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Journal of Marital and Family Therapy · Terapia familiare

Il contatto fisico terapeutico nel Modello del Processo di Validazione Umana: un’analisi tematica riflessiva

Virginia Satir toccava molto: mani, volti, spalle. Che cosa fa oggi di questa eredità chi pratica il suo modello, nell’epoca del #MeToo e delle cure informate sul trauma? Crystal G. Marroquin e Carson Outler hanno intervistato quindici persone esperte: il contatto fisico resta possibile, ma consensuale, deliberato, talvolta indiretto e sempre pensato alla luce dell’identità e del potere.

Autrici Crystal G. Marroquin (Department of Family and Community Medicine, University of Texas Southwestern Medical Center, Dallas, USA); Carson Outler (Department of Human Development and Family Science, Florida State University, Tallahassee, USA)Prima pubblicazione Journal of Marital and Family Therapy, 23 gennaio 2026Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Therapeutic Touch in the Human Validation Process Model: A Reflexive Thematic Analysis, di Crystal G. Marroquin e Carson Outler, pubblicato in Journal of Marital and Family Therapy (Wiley) (2026), doi: 10.1111/jmft.70111, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

«Entrare in contatto» può manifestarsi in moltissimi modi, fisici e non fisici.

Crystal G. Marroquin e Carson Outler

Abstract

L’uso del contatto fisico in terapia è un tema sfumato e importante, particolarmente rilevante per chi pratica una terapia esperienziale. Il presente studio si proponeva di esplorare il ruolo e l’uso del contatto fisico nel Modello del Processo di Validazione Umana (Human Validation Process Model, HVPM) di Virginia Satir attraverso un’indagine fenomenologica. Sono state intervistate quindici persone che utilizzano questo modello, interrogate sulla loro prospettiva sul contatto fisico e sul suo uso nell’HVPM. A partire da dati qualitativi tratti da interviste a persone esperte, le ricercatrici offrono considerazioni di buona pratica ed esempi sul se e sul come il contatto fisico possa essere integrato nella terapia esperienziale. È stata utilizzata un’analisi tematica riflessiva per generare cinque temi: (1) stabilire una connessione congruente, (2) orchestrare il contatto fisico, (3) maneggiare con cura, (4) il sé della persona terapeuta esperienziale e (5) considerazioni contemporanee in evoluzione. Ciascun tema è discusso con i codici associati, insieme a citazioni dirette delle persone partecipanti. Questi risultati possono orientare la pratica terapeutica e i modi di utilizzare un contatto fisico sicuro e consensuale al servizio della guarigione in terapia.

La nascita della terapia familiare sistemica ha portato con sé numerosi approcci terapeutici e figure pionieristiche provenienti da diverse parti del mondo, tra cui una delle figure più eclettiche è stata Virginia Satir, creatrice del Modello del Processo di Validazione Umana. Nel suo lavoro clinico impiegava diversi metodi, in particolare l’uso del sé e il contatto fisico terapeutico (Satir and Baldwin 1983). Al di là dell’opera di Satir, l’importanza del contatto fisico nel favorire legami di attaccamento sicuri è riconosciuta da tempo (Jakubiak and Feeney 2016). Eppure l’impiego del contatto fisico in psicoterapia è stato poco studiato, anche se può avere valore in un contesto in cui la persona terapeuta lavora attivamente per creare un’alleanza con la clientela e intervenire in modo significativo.

Un fondamento essenziale della formazione alla terapia sistemica è l’insegnamento di come creare un legame terapeutico con la clientela attraverso il processo di joining (Rait 2000). A chi è all’inizio della carriera clinica vengono insegnati i rischi di violare i confini etici, che possono includere un contatto fisico inappropriato. Apprendere queste componenti vitali della pratica mentre, al tempo stesso, si viene introdotti a un modello che promuove l’uso del sé e del contatto fisico può portare chi nutre curiosità per questo approccio a orientarsi verso un approccio più diffuso o manualizzato, fondato esclusivamente su interventi verbali. Il contatto fisico è un intervento dinamico che può assumere più forme del semplice contatto tra terapeuta e cliente, come la facilitazione del contatto o la modulazione dello spazio terapeutico per creare connessione. Quando si tratta di intervento fisico, a chi è in formazione va insegnato il quando e il come, oltre a ciò che è giusto e sbagliato.

Man mano che la pratica della terapia esperienziale cresce e un numero crescente di figure cliniche integra l’HVPM nel proprio approccio, è essenziale valutare criticamente il ruolo del contatto fisico nella pratica terapeutica. Lo scopo di questo studio era esplorare il modo in cui chi pratica la terapia esperienziale usa e facilita il contatto fisico in terapia, presentando al contempo concettualizzazioni del contatto fisico che si sono evolute all’interno del Modello del Processo di Validazione Umana.

1 Rassegna della letteratura

1.1 Principi fondamentali dell’HVPM

Il Processo di Validazione Umana pone l’accento sul valore, il rispetto e l’apprezzamento autentici per il miracolo e la bontà di tutte le persone (Haber 2002). Questa virtù profondamente radicata influenza sia i concetti sia la pratica del modello. Il modello ha diversi principi fondamentali, tra cui la convinzione che la congruenza tra sentimenti interni e comportamenti esterni sia essenziale, che l’autostima sia al centro dei processi interpersonali funzionali e disfunzionali e che una comunicazione aperta e autentica sia essenziale per la salute delle relazioni (Erker 2017). In questo modello la congruenza è un costrutto sfaccettato legato alla comunicazione e all’armonia (Satir and Baldwin 1983). Nell’HVPM la comunicazione congruente è spesso descritta come «dire le cose in modo diretto», ossia dire ciò che si intende e fare ciò che si dice (Englander‐Golden and Satir 1990). È un obiettivo generale per la clientela, e anche chi pratica questo modello dovrebbe tendere alla congruenza e incarnarla. Inoltre, il modello afferma che l’autostima influisce sul funzionamento individuale e sistemico, nel bene e nel male. Quando l’autostima è bassa e minacciata, le persone la proteggono placando, accusando, diventando iper‑ragionevoli o distraendosi dallo scambio (Satir 1972). L’HVPM mira ad aiutare la clientela a migliorare l’autostima, a diventare più congruente e a comunicare in modo diretto. L’HVPM si concentra anche sul notare, nominare e modificare gli schemi di comunicazione all’interno del sistema. Satir ha sottolineato che la comunicazione è lo scambio e la costruzione di significato tra le persone e coinvolge tutti e cinque i sensi (Satir 1976; Satir and Baldwin 1983). L’HVPM incoraggia chi fa terapia ad aiutare la clientela a comprendere meglio le risposte somatiche associate a stimoli positivi e negativi, per sostenere una connessione mente‑corpo (Satir et al. 1991). Per raggiungere questi obiettivi si possono utilizzare diversi strumenti, come la metafora, la scultura, l’umorismo, l’uso del sé e il contatto fisico.

1.2 Il contatto fisico nell’HVPM

Occorre innanzitutto sottolineare che qualsiasi coinvolgimento fisico con una persona assistita deve essere consensuale, informato e intenzionale (Pinson 2002). Prima di entrare in contatto fisico con la persona, chi fa terapia deve considerarne l’identità, la storia clinica e lo stato attuale dell’alleanza terapeutica (Phelan 2009). Nel contesto di questo modello, il contatto fisico può consistere nel posare la mano sulla schiena della persona per calmarla o nell’offrirle un abbraccio quando si sente sopraffatta. Satir riteneva che il contatto fisico fosse un modo di entrare in connessione con la clientela per aiutarla a sentirsi al sicuro e radicata durante la seduta, ma che dovesse avvenire con uno scopo (Satir and Baldwin 1983). I primi insegnamenti e video di questo modello mostrano Satir in un intenso contatto fisico con le persone assistite, a cui teneva le mani, il volto e le spalle. Tuttavia, per diverse ragioni, ciò può non risultare congruente per tutte le figure cliniche, e la misura del contatto fisico con la clientela che appare autentica nello spazio terapeutico può variare.

Nel celebre testo di Satir Step by Step, gli autori sottolineavano «…che il suo tocco non è una “tecnica” automatica e meccanica che usa indiscriminatamente. Era molto sensibile ai segnali che riceve sui confini delle persone e non li oltrepasserà» (Satir and Baldwin 1983). Nell’HVPM il contatto fisico è deliberato e intenzionale, come forma per calmare o per intensificare un momento o un’esperienza. Per esempio, si può sedere accanto a una persona e posarle la mano sulla schiena per confortarla se si sente sopraffatta mentre elabora un tema difficile. Inoltre, chi fa terapia può sporgersi fisicamente in avanti o posare una mano sul braccio o sul ginocchio della persona durante un’elaborazione profonda, per mostrare un sostegno fisico e, al tempo stesso, ancorarla alla conversazione.

Come già detto, nel contesto di questo modello il contatto fisico non è sempre un contatto corporeo tra terapeuta e cliente. Oltre al contatto fisico diretto, vi è la facilitazione del contatto, in cui chi fa terapia invita le persone in relazione a tenersi per mano o ad avvicinarsi l’una all’altra. Chi pratica questo modello può non entrare mai in contatto fisico con la propria clientela, ma facilitare un’esperienza di contatto all’interno di coppie o famiglie. Con una persona singola, chi fa terapia può incoraggiarla a offrirsi conforto sotto forma di abbraccio o ad alleviare una risposta somatica massaggiando il punto di tensione del proprio corpo. Poiché questo modello sottolinea l’importanza di aiutare la clientela a riconoscere e accogliere le proprie risposte interne oltre a quelle esterne, facilitare il contatto come strumento esplorativo può essere utile. Nei sistemi che comprendono più di una persona, il contatto fisico può essere integrato per creare nuove forme di vicinanza e intimità o per richiamarne di precedenti, secondo i desideri della clientela. Per esempio, chi fa terapia potrebbe chiedere a uno dei due membri della coppia di tenere la mano dell’altra persona o di cingerla con un braccio mentre discutono di un tema o di un’esperienza difficile. Inoltre, il contatto fisico può verificarsi nell’attuazione di altri interventi centrali di questo modello, tra cui la scultura familiare, in cui chi fa terapia può posizionare le persone con le mani. Pur essendo una componente dell’HVPM, altri modelli sistemici non integrano né incoraggiano il coinvolgimento fisico con la clientela, il che suscita interrogativi sull’utilità del contatto fisico nel trattamento.

1.3 La polarizzazione del contatto fisico

L’uso del contatto fisico in terapia, indipendentemente dal modello terapeutico, è un tema sfumato e dibattuto. Sebbene molte persone terapeute possano non usare intenzionalmente il contatto fisico nel proprio lavoro, ricerche precedenti hanno rilevato che la maggior parte di chi fa terapia tocca la propria clientela in determinate situazioni (Hunter and Struve 1998; Pope et al. 2006). Uno studio qualitativo sull’uso del contatto fisico in terapia nell’ambito della psicologia clinica ha rilevato che la decisione di toccare una persona assistita era tipicamente istintiva (Harrison et al. 2012). Si può ricorrere al contatto fisico per varie ragioni, come salutare, consolare e incoraggiare la clientela, o contenere una persona violenta (Rovers et al. 2017). Tuttavia, molte persone terapeute esitano a parlare di qualsiasi uso del contatto fisico per timore di accuse di illecito o di sospetti di condotta scorretta (Stenzel and Rupert 2004).

Chi sostiene il contatto fisico in terapia suggerisce che il contatto sia di per sé terapeutico (Berendsen 2017). Il contatto fisico è un linguaggio preprogrammato dell’esperienza umana, essenziale per il nostro sviluppo (Gothard and Fuglevand 2021). Una recente revisione sistematica con meta‑analisi multilivello di Packheiser et al. (2024) ha sintetizzato i risultati di 137 studi empirici e 75 revisioni sistematiche più ampie. Lo studio riporta effetti complessivi di entità media degli interventi basati sul contatto fisico sulla salute fisica e mentale negli adulti. In particolare, ha rilevato che questi interventi riducevano significativamente i sintomi depressivi, ansiosi e dolorosi; le analisi dei moderatori hanno mostrato che i campioni clinici traevano maggiori benefici per la salute mentale rispetto ai campioni normativi (Packheiser et al. 2024). Per quanto riguarda specificamente la terapia, chi sostiene il contatto fisico sottolinea come esso possa favorire il contenimento e la sicurezza (Courtney and Gray 2014; Pinson 2002) e facilitare la comunicazione (Salzmann‐Erikson and Eriksson 2005). Inoltre, il contatto fisico può aiutare la clientela a utilizzare il proprio sapere somatico e a riconnettere la mente con il corpo. La ricerca nelle neuroscienze sostiene questa connessione mente‑corpo e ha mostrato che la psicoterapia corporea può aiutare a trattare la depressione cronica e il trauma (Langmuir et al. 2012; Leitch et al. 2009; Röhricht et al. 2013). Ricerche precedenti hanno inoltre suggerito che il contatto fisico è più efficace in terapia quando se ne parla apertamente (Westland 2011). Molte voci sostengono che il contatto fisico dovrebbe essere un tema fondamentale nei corsi di laurea magistrale, con occasioni per esercitarsi a un contatto sintonizzato, sicuro, intenzionale, contestualizzato e consensuale (Wright 2020).

D’altra parte, chi fa terapia può provare disagio o insicurezza rispetto al toccare la clientela per varie ragioni. La maggior parte dei codici deontologici del counseling e della psicoterapia non affronta direttamente il contatto fisico, e pochi modelli di decisione etica lo prendono in considerazione (Calmes et al. 2013). Per essere chiari, il contatto sessuale o violento è considerato non etico in tutte le discipline. Tuttavia, molti programmi di formazione offrono una preparazione inadeguata sul contatto fisico terapeutico (Wright 2020), il che può generare fraintendimenti sull’opportunità del contatto. Inoltre, il dibattito sul contatto fisico è rimasto dicotomico, trascurando il come e il quando dell’uso del contatto con la clientela (Stenzel and Rupert 2004). Per molte persone terapeute, la decisione di evitare il contatto fisico può essere radicata nella gestione del rischio o nell’incertezza su come integrarlo in cure informate sul trauma. Comprensibilmente, molte figure di supervisione possono scoraggiare le persone in supervisione dall’usare il contatto fisico per evitare possibili problemi etici o legali. Il contatto fisico può essere percepito come rischioso, soprattutto se la clientela lo interpreta in modo errato (Glickauf‐Hughes and Chance 1998). Infine, i movimenti sociali contemporanei hanno spinto verso una maggiore attenzione al potere, all’autonomia e al trauma. Chi fa terapia può temere che il proprio contatto venga vissuto come dannoso, violante o ritraumatizzante (Calmes et al. 2013). Senza una formazione adeguata, molte persone terapeute si sentono impreparate all’uso del contatto fisico terapeutico e, di conseguenza, peccano di prudenza evitando del tutto il contatto.

2 Lo studio

Gli interventi all’interno dell’HVPM, in particolare il contatto fisico terapeutico, devono essere attuati con intenzionalità, curiosità e una dichiarata cautela etica. Sebbene il contatto fisico sia spesso menzionato nelle descrizioni degli approcci esperienziali, nella letteratura manca un resoconto chiaro di come questo intervento si sia evoluto nel contesto del modello di Satir. Queste concettualizzazioni evolute richiedono anche di considerare le sfumature vissute dalla clientela di oggi. Nel presente studio, le ricercatrici hanno cercato di comprendere meglio come chi pratica il modello possa usare o facilitare il contatto fisico e come ne percepisca l’importanza in relazione all’HVPM e al proprio lavoro clinico in generale. Dalla nascita del modello, alla fine del XX secolo, le norme sociali relative al contatto e alla connessione possono essere cambiate. Le ricercatrici erano quindi interessate al modo in cui le persone partecipanti attuano e concettualizzano il contatto fisico in terapia nel clima attuale, e a come non solo si siano adattate ai bisogni della clientela di oggi, ma abbiano anche fatto proprio il contatto fisico. Lo studio intendeva rispondere alla seguente domanda di ricerca: in che modo chi pratica la terapia sistemica ispirandosi al Modello del Processo di Validazione Umana dà significato all’uso clinico del contatto fisico e lo concettualizza?

3 Metodi

3.1 Posizionamento e paradigma

Le autrici desiderano dichiarare la propria collocazione sociale in nome della trasparenza e dell’autoriflessività. Entrambe utilizzano l’HVPM nella propria pratica clinica. Si identificano come donne cisgender senza disabilità, all’inizio della carriera come terapeute di coppia e familiari. Entrambe hanno una laurea magistrale; una di loro ha conseguito un dottorato (PhD) e l’altra lo sta conseguendo. La prima autrice è ispanica e la seconda è bianca. Vogliamo riconoscere che le nostre specifiche identità intersezionali influenzano il nostro uso del contatto fisico in terapia e questa ricerca. Parlando di identità e di potere, è importante affrontare esplicitamente il modo in cui i nostri corpi custodiscono le nostre esperienze vissute e i nostri traumi e ne sono intrecciati. Quando si parla di contatto fisico in terapia, è centrale anche la fisicità letterale delle nostre forme umane, compresi forma, taglia, colore della pelle, età ed espressione di genere. Per esempio, i nostri corpi, così come ci siamo presentate nelle interviste con le persone partecipanti o come ci presentiamo in terapia con la nostra clientela, non sono strumenti neutri. Il contatto fisico in terapia è plasmato dalle percezioni di femminilità, mascolinità, razza, età, abilità e aspetto normativo o divergente. A causa della socializzazione di genere e delle norme negli Stati Uniti, il nostro uso del contatto fisico può essere percepito come accudente, meno minaccioso e più socialmente accettabile. Durante l’intero processo di analisi dei dati vi è stata una discussione intenzionale su come le identità, i corpi e le prospettive cliniche delle ricercatrici abbiano orientato i risultati di questo studio.

Inoltre, questo lavoro si colloca in un paradigma costruttivista‑interpretativista, fondato su un’ontologia relativista e su un’epistemologia costruttivista. Una posizione ontologica relativista presuppone che la realtà sia molteplice, soggettiva e plasmata dal contesto (Guba and Lincoln 1994). In quest’ottica, non esiste un’unica realtà oggettiva del contatto fisico. La nostra epistemologia costruttivista afferma che la conoscenza è co‑costruita attraverso il dialogo (Creswell and Poth 2018). Nel nostro lavoro, il significato co‑costruito tra persone partecipanti e ricercatrici non mirava a produrre verità universali, ma riflessioni contestuali. Questo paradigma riconosce la natura situata e interpretativa della ricerca qualitativa e si allinea al nostro obiettivo di cogliere i processi con cui chi fa terapia costruisce il significato del contatto fisico (Guba and Lincoln 1994). Nel progettare lo studio, abbiamo dato priorità all’integrità metodologica, garantendo sia la fedeltà alle esperienze vissute delle persone partecipanti sia l’utilità nel raggiungere il nostro obiettivo di ricerca: offrire contributi significativi alla teoria dell’HVPM (Levitt et al. 2017).

3.2 Metodologia

Guidata dalla nostra domanda di ricerca e dal tema ricorrente delle sfumature e del contesto nella ricerca esistente sul contatto fisico, la fenomenologia era adatta a suscitare resoconti ricchi e descrittivi delle esperienze delle persone partecipanti. La fenomenologia privilegia i resoconti in prima persona con l’obiettivo di portare alla luce l’essenza di un fenomeno (Van Maanen 1998). Fondare questo studio su un approccio fenomenologico garantiva un chiaro allineamento con la nostra ontologia relativista e la nostra epistemologia costruttivista (Creswell and Poth 2018). Da questo punto di vista, il significato e l’esperienza collettiva del contatto fisico nell’HVPM sono intesi come soggettivi e condizionati dalla persona di chi fa terapia e di chi è in terapia. Per comprendere come il contatto fisico venga vissuto, percepito, interpretato e attuato, si dà priorità alle narrazioni delle persone partecipanti. La fenomenologia era quindi la più adatta a generare conoscenza a partire dalle esperienze vissute delle persone partecipanti, cogliendo le sfumature necessarie per interpretare le complessità del contatto fisico nella pratica clinica.

3.3 Metodo

Per analizzare i dati abbiamo utilizzato un’analisi tematica riflessiva, che ci ha permesso di ampliare la teoria esistente dell’HVPM prestando attenzione alle prospettive vissute e alle intuizioni delle persone partecipanti (Braun and Clarke 2025; Creswell and Poth 2018). L’analisi tematica riflessiva è un metodo qualitativo utilizzato per identificare, analizzare e interpretare i pattern presenti nei dati (Braun et al. 2022), con un’attenzione al ruolo di chi conduce la ricerca. Questo metodo riconosce la soggettività e incoraggia una riflessione continua durante l’analisi dei dati, per riconoscere come la prospettiva di chi fa ricerca possa plasmare i temi che emergono. È stato adottato un approccio deduttivo, poiché la codifica e lo sviluppo dei temi sono stati guidati da idee esistenti relative all’HVPM (Braun and Clarke 2022b). L’«adeguatezza» tra disegno, metodo e domanda di ricerca è stata valutata in termini di allineamento (Braun and Clarke 2022a; Willig 2013). La nostra analisi tematica riflessiva aveva un orientamento esperienziale ed era adatta alla nostra domanda di ricerca, poiché si concentrava sulle pratiche e sui comportamenti delle persone. Questo approccio può cogliere pattern trasversali ai temi organizzatori, integrarsi con diversi quadri teorici e rispondere a domande relative alle esperienze delle persone (Braun and Clarke 2022a, 2022b). La flessibilità dell’analisi tematica riflessiva consente una comprensione sfumata dei diversi modi in cui chi fa terapia integra il contatto fisico, mentre l’attenzione alla prospettiva di chi fa ricerca garantisce che l’analisi resti sensibile alle esperienze complesse e soggettive insite nelle pratiche terapeutiche.

3.4 Prima fase di raccolta dei dati

3.4.1 Reclutamento delle persone partecipanti

I dati del presente studio sono stati raccolti in due fasi. La prima fase di raccolta è stata condotta nell’ambito di uno studio più ampio volto a creare un quadro concettuale per l’HVPM (Outler and Marroquin 2025). Le persone potenzialmente partecipanti erano considerate esperte se avevano un impegno clinico, professionale e/o scientifico solido verso il Modello del Processo di Validazione Umana e una padronanza di esso. Le persone esperte individuate sono state contattate via email.

3.4.2 Procedure

Una descrizione dello studio, il link al questionario e il consenso informato sono stati condivisi con le persone potenzialmente partecipanti. Il questionario comprendeva diverse misure e domande aperte che valutavano l’uso e la comprensione dell’HVPM da parte delle persone partecipanti. Chi aveva manifestato interesse ha compilato il questionario e ha avuto la possibilità di aderire a un’intervista con la ricercatrice principale. Le persone che hanno aderito alla parte di intervista hanno fissato un incontro su Zoom con la ricercatrice principale. Sono state interrogate sulle loro esperienze di apprendimento e di uso dell’HVPM, oltre che sulla loro comprensione dei concetti e degli interventi fondamentali. Nella prima fase di raccolta dei dati, le interviste comprendevano una domanda sull’uso del contatto fisico in terapia e una domanda di approfondimento. Alle persone partecipanti è stato chiesto: come usa o facilita il contatto fisico con la clientela? Se nel proprio lavoro usavano il contatto fisico, veniva poi chiesto: ci sono considerazioni che tiene presenti quando usa il contatto fisico? Il presente studio mirava a cogliere un’ampia gamma di esperienze e, al termine delle prime 10 interviste, il potere informativo (Malterud et al. 2016) non era sufficiente; sono state quindi condotte altre cinque interviste. Il potere informativo indica la quantità di informazioni che un campione contiene ed è necessaria per rispondere agli obiettivi dello studio (Braun and Clarke 2021).

3.5 Seconda fase di raccolta dei dati

3.5.1 Reclutamento delle persone partecipanti

In una seconda fase di raccolta dei dati, il campione è stato ampliato con un’attenzione specifica all’uso del contatto fisico. Queste persone partecipanti sono state reclutate tramite campionamento a valanga. Non è stato previsto alcun compenso per la partecipazione allo studio. Le procedure dello studio sono state supervisionate dal comitato etico istituzionale (Institutional Review Board) dell’università.

3.5.2 Procedura

Alle persone interessate è stato chiesto di compilare un breve questionario, comprendente il consenso e il questionario sociodemografico, prima di fissare un’intervista con la ricercatrice principale. Una volta fissato l’appuntamento, le persone partecipanti hanno svolto con la ricercatrice principale un’intervista registrata di 1 ora su Zoom. Utilizzando una traccia di intervista semistrutturata centrata sull’intervento del contatto fisico, le ricercatrici hanno chiesto alle persone partecipanti come percepiscono e usano il contatto fisico in questo modello. Tra le domande figuravano: «Come sappiamo, il modello di Satir valorizza l’uso del contatto fisico. Come usa o facilita, personalmente, il contatto fisico con la clientela?» e «Pensa che il fatto che il contatto fisico sia un intervento di questo modello attiri chi fa terapia verso l’HVPM o lo allontani?». Le persone partecipanti sono state incoraggiate a condividere quanto si sentivano a proprio agio a dire, molto o poco, sul loro uso del contatto fisico nell’HVPM. Altre domande esploravano il ruolo delle identità delle persone partecipanti nella decisione di integrare il contatto fisico nella propria pratica. Tutti i dati delle persone partecipanti sono stati resi anonimi e salvati in una cartella OneDrive protetta. Le interviste sono state trascritte parola per parola con il servizio software Otter.ai e verificate per accuratezza.

3.6 Caratteristiche sociodemografiche del campione completo

Il campione finale dello studio comprende 15 persone intervistate. Gli anni di esperienza nell’uso dell’HVPM andavano da 7 a 60 (M = 26.3, SD = 16.9). Il campione comprendeva nove donne e sei uomini. L’età delle persone partecipanti andava da 33 a 79 anni (M = 56.4, SD = 17.9). La ripartizione razziale/etnica autodichiarata era di 10 persone bianche non ispaniche, 2 persone ispaniche, 1 persona nera e 2 persone che hanno selezionato «altro, non ispanico». Cinque persone partecipanti ricoprivano sia ruoli accademici sia ruoli clinici, cinque avevano solo ruoli clinici, tre avevano altri ruoli professionali, una aveva esclusivamente un ruolo accademico e una non ha indicato il proprio ruolo professionale attuale. Tutte le persone partecipanti vivevano negli Stati Uniti o in Canada. Tra le 10 persone partecipanti clinicamente attive, la maggior parte lavorava in studi privati con individui, coppie e famiglie, e alcune avevano anche esperienza in contesti sanitari.

3.7 Analisi dei dati

L’analisi tematica riflessiva è un metodo di organizzazione sistematica dei dati qualitativi che fa emergere concettualizzazioni e idee sotto forma di codici e temi significativi (Braun and Clarke 2022a). Questo processo iterativo consente a chi fa ricerca di familiarizzare a fondo con ciò che dicono i dati, attraverso sei fasi di revisione in cui ogni passaggio sui dati rende il significato più chiaro (Mihas 2023). Nel corso di questo processo analitico organico, le ricercatrici hanno redatto note a livello dei costrutti per fissare impressioni, affinare i codici e sviluppare i temi.

Nella prima fase, entrambe abbiamo lavorato per familiarizzare con i dati leggendo individualmente, una dopo l’altra, ciascuna trascrizione, così da conoscere la prospettiva unica di ogni persona partecipante. Un esempio di nota della prima fase recitava: «Si capisce che si tratta di una persona terapeuta più anziana, che sembra molto sicura nell’usare il contatto fisico in terapia. Che cosa significa questo per chi è all’inizio della pratica e magari non “emana” un’energia simile a quella della fondatrice del modello, che era una donna anziana?». Erano questi i tipi di riflessioni discusse tra le ricercatrici per esplorare come ciascuna prospettiva potesse influire sui singoli processi di codifica. La seconda fase consisteva nella generazione iniziale dei codici, effettuata da entrambe le ricercatrici individualmente prima di riunirsi per discuterne. Tra i codici figuravano, per esempio, «il contatto fisico come uso del sé» e «descrizioni dell’uso del contatto fisico nella pratica». Attraverso vari cicli di codifica, i nostri codici sono stati affinati in modo riflessivo. Per esempio, il codice iniziale «tipi di contatto fisico» è stato ulteriormente affinato in codici come «contatto che àncora» e «contatto evocativo», per evolvere nei codici finali «calmare e confortare» e «amplificare il momento». È seguita la terza fase, la generazione preliminare dei temi, che comprendeva l’organizzazione dei codici e l’esplorazione di possibili pattern nei dati. In quanto professioniste che hanno utilizzato l’HVPM e supervisionato altre figure cliniche che lo usano, abbiamo esplorato come le nostre realtà soggettive potessero aver influenzato l’interpretazione dei dati. Il tema iniziale «uso indiretto del contatto fisico» rappresentava un raggruppamento ampio e generico ed è evoluto in «orchestrare il contatto fisico». Questo tema affinato mette in luce il nostro spostamento verso un pattern interpretativo, fondato sul significato (Braun and Clarke 2022a). La quarta fase è consistita nello sviluppo e nella valutazione dei temi. Abbiamo cercato di esplorare come le nostre prospettive individuali e i nostri orientamenti clinici potessero aver influenzato le decisioni su che cosa costituisse un tema. Ciò ci ha portate alla quinta fase, in cui abbiamo definito i temi con nomi rappresentativi. La sesta fase è consistita nel finalizzare i temi e nel presentare le interpretazioni degli estratti di dati (Braun and Clarke 2022a).

3.8 Affidabilità e credibilità

Nella ricerca qualitativa, l’affidabilità indica le tecniche utilizzate per mantenere rigore, trasparenza e credibilità durante tutto il processo analitico (Ahmed 2024; Creswell and Poth 2018). In linea con le recenti indicazioni di reporting, abbiamo seguito le Reflexive Thematic Analysis Reporting Guidelines di Braun e Clarke (2024), che pongono trasparenza, congruenza e riflessività come indicatori chiave dell’affidabilità nell’analisi tematica riflessiva. Queste linee guida (Braun and Clarke 2024) ribadiscono che, nell’analisi tematica riflessiva, l’affidabilità si ottiene attraverso un impegno riflessivo costante piuttosto che con l’aderenza a una checklist. Nel corso della ricerca abbiamo messo in atto diverse pratiche riflessive. In quanto terapeute formate all’HVPM, abbiamo discusso costantemente di come le nostre esperienze cliniche e personali e le nostre ipotesi sul contatto fisico potessero plasmare il nostro lavoro. Per esempio, nelle prime interviste davamo per scontato che tutte le persone partecipanti che usavano questo modello e avevano manifestato interesse per lo studio ricorressero al contatto fisico. Quando questa ipotesi non è stata confermata, abbiamo esaminato criticamente come tale aspettativa potesse aver influenzato la nostra percezione dei resoconti delle persone partecipanti e ne abbiamo attivamente messo tra parentesi l’impatto nello sviluppo dei codici e dei temi (Tufford and Newman 2012).

La credibilità, uno dei pilastri dell’affidabilità, indica la misura in cui i risultati sono fedeli ai resoconti delle persone partecipanti (Korstjens and Moser 2018). Nell’analisi tematica riflessiva, la credibilità si ottiene attraverso un’attenzione accurata al ruolo interpretativo di chi fa ricerca (Braun and Clarke 2022b, 2024). In questo studio la credibilità è stata sostenuta dalla redazione di note riflessive dettagliate, da discussioni di debriefing tra pari, dal mantenimento di una traccia di audit delle decisioni di codifica e dal ricorso a più fonti di dati per arricchire l’interpretazione (Nowell et al. 2017). Nel complesso, questa pratica riflessiva costante ha contribuito a sostenere la confermabilità e l’attendibilità dei risultati.

4 Risultati

L’analisi tematica riflessiva deduttiva delle interviste ha portato all’affinamento e alla cura di cinque temi e 14 codici, che colgono sia costrutti teorici sia l’esperienza vissuta delle persone partecipanti. I temi generali generati sono stati: (1) stabilire una connessione congruente, (2) orchestrare il contatto fisico, (3) maneggiare con cura, (4) il sé della persona terapeuta esperienziale e (5) considerazioni contemporanee in evoluzione. Ciascun tema sarà discusso con i codici associati, insieme a citazioni dirette delle persone partecipanti a sostegno di ciascun tema.

4.1 Stabilire una connessione congruente

Nel Modello del Processo di Validazione Umana, «entrare in contatto» è il processo di creazione di una connessione autentica con e tra le persone assistite, in cui le informazioni possono essere condivise in sicurezza e nasce un senso di speranza per il futuro (Satir 1976). Le persone partecipanti hanno concettualizzato in larghissima maggioranza il contatto fisico come la connessione fisica tra sé e la propria clientela. Hanno citato diversi scopi dell’uso del contatto fisico nel setting terapeutico, illustrati nei codici (1) calmare e confortare, (2) interpretare i rituali abituali e (3) amplificare il momento. Qualunque fosse l’intenzione di tale contatto fisico, le persone partecipanti hanno sottolineato l’importanza di spiegarne lo scopo. Fin dall’inizio può essere utile spiegare alla clientela che il contatto fisico fa parte di questo modello e come può essere usato, con il consenso, per favorire la guarigione nel corso delle sedute.

4.1.1 Calmare e confortare

Il contatto fisico era spesso visto come uno strumento per aiutare le persone in uno stato di forte attivazione emotiva a riorientarsi nel presente. Una persona terapeuta ha spiegato:

Nel mio lavoro sul trauma mi è capitato di vedere persone dissociarsi, o andare un po’ fuori dalla loro finestra di tolleranza, in uno stato di attacco o fuga, e con il loro permesso, perché non voglio ritraumatizzarle, a volte il contatto fisico le àncora in quel modo. Aiutare le persone a tornare alla realtà, tipo: «Ehi, ti va bene se ti metto la mano qui sul ginocchio per un attimo mentre, mentre fai questa respirazione? Per riportarti un po’ qui».

Un’altra persona partecipante ha raccontato: «Se è il momento giusto e il posto giusto, sai, sentire la mano quando qualcuno sta vivendo un ricordo terrificante, terrificante. [Dire] “Sono qui. Tu non sei là. Adesso siamo insieme”». Inoltre, alcune persone partecipanti hanno messo in evidenza le differenze tra il contatto fisico che per loro era normale usare al di fuori della terapia e il contatto più specifico del setting terapeutico e delle prime rappresentazioni dell’HVPM. Una persona partecipante ha raccontato:

…. il contatto fisico, per me, cioè farlo e integrarlo nell’uso del modello, non è una cosa naturale. Ma ci sono state volte in cui ho voluto farlo in seduta… per esempio avevo una cliente il cui ragazzo era morto di overdose quando lavoravo in un reparto di degenza, e mi è sembrato del tutto normale darle qualche colpetto sulla schiena.

4.1.2 Interpretare i rituali abituali

Diverse persone partecipanti hanno anche parlato di come la clientela cerchi spesso il contatto fisico come forma di saluto consueta. Questo segnale sociale e culturale è spesso comune in altri spazi della vita comunitaria (per esempio luogo di lavoro, chiesa, contesti sanitari) e della vita familiare, dove l’abbraccio può essere un modo di entrare in connessione con una persona cara. Una persona partecipante ha affermato:

Ho tantissime persone in terapia che vogliono semplicemente abbracciarmi forte alla fine della seduta, è una cosa molto comune. Alcune lo fanno e altre no. Mi regolo sui loro segnali, sai, non lo impongo. Ma è perché è un modo di connessione così profondo che il contatto fisico può essere vissuto come qualcosa che lo conferma…

Alcune persone partecipanti hanno inoltre osservato che è indispensabile sintonizzarsi sui segnali della persona assistita, oltre che sul proprio livello di agio con il contatto fisico. Una persona terapeuta ha raccontato: «Quando si lascia la terapia e [le persone] ti fanno tipo: “Adesso posso abbracciarti?”, o cose del genere, in modo molto sincero e per niente inquietante… io dico sempre: “Mi accontento di una stretta di mano”, oppure, a seconda della persona: “Sì, certo”».

4.1.3 Amplificare il momento

Infine, è emerso un codice relativo al contatto fisico usato per accentuare o intensificare un’esperienza emotiva in terapia. Le persone partecipanti hanno spesso riflettuto sull’uso del contatto fisico con coppie o famiglie per esemplificare un processo o avvicinare persone care durante uno scambio teso. Una persona terapeuta ha spiegato:

Quando le persone che seguo [hanno] un po’ abbassato la guardia o sono un po’ più vicine, scherzo con loro, e dico tipo: «Allora, che cos’è questo?», e le porto a notare che cosa potrebbe essere, e a volte è il toccarsi… poi chiedo loro come possono appoggiarsi a questo per affrontare tensioni o incomprensioni.

Molte persone partecipanti hanno descritto il contatto fisico come uno strumento per aumentare la profondità o la forza di un momento nella stanza di terapia. Una persona partecipante ha raccontato: «[il contatto fisico] alza quell’intensità emotiva, o quell’ansia emotiva, giusto? Tipo portare quell’intensità nel momento». Un’altra persona partecipante ha osservato in modo analogo che con il contatto fisico vuole «poter amplificare un momento emotivo».

4.2 Orchestrare il contatto fisico

Le persone partecipanti a questo studio non hanno sempre descritto il contatto fisico come un intervento intrinsecamente diretto, ma talvolta come qualcosa che passa attraverso la presenza o la vicinanza alla persona assistita, oltre che attraverso la facilitazione del contatto o la messa in evidenza di un contatto avvenuto spontaneamente tra le persone assistite. Questo tema comprende tre codici: (1) modulare lo spazio, (2) facilitare la connessione e (3) mettere in luce il contatto spontaneo tra le persone assistite.

4.2.1 Modulare lo spazio

Le persone partecipanti hanno osservato che talvolta per loro era più autentico avvicinarsi alla persona assistita quando si affrontava un tema difficile o quando volevano incoraggiare sia sé stesse sia la persona a essere più presenti. Una persona partecipante ha descritto la propria concettualizzazione di questo processo e ha raccontato:

Credo che sia questo che il modello di Satir chiede davvero quando parla di contatto fisico: riguarda più quella vicinanza, il mostrare tipo «Sono qui, puoi fidarti di me». Ai miei occhi riguarda meno il contatto in sé e più il modo in cui posso offrire fisicamente il fatto che ti sono accanto, che sono qui e che ti sostengo.

Ha poi condiviso un esempio specifico di come potrebbe interagire con la persona assistita e con lo spazio terapeutico senza toccarla fisicamente. Ha sottolineato che:

È una sorta di vicinanza per procura, che consiste nel modulare e usare la stanza per aiutare a facilitare la vicinanza con le persone in terapia, tra loro, ecc. Che sia una mano sul bracciolo della sedia, che sia fare un passo un po’ più vicino, che sia avvicinare un po’ la sedia o spostarla di lato, così che sia meno frontale e più del tipo «Ehi, ci siamo dentro insieme». È, come dicevo, io lo chiamo un quasi‑contatto, in cui usiamo comunque quello spirito di vicinanza e di connessione senza dover superare la barriera del contatto fisico con cui tu e la persona che segui potreste non sentirvi a vostro agio.

Le persone partecipanti hanno inoltre osservato che il modo in cui Satir introduceva la propria presenza nello spazio era utile all’inizio del lavoro con nuove persone in terapia. Per esempio, un’altra persona partecipante ha sottolineato: «quello che [Satir] faceva con le persone nuove, con cui non aveva ancora stabilito questo [il contatto come intervento/il consenso], era mettere la mano lì [vicino alla persona], non toccava, metteva la mano nel campo».

4.2.2 Facilitare la connessione

Oltre a modulare lo spazio terapeutico, le persone partecipanti hanno sottolineato il valore di creare, per le persone in relazione, momenti di connessione attraverso il contatto fisico, utilizzati per «amplificare un momento emotivo». Per esempio, una persona clinica ha raccontato di farlo spesso sia fisicamente sia verbalmente, «unendo le loro mani [delle persone in terapia]» o chiedendo: «“potete prendervi per mano, potete sedervi vicino?”». Secondo le persone partecipanti, questi momenti permettevano alla clientela di cominciare a costruire abitudini di vicinanza a partire dalla terapia, oltre a facilitare un sostegno fisico reciproco durante le conversazioni difficili. Si è discusso anche del valore di procedere per gradi verso la connessione fisica partendo da altre forme di connessione; per esempio, una persona partecipante ha affermato:

Non comincio sempre con un «tenetevi per mano», sai, comincio con il contatto visivo. Lo vedo come un momento di connessione, e quindi dobbiamo farne qualcosa di concreto. Può essere tipo guardarsi, oppure, per alcune persone, tenersi per mano o avvicinarsi sul divano.

Un’altra persona partecipante ha sottolineato che creare l’occasione per momenti di connessione prima o dopo la seduta apriva la porta a rituali significativi nello spazio terapeutico. Ha insistito:

…far sì che le persone si abbraccino all’arrivo, o quando se ne vanno, sai, facilitare i contatti è una parte importante del modo in cui le famiglie si relazionano, e tutto questo riporta agli elementi umani delle cose, e non si basa tipo su ciò che la società ha stabilito come appropriato o non appropriato.

4.2.3 Mettere in luce il contatto spontaneo tra le persone assistite

Oltre a incoraggiare il proseguimento dei momenti di connessione, è stata espressa anche l’importanza di notare quando le persone in terapia cominciavano a cercare spontaneamente il contatto fisico con la persona cara. Una persona clinica lo faceva ricorrendo all’umorismo e notando quando:

…abbassano la guardia o si siedono un po’ più vicine. Scherzo con loro, e dico tipo: «allora, che cos’è questo?», sai, e le porto in qualche modo a notare il contatto e il calore, e glielo faccio notare.

Questo serviva anche a mettere in evidenza le risorse della clientela in relazione agli obiettivi della terapia. La stessa persona ha poi descritto l’importanza di sottolineare che il contatto fisico è una «risorsa con cui arrivano in terapia. Ho alcune coppie per cui è naturale avere quel contatto tra loro. Allora chiedo loro come possono appoggiarsi a questo per affrontare tensioni o incomprensioni». Inoltre, le persone partecipanti hanno riferito che era prezioso elaborare l’esperienza di un contatto spontaneo e il suo impatto sul momento presente, per rafforzare il comportamento quando l’impatto è positivo. Una persona partecipante lo faceva notando:

Quando avviene un contatto spontaneo, se stanno parlando e una persona allunga la mano e prende quella dell’altra, ci fermiamo e lo mettiamo in evidenza. Ne parliamo e lo elaboriamo, tipo: «Gli hai appena preso la mano, dimmi che cosa provavi e perché l’hai fatto. Com’è stato per te quando lei l’ha fatto, e che cosa provi adesso mentre ti tiene la mano?».

Essere terapeuta esperienziale significa essere consapevoli di tutte le dimensioni dell’esperienza della persona assistita, comprese le sue sensazioni fisiche e i suoi processi nella stanza di terapia. Le persone partecipanti hanno sottolineato il valore di integrare una forma più indiretta di contatto fisico, ribadendo però che tutti i modi di entrare in connessione comportano considerazioni necessarie per la sicurezza della clientela.

4.3 Maneggiare con cura

Un altro tema saliente per le persone partecipanti è stato concettualizzare e garantire un uso del contatto fisico con la clientela informato sul trauma ed etico. In particolare, le persone terapeute hanno riflettuto su come la storia traumatica della clientela possa influire sul suo agio nel dare o ricevere un contatto fisico. Per sintetizzare queste riflessioni, dai dati sono emersi i codici (1) l’etica nella pratica e (2) il consenso orientato al processo.

4.3.1 L’etica nella pratica

Le persone partecipanti hanno riconosciuto il panorama attuale del contatto fisico nel setting terapeutico, pur differendo nelle reazioni su come affrontarlo. Hanno condiviso il timore che il loro contatto fisico venga frainteso e una preoccupazione incombente per le conseguenze legali. Una persona partecipante ha raccontato:

Il consenso e il permesso sono importanti perché, soprattutto se il trauma era di natura fisica, allungare la mano e toccare la persona così potrebbe avere l’effetto contrario. Con l’infanzia, direi, sono anche un po’ più esitante. Penso che chi è piccolo ne abbia bisogno. Ma io, nel mio ruolo clinico, eticamente mi preoccupo tipo… non voglio che qualcuno, che qualcuno lo percepisca in un modo diverso da come era inteso, cosa che può succedere. Quindi faccio attenzione al contatto con l’infanzia, forse anche più che con adulti consenzienti. Ma penso comunque che ci sia spazio per farlo.

Un’altra persona partecipante ha descritto:

Penso che nel contesto attuale della terapia… l’idea del contatto fisico nello spazio professionale metta le persone un po’ sulla difensiva, primo, per la responsabilità legale, e secondo, perché abbiamo così tanti esempi pubblici di persone che fanno del male ad altre persone in ambito istituzionale… Penso che le persone vacillino persino all’idea di abbracciare la propria clientela, anche dopo molte sedute, sai. Penso che sia proprio il clima culturale professionale di oggi. La maggior parte delle persone si allontana [dal modello] quando vede che [il contatto fisico] ne fa parte.

Le persone partecipanti hanno espresso anche la speranza di allontanarsi da un pensiero in bianco e nero sul contatto fisico in terapia. Hanno riconosciuto, piuttosto, la necessità che le decisioni etiche siano guidate da interazioni specifiche al contesto. Per esempio, una persona clinica ha osservato:

Oggi il contatto fisico è un po’ escluso dalla maggior parte degli altri modelli… bisogna stare molto attenti a toccare le persone in terapia… ci sono persone che abusano del contatto fisico. Tante persone terapeute possono abusare del contatto fisico. Ed è un problema, ma dire semplicemente: va bene, niente contatto fisico… non penso sia la soluzione giusta.

Una persona partecipante ha messo in evidenza non solo le considerazioni che incidono sull’uso del contatto fisico, ma anche il ruolo di chi fa terapia nel prendere questa decisione. Ha suggerito:

Considerando l’etica, considerando la storia personale della persona assistita, e poi considerando quanto si sente a proprio agio chi fa terapia: alcune persone terapeute, per la mia esperienza e anche per la formazione, non si sentono necessariamente a loro agio ad abbracciare le persone che seguono. Altre sentono che, sai, in certi momenti è appropriato, soprattutto se la persona è in forte angoscia o in lacrime.

Poi ha aggiunto: «Pensando a questo, a seconda di ciò che la persona ha vissuto, il contatto fisico non è necessariamente benvenuto o vissuto come confortante».

4.3.2 Il consenso orientato al processo

Le persone partecipanti hanno ribadito la necessità che la clientela dia un consenso esplicito e continuo al contatto fisico, al di là del consenso informato raccolto al primo colloquio. Hanno concettualizzato il consenso come un processo continuo, che offre alla persona assistita la possibilità di revocare in qualsiasi momento il proprio sì iniziale. Una persona partecipante ha detto:

Che si tratti del contatto fisico o di un intervento, il fatto che la persona abbia dato il consenso firmando i documenti non significa che chi fa terapia abbia il via libera per fare quello che vuole… Se stiamo facendo qualcosa che include il contatto fisico su cui non siamo d’accordo, e con cui tu non ti senti a tuo agio e a cui non acconsenti, allora non lo facciamo.

Ha poi spiegato meglio:

Il consenso è fluido, sai, cioè non è una cosa per cui se dici sì una volta devi dire sì sempre… Se creiamo un ambiente in cui [le persone in terapia] possono prendere in mano il proprio consenso e la propria capacità di agire in quel momento in cui entra in gioco il contatto fisico? È più liberante, perché è collegato all’altra parte del modello, giusto, al loro concetto di sé. Vogliono farlo. Lo stanno invitando. Fa paura, ma lo stanno invitando.

Le persone partecipanti hanno condiviso anche come chiedono il consenso quando usano il contatto fisico nell’HVPM. Una persona partecipante ha raccontato:

Chiedere, sai: «Va bene così?». Sai: «Va bene questo?». Andrebbe bene se ti toccassi la mano così? Oppure andrebbe bene se ti abbracciassi, o, sai, qualcosa del genere. E fare un passo indietro se dicono «no», non me la sento, adesso non ce la faccio.

Analogamente, un’altra persona partecipante ha sottolineato che ottenere un consenso affermativo al contatto fisico non è solo etico, ma può anche offrire un modello alla clientela. Ha detto:

Anche se metto una mano su un polso… «Ehi, posso mettere la mano proprio qui?». Lo considero davvero importante. E lo vedo anche come un modo di mostrare, credo, una connessione e delle relazioni sane. Il fatto che un partner voglia toccare l’altra persona non significa che vada sempre bene. Il fatto di essere sposati non significa che ci sia un consenso unilaterale e permanente. Penso che chiedere, informarsi e poi regolarsi ogni volta sia davvero, davvero importante.

4.4 Il sé della persona terapeuta esperienziale

Il Modello del Processo di Validazione Umana si distingue dagli altri modelli di terapia sistemica perché mira a sostenere e utilizzare la personalità e il modo di essere di chi fa terapia nel momento dell’intervento (Satir and Baldwin 1983). Per questo è indispensabile che chi fa terapia sviluppi una consapevolezza critica di come la propria identità, la propria presenza e la propria personalità incidano sull’uso e sul possibile impatto di un intervento in terapia, soprattutto quando si considera l’uso del contatto fisico. All’interno di questo tema sono stati esplorati due codici: (1) la persona e (2) la congruenza clinica.

4.4.1 La persona

Un partecipante ha sottolineato come, in particolare, la propria identità di genere e la propria età siano in primo piano nel suo processo decisionale quando valuta il contatto fisico. Ha raccontato:

Per quanto riguarda le dimensioni della mia identità, credo che il genere abbia un ruolo importante, cioè sono sempre consapevole di me stesso in quanto uomo, e di come il contatto fisico possa essere percepito da chiunque altro. Capisco anche che, sai, molte delle persone che si siedono sui divani dei nostri studi hanno avuto nella loro vita, in particolare, uomini che non hanno praticato un contatto buono, che si tratti di abuso, manipolazione, cose del genere. Ne sono sempre consapevole, e di quanto questo conti.

Ha poi aggiunto:

Un’altra parte della mia identità di cui sono sempre consapevole è la mia età. In particolare quando si tratta di lavorare con, con i giovani… Non pratico il contatto fisico nella stanza al di là, diciamo, della scultura con una famiglia e, e dell’aiutare, sai, una persona adolescente, per così dire, a spostarsi in punti precisi, o di mostrare in quel senso.

Un altro partecipante ha osservato con umorismo che la fondatrice del modello, Virginia Satir, aveva una presenza fisica che giocava un ruolo importante nel modo in cui un intervento basato sul contatto fisico veniva proposto e accolto, e ha espresso il suo punto di vista raccontando:

Ecco il punto. Sai, Satir aveva tipo questa BGE, la «Big Grandma Energy», l’energia da grande nonna, giusto? E poteva semplicemente, poteva semplicemente farlo [usare il contatto fisico] in un modo che non era minaccioso. Io sono un tizio bianco eterosessuale che può essere percepito come di classe alta… quindi non posso andare verso il contatto fisico nello stesso modo in cui poteva farlo Satir.

4.4.2 La congruenza clinica

Oltre a comprendere il ruolo dell’identità e della presenza, è importante che chi fa terapia sappia di poter usare il contatto fisico se questo è in sintonia con la propria persona e il proprio livello di agio, ma senza sentirsi in obbligo di attuare questo intervento. Considerando questo intervento possono emergere disagio o paure, e tutto va esplorato prima di metterlo in pratica. Per esempio, una persona partecipante ha raccontato che il contatto fisico diretto non era in linea con il proprio background culturale e ha detto: «Vengo da una cultura ispanica, e noi non tocchiamo davvero le persone, e forse è solo la mia famiglia ispanica… e non è una cosa naturale per me. Mi piace semplicemente mantenere quei confini». Inoltre, le persone partecipanti hanno descritto diverse paure su come il contatto fisico potrebbe essere accolto. Una persona partecipante ha raccontato:

È un po’, è una cosa che ti rende vulnerabile, tipo, tendere la mano verso qualcuno, perché se poi ti scansa il braccio con uno schiaffo? Come si ripara una cosa del genere, giusto? Un conto è dire qualcosa come «Provo orgoglio per te» e sentirsi rispondere «sì, vabbè», e la cosa finisce lì. Questo non crea spazio per una vera rottura, giusto? Ma se tendo la mano e provo, tipo, ad abbracciarti o qualcosa del genere, per me è più esporsi. Mi prendo dei rischi a farlo. Ho dovuto imparare a sentirmi a mio agio nel prendermi quei rischi e a capire quando è appropriato correre quel rischio.

Nel processo di sviluppo del proprio approccio clinico, entrano in gioco componenti riflessive essenziali per esplorare il modo in cui ciascuna figura clinica vuole stare nella stanza di terapia. Un approccio clinico esperienziale può evolvere nel tempo fino a integrare il contatto fisico, purché si tenga conto delle considerazioni opportune.

4.5 Considerazioni contemporanee in evoluzione

Poiché gli approcci clinici continuano a evolvere per rispondere ai bisogni della clientela di oggi, i concetti e gli interventi del modello devono essere compresi attraverso una lente contemporanea. Le persone partecipanti a questo studio hanno sottolineato l’importanza di considerare gli aspetti più sfumati e invisibili di un uso etico e sistemico del contatto fisico in terapia. L’ultimo tema generato dai dati comprende quattro codici: (1) considerazioni culturali, (2) dinamiche di potere, (3) setting terapeutico e (4) evoluzione del modello.

4.5.1 Concettualizzazioni culturali

Le persone partecipanti al presente studio hanno sottolineato l’importanza di prendersi il tempo per comprendere il contesto culturale della persona assistita e il modo in cui questo può incidere sull’attuazione di un intervento in terapia, in particolare del contatto fisico. Una persona partecipante ha messo in evidenza il valore del:

…riflettere su questa sintonizzazione socioculturale. Sono nel Sud della Florida, e abbiamo molte famiglie diverse, dei Caraibi, molte delle quali sono anche ispaniche. Molte mi hanno spiegato di essere molto espansive, e di accogliere volentieri il contatto e la connessione, quando si tratta di festeggiare. Può essere visto come socialmente inappropriato o offensivo se non si accoglie qualcuno in seduta con un abbraccio o se non si offre un contatto che segnali semplicemente che sei lì con loro e che questo è uno spazio sicuro. Mostra loro che ti importa non solo di ciò che condividono, ma anche di ciò che conta per il loro patrimonio culturale e le loro norme sociali. Penso che questo orienti davvero il mio modo di lavorare, e anche il riuscire a non dare per scontato e a imparare insieme alla persona, anche se è di origine caraibica, haitiana, boema, giamaicana.

Inoltre, alcune persone partecipanti hanno discusso le differenze relative al contatto fisico dal punto di vista delle culture collettiviste rispetto a quelle individualiste. Una di loro ha osservato: «lo spirito collettivo e l’impegno collettivo del riunirsi per il gusto di stare fisicamente vicini e passare del tempo insieme. È qualcosa che, credo, fa fondamentalmente parte di molte culture collettiviste». Comprendere i valori della persona assistita in materia di vicinanza e sostegno può aiutare a orientare il giudizio clinico di chi fa terapia nel valutare l’utilità del contatto fisico con la propria clientela.

4.5.2 Dinamiche di potere

Un’altra componente che le persone partecipanti hanno indicato come vitale per le loro decisioni sull’integrazione del contatto fisico in terapia era la considerazione delle dinamiche di potere. Hanno incluso il modo in cui l’attualità e i movimenti sociali legati all’autonomia corporea hanno inciso sulle loro visioni e concettualizzazioni del contatto fisico nell’uso di questo intervento. Una persona partecipante ha osservato:

Quello che mi viene in mente è il movimento #MeToo, e anche George Floyd e Black Lives Matter. Dobbiamo tenere conto di questi movimenti sociali quando si parla di contatto fisico. Sai, Satir, come persona e come modello… anche se è centrato sulla persona assistita, centrato sulla persona, chi fa terapia ha un ruolo molto attivo, si coinvolge nel sistema, comprende il proprio potere e lo usa con consapevolezza.

Un’altra persona partecipante ha sottolineato come chi fa terapia debba impegnarsi in modo esplicito per garantire che la persona assistita sia consapevole della propria autonomia in quanto persona in terapia, e ha osservato: «è importante per quanto riguarda Black Lives, e per assicurarsi che la persona capisca, senta, sappia di avere il pieno controllo nella stanza di terapia e che questo venga rispettato». Le persone terapeute hanno anche messo in luce come possa esistere una pressione invisibile ad aderire all’approccio di chi fa terapia e al possibile uso del contatto fisico, data la posizione e il privilegio legati a quel ruolo. Una persona partecipante ha elaborato la propria percezione di questo processo e ha osservato:

Comprendo la mia identità di professionista, il modo in cui la persona assistita mi percepisce in quanto terapeuta e le dinamiche di potere in gioco. Anche se una persona può dire, in una certa misura, tipo: “ah sì, credo di sentirmi a mio agio con il contatto fisico”, tengo sempre in considerazione che ci possa essere una pressione a dire sì, a causa delle dinamiche di potere nella stanza di terapia.

Una persona partecipante ha parlato della propria consapevolezza dei privilegi legati alla sua identità fisica. Ha descritto:

…loro [la persona assistita] conoscono la persona di chi fa terapia perché è quello che vedono, e io rappresento molti gruppi che non sono caldi e rassicuranti e, sai. Penso a quali gruppi rappresento semplicemente entrando nella stanza. Giusto? Quindi devo sempre fare un po’ più attenzione a questo… e devo sapere quanto potere ho quando parliamo di contatto fisico.

Questi esempi mostrano come il contatto fisico terapeutico non possa essere pienamente compreso senza tenere conto del modo in cui i nostri attributi fisici sono costituiti nel mondo sociale dal colore della pelle, dalla forma, dalla taglia, dal movimento, dalla femminilità, dalla mascolinità e dall’abilità.

4.5.3 Il setting terapeutico

Oltre a discutere della costante considerazione delle dinamiche di potere, si è parlato dell’evoluzione della visione del setting terapeutico e del suo impatto sull’uso o sulla considerazione del contatto fisico in terapia. Una persona partecipante ha parlato delle proprie percezioni del contatto fisico quando lavorava in un istituto penitenziario e ha raccontato:

…era proprio, tipo, una cosa che non mi veniva naturale fare. Dovevo semplicemente mantenere quei confini… nel trattamento residenziale è così importante, perché sei nel loro spazio di vita e cose del genere… e se qualcuno mi avesse detto: «Devi seguire il modello e devi toccare», sarebbe stato del tutto incongruente.

Le persone partecipanti hanno anche riflettuto sul fatto che, in alcuni contesti in cui lavorano figure cliniche, il contatto fisico può essere più comune o atteso, il che crea standard diversi per l’uso del contatto fisico e del modello di Satir. Una persona partecipante ha raccontato che nel contesto sanitario in cui lavorava il contatto risultava più normale o congruente, e ha osservato:

Ho lavorato nelle cure primarie come terapeuta familiare in ambito medico. Le persone vanno in un ambulatorio di cure primarie aspettandosi di essere toccate, sai, o visitate o altro, e in più la stanza in cui stavo era uno sgabuzzino delle scope. Quindi stavamo già praticamente gomito a gomito. Quindi una vicinanza o un contatto leggero e delicato non sarebbe stato fuori dalla norma.

Oltre al setting, le persone partecipanti hanno messo in evidenza anche la fascia d’età della propria clientela. Un’altra persona clinica ha descritto il proprio lavoro con persone anziane in una casa di riposo, dove aiutarle a spostarsi da un ambiente all’altro era normale, il che apriva una via più semplice per integrare il contatto fisico. Ha descritto:

Quindi devo in qualche modo tenerne conto [del setting terapeutico], sai, lavoro molto con persone anziane, le tocco tutto il giorno, giusto? Anche solo, sai, una carezza sul braccio, o, sai, un abbraccio o qualcosa del genere alla fine… le dinamiche sono diverse, sai, con queste popolazioni.

Comprendere la propria posizione clinica, oltre a sintonizzarsi in modo critico con il setting terapeutico, è essenziale quando si considera l’uso del contatto fisico. Oltre a prestare attenzione all’ambiente, chi fa terapia deve esplorare la propria concettualizzazione del modello mentre lavora per affinare il proprio approccio individuale e la propria visione del modello nel contesto attuale.

4.5.4 L’evoluzione del modello

Nei primi video di Virginia Satir in seduta, il suo uso del contatto fisico era molto diverso da ciò che le figure cliniche di oggi potrebbero prendere in considerazione nella pratica. Era audace, delicata e assertiva al tempo stesso, con una presenza coinvolgente che sembrava disarmare le persone assistite e mantenerle coinvolte. Per quanto profonda, l’accettabilità del suo stile di contatto fisico può essere attribuita a diversi fattori contestuali legati alla sua presenza e alle percezioni sociali dell’autonomia personale dell’epoca. Le persone partecipanti a questo studio hanno osservato come le concettualizzazioni del contatto fisico in questo modello si siano evolute nel tempo per varie ragioni. Una di loro ha raccontato:

Il contatto fisico oggi è una cosa molto delicata, non lo era ai tempi di Virginia quanto lo è adesso. Lo si può ancora fare. Ma sai, è davvero importante ottenere il permesso e chiedere se per la persona va bene, perché non si sa mai quando potrebbe non andare bene. Vuoi rispettarlo, perché il primo passo è sempre cercare di costruire sicurezza tra te e l’altra persona.

Un’altra persona partecipante ha sottolineato in modo analogo:

Sì, beh, oggi, sai, il contatto fisico è un po’ escluso dalla maggior parte degli altri modelli… cioè, con Satir è ancora presente, ma bisogna stare molto attenti a toccare le persone in terapia. Ci sono le leggi e, sai… ma penso che il contatto sia una parte molto importante del processo.

Le figure cliniche di questo studio hanno sottolineato le differenze tra le applicazioni storiche e quelle odierne di questo modello, ricordando inoltre che il modello può essere personalizzato in base al livello di agio e alla persona di chi fa terapia. Una persona partecipante ha spiegato:

Penso che… le persone si sentissero molto al sicuro con lei, e lei usava il contatto fisico in modo così sano. Non credo che dobbiamo usarlo nello stesso modo. Mi regolo sui loro segnali [della persona assistita], sai, non lo impongo. Ma è un modo di connessione così profondo, e il contatto fisico può essere vissuto come molto confermante, ma non lo uso per tutta la seduta, come faceva lei.

Che le persone terapeute di questo studio usassero o no il contatto fisico, è emerso in modo schiacciante il messaggio che questo aspetto del modello non dovrebbe dissuadere le figure cliniche di oggi dall’utilizzare questo approccio.

Non ho mai incontrato Satir di persona, ma credo che se qualcuno dicesse, tipo, “ah, beh, non posso praticare il modello perché non mi sento a mio agio con il contatto fisico”… credo che Satir ne sarebbe sconvolta. Perché lei era proprio tipo: «Ehi, ecco i confini di questo modello». Quello che è eccezionalmente importante, come terapeuta, è che tu sia chi sei, e se il contatto fisico tra te e una persona in terapia non fa per te, tipo, va bene, fallo a modo tuo! Giusto? Questo non significa che non conti. Credo che forse avrebbe avuto altre idee se dicessi, tipo, «beh, non voglio facilitare il contatto fisico nei sistemi familiari»; allora credo che potrebbe dire: «va bene, adesso ho un conto in sospeso con te». Ho visto figure cliniche, soprattutto giovani, che non hanno una comprensione molto solida di Satir, venire in qualche modo respinte da questa definizione molto ristretta di ciò che è Satir.

Il Modello del Processo di Validazione Umana offre metodi unici per entrare in connessione con la clientela e sostenerla per tutto il tempo della terapia. È essenziale che le figure cliniche comprendano gli aspetti multidimensionali di questo approccio per un’applicazione critica e consapevole. Ciò implica riconoscere come gli aspetti del modello esistano nei contesti sistemici di oggi.

5 Discussione

Il presente studio ha esplorato se, quando e come le persone terapeute che utilizzano il Modello del Processo di Validazione Umana usano o concettualizzano il contatto fisico nel loro lavoro clinico. Una comprensione più chiara di questo intervento nel contesto del modello può aiutare chi lo pratica a coglierne l’utilità potenziale. Storicamente, le prospettive sull’uso del contatto fisico in terapia sono state contrastanti, in parte per il rischio di danno se usato in modo non etico o senza confini chiari. Satir ha sottolineato il valore del contatto fisico come metodo per calmare o intensificare un momento in terapia, ma non ha delineato chiaramente alternative o altri fattori importanti di cui tenere conto.

Questo studio ha cercato di esplorare queste lacune intervistando 15 figure cliniche che utilizzano l’HVPM. L’analisi ha prodotto cinque temi generali: (1) stabilire una connessione congruente, (2) orchestrare il contatto fisico, (3) maneggiare con cura, (4) il sé della persona terapeuta esperienziale e (5) considerazioni contemporanee in evoluzione. I risultati di questo studio offrono un commento aggiornato e sfumature sui modi in cui chi utilizza l’HVPM può «entrare in contatto» con la propria clientela. Nel contesto del modello, «entrare in contatto» è l’esperienza di creare una connessione autentica con la persona assistita, in cui chi fa terapia ne comprende i segnali verbali e non verbali (Satir 1976). Le persone partecipanti allo studio hanno sottolineato l’importanza di entrare in connessione con la clientela e, talvolta, di usare il contatto fisico per farlo. Hanno descritto il valore del contatto fisico per calmare le persone assistite, dopo averne chiesto il consenso. Ciò è coerente con ricerche analoghe, secondo cui le figure cliniche si sentono spesso naturalmente inclini a offrire un abbraccio o una forma di vicinanza davanti a una persona sconvolta (Harrison et al. 2012). Inoltre, le persone partecipanti hanno sottolineato che il contatto fisico passa attraverso saluti abituali come strette di mano o abbracci. Per alcune di loro ciò rientrava nei propri confini, mentre altre chiarivano apertamente con la clientela di non praticare saluti basati sul contatto fisico. Le figure cliniche devono creare in terapia una cultura in cui la clientela si senta libera di far valere le proprie esigenze qualora desideri rifiutare un gesto di contatto.

Inoltre, le persone partecipanti hanno riferito di sentirsi rafforzate nell’orchestrare il contatto fisico tra le persone assistite e nell’usare questo intervento in modo indiretto. Alcune hanno sottolineato l’effetto di sedersi vicino o sporgersi in avanti quando le persone affrontavano un tema più pesante, per aiutare sé stesse e la persona ad ancorarsi al momento presente. È interessante notare che anche le persone terapeute che non si sentivano a proprio agio nel toccare direttamente la clientela hanno riferito di trovare utile questo intervento. Per esempio, chi è poco a suo agio con il contatto fisico può invitare le persone a tenersi per mano mentre comunicano o far notare quando si toccano spontaneamente in seduta. In questo modo le figure cliniche potevano aiutare la clientela a vivere una nuova esperienza in terapia attraverso il contatto fisico, in linea con i principi fondamentali dell’HVPM, mantenendo al tempo stesso la congruenza con i propri confini professionali.

Sebbene i codici deontologici della psicoterapia forniscano indicazioni limitate sull’uso del contatto fisico (Calmes et al. 2013), le persone partecipanti hanno espresso di considerare attivamente le complessità del contatto fisico attraverso una lente etica e informata sul trauma. Le persone terapeute di questo studio hanno riferito che l’assenza di una regolamentazione formale accresce la responsabilità delle figure cliniche di prendere decisioni ponderate e specifiche al contesto quando usano il contatto fisico in questo modello. In particolare, le persone partecipanti hanno sottolineato che il contatto fisico può essere curativo ma anche dannoso, soprattutto per le persone con una storia di trauma. Questi risultati fanno eco a discussioni etiche più ampie che invitano ad allontanarsi dalla visione binaria secondo cui il contatto fisico è «sempre negativo» o «sempre positivo» per approdare a un ragionamento sfumato (Zur 2007). I risultati sul consenso al contatto fisico come processo dinamico sono in linea con i principi delle cure informate sul trauma in materia di capacità di agire, sicurezza ed empowerment della persona assistita (Substance Abuse and Mental Health Services Administration SAMHSA 2014). In linea con ricerche precedenti, le persone terapeute del presente studio hanno riferito che le decisioni di usare il contatto fisico venivano spesso prese d’istinto (Harrison et al. 2012). Anziché adottare un approccio di sola astensione, dobbiamo sintonizzarci sulle esperienze vissute della nostra clientela per costruire piani di trattamento clinicamente congruenti, informati sul trauma e culturalmente pertinenti. Insieme, possiamo usare le loro voci per plasmare pratiche fondate sulla ricerca e approcci di supervisione sistemica che sostengano un uso etico del contatto fisico in terapia.

Le persone partecipanti a questo studio hanno riconosciuto l’importanza di comprendere la propria persona e il ruolo che questa può avere nella loro concettualizzazione del contatto fisico nell’HVPM. Hanno riferito di voler comprendere questo tema attraverso una lente critica che tenesse conto della propria identità e di quella della persona assistita. Oltre alle identità della clientela, è cruciale considerare come i corpi plasmino il contatto fisico terapeutico in base al modo in cui vengono letti socialmente, regolati fisiologicamente e vissuti. Per esempio, le persone di genere non conforme possono provare un’ansia maggiore rispetto all’uso del contatto fisico a causa del mancato riconoscimento della loro identità o dello stigma sociale. Analogamente, le persone neurodivergenti possono avere un’esperienza sensoriale del contatto fisico diversa, che non viene colta dagli approcci universali o basati sulla ricerca al contatto fisico in terapia. Inoltre, l’aspetto dei corpi si interseca con il potere e con il significato del contatto. Per esempio, i corpi bianchi hanno storicamente esercitato violenza fisica sui corpi neri (Menakem 2017). Dobbiamo riflettere di più su come le nostre esperienze incarnate influenzino il modo in cui diamo e riceviamo il contatto fisico nel mondo. I giudizi su come la clientela e le persone terapeute vengono percepite in relazione all’età, alla razza e al genere incidono sulla sicurezza, sull’accessibilità e sull’impatto del contatto fisico.

La letteratura esistente ha sottolineato quanto la consapevolezza di sé e la guarigione di chi fa terapia siano cruciali per una formazione e uno sviluppo professionale efficaci (Aponte 2022). È fondamentale che le figure cliniche comprendano che cosa possa significare il contatto fisico quando proviene da qualcuno con la loro identità, e come possa essere accolto da un’altra persona in base alla sua identità e alle sue esperienze precedenti. Comprendere il contatto fisico nel contesto attuale è fondamentale, così come assicurarsi di comprendere il significato storico del contatto nel contesto della cultura e dell’identità della persona assistita. Per esempio, nel lavoro con persone che si identificano come donne, occorre essere consapevoli dei movimenti sociali legati all’autonomia corporea, come il movimento #MeToo. Numerosi dati documentano la diffusione dei danni basati sul genere e l’impatto profondo che queste esperienze hanno sui confini e sulla sicurezza della clientela, in particolare quando corpi femminili vengono toccati da corpi maschili (Wexler and Sweet 2021). Movimenti sociali come #MeToo e Times Up hanno ulteriormente messo in luce l’intersezione cruciale tra sesso e potere (Gill and Orgad 2018). Considerando che cosa queste esperienze possano significare nel contesto della storia traumatica di una persona, le intersezioni tra le identità di chi fa terapia e della persona assistita vanno tenute presenti con intenzionalità e cura. Diversi aspetti dell’identità possono risultare più salienti per alcune persone quando si considera l’uso del contatto fisico, il che rende ancora più importanti lo sviluppo e l’evoluzione costanti di una coscienza critica.

L’uso del contatto fisico in terapia è un intervento sfumato e storicamente controverso, che richiede un’attenzione accurata all’identità, al potere e al contesto culturale. Questo modello richiede un contatto fisico attentamente ponderato da chi fa terapia e messo in atto solo da figure cliniche consapevoli delle proprie responsabilità etiche e che ne comprendano chiaramente l’utilità nel contesto dell’HVPM. La ricerca ha discusso l’importanza di comprendere il posizionamento sociale di chi fa terapia (Watts‐Jones 2010) e di sintonizzarsi sull’identità intersezionale della persona assistita (PettyJohn et al. 2020), ma mai in modo chiaro in relazione al contatto fisico nel contesto di questo modello.

6 Conclusione

Il presente studio offre un contributo tempestivo al limitato corpus di ricerche che esaminano l’uso del contatto fisico nell’HVPM di Satir. Lo studio ha utilizzato un quadro fenomenologico per esplorare le esperienze di persone terapeute esperienziali impegnate a concettualizzare e attuare il contatto fisico in terapia. Attraverso un’analisi tematica riflessiva delle loro narrazioni, i risultati illustrano la complessità, l’intenzionalità e le sfumature che circondano l’uso del contatto fisico nel lavoro psicoterapeutico. Mentre Satir sottolineava il valore del contatto fisico, questo studio chiarisce come le figure cliniche di oggi interpretino, adattino e gestiscano l’uso di questo intervento attraverso una lente informata sul trauma e attenta all’identità. In particolare, descrivono un uso del contatto fisico sia diretto sia indiretto, con un’attenzione deliberata al consenso, al contesto e alla sicurezza. Inoltre, le persone partecipanti hanno sottolineato il passaggio da una visione binaria del contatto fisico a una visione centrata sulla sintonizzazione relazionale e sull’autoriflessione.

Soprattutto, questi risultati danno nuova vita al modello, dimostrando come i suoi valori fondamentali di contatto, empatia e connessione umana possano essere onorati anche quando alcune tecniche non risultano congruenti per ogni terapeuta. Poiché le norme e le aspettative sociali continuano a evolvere, è indispensabile rivedere e adattare i nostri interventi per rispondere ai bisogni della clientela di oggi. Le figure cliniche sono chiamate a reimmaginare le possibilità di utilizzo degli interventi di questo modello anziché abbandonarlo.

Il presente studio presenta diversi punti di forza e contributi alla letteratura attuale sui modelli di terapia sistemica. I suoi risultati offrono spunti sull’uso e sull’utilità del contatto fisico nel Modello del Processo di Validazione Umana. È uno dei primi studi a concentrarsi esclusivamente sull’uso del contatto fisico nel contesto di questo modello, offrendo inoltre indicazioni su come chi fa terapia possa usare o integrare il contatto fisico nella propria pratica qualora il contatto fisico diretto risulti clinicamente incongruente. Vengono inoltre presentate alternative per integrare un contatto fisico indiretto in terapia, tra cui modulare lo spazio, facilitare la connessione tra le persone assistite e mettere in luce il loro contatto spontaneo. Infine, lo studio offre spunti da parte di persone terapeute su come considerano la propria identità e la propria persona prima di integrare il contatto fisico nella loro pratica.

Nonostante i punti di forza di questo studio, vi sono anche limiti da considerare affinché la ricerca futura possa sviluppare questi risultati. Poiché lo studio si è concentrato su un intervento specifico dell’HVPM con un campione di piccole dimensioni, la generalizzabilità dei risultati è limitata. Inoltre, tutte le persone partecipanti si trovavano negli Stati Uniti. L’HVPM ha acquisito popolarità in diversi paesi, dove le visioni del contatto fisico possono essere diverse. La ricerca futura dovrebbe includere prospettive internazionali su questo modello e su questo intervento, per ampliare la nostra visione di come il contatto fisico possa essere di sostegno per persone provenienti da culture non occidentalizzate. Inoltre, le persone partecipanti a questo studio lavoravano in contesti diversi in cui il contatto fisico può essere percepito in modo differente (per esempio, le cure primarie). Le concettualizzazioni di questo intervento possono evolvere per rispondere ai bisogni della clientela in contesti in cui il contatto fisico è spesso atteso. Infine, questo studio non ha esplorato esplicitamente come il contatto fisico possa essere usato e interpretato diversamente nel lavoro con l’infanzia. Le persone partecipanti lavoravano principalmente con sistemi di persone adulte, il che lascia spazio a ulteriori esplorazioni su come il lavoro con l’infanzia possa richiedere considerazioni aggiuntive per la pratica.

In sintesi, i risultati di questo studio confermano che «entrare in contatto» può manifestarsi in moltissimi modi, fisici e non fisici, poiché il nucleo dell’HVPM è un obiettivo etico e intenzionale di connessione umana. È stato dimostrato che gli interventi basati sul contatto fisico hanno benefici per la salute fisica e mentale, soprattutto nelle popolazioni cliniche (Packheiser et al. 2024). Il nostro studio mette in evidenza il bisogno costante di dialogo, ricerca e formazione che accompagnino l’evoluzione dei modelli terapeutici e delle cure informate sul trauma. Queste analisi fanno sì che i nostri modelli fondativi restino pertinenti per la pratica clinica contemporanea e ancorati ai principi trasformativi che li definiscono. Inoltre, ci consentono di valutare e difendere costantemente la sicurezza e la beneficialità nella pratica clinica.

Complexe Systémique: i punti chiave

Il merito dello studio è sottrarre il contatto fisico alla logica del tutto o niente. Tra il divieto difensivo e l’esempio carismatico di Satir, le persone intervistate descrivono un’intera gamma di gesti: avvicinarsi, tendere la mano senza toccare, invitare una coppia a tenersi per mano, sottolineare un gesto spontaneo. Per una lettura sistemica, è questo spostamento a contare: il contatto fisico diventa meno una tecnica di chi fa terapia che un evento relazionale del sistema, che si può facilitare, commentare, amplificare. Spiccano due contributi clinici: il consenso inteso come processo, revocabile a ogni seduta, e l’idea che uno stesso gesto non abbia lo stesso significato a seconda del corpo, del genere, dell’età e del colore della pelle di chi lo compie e di chi lo riceve. I limiti sono chiari: quindici interviste, persone esperte del modello probabilmente favorevoli al contatto fisico, poco lavoro con l’infanzia e nessuna prospettiva della clientela stessa. Da leggere insieme a l’articolo di Bernard Filleul sul ruolo del corpo in terapia e a l’articolo sulla scultura, una terapia senza parole.

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Traduzione non ufficiale di Therapeutic Touch in the Human Validation Process Model: A Reflexive Thematic Analysis, di Crystal G. Marroquin e Carson Outler, Journal of Marital and Family Therapy, vol. 52, no 1 (2026), doi: 10.1111/jmft.70111, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore sono responsabili di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione dell’articolo originale «Therapeutic Touch in the Human Validation Process Model: A Reflexive Thematic Analysis», pubblicato in Journal of Marital and Family Therapy (2026) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo è stato tradotto in italiano e la presentazione è stata adattata alla lettura online, come indicato in apertura di questa pagina.

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Come citare questo articolo

Marroquin, C. G., et Outler, C. (2026). Therapeutic Touch in the Human Validation Process Model: A Reflexive Thematic Analysis. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/therapeutic-touch-in-the-human-validation-process-model-a-reflexive-thematic-analysis (Opera originale pubblicata nel 2026 in Journal of Marital and Family Therapy, 52(1), e70111 (2026); ripubblicata nel 2026 da Journal of Marital and Family Therapy, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/jmft.70111)

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