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Red Sistémica · Famiglia e genitorialità
Che cos’è la paternità? Come va definita? Quali sono oggi il ruolo e la responsabilità di un padre? Partendo dalla constatazione che non esiste una risposta universale, Raúl Medina Centeno segue le trasformazioni del ruolo paterno attraverso la famiglia tradizionale, la modernità e la postmodernità, poi esplora le paternità che vanno oltre la famiglia nucleare: padri omosessuali, padri dopo il divorzio, padri soli, paternità della cultura della povertà latinoamericana. Vi aggiunge il racconto della propria esperienza di padre solo e ne trae implicazioni concrete per la terapia familiare.
«Non esiste un solo modo di essere padre, ma molti, e dipendono dalle circostanze e dai contesti delle famiglie.»
Raúl Medina Centeno
Nota della redazione
Il testo messo in rete da Red Sistémica è una versione di lavoro in cui restano visibili segni di revisione: parole ripetute, titoli alternativi accostati, una sezione ripresa due volte, alcune note dell’autore a sé stesso. La traduzione restituisce la versione leggibile; le scelte sono illustrate nelle note di traduzione e non è stato aggiunto alcun contenuto.
Che cos’è la paternità? Come va definita? Quali sono oggi il ruolo e la responsabilità di un padre? Innanzitutto bisogna riconoscere che oggi è più comune vedere gli uomini mostrare apertamente i propri sentimenti verso i figli, rispetto alle generazioni precedenti, e che la relazione con la partner, sul piano dell’accudimento, è più paritaria. Questo nuovo archetipo di padre sta producendo cambiamenti nella vita familiare e sfidando la nozione tradizionale di mascolinità.
Credo tuttavia che non esista una risposta universale alla paternità, non solo per la sua condizione storico-culturale, ma anche per la sua complessità sociale.
Essere padre è legato a circostanze specifiche che definiscono e richiedono una grande varietà di ruoli. Per esempio, non è la stessa cosa affrontare la paternità da adolescente o in età avanzata, né essere padre di un neonato o di una persona adolescente; non è la stessa cosa essere padre di un figlio o di quattro; non è la stessa cosa essere padre solo o in coppia; né esserlo prima o dopo un divorzio; non è la stessa cosa condividere la paternità all’interno di una relazione eterosessuale o con un partner dello stesso sesso, né essere padre occasionale o a tempo pieno; non è la stessa cosa essere padre in Messico o in Inghilterra; non è la stessa cosa avere figli da una sola partner o da diverse, né essere padre di un figlio con disabilità o di un figlio senza problemi fisici; non è la stessa cosa essere padre per filiazione biologica o adottiva, né essere padre di una bambina o di un bambino, ecc. Ciascuna di queste modalità di essere padre esige risposte diverse. La paternità come discorso racchiude una complessità sociale enorme, impossibile da concepire come variabile indipendente.
Esiste oggi una grande varietà di pubblicazioni sul tema della paternità, ormai collocato come problema e come oggetto di analisi di genere. È il risultato del moltiplicarsi dei cambiamenti socioeconomici che hanno posto il padre in una posizione di responsabilità diversa, e dell’aumento del numero di padri soli, in particolare nei paesi ricchi. Il numero dei padri soli è oggi in crescita nei paesi occidentali, per molteplici ragioni: per scelta propria, per scelta forzata, attraverso una transizione lenta, inattesa o improvvisa. D’altra parte, il tema della paternità è sempre stato latente negli scritti sulla famiglia, specialmente in quelli di orientamento femminista.
In quanto professionisti della terapia familiare che si servono della narrativa sistemica, dobbiamo intendere la paternità, in termini generali, come un’interazione sociale in più direzioni e a più livelli di complessità: per esempio nella coppia, nella famiglia nucleare ed estesa, nella comunità e nella cultura. In questo senso, la nuova paternità va sempre collocata nel suo contesto sociale e circostanziale, perlomeno familiare, e soprattutto nella forma di vita delle nuove famiglie. Di conseguenza, è impossibile parlare di paternità o di mascolinità senza riferirci almeno alle loro controparti immediate: la maternità e la famiglia.
Utilizziamo inoltre come contesto di analisi la tensione tra modernità e postmodernità. Parleremo così di padri tradizionali, di padri moderni e di padri postmoderni. Questo quadro contestuale di analisi ci ha portato anche a riconoscere un altro tipo di paternità, quelle che si danno nei contesti poveri dell’America Latina, e specialmente in Messico.
In questo breve lavoro studieremo diversi modi di essere padre. Da un lato analizzeremo i cambiamenti del ruolo paterno come conseguenza della modernità; dall’altro passeremo in rassegna alcuni discorsi alternativi che si riferiscono ad altri tipi di paternità, situati al di fuori della famiglia nucleare.
Alla fine includo una breve riflessione sulla mia esperienza di padre solo e propongo alcuni punti generali sulle implicazioni della nuova paternità per la terapia familiare.
Prima di esaminare le nuove forme di paternità emerse negli ultimi decenni, è necessario soffermarci un momento sulla famiglia tradizionale e sul modo in cui vi si è espressa la paternità. Anzitutto, l’origine del termine famiglia è curiosa, perché è strettamente legata a una concezione tradizionale: proviene da una parola latina derivata da famulus (servo), che in origine indicava il luogo in cui tutti gli schiavi e i servi vivevano sotto uno stesso tetto; in seguito il vocabolo è passato a designare la casa in cui vivevano il padrone di casa, la moglie e i loro figli, oltre ai servi. Rappresenta ciò che comunemente si conosce come cultura patriarcale tradizionale, che muove da un discorso che definisce i ruoli all’interno della famiglia, paternità compresa, come se fossero prestabiliti per ragioni naturali o divine; per questo erano dati per scontati e non erano oggetto né di riflessione né di studio.
Per molteplici ragioni, economiche in particolare, anche nelle altre classi sociali l’uomo di casa era colui che deteneva il potere assoluto e dettava le regole e le norme della casa. Questo modo di organizzare la famiglia è detto patriarcale.
Il movimento moderno nasce in risposta al sapere tradizionale che organizzava la vita quotidiana nell’Europa del XVII secolo. Fondata sulla ragione scientifica, la modernità si distingue principalmente per il suo orientamento al cambiamento, attraverso una cultura di creazione di conoscenze e tecnologie che conducano alla trasformazione e allo sviluppo della vita sociale: ciò che comunemente si chiama progresso.
Le società moderne fondano il loro sviluppo sulla scienza, che ha reso possibile l’industrializzazione e, in modo particolare, la creazione di nuove tecnologie della comunicazione. Al tempo stesso, le società moderne stabiliscono i propri cambiamenti sociali attraverso l’istituzionalizzazione delle loro organizzazioni, tra le quali si trova la famiglia. Di fatto, la famiglia, in quanto istituzione centrale della società moderna, vi è giorno dopo giorno oggetto di studio e di riflessione.
I primi studi sociali sulla famiglia compaiono nei primi quattro decenni del XX secolo in Europa e negli Stati Uniti; spiccano in particolare i lavori di antropologi e sociologi. La maggior parte degli studi concordava nel considerare la famiglia nucleare, nella sua forma patriarcale, come l’asse su cui si reggono le società moderne (Murdock, 1949; Goldthorpe, 1987). Lo stesso Talcott Parsons (1994) collocò la famiglia nucleare come il tipo di struttura ideale, quello che non entra in conflitto con le esigenze dell’economia industriale. Inoltre, la maggior parte degli studi sociali sosteneva anche l’idea che la famiglia nucleare patriarcale assolvesse quattro funzioni fondamentali: sessualità, riproduzione, socializzazione ed economia (Murdock, 1949).
Tenendo conto di questa concettualizzazione strutturale e funzionale della famiglia, si definivano implicitamente i ruoli genitoriali che spettavano al padre e alla madre. Parsons (1994), per esempio, indicava negli anni Quaranta che il marito-padre era colui che forniva le risorse economiche attraverso un impiego, mentre la moglie-madre restava a casa per vegliare sui bisogni emotivi dei membri della famiglia e prendersene cura; descriveva così il marito come il leader strumentale e la moglie come il leader espressivo. Tale differenziazione dei ruoli nella coppia era, secondo questo autore, indispensabile, «tanto per le necessità della struttura sociale stessa quanto per non instaurare tra i coniugi una relazione di competizione che potesse minare la solidarietà del loro rapporto» (p. 55).
«Il padre, in questa tradizione, è visto come un membro periferico rispetto alla cura e alla socializzazione dei figli. E quando interagisce trasmette il suo ruolo di provveditore e protettore, la persona idealmente forte e controllante» (Lupton e Barclay, 1997).
La ricerca sociale sulla famiglia nel solco della teoria struttural-funzionalista ha dominato per più di trent’anni e ha influito direttamente sull’elaborazione e sullo sviluppo di politiche volte a incoraggiare la famiglia nucleare nella sua forma patriarcale, nonché sulla creazione di nuovi campi di intervento professionale come la terapia familiare sistemica (Medina, 2001).
Più tardi, nel 1974, contraddicendo questa idea, Young e Willmott predissero la comparsa della coppia simmetrica in Inghilterra come prodotto della modernità. Ipotizzavano che la tecnologia, facendosi carico dei lavori più faticosi e noiosi, avrebbe esteso gli impieghi e le occupazioni delle famiglie della classe media verso il basso della scala sociale. Ciò avrebbe portato le donne della classe operaia a scegliere tra il lavoro domestico e il lavoro fuori casa e avrebbe ampliato la scelta delle carriere professionali; il lavoro dei coniugi sarebbe così diventato ogni giorno più simile e si sarebbe generata tra loro una relazione più simmetrica, soprattutto nelle faccende domestiche e nella cura dei figli.
Nello stesso senso, C. Díaz (1999) sottolinea che oggi in Spagna le famiglie fondate sulla relazione simmetrica sono aumentate considerevolmente e hanno sostituito la relazione patriarcale. Ciò si deve principalmente al cambiamento di comportamento delle donne: il loro ingresso nelle università e nel lavoro, l’uso dei contraccettivi, la decisione di avere pochi figli e in età avanzata.
Allo stesso modo, in Gran Bretagna, J. Lewis (1998) presenta i primi risultati di un’interessante ricerca, «Matrimonio e convivenza in due generazioni», in cui rileva che, da una generazione all’altra, da un lato la negoziazione del lavoro domestico, della cura dei figli, dell’uso del denaro e del tempo diventa esplicita; dall’altro si osserva un cambiamento nel discorso della coppia: si parla di avere più «libertà e indipendenza personale».
D’altra parte, la sovrainformazione e la protezione nelle società moderne sono un altro degli aspetti che si sommano alla nascita di nuovi padri. I figli, nella società attuale, sono sacri, e la loro venuta al mondo è altamente pianificata, in vista di educare persone che avranno successo in futuro (Lupton e Barclay, 1997); oggi si richiede quindi un maggiore investimento di tempo e di denaro, il che coinvolge di più il padre – anche se ho il vago sospetto che questa sovrainformazione sulla «buona» cura dei figli sia un’altra invenzione dell’economia dei consumi.
La coppia complementare
Marito-padre leader strumentale, provveditore e protettore; moglie-madre leader espressivo, incaricata dei bisogni emotivi. Il padre vi è un membro periferico della cura e della socializzazione.
La coppia simmetrica
Lavoro dei coniugi sempre più simile, negoziazione quotidiana delle faccende domestiche e della cura dei figli. Il padre vi investe tempo e scopre sentimenti e responsabilità inediti.
Da ricordare
In sintesi, nella cultura moderna sono comparse coppie fondate sulla relazione simmetrica, in cui la negoziazione costante è una pratica quotidiana, specialmente riguardo alle responsabilità nella cura e nell’educazione dei figli. Ciò ha portato i padri a investire più tempo con i figli e a provare, di conseguenza, sentimenti e responsabilità paterne nuovi, che le ultime generazioni non hanno conosciuto. Questo è, in termini generali, il nuovo padre all’interno della famiglia nucleare moderna.
Il problema fondamentale di questa tradizione è considerare i risultati della ricerca come astorici e universali, erigendo le proprie istituzioni a norma.
Benché il concetto di postmodernità sia molto ampio, ai fini del presente lavoro ci riferiremo soltanto all’accezione che stabilisce un quadro critico per la scienza positiva. L’epistemologia postmoderna si fonda sulle quattro proposte seguenti.
Recupera tipi di discorso che la conoscenza scientifica non include.
Propone di introdurre nel lavoro scientifico la riflessione etico-morale come elemento sostanziale che garantisca il rispetto della diversità e della differenza: un aspetto oggi necessario, per il modo in cui alcuni gruppi usano e abusano dei prodotti della scienza in nome della verità universale e del progresso.
Sul piano metodologico, in termini generali, propone l’analisi di un discorso che, in linea di principio, cerchi le sue risposte nelle spiegazioni date dagli attori che costruiscono la propria realtà locale.
Poiché non tutto vale, colloca la conoscenza in un quadro critico che permetta di generare nuove possibilità di vita.
La postmodernità ha generato nuove prospettive sociali e cerca di recuperare, riconoscere e valorizzare altri tipi di discorso e forme di vita che il discorso dominante non include. La famiglia è un oggetto di studio che ha beneficiato di questo nuovo contesto critico. Si è così demitizzata la famiglia nucleare come organizzazione normale e universale, per riconoscere altre forme di vita che vengono anch’esse chiamate famiglie, il che ha prodotto «una specie di big bang nella sociologia della famiglia» (Cheal, 1991, p. 8). Oggi, specialmente nei paesi ricchi, esiste la tendenza a parlare di «famiglie alternative» (Weeks, Donovan e Heaphy, 1999), differenziate per classe, razza, etnia, cultura, storia o preferenze, e si riconoscono altri tipi di struttura familiare, come quelle fondate sulla monogenitorialità o le famiglie d’elezione. In diversi paesi, specialmente in Europa e in Nord America, si accetta oggi politicamente una grande diversità di tipi di famiglia, come nel caso delle famiglie monogenitoriali.
Il pensiero che rappresenta probabilmente meglio le idee sostenute dalla postmodernità è il femminismo. Furono ancora Young e Willmott, nel 1974, a prevedere che il movimento femminista avrebbe influenzato le generazioni successive e che i ruoli tradizionali della coppia ne sarebbero stati toccati; in particolare la cura dei figli sarebbe stata un tema fondamentale, capace di produrre cambiamenti sostanziali nella cultura patriarcale.
Bisogna oggi riconoscere che gli studi femministi hanno messo in luce molti dei miti costruiti sulla famiglia nucleare nella sua forma patriarcale, sostenuta dalla sociologia struttural-funzionalista. Per esempio, il lavoro pionieristico di Jessie Bernard (1972) ha dimostrato che nell’unione coniugale esistono due matrimoni insieme: quello di lei e quello di lui. Ciò mette in evidenza non solo l’importanza delle differenze tra i generi, ma anche e soprattutto la relazione di potere che l’uomo ha imposto alla donna in una cultura dell’uomo e per l’uomo.
Più che una denuncia politica, credo che il grande contributo degli studi femministi sia stato ridefinire il campo di ricerca sui ruoli sociali tra gli individui, rendendo così possibile l’inclusione di una grande varietà di stili di ruolo che non sono necessariamente legati al sesso, bensì a preferenze e pratiche socioculturali. Hanno così offerto un nuovo quadro concettuale in cui il femminile e il maschile possono essere esplorati nella loro condizione storico-culturale.
La grande varietà degli studi femministi sul genere ha influito direttamente sul concetto di mascolinità e ha prodotto nuovi stili di essere padre. Le relazioni nella coppia sono diventate più simmetriche, e la negoziazione quotidiana di che cosa significhi essere padre-uomo e madre-donna ha creato una genitorialità più paritaria e, di conseguenza, nuovi modi di essere padre e madre.
Uno degli aspetti che probabilmente hanno contribuito a generare cambiamenti drammatici nella struttura e nelle funzioni della famiglia negli ultimi anni è l’aumento dei divorzi. Esso ha fatto proliferare i secondi e i terzi matrimoni e ha portato sulla scena le madri sole e i padri soli.
Bisogna riconoscere che, da una generazione all’altra, gli spazi quotidiani in cui si accettano la diversità e la complessità culturale sono più numerosi. Uno dei vantaggi di collocare la ricerca sulla paternità nel quadro degli studi di genere è che permette di vedere e riconoscere una grande varietà di modi di essere padre; una di queste varietà è quella dei padri omosessuali.
Oggi le famiglie fondate su una relazione lesbica o gay sono una realtà, ma continuano a essere stigmatizzate e non sono riconosciute legalmente, sicché affrontano gravi problemi di emarginazione. Per esempio, l’assenza di una legislazione che regoli, come fa per le coppie eterosessuali, i diritti di successione, le pensioni, l’assicurazione sanitaria e sociale, i mutui per la casa, l’immigrazione, ecc., così come il diritto all’adozione e all’affidamento dei figli quando una coppia si separa, sono problemi attuali.
La paternità nella relazione gay è una realtà che va riconosciuta in una prospettiva nuova, che permetta di comprenderla attraverso gli attori stessi che la producono giorno dopo giorno, e che non ha nulla a che vedere con la relazione eterosessuale. A questo proposito, Weeks, Donovan e Heaphy (1999) sottolineano che la mancanza di riconoscimento, tanto sociale quanto legale, della genitorialità fondata sull’omosessualità ha portato questo tipo di coppie ad affrontare questioni di obbligo, impegno e responsabilità verso i figli e verso il partner più complesse di quelle delle coppie eterosessuali. Per esempio, oggi alcune coppie di lesbiche discutono con amici gay dell’inseminazione artificiale e concepiscono figli in questo modo; ciò ha creato una serie di questioni particolarmente complesse sul ruolo del padre donatore nella cogenitorialità, e talvolta è oggetto di discussioni davvero complicate. Questo tipo di accordi genitoriali è complesso: vi sono implicati genitori biologici, partner, ex partner e persino l’intera famiglia.
Questo gruppo di ricerca fornisce esempi di questo tipo di famiglie. Analizza il tipo di relazione che intrattengono i padri gay di una bambina di dodici anni e due madri lesbiche che vivono nelle vicinanze (ibid., p. 96). In questo caso la figlia parla dei suoi papà e delle sue mamme, che compongono il suo gruppo familiare.
Attualmente in Inghilterra si è aperto in Parlamento un dibattito sul diritto all’adozione delle coppie omosessuali. Uno degli argomenti a favore è che i figli hanno bisogno, prima di tutto, di un contesto familiare in cui essere rispettati, ascoltati, amati, riconosciuti e valorizzati – e che i genitori eterosessuali, nel quadro della famiglia nucleare tradizionale, non sempre garantiscono un tale contesto.
Con sorpresa di molti, il 22 giugno 2000 il Parlamento della Navarra (Spagna) ha approvato una legge che permette alle coppie gay e lesbiche di adottare bambine e bambini. Ciò che si è fatto, principalmente, è stato riconoscere altri tipi di coppie con diritto all’adozione, non necessariamente eterosessuali: «la legge forale della Navarra concede lo status di coppia stabile, la quale, indipendentemente dal suo orientamento sessuale, è definita come l’unione di due persone maggiorenni che convivono da un anno» (Pastor, 2000).
La paternità a partire dalla relazione omosessuale si vive e si costruisce in un altro modo; questo tipo di discorso delle relazioni non eterosessuali sulla responsabilità, la cura, la socializzazione, l’educazione, l’amore e i bisogni paterni ha generato nuovi modi di mascolinità e, con essi, di famiglia.
Negli ultimi anni, un altro degli aspetti che hanno contribuito a generare cambiamenti drammatici nella paternità è l’aumento dei divorzi.
In Gran Bretagna, tra il 1980 e il 1990, si è svolto un dibattito sulla paternità, e specialmente sul problema del ruolo del padre dopo il divorzio. L’aumento dei divorzi ha messo in crisi la paternità tradizionale, soprattutto quella che discende dalla cultura patriarcale, perché molti figli perdevano il padre. La rottura non avveniva solo con la moglie, ma anche con i figli, che perdevano ogni contatto affettivo e sociale con il padre. Pur avendo prodotto una crisi sociale, questo dibattito è sfociato in una legge, denominata The Children Act 1989, volta a ridefinire gli impegni e gli obblighi della paternità dopo il divorzio, ma che ha inciso anche sul ruolo della maternità. In termini generali, si cercava di stabilire una nuova concezione della paternità.
Benché nelle grandi linee si sia rivelata benefica, C. Smart (1999) segnala che questa legge presenta gravi carenze: la nuova paternità, nonostante il divorzio, si costruisce sulla base della relazione con l’ex moglie e non con i figli, soprattutto quando sono minorenni; compare così un nuovo stile di relazione tra gli ex coniugi che incide soprattutto sulla paternità. «I nuovi padri sono più comunicativi e flessibili» di fronte alle indicazioni della madre riguardo all’alimentazione, alla cura, alle routine, all’igiene, alle malattie dei figli, ecc. (ibid., p. 103).
Il numero dei padri soli è oggi in crescita nei paesi occidentali, per molteplici circostanze: il divorzio, l’emigrazione per motivi di lavoro, la malattia o la morte della moglie, l’abbandono del padre e dei figli, ecc. Queste circostanze possono dipendere da una scelta propria o forzata e caratterizzarsi per una transizione lenta, inattesa o improvvisa. Negli Stati Uniti d’America, per esempio, ci sono 1,4 milioni di padri soli, classificati secondo la varietà seguente: padri che hanno una moglie ma lavorano altrove, padri divorziati che condividono l’affidamento dei figli o li hanno a tempo pieno, padri che affrontano una grave malattia della moglie o della partner, e il vedovo che diventa padre solo (Davis e Borns, 1998).
Ciò ha prodotto cambiamenti radicali in alcuni padri, soprattutto in quelli che si sono assunti la piena responsabilità dei figli. In questi padri si è rilevata una sensibilità nuova che chiamiamo istinto paterno.
Per strane circostanze, e con l’aiuto dei miei amici, questa conferenza sulla nuova paternità è venuta a coincidere con la mia attuale condizione di padre solo, in seguito alla morte di mia moglie. Sono padre di un bambino di quattro anni, Alex, e di una bambina di due, Nicole.
Il racconto che segue riferisce la mia esperienza di padre solo. Pur non avendo alcun fondamento scientifico, credo che completi il presente lavoro: a mio avviso, su alcuni temi è impossibile separare il discorso scientifico dalla biografia personale e, in molti casi, una tale esperienza non contamina la conoscenza scientifica, ma la arricchisce e le dà vita.
Tutti conoscono l’espressione istinto materno, che evoca una peculiarità naturale femminile legata alla maternità e che, al tempo stesso, nega la possibilità che un uomo possa avere un tale istinto.
Nel maggio 1996 la nascita di mio figlio Alex mi ha reso padre. All’epoca, mia moglie e io concordammo che io avrei continuato a lavorare a tempo pieno fuori casa e che lei si sarebbe occupata di Alex a casa. Ciò non significa che non interagissi con lui, che non stabilissimo una stretta relazione emotiva e che non mi facessi carico di lui in certe occasioni, soprattutto quando ero a casa.
Pur riconoscendo tra Alex e mia moglie una relazione particolare (lo ha allattato per più di otto mesi), in quel periodo vedevo e sentivo che condividevano un mondo a parte, attraverso un linguaggio corporeo che solo loro potevano capire: per esempio quando Alex aveva fame, sete, caldo, freddo, una colica, ecc. La mia spiegazione e la mia consolazione, come padre, di fronte a questa intesa tra loro era che si dovesse all’istinto materno.
Un altro dei nostri accordi era che di notte sarebbe stata lei ad alzarsi quando Alex piangeva. È strano: raramente mi accorgevo che Alex si svegliava durante la notte (non lo sentivo), mentre mia moglie mi raccontava che a volte si svegliava fino a sei volte. Ancora una volta, la mia giustificazione era l’istinto materno.
Nel febbraio 1998 è nata Nicole e abbiamo mantenuto i nostri accordi, anche se la mia responsabilità e il mio tempo sono aumentati, soprattutto con mio figlio Alex. È stato un momento importante, in cui ho vissuto la mia paternità in un altro modo. Avevo davanti un bambino di due anni che si esprimeva con una logica particolare, che ho imparato nell’interazione quotidiana con lui.
Nel giugno dello stesso anno a mia moglie è stato diagnosticato un cancro al seno. È stato un altro momento in cui la mia pratica quotidiana di padre è cambiata radicalmente, perché ho dedicato più tempo a mia moglie e ai miei figli. Per un anno e mezzo abbiamo lottato insieme contro quella malattia maligna, anche se la prognosi era ogni giorno peggiore e, secondo i medici, la morte era inevitabile, prima o poi. Questa circostanza mi ha portato a occuparmi dei miei figli a tempo pieno e ha cambiato radicalmente le mie responsabilità di padre.
Ogni giorno imparavo qualcosa di diverso: dal cambio dei pannolini all’arte di intonare una ninna nanna. Oggi i miei figli e io formiamo una relazione stretta in cui condividiamo un linguaggio comune. Per esempio, di notte, anche quando dormo, sento ogni loro movimento, capisco quando sono stanchi, malati, quando hanno fame o sete, quando vogliono giocare, dormire o riposare. Curiosamente, anche loro mi ascoltano e sono attenti a me, il che spiega la natura interattiva della paternità.
D’altra parte, ho sperimentato anche cambiamenti radicali nel modo di esprimere i miei sentimenti verso di loro; mi sorprende vedere che una carezza e una parola d’amore sono diverse per Alex e per Nicole, e sono certo che ciò non dipenda solo dalla differenza d’età, ma anche dalla differenza di sesso.
Tutto questo mi fa pensare che in me sia probabilmente nato un istinto paterno.
Questo nuovo modo di confrontarmi con la mia mascolinità, attraverso la pratica paterna, è certamente legato alla mia storia personale, cioè alla madre che è sempre stata al mio fianco quando ero neonato e poi bambino e che oggi fa parte della mia identità di uomo, così come alle mie circostanze attuali, che – con la malattia di mia moglie e poi la sua morte – mi hanno fatto interagire giorno dopo giorno con i miei figli in un altro modo, scoprendo una forma di vita non solo difficile e opprimente, ma anche affascinante, stimolante, interessante e profondamente appagante.
La modernità e la postmodernità come forme di vita non trovano un senso logico in America Latina. Non è possibile applicare la netta evoluzione delle pratiche paterne tradizionali, moderne e postmoderne dei paesi anglosassoni a una realtà come quella latinoamericana. La storia stessa di questa regione ci mostra che esiste una serie di precondizioni economiche e culturali che fanno della paternità un ibrido impossibile da categorizzare in un solo modo. In particolare la povertà ha generato stili di vita che pongono molte famiglie in una situazione di svantaggio, creando una dinamica familiare peculiare.
Per esempio, l’antropologo Oscar Lewis ha individuato negli anni Cinquanta un’intera cultura della povertà in famiglie emigrate dalla campagna alla città a causa della miseria. La sua ricerca, di impostazione metodologica sociobiografica, ha permesso di riconoscere una serie di paternità sui generis. Così, nella famiglia Sánchez (1997), Jesús Sánchez, pur avendo avuto figli con quattro donne diverse, ciascuna delle quali aveva figli da matrimoni precedenti, ha sempre avuto un senso di responsabilità verso le sue diverse donne e i suoi figli; non ne ha abbandonato nessuno e ha sempre espresso loro un affetto particolare. Questa struttura atipica di famiglia tradizionale, che non ha nulla a che vedere con la famiglia nucleare moderna né con le famiglie postmoderne, non porta Jesús a rinunciare alla sua paternità; ed egli esprime il suo sostegno e il suo amore ai figli e ai figliastri non peggio di molti padri che vivono nel contesto di una famiglia nucleare di classe medio-alta.
Questa breve analisi di un tipo di famiglia messicana, in crescita dagli anni Cinquanta fino a oggi, serve soltanto a riflettere sulla complessità sociale e culturale che avvolge la paternità, tema di studio impossibile da analizzare come variabile indipendente e da cui non si può trarre, a partire dai risultati della ricerca, una conoscenza universale e astorica.
Come abbiamo visto, non esiste un solo modo di essere padre, ma molti, e dipendono dalle circostanze e dai contesti delle famiglie. Questo nuovo contesto familiare richiede un nuovo modo di fare terapia, che vada oltre il sapere tradizionale e incorpori nelle proprie conoscenze e pratiche nuovi modi di vedere e di trattare la famiglia. Intendiamo con ciò quanto segue.
Non assumere né dare per scontato un discorso particolare di mascolinità – in questo caso di paternità –, sempre articolato attorno alla famiglia nucleare, che organizza pericolosamente in modo implicito le nostre pratiche terapeutiche.
Generare nuove simbologie di genere che disegnino genogrammi capaci di andare oltre la distinzione sessuale, conducendoci a vedere nuove mappe e nuove relazioni.
Accettare e riconoscere la diversità delle forme di famiglia, e con essa delle paternità, così da arricchire la pratica clinica. È però importante sottoporre la conoscenza di questa nuova diversità paterna a una riflessione etica e critica, per non fare del tema un rischio per i membri della famiglia: non sempre tutto vale.
Fare del contesto terapeutico un campo di ricerca empirica eccezionale, in cui si sappiano esplorare e comprendere le nuove forme di padre che emergono giorno dopo giorno, e specialmente i nuovi modi di mascolinità nel contesto della famiglia.
5. Fare della paternità una risorsa. Intesa la paternità come una pratica discorsiva diversa, trovarvi una risorsa attraente per creare cambiamenti nell’intero sistema familiare. Per esempio:
Per riconoscere nelle famiglie il loro modo di intendere e di trattare la paternità, al fine di comprendere la dinamica familiare intorno a questo tema.
Per fare della nuova paternità un discorso alternativo che possa coniugarsi con nuove forme di maternità, generando nei figli nuovi stili di genere che forse riprodurranno nelle generazioni successive. Per esempio, se vogliamo fare della paternità una risorsa, è necessario analizzare i momenti in cui un padre tradizionale ha mostrato verso i figli sentimenti e comportamenti che hanno sorpreso tutta la famiglia: questi momenti alternativi possono essere utili in terapia.
E per esplorare con la famiglia nuovi modi di paternità, al fine non solo di risolvere problemi, ma di generare nuovi stili di vita a medio e lungo termine.
Nota dell’originale
(*) Lavoro presentato alle V Giornate internazionali IKAS-DICTIA di terapia familiare, a Bilbao (Spagna), dal 19 al 24 giugno 2000.
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Questo articolo è la traduzione italiana non ufficiale dallo spagnolo, realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, di «Contextos y circunstancias de la nueva paternidad. En busca del instinto paterno. Implicaciones para la terapia familiar», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Perspectivas Sistémicas, n. 63, settembre-ottobre 2000). Tradotto e ripubblicato con l’accordo della rivista. Fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Medina Centeno, R. (2022). Contextes et circonstances de la nouvelle paternité. À la recherche de l’instinct paternel : implications pour la thérapie familiale (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/contextes-et-circonstances-de-la-nouvelle-paternite-a-la-recherche-de-l-instinct-paternel (Opera originale pubblicata nel 2000 in Perspectivas Sistémicas, n. 63, settembre-ottobre 2000; ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/06/29/contextos-y-circunstancias-de-la-nueva-paternidad-en-busca-del-instinto-paterno-implicaciones-para-la-terapia-familiar/)
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