Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Journal of Child and Family Studies · Famiglia
Musica, danza, disegno, marionette, poesia, storie raccontate: che cosa offrono questi mezzi a bambine, bambini e adolescenti fuggiti dalla guerra o dalla persecuzione? Anna Gilleard e il suo gruppo di Leeds riuniscono quindici studi provenienti da quattro continenti. Vi trovano legami sociali che riparano, una capacità di agire ritrovata, una comunicazione che va oltre le parole e un ponte tra la cultura familiare e quella del paese ospitante.
Traduzione non ufficiale in italiano di A Scoping Review of the Role of Sensory and Narrative Processes in the Wellbeing and Belonging of Young Refugees, di Anna Gilleard, Luise V. Marino, Tracey Smith e David Turgoose, pubblicato in Journal of Child and Family Studies (Springer) (2025), doi: 10.1007/s10826-025-03145-5, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le tabelle sono presentate sotto forma di elenchi. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Appartenere a un luogo passato o presente è meglio di quello che è forse il rischio più grande per qualsiasi giovane: non appartenere a nessun luogo.
Anna Gilleard, Luise V. Marino, Tracey Smith e David Turgoose
Abstract
Ricerche precedenti hanno messo in luce il potenziale valore degli approcci terapeutici narrativi e del coinvolgimento multisensoriale con bambine, bambini e adolescenti rifugiati. È stata condotta una scoping review per esplorare il ruolo dei processi narrativi e sensoriali nel senso di appartenenza, nell’integrazione sociale e nel benessere della gioventù rifugiata. La ricerca nelle banche dati ha individuato 307 record, di cui 15 inclusi nella revisione finale. L’analisi tematica dei dati sintetizzati ha individuato 11 sottotemi e 4 temi generali relativi ai modi in cui gli approcci narrativi e sensoriali sostengono il benessere e l’appartenenza delle persone rifugiate: (1) legami sociali positivi e riparativi, (2) legami con l’identità culturale, (3) benessere e comunicazione e (4) empowerment giovanile. Gli approcci narrativi e sensoriali possono favorire il benessere, lo sviluppo dell’identità e legami positivi con le nuove culture e comunità ospitanti per la gioventù rifugiata, e potrebbero quindi essere integrati con profitto nei futuri interventi terapeutici in ambito clinico, educativo e dei servizi sociali. La ricerca futura dovrebbe esplorare il vissuto individuale dell’identità e dell’appartenenza nell’infanzia, in particolare nei gruppi più giovani della popolazione rifugiata.
Parole chiave: Persona rifugiata, Salute mentale, Infanzia, Appartenenza, Migrazione, Narrazioni, Sensi, Benessere
Punti salienti
Si stima che nel mondo vi siano circa 47 milioni di bambine, bambini e giovani rifugiati in fuga da conflitti, violenze e persecuzioni (United Nations High Commissioner for Refugees (UNHCR), 2024). L’infanzia è profondamente radicata nei sistemi sociali che il conflitto sconvolge ed erode (Bennouna et al., 2020). Di conseguenza, è probabile che presenti bisogni psicosociali complessi che richiedono attenzione (Frounfelker et al., 2020; Hodes & Vostanis, 2019). Il presente articolo adotta la definizione di «rifugiato» della Convenzione delle Nazioni Unite del 1951, che comprende tutte le persone sfollate con la forza a causa di conflitti o persecuzioni (UNHCR, 2011).
I processi narrativi riguardano il modo in cui le persone danno senso alla propria vita valutando il passato e anticipando il futuro (Arvanitis & Yelland, 2021). Le teorie narrative sostengono che, come individui e in gruppo, costruiamo storie (narrazioni) attraverso questi processi di attribuzione di senso (Riessman, 2008). Il contesto sociale è considerato determinante nella costruzione narrativa, poiché vediamo la nostra posizione nel mondo in relazione a chi ci sta intorno (Chen & Schweitzer, 2019; Draper et al., 2024). Anche i gruppi possono creare narrazioni per generare modi condivisi di interpretare il mondo. Così facendo, alimentiamo legami sociali, identità condivise e appartenenza. Le narrazioni ci informano quindi sui modi individuali e condivisi in cui le persone interpretano, rivendicano identità e vivono i mondi sociali che abitano (Riessman, 2008).
Ricerche precedenti suggeriscono che il modo in cui la gioventù dà senso al conflitto da cui è fuggita svolge un ruolo importante negli esiti di salute mentale (Bennouna et al., 2020). L’infanzia capace di generare una narrazione coerente di ciò che è accaduto potrebbe riprendersi meglio dal trauma vissuto e adattarsi alla vita dopo il reinsediamento (Arvanitis & Yelland, 2021; Draper et al., 2024). Dare senso al passato può sostenere l’identità in formazione e il senso di sicurezza di bambine e bambini (Lock, 2016). La dislocazione, lo sradicamento e l’insicurezza della migrazione forzata interrompono esperienze formative dell’infanzia come l’istruzione, lo sviluppo sociale e l’esperienza di una base sicura (Fantino & Colak, 2001; Lord & Muñoz, 2023). Per questo i processi narrativi possono essere importanti nel reinsediamento e nell’adattamento psicosociale della gioventù rifugiata (Warshaw, 2019).
I processi narrativi sono utilizzati nelle psicoterapie per aiutare le persone a sviluppare storie positive e destigmatizzanti che mettono in luce la forza personale, l’individualità, le capacità di fronteggiamento e la resilienza, e possono quindi essere considerati di valore «terapeutico» (Mohammad & Samarah, 2024). Possono offrire alla gioventù rifugiata l’occasione di riscrivere la propria vita e, in un certo senso, di integrare il passato (la casa precedente) con il presente (la nuova casa) (Rysst, 2016).
Resta da capire in che misura questa integrazione psicologica di passato e presente vada di pari passo con il processo di integrazione sociale della gioventù rifugiata. L’integrazione sociale indica qui il processo di formazione di legami positivi condivisi, di un senso di cittadinanza e di appartenenza alla propria comunità locale (Ager & Strang, 2008). L’integrazione sociale è considerata una parte attesa dell’adattamento culturale («acculturazione») e ritenuta importante per il benessere complessivo (Oudshoorn et al., 2020). Il benessere, in questo senso, è inteso come un indicatore olistico della condizione psicosociale che comprende le risorse, la salute, la connessione con gli altri e il bisogno di appartenenza (Haswell, 2023; Maslow, 1962). L’integrazione sociale può facilitare esperienze relazionali prosociali e contribuire a costruire reti sociali (Ager & Strang, 2008). Ciò apre la possibilità di costruire nuovi discorsi positivi sia per le persone rifugiate sia per la comunità più ampia, il che potrebbe a sua volta ridurre gli atteggiamenti negativi che minacciano il senso di appartenenza e di inclusione dell’infanzia (Mitchell et al., 2020). Da una prospettiva psicologica, può essere altrettanto importante che la gioventù rifugiata mantenga i legami con la cultura o le culture d’origine (Pieloch et al., 2016).
I processi sensoriali riguardano i modi in cui gli esseri umani interagiscono con l’ambiente esterno attraverso la percezione sensoriale (Ayres & Robbins, 2005). I sensi principali sono la vista, l’udito, il gusto, l’olfatto, il tatto, la propriocezione, il senso vestibolare e il sistema di sensazione degli organi interni, l’interocezione (Ayres & Robbins, 2005). I processi narrativi e sensoriali possono operare in parallelo: l’elaborazione narrativa integra aspetti chiave dei nostri mondi soggettivi, mentre l’elaborazione sensoriale integra l’esterno con il mondo interno. Non sorprende quindi, forse, che le storie vengano spesso raccontate attraverso molteplici processi sensoriali (Chen & Schweitzer, 2019).
L’elaborazione multisensoriale interviene anche nello sviluppo del concetto di sé: gli esseri umani apprendono chi sono nel mondo attraverso esperienze incarnate del sé (Scheller & Sui, 2022; Serino, 2019). Il racconto di storie con giocattoli, materiali artistici e oggetti di gioco è stato usato a fini terapeutici per rafforzare i legami sociali e l’attaccamento tra bambine e bambini (Creegan & Cuthbert, 2014). Il gioco stesso coinvolge diverse modalità sensoriali ed è noto per favorire il benessere delle persone rifugiate, in quanto parte fondamentale dello sviluppo psicosociale infantile (Allport et al., 2019).
Le storie di vita della gioventù rifugiata presentano complessità che possono portare all’appartenenza a reti sociali complicate (Chen & Schweitzer, 2019). Ad esempio, appartenere a una minoranza perseguitata, identificarsi con una milizia o un gruppo terroristico, aver subito l’arruolamento come minori soldato o appartenere a una comunità sconvolta e divisa (Creegan & Cuthbert, 2014; Rutter, 2003). In questo senso, l’appartenenza non sempre è vissuta come positiva, ma può essere legata alla necessità, alla sopravvivenza, all’esclusione o alla vergogna (McIntyre, 2024).
Anche le posizioni sociali relative da cui provengono bambine e bambini influenzeranno queste attribuzioni di appartenenza (Vitus, 2022). Provenire da una famiglia con una posizione sociale relativamente elevata può fare del retaggio di una persona giovane una risorsa positiva. Legami familiari saldi, di sostegno e di cura, possono offrire una base sicura e un copione familiare positivo a partire dal quale vivere l’appartenenza e il benessere (Haswell, 2023). Per altre bambine e altri bambini rifugiati, tuttavia, un futuro incerto e conteso porrà difficoltà persistenti che renderanno complesso, ambiguo e doloroso il rapporto con la «casa» e con il luogo a cui «appartengono» (Arvanitis & Yelland, 2021). Di conseguenza, la capacità dell’infanzia di scegliere chi essere e a quale luogo appartenere sarà plasmata dalle circostanze sociali che continuerà ad attraversare (Chase, 2020).
Impegnarsi nella costruzione narrativa e nell’espressione creativa multisensoriale può aiutare l’infanzia rifugiata ad affrontare queste sfide (Goodman & Dent, 2019; Warshaw, 2019). Attualmente non esiste alcuna revisione che riunisca questi processi in questa popolazione. Sarebbe quindi utile consolidare le conoscenze sui processi narrativi e sensoriali nella gioventù rifugiata e valutare se possano favorire il benessere, l’appartenenza e l’integrazione sociale. Ciò potrebbe orientare le forme di sostegno offerte alla gioventù rifugiata in ambito educativo, clinico e dei servizi sociali, compresa la progettazione di futuri interventi terapeutici e gli sforzi per favorire l’integrazione sociale.
Si è scelta una scoping review perché si presta bene a sintetizzare ricerche provenienti da una pluralità di approcci metodologici e discipline accademiche. La revisione intendeva rispondere alle due domande di ricerca seguenti:
Una ricerca preliminare su Google Scholar e PsycINFO ha confermato che non esistevano revisioni pubblicate sull’argomento e ha individuato gli articoli chiave. I termini chiave e i descrittori tematici sono stati generati mediante un quadro SPIDER (Cooke et al., 2012), che ha definito il modo in cui i tre esiti valutati sono concettualizzati nella letteratura. Il quadro SPIDER ha individuato il campione (Sample: bambine, bambini e adolescenti rifugiati), i fenomeni di interesse (Phenomena of Interest: processi sensoriali e narrativi), la valutazione (Evaluation: esiti di benessere, compresi appartenenza e integrazione sociale) e il tipo di ricerca (Research type: tutti i disegni, compresi studi qualitativi, quantitativi, misti, di intervento, osservazionali e naturalistici) (tabella 1).
Tabella 1 Strategia di ricerca
Sono stati ricercati studi sottoposti a revisione paritaria e tesi di dottorato nelle seguenti banche dati Ovid: Social Science, Cumulative Index to Nursing and Allied Health literature (CINAHL), PsycInfo, Embase e MEDLINE. Le ricerche sono state condotte tra agosto e settembre 2024.
Lo screening di titoli e abstract, e successivamente lo screening dei testi completi, sono stati svolti prevalentemente da una sola persona del gruppo di autrici e autori (AG), in consultazione con il gruppo di ricerca. I duplicati sono stati eliminati e gli articoli in testo completo sono stati valutati per l’inclusione con il quadro SPIDER, applicando i seguenti criteri di inclusione: (1) qualsiasi disegno di studio; (2) lingua inglese; (3) bambine, bambini e adolescenti rifugiati (0–18 anni); (4) presenza di processi narrativi o sensoriali; (5) valutazione del benessere, dell’appartenenza o dell’integrazione sociale. Nella ricerca non è stato specificato alcun intervallo di date di pubblicazione. Le revisioni sistematiche non sono state incluse, ma i riferimenti bibliografici delle revisioni pertinenti sono stati esaminati manualmente alla ricerca di citazioni a ritroso che potessero soddisfare i criteri di inclusione. Gli articoli sono stati esclusi se: (1) non in lingua inglese; (2) non relativi a giovani sfollati con la forza, rifugiati o richiedenti asilo (ad es. migranti, persone adulte di oltre 19 anni); (3) privi di processi sensoriali o narrativi; (4) privi di esiti di benessere, appartenenza o integrazione sociale.
Dopo l’eliminazione dei record duplicati, sono stati sottoposti a screening per l’inclusione 307 titoli e abstract. I testi completi di 58 articoli sono stati esaminati secondo i criteri SPIDER e, successivamente, 15 studi (datati 2003–2024) sono stati inclusi nella revisione finale. La figura 1 documenta il processo di revisione mediante un diagramma PRISMA (Preferred Reporting Items for Systematic reviews and Meta-Analyses), modificato per far confluire il «reperimento» degli articoli in quelli «valutati» per l’eleggibilità (Moher et al., 2009).

Sono stati estratti i dati relativi al disegno dello studio, all’obiettivo, alle persone partecipanti, al luogo, ai risultati principali e alle lacune di evidenza legate ai fenomeni di interesse. La revisione ha impiegato un’analisi tematica per riferire i temi comuni della letteratura (Braun & Clarke, 2006; Pollock et al., 2023). L’estrazione dei dati e l’analisi tematica sono state svolte in Microsoft Excel. L’analisi tematica mirava a cogliere gli aspetti descrittivi, la metodologia e i risultati principali degli studi inclusi. È stato adottato un processo di codifica in quattro fasi per codificare i dati in sottotemi e temi generali al fine di sviluppare un quadro concettuale:
Fase 1 – un campione iniziale di codici grezzi relativi ai fenomeni e alla valutazione di interesse è stato sottoposto a codifica aperta da due persone del gruppo di ricerca (AG e LVM). Fase 2 – i codici sono stati trasformati in categorie subordinate ed è stato compilato un quadro iniziale (AG e LVM). I disaccordi sui temi sono stati risolti con una terza persona del gruppo di ricerca (DT). Fase 3 – il quadro di miglior adattamento ha guidato la categorizzazione di tutte le categorie dei dati in sottotemi (AG), con un ulteriore affinamento (LVM e DT). Fase 4 - sono stati individuati i temi generali. I sottotemi sono stati conteggiati per individuare ed equilibrare il rispettivo peso all’interno di ciascun tema generale. Vi è stata una notevole sovrapposizione nei ricchi dati relativi alle componenti sensoriali degli interventi studiati e agli esiti di benessere. I temi generali sono serviti a sviluppare un quadro concettuale.
I 15 studi inclusi hanno preso in esame (a) processi sensoriali e narrativi (n = 2) o (b) soltanto processi sensoriali (n = 13), e il modo in cui tali processi incidono sull’appartenenza, sull’integrazione sociale e sul benessere. Il benessere è stato definito in senso ampio, includendo esiti di salute mentale, integrazione sociale, capacità di agire, identità e appartenenza (Dhillon et al. 2020; Heynen et al. 2022; Beauregard et al. 2024). I processi sensoriali sono stati descritti in larga misura in termini di metodi delle arti creative, alcuni dei quali contenevano anche principi narrativi integrati (Quinlan et al. 2016; Beauregard et al. 2017; Kevers et al. 2022). La revisione ha incluso n = 9 studi qualitativi (Beauregard et al., 2017; Bujorbarua, 2020; Dhillon et al., 2020; Enge & Stige, 2022; Heynen et al., 2022; Marsh & Dieckmann, 2017; Norton & Sliep, 2019; Phillips, 2021; Rousseau et al., 2003), n = 4 studi quantitativi (Gerber et al., 2014; Kevers et al., 2022; Meyer DeMott et al., 2017; Quinlan et al., 2016) e n = 2 studi a metodi misti (Grasser et al., 2019; Kwon & Lee, 2018). Gli studi provenivano da diversi paesi e sono stati tutti pubblicati tra il 2003 e il 2024. Tra gli studi qualitativi, n = 2 erano etnografie (Marsh & Dieckmann 2017; Dhillon et al. 2020) e n = 1 era uno studio di ricerca-azione partecipativa (Norton & Sliep, 2019). Diversi erano studi di caso mirati o in un’unica sede all’interno di un progetto più ampio (a casi multipli) (Rousseau et al. 2003; Enge & Stige 2022). La numerosità dei campioni andava da n = 1 (Beauregard et al., 2024) e n = 145 (Meyer DeMott et al., 2017) fino a due scuole interamente partecipanti. L’età dei campioni andava all’incirca dai 5 ai 18 anni (tabella 2).
Tabella 2 Caratteristiche degli studi inclusi (n = 15)
n.s. «non specificato»
A partire da 45 codici iniziali, l’analisi tematica ha individuato 11 sottotemi e 4 temi generali nella letteratura esaminata sul ruolo degli approcci narrativi e sensoriali e sul loro rapporto con gli esiti di benessere. Questi temi sono stati riuniti in un quadro concettuale che descrive come gli approcci narrativi o sensoriali possano incidere sul benessere, sull’integrazione sociale e sull’appartenenza della gioventù rifugiata (fig. 2).

Il sostegno tra pari e il senso di connessione sono stati favoriti dall’attività musicale e dalla danza condivise (Dhillon et al., 2020; Gerber et al., 2014; Heynen et al., 2022). Dhillon et al. (2020) hanno descritto come i gruppi musicali generassero rispetto reciproco e attenzione condivisa. In Heynen et al. (2022) si sono osservati legame sociale e appartenenza attraverso la scoperta reciproca dei talenti di ciascuno, la condivisione di storie e il sostegno ai contributi altrui. Le autrici e gli autori hanno riferito che questo tipo di coinvolgimento musicale condiviso migliorava la percezione che la gioventù rifugiata aveva del clima complessivo della classe, il che suggerisce che l’infanzia delle comunità locali e quella appena arrivata condividevano aspetti delle proprie identità attraverso la musica in un modo che sosteneva l’appartenenza di tutto il gruppo (Heynen et al., 2022).
Le occasioni di creare legami interculturali possono essere più accessibili attraverso forme di espressione non verbali. Si è osservato che bambine e bambini portavano istintivamente la musica del proprio paese nelle interazioni tra pari in cortile (Marsh, 2017). Le canzoni fungevano da veicolo di partecipazione sociale, accogliendo e celebrando la musica di tutte le nazionalità. Questa esperienza è stata descritta come capace di dissolvere la vergogna e di favorire l’acculturazione attraverso l’apprendimento reciproco e il piacere di culture nuove che altrimenti potrebbero risultare sconosciute o temute (Marsh, 2017). Gli interventi studiati si svolgevano per lo più a scuola, ampiamente descritta come un contesto sicuro in cui coinvolgere l’infanzia (Quinlan et al., 2016). La scolarizzazione può fornire la routine e la struttura decisive per instaurare la sicurezza durante il reinsediamento (Ehntholt & Yule 2006; Arvanitis & Yelland 2021).
Le narrazioni possono esprimersi attraverso molteplici mezzi creativi e sensoriali. Questi erano interamente guidati dalla bambina o dal bambino oppure, nel caso dell’infanzia più piccola, sollecitati dalla persona adulta (Beauregard et al., 2024). Sebbene molti studi assegnassero in anticipo il compito e i mezzi, spesso erano bambine e bambini a prendere l’iniziativa, orientando l’attenzione verso le modalità espressive preferite.
Gli studi hanno descritto il ruolo decisivo della scelta e della capacità di agire nel processo di espressione creativa, multisensoriale e narrativa. Le autrici e gli autori hanno sottolineato le opportunità offerte dalla disponibilità di molteplici modalità espressive, che consentono all’infanzia e alla gioventù di stabilire come e quando esprimersi. Ad esempio, decidendo quando unirsi a una canzone di gruppo o contribuire a una storia in costruzione, la partecipazione diventava più creativa e spontanea, con movimenti di danza, vocalizzazioni e gioco drammatico (Meyer DeMott et al., 2017; Bujorbarua 2020). Ciò sembrava superare le barriere linguistiche e le tradizionali forme didattiche di coinvolgimento, il che può essere utile nel lavoro con giovani di diversa provenienza linguistica a scuola e nei contesti comunitari (Bujorbarua 2020; Heynen et al., 2022). Metodi creativi e narrativi come la poesia hanno permesso alla gioventù di vivere una capacità di agire condivisa e una forza collettiva dopo le difficoltà affrontate (Norton & Sliep, 2019).
In quattro studi l’identità è emersa come indicatore chiave del cambiamento psicologico positivo prodotto dagli interventi creativi. In alcuni casi si trattava di un’identità individuale, come l’espressione positiva dell’identità attraverso la musica e le arti (Meyer DeMott et al. 2017; Enge & Stige 2022). In altri studi era intesa come identità collettiva, realizzata o co-costruita con altre persone giovani rifugiate in un modo che poteva risultare trasformativo (Marsh & Dieckmann, 2017; Norton & Sliep, 2019).
Gli studi hanno riferito che gli approcci sensoriali e narrativi producevano cambiamenti positivi in una serie di indicatori di benessere. Gli interventi creativi multisensoriali riducevano difficoltà psicologiche come PTSD, stress, emozioni negative e difficoltà comportamentali (Gerber et al., 2014; Grasser et al., 2019; Heynen et al., 2022; Quinlan et al., 2016). Oltre a ridurre il disagio, gli approcci sensoriali e narrativi accrescevano ulteriori esiti positivi (Kevers et al. 2022; Beauregard et al. 2024). La danza ha aumentato l’espressione emotiva positiva, mentre le arti espressive miste sembravano migliorare i livelli di empatia, la soddisfazione di vita e la speranza nel futuro dell’infanzia (Meyer DeMott et al. 2017; Kwon & Lee 2018; Bujorbarua 2020).
L’introduzione di molteplici modalità espressive ha ampliato le capacità comunicative. Ad esempio, le marionette in un laboratorio di espressione creativa hanno migliorato l’agio, il coinvolgimento e l’espressione di sé dell’infanzia (Beauregard et al., 2024). È stato riferito che le molteplici modalità sensoriali sostenevano un’espressione spontanea, libera e creativa (Bujorbarua, 2020). Ciò ha ulteriormente rafforzato la fiducia infantile e l’espressione dei punti di forza personali (Meyer DeMott et al., 2017).
I metodi delle arti creative descritti negli studi comprendevano diversi elementi sensoriali che sostenevano il processo narrativo. La vista era presente nelle arti visive come disegno e pittura (n = 8 studi) e nell’arte digitale come fotografia e cinema (n = 2). I processi uditivi erano presenti nella musica (n = 7), nel racconto di storie (n = 6) e nei metodi poetici (n = 2). I processi vestibolari erano presenti nei metodi basati sulla danza (n = 5) e nel teatro (n = 4). Gli elementi tattili erano presenti nei metodi basati sul gioco (n = 3), nelle marionette e nei giocattoli (n = 2) e nella modellazione o costruzione con pasta da modellare Play-Doh, tessuti e sabbia (n = 2). Cinque studi hanno coinvolto molteplici modalità sensoriali in interventi di arti espressive miste (n = 5).
Le molteplici modalità sensoriali sono state usate anche per integrare o ampliare le capacità narrative della gioventù rifugiata: comunicare sentimenti e acquisire un senso di controllo sulle proprie esperienze (Beauregard et al., 2024). Ad esempio, costruire una scena immaginaria di una storia attraverso sensi diversi, creare un «patchwork» di ricordi della propria vita o disegnare una parte di una storia (Rousseau et al. 2003; Kevers et al. 2022). Ciò suggerisce che l’infanzia può servirsi di molteplici modalità sensoriali per entrare positivamente in contatto con parti importanti della propria vita e del proprio posto nel mondo (Mitchell et al., 2020).
Gli approcci sensoriali e narrativi hanno offerto un mezzo per entrare in contatto con la cultura familiare dell’infanzia e con la cultura del paese ospitante. I mezzi multisensoriali sono stati descritti come utili mediatori culturali. Ad esempio, condividere la musica, i giochi e i cibi della propria cultura d’origine e godere, a propria volta, dei totem culturali della comunità ospitante (Meyer DeMott et al., 2017).
La musica ha creato ponti culturali e linguistici nei cortili scolastici. Le canzoni popolari della comunità ospitante venivano cantate collettivamente, e alcune erano già note ad alunne e alunni rifugiati nonostante la nuova lingua (Marsh & Dieckmann, 2017). La reciprocità resa possibile dal canto può fungere da forma di capitale culturale (Enge & Stige, 2022). Creare punti in comune può aiutare la gioventù rifugiata a entrare in relazione e a sentirsi parte del nuovo mondo sociale. Canzoni, giochi e attività ludiche sembravano essere mezzi chiave per l’infanzia più piccola (Kwon & Lee, 2018; Rousseau et al., 2003).
Le arti multimediali hanno permesso all’infanzia rifugiata di entrare in contatto con aspetti della propria famiglia e delle culture della casa di un tempo. I referenti culturali erano obiettivi espliciti degli interventi studiati oppure venivano osservati attraverso diversi processi sensoriali, tra cui miti, disegno, artigianato, danza, canto, marionette e gioco (Beauregard et al., 2024; Heynen et al., 2022).
I risultati di questa scoping review suggeriscono che vi sono almeno quattro modi in cui i processi narrativi e sensoriali possono migliorare il benessere della gioventù rifugiata: (a) attraverso legami sociali positivi e riparativi, (b) l’espressione creativa come empowerment, (c) il benessere e la comunicazione e (d) i legami con l’identità culturale. La letteratura esaminata ha descritto come le narrazioni possano esprimersi attraverso molteplici mezzi creativi e sensoriali (Beauregard et al., 2024). Le modalità sensoriali visive erano le più utilizzate come mezzo di racconto, ad esempio nel disegno, nella pittura, nella fotografia e nel teatro (Beauregard et al., 2024; Bujorbarua, 2020; Phillips, 2021). Ciò rispecchia la più ampia letteratura neuropsicologica, che di solito si concentra sulla vista, un sistema sensoriale che si sviluppa più tardi degli altri sensi (Hutmacher, 2019). In quanto senso distale, la vista diventa più importante quando esploriamo attivamente l’ambiente e interagiamo con esso, a differenza dei sensi prossimali come il tatto e l’olfatto, che comunicano immediatamente «la mamma è qui» o «sono al sicuro». La gioventù rifugiata potrebbe quindi entrare meglio in contatto con le esperienze fondative della prima infanzia, di cura, attaccamento e appartenenza, attraverso stimoli visivi (Cowie & Mitchell, 2021).
L’olfatto e il gusto come processi sensoriali sono stati descritti meno bene. Pur non essendo un obiettivo esplicito dell’intervento, Kwon & Lee (2018) hanno osservato che questi sensi venivano attivati attraverso il gioco con il cibo. Le bambine dimostravano cura reciproca creando e condividendo finti cibi con la pasta da modellare Play-Doh. Ciò è stato osservato più in generale nell’infanzia colpita da trauma, che può esprimere bisogni di cura attraverso messinscene di gioco (Hyder, 2005). Dato che l’informazione sensoriale è fortemente legata alla memoria emotiva, si potrebbe ragionevolmente ipotizzare che, per una parte della gioventù rifugiata, entrare in contatto nel presente con questi ricordi olfattivi e gustativi possa aiutare a ritrovare i sentimenti positivi del passato: la famiglia, l’appartenenza, il conforto e la casa (Akhtar, 2011; Wallace & Lewis, 2020).
La revisione ha messo in evidenza l’importanza della scelta e della capacità di agire dell’infanzia nel decidere quando e come esprimersi. Offrire molteplici mezzi sensoriali amplia la gamma di comunicazioni possibili, mentre affidarsi soltanto al verbale e alla lingua del paese ospitante limita la comunicazione della gioventù rifugiata (Ayob & Omidire, 2021). La maggior parte della gioventù rifugiata proviene da famiglie in cui la lingua nazionale è parlata poco o per nulla (Rutter, 2006). Coinvolgere la lingua madre dell’infanzia o altri mezzi creativi non verbali accrescerà l’inclusione di bambine e bambini di diversa provenienza linguistica e culturale nelle attività educative, sanitarie e sociali (Radjack et al., 2020).
Creare occasioni in cui l’infanzia possa esercitare scelte e preferenze può essere decisivo per il successo degli sforzi volti a promuovere l’appartenenza tra pari, la coesione sociale e l’integrazione della gioventù rifugiata (Wallace & Lewis 2020; Sevón et al. 2023). Ciò può essere particolarmente importante per questo gruppo, le cui voci sono sistematicamente marginalizzate nella sfera pubblica e politica più ampia (Norton & Sliep 2019; Frounfelker et al. 2020). L’infanzia che ha vissuto la migrazione forzata può ritrovarsi in una condizione di sospensione, con minore possibilità di scegliere a chi e a che cosa appartenere (Maine et al., 2021). Avere la libertà di comunicare con mezzi multisensoriali può aiutare a rielaborare le questioni della migrazione e dell’identità transculturale in un modo che fa passare l’infanzia dal subire al fare (Alfano et al., 2018). La scelta e la capacità di agire possono sostenere l’infanzia nel costruire identità e soggettività proprie, indipendenti da quelle prescritte dalla società più ampia (Chase, 2020).
Gli approcci narrativi hanno rivelato gli scarti tra casa e scuola, ad esempio nei personaggi e nei miti diversi descritti nei racconti infantili (Rousseau et al., 2003). Ciò mette in luce le identità culturali duplici, e spesso in competizione, con cui la gioventù rifugiata deve fare i conti. Ma evidenzia anche l’uso di strumenti narrativi e di processi sensoriali per coltivare un senso di identità biculturale. Haswell (2023) descrive come, nel contesto del reinsediamento delle persone rifugiate, incontrare il mondo sociale attraverso i sensi possa favorire un senso di appartenenza. Ciò avviene attraverso il ristoro nel presente, il mantenimento dei legami con il passato e la costruzione di speranze per il futuro. Bambine e bambini usano il racconto visivo e verbale per descrivere reliquie, oggetti simbolici e rappresentazioni delle diverse culture che hanno attraversato, comprese quelle del nuovo paese. Impegnarsi in interazioni multisensoriali incarnate con i pari può aiutare la gioventù a sentirsi parte di più culture e, di conseguenza, generare affettività positiva, realizzazione e un senso di continuità nella narrazione di vita (Haswell, 2023).
L’appartenenza consente all’infanzia di percepire il mondo come stabile, controllabile e situato nel luogo fisico che abita (Erwin et al., 2024). Nella letteratura esaminata l’appartenenza è emersa come una dimensione importante del modo in cui l’infanzia rifugiata costruisce reti sociali e comunitarie, attraverso i pari e la scuola ma anche nelle nuove comunità locali. La letteratura più ampia conferma il ruolo dell’appartenenza nel mediare gli esiti di salute e benessere delle persone rifugiate, in particolare l’appartenenza al gruppo dei pari e alla scuola (Draper et al., 2024; McIntyre, 2024).
L’infanzia cerca legami sociali attraverso pratiche incarnate di inclusione, a cui rispondono a loro volta altre persone dell’ambiente condiviso (Maine et al., 2021). Sentire inclusa la propria cultura e, al tempo stesso, sentirsi parte della cultura locale, a scuola o in altri spazi sociali, può avere un effetto riparativo rispetto alle divisioni tra «chi è dentro» e «chi è fuori» che permeano i discorsi sociali sullo status di rifugiato, sulla cittadinanza e sull’etnia (Erwin et al., 2024). Una bambina o un bambino rifugiato, a cavallo tra (almeno) due mondi culturali, può mettere in atto e vivere l’appartenenza attraverso queste forme di inclusione sociale. Ciò evidenzia la natura molteplice dell’appartenenza. Il luogo a cui si appartiene è in costante negoziazione, soprattutto nei momenti di migrazione (Geng et al., 2012; Haswell, 2023). L’appartenenza è importante non solo per il benessere soggettivo dell’infanzia, ma anche come tratto dell’organizzazione sociale (Mitchell et al., 2020; Oudshoorn et al., 2020). Co-costruire identità condivise in esilio può favorire la coesione sociale e la riparazione (Maine et al., 2021). Possono emergere nuove concezioni della cittadinanza, in modo protettivo e riparativo, sia per le comunità locali sia per quelle appena arrivate (Mitchell et al. 2020; Erwin et al. 2024).
Gli approcci multisensoriali e narrativi possono permettere all’infanzia di orientarsi tra identità che si intersecano in modo nuovo, sviluppando forse un sentimento del tipo «posso appartenere sia a là sia a qui». In effetti, appartenere a un luogo passato o presente è meglio di quello che è forse il rischio più grande per qualsiasi giovane: non appartenere a nessun luogo (Jones et al., 2020). Si potrebbe sostenere che l’appartenenza sia una sorta di prerequisito per uno sviluppo positivo dell’identità (Maine et al., 2021). Per la gioventù rifugiata, l’appartenenza può aiutare a riparare in parte la dislocazione psicologica e le «fratture» migratorie che la migrazione forzata produce nelle narrazioni identitarie dell’infanzia (Radjack et al., 2020).
Al tempo stesso, è importante tenere presente il contributo non solo delle storie personali, ma anche dei più ampi fattori socioculturali che plasmano le narrazioni della gioventù rifugiata (Chen & Schweitzer, 2019). La disponibilità e il peso relativo delle diverse appartenenze a gruppi e luoghi varieranno da una persona giovane all’altra. L’attenzione a queste sfumature e a questa complessità sosterrà la capacità di agire della gioventù nella costruzione delle narrazioni personali (Warshaw, 2019).
La letteratura esaminata riportava un’ampia gamma di metodologie di qualità variabile. Gli studi inclusi erano per lo più di natura descrittiva e privi di dettaglio analitico. Molti riferivano apertamente i benefici degli approcci multisensoriali e narrativi studiati, ma non affrontavano le sfide o gli ostacoli che tali approcci incontrano, trascurando così la necessaria analisi critica. Negli studi quantitativi i bias erano riportati in modo insufficiente e, quando venivano riconosciuti, si faceva poco per correggerli (Turner et al., 2013).
Un ulteriore possibile limite era l’ampiezza degli esiti esaminati. Il benessere era operazionalizzato in modi diversi, da esiti clinici a costrutti più astratti come l’identità e la capacità di agire, mentre l’appartenenza e l’integrazione sociale erano definite in modo più chiaro. Tuttavia il benessere ha ricevuto un peso relativamente minore nei risultati e potrebbe quindi meritare in futuro una revisione a sé.
Tutti gli studi tranne uno hanno esaminato esiti di gruppo, e i significati e le narrazioni personali sono andati in parte perduti. I campioni erano spesso ridotti, ad esempio negli studi di caso ravvicinati su una o poche persone minori rifugiate. Ciò era in parte compensato da una ricca documentazione dei casi; tuttavia, la mancanza di dettagli demografici e di una rendicontazione coerente dei fattori individuali (durata della permanenza, età, contesto di reinsediamento) rende difficile capire che cosa sia importante per i diversi gruppi della gioventù rifugiata e rischia di omogeneizzare ulteriormente l’esperienza del rifugio (Chase et al., 2020). L’infanzia più piccola è spesso meno visibile nella ricerca, e ci si affida invece a persone adulte per raccontarne le storie, come è emerso nella presente revisione. Dato il ruolo fondamentale dell’appartenenza nei primi anni di vita, lo studio dell’appartenenza e dell’identità infantili deve dare più spazio alla voce dell’infanzia più piccola (Erwin et al., 2024).
La nostra revisione ha individuato quattro temi generali relativi al modo in cui gli approcci narrativi e sensoriali possono sostenere il benessere e l’appartenenza della gioventù rifugiata: (a) il sostegno al benessere e alla comunicazione, (b) l’espressione creativa come empowerment, (c) i legami sociali positivi e riparativi e (d) i legami con l’identità culturale. Il benessere è stato descritto come un costrutto psicologico composito che comprende l’appartenenza e l’identità, entrambe sostenute dagli approcci narrativi e sensoriali e collegate a esiti psicosociali più ampi (Rysst 2016; Enge & Stige 2022). I legami dell’infanzia con l’identità culturale e l’appartenenza sono emersi come direzioni importanti per studi futuri (Marsh & Dieckmann, 2017; Meyer DeMott et al., 2017). In particolare, l’intersezione tra l’appartenenza a identità culturali passate e presenti, e il modo in cui queste possono essere cambiate in seguito alla migrazione (Rousseau et al. 2003; Beauregard et al. 2017; Marsh 2017). L’infanzia è sempre «in divenire», e la gioventù rifugiata continuerà a esplorare aspetti di chi è e del luogo a cui appartiene attraverso molteplici mezzi sensoriali e narrativi nelle sue sfere sociali nuove ed emergenti. L’esperienza personale, piuttosto che di gruppo, del muoversi tra contesti culturali e geografici, in particolare nell’infanzia più piccola, sarà un tema importante dei futuri studi sull’appartenenza e sul benessere delle persone rifugiate (Erwin et al., 2024). È probabile che i metodi creativi e partecipativi favoriscano un’inclusione significativa della gioventù rifugiata nella ricerca (Chase et al., 2020). Ciò è importante date le barriere evolutive e linguistiche che ostacolano una partecipazione significativa dell’infanzia alla ricerca, così come alla vita politica e civica più ampia (Wallace & Lewis 2020; Sevón et al. 2023).
I risultati evidenziano il valore degli interventi creativi e multisensoriali per la gioventù rifugiata, in particolare in ambito scolastico. Il potenziale di questi approcci nel favorire legami sociali tra gruppi rifugiati e non rifugiati ne indica l’utilità per la pratica clinica, educativa e dei servizi sociali. Ciò può contribuire a migliorare le relazioni tra comunità già presenti e comunità migranti e ad accrescere le esperienze di connessione sociale, benessere e appartenenza di tutta l’infanzia e di tutta la gioventù.
Il gruppo di autrici e autori è interamente di origine britannica bianca (tre donne e un uomo) e lavora e risiede nel Regno Unito. Le autrici e l’autore desiderano dichiarare che nessuna e nessuno di loro ha vissuto personalmente la migrazione forzata o lo sfollamento. È importante riconoscere le differenze di etnia, condizione socioeconomica e contesto geografico tra chi firma l’articolo e l’infanzia studiata, poiché creano notevoli squilibri di potere. Pur non condividendo questa esperienza vissuta con le persone partecipanti, dispongono tuttavia di una varia esperienza clinica di lavoro con comunità rifugiate e richiedenti asilo nella sanità pediatrica e nella psicologia clinica, che ha motivato questa ricerca. La ricerca intende sollevare questioni preoccupanti e aprire opportunità di sostegno creativo, centrato sull’infanzia e inclusivo per questa gioventù marginalizzata. Da una prospettiva internazionalista e umanista, chi firma l’articolo sostiene un’etica dell’inclusione, dell’accoglienza e della sicurezza per tutta l’infanzia e la gioventù costrette a migrare nel mondo.
Complexe Systémique: punti chiave
Questa revisione ha il merito di spostare lo sguardo sulla gioventù rifugiata: invece di partire dal trauma e dai suoi sintomi, guarda a ciò che crea legame. Cantare insieme in un cortile scolastico, ballare, disegnare o raccontare una storia con una marionetta permette di dire cose senza passare per una lingua non ancora padroneggiata, di scegliere quando e come esprimersi e di far circolare in entrambe le direzioni la cultura familiare e quella del paese ospitante. Per la pratica sistemica, l’appartenenza appare qui come una costruzione relazionale, mai conclusa, che si gioca a scuola, tra pari e in famiglia quanto nella stanza di terapia. Resta necessaria la prudenza: tredici studi su quindici trattano solo il versante sensoriale, la maggior parte è descrittiva e poco critica, e l’infanzia più piccola parla raramente in prima persona. L’interesse per l’olfatto, il gusto e il gioco con il cibo è appena abbozzato. Da leggere insieme a l’articolo su migrazione, perdita ambigua e rituali e a la revisione sul trauma intergenerazionale nelle famiglie rifugiate.
Note dall’originale
Conflitto di interessi. Due persone del gruppo di autrici e autori lavorano per Urban House nell’ambito di SWFT NHS Foundation Trust (LM e TS). Una di esse (LM) è collegata a Migration Yorkshire, e tutto il gruppo ha un interesse clinico e accademico nel campo della salute mentale e del benessere dell’infanzia e dell’adolescenza rifugiate. A parte ciò, non vi sono altri conflitti di interessi da dichiarare.
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Traduzione non ufficiale in italiano di A Scoping Review of the Role of Sensory and Narrative Processes in the Wellbeing and Belonging of Young Refugees, di Anna Gilleard, Luise V. Marino, Tracey Smith e David Turgoose, Journal of Child and Family Studies, vol. 34, n. 10 (2025), doi: 10.1007/s10826-025-03145-5, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (traduzione, tabelle presentate sotto forma di elenchi). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Questa è una traduzione non ufficiale dell’articolo originale «A Scoping Review of the Role of Sensory and Narrative Processes in the Wellbeing and Belonging of Young Refugees», pubblicato in Journal of Child and Family Studies (2025) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Gilleard, A., Marino, L. V., Smith, T., e Turgoose, D. (2025). A Scoping Review of the Role of Sensory and Narrative Processes in the Wellbeing and Belonging of Young Refugees. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/sensory-and-narrative-processes-in-the-wellbeing-and-belonging-of-young-refugees (Opera originale pubblicata nel 2025 in Journal of Child and Family Studies, 34(10), 2684-2697 (2025); ripubblicata nel 2025 da Journal of Child and Family Studies, https://link.springer.com/article/10.1007/s10826-025-03145-5)
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