Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Frontiers in Psychology · Terapia familiare
Dopo gli attacchi del 7 ottobre, famiglie del sud di Israele vivono in alberghi e rifugi. Dieci psicoterapeute e psicoterapeuti di danzamovimentoterapia descrivono le sedute con un genitore e il suo bambino o la sua bambina: la persona adulta venuta «per il bambino» scopre che lo spazio accoglie anche lei, e il corpo parla prima delle parole.
Traduzione non ufficiale in italiano di Moving bodies, healing bonds: dyadic embodied psychotherapy in crisis settings, di Maya Vulcan, Tamar Dvir ed Einat Shuper Engelhard, pubblicato in Frontiers in Psychology (Frontiers Media) (2025), doi: 10.3389/fpsyg.2025.1714477, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le dichiarazioni di fine articolo sono raggruppate nelle note. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Per l’infanzia traumatizzata, le persone intervistate hanno descritto costantemente la stessa sequenza: la via verso il linguaggio comincia nel corpo.
Maya Vulcan, Tamar Dvir ed Einat Shuper Engelhard
Abstract
Introduzione. Bambine, bambini e genitori esposti allo sfollamento forzato legato alla guerra vivono spesso alterazioni nella regolazione emotiva, nella disponibilità relazionale e nelle capacità comunicative. Benché gli interventi diadici siano sempre più riconosciuti come importanti nei contesti di emergenza, si sa meno di come operino i processi incarnati, basati sul movimento, nel lavoro terapeutico genitore-figlio durante le crisi acute legate allo sfollamento. Questo studio qualitativo esamina le esperienze di psicoterapeute e psicoterapeuti con interventi basati sul movimento rivolti a diadi genitore-figlio in contesti di emergenza, concentrandosi sulla loro comprensione soggettiva dei processi terapeutici con l’infanzia e con chi se ne prende cura.
Metodi. Con l’analisi fenomenologica interpretativa (IPA) sono state condotte interviste semistrutturate con dieci persone formate alla psicoterapia del movimento ed esperte di contesti di crisi e di emergenza. Le interviste hanno esplorato il modo in cui queste persone danno senso al cambiamento terapeutico nel lavoro diadico incarnato dopo lo sfollamento forzato dovuto alla guerra.
Risultati. Sono emersi due temi sovraordinati. In primo luogo, il setting diadico è stato percepito come fondamentale per sostenere la co-regolazione incarnata e la disponibilità emotiva sia del genitore sia del bambino o della bambina. Le persone intervistate hanno descritto come la presenza dei caregiver, inizialmente periferica, si trasformasse spesso in un coinvolgimento attivo, rafforzando il senso di sicurezza del figlio o della figlia e consentendo una trasformazione reciproca all’interno della diade. In secondo luogo, il movimento è stato inteso non come una semplice tecnica, ma come una modalità terapeutica primaria, capace di facilitare l’espressione preverbale, la sintonizzazione relazionale e una costruzione di significato incarnata e regolativa in contesti in cui il discorso verbale era limitato. La presenza incarnata della figura terapeutica fungeva spesso da modello delle funzioni genitoriali, ravvivando la responsività e la vitalità dei caregiver. Il movimento ha funzionato anche come lente diagnostica e relazionale, consentendo di valutare in tempo reale le risposte al trauma, la sincronia interazionale e i cambiamenti nella regolazione.
Discussione. I risultati evidenziano il valore dell’integrazione di approcci non verbali, attenti allo sviluppo e orientati alla relazione nei quadri clinici rivolti alle famiglie che attraversano crisi legate allo sfollamento. Lo studio suggerisce che la progettazione degli interventi nei contesti di emergenza dovrebbe includere esplicitamente componenti diadiche e corporee che coinvolgano sia il caregiver sia il bambino o la bambina come partecipanti attivi, ponendo l’accento sulla co-regolazione incarnata e sulla riparazione relazionale come processi centrali nelle prime fasi del recupero dal trauma.
Parole chiave: crisi; danzamovimentoterapia; sfollamento; psicoterapia diadica; interventi incarnati; contesti di emergenza; genitore-figlio; trauma
Le crisi umanitarie dell’ultimo decennio, tra cui guerre, catastrofi naturali e sfollamenti forzati, hanno esposto milioni di minori in tutto il mondo a gravi traumi psicologici. Questi eventi catastrofici non solo rappresentano una minaccia immediata per la sopravvivenza fisica delle vittime, ma possono anche produrre alterazioni durature nello sviluppo e nel benessere dell’infanzia sopravvissuta, con conseguenze emotive, relazionali e cognitive persistenti (Bürgin et al., 2022). Wisner e Adams (2002) definiscono un’emergenza complessa come una situazione caratterizzata dalla perdita dei mezzi di sussistenza e da minacce alla vita dovute alla guerra, a disordini civili o a sfollamenti su larga scala, che spesso richiede risposte di emergenza in condizioni politicamente e fisicamente pericolose. Tali situazioni sono caratterizzate dal crollo delle infrastrutture sociali e dei sistemi di protezione che normalmente sostengono la salute mentale dell’infanzia, e generano un trauma individuale e collettivo profondo.
Il presente studio è stato condotto all’indomani degli attacchi terroristici del 7 ottobre in Israele, durante i quali molte famiglie hanno trascorso lunghe ore nei rifugi sotto la minaccia di una violenza continua. In seguito a questi eventi, numerose famiglie del sud di Israele sono state costrette a lasciare le proprie case nel mezzo di un intenso conflitto nella zona. Molte sono state trasferite in strutture temporanee, talvolta separate da altri membri della famiglia (Shay et al., 2024; Weinberg, 2025). A fronte di danni così sfaccettati, compresi quelli vissuti dopo gli attacchi del 7 ottobre, il personale della salute mentale ricorre a interventi centrati sulla crisi, concepiti per attenuare il disagio e sostenere la resilienza dell’infanzia e dei genitori (Arega, 2023). Un insieme crescente di evidenze meta-analitiche sostiene l’efficacia degli interventi centrati sul trauma per l’infanzia colpita da crisi umanitarie (Burkhart et al., 2023; Nocon et al., 2017; Velu et al., 2025), confermando l’impatto positivo di approcci centrati sul trauma come la terapia cognitivo-comportamentale, l’Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR) e la Narrative Exposure Therapy nell’alleviare il disagio psicologico tra le persone rifugiate e i minori esposti a catastrofi. Accanto alla proliferazione di interventi psicosociali per l’infanzia nelle scuole e nelle comunità, è evidente che realizzare interventi di salute mentale in contesti di emergenza pone una serie di sfide operative specifiche, tra cui infrastrutture limitate, forte mobilità della popolazione e dinamiche culturali complesse (Kamali et al., 2020).
Due interventi di prima linea ampiamente utilizzati nella risposta precoce al trauma sono la terapia del gioco e il primo soccorso psicologico (PFA). La terapia del gioco offre all’infanzia un mezzo simbolico e adeguato allo sviluppo per esprimere esperienze travolgenti (Cohen et al., 2010) e si è dimostrata efficace nel ridurre i sintomi di stress post-traumatico e di ansia nei minori esposti alla guerra e allo sfollamento (Cohen and Gadassi, 2018; Schottelkorb et al., 2012; Tucker et al., 2021). Il PFA, invece, è un intervento breve e a bassa intensità, pensato per ristabilire un senso di sicurezza, di stabilità e di connessione sociale nell’immediato dopo-crisi (Gilbert et al., 2021; Wang et al., 2024). Insieme, questi approcci mettono in luce due bisogni essenziali dell’intervento precoce: l’espressione emotiva e la stabilizzazione dell’ambiente. Tuttavia, nessuna delle due modalità coinvolge esplicitamente processi incarnati, basati sul movimento, all’interno della diade genitore-figlio, né affronta il ruolo incarnato della figura terapeutica nei contesti di crisi.
I caregiver svolgono un ruolo cruciale nel recupero emotivo dell’infanzia colpita da crisi e sfollamento, e il loro coinvolgimento negli interventi di salute mentale è stato costantemente associato a migliori esiti terapeutici (Szota et al., 2023). La ricerca ha dimostrato che un coinvolgimento costruttivo dei caregiver nel trattamento della salute mentale infantile si associa a una migliore frequenza delle sedute, a una maggiore aderenza ai protocolli di trattamento, a esiti clinici migliori e a un maggiore utilizzo delle abilità terapeutiche al di fuori del setting terapeutico (Rependa et al., 2024). Tuttavia, i fattori di stress cronici successivi allo sfollamento, come le difficoltà economiche e l’insicurezza persistente, possono erodere le risorse emotive dei caregiver, contribuendo allo stress genitoriale, al ritiro, a un minore calore affettivo e a interazioni genitore-figlio compromesse (Sim et al., 2018), il che sottolinea la necessità di un sostegno contestualizzato a chi si prende cura dei minori. I risultati meta-analitici forniscono un sostegno empirico all’inclusione dei caregiver negli interventi sul trauma: la popolazione giovanile esposta al trauma presenta una riduzione dei sintomi di disturbo da stress post-traumatico (PTSD), depressione e ansia quando i caregiver sono coinvolti (Arega, 2023; Szota et al., 2023). Nonostante queste conoscenze, le terapie diadiche strutturate, cioè quelle che assumono esplicitamente la relazione genitore-figlio come unità di intervento, restano rare nelle fasi acute della risposta all’emergenza. Nocon et al. (2017) osservano che, anche quando il coinvolgimento dei genitori è previsto, come nella terapia del gioco centrata sul bambino, la partecipazione effettiva è spesso limitata. Ciò sottolinea la necessità di disegni diadici più intenzionali e strutturati, in particolare in ambienti ad alto stress e con risorse limitate.
In genere, la partecipazione dei caregiver agli interventi di emergenza è informale e accessoria, limitata alla psicoeducazione o a indicazioni pratiche, anziché inserita in modelli terapeutici sistematici a doppio focus (Kamali et al., 2020). Questa lacuna è confermata dai risultati di Bauch (2022), che, in un’ampia rassegna della letteratura sulle terapie artistiche creative con famiglie rifugiate, ha individuato una persistente scollatura tra la pratica sul campo e la ricerca sottoposta a revisione paritaria. Benché gli interventi condotti dalle ONG coinvolgano spesso in modo creativo genitori o caregiver, pochi studi documentano o valutano con rigore i meccanismi e gli esiti di questi sforzi diadici. Di conseguenza, molti interventi restano centrati principalmente sull’infanzia, con una valutazione limitata delle dinamiche familiari o degli effetti relazionali della partecipazione dei caregiver (Arega, 2023).
La psicoterapia genitore-bambino, nota anche come terapia diadica, si fonda sulla teoria dell’attaccamento e su principi psicodinamici. Mira a ripristinare i sistemi di attaccamento compromessi facilitando l’esplorazione condivisa delle esperienze emotive tra genitore e figlio o figlia, in particolare dopo un trauma (Cicchetti and Toth, 2009; Fonagy et al., 2002). Un modello di riferimento in questo ambito è la Child–Parent Psychotherapy (CPP), sviluppata da Lieberman et al. (2005). Partendo dalla metafora dei «fantasmi nella stanza dei bambini» (Fraiberg et al., 1975), hanno introdotto il concetto di «angeli nella stanza dei bambini»: esperienze interiorizzate di cure sintonizzate che possono essere riattivate per sostenere la guarigione. Questo modello sottolinea che la terapia diadica del trauma implica non solo l’elaborazione del danno passato, ma anche il risveglio di rappresentazioni interne di sicurezza, gioia e connessione. Questi «angeli» possono essere ravvivati grazie alla presenza del bambino o della bambina e a un’interazione co-regolata, consentendo ai caregiver di riconnettersi con il proprio ruolo di figure protettive ed emotivamente disponibili. La CPP utilizza diverse tecniche, tra cui la funzione riflessiva (Slade, 2005) e l’interpretazione del comportamento alla luce della storia relazionale (Fraiberg et al., 1975), e si fonda sull’interazione verbale e simbolica. La CPP ha mostrato esiti positivi nelle famiglie esposte al trauma, in particolare nel miglioramento della regolazione emotiva e della sicurezza relazionale (Lieberman et al., 2005). Nonostante questi modelli promettenti, l’attuazione di interventi diadici strutturati nei contesti di emergenza acuta resta limitata. La maggior parte dei programmi disponibili si concentra esclusivamente sull’infanzia oppure coinvolge i genitori solo in ruoli periferici o di supporto (Arega, 2023; Bürgin et al., 2022). Ostacoli strutturali, tra cui lo sfollamento, l’instabilità e l’indisponibilità di spazi terapeutici riservati, limitano ulteriormente la possibilità di offrire cure intensive centrate sulla famiglia in tali ambienti.
La ricerca neuroscientifica sostiene sempre più il contributo specifico delle terapie artistiche creative nella cura del trauma (Perryman et al., 2019). Malchiodi (2020) sottolinea che il trauma è codificato a livello somatico e immagazzinato nella memoria implicita, il che rende gli approcci corporei particolarmente efficaci per attivare le vie sensoriali, sostenere la co-regolazione e consentire l’integrazione simbolica di esperienze travolgenti. Ciò è in linea con la ricerca sul trauma che sottolinea il ruolo del corpo nel recupero e la necessità di interventi che accedano alla memoria non verbale e sensomotoria (van der Kolk, 2014). Attingendo alla teoria psicodinamica, ai modelli dell’attaccamento, all’elaborazione sensomotoria e alle cure informate sul trauma, la danzamovimentoterapia (DMT), modalità psicoterapeutica a orientamento corporeo che rientra nelle terapie artistiche creative (CAT), offre uno spazio terapeutico per la regolazione emotiva, la riparazione relazionale e la sicurezza incarnata, in particolare nei contesti in cui la comunicazione verbale può essere limitata per ragioni evolutive o culturali (Baumgarten et al., 2022; Crooks and Mensinga, 2021; Schaeffer and Cornelius-White, 2021). Le attività basate sul movimento con famiglie rifugiate favoriscono la connessione emotiva e rafforzano la resilienza attraverso l’interazione non verbale (Baumgarten et al., 2022). Dieterich-Hartwell et al. (2021) hanno sviluppato un protocollo di DMT strutturato e informato sul trauma per persone rifugiate reinsediate, che pone l’accento su rituali culturalmente radicati, oggetti simbolici e metafore di danza condivise come meccanismi di riparazione identitaria, regolazione emotiva e sostegno relazionale. Questi risultati sottolineano il potenziale della DMT nel favorire il recupero attraverso la co-creazione incarnata e una guarigione di comunità. Tra le tecniche terapeutiche comuni agli interventi corporei con persone rifugiate figurano l’uso del rituale, della metafora e la creazione di «spazi sicuri» incarnati (Schaeffer and Cornelius-White, 2021).
Mentre modelli psicodinamici come la CPP pongono l’accento sui processi verbali, simbolici e riflessivi nella riparazione diadica del trauma, la DMT offre una via parallela, ma distinta, fondata sull’interazione non verbale e incarnata. La DMT diadica pone l’accento sulla sincronia fisica, sulla sintonizzazione sensoriale e sulla co-regolazione attraverso il movimento tra caregiver e bambino o bambina. Le sedute diadiche di movimento migliorano la sintonizzazione emotiva e la vicinanza relazionale tra genitori e figli, in particolare attraverso la sincronia ritmica e la presenza incarnata condivisa (Kedem and Regev, 2021). La ricerca mette in evidenza diversi meccanismi chiave attraverso i quali la DMT sostiene la guarigione diadica: la co-regolazione incarnata, che ripristina i legami di attaccamento attraverso il movimento ritmico condiviso (Baumgarten et al., 2022); l’uso di rituali non verbali e intergenerazionali, come il cullare e il movimento condiviso, per l’espressione e il contenimento emotivi (Schaeffer and Cornelius-White, 2021); e tecniche basate sul movimento che favoriscono l’autoregolazione e la resilienza nell’infanzia (Harris, 2007). Nel loro insieme, questi meccanismi mostrano come la DMT faciliti sia la sintonizzazione fisiologica sia l’elaborazione emotiva simbolica all’interno della relazione tra caregiver e bambino o bambina.
Nonostante solide basi teoriche e cliniche, la ricerca sulla DMT diadica nei contesti di emergenza acuta resta limitata. Gli studi esistenti hanno esaminato soprattutto interventi basati sul movimento o sulle arti creative nelle fasi post-acute o di reinsediamento (Dieterich-Hartwell et al., 2020), lasciando una lacuna nella comprensione del modo in cui le figure terapeutiche usano il movimento all’interno delle diadi genitore-figlio nelle fasi iniziali della crisi, ad alto stress. Poco si sa di come vivano questo lavoro, di come interpretino i processi basati sul movimento in condizioni di emergenza o di come questi interventi sostengano la regolazione, la connessione e la costruzione di significato quando le famiglie sono sfollate ed emotivamente sopraffatte. Lo scopo del presente studio era quindi esplorare l’esperienza vissuta di psicoterapeute e psicoterapeuti che hanno condotto interventi diadici basati sul movimento con genitori e figli durante la fase acuta dello sfollamento seguito agli attacchi del 7 ottobre. Lo studio ha affrontato le seguenti domande di ricerca:
Questo studio ha adottato l’analisi fenomenologica interpretativa (IPA) come approccio qualitativo, scelta per la sua attenzione al modo in cui le persone partecipanti danno senso alle proprie esperienze vissute (Smith et al., 2009). L’IPA è particolarmente adatta a esplorare fenomeni complessi e soggettivi, poiché consente di individuare schemi esperienziali condivisi preservando l’unicità dei singoli resoconti. Un tratto centrale dell’IPA è la sua doppia ermeneutica, in cui il gruppo di ricerca cerca di comprendere come le persone partecipanti interpretano le proprie esperienze (Montague et al., 2020). Questa postura interpretativa era coerente con gli obiettivi del presente studio, poiché consentiva un’esplorazione sfumata del modo in cui le figure psicoterapeutiche riflettono sul proprio uso degli interventi diadici basati sul movimento nei contesti di emergenza e vi costruiscono un significato. Mettendo in primo piano l’esperienza vissuta di chi conduce la terapia, l’IPA ha offerto un metodo per cogliere le comprensioni stratificate ed evolutive emerse nelle sedute genitore-figlio condotte in contesti di cura d’emergenza.
Per questo studio sono state reclutate dieci figure psicoterapeutiche. La loro esperienza clinica variava da 7 a 36 anni (M = 16) e tutte tranne una avevano un’ampia esperienza di terapia diadica, compresa tra 5 e 24 anni (M = 10). Le persone partecipanti sono state selezionate in base ai seguenti criteri di inclusione: (1) coinvolgimento diretto in interventi di emergenza durante periodi di trauma collettivo; (2) esperienza clinica di lavoro sia con l’infanzia sia con i genitori; (3) trattamento di almeno 10 diadi genitore-figlio durante il periodo di emergenza; e (4) formazione specifica sia in psicoterapia sia in modalità terapeutiche basate sul movimento. Tutte le persone partecipanti erano in possesso di un titolo post-laurea in DMT rilasciato da istituzioni accademiche accreditate dal Consiglio israeliano per l’istruzione superiore.
Tutte le persone partecipanti hanno lavorato con famiglie sfollate dal sud di Israele dopo gli attacchi del 7 ottobre e la successiva evacuazione dovuta al conflitto in corso. Gli interventi sono iniziati da pochi giorni a poche settimane dopo gli attacchi e sono proseguiti per tutti i primi mesi dello sfollamento. Le sedute diadiche si sono svolte in diversi contesti di emergenza, tra cui alberghi per le persone evacuate, centri comunitari per la resilienza e rifugi comunali, spesso in stanze improvvisate o polifunzionali, durante la fase acuta dello sfollamento, quando le famiglie vivevano ancora nell’incertezza, tra allarmi intermittenti e condizioni in rapido cambiamento. In questo periodo, le figure terapeutiche hanno lavorato con numerose famiglie, tra cui decine di bambine e bambini dai 3 agli 11 anni e i loro genitori, tutte sradicate a causa dei combattimenti o della distruzione delle loro case. Benché la maggior parte di questi minori non avesse assistito direttamente alla violenza, aveva subito lunghe permanenze nei rifugi ed era stata esposta a una forte ansia e a un notevole disagio emotivo dei genitori. Non sono state condotte sedute separate di supervisione genitoriale; la riflessione e il sostegno rivolti ai genitori sono stati invece integrati nel lavoro diadico stesso, come parte del processo terapeutico condiviso.
Le persone partecipanti sono state reclutate tramite reti professionali e associazioni cliniche, e lo studio ha adottato un campionamento intenzionale (Smith et al., 2009), metodo adatto a individuare partecipanti in grado di fornire prospettive ricche e fondate sull’esperienza riguardo al tema della ricerca. Dopo un primo contatto, chi aveva manifestato interesse per lo studio ha ricevuto informazioni scritte dettagliate sui suoi obiettivi, sulle procedure e sulle garanzie etiche. Chi ha accettato di partecipare ha firmato un modulo di consenso informato. Tutte le interviste si sono svolte su Zoom, secondo la disponibilità e le preferenze delle persone partecipanti. Ogni intervista è durata tra i 60 e i 90 min ed è stata registrata in audio. Al momento della raccolta dei dati, tutto il lavoro terapeutico rilevante per lo studio era già concluso, il che garantiva che le interviste si concentrassero su resoconti riflessivi e non su processi clinici in corso.
Lo studio è stato approvato dal comitato etico istituzionale (IRB) della Faculty of Social Welfare and Health Sciences della University of Haifa (approvazione n. 132/24). Le persone partecipanti sono state informate dei propri diritti, compreso quello di ritirarsi in qualsiasi momento senza alcuna penalizzazione. Per tutta la durata dello studio sono stati mantenuti rigorosi protocolli di riservatezza: tutti i dati identificativi relativi alle persone partecipanti e alle persone da loro seguite sono stati rimossi, codificati e conservati in modo sicuro. Lo studio ha rispettato gli standard etici stabiliti per la ricerca qualitativa con esseri umani, con particolare attenzione alla natura sensibile del materiale legato al trauma e al contesto clinico in cui i racconti sono stati condivisi.
I dati di questo studio qualitativo sono stati raccolti con due strumenti principali: interviste approfondite semistrutturate (Kvale, 2007) e la versione ebraica del modulo Helpful Aspects of Therapy (HAT) (Azoulay and Orkibi, 2018; Gavron et al., 2024; Llewelyn et al., 1988; Shakarov et al., 2019). Le interviste semistrutturate hanno seguito un formato coerente con l’IPA, con domande guida aperte e sollecitazioni flessibili che consentivano alle persone partecipanti di approfondire le proprie esperienze vissute e i significati attribuiti (Smith et al., 2009). La traccia dell’intervista esplorava aree chiave dell’esperienza professionale e delle riflessioni cliniche delle figure terapeutiche, tra cui: (a) percorso professionale e motivazione all’uso della terapia basata sul movimento; (b) caratteristiche centrali del lavoro con diadi genitore-figlio nei contesti di emergenza; (c) acquisizioni cliniche e raccomandazioni derivate dal lavoro in contesti di crisi; (d) legami tra trauma e movimento, e modo in cui il trauma si esprime e viene elaborato nel corpo; (e) punti di forza e limiti percepiti del modello di intervento; e (f) ruolo del movimento come strumento di osservazione e strumento terapeutico nelle interazioni diadiche.
Il modulo Helpful Aspects of Therapy (HAT) (Llewelyn et al., 1988) comprende due domande aperte sugli eventi utili e su quelli d’ostacolo nella terapia, e due item di valutazione dell’importanza percepita di ciascun evento. La versione ebraica utilizzata in questo studio è un adattamento del modulo originale, validato per l’uso con la popolazione israeliana (Azoulay and Orkibi, 2018; Gavron et al., 2024; Shakarov et al., 2019). Il modulo consente a partecipanti e professionisti di descrivere con parole proprie ciò che hanno trovato più utile o più d’ostacolo durante la terapia e di valutare l’importanza di queste esperienze. Il modulo HAT ha completato le interviste individuando momenti specifici che le figure terapeutiche hanno percepito come utili o d’ostacolo durante le sedute, offrendo ulteriori elementi sull’impatto e sull’efficacia dell’intervento.
I dati sono stati analizzati secondo i principi dell’IPA (Smith et al., 2009), per esplorare il modo in cui le figure psicoterapeutiche interpretavano il proprio lavoro di conduzione di interventi diadici basati sul movimento nei contesti di emergenza. L’analisi ha seguito un processo strutturato in più fasi. Ogni intervista è stata dapprima trascritta parola per parola ed esaminata per individuare segmenti significativi nei racconti delle persone partecipanti. È stato poi condotto un confronto tra i casi per far emergere schemi ricorrenti ed elementi concettuali condivisi, prestando attenzione sia alle convergenze sia alle divergenze tra i resoconti, così da preservare le sfumature individuali e le differenze di accento. Benché l’analisi abbia considerato le possibili divergenze, i dati non hanno rivelato differenze significative tali da mettere in discussione i temi emergenti. Il contesto di emergenza, molto omogeneo e intenso, sembrava suscitare temi esperienziali condivisi tra le persone intervistate. I concetti emergenti sono stati quindi raggruppati in categorie, ciascuna con un’etichetta che ne rifletteva il significato centrale. Le relazioni tra le categorie sono state esaminate per elaborare temi generali che cogliessero sia gli elementi comuni sia le variazioni sottili nelle esperienze delle persone partecipanti.
Sono state incluse citazioni selezionate per illustrare i temi chiave. Per rendere la frequenza delle risposte sono stati utilizzati i seguenti termini: «tutte le persone intervistate» indica l’intero campione di dieci partecipanti; «la maggior parte», risposte da sei a nove persone; «la metà», cinque; «alcune», da tre a quattro; e «poche», una o due persone partecipanti.
Per tutto il processo di analisi si sono tenute regolari consultazioni di gruppo per garantire riflessività e coerenza. L’analisi è stata condotta manualmente, il che ha consentito un contatto ravvicinato e iterativo con i dati, in linea con i principi dell’IPA. Le persone in prima e in ultima posizione tra chi firma l’articolo hanno guidato la codifica iniziale e il raggruppamento tematico, mentre la persona in seconda posizione ha condotto tutte le interviste. Ogni componente del gruppo ha tenuto memo riflessivi per documentare le proprie reazioni personali, le intuizioni emergenti e i possibili bias. Le riunioni di gruppo hanno offerto l’occasione di confrontare le interpretazioni, discutere letture alternative dei resoconti delle persone partecipanti e affinare i titoli e la gerarchia dei temi. Queste discussioni riflessive hanno accresciuto la profondità interpretativa e garantito che la struttura tematica in evoluzione rappresentasse fedelmente aspetti delle esperienze delle persone partecipanti. Poiché il gruppo di ricerca comprende persone formate alla DMT, l’analisi è stata affrontata con una sensibilità incarnata e relazionale. Per gestire questo posizionamento si è fatto ricorso a memo riflessivi, a un dialogo continuo e a ripetuti ritorni ai dati grezzi, affinché le interpretazioni restassero ancorate alle descrizioni delle stesse persone intervistate e non a presupposti professionali.1
L’analisi ha individuato due temi sovraordinati che comprendono nove temi subordinati, alcuni dei quali includono sottocategorie più fini che illustrano aspetti sfumati delle esperienze delle figure terapeutiche. Il primo tema sovraordinato, Il valore terapeutico degli interventi diadici per genitori e figli nelle situazioni di emergenza, comprende cinque sottotemi che descrivono le molteplici funzioni relazionali e regolative del setting diadico: (1.1) La presenza silenziosa come sostegno per il genitore; (1.2) Lavorare su «due assi paralleli» amplia la disponibilità relazionale; (1.3) La figura terapeutica come estensione delle qualità genitoriali; (1.4) La motivazione iniziale e la capacità emergente del genitore di trarre beneficio dalle sedute; e (1.5) La presenza della figura terapeutica come sostegno per testimoniare e contenere l’intensità del bambino o della bambina. Il secondo tema sovraordinato, Perché il movimento?, comprende quattro sottotemi che illuminano il contributo specifico del movimento come mezzo di espressione non verbale, di regolazione e di riconnessione quando le parole non bastano: (2.1) Il movimento come mezzo proiettivo; (2.2) Empowerment incarnato nella diade genitore-figlio; (2.3) Valutazione e osservazione; e (2.4) Rispondere ai bisogni: regressione, riposo e sicurezza relazionale. Ciascun tema è presentato di seguito con citazioni che esemplificano le esperienze vissute e le interpretazioni delle figure terapeutiche.
La figura 1 presenta la struttura gerarchica dei temi emersi dall’analisi.

Secondo la maggior parte delle persone intervistate, la presenza silenziosa del genitore, anche senza una partecipazione attiva, aveva un valore terapeutico significativo. Il semplice atto di osservare il proprio figlio o la propria figlia impegnarsi nel gioco libero in presenza di una figura terapeutica diventava un’esperienza di guarigione per genitori che si trovavano spesso, a loro volta, in uno stato di blocco e di ansia a causa degli eventi traumatici subiti. Le persone intervistate hanno osservato costantemente che i genitori arrivavano tesi e sopraffatti, e che il solo fatto di sedersi accanto al figlio o alla figlia mentre giocava attenuava gradualmente questa tensione e favoriva una prima regolazione. Una persona intervistata ha spiegato: «Spesso i bambini stavano un po’ meglio dei genitori, e i genitori avevano bisogno di sostegno per poter essere emotivamente disponibili per i figli.»
Diverse persone intervistate hanno descritto come molti genitori, all’inizio, partecipassero alle sedute controvoglia, convinti che l’intervento fosse destinato solo al bambino o alla bambina. Per illustrare questa dinamica, una di loro ha descritto l’atteggiamento iniziale dei genitori e la sua evoluzione nel tempo: «All’inizio, alcuni genitori non volevano proprio venire. Se ne stavano seduti in silenzio, senza partecipare, quasi aspettando che finisse. Ma anche quella presenza silenziosa e distaccata aveva un effetto su di loro. Col tempo, si sono ammorbiditi.» Un’altra persona intervistata ha riflettuto sul processo interno che cominciava a dispiegarsi nei genitori in quel silenzio: «È come se il solo esserci, fermi e in silenzio, li aiutasse ad accorgersi della propria tensione e a sentire quanto fossero esausti. Il semplice esserci diventava nutriente.»
In tutti i resoconti, le persone intervistate hanno sottolineato che i momenti di silenzio condiviso segnavano spesso l’inizio della regolazione emotiva e della riconnessione per il genitore. Anche senza parole né coinvolgimento attivo, la presenza silenziosa diventava di per sé terapeutica, offrendo una porta d’ingresso delicata nel processo terapeutico e consentendo ai genitori di cominciare a guarire insieme ai figli.
Secondo la maggior parte delle persone intervistate, il setting diadico offre un doppio asse terapeutico: uno per il bambino o la bambina e uno per il genitore. Quando i genitori usano lo spazio per riflettere sulle proprie esperienze emotive, porre domande o chiedere indicazioni, diventano più disponibili emotivamente, non solo verso sé stessi ma anche verso i figli. Questa apertura emotiva consente al bambino o alla bambina di uscire da un ruolo di accudimento o reattivo e di partecipare da una posizione più autentica, più infantile. Una persona intervistata ha descritto il sollievo espresso da una madre nell’avere un luogo in cui dare senso alle proprie reazioni: «Avere semplicemente un posto dove posso fare domande e capire cosa mi sta succedendo…» Secondo tutte le persone intervistate, questo atto di autoriflessione rafforzava la capacità di co-regolazione del genitore, che a sua volta sosteneva la regolazione emotiva del figlio o della figlia: «La regolazione del genitore aiuta la regolazione del bambino.» Un’altra persona intervistata ha sottolineato il ruolo della figura terapeutica nell’aiutare genitore e figlio a individuare risorse per far fronte alla situazione: «Chi fa questo lavoro clinico deve aiutare sia il genitore sia il bambino ad accedere alle risorse, a calmarsi, a regolarsi e a scaricare la tensione.» Attraverso questo processo condiviso, i genitori acquisiscono spesso consapevolezza dell’influenza inconscia della propria storia, come ha osservato una persona intervistata: «Durante le sedute, i genitori cominciano a rendersi conto di quanto la loro storia personale plasmi le loro reazioni.» Le persone intervistate hanno descritto più volte come i cambiamenti nella disponibilità del genitore e del figlio si influenzassero a vicenda, creando un processo reciproco che si dispiegava lungo tutto l’incontro diadico. Questa dinamica multidirezionale all’interno del setting diadico consentiva di passare dalla semplice sopravvivenza a una presenza reciproca, aprendo nuove possibilità di connessione emotiva e di crescita.
Tutte le persone intervistate hanno parlato del ruolo potente che la figura terapeutica svolge nel risvegliare la vitalità del genitore e il suo coinvolgimento emotivo con il figlio o la figlia. La figura terapeutica agisce come un’estensione delle funzioni genitoriali del genitore stesso, offrendo al bambino o alla bambina risposte di conferma, di conforto e sintonizzate a cui il genitore, nel suo attuale stato di sofferenza, può faticare ad accedere. Esprimendo queste forme di responsività sintonizzata, le figure terapeutiche mettevano spesso in atto modalità di disponibilità genitoriale che aiutavano a ravvivare la presenza emotiva del genitore. Ad esempio, le persone partecipanti hanno descritto come offrissero risposte verbali di sostegno a genitori e figli, con espressioni come: «parole di incoraggiamento e di conforto», «esprimere ammirazione per le capacità del bambino» e «gioia per il gioco e le intenzioni del bambino». Questi piccoli momenti incarnati di sintonizzazione verbale fungevano da modelli delicati di responsività genitoriale, mostrando come la connessione emotiva potesse essere ristabilita anche in pieno stress acuto. Questa postura terapeutica, ricca di presenza affettiva, aiutava spesso i genitori a riconnettersi con la propria capacità di godere del figlio o della figlia e di apprezzarli. Una persona intervistata ha illustrato questa dinamica così: «Attraverso il mio gioco con i bambini, i genitori si sono avvicinati e aperti a poco a poco, si sono coinvolti e si è creato un incontro condiviso.» È proprio in questi momenti, quando il genitore assiste a una narrazione diversa, più vitale e giocosa, del proprio figlio o della propria figlia, che qualcosa di nuovo comincia a dispiegarsi nella relazione. Il coinvolgimento incarnato della figura terapeutica diventa un ponte, non solo per l’espressione del bambino o della bambina, ma anche perché il genitore riscopra il proprio ruolo di fonte di gioia e di connessione.
Secondo la maggior parte delle persone intervistate, la maggioranza dei genitori arrivava inizialmente alle sedute per il bene dei figli. Bambine e bambini entravano spesso nello spazio in modo rapido ed energico, mostrando una capacità immediata di giocare, esprimersi ed esplorare. Tuttavia, man mano che le sedute procedevano, diventava sempre più evidente che i genitori, che in origine si erano collocati come spettatori di supporto, portavano in realtà bisogni emotivi propri significativi, spesso maggiori del previsto. La maggior parte delle persone intervistate ha descritto come, man mano che il figlio o la figlia si immergeva nel gioco e nell’interazione, il genitore venisse gradualmente attirato nello spazio terapeutico, non per un disegno deliberato, ma attraverso una sorta di attrazione emotiva creata dalla presenza e dall’attività del bambino o della bambina. Una persona intervistata ha raccontato: «All’inizio i genitori si sedevano in disparte, quasi invisibili. Ma con il procedere delle sedute li vedevi sporgersi in avanti, cominciare a sorridere, a rispecchiare il movimento del figlio. Era come se qualcosa dentro di loro si risvegliasse.» Un’altra ha riflettuto: «I genitori dicevano spesso di venire “per il bambino”, ma a un certo punto si rendevano conto che lo spazio era anche per loro. Avere qualche momento per respirare e sentire, senza dover proteggere o funzionare, era profondamente guaritivo.» Quello che era iniziato come un intervento centrato sul bambino o sulla bambina si è rivelato gradualmente anche uno spazio di guarigione e di connessione per il genitore. È diventato un luogo in cui poter respirare, riflettere e cominciare a entrare in contatto con il proprio mondo interno. Come ha osservato una persona intervistata: «Attraverso i bambini, i genitori hanno cominciato a impegnarsi in qualcosa di condiviso.» Questo cambiamento ha permesso ai genitori di diventare più disponibili emotivamente verso sé stessi e, di conseguenza, verso il figlio o la figlia.
Secondo tutte le persone intervistate, la presenza della figura terapeutica all’interno della diade genitore-figlio crea le condizioni perché il genitore resti presente ed emotivamente disponibile nei momenti di stress e di impotenza. Questa presenza condivisa diventa particolarmente vitale quando il bambino o la bambina manifesta comportamenti complessi, come disregolazione, aggressività o ritiro emotivo, che altrimenti potrebbero sopraffare o disorientare il genitore. La figura terapeutica non funge solo da mediatrice, ma da punto di ancoraggio che consente al genitore di assistere all’espressione del figlio o della figlia senza reagire impulsivamente o interpretarla in chiave disciplinare. Una persona intervistata ha spiegato: «Il solo fatto che i bambini giocassero accanto ai genitori permetteva ai genitori di vedere come i bambini rimettessero in scena il trauma attraverso il corpo, senza spaventarsi né giudicarlo inappropriato.» Un’altra ha raccontato: «I bambini si lanciavano in giochi di guerra molto intensi. I genitori riuscivano ad assistere ai movimenti intensi dei figli, ad ascoltare ciò che vi si esprimeva e a giudicare di meno.» Questa postura riflessiva, sostenuta dalla presenza della figura terapeutica, apriva spazi per la costruzione di significato e riduceva il senso di minaccia del genitore. Trasformava i momenti di disconnessione in occasioni di comprensione, di sintonizzazione e di connessione rinnovata. Questi momenti di contenimento si dispiegavano spesso attraverso il movimento, piccoli gesti, un ritmo condiviso o una semplice presenza corporea, che sostenevano genitore e figlio quando mancavano le parole. Su questa base, il secondo tema sovraordinato, Perché il movimento?, esamina come l’espressione incarnata stessa diventi un mezzo terapeutico primario, che favorisce la comunicazione, la regolazione e la connessione nelle situazioni di emergenza.
Tutte le persone intervistate hanno sottolineato in modo costante che il movimento non è una semplice tecnica terapeutica, ma un mezzo vitale che consente espressione, connessione, stabilizzazione e trasformazione, soprattutto quando le parole sono inaccessibili o inadeguate.
Una delle funzioni più importanti del movimento nel processo terapeutico, come descritto da tutte le persone intervistate, è quella di spazio proiettivo. Il movimento consentiva all’infanzia di esternalizzare esperienze interne attraverso azioni simboliche, metaforiche o basate su ruoli. Le persone intervistate hanno descritto come bambine e bambini «collocassero» sentimenti, paure o intenzioni in motivi di movimento, percorsi nello spazio, gesti e messe in scena incarnate, permettendo agli stati interni di prendere forma fuori dal corpo. In questo senso, una persona intervistata ha raccontato: «Il movimento apriva spesso una via verso l’espressione emotiva, la co-regolazione e la costruzione di significato che risultava più sicura del discorso verbale.»
2.1.1 Proiettare e regolare l’esperienza traumatica
Tutte le persone intervistate hanno sottolineato che il movimento consentiva all’infanzia di proiettare e regolare l’esperienza traumatica senza essere sopraffatta da una verbalizzazione prematura. Il movimento offriva uno spazio simbolico e non verbale in cui stati interni intensi potevano essere esternalizzati in gesti e azioni, permettendo di riconoscere il trauma senza riattivarlo. La maggior parte delle persone intervistate ha descritto come l’espressione verbale, quando compariva, emergesse spontaneamente. Molte hanno definito questo fenomeno una «liberazione della parola», osservando, come ha spiegato una persona partecipante: «Le parole affioravano solo dopo che si erano stabilite la sicurezza, l’espressione corporea e la proiezione simbolica». Le persone intervistate hanno inoltre sottolineato che partire dal corpo permetteva di accedere al mondo interno del bambino o della bambina senza imporre richieste narrative. Come ha precisato un’altra persona partecipante: «Si tratta di ascoltare la forma più primaria di parola, anche quando non c’è una storia, il che ci permette di partire dal mondo interno del bambino e non da qualcosa di esterno o imposto.» Una terza persona intervistata ha sottolineato la centralità dell’emergere non verbale, osservando che per molti minori: «Il movimento permette un’espressione spontanea, senza parole.» In tutti i resoconti, le persone intervistate hanno ribadito l’importanza di permettere all’infanzia di «raccontare la storia attraverso il corpo», descrivendolo come un fondamento essenziale per la regolazione e la costruzione di significato dopo il trauma.
Un esempio chiaro di questo processo proiettivo si è verificato quando un bambino, impegnato in un gioco di movimento che consisteva nel nominare città, è arrivato a una città che lo spaventava, si è bloccato e ha annunciato: «Stop! Non possiamo andare oltre.» La sua immobilità improvvisa, vissuta come un arresto di tutto il corpo, esternalizzava la paura associata a quel luogo. La pausa funzionava come un gesto proiettivo: il bambino spostava un senso interno di pericolo in un’azione corporea concreta, permettendo alla paura di apparire «fuori» da sé, sotto la protezione del gioco. Le persone intervistate intendevano questi movimenti di arresto come atti proiettivi in cui l’infanzia riversa la tensione o la minaccia interiori in una forma incarnata. Invece di descrivere la paura a parole, il bambino la metteva in scena fermando il corpo, segnando confini emotivi e fisici all’interno della sicurezza del gioco. Questi movimenti proiettivi permettevano a bambine e bambini di esternalizzare sensazioni travolgenti in azioni osservabili, offrendo al tempo stesso contenimento e un inizio di regolazione.
Un’altra persona intervistata ha descritto un bambino che si muoveva nello spazio con un grande tessuto elastico, trasformandolo in una «trappola» per catturare i «cattivi» e usando il corpo per esprimere movimenti potenti e forti. La figura terapeutica ha inteso questa messa in scena come un atto proiettivo in cui il bambino spostava una tensione interiore e un bisogno di controllo in un’azione simbolica e incarnata:
Quando i bambini mettevano in scena queste situazioni, non era mai solo «per finta». Si sentiva che stavano mettendo qualcosa di interno nel movimento, la paura, la tensione, il bisogno di sentirsi di nuovo forti. Non parlavano di quello che era successo, ma i loro corpi lo raccontavano in un modo che per loro era sicuro. Il movimento diventava la storia, e si vedeva il bambino acquisire un senso di controllo man mano che il gioco si sviluppava.
Secondo diverse persone intervistate, queste proiezioni simboliche erano spesso il primo passo del bambino o della bambina per riorganizzare l’esperienza interna. Riversando sensazioni, impulsi o narrazioni nel movimento, l’infanzia creava una distanza emotiva sufficiente per cominciare a stabilizzare e integrare ciò che provava. In questo modo, l’azione corporea fungeva da ponte proiettivo: attraverso il movimento, l’esperienza interna diventava visibile, condivisibile e contenibile, ponendo le basi da cui in seguito poteva emergere il significato verbale.
2.1.2 Dall’azione proiettiva alla condivisione verbale
Se il sottotema precedente si concentrava sul modo in cui l’infanzia proiettava esperienze interne in un’azione corporea simbolica, le persone intervistate hanno descritto un processo sequenziale in cui tale movimento proiettivo creava spesso le condizioni emotive e incarnate necessarie perché emergesse la condivisione verbale.
Diverse persone intervistate hanno sottolineato che solo dopo che l’infanzia aveva esternalizzato i propri stati interni attraverso il movimento il linguaggio poteva cominciare ad affiorare. Per rendere esplicita questa progressione, le persone intervistate descrivevano spesso l’espressione verbale come qualcosa che nasceva «dopo che il corpo aveva parlato», secondo la formulazione di una persona partecipante, a indicare che la parola diventava possibile grazie alla sicurezza e alla distanza create dalla proiezione incarnata. Invece di cominciare con domande o tentativi di dialogo, un’altra persona intervistata ha sottolineato che le sedute si svolgevano attraverso l’azione: «Le sedute cominciavano sempre facendo. Partivamo dal movimento, dal gioco. Non c’era alcuna pressione a parlare. Una volta che il bambino si muoveva liberamente, le parole arrivavano da sole.» In questo resoconto, l’azione incarnata sosteneva la disponibilità del bambino o della bambina a condividere verbalmente. Un’altra persona partecipante ha aggiunto che certe espressioni profonde affioravano «solo attraverso il movimento», osservando: «Le parole nascevano dall’intensità del movimento. Arrivavano dopo che il corpo aveva già detto qualcosa […] Il movimento portava le prime tracce della parola, una disponibilità incarnata che precedeva la verbalizzazione».
Man mano che bambine e bambini ritrovavano la vitalità fisica, le persone intervistate assistevano spesso a un parallelo risveglio della voce. Una di loro ha osservato: «Quando il suo corpo è tornato alla vita, è stato allora che sono arrivate le parole.» Questa rianimazione è stata descritta come un punto di svolta, il momento in cui il ritmo interno del bambino o della bambina diventava abbastanza organizzato perché potesse emergere un significato simbolico e verbale. In questi resoconti, il movimento non era un riscaldamento in vista della parola, ma il ponte che rendeva possibile la parola. Proiettando nel movimento sensazioni, impulsi o frammenti di esperienza, l’infanzia creava la distanza emotiva necessaria all’espressione. Per l’infanzia traumatizzata, le persone intervistate hanno descritto costantemente la stessa sequenza: la via verso il linguaggio comincia nel corpo.
2.2.1 Ripristinare la fiducia nel corpo
Tutte le persone intervistate hanno sottolineato l’importanza di aiutare l’infanzia e i genitori a ritrovare un senso di fiducia, di orgoglio e di appartenenza rispetto al proprio corpo. L’obiettivo terapeutico, come lo hanno descritto, era ripristinare la sensazione che il corpo appartenga al bambino o alla bambina, risponda alla sua volontà e possa tornare a essere una fonte di vitalità e di espressione di sé. Come ha detto una persona intervistata: «Il mio obiettivo era aiutarlo a sentire che il suo corpo gli appartiene di nuovo, che gli dà ascolto e che può anche dargli piacere, non solo paura.» Un’altra ha descritto questo processo come «aiutare il bambino a trovare orgoglio e fiducia in ciò che il corpo sa fare».
Poche persone intervistate hanno descritto come accompagnassero un passaggio «dalla contrazione all’espansione» e «dalla passività all’azione», mentre altre hanno parlato di favorire un passaggio «dall’immobilità a un movimento espressivo, persino balistico». Una persona intervistata ha ricordato: «È arrivato completamente chiuso in sé stesso, seduto in un angolo. Lentamente ha cominciato ad allungarsi, a saltare, a occupare più spazio. Si vedeva il suo corpo riempirsi di nuovo di vita». L’invito non era solo a muoversi, ma a farlo con piacere e in un gioco condiviso. Come ha spiegato un’altra persona intervistata: «Ci concentravamo su movimenti che li facevano stare bene, dondolarsi, rotolare, correre, finché il respiro non diventava più naturale, regolato, e trovavano un senso di radicamento.» In questo senso, le persone intervistate hanno descritto il movimento come una risorsa primaria di radicamento nella fase acuta, che aiutava l’infanzia e i genitori a stabilizzarsi nel corpo prima di affrontare un lavoro emotivo più profondo. Attraverso questo processo, il corpo non è più vissuto soltanto come luogo di paura o di dissociazione, ma viene gradualmente riconquistato come risorsa personale e fonte di empowerment.
2.2.2 La sintonizzazione incarnata della figura terapeutica come fonte primaria di empatia
La maggior parte delle persone intervistate ha sottolineato che la propria presenza incarnata svolgeva un ruolo centrale nell’aiutare l’infanzia e i genitori a sentirsi più al sicuro e più fiduciosi nello spazio terapeutico. Invece di affidarsi principalmente all’interpretazione verbale, praticavano una forma di ascolto e di risposta incarnati che metteva in atto la connessione e la fiducia senza parole. Una persona intervistata ha spiegato: «Si tratta di stare in dialogo attraverso il movimento. Adatto il mio ritmo, la mia distanza, perfino il mio respiro, per incontrarli là dove sono, a volte semplicemente ondeggiando un po’ con loro finché qualcosa non si ammorbidisce.» In tutti i resoconti, le persone intervistate hanno descritto come questi sottili aggiustamenti corporei creassero un campo emotivo condiviso che aiutava a regolare il disagio e invitava genitori e figli a un senso di sicurezza relazionale. Un’altra ha riflettuto: «Il corpo sa ascoltare quando la mente è sopraffatta. Quando mi muovo con il bambino o rispecchio un piccolo gesto di un genitore, questo dice loro che non sono soli.»
Attraverso questa responsività basata sul movimento, le figure terapeutiche diventavano un esempio vivente di dialogo non verbale. Hanno descritto come prestassero attenzione a segnali quali la vicinanza fisica, l’intensità, il ritmo e il tempo, come indicatori dello stato emotivo e dei bisogni relazionali di ciascuna persona. Adattando il proprio corpo in relazione alla diade, offrivano un modello di sensibilità, di rispetto dei confini e di presenza stabile. In questo modo aiutavano genitore e figlio a vivere la sensazione sentita di essere visti e compresi, il che a sua volta sosteneva la loro fiducia e la loro capacità di impegnarsi più pienamente nel processo terapeutico.
2.2.3 Riscrivere la paura attraverso il corpo in movimento
Molte persone intervistate hanno parlato del movimento come di un mezzo attraverso cui l’infanzia può esplorare in sicurezza esperienze di controllo e di potere dopo un trauma. All’interno di uno spazio terapeutico protetto, il movimento permetteva di riconquistare la propria capacità di agire, non attraverso spiegazioni, ma attraverso un’azione giocosa e incarnata. Una terapeuta ha ricordato un bambino di 2 anni che usciva ripetutamente dalla stanza per poi rientrare con un forte ruggito, «come un leone». Ogni nuovo ingresso, pieno di intensità e di teatralità, affermava il suo controllo in uno spazio che accoglieva questa presenza. «C’era gioia in tutto questo», ha riflettuto la terapeuta, «una connessione con la vitalità, con l’infanzia, con la giocosità attraverso il corpo.» La terapeuta ha risposto con entusiasmo invece che con una correzione: «Wow, che sorpresa!» Non lo considerava un problema di comportamento, ma una risposta sana e incarnata a una realtà incontrollabile. Accogliendo l’impulso del bambino a mettere in scena e a invertire i ruoli della paura e del potere, la terapeuta ha sostenuto una rielaborazione corporea di esperienze spaventose che altrimenti avrebbero potuto essere patologizzate.
2.2.4 Legittimare il bisogno di essere visti
Tutte le persone intervistate hanno parlato di momenti in cui l’infanzia esprimeva un profondo bisogno di visibilità nello spazio terapeutico. Questo bisogno veniva spesso comunicato in modo indiretto, attraverso gesti corporei, posizioni o atti simbolici. Una terapeuta ha osservato come, più volte durante la seduta, un bambino di 4 anni salisse su una sedia, come a dichiarare: «Ci sono anch’io!» La madre, però, perdeva spesso la concentrazione o si distraeva. Cogliendo la silenziosa richiesta di attenzione del bambino, la terapeuta ha scelto di rispecchiare il suo gesto con calore e umorismo: «Wow, come sei alto lassù! Ti vedo.» In seguito ha riflettuto: «C’era giocosità e umorismo in questo. Era l’espressione di un bisogno senza parole.» Per questa terapeuta, la postura sopraelevata del bambino funzionava come un’affermazione non verbale del suo desiderio di essere notato, e la sua risposta offriva un momento di riconoscimento senza scontro. In questo modo, il movimento e la posizione diventavano un linguaggio attraverso cui il bisogno del bambino di essere visto poteva essere riconosciuto. Il rispecchiamento giocoso della terapeuta conferiva legittimità a quel bisogno e creava un’esperienza piccola ma significativa di visibilità e di connessione.
2.2.5 Un nuovo posizionamento nella genitorialità
All’interno del più ampio processo di riappropriazione del potere corporeo e relazionale, le persone intervistate hanno descritto come il movimento permettesse ai genitori di vivere sé stessi in modo diverso nella relazione con i figli. La maggior parte ha sottolineato che il lavoro basato sul movimento offriva ai genitori l’occasione di passare da una postura gestionale, dettata dalla crisi, a un modo di relazionarsi più presente, più giocoso e più disponibile emotivamente. Come ha spiegato una persona intervistata: «Il lavoro con il movimento ci permette di restare con una questione che si esprime attraverso il corpo, invece di dover curare, gestire o educare.» Questo cambiamento apriva la porta a un altro tipo di esperienza relazionale, in cui il genitore non resta chiuso nel ruolo dell’adulto responsabile e preoccupato. Un’altra persona intervistata ha riflettuto sul tono emotivo che il movimento suscita: «Il movimento porta gioia e giocosità al genitore, in contrasto con il consueto posizionamento nel ruolo genitoriale responsabile e preoccupato.» Attraverso questo coinvolgimento incarnato, i genitori si riconnettevano con aspetti di sé messi a tacere dalla paura, dalla stanchezza o dalle esigenze del far fronte alla crisi. In questo senso, il movimento diventava non solo un mezzo di espressione per il bambino o la bambina, ma anche una porta verso il rinnovamento relazionale per il genitore, offrendo momenti di leggerezza, di spontaneità e di presenza condivisa che le persone intervistate hanno descritto come centrali sia per l’empowerment sia per un graduale ritorno a un’interazione genitore-figlio più «normale», quotidiana.
2.3.1 Il movimento come strumento per valutare il trauma
Tutte le persone intervistate hanno indicato il corpo, e in particolare gli schemi di movimento, come un indicatore chiave del trauma. Hanno osservato che il trauma diventava spesso visibile attraverso qualità di movimento ristrette, disorganizzate o eccessivamente intense. I cambiamenti nel movimento — nella variabilità, nella fluidità, nel ritmo e nella libertà del flusso — servivano da importanti indicatori del cambiamento terapeutico. Come ha osservato una persona intervistata: «Alcuni bambini rispondevano al trauma vissuto con un movimento molto intenso, che lentamente si assestava in un gioco di movimento sociodrammatico più regolato.» Le persone intervistate hanno sottolineato che questi cambiamenti osservabili venivano condivisi con i genitori per favorire la comprensione e la riflessione: «Col tempo, il corpo diventava più rilassato. È importante mostrarlo ai genitori. Il corpo è un linguaggio.» Il movimento offriva anche un modo strutturato di valutare i segnali regolativi e relazionali: «È importante esaminare l’evitamento del contatto visivo, le difficoltà di sincronizzazione, di attenzione condivisa, di intensità, di distanza nello spazio.» Questi sottili indicatori incarnati fornivano alle persone intervistate informazioni cruciali sul mondo interno del bambino o della bambina, sulla sua capacità di regolazione e sui cambiamenti nel suo funzionamento emotivo nel corso dell’intervento.
2.3.2 Il movimento come strumento per valutare la relazione
Secondo tutte le persone intervistate, il movimento rivelava anche lo stato attuale della relazione genitore-figlio. Quando le parole erano limitate o non disponibili, gli schemi di interazione non verbale, cioè vicinanza, ritmo, sincronia, postura e attenzione condivisa, offrivano ricche indicazioni diagnostiche sul clima emotivo della diade. Come ha spiegato una persona intervistata:
C’è un sapere diadico implicito. Osservare la relazione non verbale: il bambino si siede dando le spalle al genitore, vicino, lontano? […] Quando emerge un tema, offro un oggetto e li invito a giocare. Attraverso questo incontrano la complessità dell’esperienza, e allora possiamo parlarne da un altro luogo.
Qui la figura terapeutica usa l’oggetto come strumento di valutazione: il modo in cui genitore e figlio entrano nel gioco di movimento, lo evitano o lo negoziano rivela schemi di connessione, di tensione e di disponibilità relazionale. Un’altra persona intervistata ha descritto un momento di valutazione dell’agio relazionale: «Una bambina si siede in braccio al padre, ma lui si sente a disagio. Offro loro un tessuto elastico e propongo di provare distanze diverse, sedersi più vicini, più lontani, così possono sentire come li fa sentire ciascuna posizione». Questi aggiustamenti guidati e incarnati permettevano sia alla figura terapeutica sia al genitore di osservare schemi di vicinanza, di disagio e di regolazione reciproca, aprendo la strada a una comprensione più profonda della relazione con il figlio o la figlia. In questo senso, i cambiamenti di distanza nello spazio funzionavano non solo come interventi, ma anche come sonde diagnostiche, che permettevano alla figura terapeutica di valutare gli schemi di regolazione, i confini e i livelli di agio della diade, consentendo al tempo stesso ai genitori di osservare direttamente queste dinamiche relazionali.
2.4.1 Uno spazio per esprimere i bisogni primari
La maggior parte delle persone intervistate ha riferito che il movimento offriva all’infanzia un canale per esprimere bisogni evolutivi precoci come essere tenuti, contenuti, cullati, riposare e calmarsi da sé. Attraverso il movimento, bambine e bambini potevano accedere a esperienze preverbali di attaccamento e di sicurezza relazionale difficili da raggiungere verbalmente. Come ha spiegato una persona intervistata: «Il movimento offre legittimità e piacere nell’essere piccoli e nell’aver bisogno di cure.» Un esempio riguardava una bambina di 4 anni che aveva ricominciato a bagnare il letto, era irrequieta, piangeva spesso e parlava pochissimo. La madre era ansiosa e il padre emotivamente distante. La figura terapeutica ha raccontato: «La bambina voleva gattonare e tornare a essere una neonata. Ho invitato la madre a vedere la sua neonata: era questo che il corpo esprimeva.» In un altro caso, la figura terapeutica ha descritto un momento in cui sia una neonata sia il fratello maggiore comunicavano profondi bisogni di conforto:
Ho preso in braccio la piccola e le ho cantato una canzone. Il più grande guardava incantato e poi ha chiesto di sdraiarsi come un neonato. Gli ho detto: “Va bene, puoi riposarti”. Una settimana dopo, la madre ha riferito che era nettamente più tranquillo.
In tutti i resoconti, le persone intervistate hanno sottolineato che questi momenti di regressione non venivano trattati come una patologia, ma come risposte naturali al trauma e alla disconnessione. Lo spazio basato sul movimento permetteva a questi bisogni di affiorare in sicurezza, facendo posto a esperienze incarnate che le sole parole non potevano contenere.
2.4.2 Una casa per la sicurezza relazionale
Dopo un trauma, sia il bambino o la bambina sia il genitore portano spesso con sé una tensione emotiva elevata. I genitori possono sentirsi ansiosi, svuotati o emotivamente chiusi, mentre l’infanzia fatica con la regolazione e l’incertezza. Secondo tutte le persone intervistate, l’interazione basata sul movimento creava una «casa relazionale», uno spazio sicuro e incarnato in cui queste dinamiche emotive potevano essere accolte senza giudizio né sopraffazione. In questo spazio, regressione, riposo e vicinanza emotiva potevano emergere con naturalezza, sostenendo entrambi i membri della diade. Il corpo diventa un linguaggio condiviso attraverso cui genitore e figlio possono incontrarsi di nuovo, non come caregiver disregolato e bambino in difficoltà, ma come due persone impegnate in un processo reciproco. Una persona intervistata ha descritto questo processo:
All’inizio i genitori erano rigidi, guardavano da un lato. Ma quando il bambino cominciava a muoversi, lentamente si univano. A volte si sedevano insieme sul pavimento, respirando allo stesso ritmo. Si sentiva la stanza calmarsi. Diventava un luogo in cui potevano incontrarsi di nuovo, non come genitore ansioso e bambino spaventato, ma semplicemente come due corpi che si ritrovano.
Un’altra persona intervistata ha spiegato come il movimento condiviso ripristinasse il ritmo relazionale: «Quando il genitore si muoveva con il bambino, anche solo con un piccolo dondolio, qualcosa cambiava. Il bambino si rilassava e il genitore si ammorbidiva. Il movimento dava loro un luogo sicuro per riconnettersi.» Una terza ha fatto eco a questo schema, sottolineando l’apertura relazionale creata dal movimento: «Col tempo, i genitori erano più disposti a unirsi ai figli nel movimento e a vivere l’intensità insieme a loro.» In tutti i resoconti, queste esperienze incarnate condivise segnavano punti di svolta in cui la relazione stessa poteva essere sentita, regolata e ridefinita attraverso il corpo e non soltanto attraverso le parole. In questo modo, il movimento offriva una base preverbale per la sicurezza relazionale, diventando il terreno su cui la connessione poteva essere ricostruita dopo il trauma.
Questo studio ha esplorato le interpretazioni di psicoterapeute e psicoterapeuti riguardo agli interventi diadici basati sul movimento condotti in contesti di emergenza con genitori e figli in tempi di crisi e di sfollamento. Sono emersi due grandi ambiti tematici: (1) il valore terapeutico dell’intervento diadico per genitori e figli nei contesti di emergenza, e (2) la centralità del movimento come mezzo trasformativo e diagnostico nel lavoro sul trauma.
Nella discussione che segue, i cinque sottotemi individuati nell’ambito generale «Il valore terapeutico degli interventi diadici nelle situazioni di crisi e di emergenza» sono integrati in tre meta-temi che colgono acquisizioni concettuali di ordine superiore: (1) il ruolo attivo della figura terapeutica nella crisi e la vitalità incarnata come ponte verso la riconnessione genitoriale, (2) il lavoro diadico come processo a due assi, e (3) partire dal bambino o dalla bambina come modo per coinvolgere gradualmente il genitore nella terapia. Questi meta-temi rappresentano una sintesi dei risultati a un livello interpretativo più ampio, con l’obiettivo di formulare i principi terapeutici sottostanti al lavoro diadico basato sul movimento nelle emergenze.
I risultati mettono in luce il potenziale specifico degli interventi diadici nel sostenere sia la regolazione emotiva sia la presenza relazionale di genitore e figlio nei contesti di emergenza. Invece di collocare il bambino o la bambina come unico «paziente designato» (Pantone, 2000), l’approccio diadico stabilisce uno spazio terapeutico condiviso in cui entrambi i membri della relazione vengono visti, sostenuti e ricevono l’opportunità di trasformarsi. A differenza della terapia diadica convenzionale, che nasce spesso in risposta a difficoltà relazionali o a sfide evolutive, gli interventi qui discussi si collocano all’interno di crisi esterne di guerra e di sfollamento. In tali contesti, il disagio non ha origine principalmente nella relazione genitore-figlio in quanto tale, ma deriva da un caos ambientale travolgente e da minacce contestuali (Sim et al., 2018). Di conseguenza, il focus terapeutico si sposta dalla risoluzione di una patologia relazionale e dalla riparazione di dinamiche relazionali interne al ripristino della vitalità emotiva e della presenza in condizioni di sopravvivenza.
Le persone intervistate hanno sottolineato la forza della presenza fisica ed emotiva del genitore, anche quando silenziosa. Ciò è in linea con i quadri basati sull’attaccamento (Bowlby et al., 1992) e con i modelli di co-regolazione (Feldman, 2007), che mettono in rilievo il potenziale regolativo della vicinanza e dell’attenzione sintonizzata. Nei momenti di paura o di immobilizzazione, la presenza congiunta del genitore e della figura terapeutica offriva al bambino o alla bambina un punto di ancoraggio. La presenza testimone del genitore offriva un senso di sicurezza che rendeva possibile l’espressione emotiva del figlio o della figlia, consentendo al tempo stesso al genitore di riconnettersi da una prospettiva rinnovata.
Nei contesti di trauma, la presenza non è passiva. Consente una forma di rispecchiamento non verbale che conferma l’esperienza interna del bambino o della bambina e aiuta il genitore a passare da una vigilanza ansiosa a un riconoscimento partecipe (Hadar et al., 2025). Questa dinamica è coerente con i modelli di sintonizzazione dell’emisfero destro e di regolazione reciproca, che sottolineano il ruolo della presenza incarnata nel ripristino dell’organizzazione emotiva dopo lo stress (Beebe and Lachmann, 2002; Stern, 2010). I genitori passavano dalla paura alla curiosità, riconnettendosi con il figlio o la figlia non come a un problema, ma come a una fonte di vitalità e di significato relazionale. A poco a poco riuscivano a riconnettersi emotivamente, sia con sé stessi in quanto caregiver sia con il figlio o la figlia come agente di vitalità e di significato relazionale. Queste osservazioni suggeriscono che il lavoro diadico nella crisi stabilizza l’infanzia facilitando al contempo il rinnovato coinvolgimento dei genitori (Lieberman and Van Horn, 2011; Masten and Narayan, 2012), e mettono in luce la particolare postura terapeutica richiesta nei tempi di crisi (Hadar et al., 2025).
Una distinzione centrale della terapia diadica d’emergenza è l’accresciuta attività incarnata della figura terapeutica durante la crisi acuta. Le figure terapeutiche assumevano temporaneamente funzioni genitoriali a cui i genitori, a causa del trauma o dell’esaurimento, non riuscivano ad accedere. A differenza degli approcci diadici convenzionali, in cui un coinvolgimento eccessivo della figura terapeutica potrebbe essere considerato depotenziante o intrusivo (Fraiberg et al., 1975; Lieberman and Van Horn, 2011), questa postura era intesa come una risposta adattiva e di breve durata che sosteneva, e non sostituiva, la capacità propria del genitore di sintonizzarsi e di coinvolgersi.
Le figure terapeutiche ricorrevano a gesti di gioco, al ritmo e alla presenza fisica per offrire al bambino o alla bambina una responsività affettiva, facendo al tempo stesso da modello di coinvolgimento per il genitore. Ciò incarna il potere regolativo della co-regolazione non verbale e della comunicazione dell’emisfero destro (Ogden et al., 2006; Schore, 2003). Una volta che i genitori vedevano il proprio figlio o la propria figlia accolti con calore e con una presenza sintonizzata, si sentivano attratti a partecipare, il che suggerisce che l’attività incarnata nelle emergenze possa facilitare il rinnovato coinvolgimento più rapidamente dei modelli tradizionali.
Le persone intervistate hanno descritto l’incontro terapeutico come qualcosa che si dispiega lungo due assi interdipendenti, uno orientato verso il bambino o la bambina e l’altro verso il genitore, in linea con i modelli del trauma relazionale in cui il benessere di ciascun membro è interconnesso (Lieberman et al., 2005). Quando i genitori venivano sostenuti nell’elaborare il proprio disagio, diventavano più disponibili emotivamente, il che consentiva una co-regolazione più efficace. Questo cambiamento nella presenza genitoriale permetteva all’infanzia di tornare ad abitare modalità di gioco e di espressione adeguate allo sviluppo, invece di compensare con un accudimento prematuro degli adulti o con il ritiro. Queste osservazioni riecheggiano i risultati secondo cui un genitore più regolato sostiene un figlio più regolato (Tronick, 2007), aspetto particolarmente rilevante quando il sistema nervoso del genitore è sopraffatto.
Questo processo a due assi rispecchia le evidenze secondo cui l’adattamento dell’infanzia durante lo sfollamento migliora principalmente attraverso il rafforzamento della regolazione e della capacità emotiva dei caregiver (Sim et al., 2018). Invece di frammentare il sostegno, il setting diadico favorisce un campo condiviso di regolazione emotiva e di recupero congiunto, in cui entrambe le parti traggono beneficio dalla risonanza e dall’influenza reciproche.
Benché molti genitori entrassero inizialmente nelle sedute pensando che fossero destinate soprattutto al figlio o alla figlia, le persone intervistate hanno osservato che, col tempo, le dinamiche emotive e relazionali cambiavano. Il movimento espressivo del bambino o della bambina attirava gradualmente i genitori in un campo emotivo condiviso, rivelando i loro stessi bisogni di regolazione e di connessione. I genitori venivano coinvolti attraverso l’attrazione relazionale naturale del movimento del figlio o della figlia, in sintonia con i modelli secondo cui i segnali incarnati e i ritmi condivisi creano connessione (Kestenberg and Buelte, 1977; Stern, 2010). In questo contesto, il bambino o la bambina fungeva spesso da àncora regolativa, invitando il genitore a momenti di presenza condivisa e reintroducendo elementi di giocosità, di spontaneità e di coinvolgimento emotivo. Questo processo bidirezionale facilita la regolazione dell’infanzia e consente ai genitori di accedere a risorse interne e di relazionarsi da una postura rinnovata, più flessibile, ritessendo la connessione all’indomani del trauma.
Il secondo grande tema mette in luce il movimento come linguaggio terapeutico fondamentale, particolarmente vitale nei contesti di crisi in cui l’espressione verbale è spesso limitata o inaccessibile. In questi contesti il movimento svolgeva molteplici funzioni terapeutiche: mezzo proiettivo, canale di regolazione e di espressione, strumento diagnostico e ponte relazionale tra genitore e figlio. Il movimento intreccia queste funzioni, rendendo possibile la trasformazione terapeutica lungo tutto il processo diadico.
Il movimento consentiva all’infanzia di esternalizzare in sicurezza emozioni complesse e facilitava la regolazione. Schemi come una contrazione seguita da un rilascio espansivo segnalavano il passaggio dall’immobilizzazione alla vitalità (Amighi et al., 1999), mantenendo il bambino o la bambina all’interno di una finestra di tolleranza. Questi momenti di ritrovata vivacità risuonano con il concetto di forme vitali di Stern (2010), che descrive le qualità dinamiche del movimento su cui poggia l’esperienza relazionale. Tali cambiamenti includevano spesso un movimento balistico (Shahar-Levy, 2001), cioè gesti spontanei ed energici che segnalano il rilascio di una tensione accumulata. Queste esperienze incarnate ripristinavano un senso di controllo e di capacità di agire in minori che si erano sentiti impotenti o paralizzati. Riappropriandosi della capacità di agire con il corpo, bambine e bambini smettevano di vivere il proprio corpo come passivo o minaccioso. Al contrario, attraverso un movimento esplorativo, riscoprivano il gioco, la messa alla prova dei limiti e l’espressione di sé. Ciò è in linea con la ricerca che mostra come la DMT sostenga la regolazione emotiva e l’elaborazione del trauma in popolazioni diverse (Betty, 2013; Devereaux and Harrison, 2022; Grasser et al., 2019; Harris, 2007).
Questa riappropriazione della capacità di agire con il corpo non riguardava solo l’infanzia. Anche i genitori venivano spesso attirati in momenti di movimento, riscoprendo la gioia e la co-regolazione insieme ai figli. Il movimento permetteva ai genitori di uscire da rigidi ruoli di accudimento e di incontrare i figli a partire dal piacere reciproco. Questo passaggio dal «gestire» all’«incontrare» il bambino o la bambina creava nuove vie per ripristinare la connessione, la co-regolazione e la trasformazione reciproca all’interno della diade genitore-figlio.
Ciò richiama il paradigma Still-Face di Tronick (2007), in cui le rotture nella sintonizzazione vengono riparate attraverso una presenza emotiva rinnovata. Le figure terapeutiche aiutavano i genitori a passare da un’inazione paralizzata a una responsività ritrovata attraverso il co-movimento incarnato, in cui la vitalità spontanea del bambino o della bambina catalizzava lo sblocco del genitore. Nel complesso, i risultati indicano che il setting diadico costituisce un campo di guarigione bidirezionale, in cui i benefici terapeutici si producono non solo nella regolazione del figlio o della figlia, ma anche nella vitalità e nel rinnovato coinvolgimento emotivo del genitore.
Benché le figure terapeutiche lavorassero con famiglie di comunità culturali e religiose diverse, i loro racconti non contenevano quasi alcun riferimento esplicito ai significati culturali del movimento, del contatto fisico o dell’espressione emotiva. Una possibile interpretazione di questo relativo silenzio è che esso rifletta l’immediatezza e l’intensità del contesto di emergenza, in cui le figure terapeutiche si concentravano soprattutto sulla regolazione di base, sulla sicurezza e su una presenza stabilizzante. In condizioni così acute, i bisogni umani condivisi di protezione e di connessione possono temporaneamente mettere in ombra gli schemi di interazione propri di ciascuna cultura. Questa interpretazione sottolinea l’importanza di esaminare come i quadri culturali riemergano o si modifichino una volta stabilizzata la fase di crisi immediata, e come i processi diadici incarnati vengano negoziati all’interno dei diversi gruppi culturali e tra di essi.
Le figure terapeutiche hanno descritto il movimento come un luogo di testimonianza reciproca, in cui esse stesse e i genitori potevano sintonizzarsi con il mondo interno del bambino o della bambina attraverso segnali non verbali. Ciò rispecchia i principi del Movimento Autentico (Payne, 2024), in cui il testimoniare il movimento spontaneo coltiva l’empatia e la presenza relazionale. Questa testimonianza diventava trasformativa: creava momenti di riconoscimento incarnato, un «ti vedo», che andavano oltre l’espressione verbale. Per i genitori, ciò consentiva un ammorbidimento delle difese e uno spostamento verso un’esperienza del mondo interno del figlio o della figlia più compassionevole e con un maggiore accesso emotivo.
Il movimento serviva anche da lente diagnostica. Le figure terapeutiche osservavano micro-schemi di postura, vicinanza, sincronia e ritmo per valutare la capacità di regolazione e le dinamiche di attaccamento (Beebe and Lachmann, 2002). Gli schemi di tensione, di ritiro o di mancata sintonizzazione guidavano adattamenti in tempo reale e orientavano la strategia terapeutica. Questo uso dell’osservazione incarnata è coerente con la ricerca sull’interazione diadica, che mostra come sottili segnali non verbali, quali cambiamenti di ritmo, di tempistica affettiva o di orientamento nello spazio, riflettano processi regolativi e aspettative relazionali sottostanti (Feldman, 2007; Stern, 2010).
Il movimento rendeva possibile il cambiamento relazionale. Il movimento, strutturato e spontaneo, permetteva alle diadi di esplorare nuove forme di vicinanza, di separazione e di responsività. Questa rinegoziazione esperienziale è in linea con i modelli di psicoterapia incarnata, secondo cui il cambiamento relazionale avviene non solo attraverso l’insight, ma anche attraverso nuove esperienze sensomotorie che rivedono le memorie relazionali implicite (Amighi et al., 1999; Frank and La Barre, 2011). Queste esperienze incarnate condivise rendevano possibili nuove narrazioni relazionali fondate sul gioco e sull’esplorazione reciproca anziché sulla paura o sul controllo.
Alla base di questo lavoro c’era la presenza incarnata stessa della figura terapeutica come modalità centrale di comunicazione terapeutica. Invece di affidarsi principalmente a interventi verbali o a strategie comportamentali, le figure terapeutiche praticavano un ascolto corporeo, sintonizzandosi sui cambiamenti di vicinanza, di intensità e di qualità del movimento come segnali emotivi fondamentali. Ciò riflette i modelli di comunicazione dell’emisfero destro (Schore, 2003) che collocano il corpo della figura terapeutica come mezzo di co-regolazione, sintonizzazione e contenimento (Vulcan, 2009, 2016). Attraverso la presenza fisica e il movimento relazionale, le figure terapeutiche offrivano un modello di sicurezza incarnata e di disponibilità emotiva. All’indomani del trauma, quando la comunicazione verbale e simbolica può essere fragile o inaccessibile, questa relazionalità incarnata fungeva da ponte decisivo. Permetteva all’infanzia e ai genitori di sentirsi riconosciuti e incontrati a livello corporeo, spesso prima che l’espressione verbale diventasse possibile.
Il movimento apriva l’accesso a bisogni evolutivi precoci che riaffiorano all’indomani del trauma: bisogno di riposo, di contenimento, di conforto e di regressione. Le figure terapeutiche hanno descritto come sia l’infanzia sia i genitori segnalassero bisogni di essere tenuti o consolati attraverso la postura, il gesto e la vicinanza. Invece di patologizzare queste espressioni, le figure terapeutiche le riconoscevano come risposte naturali alla disconnessione e all’esaurimento emotivo. Questi momenti di regressione incarnata venivano spesso indicati come punti di svolta del processo terapeutico.
Lo spazio del movimento diventava una «casa» relazionale, in cui genitore e figlio potevano incontrarsi al di là delle etichette di «bambino disregolato» e di «caregiver in difficoltà». In questo spazio, la riparazione relazionale avveniva non attraverso l’interpretazione o l’insight, ma attraverso una presenza co-regolata, un ritmo condiviso e una disponibilità incarnata. Il movimento faceva spazio a una qualità di incontro fisica, emotiva e profondamente umana. Sotto questo aspetto, i risultati sono in linea con la ricerca sulle terapie diadiche basate sulle arti nei contesti di sfollamento, che mette parimenti in luce come le esperienze preverbali, sensoriali e ritmiche possano sostenere i bisogni di attaccamento precoci quando la comunicazione verbale è compromessa (Hadar et al., 2025). Questi parallelismi suggeriscono che, nelle diverse modalità delle arti creative, le esperienze incarnate che ammettono la regressione possano offrire una via fondamentale alla riparazione relazionale quando sia il genitore sia il figlio funzionano con una capacità emotiva ridotta.
I risultati di questo studio offrono indicazioni cliniche che vanno oltre l’ambito degli interventi basati sul movimento. Sottolineano il valore terapeutico della presenza incarnata e collocano il corpo sia come fonte di conoscenza clinica sia come strumento centrale di guarigione. Per tutte le figure terapeutiche che lavorano con famiglie in crisi, questa ricerca mette in luce l’importanza di prestare attenzione alle dimensioni preverbali e corporee del disagio.
Tra le implicazioni chiave figurano il riconoscere sia il bambino o la bambina sia il genitore come persone assistite che hanno bisogno di sostegno emotivo, il valorizzare la presenza condivisa come forza regolativa e l’usare il movimento, il gioco e la sintonizzazione incarnata per facilitare la connessione. Nei contesti di emergenza in cui il trauma è in corso e le capacità verbali sono spesso compromesse, il movimento e la presenza relazionale possono diventare interventi terapeutici primari, una via diretta verso la riconnessione e la riparazione.
La capacità della figura terapeutica di muoversi, giocare e agire senza aspettare le parole può riaprire la relazione genitore-figlio. In questi momenti, la figura terapeutica non si limita a osservare o a facilitare, ma partecipa alla creazione di un ritmo condiviso di recupero, che comincia nel corpo e solo in seguito può trovare la strada verso altre forme di linguaggio. Una recente ricerca centrata sulla persona assistita (Klapisch et al., 2025) rafforza questi risultati, mostrando come la risonanza non verbale, la sintonizzazione e la messa in scena incarnata sostengano il recupero dal trauma dal punto di vista di chi riceve la terapia. Questa convergenza tra la prospettiva delle figure terapeutiche e quella delle persone assistite sottolinea un principio clinico fondamentale: dare forma attivamente allo spazio terapeutico come ambiente co-regolato e incarnato, invece di affidarsi esclusivamente a metodi verbali o orientati all’insight. Per la pratica clinica, ciò significa prestare attenzione alle interazioni incarnate di entrambi i membri della diade, intervenire attraverso il movimento e il ritmo condivisi e sostenere la co-costruzione di un campo relazionale regolato. In questo modo, il coinvolgimento incarnato reciproco diventa una via clinica centrale per ripristinare la vitalità e la connessione all’interno del sistema familiare.
I risultati di questo studio derivano esclusivamente dai racconti e dalle interpretazioni delle figure terapeutiche. In quanto tali, rappresentano la costruzione di significato professionale di queste persone e non resoconti diretti di genitori o figli. Questo disegno a prospettiva unica offre una preziosa comprensione dell’esperienza vissuta delle figure terapeutiche, ma non incorpora le prospettive vissute delle famiglie stesse. Gli studi futuri trarrebbero beneficio dall’includere dati a prospettiva multipla, raccogliendo i racconti di figure terapeutiche, genitori e figli, per approfondire la comprensione dei processi diadici qui individuati.
Inoltre, i risultati suggeriscono che il setting diadico costituisce un campo di guarigione bidirezionale, in cui i benefici terapeutici emergono non solo nella regolazione del bambino o della bambina, ma anche nella vitalità e nel rinnovato coinvolgimento emotivo del genitore. Sono necessarie ulteriori ricerche per esaminare i meccanismi attraverso cui la trasformazione genitoriale contribuisce a una crescita post-traumatica duratura per la famiglia nel suo insieme.
I fattori culturali rappresentano un altro ambito da esplorare ulteriormente. Come osservato nella discussione, le figure terapeutiche non hanno fatto riferimento ai significati culturali del movimento, del contatto fisico o dell’espressione emotiva. Benché ciò possa riflettere l’immediatezza delle condizioni di crisi, è probabile che i quadri culturali plasmino in modo importante l’interazione incarnata. La ricerca futura dovrebbe indagare come gli interventi diadici basati sul movimento si dispieghino in contesti culturali, etnici e di rifugio diversi.
Infine, questo studio ha utilizzato una terminologia descrittiva anziché quella dei sistemi formali di analisi del movimento, per privilegiare l’accessibilità e restare vicino alla costruzione di significato vissuta dalle figure terapeutiche. La ricerca futura potrebbe completare questo approccio interpretativo con una codifica sistematica delle qualità del movimento, per approfondire la comprensione dei processi di cambiamento incarnati nei diversi contesti culturali e clinici. Gli studi potrebbero integrare un’analisi del movimento basata su video per cogliere processi micro-relazionali come la sincronia, la rottura, la mancata sintonizzazione e la riparazione.
Questo studio offre una prospettiva approfondita sul modo in cui psicoterapeute e psicoterapeuti, che operano in condizioni acute nei contesti di emergenza, si impegnano in interventi diadici incarnati per sostenere la regolazione, la riconnessione e la riparazione relazionale. Benché basati unicamente sui racconti delle figure terapeutiche, i risultati illuminano il modo in cui queste mobilitano presenza, vitalità e testimonianza relazionale, spingendosi spesso oltre i modelli tradizionali di neutralità riflessiva, per rispondere ai bisogni urgenti di genitori e figli in crisi. Il movimento è emerso non solo come mezzo di espressione del trauma, ma anche come lente diagnostica, ponte relazionale e catalizzatore evolutivo, che ha reso possibili processi terapeutici raramente accessibili attraverso mezzi verbali. Queste acquisizioni sottolineano il valore di approcci informati dal corpo e sintonizzati sulla relazione nelle cure d’emergenza, e mettono in luce il setting diadico come campo di guarigione bidirezionale, in cui il cambiamento terapeutico si dispiega attraverso processi reciproci tra genitore e figlio. Nel complesso, i risultati mostrano come il lavoro diadico incarnato possa ripristinare la connessione e la vitalità emotiva nei momenti in cui le famiglie affrontano una profonda frattura.
Complexe Systémique: in sintesi
Ciò che colpisce qui è l’allontanamento dal paziente designato: in tempo di guerra e di esilio, il disagio non nasce anzitutto dalla relazione genitore-figlio, ma da un ambiente crollato, e il setting diadico diventa il luogo in cui il sistema si riorganizza. Il genitore venuto «per il bambino» si ritrova a sua volta sostenuto; il bambino o la bambina, attraverso il gioco, riporta l’adulto verso la vitalità; la figura terapeutica presta per un certo tempo funzioni genitoriali senza appropriarsene. Per la pratica sistemica si possono trattenere il circuito di co-regolazione a due assi, la lettura delle distanze, dei ritmi e delle posture come osservazione diretta della relazione, e la regressione accolta anziché corretta. È tuttavia opportuna una certa cautela: dieci figure terapeutiche che guardano a posteriori al proprio lavoro, nessuna voce di genitori o di figli, un gruppo di ricerca della stessa disciplina e significati culturali del contatto e del movimento rimasti inespressi. Da leggere insieme a l’articolo sul primo soccorso psicologico per le famiglie in tempo di guerra e a l’articolo sull’efficacia della psicoterapia genitore-bambino con bambine e bambini piccoli traumatizzati.
Note dell’originale
1 Nota metodologica: per garantire l’accessibilità a un pubblico multidisciplinare, il movimento è stato descritto lungo tutto lo studio con un linguaggio comunicativo e clinicamente descrittivo, anziché con quadri analitici specialistici come il Kestenberg Movement Profile (Amighi et al., 1999) e l’Emotorics (Shahar-Levy, 2016). Questa scelta rifletteva l’orientamento fenomenologico dello studio e la sua attenzione alla costruzione soggettiva di significato delle figure terapeutiche piuttosto che alla categorizzazione del movimento. L’accento analitico è stato quindi posto sulla funzione terapeutica e sull’esperienza vissuta del movimento, così come trasmesse dalle figure terapeutiche, piuttosto che su un’analisi formale del movimento.
Finanziamento: chi firma l’articolo ha dichiarato di non aver ricevuto alcun sostegno finanziario per questo lavoro e/o per la sua pubblicazione.
Dichiarazione etica. Gli studi con esseri umani sono stati approvati dal Comitato etico della Faculty of Social Welfare and Health Sciences della University of Haifa (approvazione n. 132/24). Gli studi sono stati condotti in conformità con la legislazione locale e i requisiti istituzionali. Le persone partecipanti hanno fornito il proprio consenso informato scritto a partecipare allo studio. È stato ottenuto il consenso informato scritto delle persone interessate per la pubblicazione di eventuali immagini o dati potenzialmente identificabili inclusi in questo articolo.
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Traduzione non ufficiale in italiano di Moving bodies, healing bonds: dyadic embodied psychotherapy in crisis settings, di Maya Vulcan, Tamar Dvir ed Einat Shuper Engelhard, Frontiers in Psychology, vol. 16, art. 1714477 (2025), doi: 10.3389/fpsyg.2025.1714477, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Traduzione non ufficiale dell’articolo originale «Moving bodies, healing bonds: dyadic embodied psychotherapy in crisis settings», pubblicato in Frontiers in Psychology (2025) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina. Fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Vulcan, M., Dvir, T., e Shuper Engelhard, E. (2025). Moving bodies, healing bonds: dyadic embodied psychotherapy in crisis settings. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/moving-bodies-healing-bonds-dyadic-embodied-psychotherapy-in-crisis-settings (Opera originale pubblicata nel 2026 in Frontiers in Psychology, 16, 1714477 (2025); ripubblicata nel 2026 da Frontiers in Psychology, https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fpsyg.2025.1714477/full)
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