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Qualitative Social Work · Servizio sociale

Congedare il fantasma: risultati su padri e servizio sociale da uno studio sulla tutela dell’infanzia prima della nascita

In una città scozzese, un’etnografia segue dodici gravidanze sottoposte a una valutazione di tutela dell’infanzia. Nelle interviste, i padri parlano di tenerezza e di gioia; nelle riunioni, compaiono solo come un rischio, e poi scompaiono. Ariane Critchley mostra come il servizio sociale fabbrichi «padri fantasma» e sovraresponsabilizzi le madri.

Autrice Ariane Critchley (School of Health and Social Care, Edinburgh Napier University, Regno Unito)Prima pubblicazione Qualitative Social Work, 7 giugno 2021Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Giving up the ghost: Findings on fathers and social work from a study of pre-birth child protection, di Ariane Critchley, pubblicato in Qualitative Social Work (SAGE) (2022), doi: 10.1177/14733250211019463, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La tabella è presentata sotto forma di elenco; le dichiarazioni di fine articolo sono raggruppate nelle note. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

chi opera sul campo deve trattare gli uomini presenti nella vita dell’infanzia come persone reali, multidimensionali e capaci sia di comportamenti dannosi sia di comportamenti di cura all’interno delle loro famiglie.

Ariane Critchley

Abstract

Questo articolo presenta i risultati di uno studio etnografico sulla tutela prenatale dell’infanzia, condotto in un contesto urbano scozzese. Lo studio è stato concepito per esplorare le interazioni tra figure professionali e famiglie nel contesto di un intervento di tutela dell’infanzia durante una gravidanza. La ricerca mirava a comprendere le attività che costituivano la valutazione prenatale di tutela dell’infanzia e il significato attribuito a tali attività dal personale del servizio sociale e dalle coppie in attesa. Nel corso dello studio sono emerse prospettive molto diverse sui padri e sulla paternità. I padri hanno condiviso i loro sentimenti di tenerezza familiare nel contesto delle interviste di ricerca. Eppure il servizio sociale si concentrava spesso sui rischi che i padri rappresentavano. Questa attenzione al rischio ha portato le figure professionali a ignorare o escludere i padri in modo significativo. Ai padri sono state negate opportunità di assumere un ruolo attivo nelle loro famiglie e nella pianificazione della cura dei loro piccoli, mentre le madri venivano sovraresponsabilizzate. Nel frattempo, l’infanzia rischiava di essere privati dei benefici, in termini di relazione, cura e identità, di una paternità coinvolta. L’articolo mostra come i processi e le pratiche di tutela prenatale dell’infanzia possano funzionare in modo da limitare il contributo dei futuri padri. Il modo in cui vengono compresi i padri e l’esercizio della paternità continua a essere un problema più ampio per il servizio sociale, che richiede sviluppi attraverso la ricerca e la pratica. Questo studio non è sfuggito alla difficoltà di coinvolgere gli uomini nella ricerca di servizio sociale in modo significativo. Ciononostante, i risultati mettono in luce come la partecipazione alla ricerca di servizio sociale possa creare uno spazio in cui i padri condividono le loro preoccupazioni, e l’importanza della loro prospettiva per la pratica.

Parole chiave: Padri, paternità, tutela dell’infanzia, allontanamento di neonati

Introduzione

Marcati aumenti dei casi di allontanamento di neonati sono stati segnalati nei sistemi di tutela dell’infanzia, sostanzialmente simili, delle nazioni britanniche di Inghilterra (Broadhurst et al., 2018), Galles (Alrouh et al., 2019) e Scozia (Raab et al., 2020). Andamenti analoghi di crescente separazione dei neonati dalla famiglia d’origine sono stati individuati in Australia (O’Donnell et al., 2019) e in Aotearoa Nuova Zelanda, dove è stata espressa preoccupazione per l’impatto sulle famiglie e sulle comunità maori (Keddell et al., 2021; Office of the Children’s Commissioner, 2020). Questo articolo si basa su una ricerca sul lavoro di tutela dell’infanzia nel periodo che precede la nascita di un bambino. Un momento in cui si decide se le figure professionali chiederanno misure legali per allontanare il neonato subito dopo la nascita o se sosterranno la famiglia nel prendersi cura del neonato a casa.

I protocolli prenatali variano nei diversi contesti nazionali e regionali (Mc Elhinney et al., 2019). Nel contesto scozzese di questa ricerca, il lavoro svolto con madri e padri durante una gravidanza per decidere quali misure di tutela siano necessarie per il nascituro è noto come «valutazione prenatale di tutela dell’infanzia». Una guida nazionale descrive quando e come questo lavoro debba essere svolto (Scottish Government, 2014). La valutazione prenatale è condotta dal servizio sociale, ma viene completata in stretta collaborazione con colleghe e colleghi dell’ostetricia, della salute comunitaria e infantile e dei servizi per adulti. Lo scopo è determinare il rischio di danno per il nascituro e stabilire se siano necessarie misure di protezione. Tali misure possono collocarsi lungo un continuum che va da un coinvolgimento volontario e di sostegno con la famiglia fino all’allontanamento non consensuale del neonato dalla cura della famiglia d’origine, al fine di garantire la sicurezza e il benessere del bambino.

Le ragioni di una segnalazione alla tutela dell’infanzia durante una gravidanza possono includere una storia pregressa di interventi di tutela, comprese misure volte ad allontanare figli più grandi della famiglia. Anche le difficoltà vissute da madri e padri, tra cui problemi di salute fisica o mentale e un uso problematico attuale di sostanze, possono far sorgere preoccupazioni sulla loro capacità di prendersi cura del bambino atteso. È noto che i rischi di violenza domestica aumentano in gravidanza (Cottrell 2009) e rappresentano un rischio per la salute della madre e del bambino (Potter and Feder, 2018). Di conseguenza, le famiglie con una storia di violenza e maltrattamenti intrafamiliari possono essere considerate dalle figure professionali come portatrici di rischi durante la gravidanza e per il bambino una volta nato. Come ha mostrato la ricerca di Ward et al. (2006, 2012), nel contesto inglese i neonati ritenuti a rischio di danno significativo nascono in famiglie che vivono molteplici privazioni e difficoltà, spesso per lunghi periodi. Ciononostante, decidere se allontanare un neonato subito dopo la nascita è una scelta estremamente carica e difficile per chi opera sul campo (Critchley, 2020a). Broadhurst et al. (2017a, 2017b) hanno esplorato in dettaglio i significativi effetti a breve e lungo termine dell’allontanamento dei neonati sulle madri biologiche, e in particolare dei procedimenti ripetuti che portano all’allontanamento di neonati consecutivi dalla stessa madre biologica. Un’esperienza segnata da una perdita e da uno stigma immensi, come ha sottolineato Morriss (2018), e dalle conseguenze durature nella vita delle donne (Broadhurst and Mason, 2020). Tuttavia, fino a poco tempo fa si è prestata minore attenzione all’impatto sui padri i cui figli diventano oggetto di una valutazione e di misure di tutela prima della nascita, o che hanno vissuto l’allontanamento ripetuto dei loro neonati (Bedston et al. 2019).

Questo articolo si concentra sulle esperienze di futuri padri i cui nascituri sono stati oggetto di una valutazione prenatale di tutela dell’infanzia. Lo studio qui presentato non si proponeva di esplorare la paternità in attesa per se. La ricerca cercava piuttosto di comprendere le attività della tutela prenatale dell’infanzia e il significato che vi attribuivano le future madri, i futuri padri e il personale del servizio sociale. Eppure, quando i dati sono stati analizzati, sono emersi temi forti relativi alle esperienze dei padri. Il primo fenomeno degno di nota nei dati è stato che gli uomini dello studio presenti all’inizio dell’intervento di tutela diventavano meno visibili con il passare del tempo, e alcuni scomparivano del tutto. In secondo luogo, approfondendo l’analisi, sono emerse differenze tra il modo in cui i padri si presentavano e venivano descritti dalle figure professionali nelle riunioni del servizio sociale e il modo in cui gli stessi uomini interagivano negli spazi creati dalla ricerca. Mentre i padri dello studio venivano spesso concettualizzati come un rischio, negli incontri di ricerca il loro potenziale come risorsa per i figli era molto più evidente. Il che solleva la questione se la pratica del servizio sociale possa imparare qualcosa dalla ricerca di servizio sociale per quanto riguarda il lavoro con i padri. In questo articolo esploro le tensioni relative a padri, paternità e servizio sociale emerse dall’analisi dei dati di questo studio. Delineo poi che cosa queste tensioni potrebbero significare per la ricerca e la pratica del servizio sociale con gli uomini in quanto padri, sia all’interno sia ben oltre il periodo prenatale.

Padri fantasma e servizio sociale

È noto da tempo che esiste un problema di sottorappresentazione degli uomini nei processi di cura e tutela dell’infanzia, anche quando quegli stessi uomini restano in qualche misura coinvolti con i propri figli (Brandon et al., 2009, 2019; Philip et al., 2019). Nel 2009, Brown et al. hanno descritto il problema dei «padri fantasma» del sistema di welfare per l’infanzia.

Nel welfare per l’infanzia i padri non vengono soltanto trascurati: spesso non vengono visti affatto, anche quando sono presenti… I padri esistono nella vita delle donne e dei bambini seguiti dal welfare per l’infanzia. Eppure il welfare per l’infanzia li vede raramente, anche quando sono presenti. Abbiamo scelto la parola «fantasma» per descrivere questi padri nel welfare per l’infanzia perché, per vedere un fantasma, bisogna prima credere nella sua esistenza e nella sua rilevanza (Brown et al. 2009: 25–26).

Al di là di questa vivida descrizione del problema, sono state proposte altre concettualizzazioni dell’approccio del servizio sociale agli uomini nel welfare per l’infanzia (Scourfield, 2001, 2006), molte delle quali evocano in qualche modo uomini ai margini (Brandon et al., 2019) o nell’ombra (Ewart-Boyle et al., 2015) del riflettore del welfare per l’infanzia. In modo suggestivo, nella rassegna delle Serious Case Reviews di Brandon et al., un padre viene descritto come «uno spettatore in piedi in una parte più buia della stanza» (2009: 52). In questo articolo mi avvalgo del concetto di «padri fantasma» di Brown et al. (2009) per esplorare il modo in cui gli uomini comparivano nel contesto dell’intervento prenatale di tutela con le famiglie. I padri dei nascituri esistevano ed erano spesso conosciuti dalle figure professionali. Eppure l’impressione, trasmessa dalla descrizione di Brown et al., di un rapporto inconsistente e periferico di questi uomini con il processo di tutela risuonava con chiarezza nell’analisi dei dati emersi da questa ricerca. Nelle sezioni seguenti vengono descritti con una certa ampiezza lo studio e la partecipazione dei futuri padri. Vengono poi presentati i risultati relativi agli uomini, con riferimento al concetto di «padri fantasma».

Lo studio

Dichiarazione etica

Lo studio etnografico qui presentato è stato finanziato dall’Economic and Social Research Council (ESRC) e autorizzato dal comitato etico della School of Social and Political Science della University of Edinburgh. L’accesso al campo è stato concesso da un’autorità locale urbana scozzese, in conformità con le sue procedure di etica della ricerca e di accesso. In un primo tempo è stato concesso l’accesso per focus group con figure professionali e responsabili del servizio sociale, condotti come esercizio esplorativo tra il 2012 e il 2013. Successivamente è stato concesso l’accesso per il lavoro sul campo etnografico, svolto nell’arco di un anno tra il 2014 e il 2015.

Metodi di ricerca

Nell’arco di un anno, l’autrice ha osservato le riunioni del servizio sociale che si sono svolte dall’assegnazione dell’assistente sociale referente fino alla nascita dei bambini dello studio. Tra le riunioni osservate figuravano conferenze del caso di tutela dell’infanzia (CPCC), riunioni del core group, riunioni informali in ufficio e visite domiciliari. Lo studio ha utilizzato metodi mobili per seguire le persone partecipanti attraverso diversi luoghi e riunioni (Critchley, 2019), sulla scia dei metodi di ricerca di Ferguson (2011, 2016) nell’esplorare le mobilità (Buscher et al., 2011) della tutela dell’infanzia in molteplici luoghi. La ricerca qui presentata si è svolta negli uffici del servizio sociale e in altri edifici pubblici, ma anche nelle abitazioni delle famiglie, nell’auto dell’autrice en route verso le varie riunioni e i vari appuntamenti a cui le persone partecipanti dovevano presentarsi, e nelle auto del personale del servizio sociale. Le osservazioni erano pensate per cogliere le interazioni tra figure professionali del servizio sociale e famiglie nel contesto di un intervento di tutela durante una gravidanza. Le interviste sostenevano questo lavoro esplorando il significato che le persone partecipanti attribuivano a tali attività.

Le famiglie sono state invitate a partecipare allo studio tramite l’assistente sociale referente del nascituro. In ogni caso era necessario il consenso dell’assistente sociale e della futura madre. Ogni volta che il futuro padre era indicato e coinvolto nel processo del servizio sociale relativo al bambino, veniva richiesto anche il suo consenso. Nessuna delle coppie in attesa contattate per partecipare allo studio ha rifiutato il consenso. Tuttavia, una parte del personale del servizio sociale contattato per partecipare ha rifiutato il consenso, o non ha voluto proporre lo studio alle famiglie. Così, per le famiglie avvicinate dalla ricercatrice, l’assistente sociale riteneva già possibile che la partecipazione allo studio potesse interessare la famiglia. In totale, tredici madri hanno accettato di partecipare alla ricerca. Una madre ha poi ritirato il proprio consenso, lasciando 12 madri nel campione finale. Otto futuri padri hanno dato il consenso alla partecipazione. Per gli altri quattro nascituri, o la paternità del bambino non era stata comunicata alle figure professionali, o il contatto diretto con il padre era impossibile entro i parametri dello studio.

Ogni volta che è stato possibile, entrambi i genitori del bambino sono stati invitati a partecipare a un’intervista di ricerca. Non tutte le madri hanno scelto di farlo, e ancora meno i padri. Sei madri hanno rilasciato interviste di ricerca, e solo due padri, a fronte di tutto il personale del servizio sociale di prima linea (12 persone) e di cinque delle persone che presiedevano le conferenze del caso prenatali. Alcune persone partecipanti hanno rilasciato più di un’intervista nel corso dello studio. In totale sono state completate 20 osservazioni e 31 interviste di ricerca.

Un campione infestato dai fantasmi: la partecipazione dei padri allo studio

La tabella seguente descrive in che misura i padri dei nascituri sono stati presenti nelle osservazioni della ricerca e hanno contribuito alle interviste di questo studio (Tabella 1). Sebbene si tratti del primo studio che ha cercato direttamente di coinvolgere i padri nella ricerca durante i processi di tutela prenatale dell’infanzia e di considerare la loro prospettiva in modo significativo, il ruolo dei padri non era l’unico oggetto di attenzione. In definitiva, l’oggetto di studio era l’interazione tra coppie in attesa e figure professionali del servizio sociale nel periodo prenatale. L’autrice ha cercato di includere i padri ma, in linea con l’approccio adottato con le madri, è stato sottolineato il carattere facoltativo della partecipazione alla ricerca. Sul piano etico era importante che madri e padri avessero il controllo sulla misura della propria partecipazione a questa ricerca, viste le difficoltà nelle loro vite che li avevano portati in origine a contatto con i servizi di welfare per l’infanzia. Le persone partecipanti più anziane sembravano un po’ più propense a rilasciare interviste di ricerca, ma con alcune eccezioni. Le donne partecipavano più degli uomini, ma ciò si spiega in parte con il livello più elevato di partecipazione ai processi di tutela delle madri rispetto ai padri del campione. Le madri non avevano altra scelta che partecipare alle riunioni di tutela; lo sguardo professionale era saldamente rivolto verso di loro. I ruoli dei padri erano più complessi, come illustrato nella tabella che segue.

Tabella 1 — Coinvolgimento dei padri nello studio di ricerca

  • 1. Lily (madre) e Warren (padre). Coinvolgimento del padre nella ricerca: nessuno – Warren non ha partecipato alla CPCC osservata; non è stato possibile alcun follow-up con nessuno dei due. Figli più grandi nella famiglia: sì – un figlio di due anni. La coppia non stava più insieme, ma il giorno della CPCC era Warren a occuparsi del figlio.
  • 2. Amara (madre), padre sconosciuto. Coinvolgimento del padre nella ricerca: nessuno – i dati del padre non sono stati comunicati. Figli più grandi nella famiglia: no.
  • 3. Ellie (madre) e William (padre). Coinvolgimento del padre nella ricerca: 1 riunione osservata. Non è stato possibile svolgere interviste di follow-up con nessuno dei due, per mancanza di sostegno del servizio sociale. Figli più grandi nella famiglia: sì – la figlia di due anni, Emily, viveva in affido familiare.
  • 4. Rachel (madre) e Luke (padre). Coinvolgimento del padre nella ricerca: serie di riunioni osservate e di interviste, a cui Luke ha partecipato pienamente. Figli più grandi nella famiglia: sì – entrambi avevano figli adolescenti o adulti da precedenti relazioni.
  • 5. Tracy (madre) e Bill (padre). Coinvolgimento del padre nella ricerca: serie di riunioni osservate e di interviste, a cui Bill ha partecipato pienamente. Figli più grandi nella famiglia: sì – Bill aveva figli adulti. Era il primo bambino di Tracy.
  • 6. Jane (madre) e Hugh (padre). Coinvolgimento del padre nella ricerca: Hugh era presente e ha dato il consenso all’osservazione di una CPCC iniziale. Nessuno dei due ha acconsentito a un’intervista di ricerca, ma Jane ha accettato l’osservazione di una riunione del core group. Hugh non vi ha partecipato. Figli più grandi nella famiglia: no.
  • 7. Nancy (madre) e Jack (padre). Coinvolgimento del padre nella ricerca: Jack era presente a una CPCC osservata, ma non è stato possibile avere alcun contatto successivo con lui. Nancy ha partecipato allo studio con una serie di osservazioni e un’intervista. Figli più grandi nella famiglia: Nancy aveva quattro figli più grandi. Era il primo figlio di Jack.
  • 8. Chloe (madre) e Matt (padre). Coinvolgimento del padre nella ricerca: il padre del bambino di Chloe non era coinvolto nel processo di tutela e non è stato possibile incontrarlo. Chloe ha partecipato allo studio con un’intervista e alcune osservazioni. Figli più grandi nella famiglia: Chloe aveva un figlio più grande. Non sono state condivise informazioni riguardo a Matt.
  • 9. Stephanie (madre) e Eddie (padre). Coinvolgimento del padre nella ricerca: Eddie si è presentato a una CPCC osservata, ma non gli è stato permesso di partecipare e non è stato possibile alcun ulteriore contatto con lui. Stephanie ha partecipato allo studio nell’arco di due osservazioni. Figli più grandi nella famiglia: Stephanie e Eddie avevano ciascuno un figlio più grande, con partner diversi.
  • 10. Morven (madre), padre sconosciuto. Coinvolgimento del padre nella ricerca: nessuno – Morven non ha comunicato alcun dato sul padre del suo bambino. Morven ha partecipato allo studio nell’arco di due osservazioni e di un’intervista di ricerca. Figli più grandi nella famiglia: no.
  • 11. Sophie (madre) e Liam (padre). Coinvolgimento del padre nella ricerca: Liam ha partecipato alle due riunioni osservate che si sono svolte: una visita domiciliare e una Family Group Conference. Nessuno dei due ha acconsentito a un’intervista di ricerca. Figli più grandi nella famiglia: no – Liam e Sophie erano giovani, al loro primo figlio. Sophie era da poco uscita dal sistema di accoglienza («care leaver»).
  • 12. Mia (madre), padre sconosciuto. Coinvolgimento del padre nella ricerca: alla ricercatrice non è stato comunicato alcun recapito del padre del bambino di Mia. Lui aveva una nuova relazione e non ha partecipato alle riunioni osservate. Mia ha rifiutato di essere intervistata. Figli più grandi nella famiglia: Mia aveva tre figli più grandi, tutti collocati fuori dalla sua cura in seguito a procedimenti di tutela.

È importante considerare che alcune famiglie del campione gestivano configurazioni paterne molto complesse. Inoltre, alcune madri avevano scelto di non indicare il padre del loro bambino o non erano più in contatto con lui. Per fare un esempio, Chloe aspettava il suo secondo figlio. Il figlio maggiore, Bobby, era accudito dalla nonna paterna in un affido intrafamiliare sostenuto dall’équipe del servizio sociale. Bobby aveva allora sei anni e Chloe andava a trovarlo regolarmente. Quando l’ho conosciuta, Chloe viveva da sola in un alloggio comunale temporaneo, in un quartiere di case popolari alla periferia della città. La gravidanza non era stata pianificata e Chloe aveva preso in considerazione un’interruzione nelle prime fasi. Non aveva più una relazione con il padre del bambino ed era tornata con un ex fidanzato. Chloe ha spiegato in un’intervista di ricerca che questo creava difficoltà nella sua relazione attuale, dato che il suo attuale compagno «voleva tantissimo un figlio. Perché piange parecchio perché non è suo. Ma alla fine, lui ha conosciuto un’altra e io pure, quindi. Ogni tanto me lo rinfaccia sempre» (estratto da un’intervista di ricerca con Chloe, futura madre).

Questa delicata situazione familiare ha reso impossibile l’accesso della ricerca al padre del bambino di Chloe. Un’altra madre che ha partecipato allo studio, Nancy, aspettava il suo quinto figlio. Due dei padri dei suoi quattro figli più grandi avevano un ruolo attivo nella loro vita e uno di loro partecipava regolarmente alla cura dei bambini. Nancy aspettava il bambino attuale da Jack, che non era mai stato padre prima e il cui ruolo nella famiglia era ancora da definire. Tutti e tre gli uomini hanno partecipato alla conferenza del caso prenatale. Tuttavia, nessuno dei padri era presente nei successivi incontri di ricerca con Nancy, i suoi figli e l’assistente sociale della famiglia.

C’erano «padri fantasma» (Brown et al., 2009) che infestavano questo studio. Se l’accesso alle future madri ai fini della ricerca è stato complesso sul piano etico e pratico, l’accesso ai padri è stato ancora più difficile. Nel processo di tutela prenatale, lo sguardo professionale sulle future madri era molto intenso. Le donne delle famiglie erano visibili al centro stesso di tutte le attività di tutela e delle aspettative professionali, mentre gli uomini a volte restavano nell’ombra. Le madri parlavano dei padri dei loro bambini, e così il personale del servizio sociale, eppure la presenza fisica e il contributo di questi uomini nei contesti del servizio sociale spesso venivano meno. Due padri, Bill e Luke, hanno partecipato a una serie di osservazioni e interviste di ricerca, e i loro punti di vista sono esaminati con una certa profondità in questo articolo. Un altro giovane padre, Liam, era presente a tutte le riunioni osservate, ma ha rifiutato di essere intervistato. Quanto agli altri padri, li ho incontrati e ne ho osservati alcuni partecipare alle riunioni di tutela per i loro bambini, ma non sono riuscita a mantenere il contatto con loro. Non sono mai più stati presenti alle riunioni osservate né agli incontri di ricerca con le madri.

Analisi dei dati

La ricerca ha prodotto una grande quantità di dati etnografici da molteplici prospettive. Questi dati comprendevano registrazioni audio, note di campo dettagliate redatte contestualmente alle osservazioni e alle interviste, e il diario di campo dell’autrice, contenente elementi di trascrizione letterale e di riflessione (Gioia, 2014). La trascrizione e l’analisi dei dati sono state svolte dall’autrice nell’arco di diversi anni, durante e dopo il lavoro sul campo. La trascrizione è stata realizzata nei dialetti originali e, dove il dialetto scozzese è marcato, nelle citazioni riportate di seguito è fornito un equivalente in inglese. L’analisi è stata di natura tematica e si è sviluppata attraverso un processo di codici e memo. Riconoscere i «simboli e significati culturali» dominanti (Vidich and Lyman, 1998: 44) presenti nei dati è stato un aspetto importante del processo analitico.

Analizzare i dati provenienti dai padri è stato toccante. I padri che hanno scelto di partecipare alla ricerca volevano trasmettere alcuni dei sentimenti che provavano per i figli e per le loro compagne. Questo non sempre emergeva nel contesto delle riunioni del servizio sociale. Questa giustapposizione tra i padri «a rischio» delle riunioni di tutela e la tenerezza mostrata dagli uomini, e descritta dalle madri, in contesti più domestici ha spinto ad approfondire l’analisi dei dati. Sebbene, come detto, lo studio non intendesse concentrarsi specificamente sugli uomini, l’analisi più dettagliata ha permesso di stabilire i risultati qui presentati. Sono raggruppati sotto quattro titoli e descrivono diversi fenomeni relativi ai padri dello studio.

La prima sezione tratta del modo in cui i sentimenti di tenerezza degli uomini verso le compagne, i bambini attesi e altri membri della famiglia sono emersi nei dati della ricerca, in modi che solo raramente apparivano nelle riunioni e nelle valutazioni del servizio sociale. La seconda sezione esamina come veniva stabilita la pericolosità degli uomini. La terza riguarda la scarsa attenzione professionale al contributo del padre alla famiglia, anche quando gli uomini erano attivamente presenti nel processo di tutela. La quarta e ultima sezione esamina il modo in cui i padri venivano esclusi o «fatti sparire» dalla vista nelle valutazioni prenatali di tutela, diventando «padri fantasma». Le implicazioni di questi risultati sono esaminate nella discussione.

Risultati

Tenerezza paterna: un amore che non osa dire il suo nome?

Nell’analizzare i dati della ricerca, è apparso chiaro che c’era un divario tra il modo in cui alcuni padri utilizzavano gli spazi aperti dalla ricerca e il modo in cui gli stessi uomini comparivano ed erano descritti nelle riunioni e nelle relazioni del servizio sociale. Negli incontri di ricerca, i sentimenti di tenerezza e di impegno dei padri verso i nascituri, i figli più grandi e le compagne erano assai evidenti. È emerso un contrasto particolarmente netto tra la presentazione pacata e riflessiva di un padre, Bill, nelle interviste di ricerca e il suo stile più ruvido e polemico nelle riunioni del servizio sociale. Al di fuori delle riunioni di tutela, Bill rifletteva sulle sue esperienze di padre e parlava di ciò che provava per la bambina attesa e della relazione con la compagna, Tracy. Al momento della partecipazione alla ricerca Bill aveva 44 anni e due figli adulti da una precedente compagna. Ho intervistato Bill una volta insieme a Tracy e una volta da solo. Nella seconda intervista, gli ho chiesto se ci fossero differenze nel diventare padre nel contesto di una valutazione prenatale di tutela dell’infanzia.

Bill: Sì, è che, cioè, ha fatto pensare a Tracy che avrebbe voluto liberarsene [interrompere la gravidanza] all’inizio, capisci cosa intendo? Non è per niente bello avere gente che in pratica ti dice cosa devi fare con tuo figlio. Tu, tu neanche te lo tieni tuo figlio, te lo portano via.

[Pausa]

B: Dico, se il bambino arrivasse e poi gli succedesse qualcosa, allora sì, va bene, voi [qui, le figure professionali della tutela dell’infanzia] avreste tutto il diritto. Ma fare quello che state sbraitando… quella bambina riceverà così tanto amore che non ci si crederà! Capisci cosa intendo?

Autrice: Mmm.

B: Sarà accudita bene, non le mancherà niente, capisci cosa intendo?

Estratto da un’intervista di ricerca con Bill, padre della bambina che Tracy aspetta.

In questo estratto Bill esprime rabbia per l’intervento di tutela, che a suo dire non aveva fatto parte della vita familiare con i figli precedenti. Tuttavia Bill comincia anche a parlare del suo amore per la bambina, del prendersi cura di lei e del provvedere a lei. Nelle riunioni del servizio sociale osservate non si erano presentate occasioni in cui Bill potesse esprimere questo impegno verso la sua bambina. Più avanti nell’intervista ho chiesto a Bill come si sentiva all’idea di diventare di nuovo padre, e lui ha risposto: «Non vedo l’ora! Da un lato sì, e dall’altro no. Se non ci fosse di mezzo il servizio sociale sarei felicissimo». Anche in questo caso, questa espressione di gioia per la bambina non trovava alcuno sbocco evidente nel contesto delle riunioni di tutela né nella valutazione di Bill da parte del servizio sociale. Al contrario, l’attenzione del servizio sociale era rivolta quasi esclusivamente ai rischi che Bill rappresentava nella famiglia.

È interessante notare che, quando gli uomini mostravano tenerezza paterna nelle riunioni formali, le figure professionali la riconoscevano, ma ciò non riduceva necessariamente la loro valutazione del rischio nella famiglia. Ellie e William hanno partecipato a una conferenza del caso relativa al bambino che aspettavano e alla loro figlia di due anni, Emily, che viveva con una famiglia affidataria. Nella conferenza del caso osservata non è stata presa alcuna decisione definitiva sugli assetti di cura a lungo termine; è stato tuttavia indicato che il bambino sarebbe stato probabilmente collocato fuori famiglia subito dopo la nascita e che era improbabile che William ed Ellie potessero riottenere la cura di uno dei due figli. Il motivo principale era la passata trascuratezza dei bisogni di base di Emily. Si è trattato quindi di una riunione dolorosa per la coppia, e William ha fatto diverse dichiarazioni cariche di emozione riguardo a Emily e al figlio atteso, la cui nascita era prevista entro circa 3 mesi.

Vedere Emily è il momento più bello della nostra settimana. Adoro vedere Emily ma è dura sapere che non vive con te per quello che è successo; per quello che abbiamo fatto. Ti fa sentire male

Non so cosa si prova a non portare a casa tuo figlio dall’ospedale

Estratti da note di campo redatte durante una conferenza del caso osservata relativa al bambino atteso da Ellie e William e alla figlia maggiore Emily, di due anni.

In una breve intervista subito dopo questa osservazione, l’assistente sociale Mary ha riconosciuto che era «straziante» sentire William parlare nella riunione del suo amore per i figli e del suo desiderio di averli con sé. Mary ha riconosciuto anche che William «ha una certa passione». Questa «passione» veniva contrapposta ai sentimenti di Ellie, dal momento che, secondo Mary, «lei non vuole che Emily torni a casa, non credo che voglia che torni. Deve solo far vedere che vuole che torni e dire le cose giuste». Quindi, pur ammettendo che «non è piacevole, no» e che «è piuttosto triste», Mary riteneva che:

Vogliono bene a questa bambina. Vogliono bene a Emily. Ma semplicemente non ce la fanno [a crescere i figli in sicurezza]» e che «bisogna pensare a questi bambini per cui ci battiamo, e sarebbe peggio se tornassero a casa e dovesse succedere qualcosa… [frase lasciata in sospeso]

Estratti da note di campo redatte durante un’intervista di ricerca con Mary, assistente sociale del nascituro di Ellie e William e della figlia Emily.

L’assistente sociale aveva un’opinione molto più positiva di William che di Ellie, che descriveva come «piuttosto pigra». Tuttavia, in un certo senso William, in quanto padre, non poteva essere visto a tutto tondo, come una persona intera, come invece potevano esserlo le madri. Il suo contributo veniva concettualizzato in rapporto a quello della compagna Ellie: l’assistente sociale lasciava intendere che William «pendeva dalle sue labbra», come se la sua capacità di agire emotivamente all’interno della famiglia fosse smorzata. Le note di campo dell’osservazione riportavano: «Ellie ha pianto ed è stata consolata da William (di nuovo niente fazzoletti), ma William trasmetteva davvero il desiderio di essere papà, di sentirsi bene con se stesso e con la propria vita».

Ho annotato che volevo chiedere a entrambi di questo. Purtroppo non è stato possibile intervistare William né Ellie. L’assistente sociale Mary non era favorevole alla partecipazione della coppia a un’intervista di ricerca, il che ha reso impossibile proseguire. I rapporti tra coppie in attesa e servizio sociale diventavano visibilmente tesi quando il progetto prevedeva il collocamento del bambino fuori famiglia dopo la nascita, e questo può aver contribuito al filtro all’accesso esercitato da Mary.

La pericolosità paterna: «Non mi sentivo al sicuro»

Bill e Tracy descrivevano il loro rapporto con Courtney, l’assistente sociale della nascitura, come difficile e conflittuale. Le riunioni tra loro che ho osservato erano molto tese. Quando ho intervistato Courtney, lei aveva cominciato a descrivere Bill come un «rischio»: un rischio per la bambina, per Tracy e forse per le figure professionali. La citazione seguente racchiude parte della «pericolosità» percepita attorno a Bill. Courtney parla di una visita fatta a casa di Tracy insieme ad altre figure professionali per una riunione del core group, una mattina di un giorno feriale. Bill era presente e stava bevendo alcolici con il nipote adulto. Courtney spiega quali implicazioni, a suo giudizio, quella situazione aveva per la sua valutazione.

Ma non mi sentivo al sicuro per il fatto che fosse suo [di Bill], era proprio il suo atteggiamento freddo al riguardo. Era piuttosto aggressivo, ma no! Passivo, non era aggressivo ma era un po’ tipo: «Sì, [sto bevendo], e allora? Cosa volete farci?». Invece di «Mi dispiace davvero tanto». Se si fosse avvicinato e avesse detto: «Guardi, ho sbagliato e non avrei dovuto farlo, avrei dovuto esserci per Tracy». Ma in realtà pensava che andasse bene. Era una cosa isolata, quindi la stava proprio minimizzando, liquidando del tutto, e anche lei [Tracy].

Quindi per me, se in futuro abbiamo, abbiamo delle figure professionali, sarebbe qualcosa che renderebbe la bambina, sarebbe un fattore di rischio per la bambina se i suoi genitori non riescono a mettere i suoi bisogni, i suoi, di lei, prima dei loro. Perché lui [Bill] non l’ha fatto, non è stato in grado di farlo, quel giorno

Estratto da un’intervista di ricerca con Courtney, assistente sociale della bambina attesa da Bill e Tracy.

In questa situazione la pericolosità riguardava in origine la bambina ed era incentrata sull’abuso di alcol da parte di Bill e su una sospetta violenza domestica. Tuttavia, man mano che Courtney parla, è chiaro che la pericolosità ha cominciato a estendersi e Bill comincia a essere visto come un rischio per Tracy, e poi per l’accesso che le figure professionali potrebbero avere alla bambina a casa. Bill arriva persino a essere visto come un rischio diretto per la sicurezza del personale, dal momento che Courtney afferma di «non essersi sentita al sicuro». A quel punto Courtney non incontrava più Bill senza la presenza di un’altra figura professionale. Nei termini di Brandon et al., Bill era partito come un uomo «nell’inquadratura», in quanto rischio potenziale all’interno della famiglia, era passato per «i margini» del piano di tutela per arrivare allo status di «uomo segnato» (2019: 453). O, nei termini di Brown et al., Bill stava gradualmente assumendo un ruolo spettrale. Questo posizionamento di Bill nel processo del servizio sociale contrastava nettamente con il ruolo che Bill si attribuiva.

Negli incontri di ricerca Bill condivideva informazioni sulla sua vita che faceva fatica a comunicare in modo efficace a chi ne aveva davvero bisogno: le figure professionali della tutela dell’infanzia. Per esempio, in un’intervista Bill ha parlato di un precedente programma di disintossicazione dall’alcol, del sostegno ricevuto dal personale sanitario che aveva apprezzato e delle tecniche utilizzate che gli erano state utili. Sebbene l’assistente sociale lo descrivesse come «ambivalente» nei confronti della bambina, nelle interviste di ricerca Bill parlava della sua gioia nel diventare di nuovo padre. Descriveva anche i suoi timori per il benessere di Tracy se la bambina non fosse rimasta con lei dopo la nascita (Critchley, 2019). Per quanto fosse scomodo vedere emergere queste prospettive frammentate dalle diverse persone partecipanti alla ricerca, ciò sollevava domande importanti su come parliamo con gli uomini in quanto padri nel servizio sociale e su come otteniamo un quadro più completo della loro vita e delle loro motivazioni rispetto ai figli. Come descrivono Brandon et al. (2019), la maggior parte degli uomini nelle famiglie che incontrano un intervento di tutela rappresenta al tempo stesso un rischio e una risorsa per i propri figli. In questa famiglia, la componente di risorsa di questa equazione era evidente nelle descrizioni della coppia in attesa, ma sembrava assente dalla valutazione del servizio sociale, pervasa da un rischio che trasudava poco a poco e restava attaccato a Bill.

La presenza assente dei padri: «Eri tu quella che portava il bairn»

L’altro padre che è stato possibile intervistare nell’ambito di questo studio è Luke. Anche Luke aveva più di quarant’anni al momento della partecipazione e anche lui aveva figli adulti, cresciuti dalla madre. Era accaduto in un periodo in cui Luke era dipendente dall’eroina e, per sua stessa ammissione, non si era occupato dei figli quanto avrebbe potuto. Ciononostante Luke aveva mantenuto un rapporto con quella famiglia e in particolare con la figlia adulta. Ho intervistato Luke e la sua compagna Rachel per l’ultima volta alla presenza della loro neonata Tessa, che era arrivata in anticipo ed era a casa con la coppia. Al momento della nascita di Tessa, la coppia era stabile in terapia con metadone e aveva buoni rapporti di lavoro con le figure professionali coinvolte, in particolare con il loro assistente sociale Callum.

Gřundělová e Stanková (2019: 1915) hanno descritto la paternità come un costrutto sfaccettato e conteso. Eppure, anche in questa intervista di ricerca, Luke metteva in scena aspetti della paternità dominanti nella cultura dello studio: sia il ruolo egemonicamente maschile del padre «che provvede» sia le «mascolinità della cura» (Elliott, 2016) della paternità. Rachel faceva spesso riferimento al fatto che Luke era stanco perché la notte prima si era alzato per dare da mangiare alla piccola Tessa. Nel corso dell’intervista Luke ha parlato della sua determinazione a trovare lavoro per mantenere Tessa e Rachel, e ha anche preparato il caffè per Rachel e il biberon successivo di Tessa. Le manifestazioni di paternità di Luke apparivano naturali e coerenti con le descrizioni della famiglia fatte da Rachel e Callum. Nel contesto di quest’ultima intervista di ricerca Luke ha cominciato a parlare del periodo trascorso in ospedale con Rachel e Tessa, subito dopo la nascita di lei. Ha dimostrato di comprendere chiaramente ciò che sarebbe potuto accadere riguardo alla cura di Tessa e ciò di cui le figure professionali avevano avuto bisogno da lui e da Rachel per dare loro la possibilità di occuparsi di Tessa a casa.

Luke: Ce l’abbiamo fatta, sapevamo cosa sarebbe successo.

[Nel senso che, se non avessero seguito il piano di tutela, anche Tessa sarebbe stata allontanata, ma è tornata a casa con loro].

Rachel: C’era una ragazza nel letto accanto al mio, le hanno portato via il bambino.

L: Sapevamo che se non lo facevamo sarebbe successo anche a noi, ma…

R: Mi si spezzava il cuore a vederlo, a pensare che saremmo potuti essere noi, capisci?

L: Ken [lo so].

R: Ma questo ci ha dato, ce lo teniamo, io me lo terrò in testa per, tipo, per i giorni in cui sono stressata. Non che io abbia mai avuto la tentazione di tornare a farmi. Mai, non mi è mai passato per la testa. Be’, all’inizio sì, ma sai, da quando ho Tessa, perché avevano paura che potessi ricominciare a bere o a farmi, ma non è, capisci cosa intendo, non mi è nemmeno passato per la testa. Cosa stavo per dire prima? C’era qualcosa prima?

Autrice: Stavi parlando della ragazza nel letto accanto al tuo nel…

R: Lei, sì, le hanno portato via il bambino perché è come se non avesse mai avuto nessuna intenzione di, non so…

L: Come dici tu, ogni caso è diverso, ognuno è diverso…

R: Stavo per dire un’altra cosa ma non mi ricordo…

L: Certa gente riesce a smettere [con le droghe di strada] per i figli, e ad altra gente in pratica portano via i figli…

Estratto da un’intervista di ricerca con Luke e Rachel, madre e padre della piccola Tessa.

Alcune figure professionali riconoscevano gli aspetti positivi che gli uomini portavano alle loro famiglie. Nell’estratto seguente Callum riflette su una visita domiciliare congiunta che lui e un altro assistente sociale, Shane, avevano fatto a Rachel e Luke proprio all’inizio del lavoro di Callum con la famiglia.

Rachel cercava di parlare di cose piuttosto difficili con suo padre e Luke le teneva la mano e un po’ gliela accarezzava, e io l’ho notato e non ero sicuro che Shane l’avesse visto, ma è stata la prima cosa di cui Shane mi ha parlato quando siamo usciti, ha detto: «Si sostengono davvero, davvero tanto a vicenda», e ha detto che quei piccoli gesti di sostegno emotivo c’erano, nel senso che, sai, lui è molto premuroso con lei, e quello che a me è sembrato piuttosto positivo è che Shane abbia detto, sai, che forse per loro poteva funzionare. Sai, che forse hanno qualcosa lì e che insieme, come coppia, sarebbero in grado, sai, di dare al bambino tutto ciò di cui ha bisogno

Estratto da un’intervista di ricerca con Callum, assistente sociale della piccola Tessa, figlia di Rachel e Luke, prima della sua nascita.

Eppure, anche nel contesto di un rapporto molto positivo con l’assistente sociale titolare del caso, Luke aveva la sensazione che il suo contributo alle riunioni e alla valutazione di tutela venisse spesso minimizzato. L’attenzione era saldamente rivolta a Rachel in quanto madre. In questo estratto la coppia descrive una conferenza del caso prenatale che si era svolta poco prima della nascita e che avevo osservato.

Luke: E ce l’hanno chiesto proprio alla fine, chi presiedeva ci ha chiesto cosa ne pensavo io.

Rachel: Io stavo lì seduta a pensare: ma quando chiederanno almeno l’opinione di Luke o, sai, almeno parleranno con Luke?… Avevo proprio l’impressione che non ti chiedessero niente di serio fino alla fine, eh?

L: Fino alla fine, sì.

R: E avevo davvero l’impressione che fosse tutto concentrato su di me.

L: Eri tu quella che portava il bairn [bambino].

R: Lo so, ma il, tipo, altre questioni come quelle che vengono dal tuo uso di droghe e così via, capisci cosa intendo? Tutto questo l’hanno lasciato un pochino alla fine…

L: Alla fine, sì.

R: Mentre la tua parte avrebbe dovuto essere approfondita altrettanto, davvero.

Estratto da un’intervista di ricerca con Luke e Rachel, madre e padre della piccola Tessa.

Anche se Luke era presente alla riunione qui descritta, la coppia condivideva l’opinione che il suo contributo alla riunione fosse stato minimizzato. Nell’analisi dei dati della ricerca è emerso un tema: il servizio sociale riteneva di coinvolgere i padri. Eppure i padri, e le madri, non vedevano le cose allo stesso modo. Sebbene, nei termini di Brown et al. (2009: 26), l’esistenza di Luke non potesse essere negata, la sua «rilevanza» veniva messa in dubbio dalle figure professionali. Il commento di Luke secondo cui Rachel era «quella che portava il bairn» è interessante in relazione alla natura prenatale del lavoro osservato. Perché i bambini fossero presenti alle riunioni di tutela, le donne dovevano partecipare fisicamente. Ciò sembrava creare un’attenzione ancora più marcata all’inclusione delle madri nelle riunioni, come si vedrà nella sezione seguente.

Sparizioni e deviazioni: la fabbricazione dei «padri fantasma»

Gli uomini possono sparire molto facilmente dalla vista, anche quando rappresentano i rischi più rilevanti nelle famiglie. Nel campione della ricerca, Eddie era il padre del bambino atteso da Stephanie. Era il secondo figlio di Stephanie, e il figlio maggiore era accudito principalmente dalla madre di lei, in un affido intrafamiliare. Anche Eddie aveva un figlio da una precedente compagna. Aveva colpito entrambe le donne alla pancia durante le gravidanze dei suoi figli, all’interno di un modello di violenza domestica estremamente grave. C’era quindi un livello elevato di preoccupazione per Stephanie e il nascituro. In questo estratto da un’intervista di ricerca, Benjamin, l’assistente sociale del nascituro, spiega i rischi.

Sì. Ho paura a causa di Eddie. Cioè, sto guardando la storia passata, se guardiamo al suo primo figlio, alla relazione precedente. Ha causato molti turbamenti nella prima infanzia di quel bambino. Sì, il bambino aveva assistito a molta violenza domestica. Credo anche molto abuso di alcol. Quindi è questa la mia preoccupazione. Non vorrei che la prima infanzia di questo bambino fosse esposta a quel tipo di comportamento. Sì. È questa la mia preoccupazione… Eddie può venire da me e presentarsi come se fosse un uomo cambiato, ma è molto difficile crederci. Sì, abbiamo dei servizi con cui vogliamo che si impegni, come i servizi per la violenza domestica e la gestione della rabbia, una valutazione della salute mentale che vorremmo che, cioè, per vedere se si stabilizzerà. Se si impegna bene… è per questo che voglio incontrarlo. Non voglio escluderlo del tutto. Voglio comunque dargli una possibilità, giusto? Attivare certi servizi che riteniamo pertinenti. E sostenere un cambiamento positivo. Se si impegna, allora vedremo da lì cosa possiamo fare. Probabilmente incontri protetti [con il bambino], qualcosa del genere, in uno spazio neutro

Estratto da un’intervista di ricerca con Benjamin, assistente sociale del bambino atteso da Stephanie ed Eddie.

Benjamin riconosceva l’ideale di lavorare in modo costruttivo con Eddie perché potesse avere un ruolo nella vita del suo bambino. Anche Stephanie affermava di ritenerlo importante, nonostante la violenza passata di lui. Quando ho intervistato brevemente Stephanie poco prima di osservare una conferenza del caso relativa al bambino, ha descritto Eddie così: «Una persona orribile, orribile con le donne, non sa rispettare nessuno. È un compagno orribile» (Stephanie, futura madre, estratto dalle note di campo redatte durante la conferenza del caso relativa al nascituro di Stephanie ed Eddie). Eppure Stephanie esprimeva anche la speranza che, per quanto Eddie fosse un compagno terribile, potesse in qualche modo avere un ruolo nella vita del loro figlio, perché «a un bambino fa male che il papà non ci sia per niente». Non è difficile attribuire una falsa coscienza alla prospettiva di Stephanie, derivante dalla relazione abusiva con Eddie. Tuttavia Stephanie sta affermando che Eddie avrebbe avuto una presenza nella vita futura del suo bambino, che fosse fisicamente presente o no, e che fosse o no sicuro per il loro figlio passare del tempo da solo con Eddie.

Ciò che è effettivamente accaduto durante la conferenza del caso prenatale osservata, relativa al nascituro di Stephanie ed Eddie, è che Eddie si è presentato all’ufficio del servizio sociale per la riunione. Tuttavia la riunione si è svolta senza di lui. C’era confusione su come includerlo, viste le minacce che aveva rivolto a Stephanie; è stato fatto attendere per un po’ e alla fine si è alzato ed è uscito dall’edificio. La conferenza del caso è stata una riunione molto difficile: il «nome» del bambino è stato iscritto nel registro per la tutela dei minori e Stephanie è stata informata che il suo bambino avrebbe potuto essere collocato fuori famiglia poco dopo la nascita. Questa possibilità l’ha visibilmente scossa. In un’intervista di ricerca qualche tempo dopo, Benjamin mi ha detto che Eddie non collaborava più con le figure professionali della tutela. Eppure sospettavano fortemente che Eddie fosse ancora in contatto con Stephanie.

Benjamin: Perché non sono del tutto convinto che Eddie sia completamente uscito di scena. Non ha risposto alle mie chiamate, non l’ho più visto dalla conferenza del caso… Ho provato tantissime volte, gli ho scritto, l’ho chiamato, gli ho mandato messaggi. Non ho avuto alcuna risposta positiva né alcuna volontà da parte sua di fissare un incontro con me. Pensavo anche di fare una visita senza preavviso a casa sua, giusto per vedere cosa sta succedendo.

Autrice: E quindi ha l’impressione che sappia cosa è successo alla conferenza del caso?

B: Lo sa! Lo sa, lo sa, lo sa, sì. Lo sa. È un’altra cosa per cui tendo a mettere in dubbio la loro relazione, perché forse Stephanie gliel’ha comunicato. Oppure Stephanie ne ha parlato nella sua cerchia o con amicizie che hanno passato l’informazione a Eddie. Non lo so. Ma lo sa. Lo sa.

Estratto da un’intervista di ricerca con Benjamin, assistente sociale del nascituro di Eddie e Stephanie.

Il fatto che Eddie sia «uscito di scena» pone un problema evidente: Stephanie, considerata esposta a un rischio fisico immediato da parte di Eddie, è diventata il tramite attraverso cui Eddie ottiene informazioni sull’intervento di tutela relativo al loro bambino. Questo ruolo di tramite aumentava potenzialmente il rischio per Stephanie e per il bambino. Chi presiedeva la conferenza del caso ha poi riconosciuto in un’intervista che sarebbe stato meglio se Eddie fosse effettivamente entrato nella riunione. Dopo aver incontrato brevemente Eddie prima della conferenza del caso, non sono riuscita a intervistarlo e non l’ho più rivisto.

Discussione

Il trattamento dei padri e della paternità nel contesto del welfare per l’infanzia appare come un problema persistente nel tempo e nello spazio (Coady et al., 2013; Maxwell et al., 2012; Mykkänen et al., 2017; Turesson, 2020; Zanoni et al., 2013). La questione non è stata molto migliorata dai ripetuti appelli a cambiare le pratiche (Clapton, 2013; Featherstone et al., 2007) né dalle iniziative di «germogli verdi» (Scourfield, 2015). Brandon et al. affermano che «nonostante le difficoltà nel coinvolgere i padri, chi opera sul campo è in grado di costruire relazioni di lavoro con gli uomini» (2019: 449). Eppure il welfare per l’infanzia resta prevalentemente un «lavoro» da donne (Brown, 2006). Al punto che, come hanno suggerito Ewart-Boyle et al. (2015: 472), «un affidamento eccessivo sul lavoro con le madri e l’esclusione dei padri sono così profondamente radicati nella società e nella cultura del servizio sociale da non essere spesso messi in discussione».

L’esclusione dei padri dai processi di tutela aumenta la responsabilizzazione delle madri per i rischi e le difficoltà della famiglia (Critchley, 2020b; Stewart, 2020). Solo in una piccola minoranza di casi la relazione di lavoro che l’assistente sociale costruiva con il padre aveva qualcosa di paragonabile alla solidità e allo scopo della relazione di lavoro che ci si aspettava che la futura madre instaurasse con le figure professionali. Ciò faceva sì che il riflettore della tutela fosse puntato saldamente sulle donne. La necessità di una valutazione rigorosa di ciò che esattamente i padri possono offrire ai figli, lungo uno spettro che va dalle informazioni sulla storia di vita fino al crescere il nascituro, è evidenziata dalla ricerca di Ward et al. (2006, 2012) sui percorsi di cura dei neonati e dei bambini molto piccoli. Si tratta chiaramente di un compito molto complesso in situazioni di violenza domestica, dove il compito principale è gestire i rischi per il bambino e per la madre (Devaney, 2014; Lloyd et al., 2017). Ciò che O’Hagan (1997) ha descritto come l’«evitamento» degli uomini da parte del servizio sociale ha un impatto significativo su tutti i membri della famiglia. Come sottolineano Pennell et al. (2014: 38), ciò «significa che il personale non può affrontare direttamente l’abuso che gli uomini perpetrano contro i propri figli e contro le madri dei propri figli».

La diffusa esclusione dei padri da questo lavoro da parte del servizio sociale continua ad avere gravi implicazioni per i padri, per i figli e per le madri nelle famiglie seguite dal welfare per l’infanzia (Philip et al., 2019). Ai padri vengono negate opportunità di esercitare i propri diritti e responsabilità genitoriali, mentre le madri vengono sovraresponsabilizzate e spesso chiamate a rispondere dei comportamenti dannosi degli uomini nel contesto familiare. L’infanzia rischia di essere privata dei benefici di una relazione con il padre in termini di identità e di cura quotidiana.

Le iniziative progressiste, come il linguaggio neutro rispetto al genere, sostituiscono a «madri» o «padri» termini come «persone che si prendono cura» o «genitori»… hanno fatto poco per spostare l’attenzione dalle donne alle donne e agli uomini. Come è emerso dalla nostra analisi dei fascicoli, il personale legge sistematicamente «genitore» come «madre» nelle politiche e nella legislazione (Brown et al. 2009: 27).

Nel contesto di un intervento prenatale di tutela, il bambino non può essere osservato nel mondo come individuo che potrebbe interagire con entrambi i genitori ed essere in una relazione visibile con il padre. I dati di questo studio forniscono scarse prove di un coinvolgimento continuativo e significativo degli uomini, e una serie di esempi in cui i padri sono stati trascurati, esclusi e resi invisibili nell’intervento prenatale di tutela con le famiglie. Aggiungendo così ancora più peso alla ben documentata fabbricazione di padri fantasma nel welfare per l’infanzia (Brown et al., 2009).

Questo studio ha rilevato che era cruciale che il personale del servizio sociale vedesse i padri come «fini in sé» anziché come ostacoli alla relazione di lavoro con la madre o al monitoraggio della sicurezza del bambino. Un simile approccio era alla base di ogni coinvolgimento significativo degli uomini nelle riunioni e nelle valutazioni di tutela. Come hanno sostenuto Zanoni et al. (2013), una maggiore inclusione dei padri nella pratica e nella ricerca resta una priorità urgente per il servizio sociale, nonostante un’ampia letteratura che negli ultimi decenni chiede un coinvolgimento più efficace degli uomini in quanto padri (Daniel and Taylor, 1999; O’Hagan, 1997). Purtroppo i risultati di questo studio aggiungono peso a un bacino già traboccante di prove del fallimento del servizio sociale nel lavorare in modo rispettoso con i padri per il benessere dei figli. L’inclusione dei padri nella ricerca avrebbe potuto essere più completa, e diversi fattori l’hanno resa difficile, tra cui il filtro all’accesso esercitato sia dal servizio sociale sia dalle madri. Ciononostante, il contributo che è stato possibile ottenere dai padri è stato importante. I dati relativi ai padri hanno fornito prove che lo scarso coinvolgimento degli uomini da parte del servizio sociale si estende al lavoro prenatale. Inoltre, gli incontri di ricerca con i padri che è stato possibile realizzare indicano che conversazioni aperte e meno guidate da un’agenda possono portare a esiti più riflessivi e informativi.

Conclusione

Utilizzando dati provenienti dai padri e relativi ai padri, ho sostenuto che i processi e le pratiche di tutela prenatale dell’infanzia possono funzionare in modo da trascurare o escludere attivamente il contributo degli uomini. I risultati di questo studio evidenziano la necessità che chi opera sul campo veda i padri, parli con loro e li comprenda in modo diverso. Sebbene il problema dei «padri fantasma» nel welfare per l’infanzia sia stato ripetutamente individuato dalla ricerca, le strategie per affrontarlo non hanno ancora prodotto cambiamenti significativi nella pratica. Trovare modi per includere efficacemente gli uomini nella valutazione del rischio nelle loro famiglie e nella pianificazione della cura resta una sfida costante per il welfare per l’infanzia.

Resta necessaria ulteriore ricerca specificamente incentrata sugli uomini nelle famiglie di bambini e bambine oggetto di interventi del welfare per l’infanzia. Anche i metodi per coinvolgere i padri in questa ricerca richiedono ulteriori sviluppi. La ricerca presentata in questo articolo indica il potenziale dei metodi etnografici nel creare uno spazio significativo in cui i padri possano condividere le loro preoccupazioni e prospettive. Inoltre, il modo in cui gli uomini hanno utilizzato gli spazi di ricerca creati da questo studio suggerisce che incontri con i padri meno guidati da un’agenda permettono agli uomini di fornire informazioni potenzialmente significative per la valutazione di tutela. Per congedare i padri fantasma della tutela dell’infanzia, chi opera sul campo deve trattare gli uomini presenti nella vita dell’infanzia come persone reali, multidimensionali e capaci sia di comportamenti dannosi sia di comportamenti di cura all’interno delle loro famiglie.

Complexe Systémique: punti chiave

Questa etnografia rende visibile un meccanismo che va ben oltre il periodo prenatale: il sistema di protezione è costruito attorno alla diade madre-bambino, e il padre vi entra solo come fattore di rischio. Il rischio attribuito a Bill si estende progressivamente, dalla bambina alla compagna e poi alle stesse figure professionali, mentre la sua gioia di diventare di nuovo padre non trova alcuno spazio per esprimersi. In una lettura sistemica, mettere da parte il padre non protegge: sovraresponsabilizza la madre, talvolta la trasforma nel canale di informazione di un uomo violento e priva il bambino o la bambina di un legame che farà parte della sua storia qualunque cosa si decida. Per la pratica clinica, la pista più utile è quasi metodologica: conversazioni meno guidate da un’agenda fanno emergere risorse che la valutazione formale non coglie, senza negare il pericolo. Resta però necessaria la prudenza: dodici famiglie, solo due padri intervistati, un’unica autorità locale scozzese, e i padri più preoccupanti fuori dalla portata della ricerca stessa. Da leggere insieme a l’articolo sui padri nell’ombra e l’approccio rivolto all’intera famiglia nel servizio sociale e a l’articolo su mascolinità e attaccamento nel lavoro con i padri.

Note dell’originale

Dichiarazione sui conflitti di interesse. L’autrice ha dichiarato di non avere potenziali conflitti di interesse in relazione alla ricerca, alla stesura e/o alla pubblicazione di questo articolo.

Finanziamento. L’autrice ha dichiarato di aver ricevuto il seguente sostegno finanziario per la ricerca, la stesura e/o la pubblicazione di questo articolo: questa ricerca è stata finanziata da una borsa di dottorato 1 + 3 dell’Economic and Social Research Council (ESRC), numero di assegnazione 1091282. La ricerca dottorale dell’autrice è stata svolta presso la University of Edinburgh, nell’ambito della Graduate School of Social and Political Science.

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Traduzione non ufficiale in italiano di Giving up the ghost: Findings on fathers and social work from a study of pre-birth child protection, di Ariane Critchley, Qualitative Social Work, vol. 21, no 3, p. 580-601 (2022), doi: 10.1177/14733250211019463, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (tabella presentata come elenco, dichiarazioni raggruppate nelle note). Né l’autrice né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

L’articolo originale, «Giving up the ghost: Findings on fathers and social work from a study of pre-birth child protection», è stato pubblicato in Qualitative Social Work (2022) con licenza CC BY 4.0. Questa versione è una traduzione non ufficiale in italiano realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, con una presentazione adattata alla lettura online, come indicato in testa a questa pagina. Fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Critchley, A. (2022). Giving up the ghost: Findings on fathers and social work from a study of pre-birth child protection. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/giving-up-the-ghost-findings-on-fathers-and-social-work-from-a-study-of-pre-birth-child (Opera originale pubblicata nel 2021 in Qualitative Social Work, 21(3), 580-601 (2022); ripubblicata nel 2022 da Qualitative Social Work, https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/14733250211019463)

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