Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
PLOS Mental Health · Terapia narrativa
Trent’anni dopo il genocidio contro i tutsi, come prendersi cura di ferite che le parole faticano a nominare? In Ruanda, un gruppo di ricerca dell’Università del Ruanda ha intervistato undici persone sopravvissute, in maggioranza donne, dopo una terapia narrativa con l’organizzazione Uyisenga Ni Manzi. Descrivono emozioni meglio contenute, legami familiari rinnovati, un gruppo diventato famiglia e, talvolta, una fiducia che torna nel vicinato.
Traduzione non ufficiale in italiano di Contribution of narrative therapy in reduction of anxiety, depression and PTSD among survivors of the genocide against the Tutsi in 1994 in Rwanda, di Emmanuel Mihigo Murengera, Japhet Niyonsenga, Eugene Rutembesa, Vincent Sezibera e Augustin Nshimiyimana, pubblicato in PLOS Mental Health (Public Library of Science) (2025), doi: 10.1371/journal.pmen.0000287, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le tabelle sono presentate sotto forma di elenchi; la dichiarazione sulla disponibilità dei dati non è riprodotta. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Uno degli esercizi consisteva nel raccontare le nostre storie, non solo per rivivere il dolore, ma per riappropriarci delle nostre narrazioni.
DEN, partecipante citata da Emmanuel Mihigo Murengera, Japhet Niyonsenga, Eugene Rutembesa, Vincent Sezibera e Augustin Nshimiyimana
Abstract
Il genocidio del 1994 contro i tutsi in Ruanda ha provocato un profondo trauma psicologico nelle persone sopravvissute, con effetti duraturi come ansia, depressione e disturbo da stress post-traumatico (PTSD). La terapia narrativa, nota per la sua capacità di aiutare le persone a ricostruire la propria storia personale, si sta affermando come un intervento promettente, sebbene la sua efficacia nel contesto ruandese non sia stata pienamente esplorata. Questo studio si è quindi proposto di valutare l’impatto della terapia narrativa sulla riduzione dei sintomi di ansia, depressione e PTSD nelle persone sopravvissute al genocidio. Si è concentrato su come la terapia narrativa aiuti le persone sopravvissute a ricostruire le proprie narrazioni, rafforzare la resilienza e favorire il benessere emotivo. Sono state condotte undici interviste qualitative con persone sopravvissute al genocidio del 1994 contro i tutsi in Ruanda che avevano partecipato a una terapia narrativa. Attraverso un campionamento intenzionale, le persone partecipanti sono state selezionate per interviste semistrutturate in profondità. Le interviste sono state trascritte e analizzate mediante analisi tematica per individuare i temi e gli schemi principali. L’analisi tematica ha fatto emergere diversi temi chiave: le persone sopravvissute hanno riferito una trasformazione positiva delle proprie narrazioni, che le ha aiutate a rileggere le esperienze traumatiche e a sviluppare resilienza. Le persone partecipanti hanno testimoniato con forza una riduzione dei sintomi di ansia, depressione e PTSD dopo aver preso parte alla terapia narrativa. Anche gli aspetti comunitari della terapia, come il sostegno di gruppo, sono stati determinanti nel favorire la ripresa emotiva e un rinnovato senso di appartenenza. La terapia narrativa sembra offrire un quadro efficace per affrontare il disagio psicologico delle persone sopravvissute al genocidio, proponendo un processo strutturato di ricostruzione narrativa e di guarigione comunitaria. Sono necessarie ulteriori ricerche per confermare questi risultati ed esplorarne gli esiti a lungo termine. Interventi di salute mentale culturalmente pertinenti, sostenuti da finanziamenti stabili, sono essenziali per migliorare il benessere delle persone sopravvissute e rafforzarne la resilienza.
Il genocidio del 1994 contro i tutsi in Ruanda è stato uno degli eventi più orribili e devastanti del XX secolo, con oltre 800.000 persone uccise in appena 100 giorni [1]. Molte persone sopravvissute al genocidio continuano a soffrire di gravi disturbi mentali, in particolare disturbo da stress post-traumatico (PTSD), depressione e ansia [2,3]. L’impatto di queste condizioni di salute mentale è al tempo stesso profondo e persistente, e colpisce non solo chi ha assistito direttamente alle violenze o vi è sopravvissuto, ma anche le generazioni successive [4–7]. Affrontare queste conseguenze psicologiche è diventato una priorità cruciale del sistema di salute mentale ruandese, soprattutto a causa della prevalenza dei disturbi legati al trauma tra le persone sopravvissute al genocidio.
La ricerca indica costantemente PTSD, depressione e ansia come i disturbi mentali più comuni tra le persone sopravvissute al genocidio del 1994 contro i tutsi. In uno studio nazionale è stato rilevato che le condizioni di salute mentale più diffuse tra le persone ruandesi sopravvissute al genocidio sono gli episodi depressivi maggiori (35%), il PTSD (27,9%) e il disturbo di panico (26,8%) in Ruanda [8]. Analogamente, uno studio recente ha constatato che il 37% delle donne sopravvissute continuava a soffrire di PTSD [3]. Questi risultati sottolineano l’urgente bisogno di interventi terapeutici che affrontino l’impatto duraturo di queste condizioni di salute mentale.
Nonostante l’elevata prevalenza di questi disturbi, l’accesso alle cure per la salute mentale resta limitato in Ruanda, in particolare nelle zone rurali dove vive gran parte delle persone sopravvissute [9]. In risposta, la terapia narrativa si è affermata come un intervento promettente. Sviluppata negli anni Ottanta, la terapia narrativa si fonda sull’idea che le persone diano senso alla propria vita attraverso le storie che raccontano su di sé [10]. Questo approccio terapeutico invita a esternalizzare i problemi — a vederli come separati da sé — e poi a riscrivere la propria narrazione personale in modo da mettere in risalto resilienza, empowerment e guarigione [10]. L’attenzione della terapia narrativa alla «costruzione di significato» è particolarmente pertinente nella ripresa dal trauma, in cui spesso si fatica a elaborare le esperienze traumatiche e a costruire narrazioni coerenti sulla propria sofferenza [11].
In Ruanda, la pratica culturale della narrazione orale svolge un ruolo centrale nella formazione dell’identità, sia personale sia collettiva. La terapia narrativa si inserisce in queste tradizioni offrendo alle persone sopravvissute un modo strutturato di ricostruire la propria storia di vita, mettendo l’accento sulla sopravvivenza e sulla forza [12]. Impegnandosi nella terapia narrativa, le persone sopravvissute hanno l’opportunità di rileggere le proprie esperienze in modi che favoriscono la guarigione sul piano sia individuale sia comunitario, il che ne fa un intervento particolarmente adatto al contesto ruandese.
Sebbene la ricerca sulla terapia narrativa in Ruanda sia limitata, gli studi esistenti ne evidenziano il potenziale. Di recente, studi controllati randomizzati condotti con bambine e bambini orfani ruandesi hanno rilevato che la terapia narrativa migliora in modo significativo la resilienza e riduce l’ansia e l’ADHD [13,14]. Tuttavia, gran parte della ricerca sull’efficacia della terapia narrativa è stata condotta fuori dal Ruanda. Per esempio, una meta-analisi di Lely et al [15]. ha riscontrato dimensioni dell’effetto da medie a grandi per la terapia narrativa nel trattamento del PTSD e della depressione, poiché consente alle persone partecipanti di rileggere le proprie esperienze traumatiche e di recuperare un senso di agentività. Altri studi ne hanno analogamente riportato l’efficacia nell’affrontare diversi problemi di salute mentale nell’infanzia, come i disturbi dell’attaccamento e la violenza familiare [16,17]. Anche gli studi con persone rifugiate di guerra [18] e con altre popolazioni traumatizzate [19,20] hanno rilevato che la terapia narrativa riduceva significativamente i sintomi di PTSD e aiutava le persone sopravvissute a un trauma a ricostruire la propria identità.
Nonostante il potenziale dimostrato della terapia narrativa in diverse popolazioni, esiste una lacuna significativa nella ricerca sul suo impatto specifico sulle persone adulte sopravvissute al genocidio in Ruanda. La maggior parte degli studi [13,14] si è concentrata sull’infanzia, in particolare orfana, lasciando scarse evidenze su come la terapia narrativa incida sulle persone adulte che soffrono di PTSD, depressione e ansia. Inoltre, sebbene la meta-analisi di Lely et al [15]. confermi l’efficacia della terapia narrativa nel trattamento del trauma, mancano studi specifici al contesto che tengano conto del retroterra culturale e storico unico del Ruanda. Colmare questa lacuna richiede ricerche che adattino la terapia narrativa ai bisogni specifici delle persone adulte sopravvissute, con attenzione agli effetti del trauma a lungo termine e al potenziale di una guarigione collettiva.
Data l’elevata prevalenza di PTSD, depressione e ansia tra le persone sopravvissute al genocidio e la forte risonanza culturale della narrazione in Ruanda, questo studio intende colmare questa lacuna cruciale della letteratura esaminando l’impatto della terapia narrativa su queste tre condizioni di salute mentale diffuse. Esplorando come la terapia narrativa possa facilitare la guarigione individuale e comunitaria, questa ricerca mira a contribuire allo sviluppo di interventi di salute mentale culturalmente pertinenti in Ruanda, con importanti implicazioni per le politiche e le pratiche di salute mentale nei contesti post-genocidio.
È stato adottato un disegno di studio qualitativo esplorativo per indagare l’impatto della terapia narrativa sulla riduzione dei disturbi mentali comuni tra le persone sopravvissute al genocidio del 1994 contro i tutsi. Questo disegno era appropriato data la natura delicata delle esperienze delle persone partecipanti dopo le sedute di terapia narrativa [21]. Le interviste semistrutturate hanno offerto un quadro flessibile per raccogliere dati qualitativi ricchi, consentendo un’esplorazione approfondita dei pensieri, dei sentimenti e delle convinzioni delle persone partecipanti riguardo alla loro esperienza terapeutica.
Lo studio è stato condotto in Ruanda, paese a basso reddito dell’Africa subsahariana, con una popolazione stimata di 13,2 milioni di abitanti dedita principalmente all’agricoltura di sussistenza [22]. Il Ruanda è suddiviso in quattro province e nella città di Kigali, a loro volta organizzate in distretti, settori, cellule e villaggi. La ricerca si è concentrata sulle persone sopravvissute al genocidio del 1994 contro i tutsi, il cui numero nel paese è stimato tra 300.000 e 400.000 [23]. Lo studio, svolto da luglio a novembre 2023, è stato condotto in collaborazione con Uyisenga Ni Manzi, un’istituzione che utilizza la terapia narrativa nei propri interventi.
Lo studio ha reclutato persone sopravvissute al genocidio del 1994 contro i tutsi che avevano completato più sedute di terapia narrativa. Si è ricorsi a un campionamento intenzionale per selezionare 11 persone sopravvissute al genocidio che avevano seguito sedute di terapia condotte da Uyisenga Ni Manzi, garantendo un’esplorazione mirata degli esiti della terapia narrativa. La dimensione del campione è stata determinata in base al principio della saturazione dei dati, secondo cui la raccolta dei dati può interrompersi quando non emergono nuovi temi o informazioni [24]. La saturazione dei dati è stata raggiunta dopo la nona intervista; la 10a e l’11a intervista sono state condotte per confermare che la saturazione fosse stata raggiunta. I criteri di inclusione prevedevano che le persone partecipanti fossero sopravvissute al genocidio e avessero frequentato almeno cinque sedute di terapia narrativa, senza restrizioni di genere o di età.
Il processo di raccolta dei dati è iniziato con un primo contatto telefonico. Durante queste chiamate lo studio è stato spiegato in dettaglio ed è stata chiesta la partecipazione alle persone potenzialmente interessate. Questo contatto è avvenuto una settimana prima della raccolta dei dati, affinché avessero tempo sufficiente per prepararsi e confermare la propria disponibilità a partecipare allo studio. Tutte le persone contattate hanno accettato di partecipare e sono state programmate interviste in presenza presso la sede di Uyisenga Ni Manzi, scelta perché offriva un ambiente favorevole per parlare di esperienze personali delicate. Prima dell’inizio delle interviste è stato ottenuto il consenso informato di tutte le persone partecipanti.
I dati sono stati raccolti mediante una traccia di intervista semistrutturata, elaborata da chi firma l’articolo sulla base della letteratura pertinente sul trauma e sulla terapia narrativa [10,15,25,26]. Le domande della traccia erano pensate per esplorare l’impatto della terapia narrativa su esiti di salute mentale come PTSD, depressione e ansia, lasciando al tempo stesso alle persone partecipanti la libertà di esprimere la propria storia personale. Tra le domande figuravano: «Come descriverebbe il problema di cui ha sofferto e a che cosa potrebbe paragonarlo?», «Potrebbe raccontarci la sua esperienza di partecipazione alle sedute terapeutiche?», «Può confrontare la sua situazione prima e dopo aver frequentato le sedute terapeutiche?». Domande di approfondimento, come: «Può dirmi che cosa ha provato al riguardo?». Le interviste sono durate tra i 45 e i 60 minuti e sono state audioregistrate con il consenso delle persone partecipanti, per garantire l’accuratezza della raccolta dei dati.
I dati qualitativi delle interviste sono stati audioregistrati, trascritti integralmente e analizzati secondo un approccio di analisi tematica [27]. L’analisi ha seguito alcune fasi chiave: familiarizzazione con i dati, generazione dei codici iniziali, ricerca e affinamento dei temi. In un primo momento le trascrizioni sono state esaminate per comprendere a fondo le esperienze delle persone partecipanti con la terapia narrativa. I dati sono stati poi codificati per individuare le affermazioni e gli schemi significativi rispetto agli obiettivi della ricerca. I temi sono stati rivisti e affinati per garantirne coerenza e chiarezza. Una sintesi finale ha fornito un’interpretazione complessiva dei risultati, mostrando come la terapia narrativa abbia contribuito alla ripresa psicosociale e alla riduzione dei sintomi di PTSD, depressione e ansia. Un’équipe di tre figure professionali della psicologia ha analizzato i dati in modo collaborativo, risolvendo le divergenze attraverso la discussione, con un coefficiente kappa di Cohen di 0.82, che indica un accordo tra valutatori sostanziale.
Data la natura delicata della ricerca, le considerazioni etiche sono state fondamentali. Lo studio è stato approvato dal comitato etico istituzionale (Institution Review Board, IRB) del College of Medicine and Health Sciences dell’Università del Ruanda (Ref: CMHS/IRB/162/2023). Le persone partecipanti hanno ricevuto informazioni dettagliate sullo studio e hanno dato il proprio consenso informato prima di partecipare. La riservatezza è stata garantita mediante l’anonimizzazione dei dati. Inoltre, le persone partecipanti sono state informate che potevano ritirarsi dallo studio in qualsiasi momento senza conseguenze. Si è prestata particolare attenzione a offrire un ambiente di sostegno, e un supporto psicosociale era disponibile per chi avesse provato disagio durante le interviste.
La tabella 1 riassume le caratteristiche demografiche delle 11 persone partecipanti, di età compresa tra 31 e 75 anni (M=49.5, SD=14.6), in maggioranza donne (7/11). La maggior parte ha un’istruzione primaria (7/11), due hanno un’istruzione secondaria e due sono analfabete. Cinque partecipanti sono vedove, il che riflette l’impatto di eventi storici come il genocidio. Nessuna delle persone partecipanti ha un lavoro, il che suggerisce difficoltà economiche, e la ripartizione tra residenza urbana (5/11) e rurale (6/11) è equilibrata. Queste caratteristiche offrono un contesto importante per comprendere come fattori quali il genere, l’istruzione e lo stato civile possano influire sulla salute mentale delle persone partecipanti e sul loro coinvolgimento nella terapia narrativa.
Tabella 1 — Caratteristiche sociodemografiche delle persone partecipanti.
La nostra analisi individua dieci grandi temi che colgono le esperienze complesse e multidimensionali delle persone sopravvissute al genocidio, dal loro primo contatto con le cure psicologiche fino ai processi terapeutici che le hanno aiutate ad affrontare la situazione. Questi temi mettono in luce anche le difficoltà legate al trauma, così come l’effetto riparatore degli interventi terapeutici. Di seguito presentiamo questi temi, con i relativi sottotemi, frequenze e citazioni testuali, per offrire una comprensione più approfondita delle esperienze vissute dalle persone sopravvissute nella tabella 2.
Tabella 2 — Sintesi dei temi e dei sottotemi.
Le persone partecipanti hanno descritto diversi percorsi di accesso alle cure psicologiche, tra cui l’iniziativa personale e l’influenza esterna di membri della comunità. Le figure di riferimento locali, le amicizie e il personale sanitario di comunità hanno spesso avuto un ruolo decisivo nell’incoraggiare le persone sopravvissute a cercare un sostegno terapeutico. In diversi casi, la consultazione è stata avviata da queste figure della comunità. Per esempio, la partecipante MUH ha raccontato: «È stata la presidenza di Ibuka a chiamarmi e ad avviare la consultazione.» Un’altra partecipante, ESP, ha riferito: «È stato tramite la Croce Rossa che sono stata invitata a sedute di follow-up, dopo che avevano notato che avevamo avuto crisi emotive durante una commemorazione.»
Altre persone partecipanti hanno cercato un sostegno psicologico dopo aver riconosciuto la gravità del proprio disagio emotivo e fisico, segnato da sintomi traumatici come insonnia, flashback, mal di testa e dolori corporei. Come ha raccontato MUK: «Mi sentivo così debole che riuscivo a malapena a muovermi. Avevo continui mal di testa e i ricordi di quello che era successo continuavano a tornare. È stato allora che ho capito che avevo bisogno di aiuto.» UWI ha osservato: «Una persona amica che era nello stesso gruppo ha spiegato il mio problema e mi ha incoraggiata a chiedere aiuto. È stato allora che ho deciso di consultare qualcuno.»
Le persone partecipanti hanno indicato diversi motivi per cui hanno cercato cure psicologiche, legati soprattutto a un intenso disagio emotivo e fisico che sconvolgeva la loro vita quotidiana. Questo disagio comprendeva spesso sintomi di depressione, ansia o PTSD. Per molte di loro, tali sintomi si aggravavano durante i periodi di commemorazione del genocidio, quando riaffioravano i ricordi del trauma passato. MUH ha descritto così la sua esperienza: «Avevo sintomi legati al trauma, come insonnia, confusione e rabbia, soprattutto durante il periodo della commemorazione. Preferivo restare nei luoghi della memoria perché mi sentivo sollevata, ma quando tornavo a casa sentivo delle voci e non riuscivo a dormire.» Analogamente, VTT ha raccontato: «Avevo scatti di rabbia e soffrivo d’insonnia, e quando mi facevano troppe domande diventavo silenziosa e assente.»
Per alcune persone sono stati i sintomi fisici a spingerle a cercare cure. La partecipante NYD ha spiegato: «Sentivo caldo, avevo forti mal di testa e mi sembrava che un liquido caldo mi scendesse lungo il collo. Quei sintomi fisici mi hanno fatto capire che qualcosa non andava.» Altre, come ESP, hanno parlato di stanchezza e debolezza fisica: «Ero sempre stanca e non avevo l’energia per fare niente. È stato allora che ho capito che avevo bisogno di aiuto.» Molte persone partecipanti hanno osservato che il ritiro sociale le ha spinte a cercare una terapia. MKT ha raccontato: «Mi ero isolata dalle mie figlie e dai miei figli. Ero sempre arrabbiata e non volevo avere a che fare con nessuno.» Allo stesso modo MUH ha osservato: «Avevo smesso di parlare con la gente del vicinato e preferivo restare da sola in casa.»
Le persone partecipanti cercavano anche sollievo e sostegno emotivo, nella speranza di entrare in relazione con altre persone per alleggerire il proprio peso. MKT ha detto: «Volevo sentire di non essere sola. Per questo sono andata da una figura professionale della psicologia. Avevo bisogno di parlare con qualcuno che potesse aiutarmi a capire quello che stavo vivendo.»
Le persone partecipanti faticavano a esprimere a parole il proprio trauma e ricorrevano spesso a metafore o a riferimenti spirituali per comunicare la profondità della loro sofferenza. Alcune dicevano di non riuscire a verbalizzare pienamente la propria esperienza, mentre altre descrivevano le proprie emozioni come travolgenti e difficili da descrivere. MUH ha espresso la sua difficoltà: «Non riesco a trovare un nome per il mio problema. Lo metto semplicemente davanti a Dio.» Anche MKT ha condiviso qualcosa di simile: «qualcosa che mi supera, qualcosa di difficile da nominare.»
Molte persone partecipanti hanno paragonato il proprio trauma alla morte o a un dolore emotivo estremo. MUH ha affermato: «È come morire senza morire davvero», mentre VTT ha descritto: «È come stare all’inferno, con i ricordi che mi perseguitano ogni giorno.» Le persone partecipanti parlavano spesso di sentirsi sopraffatte dal proprio trauma. DEN ha raccontato: «È come se tutto intorno a me mi ricordasse quello che è successo, e non posso sfuggirgli.»
Le persone partecipanti hanno fornito resoconti dettagliati di traumi complessi derivati dal genocidio, che si sono tradotti in un disagio emotivo e psicologico persistente. Questi racconti sottolineavano quanto profondamente il trauma continuasse a incidere sulla loro vita. MUH ha ricordato la sua terribile esperienza: «Sono stata violentata, accoltellata e torturata. Ho perso il mio bambino a causa degli stupri ripetuti, e da allora ho avuto complicazioni fisiche ed emotive.» VTT ha espresso un sentimento simile: «Il trauma che ho vissuto non mi ha mai lasciata. È come se fosse sempre con me, soprattutto in certi periodi dell’anno.»
L’impatto emotivo del trauma persisteva a lungo dopo gli eventi, e le persone partecipanti riferivano sintomi come ottundimento emotivo, ipervigilanza e difficoltà a provare gioia o senso di legame. Questi effetti a lungo termine lasciavano spesso le persone sopravvissute con la sensazione di essere distaccate da ciò che le circondava. Una partecipante ha raccontato: «Mi sento sempre sul chi vive, sempre in attesa che succeda qualcosa di brutto. Non mi fido di nessuno, nemmeno di me stessa.» ESP ha aggiunto: «Mi sono allontanata da tutti perché non voglio che nessuno veda il mio dolore.»
Molte persone partecipanti hanno inoltre subito un rifiuto sociale a causa del proprio trauma. NYD ha spiegato: «La gente della mia comunità mi ha respinta per quello che avevo passato. Mi sentivo sola e abbandonata.» Per diverse persone partecipanti, le commemorazioni annuali rappresentavano un doloroso promemoria, che spesso portava a una ritraumatizzazione. VTT ha riferito: «Ogni anno, durante il periodo della commemorazione, è come se il trauma tornasse. Vedo i corpi dei miei familiari e non riesco a fermare i ricordi che mi travolgono.» ha riferito VTT.
Le percezioni del setting terapeutico erano contrastanti. Alcune persone hanno trovato conforto nella terapia di gruppo, descrivendola come una fonte di forza e di solidarietà. NYD ha raccontato: «La terapia di gruppo mi ha dato forza. Era confortante sapere che non ero sola.» Altre, invece, esitavano a condividere in gruppo. MKT ha spiegato: «C’erano cose che non mi sentivo a mio agio a raccontare davanti a un gruppo. Certi ricordi sono semplicemente troppo dolorosi per parlarne con tutti.»
Nonostante queste differenze, molte persone partecipanti hanno apprezzato il setting terapeutico come uno spazio sicuro per l’espressione emotiva. VTT ha osservato: «La terapia era l’unico posto in cui mi sentivo abbastanza al sicuro da piangere e lasciar uscire tutto.» Allo stesso modo, ESP ha osservato: «Avevo bisogno di quello spazio in cui potevo semplicemente essere me stessa senza sentirmi giudicata.»
Molte persone partecipanti hanno riferito esiti positivi della partecipazione alla terapia narrativa, in particolare per quanto riguarda la regolazione emotiva e il miglioramento dei rapporti familiari. MUH ha descritto come la terapia l’abbia aiutata a gestire i fattori scatenanti emotivi: «Prima della terapia crollavo ogni volta che mi tornava un ricordo. Ora ho gli strumenti per calmarmi e gestire quelle emozioni.» Analogamente, MUK ha raccontato come la terapia l’abbia aiutata a ritrovare il legame con la sua famiglia: «Prima mi allontanavo dalla mia famiglia perché non volevo che vedessero il mio dolore. Ma la terapia mi ha aiutata a ricostruire quei legami.»
NYD ha riflettuto sul cambiamento complessivo del suo stato emotivo: «Ora riesco a regolare le mie emozioni. Prima mi sentivo sopraffatta dalla tristezza, ma ora riesco a gestirla meglio, e la mia famiglia ha notato il cambiamento.» Inoltre, le persone partecipanti hanno considerato la terapia uno strumento fondamentale nel loro cammino verso la guarigione. VTT ha raccontato che la terapia l’ha aiutata a riprendere il controllo delle proprie emozioni: «La terapia mi ha restituito un senso di controllo. Non mi sento più in balia delle mie emozioni.»
Un esito chiave della terapia è stato il ripristino della fiducia tra le persone sopravvissute e il loro vicinato, soprattutto nei casi in cui persone del vicinato erano state coinvolte nel genocidio. Sebbene questo processo abbia richiesto tempo, molte persone partecipanti hanno parlato dei loro sforzi per riconciliarsi e ricostruire le relazioni. ESP ha descritto questo processo: «Grazie ai programmi di riconciliazione, abbiamo ricominciato a parlare con la gente del vicinato. Non è facile, ma è un passo avanti.»
Per altre persone, la riconciliazione era legata al perdono. DE ha spiegato: «Ho perdonato l’uomo che ha ucciso mio fratello. È stata la cosa più difficile che abbia mai fatto, ma mi ha aiutata a lasciar andare la rabbia.» Alcune persone partecipanti hanno anche ricordato come la terapia abbia facilitato questi sforzi di riconciliazione. VTT ha raccontato: «Non mi fido ancora completamente di tutti, ma la terapia mi ha dato la forza di cominciare a provarci.»
La terapia ha contribuito a infondere un rinnovato senso di speranza in molte persone partecipanti che in precedenza avevano conosciuto la disperazione. Dopo lunghi periodi di sconforto, hanno cominciato a guardare al futuro con ottimismo. MKT ha osservato: «Prima della terapia pensavo che per me non ci fosse alcuna speranza. Ora sento di poter cominciare a fare progetti per il futuro.» ESP ha aggiunto: «La terapia mi ha dato speranza. Non ho più paura di quello che mi aspetta.»
Le persone partecipanti hanno anche spiegato come l’apprendimento di strategie di coping durante la terapia abbia contribuito a questa speranza ritrovata. NYD ha raccontato: «Le strategie di coping che abbiamo imparato in terapia mi hanno salvato la vita. Ora mi sento più attrezzata per affrontare le situazioni difficili.» DE ha espresso speranza non solo per sé ma anche per le generazioni future: «Spero che le mie figlie e i miei figli non debbano soffrire come ho sofferto io. La terapia mi ha dato gli strumenti per aiutarli a costruire un futuro migliore.»
Inoltre, per le persone partecipanti che avevano lottato con l’ideazione suicidaria, la terapia ha aiutato a superare quei pensieri cupi. MKT ha osservato: «Pensavo continuamente di togliermi la vita, ma la terapia mi ha aiutata a capire che la vita vale la pena di essere vissuta.»
La terapia ha favorito il ripristino dei legami familiari e ha aiutato le persone partecipanti a provare un rinnovato senso di appartenenza, sia nella famiglia biologica sia nel gruppo terapeutico. MUH ha osservato: «Prima mi allontanavo dalla mia famiglia perché non volevo che vedessero il mio dolore. Ma la terapia mi ha aiutata a ritrovare il legame con loro.» Per alcune persone, la terapia di gruppo è diventata un sostituto della famiglia perduta. ESP ha spiegato: «Il gruppo di terapia è diventato come una famiglia. Ci sostenevamo a vicenda, e questo ha fatto tutta la differenza.»
DEN ha espresso un sentimento simile: «Non avrei mai pensato di ritrovare una famiglia, ma questo gruppo mi ha dato un senso di appartenenza.» Le persone partecipanti hanno anche raccontato come la terapia le abbia aiutate a ricucire il rapporto con la propria prole. MKT ha raccontato: «Prima della terapia non riuscivo nemmeno a parlare con le mie creature. Ora giochiamo insieme e parliamo di quello che succede nella nostra vita.»
Inoltre, molte persone partecipanti hanno raccontato come questo rinnovato senso di appartenenza le abbia aiutate a ritrovare il proprio senso di identità. VTT ha osservato: «Dopo tutto quello che era successo mi sentivo una nullità, ma far parte di questo gruppo mi ha dato un nuovo senso di chi sono.»
Le persone partecipanti hanno riflettuto sugli aspetti specifici della terapia che sono stati più utili alla loro guarigione, tra cui il racconto, le riflessioni guidate e le svolte emotive che hanno permesso loro di elaborare il trauma in un ambiente sicuro. DEN ha raccontato: «Uno degli esercizi consisteva nel raccontare le nostre storie, non solo per rivivere il dolore, ma per riappropriarci delle nostre narrazioni. Mi ha aiutata a vedere il mio trauma in un modo nuovo.» Allo stesso modo, NYD ha aggiunto: «In terapia ci hanno insegnato esercizi di radicamento per calmare la mente quando ci sentivamo sopraffatte. Mi ha aiutata a sentirmi più padrona delle mie emozioni.»
Le svolte emotive sono state momenti significativi della terapia, che hanno permesso alle persone partecipanti di liberare anni di lutto, rabbia e senso di colpa repressi. MUH ha raccontato:«Durante una seduta, finalmente ho parlato dello stupro subito durante il genocidio. L’avevo tenuto dentro per così tanto tempo. Quando l’ho lasciato uscire, ho sentito un peso enorme sollevarsi dalle mie spalle.» ESP ha descritto un’esperienza simile: «C’è stata una seduta in cui non riuscivo a smettere di piangere. All’inizio mi sono sentita in imbarazzo, ma mi è stato detto che andava bene così. Era da tanto che non mi permettevo di sentire così tanto, e dopo ho provato una specie di sollievo.»
Anche gli esercizi di riflessione guidata hanno aiutato le persone partecipanti a elaborare il trauma più a fondo. ESP ha osservato: «In terapia sono stata guidata attraverso i miei ricordi, e questo mi ha aiutata a capire cose di cui non mi ero nemmeno resa conto prima.» Allo stesso modo NYD ha raccontato: «C’è stato un momento di svolta in terapia in cui ho finalmente capito che il mio trauma non mi definiva.»
Oltre alle svolte emotive, le persone partecipanti hanno sottolineato l’importanza di apprendere strategie pratiche di coping. VTT ha spiegato: «Gli esercizi che facevamo, come la respirazione e la meditazione, mi hanno davvero aiutata a calmarmi nei momenti di stress.» Anche MKT ha osservato: «Ho imparato tecniche semplici, come tenermi le dita e massaggiarle quando mi sentivo sopraffatta. Sembra poca cosa, ma ha fatto una grande differenza.»
Infine, le attività di gruppo hanno aiutato le persone partecipanti a ricostruire la fiducia nelle altre persone. MUH ha descritto: «Abbiamo fatto un’attività in cui ci scambiavamo regali con le altre persone del gruppo, e questo mi ha fatto capire che posso di nuovo fidarmi della gente.» VTT ha aggiunto: «I giochi di gruppo che facevamo mi hanno insegnato a relazionarmi con le altre persone senza avere paura.»
Questo studio ha esplorato le esperienze di persone sopravvissute al genocidio del 1994 contro i tutsi in Ruanda, concentrandosi sul loro accesso alle cure psicologiche e sugli esiti della terapia narrativa. I risultati sono particolarmente significativi alla luce del contesto storico del Ruanda e delle difficoltà di salute mentale che le persone sopravvissute al genocidio continuano ad affrontare. Oltre 25 anni dopo il genocidio, molte di loro continuano a soffrire di PTSD, depressione e ansia [2,8]. Questo studio contribuisce a una letteratura in crescita offrendo una comprensione approfondita di come la terapia narrativa, un intervento culturalmente pertinente, incida sulla salute mentale delle persone adulte sopravvissute al genocidio.
L’avvio delle cure psicologiche tra le persone sopravvissute è stato in larga misura influenzato da figure della comunità, il che sottolinea il ruolo vitale delle reti sociali nel Ruanda post-genocidio. Le persone sopravvissute si affidano spesso a figure di riferimento della comunità o a organizzazioni locali per accedere ai servizi di salute mentale, in particolare nelle zone rurali, dove le infrastrutture formali di salute mentale restano limitate [9]. Ciò concorda con i risultati di Rieder & Elbert [4] e amplia la comprensione di come i sintomi fisici, come mal di testa, stanchezza e insonnia, spingano spesso le persone sopravvissute a cercare un aiuto psicologico. Questo risultato è coerente con il lavoro di Van der Kolk sul trauma, che sottolinea come il trauma si manifesti attraverso sintomi sia fisici sia emotivi [28]. Nel contesto ruandese, in cui la salute fisica ha spesso la precedenza, affrontare questi sintomi somatici insieme a quelli psicologici diventa indispensabile per una presa in carico globale del trauma.
I motivi per cui le persone sopravvissute hanno cercato un aiuto psicologico erano radicati soprattutto in un grave disagio emotivo, spesso aggravato durante i periodi annuali di commemorazione del genocidio. Le commemorazioni fungono da fattore scatenante della riattivazione dei ricordi traumatici, uno schema documentato in altri studi [29,30]. I nostri risultati evidenziano la necessità di interventi di salute mentale mirati durante questi periodi a forte carica emotiva. Le persone partecipanti hanno spesso descritto come le manifestazioni fisiche del trauma, come i dolori corporei e la stanchezza, si intrecciassero con il loro disagio psicologico, alimentando un circolo di sofferenza. Questo aspetto del trauma, in cui sintomi fisici ed emotivi sono inseparabili, è stato ampiamente discusso nella letteratura sul trauma, in particolare nel lavoro di Van der Kolk sul ruolo del corpo nella conservazione dei ricordi traumatici [28].
Nel descrivere il proprio trauma, molte persone partecipanti hanno faticato a trovare le parole per esprimere la propria esperienza. Questa difficoltà a verbalizzare il trauma è un fenomeno ben documentato negli studi sul trauma [31]. Il nostro studio approfondisce questo aspetto mostrando come le persone sopravvissute ruandesi ricorrano a metafore culturalmente specifiche per descrivere il proprio dolore, come paragonare la propria sofferenza a un «morire senza morire». Questo uso della metafora è particolarmente pertinente in Ruanda, dove la narrazione orale è centrale per l’identità culturale [12]. L’integrazione della terapia narrativa, che si fonda sul racconto, si accorda con queste pratiche culturali, il che ne fa un intervento particolarmente adatto alle persone sopravvissute ruandesi. Le ricerche future dovrebbero esplorare come l’uso delle metafore nel setting terapeutico evolva nel tempo e se favorisca l’elaborazione del trauma.
Le persone partecipanti a questo studio hanno riferito anche un disagio psicologico persistente legato alle loro esperienze del genocidio, in particolare chi aveva subito atti di violenza estrema, come stupro, tortura e perdita di persone care. Ciò è coerente con la letteratura sul trauma complesso, che sottolinea le conseguenze psicologiche a lungo termine di tali esperienze [32,33]. L’ottundimento emotivo, l’ipervigilanza e il distacco descritti dalle persone partecipanti richiamano i sintomi del PTSD, documentati sia in studi internazionali sia in studi ruandesi [34,35]. Ciò che il nostro studio aggiunge è una comprensione più profonda di come questi effetti a lungo termine del trauma ostacolino il reinserimento sociale delle persone sopravvissute e la loro capacità di ricostruire relazioni. L’isolamento vissuto dalle persone sopravvissute non è solo sociale ma anche emotivo, il che sottolinea l’importanza di interventi psicologici continuativi che affrontino ferite emotive profondamente radicate.
Le percezioni contrastanti del setting terapeutico — alcune persone partecipanti trovavano conforto nella terapia di gruppo, altre preferivano le sedute individuali — evidenziano la necessità di modelli terapeutici flessibili. Se la terapia di gruppo offre un senso di solidarietà e di esperienza condivisa, particolarmente prezioso nei contesti post-conflitto [36,37], alcune persone sopravvissute esitano a condividere questioni delicate in quel contesto. Questi risultati sottolineano l’importanza di creare ambienti terapeutici adattabili che offrano sedute sia di gruppo sia individuali, a seconda dei bisogni di ciascuna persona sopravvissuta. Le ricerche future potrebbero indagare come le preferenze delle persone sopravvissute riguardo ai formati terapeutici evolvano nel tempo e se il loro agio con certi formati aumenti con il progredire della guarigione.
La terapia narrativa ha mostrato un impatto positivo sulle persone sopravvissute, in particolare in termini di regolazione emotiva e di riavvicinamento ai familiari. Ciò concorda con la ricerca sull’efficacia della terapia narrativa nel trattamento del trauma, poiché essa consente alle persone sopravvissute di rileggere le proprie esperienze e di recuperare un senso di controllo sulle proprie narrazioni [10,15,26,38]. La dimensione del racconto propria della terapia narrativa risuona profondamente con le tradizioni culturali ruandesi, in cui la narrazione orale è un elemento chiave della formazione dell’identità [12]. Questo studio arricchisce la letteratura esistente descrivendo in dettaglio le tecniche terapeutiche che le persone sopravvissute hanno trovato più efficaci — come il racconto, le riflessioni guidate e gli esercizi di radicamento — e mostrando l’importanza di queste tecniche nel favorire le svolte emotive e la guarigione a lungo termine.
Uno dei risultati più profondi di questo studio è il ripristino della fiducia tra le persone sopravvissute e il loro vicinato, anche nei casi in cui persone del vicinato erano state coinvolte nel genocidio. Questo risultato sottolinea il ruolo della terapia nel favorire la riconciliazione, un tema esplorato in ricerche precedenti [39]. Le persone partecipanti hanno parlato di perdono e di ricostruzione delle relazioni, mostrando come la terapia possa svolgere un ruolo cruciale nella guarigione a livello comunitario, e non solo nella ripresa individuale. Le ricerche future dovrebbero indagare come questi sforzi di riconciliazione si mantengano nel tempo e come fattori sociali più ampi, quali i programmi governativi di riconciliazione, contribuiscano a questo processo o lo ostacolino.
Un rinnovato senso di speranza è stato un altro esito chiave della terapia narrativa. Questo risultato conferma ricerche precedenti sul ruolo della speranza nella ripresa dal trauma [40,41]. Le persone sopravvissute di questo studio si sentivano più padrone delle proprie emozioni e del proprio futuro, grazie a una terapia che le ha aiutate a sviluppare strategie pratiche di coping. Questi esiti concordano con gli studi che sottolineano il ruolo della terapia narrativa nel favorire resilienza ed empowerment [11,16]. L’attenzione al lungo termine di questo studio offre nuovi spunti su come le persone sopravvissute mantengano speranza e resilienza di fronte a difficoltà persistenti, evidenziando l’importanza di un sostegno continuativo alla salute mentale nei contesti post-genocidio.
Oltre alla guarigione emotiva, la terapia ha aiutato le persone sopravvissute a ritrovare un senso di appartenenza familiare, sia con la famiglia biologica sia attraverso il gruppo terapeutico. Questo risultato concorda con ricerche precedenti che sottolineano il ruolo dei legami familiari nella ripresa dal trauma [42,43]. Per molte persone sopravvissute che hanno perso familiari durante il genocidio, il gruppo terapeutico è diventato una famiglia sostitutiva, offrendo un sostegno emotivo di cui c’era grande bisogno. Questo studio arricchisce la letteratura mostrando come queste relazioni nel gruppo terapeutico possano offrire un sostegno emotivo a lungo termine, creando nuove «famiglie» per le persone sopravvissute che hanno perso la propria.
Infine, le persone partecipanti hanno riflettuto sulle tecniche terapeutiche specifiche che più hanno giovato alla loro guarigione, tra cui il racconto, le riflessioni guidate e le svolte emotive. Questi momenti di liberazione emotiva sono stati determinanti per aiutare le persone sopravvissute a elaborare il trauma e ad andare avanti, il che conferma ricerche precedenti sull’efficacia della terapia narrativa nell’affrontare i problemi di salute mentale legati al trauma [15]. Le ricerche future dovrebbero esplorare come affinare queste tecniche per rispondere meglio ai bisogni specifici delle persone sopravvissute ruandesi, affinché gli interventi terapeutici restino culturalmente pertinenti ed efficaci.
Questo studio presenta diversi punti di forza. Offre una comprensione dettagliata e sfumata degli effetti a lungo termine del trauma e del ruolo della terapia narrativa nel processo di guarigione delle persone sopravvissute al genocidio. Lo studio sottolinea inoltre l’importanza di interventi culturalmente sensibili, mostrando come la terapia narrativa si accordi con le tradizioni ruandesi di narrazione orale. Lo studio presenta tuttavia dei limiti. Il ricorso a dati autoriferiti può introdurre un bias di memoria, poiché le persone partecipanti potrebbero avere difficoltà a ricordare con precisione o riferire le proprie esperienze in modo selettivo. Inoltre, il disegno trasversale limita la possibilità di valutare i cambiamenti a lungo termine negli esiti di salute mentale. Lo studio, poi, si concentra sulle persone adulte sopravvissute, lasciando aperta la questione di come le generazioni più giovani colpite dal genocidio possano rispondere a interventi analoghi. Infine, in quanto studio qualitativo, si è concentrato su una specifica area geografica, il che può limitare la generalizzabilità dei risultati ad altre popolazioni sopravvissute del Ruanda.
L’analisi delle interviste mette in luce i complessi percorsi emotivi e psicologici delle persone sopravvissute al genocidio del 1994 contro i tutsi, sottolineando il ruolo cruciale delle cure psicologiche, in particolare della terapia narrativa, nel processo di guarigione. Offrire spazi sicuri in cui le persone sopravvissute possano condividere le proprie esperienze, elaborare le proprie emozioni e ritrovare il legame con la famiglia e la comunità si è dimostrato efficace nell’alleviare i sintomi di ansia, depressione e PTSD. Tecniche terapeutiche come il racconto, la riflessione guidata e il sostegno di gruppo hanno favorito svolte emotive, ricostituito i legami familiari e offerto alle persone sopravvissute una speranza rinnovata. Gli aspetti comunitari della terapia si sono rivelati particolarmente efficaci, poiché molte persone partecipanti hanno riferito un rinnovato senso di appartenenza e di fiducia all’interno delle proprie comunità, il che evidenzia l’importanza di integrare approcci di guarigione sociali e comunitari nella ripresa dal trauma.
È essenziale estendere in tutto il Ruanda i programmi di cura psicologica che integrano la terapia narrativa e la guarigione comunitaria, per ampliare l’accesso delle persone sopravvissute. Il personale della salute mentale dovrebbe essere formato a una terapia narrativa e a interventi di gruppo culturalmente appropriati, per rafforzarne l’efficacia terapeutica. Chi ha responsabilità politiche deve dare priorità a finanziamenti stabili e a lungo termine per i programmi di ripresa dal trauma, così da garantire la continuità delle cure. Si raccomandano inoltre ulteriori studi comparativi con campioni più ampi, per valutare in modo esaustivo l’efficacia terapeutica della terapia narrativa ed esplorarne l’integrazione con altri approcci, ai fini di un maggiore impatto sulla regolazione emotiva, sulla riconciliazione familiare e sul reinserimento comunitario.
Complexe Systémique: l’essenziale
L’interesse dell’articolo sta nel far sentire, con le loro parole, persone sopravvissute al genocidio del 1994 che hanno seguito una terapia narrativa, e nel mostrare che ciò che cura va oltre l’individuo. Il racconto ritrovato attenua i sintomi, ma sono soprattutto le relazioni a ricostruirsi: con la prole, con una famiglia decimata che il gruppo arriva a sostituire, e perfino con un vicinato in cui vivono persone coinvolte nei massacri. Le commemorazioni annuali appaiono come un momento di riattivazione del trauma, e quindi come un momento in cui le cure devono essere presenti. Per la pratica sistemica, lo studio ricorda che, in una società segnata dalla violenza collettiva, il sintomo è anche una questione di comunità e di memoria. La lettura deve tuttavia restare prudente: undici interviste retrospettive, reclutate tramite l’organizzazione che ha erogato la terapia, senza misure standardizzate né gruppo di confronto, non consentono di trarre conclusioni sull’efficacia, e il contenuto delle sedute stesse è poco descritto. Da leggere insieme a l’articolo sull’Albero della Vita e la perdita violenta e a l’introduzione alle terapie narrative.
Note dell’originale
Ringraziamenti. Esprimo la mia gratitudine all’organizzazione Uyisenga Ni Manzi per il prezioso sostegno a questo lavoro. Un ringraziamento particolare alle due figure professionali della psicologia che hanno offerto orientamento e assistenza durante le interviste in profondità.
Finanziamento. Chi firma l’articolo non ha ricevuto finanziamenti specifici per questo lavoro.
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Traduzione non ufficiale in italiano di Contribution of narrative therapy in reduction of anxiety, depression and PTSD among survivors of the genocide against the Tutsi in 1994 in Rwanda, di Emmanuel Mihigo Murengera, Japhet Niyonsenga, Eugene Rutembesa, Vincent Sezibera e Augustin Nshimiyimana, PLOS Mental Health, vol. 2, n. 4, e0000287 (2025), doi: 10.1371/journal.pmen.0000287, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (tabelle presentate sotto forma di elenchi). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Traduzione non ufficiale dell’articolo originale «Contribution of narrative therapy in reduction of anxiety, depression and PTSD among survivors of the genocide against the Tutsi in 1994 in Rwanda», pubblicato in PLOS Mental Health (2025) con licenza CC BY 4.0. Tradotto e impaginato da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Murengera, E. M., Niyonsenga, J., Rutembesa, E., Sezibera, V., e Nshimiyimana, A. (2025). Contribution of narrative therapy in reduction of anxiety, depression and PTSD among survivors of the genocide against the Tutsi in 1994 in Rwanda. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/contribution-of-narrative-therapy-in-reduction-of-anxiety-depression-and-ptsd-among (Opera originale pubblicata nel 2025 in PLOS Mental Health, 2(4), e0000287 (2025); ripubblicata nel 2025 da PLOS Mental Health, https://journals.plos.org/mentalhealth/article?id=10.1371/journal.pmen.0000287)
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