). Per poco più di un’ora, Arturo Bonin e Susana Cart ci hanno mostrato in modo impeccabile che cosa succedeva a una coppia quando, dopo venticinque anni di matrimonio e due di divorzio, si ritrovava alla veglia funebre di una coppia di amici gay. Le allusioni alla vita passata, tra rimproveri divertiti e teneri ricordi, hanno composto uno scambio verbale che ha affascinato questo terapeuta, il quale ora si trova nella curiosa situazione di condividere i commenti che in quel momento ha avuto il piacere di elaborare con chi, forse, non ha visto Hasta que la vida nos separe, di Martín Diez. Inevitabilmente dimenticheremo molte delle cose che abbiamo detto e, al contrario, è molto probabile che oggi ci vengano in mente idee che quel giorno non abbiamo avuto. Il fatto è che, al di là dei giochi della memoria, contesti diversi generano sviluppi diversi. Vediamo che cosa ne risulta.
Anzitutto, un tempo Alberto e Silvia hanno formato una coppia. Come abbiamo detto in un’altra occasione, oggi non pensiamo più la coppia come una totalità indifferenziata, ma come la relazione tra due esseri umani impegnati in una danza, ciascun partner in cerca della propria conferma nello sguardo di un altro. Questa convalida dovrà darsi in un dialogo particolare, che non solo giustifichi la scelta, ma ne prometta la continuità e l’esclusività. Sulla scena, la coppia allude al momento del primo incontro: un ragazzo che inciampa con la bicicletta mentre contempla una ragazzina che torna dalla spesa. In quel momento nasce l’innamoramento, quell’istante privilegiato della scelta inattesa.
La distinzione tra l’innamoramento e l’amore è classica.
L’innamoramento
È una sorpresa. Ci colpisce, ci aliena. Chi si innamora desidera. Noi esseri umani abbiamo nostalgia dell’innamoramento.
L’amore
È una scoperta. È un’esplorazione, una colonizzazione dell’altra persona. Chi ama possiede. Eppure è nell’amore che ci stabiliamo.
Platone diceva che cerchiamo nell’altro ciò che ci manca, nello slancio verso una completezza illusoria. Ma disse anche, una volta, che dell’altro ci attraggono quelle peculiarità che supponiamo consonanti con quelle che attribuiamo a noi stessi. O cerchiamo a partire dalla mancanza, o scegliamo a partire dalla specularità.
Da parte nostra, supponiamo che l’innamoramento abbia a che fare con la scoperta delle differenze e l’amore con l’incontro delle somiglianze. Forse l’amore non è il punto di partenza, ma il punto di arrivo di ciò che un tempo l’innamoramento aveva preannunciato. Forse le coppie dovrebbero chiedersi, almeno una volta: stiamo vivendo, o abbiamo vissuto, in modo tale da poter accedere all’amore?
Quando parliamo di differenze, distinguiamo tra il riconoscimento di ciò che è diverso nell’altra persona – scoperta arricchente, che va rispettata – e la differenza vissuta come la diserzione da qualcosa che si era immaginato a partire dal proprio bisogno.
Alberto e Silvia sembrano ancorati più alle differenze che alle somiglianze che potrebbero avvicinarli. Alberto, secondo la descrizione di Silvia, è sempre stato una sorta di bestia vestita di seta. E Silvia, nel ricordo di Alberto, è stata qualcosa come una damina delicata e romantica. E ci si chiede: perché una romantica sceglie una bestia vestita di seta? Forse, in questo caso, per essere iniziata ai segreti dell’amore tumultuoso, della passione ardente, dell’ardore permissivo. Ma la bestia desidera la seta che le porta la romantica: la possibilità dell’illusione a cui lui non riesce a dare forma, il romanzesco di cui la sua vita è priva. E a partire da quel desiderio iniziale di ciò che non si ha – desiderio non riconosciuto e nemmeno registrato –, ciascun partner sceglie l’altro, più avido di acquisire ciò che non possiede che di donare ciò che ha in eccesso. E l’aspirazione, né dichiarata né soddisfatta, si trasforma in rimprovero: «Perché non mi dai ciò che hai e che sembravi promettermi?»
Quell’appetito insoddisfatto si rapprende allora in un’insoddisfazione litigiosa: Alberto non fa più l’amore con Silvia in luoghi inattesi, il tappeto del soggiorno, la cucina o qualche altro posto di fortuna. E Silvia legge in solitudine i suoi romanzi, che le aprono un mondo di fantasia. Questi due esseri, come spesso accade, si sono forgiati l’un l’altro, almeno in parte, a partire dall’illusione a cui li hanno costretti i loro vuoti. Perché nella scelta del partner, come abbiamo detto prima, sono i nostri bisogni, i nostri appetiti inconsci, a farci allucinare l’altra persona: non è più chi è, ma chi inventiamo. A questa fase segue la corrispondente dis-illusione, con il suo inquietante sospetto di tradimento: «Potendo essere quello che mi mostravi, decidi di essere quest’altro, diverso». Se la coppia riesce, a questa fase ineluttabile ne seguirà un’altra di s-coperta, di esteriorizzazione di altri aspetti che le urgenze reciproche tenevano nascosti.
Ma non è il caso di Alberto e Silvia. Almeno non del tutto, dato che sono stati insieme 25 anni. Perché non hanno avuto accesso a quest’altra fase? Qui pensiamo ai mandati delle famiglie d’origine. Per il padre di Alberto, Silvia era una marxista sospetta che non era adatta a suo figlio. E per la famiglia di Silvia, Alberto era il figlio di un italiano fascista da cui Silvia doveva fuggire. E i due hanno fatto la stessa cosa: hanno sfidato il mandato familiare e si sono sposati, ma si sono sottomessi a quei mandati e si sono separati. Perché per unirsi all’estraneità dell’altro, lui e lei devono allontanarsi da un legame familiare che, in quel momento, entra in crisi.
Questa nuova relazione sarà vicaria di un’altra, precedente, dal cui squilibrio deriva e di cui provoca l’alterazione. Forse per chi fa terapia è pertinente indagare se il nuovo legame abbia messo in discussione il precedente o se qualche limitazione abbia cercato di soddisfarsi nella potenziale coppia.
La parziale sottomissione alle prescrizioni familiari si manifesta nelle condotte leggermente trasgressive, come ingrediente stimolante della relazione. Lo si vede molto bene nella sessualità. Fino alla nascita dei figli, la sessualità era focosa e appassionata. Con l’arrivo dei figli, quella sessualità si è spenta, si è diradata, ha perso vigore. Perché è successo? In questa coppia la sessualità aveva un aspetto trasgressivo eccitante. Quando Silvia deduce che i loro due amici gay sono morti in un incidente d’auto mentre si abbandonavano al piacere sessuale, si entusiasma per quella morte in piena passione. Prima lei e Alberto facevano l’amore ovunque, con una spontaneità birichina. Ma la nascita dei figli legittima la sessualità; le dà un’aria di quotidianità sociale, di permissività ufficiale, di abitudine annunciata che offusca l’immaginazione. L’atto giocoso, con un che di maliziosa sfrontatezza, è sostituito da una pratica prevedibile e quasi obbligatoria. Né la bestia vestita di seta né l’inguaribile romantica sopravvivono a questa metamorfosi!
E la coppia, disincantata, si aggroviglia in un interminabile pseudo-dialogo, un duello ripetuto di monologhi paralleli, rappresi nel rimprovero e nella rivendicazione, in cui ciascun partner ascolta l’altro solo per contraddirlo e confutarlo. A un certo punto di questo scambio, Silvia rimprovera al marito un viaggio in Europa durante il quale hanno visitato un’infinità di città senza soffermarsi in nessuna. Sarà questo un modo velato di riferirsi a una sessualità frettolosa, priva delle lentezze necessarie al piacere condiviso? E Alberto, a sua volta, ricorda l’appartamento acquistato grazie alla Legge 1050, di triste memoria. Anche la coppia è soggetta a una 1050: a un debito impossibile da saldare, ma che la mantiene nell’ostinata illusione di una restituzione irraggiungibile. Mai l’altro corrisponderà a ciò che ciascun partner ha desiderato a partire da una mancanza appena riconosciuta. Mai nessuna delle due parti potrà piegare l’altra, costringerla a riconoscere l’errore – ma la speranza di un trionfo che non otterranno mai li tiene uniti in un colloquio interminabile.
Abbiamo distinto un tempo il linguaggio dell’amore, il linguaggio del conflitto e il dialogo chiarificatore.
Dicevamo allora che, nella conversazione dell’amore, le parole antiche suonano come nuove: «Ti amo. Ti desidero. Mi manchi. Ti cerco» possono essere vecchie parole, ma suonano inaugurali alle orecchie di chi le ascolta. Queste voci, rivolte all’amato o all’amata nell’intimità, sono prime volte per una situazione singolare. Si ascoltano con diletto e si risponde con messaggi analoghi, che a loro volta inducono piacere. L’ascolto è posto al servizio dell’intensificazione delle emozioni propizie e la risposta tende al permanere dello stato di godimento. L’escalation sfocia nella risposta tangibile del bacio e della carezza, fino al dialogo dei corpi che culmina nel piacere fisico condiviso. La ripetizione del ciclo intensifica il legame.
Nel conflitto le parole, logorate dall’ostinazione sterile, si rinnovano nell’esigenza ripetuta, nella rivendicazione permanente o nel dispetto pertinace. La risposta si rapprende in un discorso recidivo di difesa e attacco, avvizzito da una sordità selettiva a ciò che dice l’altra persona. L’ascolto è posto al servizio dell’argomentazione, e il desiderio finale è la sconfitta dell’altro. L’escalation conduce alla comparsa della violenza verbale o fisica, e la ripetizione del ciclo non aggiunge varietà.
Nel vero dialogo la storia proposta da uno dei membri viene ascoltata con curiosità e riceve in risposta un discorso che implica qualche alternativa inedita. E non si risponde con un discorso già deteriorato, né a esso: si risponde all’alternativa emersa, il che inaugura continuamente nuovi percorsi. Questo dialogo ideale si apre sempre a conoscenze nuove, e la sua escalation porta a una maggiore conoscenza dell’altro e, complementarmente, del sé di ciascun partner.
Quel sentimento che rende nuove le vecchie parole, che stimola la risposta complementare e finisce per rafforzare il legame.
Un affetto che cristallizza la parola ripetuta, che stimola la replica contraddittoria e che culmina nella violenza.
Una posizione che incoraggia la ricerca, che non si accontenta della negazione di ciò che ha detto l’altra persona e la cui amplificazione arricchisce l’intesa e consolida il legame.
Di conseguenza, l’assenza di un vero dialogo ha precluso a questa coppia l’accesso al progetto, all’impresa condivisa in un futuro desiderato. Perché il progetto non consiste nel riempire un vuoto – come lo sono state, in questo caso, le innumerevoli compere, sfociate in un telescopio assurdo –: un progetto consiste nell’avanzare su ciò che si è ottenuto. Non si cerca solo ciò che manca: si anticipa ciò che completa.
Da ricordare
I tre registri si distinguono meno per le loro parole che per ciò a cui serve l’ascolto. Nell’amore, l’ascolto serve a intensificare l’emozione propizia; nel conflitto, serve all’argomentazione e mira alla sconfitta dell’altra persona; nel dialogo, serve alla curiosità e risponde all’alternativa appena emersa. Tutti e tre conoscono un’escalation: quella dell’amore approda al dialogo dei corpi, quella del conflitto alla violenza, quella del dialogo a una maggiore conoscenza dell’altra persona e di sé.
Ci sono però due momenti, nella conversazione tra Alberto e Silvia, che vorrei salvare dall’oblio.
In un’occasione la coppia, quasi senza accorgersene, si avvicina con una certa tenerezza e qualcosa dell’amore antico, il che rende quasi prevedibile un avvicinamento fisico. In quell’istante compare qualcosa come la tentazione di restaurare la relazione di prima, quella desiderata; di tornare indietro, verso una situazione emotiva amorosa. Questo può essere pericoloso. La nostalgia non è un buon argomento per ritrovarsi. Non si può entrare nel futuro camminando all’indietro. Se si cede all’emozione seducente del «tornare a essere ciò che siamo stati», si finirà quasi ineluttabilmente per tornare a «essere ciò che siamo». Silvia e Alberto evitano questo pericolo e si allontanano per precauzione.
E in un’altra sequenza, mentre marito e moglie si insultano a vicenda alludendo a ciò che il tempo ha fatto di ciascuno dei due, Alberto esce all’improvviso dal copione e fa l’elogio di Silvia. Lei, che aveva già avviato il discorso aggressivo, si interrompe attonita, e non sente il sarcasmo con cui Alberto prosegue il suo commento – detto ora tra sé, quasi a proteggerla per un istante dalle sue parole acide. Se la coppia avesse potuto proseguire su quella strada, come sarebbe stato il dialogo futuro?
Non lo sappiamo, ma questa scena ne ricorda un’altra, analoga, in un’opera teatrale sorella: Dangerous Corner («Svolta pericolosa»), di J. B. Priestley, in cui una parola, sentita o no, modifica tutto il resto della storia.
E un ultimo commento. Alberto e Silvia andrebbero in terapia? In quale momento? Questa domanda ci porta alla scena finale.
Silvia e Alberto si presentano l’uno all’altra come due persone sconosciute, presumibilmente liberate dalla storia, accettando e rivelando reciprocamente la loro età attuale e i figli che hanno, sostituendo con questo incontro di oggi quel vecchio incontro adolescente, ora rivolti verso l’avvenire. Riusciranno ad accedervi insieme? Mi piacerebbe poter intraprendere con loro questa avventura possibile, come loro terapeuta di coppia.
Note dell’originale
(1) Con riferimento alla rappresentazione teatrale del 10 agosto 2002, nell’ambito della giornata organizzata dall’A.P.R.A. (Asociación de Psicoterapia de la República Argentina: www.apra.org.ar e www.4cmp.org.ar) e patrocinata da Perspectivas Sistémicas, durante la quale il dott. Mihanovich ha fatto parte del panel di terapeute e terapeuti di coppia di diverse teorie e pratiche psicologiche, coordinato da Claudio Des Champs, che hanno commentato l’opera Hasta que la vida nos separe.
Questo articolo è stato pubblicato nel n. 73 di Perspectivas Sistémicas, settembre-ottobre 2002.
Chi è Miguel Mihanovich
(*) Il dott. Mihanovich è terapeuta familiare, coordinatore generale dell’équipe coppie della Fundación Familias y Parejas.
(**) Sergio Sinay è autore del libro Vivir de a dos, edito da Nuevo Extremo.
Questo articolo è una traduzione italiana non ufficiale dallo spagnolo di «Lo que vio un terapeuta sistémico frente a un hecho teatral», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Perspectivas Sistémicas, n. 73, settembre-ottobre 2002). Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e ripubblicata con l’accordo della rivista. Fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Mihanovich, M. (2022). Ce qu’un thérapeute systémique a vu dans une pièce de théâtre (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/ce-qu-un-therapeute-systemique-a-vu-dans-une-piece-de-theatre (Opera originale pubblicata nel 2002 in Perspectivas Sistémicas, n. 73, settembre-ottobre 2002; ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/07/06/lo-que-vio-un-terapeuta-sistemico-frente-a-un-hecho-teatral/)
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