Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Attachment & Human Development · Tutela minorile
In Svezia, 191 professioniste e professionisti incaricati di indagini di tutela minorile descrivono come giudicano l’attaccamento dei minori: quasi sempre, quasi mai con uno strumento validato e con una sicurezza che la ricerca non giustifica. Il gruppo di Mårten Hammarlund e Pehr Granqvist misura la distanza tra la teoria dell’attaccamento e il suo uso in decisioni che possono separare un bambino o una bambina dalla propria famiglia.
Traduzione non ufficiale in italiano di Concepts travel faster than thought: an empirical study of the use of attachment classifications in child protection investigations, di Mårten Hammarlund, Pehr Granqvist, Sara Elfvik, Caroline Andram e Tommie Forslund, pubblicato in Attachment & Human Development (Taylor & Francis) (2022), doi: 10.1080/14616734.2022.2087699, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le tabelle sono presentate come elenchi; le dichiarazioni di fine articolo sono raggruppate nelle note. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
In sintesi, la qualità dell’attaccamento di un bambino o di una bambina non basta per ricostruire a ritroso le cure ricevute né per prevederne lo sviluppo con un ragionevole grado di certezza.
Mårten Hammarlund, Pehr Granqvist, Sara Elfvik, Caroline Andram e Tommie Forslund
Abstract
Il dibattito scientifico suggerisce un uso diffuso ed eccessivamente sicuro delle classificazioni dell’attaccamento nelle indagini di tutela minorile, ma nessuna ricerca sistematica ne ha esaminato la prevalenza effettiva, i metodi usati per ricavare tali classificazioni o la loro interpretazione. Abbiamo cercato di colmare questa lacuna con i dati di un questionario somministrato a un campione rappresentativo a livello nazionale di personale svedese della tutela minorile (N = 191). Sono emersi tre risultati principali. In primo luogo, la grande maggioranza si formava un’opinione sulla qualità dell’attaccamento nella prima infanzia in tutte o nella maggior parte delle indagini. In secondo luogo, la maggior parte non ricorreva a valutazioni sistematiche, e nessuna persona utilizzava metodi di valutazione dell’attaccamento ben validati. In terzo luogo, si riscontrava un eccesso di fiducia nelle implicazioni attribuite alle classificazioni dell’attaccamento. Per esempio, molte persone ritenevano che l’attaccamento insicuro fosse un indicatore valido di cure insufficienti. I nostri risultati illustrano un ampio divario tra ricerca e pratica. Questo divario è presumibilmente dovuto alle difficoltà intrinseche nel trasferire la ricerca basata sui gruppi al livello individuale, a una scarsa diffusione della teoria e della ricerca sull’attaccamento e a pressioni strutturali che incidono negativamente sulla qualità delle indagini di tutela minorile.
Parole chiave: tutela minorile; qualità dell’attaccamento; valutazione dell’attaccamento; pratica di indagine; Svezia
Al personale della tutela minorile non solo si chiede di prendere decisioni estremamente difficili: deve anche affrontare numerose altre sfide, come un elevato carico di lavoro, tagli ai finanziamenti e la richiesta di fondare le valutazioni del rischio su evidenze scientifiche. Questi fattori hanno contribuito a creare il bisogno di teorie dello sviluppo dotate di grande rigore scientifico, e vi sono indizi che chi lavora nella tutela minorile percepisca sempre più la teoria dell’attaccamento – comprese le sue classificazioni della qualità dell’attaccamento – come una risposta a questo bisogno (ad es. White et al., 2019). Questa evoluzione è stata incoraggiata da una parte della comunità scientifica, che sostiene l’uso delle classificazioni dell’attaccamento nella tutela minorile come mezzo per comprendere la qualità delle cure e lo sviluppo futuro del minore (ad es. Crittenden & Baim, 2017; Spieker et al., 2021). Altre voci scientifiche hanno però lanciato segnali d’allarme contro un simile uso, a causa dei limiti psicometrici degli strumenti e del timore che un trasferimento eccessivamente sicuro della ricerca condotta a livello di gruppo ai singoli minori possa compromettere il loro superiore interesse (ad es. Forslund et al., 2021a; Granqvist, 2016; van IJzendoorn et al., 2018a, 2018b). Queste preoccupazioni potrebbero tuttavia essere esagerate; la ricerca sistematica sull’uso effettivo che il personale della tutela minorile fa delle classificazioni dell’attaccamento, e sulle sue opinioni circa le implicazioni di tali classificazioni, è sorprendentemente scarsa. Il presente studio costituisce un tentativo di colmare questa notevole lacuna conoscitiva.
Il personale della tutela minorile affronta un compito estremamente difficile, con una posta in gioco molto alta per tutte le parti coinvolte. Da un lato, non raccomandare misure precauzionali (come il collocamento fuori dalla famiglia) per minori a rischio può avere come conseguenza danni gravi, o persino la morte, del bambino o della bambina. Dall’altro, le separazioni tra il minore e chi se ne prende cura sono di per sé associate a rischi per lo sviluppo (ad es. Jones-Mason et al., 2021). Tali rischi sono particolarmente marcati se le separazioni sono seguite da una prolungata instabilità delle cure (van IJzendoorn et al., 2020), situazione frequente, se non prevalente, in molti paesi (ad es. Konijn et al., 2018; Sallnäs et al., 2004; Wulczyn et al., 2003). Pertanto, che un minore venga collocato fuori dalla famiglia o che gli si consenta di restare con le proprie figure di accudimento, decisioni poco ponderate o mal fondate possono avere conseguenze negative significative.
Inoltre, molti paesi occidentali hanno conosciuto di recente cambiamenti radicali nel campo della tutela dell’infanzia. Tra questi figurano l’aumento del carico di lavoro del personale e delle incombenze burocratiche, un numero crescente di indagini, finanziamenti limitati e una maggiore complessità delle famiglie oggetto di indagine (ad es. Gibson et al., 2018; Lavee & Strier, 2018). Le direzioni dei servizi devono inoltre fare i conti con un elevato turnover e con risorse scarse per la formazione del personale inesperto chiamato a sostituire le persone esperte che lasciano il servizio (ad es. Griffiths et al., 2017; Karsten, 2018; Park & Shaw, 2013). È stato ipotizzato che queste condizioni contribuiscano a ridurre l’attenzione al sostegno alle famiglie e a privilegiare la valutazione del rischio e la protezione (ad es. Bilson & Munro, 2019).
Accanto a queste condizioni di contesto, nella maggior parte dei paesi occidentali ai servizi di tutela minorile si chiede sempre più di fondare le valutazioni del rischio su evidenze scientifiche, sia per ragioni giuridiche (cioè la certezza del diritto; ad es. Lundström & Sallnäs, 2019) sia per ragioni burocratiche (ad es. la responsabilità di rendicontazione; Gibson et al., 2018). Ciò ha creato una domanda di teorie dello sviluppo dotate di grande rigore scientifico e di una concettualizzazione dei rischi e dei benefici per i minori nei termini di tali teorie. Inoltre, la maggior parte dei paesi occidentali ha finito per adottare la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (CRC; Assemblea generale delle Nazioni Unite, 1989), con il suo principio del «superiore interesse del minore», come quadro giuridico per le decisioni di tutela minorile (Falch-Eriksen & Backe-Hansen, 2018). Questa evoluzione è stata indubbiamente importante per richiamare maggiore attenzione sui diritti e sui bisogni dell’infanzia. Tuttavia, la formulazione vaga del principio ha contribuito al bisogno di un’interpretazione più incisiva nei termini di teorie dello sviluppo validate empiricamente (Mnookin, 1975), e a porre l’accento sulle relazioni tra il minore e le sue figure di accudimento (Skivenes & Sørsdal, 2018). Per le ragioni descritte di seguito, la teoria dell’attaccamento e i sistemi di classificazione a essa associati possono essere sembrati rispondere a questi bisogni.
Da quando Bowlby ha formulato la teoria dell’attaccamento, la ricerca sull’attaccamento ha sottolineato l’importanza generale delle interazioni e delle relazioni tra il bambino o la bambina e le figure di accudimento per lo sviluppo infantile. Bowlby (1969/1982) concepiva l’attaccamento come un sistema motivazionale frutto dell’evoluzione, per cui, universalmente, nella prima infanzia si formano forti legami affettivi – attaccamenti – con chi presta le cure (cioè con le figure di attaccamento). Una volta formato l’attaccamento, i minori protestano contro le separazioni e cercano di mantenere la vicinanza alle proprie figure di attaccamento attraverso comportamenti di attaccamento (qualsiasi comportamento la cui funzione sia aumentare la probabilità di vicinanza fisica; ad es. piangere, aggrapparsi). Ciò è particolarmente evidente nelle situazioni che segnalano un pericolo, in cui i minori sono motivati a orientarsi verso le figure di attaccamento come fonti di conforto e protezione (cioè come porti sicuri). Tuttavia, anche in assenza di minacce i minori tengono d’occhio dove si trovano le proprie figure di attaccamento, servendosene come basi sicure per l’esplorazione.
Sebbene questi aspetti normativi (tipici della specie) dell’attaccamento siano centrali nella teoria dell’attaccamento, la ricerca ha dedicato notevole attenzione anche al modo in cui le variazioni nella qualità delle relazioni di attaccamento dei minori (cioè sicuro, insicuro, disorganizzato) possono modulare il funzionamento del sistema di attaccamento. L’attaccamento infantile sicuro è caratterizzato dall’aspettativa che una figura di attaccamento sarà disponibile come porto sicuro e base sicura, il che si manifesta in un’integrazione ben coordinata tra i sistemi comportamentali dell’attaccamento e dell’esplorazione (Ainsworth et al., 1978) e in una flessibilità dell’attenzione rispetto alle informazioni legate all’attaccamento (Main, 1990). L’attaccamento infantile insicuro/evitante è caratterizzato da un’esplorazione difensiva a scapito dei sentimenti e dei bisogni legati all’attaccamento, e l’attaccamento infantile insicuro/resistente da un coinvolgimento negativo nei bisogni di attaccamento a scapito dell’esplorazione (Ainsworth et al., 1978). Infine, i minori con attaccamento disorganizzato/disorientato mostrano un crollo momentaneo dell’attenzione e del comportamento, che si manifesta in indici di comportamenti conflittuali, confusi o timorosi in presenza della figura di accudimento (Main & Solomon, 1990).
La ricerca sull’attaccamento si è inoltre concentrata sul modo in cui le variazioni individuali nella qualità dell’attaccamento si collegano alle cure e agli esiti dello sviluppo infantile. Decenni di ricerca hanno dimostrato che tali variazioni sono predette in modo più costante dalla sensibilità delle figure di accudimento ai segnali del minore (ad es. De Wolff & van IJzendoorn, 1997) e dalla loro capacità di mentalizzarne i comportamenti (ad es. Zeegers et al., 2017). Inoltre, l’attaccamento infantile insicuro o disorganizzato è stato associato a una serie di esiti negativi dello sviluppo, tra cui livelli più elevati di problemi comportamentali internalizzanti (Groh et al., 2012) ed esternalizzanti (Fearon et al., 2010) e una minore competenza sociale (ad es. Groh et al., 2014). Offrendo questa spiegazione scientifica del legame tra le variazioni nella qualità dell’attaccamento infantile, i comportamenti di cura e lo sviluppo del minore, la teoria dell’attaccamento può essere sembrata promettere un’operazionalizzazione valida del principio del superiore interesse e una base empirica per valutare i rischi legati alle cure e allo sviluppo infantile.
Sulla scia del successo scientifico della teoria dell’attaccamento, si sono diffuse ampiamente versioni semplificate (cioè allodossiche; Duschinsky, 2020) della teoria. Queste versioni descrivono in genere in modo deterministico i legami già ricordati tra cure, qualità dell’attaccamento ed esiti dello sviluppo. Il quadro empirico è però più complesso. In primo luogo, i legami metanalitici tra i costrutti pertinenti non sono forti, ma di entità da modesta a moderata (ad es. Fearon et al., 2010; Groh et al., 2012, 2014; Verhage et al., 2016). La qualità dell’attaccamento di un determinato minore non può quindi essere considerata né un’immagine speculare della sensibilità di chi se ne prende cura, né una divinazione sul suo sviluppo. Aspetto cruciale, e di particolare importanza per le indagini di tutela minorile, l’attaccamento disorganizzato non può essere considerato un indicatore valido di maltrattamento infantile (Granqvist et al., 2017). Anche altri fattori, tra cui il cumulo di difficoltà socioeconomiche, aumentano il rischio di attaccamento disorganizzato (Cyr et al., 2010).
In secondo luogo, sia la sensibilità della figura di accudimento sia la qualità dell’attaccamento infantile sono modificabili in risposta agli eventi di vita e ai cambiamenti nel sostegno alla famiglia (Pinquart et al., 2013), e gli interventi sull’attaccamento basati sulle evidenze favoriscono la sensibilità delle figure di accudimento e la sicurezza dell’attaccamento infantile (Steele & Steele, 2017). In altre parole, una bassa sensibilità della figura di accudimento non è di per sé un indicatore valido dell’incapacità di un genitore di fornire cure sufficientemente buone, e tanto meno una ragione sufficiente per collocare un minore fuori dalla famiglia.
In terzo luogo, le variazioni nella qualità dell’attaccamento non prevalgono sull’importanza fondamentale dei processi di attaccamento tipici della specie (Granqvist, 2021). Per esempio, le rotture dell’attaccamento, come le separazioni prolungate, involontarie e/o ripetute dalle figure di attaccamento, sono associate a esiti dello sviluppo fortemente avversi, soprattutto quando avvengono nella prima infanzia (ad es. Jones-Mason et al., 2021; van IJzendoorn et al., 2020). In effetti, qualsiasi effetto avverso dell’insicurezza dell’attaccamento a livello di gruppo è minimo al confronto. Inoltre, sebbene l’attaccamento insicuro non sia, nel complesso, ottimale a lungo termine, è probabile che la maggior parte dei minori con attaccamento insicuro tragga beneficio in vari modi dalle proprie figure di accudimento, se le relazioni restano continuative e il minore viene tenuto al sicuro e riceve stimoli (ad es. Forslund et al., 2021a).
Infine, valutare la qualità dell’attaccamento è una questione complessa. Esiste attualmente un’abbondanza di strumenti e, poiché la maggior parte di essi usa una terminologia simile, possono indurre chi valuta a trarre conclusioni affrettate sulla loro identità concettuale. Eppure molti degli strumenti in circolazione tra chi opera sul campo non sono stati sufficientemente validati, e il grado in cui le relative classificazioni si collegano al più ampio campo della ricerca sulla qualità dell’attaccamento è quindi molto incerto. Un esempio è l’Attachment Styles Interview (ASI; Bifulco et al., 2008). Benché non sufficientemente validata, come riconosce chi l’ha sviluppata, l’ASI è stata usata a fini diagnostici in molti comuni svedesi, per esempio per stabilire l’idoneità all’affido familiare (per una discussione, si veda Granqvist, 2016). In effetti, nei contesti di tutela minorile è stata messa in dubbio persino l’utilità delle valutazioni di riferimento (gold standard) della qualità dell’attaccamento. Più precisamente, è stato sottolineato che questi strumenti, pur validati per la ricerca a livello di gruppo, hanno proprietà psicometriche limitate per l’uso con i singoli individui (ad es. Granqvist, 2016; van IJzendoorn et al., 2018a, 2018b), e andrebbero quindi evitati nelle decisioni ad alto rischio (ad es. Forslund et al., 2021a, 2021b).
Alla luce delle avvertenze appena esposte, la comunità scientifica ha espresso preoccupazione per un uso apparentemente crescente delle classificazioni dell’attaccamento nei contesti di tutela minorile (ad es. Duschinsky, 2020; Forslund et al., 2021a; Granqvist et al., 2017). Per esempio, nel Regno Unito sono stati proposti al personale del servizio sociale laboratori su larga scala per individuare l’attaccamento disorganizzato in contesti naturali come indicatore indiretto di maltrattamento (ad es. Shemmings & Shemmings, 2011). Inoltre, almeno un quarto di tutti i comuni svedesi ha utilizzato l’Attachment Style Interview (Bifulco et al., 2008) nelle decisioni di tutela minorile o di affidamento (Granqvist, 2016). Studi condotti in Norvegia (Melinder et al., 2021), in Danimarca (Søberg Bjerre et al., 2021) e nel Regno Unito (Beckwith, 2021; White et al., 2019) indicano analogamente che le considerazioni sulla qualità dell’attaccamento sono diventate una priorità per gran parte del personale della tutela minorile. Tuttavia, nonostante questi indizi, non sappiamo quanto le classificazioni dell’attaccamento siano diffuse nelle indagini di tutela minorile, né quali strumenti vengano utilizzati. Non sappiamo nemmeno a quali fini il personale della tutela minorile utilizzi le classificazioni dell’attaccamento, né come queste vengano interpretate. Ciò dipende dal fatto che non esiste ricerca sistematica pubblicata su questi temi. Il presente studio descrittivo è stato quindi concepito per esaminare la prevalenza dell’uso delle classificazioni dell’attaccamento in un campione rappresentativo a livello nazionale di personale della tutela minorile in Svezia, uno dei paesi che hanno avuto un ruolo nei dibattiti recenti. Abbiamo inoltre chiesto quali procedure vengano usate per ricavare tali classificazioni nelle indagini di tutela minorile. Infine, abbiamo chiesto quali opinioni abbia il personale della tutela minorile sullo scopo e sull’applicabilità delle classificazioni dell’attaccamento nelle proprie indagini.
Per costruire un questionario digitale di 42 item articolato in sei sezioni è stato utilizzato un programma di indagini online (Survey&Report): (1) una domanda di controllo per accertare che le persone rispondenti avessero un’esperienza attuale di indagini di tutela minorile; (2) domande di contesto necessarie per analizzare la rappresentatività del campione (ad es. livello di istruzione, esperienza nelle indagini, e dimensione, livello di rischio socioeconomico e collocazione geografica del comune in cui operavano); (3) domande sulla frequenza con cui le persone rispondenti si formano un’opinione sulla qualità dell’attaccamento nelle indagini di tutela minorile; (4) domande sulle procedure utilizzate; (5) domande sulle loro opinioni circa lo scopo e l’applicabilità delle classificazioni dell’attaccamento nelle indagini di tutela minorile; e (6) domande sulla formazione specifica ricevuta negli strumenti di valutazione dell’attaccamento.
Alle domande delle sezioni (1)-(3) hanno risposto tutte le persone rispondenti, mentre le sezioni (4) e (6) riguardavano solo chi dichiarava di formarsi un’opinione sulla qualità dell’attaccamento nel proprio lavoro. La sezione (5) comprendeva due gruppi di domande. Il primo riguardava lo scopo attribuito al formarsi un’opinione sulla qualità dell’attaccamento, e riguardava quindi solo chi dichiarava di formarsi tali opinioni. Il secondo gruppo comprendeva domande generali sul modo in cui le persone rispondenti intendevano le classificazioni dell’attaccamento, e vi hanno risposto tutte. Il numero esatto di domande a cui ciascuna persona ha risposto dipendeva quindi dal suo percorso individuale nel questionario.
Per garantire risposte valide, il questionario includeva definizioni chiare dei concetti chiave. Inoltre, abbiamo usato sistematicamente il termine «modelli di attaccamento» anziché «qualità dell’attaccamento», perché chi ha revisionato la versione pilota ha ritenuto il primo concetto più consolidato nel servizio sociale (si veda il paragrafo successivo). Analogamente, si è ritenuto probabile che l’espressione «valutare la qualità dell’attaccamento» venisse intesa come riferita esclusivamente a valutazioni sistematiche e standardizzate. Poiché volevamo esaminare anche l’uso di procedure non sistematiche e non standardizzate, abbiamo impiegato il concetto più ampio di «formarsi un’opinione sui modelli di attaccamento» in tutte le domande che non riguardavano strettamente l’uso di strumenti di valutazione standardizzati. Per coerenza terminologica, nel resto di questo articolo usiamo il termine qualità dell’attaccamento.
Per ridurre al minimo la perdita interna di dati, il questionario comprendeva principalmente domande obbligatorie a scelta forzata. Per quanto riguarda la prevalenza delle considerazioni sulla qualità dell’attaccamento, alle persone rispondenti è stato chiesto di indicare su una scala a cinque punti con quale frequenza (in tutte, nella maggior parte, nella metà, in una piccola parte o in nessuna delle indagini di tutela minorile) si formassero un’opinione sulla qualità dell’attaccamento dei minori (<1 anno di età, da 1 a 12 anni, da 13 a 18 anni) e dei genitori. Le domande sulle procedure di valutazione e sullo scopo attribuito al formarsi un’opinione sulla qualità dell’attaccamento sono state formulate come affermazioni (ad es. «Utilizzo uno strumento di valutazione standardizzato… »), con quattro opzioni di risposta (ad es. mai, raramente, spesso, sempre). Anche le domande relative al modo in cui le persone rispondenti intendevano le classificazioni dell’attaccamento sono state formulate come affermazioni (ad es. «L’attaccamento insicuro del bambino o della bambina è un segno di cure genitoriali insufficienti»), ma con un’opzione di risposta dicotomica (sì/no). Infine, il questionario comprendeva sette domande aperte. Tre erano obbligatorie e richiedevano di precisare una risposta precedente (ad es. il nome degli strumenti utilizzati per valutare la qualità dell’attaccamento), mentre quattro erano facoltative e servivano a rilevare eventuali discrepanze tra le formulazioni del questionario e la pratica delle persone rispondenti.
Prima dello studio, due gruppi di riferimento composti ciascuno da tre persone hanno revisionato il questionario. Il primo gruppo aveva un’ampia esperienza nel lavoro di tutela minorile e ha fornito riscontri sul contenuto del questionario (ad es. formulazione delle domande, pertinenza delle domande rispetto alla pratica di indagine attuale). Il secondo gruppo non aveva tale esperienza, ma ha fornito riscontri sulla facilità d’uso del questionario. Sulla base di questi riscontri, abbiamo chiarito alcune parti delle istruzioni e riformulato diverse domande.
Il reclutamento si è svolto nel periodo marzo-aprile 2021. Non è stato possibile ricorrere a un campionamento casuale, poiché non erano disponibili dati nazionali o comunali sulla dimensione della popolazione di interesse né un registro delle potenziali persone rispondenti. Abbiamo quindi adottato una strategia di campionamento che combinava un approccio esaustivo e la risposta volontaria. Le direzioni di tutte le unità di servizi sociali per l’infanzia e la famiglia in Svezia sono state contattate per e-mail con informazioni sullo studio, chiedendo loro di diffonderle al proprio personale. Una settimana dopo il primo contatto è stato inviato un promemoria alle direzioni delle unità. Le informazioni comprendevano una descrizione dello studio, un link al questionario e indicazioni sull’anonimato, sul carattere volontario della partecipazione e sul diritto di ritirarsi senza conseguenze negative. Le informazioni sullo studio sottolineavano la necessità di conoscere meglio come il personale della tutela minorile percepisca e utilizzi la teoria e le valutazioni dell’attaccamento. Più precisamente, si dichiarava che lo studio mirava a esaminare se, e in tal caso come, chi lavora nella tutela minorile ragioni sulle questioni e sulle valutazioni legate all’attaccamento nelle proprie indagini. Per massimizzare l’eterogeneità delle persone rispondenti, le informazioni sullo studio sottolineavano inoltre che tutte le risposte erano ugualmente importanti e che l’esperienza pregressa in questioni e valutazioni legate all’attaccamento era irrilevante ai fini dell’inclusione. Le unità partecipanti sono state anche invitate a ricevere informazioni sui risultati a studio concluso, tramite un rapporto scritto inviato a tutte le direzioni di unità. Potevano partecipare i membri del personale che avessero condotto almeno un’indagine di tutela minorile nel periodo 2016-2021, ed era esplicitamente indicato che tutto il personale della tutela minorile che soddisfaceva questo criterio poteva partecipare, ancora una volta indipendentemente dalla propria esperienza in materia di teoria o valutazioni dell’attaccamento. Per garantire l’anonimato, è stato raccolto solo un minimo di informazioni personali (ad es. comune in cui si opera, formazione). Le informazioni relative al consenso informato erano ripetute nella prima pagina del questionario, e non era possibile compilarlo senza prestare il consenso informato. Lo studio ha utilizzato dati completamente anonimizzati e non è stata quindi necessaria un’approvazione etica formale da parte dell’autorità svedese per la revisione etica. Le direzioni delle unità hanno inoltrato l’invito allo studio senza che sapessimo quali membri del personale della tutela minorile lo avessero ricevuto. Le persone partecipanti hanno poi utilizzato un collegamento ipertestuale per accedere al questionario e rispondere; il questionario non comprendeva domande che potessero consentire di identificarle. Nella lettera di invito era infatti esplicitamente dichiarato che né il gruppo di ricerca né altri avrebbero saputo chi aveva risposto al questionario. La partecipazione era quindi completamente anonima.
In totale, al questionario hanno risposto 191 persone del personale della tutela minorile, provenienti da 19 delle 21 regioni svedesi e da 94 dei 290 comuni del paese. Le persone rispondenti avevano condotto indagini di tutela minorile in media per 6,2 anni (SD = 5.4), e quasi tutte (97%) avevano condotto la loro ultima indagine nei 12 mesi precedenti lo studio. La formazione più frequente era una laurea triennale in servizio sociale (88%).
La rappresentatività nazionale del campione è stata analizzata confrontandolo con (i) le stime nazionali relative al livello di istruzione e all’esperienza di indagine del personale della tutela minorile, e con (ii) la distribuzione nazionale dei comuni per dimensione della popolazione, (iii) livello di rischio socioeconomico e (iv) collocazione geografica (Ufficio centrale di statistica svedese, s.d.; Consiglio nazionale svedese della sanità e del welfare, 2021). Il campione ha mostrato una buona rappresentatività nazionale per quanto riguarda la dimensione, il livello di rischio e la collocazione geografica dei comuni in cui operavano le persone rispondenti, nonché la loro esperienza di indagine.
I dati sono stati scaricati da Survey&Report e analizzati con il pacchetto software di analisi statistica JASP (versione 0.14.1). Data la natura esplorativa delle nostre domande di ricerca, sono stati calcolati solo dati descrittivi (frequenze e proporzioni). Le risposte alle domande aperte sono state raggruppate per temi e tradotte in dati di frequenza. I dati a sostegno dei risultati di questo studio sono disponibili, su ragionevole richiesta, presso la persona referente per la corrispondenza.
I risultati relativi alla frequenza con cui le persone rispondenti si formano un’opinione sulla qualità dell’attaccamento sono riportati nella Tabella 1. Un’ampia maggioranza (85%) ha dichiarato di formarsi tali opinioni in tutte o nella maggior parte delle indagini riguardanti minori di <1 anno di età. Le proporzioni corrispondenti per le indagini riguardanti minori di età compresa tra 1 e 12 anni e tra 13 e 18 anni erano rispettivamente del 77% e del 57%. In tutte le fasce d’età, pochissime persone hanno dichiarato di non formarsi mai un’opinione sulla qualità dell’attaccamento del minore.
Tabella 1 — Proporzione delle persone rispondenti che si formano un’opinione sulla qualità dell’attaccamento nelle indagini di tutela minorile.
Distribuzione delle persone rispondenti tra le opzioni di risposta (%): In tutte le indagini / Nella maggior parte delle indagini / In circa la metà delle indagini / In una piccola parte delle indagini / In nessuna indagine.
Formarsi un’opinione sulle rappresentazioni di attaccamento dei genitori era meno frequente. Un’ampia minoranza (43%) ha dichiarato di farlo in una piccola parte delle proprie indagini, mentre solo circa un quarto si formava tali opinioni in tutti o nella maggior parte dei propri casi.
Le procedure con cui ci si forma un’opinione sulla qualità dell’attaccamento del minore sono riportate nella Tabella 2. Le procedure più frequenti erano i colloqui con il minore (se in grado di parlare), da solo o con i genitori; la raccolta di informazioni da precedenti indagini di tutela minorile o da altre figure professionali; e l’osservazione dell’interazione del minore con un genitore o con la persona della tutela minorile che conduce l’indagine. Complessivamente, tra l’88% e il 100% delle persone rispondenti ha dichiarato di utilizzare sempre o spesso una di queste procedure. La stima corrispondente per gli strumenti di valutazione sistematici era del 19%, e una netta maggioranza (65%) ha dichiarato di non utilizzare mai strumenti sistematici per fondare la propria opinione sulla qualità dell’attaccamento del minore.
Tabella 2 — Procedure utilizzate dalle persone rispondenti per formarsi un’opinione sulla qualità dell’attaccamento del minore nelle indagini di tutela minorile.
Distribuzione delle persone rispondenti tra le opzioni di risposta (%): Sempre / Spesso / Raramente / Mai.
Alla minoranza di persone rispondenti che hanno dichiarato di utilizzare strumenti di valutazione (sempre, spesso o raramente) è stato chiesto di indicarli. Le risposte più frequenti sono state Signs of Safety (uno strumento di valutazione del rischio; 20 persone) e Barns Behov i Centrum (BBiC; modulo svedese di gestione dei casi; 8 persone). Gli strumenti sviluppati per valutare la qualità dell’attaccamento erano rari: quattro persone hanno citato l’Attachment Style Interview (ASI) e una il Vulnerable Attachment Style Questionnaire (VASQ), entrambi sviluppati per l’uso con persone adulte.
Per quanto riguarda la formazione di un’opinione sull’attaccamento dei genitori, un’ampia maggioranza (92%) ha dichiarato di non utilizzare mai strumenti di valutazione sistematici. Tra le poche persone che hanno dichiarato di farlo, l’ASI era lo strumento citato più spesso (6 persone).
Una piccola minoranza (14%) ha dichiarato di aver completato una formazione specifica in uno strumento standardizzato sviluppato per valutare la qualità dell’attaccamento. Lo strumento citato più spesso era l’ASI (6 persone). Altri strumenti erano HOME (2 persone); Circle of Security (2 persone); Marte Meo (1 persona); Kälvesten (un metodo svedese basato su colloqui, usato per valutare l’idoneità a diventare famiglia affidataria; 1 persona); e l’International Child Development Programme (1 persona). Le restanti persone rispondenti hanno fatto riferimento a corsi brevi o a supervisione clinica. Tra gli strumenti e i metodi citati, solo l’ASI è effettivamente uno strumento standardizzato per valutare la qualità dell’attaccamento.
I risultati relativi allo scopo attribuito al formarsi un’opinione sulla qualità dell’attaccamento sono riportati nella Tabella 3. Una percentuale molto elevata (79-94%) si è detta completamente o in larga misura d’accordo sul fatto che la qualità dell’attaccamento del minore fornisca informazioni su quanto segue: la qualità delle cure ricevute fino a quel momento; l’attuale capacità di accudimento dei genitori; lo sviluppo futuro del minore se la situazione attuale resta invariata; il suo attuale benessere psicologico; e informazioni utili a orientare interventi di sostegno. Una maggioranza più ridotta (64-66%) si è detta completamente o in larga misura d’accordo sul fatto che la qualità dell’attaccamento del minore possa fondare decisioni sul suo collocamento fuori dalla famiglia, o sulla sua permanenza presso i genitori.
Tabella 3 — Percezione delle persone rispondenti circa lo scopo del formarsi un’opinione sulla qualità dell’attaccamento del minore.
Scopo attribuito: la qualità dell’attaccamento del minore fornisce informazioni… Distribuzione delle persone rispondenti tra le opzioni di risposta (%): Completamente d’accordo / D’accordo in larga misura / D’accordo in parte / Per niente d’accordo.
Per quanto riguarda le opinioni generali sulle classificazioni dell’attaccamento (Figura 1), una larghissima maggioranza concordava sul fatto che l’attaccamento insicuro del minore sia un segno di cure genitoriali insufficienti, e una consistente minoranza concordava sul fatto che l’attaccamento disorganizzato del minore indichi la necessità di un collocamento fuori dalla famiglia. Un’ampia maggioranza concordava inoltre sul fatto che formarsi un’opinione sulla qualità dell’attaccamento renda le indagini di tutela minorile più affidabili e valide. Al tempo stesso, una maggioranza un po’ più ridotta concordava sul fatto che sia difficile stabilire se un minore abbia un attaccamento sicuro, e poco meno della metà riteneva i concetti dell’attaccamento facili da usare nel proprio lavoro pratico.

Per favorirne la diffusione, la Figura 2 presenta grafici a torta che illustrano i nostri risultati principali.

Il presente studio, basato su un campione rappresentativo a livello nazionale di personale svedese della tutela minorile, è nato dalla preoccupazione per un uso apparentemente diffuso ed eccessivamente sicuro delle classificazioni dell’attaccamento nelle indagini di tutela minorile (ad es. Forslund et al., 2021a; Granqvist et al., 2017). In linea con queste preoccupazioni, il personale della tutela minorile studiato si formava effettivamente molto spesso un’opinione sulla qualità dell’attaccamento dei minori senza utilizzare metodi standardizzati o validati, e molte persone concordavano con affermazioni eccessivamente sicure sulle implicazioni delle classificazioni dell’attaccamento. Questi risultati attestano un ampio divario tra ricerca e pratica (White et al., 2019). Attestano inoltre un trasferimento prematuro e incauto della teoria e della ricerca sull’attaccamento nella pratica, che ha influenzato molte figure professionali oltre al personale della tutela minorile (van IJzendoorn & Bakermans-Kranenburg, 2021). Discutiamo i nostri risultati principali, affrontiamo i problemi di inferenza dal gruppo all’individuo, segnaliamo alcune considerazioni metodologiche e ricordiamo le pressioni reali che rendono difficile condurre indagini di tutela minorile di alta qualità.
Quasi tutte le persone rispondenti si formavano un’opinione sulla qualità dell’attaccamento dei minori nell’ambito delle proprie indagini di tutela minorile, soprattutto per le età più precoci. Sebbene formarsi un’opinione su non implichi necessariamente valutare, questi risultati suggeriscono che le classificazioni dell’attaccamento sono diventate di uso comune tra il personale della tutela minorile in Svezia, analogamente a quanto avviene in altri paesi (Department for Education, 2018; Melinder et al., 2021; Søberg Bjerre et al., 2021). È piuttosto sconcertante che, sul piano descrittivo, il formarsi un’opinione sulla qualità dell’attaccamento fosse più frequente per i minori al di sotto dei 12 mesi di età. La formazione dell’attaccamento è certamente una tappa fondamentale tra i 6 e i 12 mesi di vita (Bowlby, 1969/1982), ma le valutazioni della qualità dell’attaccamento sono validate solo a partire dal secondo anno di vita. Sorprende inoltre che molte persone del personale della tutela minorile si formassero un’opinione sulla qualità dell’attaccamento delle figure di accudimento nel valutarne la competenza genitoriale. Va notato che circa il quaranta per cento delle persone adulte nella popolazione generale presenta un attaccamento insicuro (ad es. Verhage et al., 2016), e che la maggior parte delle persone adulte con attaccamento insicuro fornisce cure sufficientemente buone. L’elevata prevalenza e l’uso fuorviante del formarsi un’opinione sulla qualità dell’attaccamento possono riflettere in parte la «maledizione del vincitore» (van IJzendoorn & Bakermans-Kranenburg, 2021). In effetti, i primi studi sull’attaccamento, condotti su piccoli campioni e con dimensioni dell’effetto non rappresentative per la loro ampiezza, hanno suscitato un notevole interesse in molte figure professionali e hanno portato ad alcune applicazioni premature ed eccessivamente semplificate (cioè anteriori a repliche approfondite e tali da minimizzare la complessità).
L’uso di strumenti di valutazione sistematici era la procedura meno frequente, e la grande maggioranza delle persone rispondenti non utilizzava mai o utilizzava raramente tali strumenti nel formarsi un’opinione sulla qualità dell’attaccamento. Va qui sottolineato che nella prima infanzia la qualità dell’attaccamento è specifica di ciascuna relazione, ed è quindi essenziale che la valutazione della qualità dell’attaccamento si basi sulle interazioni tra il minore e la figura di accudimento. Nonostante ciò, molte persone rispondenti si formavano un’opinione sulla qualità dell’attaccamento dei minori sulla base di altre fonti, come precedenti indagini di tutela minorile o le proprie conversazioni o interazioni con i minori in assenza della figura di accudimento.
Un’attribuzione valida della qualità dell’attaccamento richiede inoltre procedure standardizzate, formazione e una certificazione per la codifica. Ciononostante, la grande maggioranza si formava la propria opinione in assenza di procedure standardizzate e della formazione e certificazione pertinenti. Inoltre, la piccola minoranza che utilizzava occasionalmente strumenti sistematici citava quasi esclusivamente batterie generali non sviluppate per valutare la qualità dell’attaccamento. In effetti, pochissime persone hanno citato strumenti specifici per l’attaccamento, e nessuna ne utilizzava di adeguatamente validati. Va notato che attualmente circola una pletora di strumenti di valutazione dell’attaccamento, molti dei quali con proprietà psicometriche scarse o sconosciute. È scoraggiante che i pochi strumenti di valutazione dell’attaccamento citati (cioè l’ASI e il VASQ) siano ben lontani dall’essere sufficientemente validati. Il Consiglio nazionale svedese della sanità e del welfare (2019) ha infatti sottolineato che la validità dell’ASI è sconosciuta. Al tempo stesso, la maggior parte del personale svedese della tutela minorile è tenuta a utilizzare un determinato modulo generale di gestione dei casi che raccomanda di cercare segni di attaccamento insicuro, illustrato con un rapido esempio di come esso potrebbe manifestarsi (Consiglio nazionale svedese della sanità e del welfare, 2018a, 20 ottobre 2018b). Indicazioni di questo tipo possono indurre in modo fuorviante chi opera sul campo a sentirsi autorizzato a formarsi un’opinione sulla qualità dell’attaccamento in assenza di metodi standardizzati e della formazione pertinente. Il fatto che le persone partecipanti abbiano citato altri strumenti oltre a quelli specifici per l’attaccamento, compresi alcuni che non riguardano affatto la qualità dell’attaccamento, illustra presumibilmente l’enfasi posta sulle relazioni tra genitori e figli nelle operazionalizzazioni del criterio del superiore interesse del minore, senza specificare quali aspetti siano più importanti né come debbano essere valutati. Illustra inoltre che la qualità dell’attaccamento può effettivamente essere confusa con la qualità della relazione o delle cure (per una discussione, si veda Forslund et al., 2021a).
La grande maggioranza delle persone rispondenti riteneva la qualità dell’attaccamento del minore utile per orientare interventi di sostegno nella famiglia, e questo era lo scopo con cui (sul piano descrittivo) concordava il maggior numero di persone. Il risultato è confortante, poiché è in linea con la ricerca sugli interventi sull’attaccamento basati sulle evidenze e con le recenti raccomandazioni provenienti dal campo dell’attaccamento (Forslund et al., 2021a). Tuttavia, la maggioranza delle persone rispondenti considerava anche le classificazioni dell’attaccamento del minore un indicatore utile della competenza di accudimento, un indice dell’attuale benessere del minore e un forte predittore del suo sviluppo. Inoltre, una piccola maggioranza riteneva le classificazioni dell’attaccamento utili per le decisioni sul collocamento fuori dalla famiglia, e una consistente minoranza considerava ragionevole il collocamento fuori dalla famiglia per i minori classificati come aventi un attaccamento disorganizzato. Questi risultati confermano le preoccupazioni circa convinzioni diffuse ed eccessivamente sicure sulle implicazioni delle classificazioni dell’attaccamento (Forslund et al., 2021a). Contrariamente all’assunto secondo cui l’attaccamento insicuro del minore segnalerebbe inequivocabilmente «cure insufficienti», la qualità dell’attaccamento non è un’immagine speculare della sensibilità della figura di accudimento, e la maggior parte dei minori con attaccamento insicuro trae beneficio in molti modi dalle proprie figure di accudimento. Inoltre, la teoria e la ricerca suggeriscono che i minori presentano una suscettibilità differenziale all’ambiente di crescita; per esempio, la qualità dell’attaccamento può risultare dall’interazione tra il patrimonio genetico e le influenze legate alle cure (Bakermans‐Kranenburg & van IJzendoorn, 2007). Esistono anche diversi percorsi legati alle cure che portano all’attaccamento disorganizzato, molti dei quali non comportano maltrattamento (ad es. Granqvist et al., 2017). Inoltre, i minori possono manifestare un comportamento disorganizzato senza una storia relazionale disorganizzante, a causa di una vulnerabilità neurologica o di uno stress eccessivo (Padrón et al., 2014). Infine, le dimensioni dell’effetto metanalitiche tra la qualità dell’attaccamento del minore e lo sviluppo sono modeste (Groh et al., 2017). In sintesi, la qualità dell’attaccamento di un bambino o di una bambina non basta per ricostruire a ritroso le cure ricevute né per prevederne lo sviluppo con un ragionevole grado di certezza.
La maggioranza delle persone rispondenti trovava difficile formarsi un’opinione sulla qualità dell’attaccamento, e metà di esse ha espresso difficoltà nell’usare i concetti dell’attaccamento nel proprio lavoro. Questi risultati sono in qualche misura rassicuranti e in linea con la ricerca condotta in altri paesi (Robertson & Broadhurst, 2019). Tuttavia, una consistente minoranza non trovava difficile formarsi un’opinione sulla qualità dell’attaccamento. Questo dato è, a nostro avviso, più preoccupante. Un po’ di conoscenza può davvero essere una cosa pericolosa (ad es. Pope, 1709/2017), soprattutto se induce il personale della tutela minorile a ritenere di avere sull’attaccamento più competenze di quante ne abbia in realtà.
Riassumendo, in questo studio abbiamo visto che il personale svedese della tutela minorile si forma regolarmente un’opinione sulla qualità dell’attaccamento dei minori in assenza di strumenti validati, e che molte persone formulano affermazioni eccessivamente sicure sulle inferenze che si possono trarre dalle classificazioni dell’attaccamento. Questi risultati destano seria preoccupazione, perché suggeriscono che percezioni errate della qualità dell’attaccamento possano fuorviare le indagini di tutela minorile (cfr. van IJzendoorn & Bakermans-Kranenburg, 2021).
Riteniamo che questa infelice situazione possa riflettere una tensione fondamentale tra ciò che la scienza fa abitualmente e ciò che si chiede al personale della tutela minorile e ai tribunali (ad es. Neal et al., 2019). Mentre la scienza generalizza dai casi individuali ai principi generali, un aspetto centrale della tutela minorile riguarda la particolarizzazione dai principi generali ai casi individuali (cfr. scienza nomotetica vs. idiografica; Windelband, 1904). In particolare, il personale della tutela minorile e i tribunali devono decidere se, e in che modo, le conoscenze derivate dalla ricerca basata sui gruppi possano essere utili per raccomandazioni e decisioni riguardanti individui specifici: si parla di inferenza dal gruppo (G) all’(2) individuo (i) (G2i; Faigman et al., 2014). Una difficoltà di questo processo è che qualsiasi individuo può costituire o meno un esempio di un principio generale basato sui gruppi, e vi è quindi il rischio di inferenze non valide. Due elementi sono particolarmente importanti per gestire questo rischio.
In primo luogo, il rischio si riduce se gli strumenti di valutazione utilizzati sono in grado di identificare in modo affidabile un’alta percentuale dei casi che sono progettati per identificare (sensibilità), senza identificarne erroneamente altri come tali (specificità). Tuttavia, come già ricordato, la ricerca sull’attaccamento ha più volte sottolineato che tutti gli strumenti di valutazione dell’attaccamento attuali – per quanto talvolta notevoli per la ricerca basata sui gruppi – hanno una sensibilità e una specificità insufficienti per consentire conclusioni certe sulla qualità «reale» dell’attaccamento di un singolo minore (ad es. Granqvist, 2016; van IJzendoorn et al., 2018a, 2018b). In secondo luogo, il rischio si riduce anche (ma non si elimina) se la dimensione dell’effetto di un’associazione pertinente a livello di gruppo è molto ampia. Come pure già osservato, le dimensioni dell’effetto tra cure, qualità dell’attaccamento del minore e sviluppo del minore sono tuttavia solo di entità da modesta a moderata.
Per questo molte voci della ricerca sull’attaccamento hanno messo in guardia contro l’uso delle classificazioni dell’attaccamento nelle decisioni ad alto rischio, come quelle di tutela minorile (Forslund et al., 2021a; Granqvist et al., 2017; van IJzendoorn et al., 2018a, 2018b). Secondo queste voci, le valutazioni dell’attaccamento sui singoli individui dovrebbero servire principalmente a orientare interventi di sostegno (Forslund et al., 2021a), e la teoria dell’attaccamento nel suo insieme è più utile come «quadro» generale per le decisioni e l’elaborazione delle politiche che per valutazioni «diagnostiche» (Forslund et al., 2021b).
Aspetto cruciale, la maggior parte di chi, nella ricerca sull’attaccamento, sostiene che valutazioni validate dell’attaccamento possano migliorare le indagini di tutela minorile sottolinea anche condizioni d’uso particolarmente rigorose (si veda Forslund et al., 2021a). Entrambe le correnti concordano certamente sul fatto che valutare la qualità dell’attaccamento, o formarsi un’opinione su di essa, in assenza di una formazione in strumenti ben validati e di una comprensione approfondita delle inferenze che si possono (e non si possono) trarre da tali valutazioni, può portare a percezioni errate in grado di nuocere al superiore interesse del minore. Infine, nel campo vi è ampio consenso sul fatto che le considerazioni normative sull’attaccamento siano molto più centrali per il lavoro di tutela minorile rispetto alle considerazioni sulle classificazioni dell’attaccamento dei minori. In particolare, è fondamentale che il lavoro di tutela minorile dia priorità a tre principi generali: (1) il bisogno dei minori di figure di accudimento familiari, non maltrattanti e non trascuranti; (2) il valore della continuità di cure sufficientemente buone; e (3) i benefici del mantenimento di una rete di relazioni di attaccamento (non maltrattanti e non trascuranti) (Forslund et al., 2021a).
I nostri risultati vanno considerati nel loro contesto. Non solo nella ricerca sull’attaccamento vi è disaccordo sulla possibilità che le classificazioni dell’attaccamento orientino le valutazioni di tutela minorile (si veda Forslund et al., 2021a); una parte della comunità scientifica (ad es. Crittenden & Baim, 2017; Spieker et al., 2021) sostiene anche l’uso dei propri strumenti di classificazione nella tutela minorile, nonostante le critiche già ricordate sulle proprietà psicometriche di tali strumenti (si veda van IJzendoorn et al., 2018a). Inoltre, la ricerca sull’attaccamento non ha contribuito a sufficienza a una diffusione accurata dei propri risultati, anche verso chi mette in pratica la teoria (Duschinsky, 2020; Goldberg, 2000). Fattori di questo tipo possono aver alimentato anche alcune delle idee più ottimistiche sull’uso delle classificazioni dell’attaccamento espresse da molte persone rispondenti in questo studio.
Come illustrato nell’introduzione, il personale della tutela minorile deve inoltre affrontare numerose sfide che possono contribuire all’interesse per le classificazioni dell’attaccamento. Tra queste figurano le crescenti richieste di valutazioni e raccomandazioni basate sulle evidenze, che spingono a usare costrutti scientifici di grande credibilità, perché le raccomandazioni abbiano maggiori probabilità di essere accolte in tribunale. In questo contesto, il prestigio e la popolarità della teoria dell’attaccamento e delle classificazioni a essa associate possono indurre il personale della tutela minorile a rivestire le proprie valutazioni delle relazioni tra genitori e figli con gli abiti dell’attaccamento, anche se tali valutazioni riguardano in realtà spesso aspetti della relazione molto più ampi e meno ben definiti (White et al., 2019). Il nostro risultato secondo cui la maggioranza del personale della tutela minorile si forma un’opinione sulla qualità dell’attaccamento dei minori anche a età in cui molti di loro non hanno ancora sviluppato un attaccamento ben definito potrebbe essere letto in questa prospettiva. Lo stesso vale per il risultato secondo cui il personale della tutela minorile annoverava tra gli strumenti di valutazione dell’attaccamento propriamente detti batterie generali non concepite per valutare la qualità dell’attaccamento. Analogamente, le versioni «allodossiche» (Duschinsky, 2020) della teoria dell’attaccamento, molto diffuse, possono alimentare ulteriormente l’uso delle classificazioni dell’attaccamento nella tutela minorile. Tali versioni si basano in genere sulle connotazioni quotidiane di termini usati in senso tecnico nella teoria dell’attaccamento (ad es. sensibilità, sicurezza), e descrivono le relazioni tra cure genitoriali, attaccamento del minore e sviluppo del minore in modo deterministico ed eccessivamente semplificato. Tuttavia, la loro sovrapposizione terminologica con la ricerca sull’attaccamento può conferire a queste versioni un’aura di solidità empirica e nascondere la loro scarsa corrispondenza con la realtà scientifica. Il nostro risultato secondo cui molte persone del personale della tutela minorile concordavano con affermazioni eccessivamente sicure sulle implicazioni delle classificazioni dell’attaccamento suggerisce che queste versioni allodossiche abbiano influenzato la loro comprensione della teoria dell’attaccamento. Ciò indica la necessità di una maggiore formazione sulla teoria dell’attaccamento per il personale svedese della tutela minorile, e di una comunicazione più attiva e chiara da parte della ricerca svedese sull’attaccamento.
Questo studio presenta dei limiti che offrono spunti per la ricerca futura. Innanzitutto, i nostri risultati sono descrittivi e basati su resoconti personali, raccolti con un breve questionario a scelta forzata. Il formato di risposta può, per esempio, aver portato le persone rispondenti a presentare una visione meno sfumata di quella che hanno realmente. Di conseguenza, la maggior parte delle domande non affrontava il peso che il personale della tutela minorile attribuisce alla propria opinione sulla qualità dell’attaccamento dei singoli minori (e delle loro figure di accudimento). Più precisamente, una persona della tutela minorile potrebbe essere completamente d’accordo con una domanda (ad es. che la qualità dell’attaccamento del minore fornisce informazioni sulla qualità delle cure finora ricevute) pur ritenendo che tali informazioni le forniscano tutto ciò di cui ha bisogno, solo una piccola parte, o qualsiasi cosa nel mezzo. Queste importanti sfumature non sono state rilevate dallo studio, ed è quindi in parte incerto se e come i risultati si traducano nelle indagini, nei verbali e nelle raccomandazioni effettivi. Al tempo stesso, le domande sono state formulate con cura per mettere in risalto la percezione e l’uso che le persone rispondenti fanno della teoria e delle valutazioni dell’attaccamento nel proprio lavoro di tutela minorile con singoli minori e figure di accudimento. Essere completamente d’accordo con determinate domande (ad es. «la qualità dell’attaccamento fornisce informazioni che possono essere usate come base per il collocamento del minore fuori dalla famiglia») implica chiaramente attribuire un peso sostanziale alle informazioni sulla qualità dell’attaccamento. Inoltre, ricerche precedenti condotte in Svezia hanno suggerito che i verbali delle indagini di tutela minorile fanno spesso riferimento alla qualità dell’attaccamento dei minori, senza alcuna informazione sui metodi di valutazione (Alexius & Hollander, 2014).
In secondo luogo, chi lavora in modo più chiaramente basato sulla teoria dell’attaccamento potrebbe essere stato più propenso a partecipare, il che avrebbe gonfiato i riferimenti alle classificazioni dell’attaccamento. Ciò sembra tuttavia improbabile, perché pochissime persone rispondenti utilizzavano metodi standardizzati di valutazione dell’attaccamento o avevano ricevuto una formazione in tal senso. Inoltre, abbiamo esplicitamente invitato a partecipare chi opera sul campo, indipendentemente dal fatto che avesse o meno esperienza di questioni e valutazioni legate all’attaccamento. Ciò nonostante, è fondamentale acquisire conoscenze sull’applicazione della teoria dell’attaccamento da parte di chi, nella tutela minorile, mette effettivamente in pratica la teoria nel proprio lavoro.
In terzo luogo, questo studio ha incluso solo professioniste e professionisti della Svezia, e i nostri risultati non sono necessariamente generalizzabili ad altri paesi. Al tempo stesso, i nostri risultati sono in linea con quelli di paesi comparabili (ad es. Melinder et al., 2021; Søberg Bjerre et al., 2021).
Lo studio presentava anche dei punti di forza. In primo luogo, per quanto ci è noto, si tratta del primo studio sistematico a esaminare l’uso delle classificazioni dell’attaccamento da parte del personale della tutela minorile. In secondo luogo, il nostro studio si è basato su un campione consistente e rappresentativo a livello nazionale di personale della tutela minorile. I nostri risultati sollevano questioni importanti e suggeriscono un bisogno urgente di ulteriori ricerche. Raccomandiamo di tentare di replicare ed estendere i nostri risultati, in particolare in altri paesi. Ricerche di questo tipo farebbero bene non solo a esaminare in che misura i nostri risultati si traducano nelle valutazioni effettive di tutela minorile, e quale peso venga attribuito alle informazioni sulla qualità dell’attaccamento, ma anche a esaminare i fattori che contribuiscono a usi costruttivi o problematici delle classificazioni dell’attaccamento. Infine, la ricerca futura dovrebbe utilizzare metodi che accrescano le possibilità delle persone rispondenti di esprimere pienamente la propria percezione dell’uso della teoria e delle valutazioni dell’attaccamento nella tutela minorile.
Abbiamo riportato che la maggioranza di un campione rappresentativo a livello nazionale di personale svedese della tutela minorile dichiarava di formarsi un’opinione sulla qualità dell’attaccamento nella prima infanzia in tutte o nella maggior parte delle proprie indagini. Inoltre, la maggior parte delle persone rispondenti non ricorreva a valutazioni sistematiche, e nessuna utilizzava metodi di valutazione dell’attaccamento adeguatamente validati. Infine, la maggior parte delle persone rispondenti traeva inferenze di vasta portata dalle classificazioni dell’attaccamento di singoli individui. Concludiamo che esiste un divario consistente tra ricerca e pratica, presumibilmente dovuto in larga parte alle difficoltà di trasferire la ricerca basata sui gruppi al livello del singolo individuo. Auspichiamo progetti di ricerca e di applicazione co-costruiti. Esortiamo inoltre la ricerca sull’attaccamento ad adottare strategie di diffusione delle conoscenze più scrupolose e a investire nello sviluppo di valutazioni informate dall’attaccamento che rispondano meglio ai bisogni del personale della tutela minorile (cfr. Cyr et al., 2020). Infine, chiediamo con forza condizioni strutturali migliori per le tante persone che, nella tutela minorile, sono chiamate a svolgere uno dei compiti più importanti della società.
Complexe Systémique: punti chiave
Il titolo dice tutto: un concetto nato dalla ricerca basata sui gruppi viaggia più veloce della riflessione su ciò che permette di concludere riguardo a un determinato minore. In una lettura sistemica, il problema è duplice. L’attaccamento è una proprietà di una relazione, non un tratto del minore: giudicarlo senza osservare il minore con la sua figura di accudimento, o in un lattante di meno di un anno, trasforma un descrittore relazionale in una diagnosi individuale. E il vocabolario dell’attaccamento serve talvolta da abito scientifico per valutazioni più vaghe, sotto la pressione dei tribunali e della scarsità di risorse. Per la pratica, si possono tenere a mente i tre principi richiamati alla fine dell’articolo, figure di accudimento familiari e non maltrattanti, continuità di cure sufficientemente buone e mantenimento di una rete di legami di attaccamento, che riecheggiano la prudenza sistemica di fronte a ogni rottura dei legami. Limiti: un questionario a scelta forzata, senza esame dei verbali reali, nella sola Svezia, da parte di un gruppo coinvolto nella controversia che documenta. Da leggere insieme a l’articolo sulla terapia familiare con i genitori dopo l’allontanamento forzato dei figli e a l’articolo sul percorso dei genitori di fronte alle difficoltà di attaccamento del proprio figlio o della propria figlia.
Note dell’originale
Ringraziamenti. Ringraziamo le persone rispondenti per aver partecipato nonostante l’elevato carico di lavoro.
Dichiarazione sui conflitti di interesse. Chi firma l’articolo non ha dichiarato alcun potenziale conflitto di interesse.
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Traduzione non ufficiale in italiano di Concepts travel faster than thought: an empirical study of the use of attachment classifications in child protection investigations, di Mårten Hammarlund, Pehr Granqvist, Sara Elfvik, Caroline Andram e Tommie Forslund, Attachment & Human Development, vol. 24, no 6, pp. 712-731 (2022), doi: 10.1080/14616734.2022.2087699, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (testo tradotto, tabelle presentate come elenchi). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Si tratta di una traduzione non ufficiale dell’articolo originale «Concepts travel faster than thought: an empirical study of the use of attachment classifications in child protection investigations», pubblicato in Attachment & Human Development (2022) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e adattato per la lettura online, come indicato in testa a questa pagina; fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Hammarlund, M., Granqvist, P., Elfvik, S., Andram, C., et Forslund, T. (2022). Concepts travel faster than thought: an empirical study of the use of attachment classifications in child protection investigations. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/concepts-travel-faster-than-thought-an-empirical-study-of-the-use-of-attachment (Opera originale pubblicata nel 2022 in Attachment & Human Development, 24(6), 712-731 (2022); ripubblicata nel 2022 da Attachment & Human Development, https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/14616734.2022.2087699)
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