Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Advances in Social Work · Lutto
A Chicago, la violenza armata pone famiglie e giovani di fronte a lutti che gli altri spesso giudicano in anticipo. Un’assistente sociale di Chicago Survivors e una docente universitaria descrivono come l’Albero della Vita, una pratica narrativa nata nell’Africa australe, abbia aiutato le persone in lutto ad appoggiarsi anzitutto sulle proprie radici e risorse, prima di parlare delle «tempeste». I primi quattro gruppi, con famiglie e con classi di scuola superiore, mostrano ciò che può offrire.
Traduzione non ufficiale in italiano di Beginning the Healing Journey: Re-Storying Violent Loss through Tree of Life Narrative Groupwork, di JaShawn Hill e Andrya Soprych, pubblicato su Advances in Social Work (Indiana University School of Social Work) (2024), doi: 10.18060/27353, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La figura 2 (disegni delle persone partecipanti) non è riprodotta, per rispetto delle famiglie; l’indirizzo per la corrispondenza è omesso. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Partire dalle risorse anziché dalla perdita aiuta a decentrare la storia del problema e a ricordare alle persone partecipanti che sono molto più del trauma che hanno vissuto.
JaShawn Hill e Andrya Soprych
Abstract
Raccontare storie è una via di guarigione per giovani, famiglie e comunità colpite dalla violenza armata. Permette alle persone sopravvissute di ri-narrare la devastazione e il trauma in narrazioni che ri-membrano la persona perduta e trovano scopo e significato nell’esperienza dolorosa. L’Albero della Vita è un intervento di gruppo basato sul racconto, sviluppato nell’Africa australe e radicato nelle tradizioni narrative, che si sta affermando come un potente punto di partenza per affrontare l’impatto traumatico dell’omicidio a Chicago. Questo studio di caso intreccia la narrazione della prima autrice sul suo lavoro presso Chicago Survivors con la ricerca sulla violenza armata, sul lutto per omicidio e sull’Albero della Vita, al fine di argomentarne la pertinenza nel trattamento delle persone sopravvissute alla violenza armata comunitaria negli Stati Uniti. Sosteniamo che l’Albero della Vita possa agire su diversi livelli del sistema, mentre giovani e famiglie trovano uno scopo attraverso il dolore generato dalla perdita violenta. Incoraggiamo chi opera clinicamente nel servizio sociale a introdurre le pratiche narrative e l’approccio dell’Albero della Vita nella propria pratica, e invitiamo chi fa ricerca nel servizio sociale a sviluppare partenariati con organizzazioni comunitarie come Chicago Survivors, per costruire una base di ricerca su questo approccio promettente.
Parole chiave: Pratica narrativa; violenza armata comunitaria; sostegno nel lutto; Albero della Vita
La violenza armata comunitaria ha avuto un impatto devastante sulla città di Chicago, lasciando molte persone e comunità alle prese con il trauma e la perdita causati da questi eventi (Hendershot, 2022). Per violenza armata comunitaria si intende la violenza interpersonale con armi da fuoco intrecciata alla violenza strutturale. In questo quadro, la violenza interpersonale con armi da fuoco si verifica tra persone non legate da parentela, che si conoscano o meno, mentre la violenza strutturale impedisce alla comunità di accedere a opportunità significative per soddisfare i propri bisogni fondamentali di salute e sicurezza (Buggs et al., 2023; Krug et al., 2002).
La violenza armata comunitaria è pervasiva e distribuita in modo diseguale, «concentrata in comunità segregate sul piano razziale ed economico», in larghissima parte nere, latine e private di investimenti economici (Buggs et al., 2023, p. 2). In tutto il Paese i media sono saturi di una narrazione unica della violenza nelle comunità di Chicago, che non rende onore alla vita e all’umanità né di chi è stato ucciso dalla violenza armata comunitaria né di chi sopravvive all’assassinio di pari e persone care. In quanto professione impegnata a difendere la giustizia sociale e razziale a tutti i livelli del sistema, il servizio sociale si trova in una posizione privilegiata per rispondere alla storia unica (Adichie, 2009) della violenza armata comunitaria e per contestarla.
L’autrice principale è un’assistente sociale clinica nera e direttrice esecutiva di Chicago Survivors (2023). È cresciuta a Chicago ed è sopravvissuta alla violenza armata comunitaria. La seconda autrice è una donna bianca cresciuta nei sobborghi del Midwest che, per buona parte di due decenni, ha appreso, praticato, insegnato e supervisionato il servizio sociale nei diversi quartieri di Chicago. Attraverso questa narrazione raccontiamo come l’autrice principale abbia visto l’Albero della Vita, un approccio narrativo al lavoro di gruppo, liberare la capacità delle comunità marginalizzate di ri-narrare le proprie perdite e di accedere a narrazioni alternative di guarigione, speranza e difesa dei diritti. In questo modo, invitiamo il servizio sociale a farsi promotore della giustizia sociale e razziale e proponiamo un quadro per lavorare con le persone sopravvissute alla violenza armata comunitaria, assumendo l’approccio dell’Albero della Vita come punto di partenza.
Iniziamo esaminando l’impatto della violenza armata comunitaria attraverso la letteratura scientifica e l’esperienza della prima autrice presso Chicago Survivors. Collochiamo poi il servizio sociale tra i soggetti che rispondono alla violenza armata comunitaria e presentiamo l’Albero della Vita come un approccio adatto a chi, nel servizio sociale, lavora con le persone sopravvissute. L’autrice principale condivide quindi la sua riflessione sui primi quattro gruppi dell’Albero della Vita facilitati da Chicago Survivors. Concludiamo con le implicazioni per la pratica e la ricerca future nel servizio sociale.
La ricerca sul lutto per omicidio negli Stati Uniti consente di comprendere le esperienze di chi ha perso persone care a causa della violenza armata comunitaria. Tra i risultati principali figurano il vivere la perdita come un trauma (Pabon & Basile, 2022), il confronto con lo stigma (Bailey et al., 2013), l’isolamento (Metzger et al., 2015), la solitudine (Hava, 2023) e un mutamento della propria visione del mondo in seguito alla perdita violenta (Englebrecht et al., 2016). Il lutto per omicidio può essere un’esperienza profondamente traumatica, con un impatto significativo sulla salute mentale e sul benessere. Le persone sopravvissute presentano un rischio elevato di stress post-traumatico e di lutto complicato (Aldrich & Kallivayalil, 2016; Sharpe, 2015).
Grazie ai progressi della neurobiologia, sappiamo che il trauma ha un impatto fisico sul cervello (Van der Kolk, 2015). Quando si verifica un trauma, come l’esposizione a una morte violenta, si riduce la capacità della persona sopravvissuta di accedere alle parti del cervello che consentono di sentirsi al sicuro, di regolare le emozioni e di disporre del linguaggio per elaborare la violenza (Van der Kolk, 2015). Per le persone che partecipano alle attività di Chicago Survivors, la sensazione di non essere al sicuro e di essere scollegate dal mondo circostante offusca spesso la capacità di connettersi con narrazioni alternative e di considerare possibilità presenti e future. Da una prospettiva neurobiologica (Oberle et al., 2021), l’intervento dell’Albero della Vita può essere visto come un tentativo di interrompere la parte reattiva al trauma della narrazione personale, offrendo una via per esplorare altre parti della storia delle persone partecipanti, affinché possano anzitutto sentirsi al sicuro, calme e regolate. Chi facilita i gruppi per il servizio sociale accompagna le persone partecipanti mentre passano da una narrazione unica di violenza e perdita a seconde storie di connessione, sostegno relazionale e risorse individuali, e iniziano a intravedere possibili percorsi verso un futuro autonomo.
Oltre a vivere il lutto per la perdita della persona cara, chi sopravvive alla violenza comunitaria deve spesso affrontare minacce continue alla propria sicurezza, il che crea una complessa rete di trauma continuo e anticipatorio da elaborare (Armstrong & Carlson, 2019; Smith, 2015; Smith Lee et al., 2020). Armstrong e Carlson (2019) definiscono il trauma anticipatorio come l’insieme di pratiche e discorsi fondati sulla paura di eventi futuri. Smith (2015) ha rilevato che «le morti per omicidio di pari stretti hanno cristallizzato la letalità della violenza di quartiere» (p. S486), generando al tempo stesso un senso di vulnerabilità personale rispetto alla propria morte violenta e una tensione a prepararsi a nuovi incontri con la perdita traumatica. La realtà del trauma continuo e anticipatorio è esemplificata da una ragazza seguita da Chicago Survivors che, mentre piangeva l’assassinio del fratello, era bersagliata da minacce alla propria sicurezza. Ogni giorno era sommersa sia da fattori scatenanti psicologici sia da minacce fisiche. Per aiutarla a ritrovare un senso di sicurezza è stato necessario affiancare alla terapia la difesa dei suoi diritti e la pianificazione della sua sicurezza.
Il lutto e il trauma della perdita violenta possono aggravarsi e diventare un lutto non riconosciuto quando le persone sopravvissute si scontrano con lo stigma della violenza armata e con il giudizio di chi sta fuori per il fatto di vivere in un quartiere segnato da una violenza comunitaria persistente (Aldrich & Kallivayalil, 2016; Bailey et al., 2013; Hava, 2023). La definizione di lutto non riconosciuto proposta da Doka (2008), cioè un lutto che «non è apertamente riconosciuto, socialmente convalidato o pubblicamente pianto» (p. 223), offre un quadro utile per comprendere il lutto di chi perde qualcuno a causa della violenza armata comunitaria. Bailey et al. (2013) hanno rilevato che le madri nere si scontravano con il presupposto che i loro figli fossero violenti e coinvolti in attività criminali. A prescindere dalla verità, questa stigmatizzazione portava le madri nere a provare imbarazzo e vergogna, senza poter vivere pubblicamente il proprio lutto. Pabon e Basile (2022) hanno considerato il lutto non riconosciuto come un’esperienza comune per la gioventù nera, percepita come «dolente di professione» (p. 75) che non avrebbe bisogno di servizi perché vive in un quartiere con alti tassi di violenza. È proprio di fronte a questo presupposto di resilienza che l’autrice principale ha visto giovani ribellarsi e reclamare a gran voce compassione e comprensione. Chi vive in quartieri afflitti dalla violenza non ha altra scelta che essere resiliente. Non è una medaglia al valore né un traguardo da celebrare. Nasce dal fondo della disperazione e del trauma. Per questa gioventù, essere resiliente significa vedersi ricordare la perdita significativa, troppo spesso le perdite, che ha subito.
Lo stigma della violenza armata può portare all’isolamento e alla solitudine, perché le persone in lutto attraversano narrazioni personali della perdita molto diverse dalla narrazione pubblica di una violenza comunitaria insensata (Bailey et al., 2013; Hava, 2023). Alcune persone sopravvissute scelgono di restare nelle proprie case per via di profondi legami comunitari positivi, pur subendo giudizi e biasimo per il fatto di rimanere in un quartiere con alti tassi di violenza (Aldrich & Kallivayalil, 2016). Altre, molte delle quali si sono rivolte a Chicago Survivors per chiedere un trasferimento d’urgenza, non desiderano altro che andarsene, ma non hanno le risorse e il sostegno per trasferirsi. La perdita violenta e improvvisa di una persona cara o di un pari a causa della violenza armata può mandare in frantumi la visione del mondo, cambiando per sempre il modo in cui le persone sopravvissute vedono il mondo (Englebrecht et al., 2016; Sharpe, 2015).
La ricerca sul lutto per omicidio negli Stati Uniti consente anche di comprendere i bisogni di chi ha perso persone care a causa della violenza armata comunitaria. Dopo un omicidio, le persone sopravvissute hanno un bisogno accresciuto di costruzione di significato, di un trattamento culturalmente appropriato e di sostegno sociale.
La costruzione di significato è costantemente indicata come un elemento cruciale del lutto per omicidio (Bailey et al., 2013; Johnson et al., 2022; Johnson & Zitzmann, 2021; Smith Lee et al., 2020; Sharpe, 2015; Zakarian et al., 2019). Le persone che partecipano alle attività di Chicago Survivors esprimevano continuamente il bisogno di ridefinire il proprio scopo al di là del dolore dell’evento. La costruzione di significato può consistere nel cercare risposte (Sharpe, 2015), essere un processo cognitivo-emotivo influenzato dal razzismo e dallo stigma (Bailey et al., 2013), una ricerca spirituale (Johnson & Zitzmann, 2021; Smith Lee et al., 2020) ed essere ancorata all’azione per aiutare altre persone (Johnson et al., 2022). Una madre, accompagnata dall’autrice principale, ha creato l’organizzazione Where Do We Go From Here nel tentativo di dare un senso, attraverso l’azione, a una violenza insensata. La costruzione di significato è un processo profondamente personale e, dopo un omicidio, raramente riguarda la chiusura o il voltare pagina, ma piuttosto il perseverare e il trovare un modo per essere presenti nel presente (Aldrich & Kallivayalil, 2016). Chicago Survivors ha constatato che lavorare con le persone sopravvissute per esplorare nuovi scopi al di là delle loro dolorose perdite è una componente fondamentale della costruzione di significato.
Un trattamento culturalmente appropriato è essenziale per chi ha perso una persona cara a causa della violenza armata comunitaria. Un approccio terapeutico culturalmente appropriato riconosce che l’esperienza del lutto e del trauma è profondamente radicata in contesti culturali e sociali, e che i modi in cui le persone affrontano queste esperienze possono essere plasmati dai loro percorsi culturali e storici. La violenza armata comunitaria colpisce in modo sproporzionato comunità marginalizzate e povere di risorse «che sono state colpite e sottoposte al razzismo strutturale e alla disuguaglianza, storici e attuali» (Buggs et al., 2023, p. 2). A Chicago, appena cinque dei 25 distretti di polizia, tutti marginalizzati e poveri di risorse, hanno concentrato oltre il 40 per cento di tutti gli omicidi del 2021 (Hendershot, 2022). Gli approcci terapeutici dovrebbero riflettere e onorare i fattori culturali, sociali e storici insiti nel lutto e nel trauma dovuti alla violenza armata comunitaria (Johnson et al., 2022; Sharpe, 2015; Smith Lee et al., 2020). Un approccio culturalmente appropriato alla violenza armata comunitaria opera sia sul piano individuale sia su quello strutturale, all’intersezione tra razza, stigma e violenza, rifiutando «l’idea che una qualsiasi comunità sia intrinsecamente o inevitabilmente violenta e ponendo invece al centro le numerose risorse della comunità» (Buggs et al., 2023, p. 2)
Dato il rischio di isolamento e solitudine, il sostegno sociale è un elemento cruciale nel lutto per omicidio (Aldrich & Kallivayalil, 2016). La ricerca ha dimostrato che il sostegno sociale può svolgere un ruolo chiave nel favorire la guarigione e la resilienza, oltre ad avere implicazioni importanti per la salute mentale a lungo termine (Hava, 2023; Metzger et al., 2015). Englebrecht et al. (2016) hanno rilevato che le relazioni risentivano dell’omicidio e che le persone sopravvissute trovavano sostegno in chi aveva vissuto esperienze simili. Perdere una persona cara per omicidio può essere un evento devastante e traumatico. Il sostegno sociale può offrire conforto, convalida e connessione in questo momento difficile, in particolare tra persone in grado di comprendere la devastazione unica di una perdita per omicidio. Consapevole del bisogno di sostegno sociale, Chicago Survivors ha creato il programma Community of Survivors, accessibile a tempo indeterminato alle famiglie colpite dalla violenza comunitaria. Il programma offre un sostegno continuo tra pari, che continua a evolversi per rispondere ai bisogni della comunità.
La ricerca sul lutto per omicidio e sulla violenza armata negli Stati Uniti suggerisce che rispondere ai bisogni delle persone sopravvissute richiede un approccio globale e olistico, che tenga conto dell’impatto traumatico dell’omicidio, dell’importanza del sostegno sociale e della necessità di servizi culturalmente appropriati. Con un orientamento basato sui punti di forza e sulla persona-nell’ambiente, e con la vocazione alla giustizia sociale e razziale, il servizio sociale è in grado di affrontare il trauma individuale e collettivo causato dalla violenza armata comunitaria.
Il servizio sociale può offrire uno spazio compassionevole e comprensivo in cui le persone elaborino il lutto, attraversino il tumulto emotivo e ricostruiscano la propria vita dopo la perdita devastante di persone care e di pari a causa della violenza armata comunitaria. Chi esercita la professione di assistente sociale svolge anche un ruolo cruciale nel mettere in contatto le persone sopravvissute con risorse vitali e nel collaborare con organizzazioni locali, forze dell’ordine e servizi di salute mentale per costruire interventi globali e culturalmente sensibili, che rispondano ai bisogni specifici delle persone colpite dalla violenza armata. Inoltre, il servizio sociale può impegnarsi in azioni di advocacy volte ad affrontare i problemi sistemici che contribuiscono alla violenza armata, sostenere cambiamenti nelle politiche pubbliche e promuovere la comunità per agire sulle cause profonde della violenza. Grazie al suo impegno per la giustizia sociale e alla sua capacità di offrire un sostegno olistico, il servizio sociale rappresenta un alleato prezioso nel cammino di guarigione di chi piange la perdita di persone care a causa della violenza armata comunitaria.
Quando una figura del servizio sociale entra nella vita di una persona che ha appena perso in modo improvviso e violento qualcuno che amava, arriva sulla scena entrando nei suoi momenti più vulnerabili e strazianti. Presso Chicago Survivors, il personale del servizio sociale e delle équipe di intervento in situazioni di crisi è chiamato a stare accanto alle persone sopravvissute, a testimoniare il loro dolore inimmaginabile e a guidarle lungo i molti sentieri della guarigione, che spesso appaiono estenuanti, ingiusti, implacabili e imposti. Come ha detto una madre all’autrice principale: «Questo non mi appartiene, non mi sono iscritta io a questo club». Le pratiche narrative offrono un quadro convincente ed efficace a cui il servizio sociale può ricorrere per sostenere chi sopravvive a una perdita violenta. Gli approcci narrativi offrono un modo per riconoscere e rispettare le storie uniche e le esperienze vissute delle persone sopravvissute, favorendo così un approccio all’intervento più centrato sulla persona e più empatico (Yuen, 2007). Attraverso la pratica narrativa, le persone assistite si riappropriano della paternità delle proprie storie, il che promuove un senso di agentività e di autodeterminazione di fronte alle avversità (White & Epston, 1990). Inoltre, le pratiche narrative facilitano una comprensione più profonda della complessa interazione tra i fattori personali, culturali e sociali che plasmano la vita delle persone (McTighe, 2018). Attraverso la narrazione collaborativa, il servizio sociale può scoprire risorse, resilienza e potenzialità inesplorate nelle persone assistite e nelle comunità, aprendo la strada a interventi più mirati e sostenibili (Yuen, 2007). In definitiva, l’integrazione delle pratiche narrative si accorda con i principi fondamentali del servizio sociale, promuovendo l’inclusione, la sensibilità culturale e una prospettiva basata sui punti di forza, e contribuendo al tempo stesso all’obiettivo generale di dare alle persone il potere di riscrivere e riappropriarsi delle proprie narrazioni nella ricerca di un cambiamento positivo.
Le persone adulte, giovani e le famiglie colpite dalla violenza armata spesso restano nella propria comunità mentre usufruiscono dei servizi. Molti interventi psicologici presuppongono che la persona sopravvissuta si trovi in un luogo sicuro quando inizia la terapia, cosa che spesso non accade per chi è esposto al rischio di una violenza comunitaria persistente e la subisce. È stato dimostrato che gli interventi di gruppo che creano spazi sicuri per parlare delle narrazioni personali e ricostruirle, e che individuano strumenti personali e comunitari per far fronte alle difficoltà, sostengono la guarigione dal trauma passato in mezzo a una violenza che continua (Mpande et al., 2013). Il quadro dell’Albero della Vita è un approccio promettente per il servizio sociale che sostiene le persone sopravvissute alla violenza armata comunitaria, perché inizia chiedendo alle persone partecipanti di creare un luogo sicuro da cui poter esplorare il proprio trauma, nonostante i disordini civili persistenti nei quartieri in cui vivono. Inoltre, questo intervento di matrice narrativa affronta deliberatamente il trauma, attraverso il sostegno sociale, in modo culturalmente appropriato, in linea con i principali risultati della ricerca sulla risposta al lutto per omicidio.
L’approccio dell’Albero della Vita utilizza la metafora dell’albero e della foresta per aiutare le persone partecipanti a decentrare la storia del problema e a creare una contronarrazione che le mostri come qualcosa di più delle difficoltà dettate dal trauma, ancorata alle loro risorse, speranze e sogni. La figura 1 mostra un’immagine dell’albero di Chicago Survivors, che individua le componenti che le persone partecipanti elaborano creando il proprio albero.

Le persone sopravvissute a una perdita violenta presentano un rischio elevato di lutto complicato, che comporta una sorta di blocco nella perdita, o un assorbimento totale in essa, senza riuscire ad andare avanti (Burke & Neimeyer, 2013). L’approccio dell’Albero della Vita inizia a rispondere ai bisogni sociali ed emotivi delle persone partecipanti attraverso approcci olistici e integrativi che onorano la persona perduta e aiutano ciascuna persona a connettersi con la propria ascendenza e le proprie identità e a trarne forza, attraverso l’espressione artistica creativa e tecniche di ispirazione narrativa. Questa connessione con la propria ascendenza mette in luce come l’Albero della Vita sia un approccio culturalmente sintonizzato, che incoraggia ogni partecipante a celebrare la propria eredità e a trarne forza.
L’approccio è stato introdotto per la prima volta da Ncazelo Ncube nell’Africa australe per sostenere l’infanzia rimasta orfana a causa dell’HIV/AIDS (Ncube, 2006). Ncube (2006) ha integrato idee della terapia narrativa grazie a consulenze con il Dulwich Centre. La formazione presso il Narrative Therapy Centre insegna a chi lavora nel servizio sociale a facilitare il passaggio delle persone partecipanti dalle storie del problema alle seconde storie della loro vita, attraverso l’arte, la musica, la poesia e il monologo. Si possono sviluppare competenze per riformulare un’autopercezione negativa e tecniche creative per accrescere la connessione interpersonale positiva e sviluppare un senso di comunità nella guarigione dal trauma della perdita violenta. Nella sezione seguente esploriamo come l’approccio dell’Albero della Vita possa onorare le esperienze delle persone sopravvissute alla violenza armata comunitaria e iniziare a rispondere ai loro bisogni.
Come emerge dalla letteratura sul lutto per omicidio e sulla violenza armata, e come ha potuto constatare l’autrice principale, la perdita violenta è un trauma spesso accompagnato da stigma, isolamento, solitudine e da una rottura della propria visione del mondo. All’indomani della devastazione, le persone sopravvissute hanno bisogno di sostegno sociale e di servizi culturalmente appropriati mentre si sforzano di dare un significato alla perdita.
Pur essendo stato sviluppato in origine per lavorare con l’infanzia rimasta orfana a causa dell’AIDS nell’Africa australe e poi adattato al lavoro con persone rifugiate, l’Albero della Vita sembra un approccio promettente per chi sopravvive alla violenza armata comunitaria negli Stati Uniti. Alla base dell’approccio dell’Albero della Vita vi è la consapevolezza che le esperienze traumatiche possono mandare in frantumi i presupposti delle persone su sé stesse, sulle altre persone e sul mondo, generando disorientamento e perdita di significato. Con l’Albero della Vita, le persone sopravvissute sono incoraggiate a esplorare le proprie narrazioni personali e le storie che compongono la loro identità. Questo processo aiuta le persone partecipanti a comprendere il significato che attribuiscono alle proprie esperienze e a individuare le proprie risorse. Man mano che costruiscono una seconda storia che onora la perdita senza metterla al centro e che è ancorata alla loro identità e alle loro risorse culturali e spirituali, le persone partecipanti iniziano a recuperare un senso di controllo e di agentività, sviluppando un proprio processo di costruzione di significato che alimenta un rinnovato senso di scopo e di significato nella vita. Attraverso questo processo, le persone possono comprendere più a fondo sé stesse e le proprie esperienze, e procedere verso la guarigione e la crescita. Una rassegna delle componenti dell’approccio dell’Albero della Vita mostra come esso risponda ai bisogni e alle esperienze di chi sopravvive alla violenza armata comunitaria.
L’approccio riconosce che assistere a un omicidio o sopravvivere alla morte di una persona cara a causa della violenza armata è un evento traumatico che può avere effetti duraturi sulle persone e sulle loro famiglie. Notando che raccontare di nuovo la storia della morte alla ricerca di una catarsi per andare avanti non solo non aiutava, ma ritraumatizzava giovani e caregiver, Ncube (2006) ha sottolineato l’importanza di creare un luogo sicuro su cui poggiare prima di ri-narrare una perdita devastante. In questa prima fase, una base sicura si costruisce mentre le persone partecipanti elaborano gli elementi principali del loro albero (Hughes, 2014; Jacobs, 2018; Lock, 2016; Ncube, 2006). Disegnare le radici dell’albero significa connettersi con la propria ascendenza e disegnare le proprie origini, insieme alle cose e alle persone importanti. Il terreno rappresenta il luogo in cui si vive ora e ciò che si fa quotidianamente. Il tronco è il punto in cui le persone partecipanti mettono in evidenza le proprie competenze e capacità. I rami riflettono speranze, sogni e desideri, mentre le foglie rappresentano le persone importanti per chi partecipa. I frutti simboleggiano i doni, tangibili e intangibili, che si sono ricevuti. Questa prima fase del lavoro di gruppo pone l’accento sulle risorse e sulla comunità positiva di ogni partecipante. Partire dalle risorse anziché dalla perdita aiuta a decentrare la storia del problema e a ricordare alle persone partecipanti che sono molto più del trauma che hanno vissuto.
La creazione dell’albero non solo stabilisce un ambiente sicuro e di sostegno in cui le persone sopravvissute possano elaborare il proprio trauma e favorire la guarigione, ma consente anche di attingere alle proprie risorse ed esperienze culturali per affrontare il lutto e il trauma (Hughes, 2014). L’Albero della Vita offre ai membri della comunità l’opportunità di esplorare la propria narrazione al di fuori delle norme sociali e delle stigmatizzazioni legate alla morte delle persone care. Attraverso il racconto, la visualizzazione e le attività artistiche, il lavoro di gruppo dell’Albero della Vita incoraggia chi facilita a utilizzare approcci culturalmente pertinenti e adatti all’età per aiutare le persone sopravvissute a individuare e rafforzare le proprie risorse interne ed esterne. Le persone partecipanti creano il proprio albero con qualsiasi combinazione di parole, colori, forme, texture e immagini, il che dà potere a ciascuna persona sopravvissuta, che sceglie come condividere il proprio albero e consente ad altre persone di incuriosirsi per la sua narrazione. Le persone partecipanti sono incoraggiate a esplorare le proprie credenze e pratiche culturali e spirituali attraverso la creazione di radici e frutti, il che può offrire conforto e significato nei momenti difficili (Hughes, 2014; Lock, 2016; Ncube, 2006).
In quanto intervento di gruppo, l’approccio sottolinea l’importanza del sostegno sociale e favorisce un senso di comunità che può contrastare l’isolamento e la solitudine di cui spesso soffre chi sopravvive alla violenza armata comunitaria (Ibrahim & Allen, 2018). L’autrice principale ha visto in questo lavoro collettivo tra sistemi familiari una libertà di connettersi e di riconoscere la propria comunità, le persone che prestano cura e la «famiglia» scelta, come un modo riparativo di lavorare insieme progettando e definendo il proprio albero unico. È un viaggio di esplorazione nella narrazione presente, nel retroterra storico e nelle aspirazioni future. Una volta costruiti e progettati gli alberi, dalle radici ai frutti, il lavoro finito viene esposto in uno spazio condiviso (Jacobs, 2018; Lock, 2016; Ncube, 2006). Le persone partecipanti raccontano la storia del proprio albero e al tempo stesso riflettono e commentano gli alberi altrui, dando vita a una foresta di connessione e comunità. L’autrice principale ha visto una presenza di gioia e di attenzione intenzionale vibrare nella stanza quando si condividono le storie di ogni albero e i membri del gruppo affermano e convalidano le narrazioni altrui. Le esperienze vissute che vengono condivise sono diverse nella loro presentazione fisica, ma, disposte e allineate insieme, offrono la visione di un’identità comunitaria collettiva. Esempi della diversità degli alberi completati sono riportati nella figura 2, che mostra una foresta di alberi di persone adulte, di adolescenti e dell’infanzia.
Figura 2. Esempio di una foresta di alberi Figura non riprodotta.
Dopo aver costruito una base sicura, il gruppo è pronto a parlare delle proprie perdite in modi che non siano ritraumatizzanti. Nell’approccio dell’Albero della Vita, questa fase si chiama «Quando arrivano le tempeste» (Ncube, 2006). Le tempeste sono una metafora dei momenti difficili e dei traumi che le persone partecipanti hanno vissuto. La conversazione sulle tempeste è collettiva e incoraggia i membri della comunità a condividere idee e competenze mentre parlano di come superare le tempeste (Lock, 2016). Parlare delle tempeste può significare riconoscere lo stigma subito dalle persone sopravvissute a causa della percezione pubblica della violenza armata e della violenza comunitaria, nonché individuare il mutamento o la rottura della visione del mondo che molte di loro sperimentano. Inoltre, l’approccio dell’Albero della Vita apre uno spazio in cui le persone partecipanti possono riconoscere i problemi sociali e sistemici che possono contribuire alla violenza armata, come la povertà, il razzismo e la mancanza di accesso alle risorse per la salute mentale. Le persone partecipanti possono esplorare questi problemi mentre definiscono le proprie tempeste e trovano modi per affrontarli, non solo nella vita personale ma anche a livello comunitario e sociale. Considerare i problemi sociali e sistemici in relazione alle tempeste che si affrontano può aiutare le persone sopravvissute a riformulare le proprie esperienze e favorire la crescita post-traumatica.
Al termine del gruppo, una volta sviluppate le contronarrazioni, le persone partecipanti e chi facilita condividono un momento di festa che simboleggia il cammino percorso dalle persone sopravvissute e la loro capacità di vedersi in modo diverso in questo mondo. Vengono consegnati degli attestati come dono di passaggio verso la loro seconda storia. Gli attestati riportano capacità, speranze e sogni e rappresentano una prova tangibile del movimento compiuto dalla singola persona e dalla comunità collettiva. Alle persone partecipanti viene offerta la possibilità di esprimere un riscontro e, in linea con l’esperienza dell’autrice principale, chi facilita riferisce che le persone partecipanti hanno valutato il gruppo in modo estremamente positivo (Dickson, 2009; Hughes, 2014; Ibrahim & Allen, 2018; Jacobs, 2018; Ncube, 2006). All’ingresso nel gruppo, le persone partecipanti descrivono di sentirsi bloccate e incapaci di sottrarsi all’impatto negativo di ciò che ricorda loro la perdita. Il cambiamento di prospettiva sulla violenza armata insensata, la riduzione della sensazione di vivere senza significato e la comunità creata attraverso il lavoro di gruppo dell’Albero della Vita aprono un varco verso una speranza e una guarigione nascenti. L’attestato ricorda ciò che la vita significa, e può significare, al di là della perdita violenta.
Questo approccio al lutto per omicidio è particolarmente utile per le persone partecipanti che vivono in comunità segnate dalla violenza, dove il senso di controllo e di sicurezza nel funzionamento quotidiano può essere limitato. Di seguito si riportano le riflessioni dell’autrice principale, che ha facilitato i primi quattro gruppi dell’Albero della Vita per le persone sopravvissute alla violenza armata comunitaria a Chicago. Il bisogno e la disponibilità dei membri della comunità a uscire dall’isolamento e a spingersi oltre le reazioni traumatiche associate a chi piange le perdite atroci subite si manifestano nella loro partecipazione ai primi gruppi e nelle continue richieste di organizzarne altri, a testimonianza del fatto che l’Albero della Vita è un approccio adatto per rispondere alla violenza armata comunitaria negli Stati Uniti.
Per rispondere al bisogno della comunità sopravvissuta di riunirsi e di cercare alternative per affrontare il dolore della perdita violenta, sono stati organizzati quattro gruppi per introdurre a Chicago l’intervento dell’Albero della Vita. Due gruppi erano destinati alle famiglie iscritte al programma Community of Survivors, il gruppo di sostegno tra pari di Chicago Survivors per le famiglie che desiderano entrare in contatto con altre persone sopravvissute a una perdita violenta. Il tempo trascorso dall’omicidio andava da 30 giorni a cinque anni. L’iscrizione era volontaria. Le persone partecipanti a Community of Survivors hanno ricevuto un volantino che descriveva lo scopo del gruppo e conteneva un invito a partecipare. Entrambi i gruppi si sono riempiti rapidamente ed erano eterogenei. Le età andavano dai tre anni appena fino a una nonna settantenne. C’erano famiglie composte da una sola persona e altre da sei, che si riunivano ogni settimana per partecipare alla serie strutturata di incontri e parlare della propria esperienza, delle proprie identità e delle storie delle proprie origini.
Altri due gruppi sono stati organizzati in scuole superiori pubbliche di Chicago per giovani con un’esposizione diretta alla perdita per omicidio. Il tempo trascorso dalla perdita andava da 30 giorni al caso di una studentessa del penultimo anno il cui genitore era stato ucciso quando lei aveva tre anni. La partecipazione è stata proposta dal personale del servizio sociale scolastico, e sia i genitori sia la popolazione studentesca coinvolta vi hanno acconsentito. Tutti e quattro i gruppi dell’Albero della Vita sono stati facilitati tra marzo e giugno 2022.
Riconoscendo i diversi tempi della perdita e le diverse traiettorie del lutto di chi si era iscritto, durante gli incontri di gruppo era presente altro personale clinico di Chicago Survivors, per garantire che il sostegno emotivo necessario fosse immediatamente disponibile. Nel caso in cui un membro del gruppo avesse vissuto fattori scatenanti amplificati durante il lavoro di gruppo, sia per le ferite recenti legate a parti della sua storia sia perché stava rivivendo eventi non ancora elaborati, il personale clinico era pronto a offrire un sostegno aggiuntivo. Chicago Survivors ha posto l’accento sul garantire alle persone sopravvissute sicurezza nello spazio del gruppo, in modo che l’attivazione sensoriale potesse essere riconosciuta e sentita senza ritraumatizzare le persone partecipanti. Fortunatamente, in nessuno dei gruppi qualcuno ha avuto bisogno di interventi aggiuntivi durante lo svolgimento.
Quando l’autrice principale riflette su ciò a cui ha assistito nei due gruppi organizzati per i membri di Community of Survivors, ciò che spicca su tutto è l’impatto della presenza di più generazioni nello stesso gruppo, intente a elaborare insieme il trauma e la perdita. Più generazioni di una stessa famiglia hanno avuto l’opportunità di condividere come la perdita violenta le avesse colpite, da una prospettiva adatta all’età e coerente con la generazione in cui erano nate. Questo approccio intergenerazionale è apparso particolarmente potente per le famiglie impantanate negli effetti spietati di molteplici omicidi per arma da fuoco attraverso le generazioni.
I divari generazionali sono stati colmati quando madri e nonne hanno raccontato storie di opportunità, prosperità e comunità legate alla loro decisione di trasferirsi a Chicago negli anni Cinquanta e Sessanta. Le figlie e le nipoti più giovani, che si chiedevano perché vivessero in comunità afflitte dalla violenza, hanno ricevuto in dono racconti sulla loro comunità che hanno iniziato a ri-narrare la storia del loro quartiere come qualcosa di più della violenza di oggi.
Offrendo uno spazio sicuro di curiosità e di esplorazione in questo contesto intergenerazionale, l’autrice principale ha visto i membri delle famiglie appropriarsi delle proprie storie, individualmente e collettivamente, attraverso la progettazione e la definizione di ogni parte del loro albero. Per esempio, nei suoi rami, un figlio ha iniziato a descrivere le sue speranze e i suoi sogni e, poiché la primavera precedente aveva perso il padre a causa della violenza armata, quelle speranze e quei sogni hanno cominciato a parlare di come avrebbe reso orgoglioso suo padre. Era il quinto a portare il suo nome e, per onorarlo, i sogni del padre sono diventati i suoi sogni, e l’eredità del suo nome ha assunto un nuovo significato. Sua madre, che da adolescente aveva perso il fratello a causa della violenza armata, ha ascoltato la sua narrazione piena di speranza e ha cominciato a credere nella capacità del figlio di guarire e di vivere quella che lei chiamava «la bella vita» dopo una simile tragedia. Ha visto per lui una guarigione che non aveva mai avuto per sé. Come mostrano questi esempi, una generazione ha influenzato e segnato l’altra, in un continuo andirivieni, mentre ciò che avevano in comune — liberarsi del peso delle esperienze di lutto e di perdita, esplorando al tempo stesso le proprie competenze, i propri doni e le proprie attitudini creative e traendone beneficio — apriva una via verso le contronarrazioni.
I due gruppi delle scuole superiori si distinguevano da quelli di Community of Survivors anche perché non c’erano scambi intergenerazionali. Quando si è parlato delle radici degli alberi, molte persone giovani hanno espresso un accesso limitato alle esperienze storiche e all’inizio non capivano bene perché fosse importante. Alcune si sentivano vulnerabili nel chiedere queste informazioni alle persone più anziane della famiglia e si domandavano se ciò sarebbe stato visto come una mancanza di onore o di rispetto verso la famiglia. Altre non vivevano con la famiglia biologica e non sapevano a chi chiedere. Per la serie di incontri si è trattato di un apprendimento, a cui l’autrice principale ha risposto esplorando con le persone giovani il valore dell’ascendenza. Una volta suscitato il loro interesse, hanno discusso di come rivolgersi in modo rispettoso alle persone anziane della famiglia. Si sono esercitate con conversazioni simulate e molte hanno trovato gioia nello scoprire e nel condividere la storia delle persone a cui erano legate e di come quei legami fossero nati.
Senza la componente intergenerazionale, l’omogeneità del gruppo delle superiori sembra aver favorito una coesione e un sostegno reciproco molto forti tra le persone partecipanti. Forse l’aspetto più toccante di questi gruppi è stato assistere al modo in cui la gioventù affrontava la presenza di una violenza comunitaria persistente mentre cercava di guarire dalla violenza armata passata. L’esposizione a un omicidio era un requisito per l’iscrizione e, durante lo svolgimento dei nostri gruppi, le persone partecipanti sono state investite da sparatorie improvvise e da confinamenti scolastici dovuti alla violenza, sia a scuola sia nel quartiere circostante. Riconoscere che la probabilità di morire per un colpo d’arma da fuoco prima del diploma è statisticamente più alta di quella di morire in un incidente stradale può prosciugare la capacità di sperare e di aspirare a convinzioni positive (National Safety Council, 2023). La popolazione studentesca non si è lasciata scoraggiare e, pur rifiutando l’etichetta di resiliente, è sopravvissuta. L’autrice principale ha visto nascere nel corso degli anni relazioni fatte di attenzione reciproca alla sicurezza a casa, di sostegno nelle nuove perdite e di responsabilità condivisa nel conseguire il diploma o nel passare a una nuova scuola.
Giunto il momento della presentazione, l’orgoglio e la gioia espressi avevano qualcosa di sacro. Condividere speranze e sogni, doni e talenti, storia e famiglia può sembrare un messaggio ordinario da esplorare. Tuttavia, nella vita di chi affronta l’impatto negativo, i pregiudizi e gli stereotipi che accompagnano la vita in comunità segnate dalla violenza, si tratta di occasioni rare che si discostano dalla narrazione dominante. Le persone giovani hanno potuto presentare i loro lavori conclusi e riconoscersi nelle perdite reciproche e nella natura del dolore causato dalla violenza comunitaria, mentre costruivano la loro foresta di alberi. Sentirle affermare ed esprimere gratitudine per l’arte dell’espressione attraverso il supporto visivo di un albero è stato un momento straordinario. In questa fase di coesione del gruppo, l’autrice principale si è sentita più testimone che facilitatrice. Poteva vederle aprirsi a esperienze che tante volte avevano evitato di condividere, e il gruppo rispondeva con sostegno, aiutandosi reciprocamente a riscrivere le proprie narrazioni individuali e collettive. La conclusione del programma è stata accolta con richieste che Chicago Survivors tornasse l’anno successivo e che si sostenessero le persone giovani nel migliorare la loro capacità di condividere le proprie storie in modi più significativi.
Il servizio sociale è incoraggiato a integrare l’Albero della Vita nella propria pratica, ricordando che si tratta solo dell’inizio della presa in carico del trauma complesso causato dall’essere testimoni della violenza armata e dalla perdita per omicidio. Apre la porta come punto d’ingresso (Dickson, 2009) a un lavoro terapeutico continuativo, mentre le persone sopravvissute costruiscono la propria narrazione e ri-narrano le proprie esperienze. L’Albero della Vita trova quindi la sua collocazione migliore all’interno di una serie di interventi narrativi consapevoli del trauma. Con questo approccio, chi opera nel servizio sociale può costruire un rapporto di fiducia con le persone assistite attraverso dinamiche centrate sulla persona e delimitare spazi sicuri di esplorazione delle loro esperienze di vita, che comprendono la narrazione del trauma. La pressione a immergersi a fondo nella tragedia che ha riunito le persone sopravvissute non viene presentata come essenziale per la loro guarigione, ma come un possibile passo successivo, se la persona sopravvissuta desidera sviluppare quella parte della propria storia in modi per lei importanti e sensati. Il lavoro dell’Albero della Vita riconosce dove e come le esperienze traumatiche hanno segnato una persona sopravvissuta e la sua comunità e sostiene la sua autodeterminazione nell’andare avanti. Non lo sottolineeremo mai abbastanza: il lavoro dell’Albero della Vita non è una panacea e non ci si aspetta che risolva tutti i sintomi di lutto e di trauma delle persone partecipanti. È tuttavia un potente punto di partenza, particolarmente adatto in comunità che possono essere restie a farsi coinvolgere o che trovano inadeguati gli approcci psicoterapeutici occidentali tradizionali.
Riconoscendo l’Albero della Vita come punto d’ingresso, il servizio sociale può costruire una serie di pratiche narrative consapevoli del trauma per le persone sopravvissute alla violenza armata comunitaria. Per esempio, per il lavoro nei sistemi scolastici, Chicago Survivors sperimenterà un continuum di sostegno che prevede la presenza di una figura del servizio sociale nella scuola per la pianificazione settimanale del trattamento e la terapia. Dopo aver completato il gruppo dell’Albero della Vita, le persone giovani inizieranno un ciclo di otto-dodici settimane intitolato Power of Storytelling, sviluppato dall’autrice principale. Power of Storytelling utilizza un quadro di matrice narrativa che accompagna le persone partecipanti mentre continuano a esplorare percorsi di possibilità legati alla crescita post-traumatica.
Camminare accanto alle persone in lutto dopo una perdita violenta significa farsi testimoni del loro dolore. Ascoltare e sostenere persone che hanno vissuto un trauma può essere al tempo stesso gratificante e impegnativo, e può incidere sul benessere emotivo e psicologico di chi lavora nel servizio sociale. Il concetto di trauma stewardship (custodia del trauma), introdotto da van Dernoot Lipsky e Burk (2009), offre un quadro per praticare la cura di sé necessaria a restare in questo ambito di lavoro. La custodia del trauma porta la cura di sé nel come e nel perché del nostro lavoro. Come assistenti sociali, abbiamo l’onore di offrire uno spazio sicuro e di sostegno in cui le persone possano condividere le proprie storie e procedere verso la guarigione. Abbiamo anche la responsabilità di assicurarci di non contribuire alla ritraumatizzazione delle persone con approcci non solo inefficaci ma anche dannosi (Garo & Lawson, 2019). Prendendoci cura dei nostri bisogni e concependo il nostro lavoro come custodia del trauma, siamo in condizione migliore per sostenere il trauma altrui e per esserne testimoni, proteggendoci al tempo stesso dal burnout e dalla fatica da compassione. In questo modo, la custodia del trauma e la cura di sé sono componenti essenziali del processo di guarigione, non solo per chi ha vissuto un trauma, ma anche per chi, nel servizio sociale, si impegna a sostenerlo.
Per chi, nel servizio sociale, desidera formarsi nelle pratiche narrative in generale e nell’Albero della Vita in particolare, le persone che facilitano i gruppi di Chicago Survivors si sono formate presso The Narrative Therapy Centre (s.d.) in Ontario, Canada, e offrono contatti con questo centro. Per corsi più intensivi e programmi di certificazione, è possibile esplorare partenariati con l’organizzazione fondatrice delle pratiche narrative, il Dulwich Centre di Adelaide, in Australia, che offre opportunità di formazione sia online sia in presenza (Dulwich Centre Publications Pty Ltd & Dulwich Centre Foundation Inc., s.d.). Infine, abbiamo collaborato con Jill Friedman dell’Evanston Family Therapy Center (s.d.) per ricevere i Grief Specific Narrative Practice Tools.
Le opportunità di ricerca sull’Albero della Vita abbondano. Nella loro rassegna della letteratura esistente, Stiles et al. (2021) non hanno trovato alcuno studio scientificamente rigoroso sull’Albero della Vita, osservando che tutti gli studi precedenti avevano campioni insufficienti. Allo stesso modo, Stubbs (2022), nella sua esplorazione delle esperienze di chi facilita l’Albero della Vita, ha trovato soltanto 10 articoli empirici, con campioni altrettanto ridotti, a eccezione di un’analisi tematica con 93 partecipanti. Stiles et al. (2021) hanno sviluppato il Roots and Wings Questionnaire for Children and Youth insieme a una proposta di studio sull’efficacia dell’Albero della Vita nel lavoro con giovani di origine rifugiata negli Stati Uniti, in Canada, nel Regno Unito e in Sudafrica. Non è stato trovato alcuno studio empirico sul lavoro dell’Albero della Vita specificamente con persone sopravvissute alla violenza armata negli Stati Uniti. Per iniziare a costruire la base di ricerca sull’Albero della Vita con le persone sopravvissute alla violenza armata comunitaria, le autrici propongono una collaborazione tra un’università o un centro di ricerca e Chicago Survivors per esaminare l’esperienza delle persone partecipanti all’approccio dell’Albero della Vita e sviluppare un’agenda di ricerca basata sui temi emersi dai riscontri clinici raccolti nelle prime quattro coorti. Chi, nel servizio sociale, utilizza o inizia a utilizzare l’approccio dell’Albero della Vita è incoraggiato a impegnarsi in una ricerca basata sulla pratica che esamini l’impatto dell’intervento.
Intrecciando la narrazione dell’autrice principale sul suo lavoro presso Chicago Survivors con la ricerca sulla violenza armata, sul lutto per omicidio e sull’approccio dell’Albero della Vita, abbiamo cercato di scrivere una contronarrazione che onori l’opera inimmaginabile del sopravvivere all’assassinio di pari e persone care in mezzo alla violenza comunitaria, e che mostri al servizio sociale modi per impegnarsi in questo lavoro. I primi gruppi dell’Albero della Vita organizzati nella comunità sopravvissuta ci hanno mostrato che, pur essendo una porta d’ingresso al lavoro sulla narrazione del trauma, soprattutto rispetto a esperienze difficili come la violenza comunitaria, può essere una metodologia ideale per accedere alle parti difficili della propria storia in modo attento al trauma. Offrire uno spazio sicuro, una comunicazione compassionevole e una risposta culturalmente consapevole attraverso il quadro dell’Albero della Vita ha permesso ai membri della comunità di intravedere i benefici di un’esperienza terapeutica e li ha lasciati con il desiderio di proseguire. Ha gettato un ponte verso nuovi modi di appartenere e di immaginarsi al di fuori della storia unica della violenza comunitaria.
Le persone giovani e le famiglie accompagnate nei primi quattro gruppi hanno trovato senso nel vedere l’albero intero, pur notando le parti che portavano tristezza, separazione o disagio. La forza delle esperienze condivise, resa visibile nella foresta degli alberi, per quanto difficili, ha unito le persone attraverso il dolore, il lutto e la volontà di guarire. È stato trasformativo, relazionale e terapeutico. Vi invitiamo a unirvi a noi nell’accogliere il potenziale dell’approccio narrativo di gruppo dell’Albero della Vita, per arricchire la nostra pratica di servizio sociale e accompagnare persone e comunità verso la guarigione e la crescita collettiva.
Complexe Systémique: punti chiave
Questo resoconto dal campo richiama un principio che la terapia familiare conosce bene, ma che a volte dimentica di fronte al trauma: a una famiglia non si chiede di raccontare la catastrofe prima di averle dato un terreno su cui poggiare. L’Albero della Vita comincia dalle radici, dalle appartenenze e dalle competenze, e passa alle «tempeste» solo una volta posata questa base, collettivamente. Due osservazioni interpellano direttamente la pratica sistemica: la forza dei gruppi in cui più generazioni ri-narrano insieme il quartiere, e il rifiuto delle persone giovani di farsi etichettare come «resilienti», che ricorda come un’etichetta lusinghiera possa anche squalificare la sofferenza. Il testo colloca inoltre il lutto nel suo contesto sociale, razziale e politico, lontano da una lettura puramente individuale. Resta il fatto che non si tratta di uno studio: gli effetti riportati si basano sul racconto della facilitatrice e su una letteratura ancora esigua, come le stesse autrici riconoscono. Da leggere insieme a l’articolo sull’Albero della Vita in un gruppo di donne con fibromialgia e l’articolo su un approccio narrativo ai gruppi di familiari in lutto.
Note dell’originale
Nota delle autrici. La corrispondenza va indirizzata ad Andrya Soprych, Social Work Department, Northeastern Illinois University, Chicago, IL 60625.
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Traduzione non ufficiale in italiano di Beginning the Healing Journey: Re-Storying Violent Loss through Tree of Life Narrative Groupwork, di JaShawn Hill e Andrya Soprych, Advances in Social Work, vol. 24, no 2 (2024), doi: 10.18060/27353, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (figura 2 non riprodotta). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
L’articolo originale, «Beginning the Healing Journey: Re-Storying Violent Loss through Tree of Life Narrative Groupwork», è stato pubblicato su Advances in Social Work (2024) con licenza CC BY 4.0. Traduzione non ufficiale di Complexe Systémique, realizzata con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Hill, J., e Soprych, A. (2024). Beginning the Healing Journey: Re-Storying Violent Loss through Tree of Life Narrative Groupwork. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/beginning-the-healing-journey-re-storying-violent-loss-through-tree-of-life-narrative (Opera originale pubblicata nel 2024 in Advances in Social Work, vol. 24, n. 2 (2024); ripubblicata nel 2024 da Advances in Social Work, https://journals.indianapolis.iu.edu/index.php/advancesinsocialwork/article/view/27353)
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