Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Current Psychology · Famiglia
Come passa un parto traumatico da una generazione di donne alla successiva? In Turchia, un’équipe di Kütahya ha intervistato trenta donne di dieci famiglie: nonna, madre e nipote. I loro racconti delineano una trasmissione attraverso il silenzio, la vergogna e la cura, ma anche delle rotture: figlie meglio informate, partner più presenti e nuove ferite legate alla medicalizzazione.
Traduzione non ufficiale in italiano di From grandmother to granddaughter: a phenomenological study to assess the intergenerational transmission of birth-related traumatic experiences, di Sercan Mansuroğlu e Ayşegül Unutkan, pubblicato in Current Psychology (Springer) (2026), doi: 10.1007/s12144-026-09142-1, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le tabelle sono presentate sotto forma di elenchi; un paragrafo duplicato nella versione online dell’originale («Strumento di raccolta dei dati») è riprodotto così come è stato pubblicato; i ringraziamenti e le dichiarazioni di fine articolo sono raggruppati nelle note; il materiale supplementare (tracce di intervista) non è riprodotto. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Questo silenzio non rappresenta solo la trasmissione del trauma, ma anche l’eredità dell’ignoranza.
Sercan Mansuroğlu e Ayşegül Unutkan
Abstract
Il parto non è soltanto un evento biologico, ma anche un’esperienza psicologica e socioculturale profondamente radicata, che può plasmare il benessere delle donne nell’arco della vita. Se le conseguenze psicologiche del parto traumatico sono sempre più documentate, si sa molto meno su come queste esperienze si trasmettano da una generazione all’altra, in particolare nelle società patriarcali e centrate sulla famiglia. Questo studio si è proposto di esplorare come le esperienze di parto traumatico vengano trasmesse attraverso tre generazioni di donne e di individuare i meccanismi relazionali e socioculturali alla base di tale trasmissione. In questa ricerca fenomenologica sono state condotte interviste semistrutturate con 30 partecipanti di 10 famiglie (nonna, madre, nipote). I dati sono stati esaminati mediante analisi tematica, che ha portato a tre temi generali: (1) Fonti e manifestazioni del trauma, (2) Vie della trasmissione intergenerazionale e (3) Differenze generazionali e trasformazione. I risultati mostrano che il trauma legato al parto non è solo un’esperienza psicologica individuale, ma anche un fenomeno mediato socialmente e culturalmente, trasmesso attraverso il silenzio, le pratiche di cura e l’evoluzione delle dinamiche familiari. Esaminando simultaneamente tre generazioni, questo studio contribuisce alla letteratura internazionale mettendo in luce come il trauma intergenerazionale si riproduca e, in alcuni casi, si trasformi nel tempo. Questi risultati sottolineano la necessità di un’assistenza alla maternità informata sul trauma e culturalmente sensibile, nonché di interventi intergenerazionali che vadano oltre gli approcci clinici centrati sull’individuo.
Parole chiave: Gravidanza, Parto, Trauma intergenerazionale, Trasmissione del trauma, Esperienze delle donne
La gravidanza e il parto non sono semplici eventi biologici; sono esperienze complesse, intrecciate di significati psicologici, sociali e culturali nella storia di vita di una donna (Olza et al., 2018). Questi periodi di transizione possono talvolta rappresentare momenti di trasformazione che rafforzano, mentre altre volte lasciano impronte traumatiche che turbano profondamente l’integrità psicologica. Fattori come la mancanza di reti di sostegno, la perdita di controllo, le violazioni dell’autonomia corporea e il senso di isolamento possono trasformare il parto in un’esperienza traumatica per le donne (Unutkan et al., 2025; Avcı & Kaydırak, 2023).
Gli effetti di questo trauma non si limitano al momento in cui si verifica: possono plasmare la percezione che le generazioni successive hanno della femminilità, della maternità e del corpo femminile, attraverso un processo di trasmissione intergenerazionale (Roubinov et al., 2022). La crescente letteratura sul trauma intergenerazionale sottolinea che il trauma non incide soltanto sulla struttura psicologica della persona, ma produce anche effetti durevoli nei contesti familiari, sociali e culturali. Questa trasmissione non avviene solo attraverso racconti espliciti, ma anche attraverso emozioni represse, modelli genitoriali, silenzi e persino meccanismi epigenetici (Aydın & Yıldız, 2018; Horsch & Stuijfzand, 2019).
Gli effetti duraturi, e spesso non riconosciuti, del trauma da parto diventano particolarmente visibili nella trasmissione tra donne (Ayers et al., 2024; Horsch & Garthus-Niegel, 2019). Le esperienze di parto di una donna vengono spesso trasmesse — sovente senza volerlo — alle figlie attraverso racconti, atteggiamenti o reazioni emotive. Questo fenomeno non riguarda solo la memoria personale; riflette anche la circolazione intergenerazionale delle norme di genere, dei valori patriarcali e dei traumi taciuti legati al corpo femminile (Aydın & Yıldız, 2018).
Esistono diversi meccanismi attraverso i quali il trauma si trasmette da una generazione all’altra. Abraham e Torok (2005) hanno introdotto il concetto di «identificazione criptica» per descrivere come il trauma possa essere ereditato inconsciamente. Le persone esposte a un trauma presentano spesso sintomi come ansia, depressione, stress post-traumatico, una percezione accentuata della minaccia e pessimismo verso sé stesse e verso il mondo. Questi schemi psicologici possono comparire anche nella loro prole. La prole di genitori traumatizzati può adottare stili genitoriali e problemi psicologici simili e manifestare sintomi come vulnerabilità allo stress, senso di colpa, ansia, depressione, fobie e panico. Il trauma non elaborato di un genitore può avere un impatto diretto sul figlio o sulla figlia, che può assorbire paure non dette e interiorizzarle come se fossero proprie. Lebovici (1993) descrive questo processo con il concetto di «mandato familiare», che rimanda ai ruoli e alle responsabilità assegnati fin dalla nascita. Analogamente, Stierlin e il suo gruppo (1979) e Boszormenyi-Nagy (2014) suggeriscono che i genitori impongano spesso, inconsapevolmente, determinati ruoli e aspettative alla prole: riparare errori del passato, alleviare il dolore genitoriale o placare le angosce. Queste trasmissioni implicite possono alimentare un profondo senso di lealtà e di obbligo verso le generazioni precedenti, dando forma a ciò che si potrebbe chiamare un «debito intergenerazionale». Col tempo questi pesi si accumulano, e chi entra a far parte della famiglia nasce dentro queste eredità emotive.
La teoria del trauma epigenetico propone che queste trasmissioni possano avere basi non solo psicosociali, ma anche biologiche. Alcuni studi indicano, per esempio, che livelli elevati di stress durante la gravidanza possono influire sul neurosviluppo fetale e persino trasmettersi alla generazione successiva (Yehuda et al., 2016). Yamagata e il suo gruppo di ricerca hanno esplorato la psicopatologia intergenerazionale tra madri e figlie esaminando, tramite risonanza magnetica, la somiglianza del volume di sostanza grigia nei sistemi cortico-limbici di coppie genitore-figlio. I risultati hanno rivelato una somiglianza significativamente maggiore tra madri e figlie rispetto alle altre diadi (per esempio madre-figlio, padre-figlia), suggerendo una possibile base neurale della trasmissione intergenerazionale (Yamagata et al., 2016).
Le teorie psicodinamiche sostengono che il trauma non elaborato a livello cosciente possa essere trasmesso inconsapevolmente alle generazioni future (Bowe et al., 2025). Questa trasmissione inconscia può ostacolare lo sviluppo psicologico del bambino o della bambina e manifestarsi più avanti nella vita sotto forma di angosce, disagi o sintomi psicologici inspiegabili (Abraham & Torok, 1994). Benché la ricerca su questo tema venga spesso fatta risalire agli studi sulla discendenza di persone sopravvissute all’Olocausto (Rakoff et al., 1966), le prime concettualizzazioni psicoanalitiche sottolineavano già che le emozioni non dette e la colpa derivanti dal trauma genitoriale possono essere proiettate sulla prole (Ferenczi, 1988). Teorizzazioni successive hanno paragonato questi traumi irrisolti a «fantasmi» invisibili o a presenze inquietanti che continuano a influenzare le generazioni future (Fraiberg et al., 1975). Questi pesi possono perturbare lo sviluppo del senso di sé (Fraiberg et al., 1975; Abraham & Torok, 1994). Il pensiero psicoanalitico suggerisce inoltre che i traumi collettivi — vissuti da intere società — possano entrare a far parte dell’inconscio collettivo e trasmettersi in silenzio quando vengono repressi, ignorati o non riconosciuti (Jung, 1964; Feldman, 2022).
Dal punto di vista della teoria dell’attaccamento, un’esperienza di parto traumatica può compromettere l’investimento emotivo della madre nei confronti del figlio o della figlia, plasmando potenzialmente i futuri modelli relazionali (Frankham et al., 2023). La teoria dei sistemi sottolinea inoltre che il trauma non è soltanto un fenomeno individuale, ma riguarda l’intero sistema familiare (Fitzgerald et al., 2020; Reshef et al., 2023).
Le prospettive femministe danno un contributo importante a questo campo, mettendo in evidenza come le esperienze di parto delle donne siano spesso rese invisibili, confinate nella sfera privata e avvolte in un silenzio sistemico. Quando il parto è sottoposto all’autorità e al controllo medici, le donne possono perdere la capacità di decidere del proprio corpo, il che dà luogo a traumi non riconosciuti. Questo silenzio si riproduce di generazione in generazione, non solo individualmente ma come parte di una memoria collettiva (Tsakmakis et al., 2023).
Lo studio è stato condotto nel contesto della Turchia, una società in cui i valori patriarcali e i ruoli di genere hanno un forte peso e in cui la struttura familiare si mantiene sia in forma nucleare sia allargata. L’autonomia decisionale delle donne durante il parto è spesso influenzata dalle generazioni più anziane della famiglia e dal marito. È stato inoltre riportato che le donne vivono ansia e depressione durante il percorso del parto a causa delle aspettative sociali, dei ruoli materni e della mancanza di sostegno, e presentano sintomi di stress traumatico (Ozansoy Tunçdemir, 2024; Unutkan et al., 2024; Yildiz et al., 2017). Inoltre, l’accesso inadeguato ai servizi sanitari rende più probabili le esperienze di parto traumatiche, con un conseguente aumento del carico psicologico sia a livello individuale sia a livello intergenerazionale (Özcan et al., 2017). Sebbene l’accesso ai servizi sanitari sia complessivamente migliorato in modo significativo, i risultati dell’Indagine demografica e sanitaria della Turchia (TNSA, 2018) indicano che i servizi di assistenza prenatale sono più limitati nelle zone rurali e tra le donne con basso livello di istruzione. In un simile contesto sociale, la forte influenza delle strutture patriarcali e delle norme di genere crea le condizioni perché il trauma da parto si riproduca attraverso i ruoli familiari e i valori culturali, al di là della sua natura di esperienza individuale. La Turchia offre quindi un contesto unico e cruciale per esaminare la trasmissione intergenerazionale del trauma specificamente in relazione ai processi del parto.
In paesi come la Turchia, dove i valori tradizionali sono profondamente radicati, la trasmissione intergenerazionale delle esperienze di parto è stata studiata in modo insufficiente e la maggior parte della ricerca esistente si basa su metodi quantitativi (Demir, 2024; Aktaş Reyhan & Dağlı, 2022). La letteratura in materia ha esaminato la trasmissione del trauma legato al parto su una o due generazioni, il che rivela solo in parte la complessità dei meccanismi di trasmissione e i loro effetti stratificati sulle dinamiche intrafamiliari. Un approccio qualitativo che abbracci simultaneamente tre generazioni consente di comprendere più a fondo le vie di trasmissione del trauma, le somiglianze e le trasformazioni tra generazioni. Si può inoltre affermare che condurre questo studio nella cultura turca colmi un’importante lacuna della letteratura, mostrando come le norme culturali, l’accesso all’assistenza sanitaria e i ruoli di genere svolgano un ruolo formativo nella trasmissione del trauma.
Questo studio intende colmare tale lacuna ed esplorare come le esperienze di parto traumatiche delle donne lascino tracce durature attraverso le generazioni.
La ricerca è guidata dalle seguenti domande principali:
Lo studio è stato progettato secondo un approccio fenomenologico, uno dei metodi della ricerca qualitativa, ed è stato condotto tra novembre 2024 e febbraio 2025. La fenomenologia mira a esplorare i significati soggettivi che le persone attribuiscono alle loro esperienze vissute (Creswell, 2013). Tra i disegni di ricerca fenomenologica, questa ricerca adotta quello della fenomenologia ermeneutica, che non si limita a descrivere le esperienze, ma cerca anche di comprendere come le persone diano loro senso all’interno dei propri contesti sociali, culturali e relazionali (Errasti-Ibarrondo et al., 2019). L’approccio si fonda quindi su una posizione epistemologica costruita a partire dalle esperienze soggettive delle persone, in contrapposizione all’assunto di una realtà unica e immutabile. Secondo questo approccio, l’interpretazione dei dati da parte di chi conduce la ricerca è importante quanto i racconti delle persone. Per questo è stato adottato il principio di riflessività, affinché le ricercatrici fossero consapevoli dei propri pregiudizi. In questo studio la fenomenologia è stata scelta per mostrare come le donne diano senso alle loro esperienze di parto traumatiche, come queste esperienze si strutturino attraverso il corpo, le emozioni e le relazioni, e come acquisiscano continuità attraverso la trasmissione intergenerazionale. Attraverso i racconti delle donne, lo studio parte dall’assunto che le esperienze di parto traumatiche non siano solo un vissuto individuale, ma anche un fenomeno che può prendere forma in contesti culturali, familiari e sociali. In questo senso, la ricerca intende rendere visibili le dimensioni individuale, relazionale e intergenerazionale del trauma analizzando le rappresentazioni mutevoli o persistenti delle esperienze di parto.
Il gruppo di studio era composto da 30 donne di 10 famiglie, ciascuna con partecipanti di tre generazioni (nonna–madre–nipote). Il contesto dello studio parte dall’assunto che le esperienze di parto non siano semplici vissuti individuali, ma anche esperienze trasmesse attraverso i racconti familiari e le interazioni tra generazioni. La ricerca è stata quindi progettata in un contesto familiare, considerando insieme donne di tre generazioni: nonna, madre e nipote. Le partecipanti sono state selezionate tramite un campionamento intenzionale per criteri, a condizione che soddisfacessero i seguenti requisiti: avere più di 18 anni, aver partorito e poter partecipare alle interviste nelle tre generazioni di una stessa famiglia. Questo metodo di campionamento privilegia la selezione di persone con un’esperienza ricca in relazione al tema, in grado di contribuire in modo significativo all’obiettivo dello studio (Patton, 2002).
Le partecipanti sono state reclutate tramite un annuncio pubblicato in un’università pubblica in cui lavorano le ricercatrici. Questa università è un’istituzione formativa che accoglie una vasta popolazione studentesca proveniente da diverse regioni del paese. Le triadi familiari (nonna-madre-nipote) incluse nello studio non si limitavano quindi all’area geografica del campus; le origini delle partecipanti erano distribuite in tutto il paese (si veda la Tabella 1 per la differenza tra ambiente rurale e urbano tra le partecipanti). La selezione del campione si è basata su un obiettivo intenzionale e su una strategia di massima variazione: i criteri di inclusione prevedevano la presenza congiunta di tre generazioni, l’esistenza di racconti legati all’esperienza del parto e la rappresentazione di diversi contesti socioculturali. Inoltre, durante il lavoro sul campo si è fatto ricorso sia ad annunci nel campus sia a segnalazioni da parte delle partecipanti, affinché alle interviste prendessero parte anche nonne o madri residenti in altre province. Quando non era possibile un’intervista in presenza, veniva offerta la possibilità di un’intervista online; questa modalità ha facilitato l’inclusione nella raccolta dei dati di familiari che vivevano in luoghi geografici diversi. Grazie a queste strategie, pur provenendo da un’unica istituzione, il campione ha raggiunto una diversità geografica, rurale-urbana e socioculturale che ha permesso di esaminare in profondità i meccanismi di trasmissione intergenerazionale oggetto dello studio. In totale, 19 persone iscritte all’università hanno risposto all’annuncio. Di queste, 9 sono state escluse perché non era possibile raggiungere le familiari delle altre generazioni. Infine, grazie alla mediazione di 10 di loro, sono state reclutate per le interviste donne di tre generazioni appartenenti a 10 famiglie.
Tabella 1 Caratteristiche demografiche delle partecipanti
Le 10 studentesse incluse nello studio erano iscritte alla facoltà in cui lavoravano le ricercatrici. Questa situazione è stata attentamente considerata sotto il profilo del rapporto tra ricercatrici e partecipanti, spesso discusso nella ricerca qualitativa. Poiché il rapporto accademico delle ricercatrici con le studentesse poteva influenzare le risposte delle partecipanti, l’impatto di tale rapporto sul processo di ricerca è stato valutato sia dal punto di vista etico sia da quello metodologico. In questo contesto, nella raccolta dei dati è stata posta particolare enfasi sui principi di volontarietà, riservatezza e autonomia delle partecipanti. Inoltre, data la natura dell’approccio fenomenologico, chi conduce la ricerca non si trova in una posizione di osservazione distante, ma in una posizione riflessiva e interpretativa nella costruzione di senso dei racconti. Per questo le ricercatrici, consapevoli dei propri ruoli accademici e dei possibili pregiudizi, hanno adottato il principio di riflessività e hanno interrogato costantemente questo rapporto per tutta la durata dell’analisi dei dati. Al tempo stesso, il fatto che alcune partecipanti fossero studentesse delle ricercatrici è stato considerato tra i limiti dello studio. Questa situazione potrebbe aver prodotto un effetto di desiderabilità sociale, in particolare nei racconti della generazione delle nipoti. Tuttavia, poiché le generazioni delle nonne e delle madri, focus principale della ricerca, non avevano un rapporto accademico diretto con le ricercatrici, si ritiene che tale effetto sia rimasto limitato nella trasmissione dei racconti intergenerazionali. In questo senso, lo studio adotta un approccio di ricerca qualitativa che individua i possibili squilibri di potere, li riferisce in modo trasparente e ne include l’interpretazione.
Secondo i dati demografici (si veda la Tabella 1), le nonne (1ª generazione) avevano un’età media di 71.10 ± 9.14 anni. Otto di loro si erano sposate prima dei 18 anni, quattro avevano tra 2 e 4 figli, otto avevano vissuto un aborto spontaneo o una natimortalità, sei vivevano in zone rurali, sette vivevano in famiglie nucleari e nove non riferivano anamnesi psichiatrica né malattia mentale. Le madri (2ª generazione) avevano un’età media di 46.90 ± 5.72 anni. Sette si erano sposate prima dei 18 anni, tutte avevano tra 2 e 4 figli, sei non avevano vissuto aborti spontanei né natimortalità, sei vivevano in zone rurali e nove vivevano in famiglie nucleari e non riferivano disturbi psichiatrici. Le nipoti (3ª generazione) avevano un’età media di 23.01 ± 4.48 anni. Sei si erano sposate prima dei 18 anni, tutte avevano tra 2 e 4 figli, sei non avevano vissuto aborti spontanei né natimortalità, sei vivevano in zone rurali e nove vivevano in famiglie nucleari, senza anamnesi psichiatrica riferita.
I dati sono stati raccolti tramite un modulo di informazioni demografiche e tracce di intervista semistrutturata elaborate dalle ricercatrici. Le tracce sono state concepite per aiutare le partecipanti a esprimere in profondità, con parole proprie, le loro esperienze durante la gravidanza, il parto e il post-partum, in conformità con i principi fondamentali dell’approccio fenomenologico. Nell’elaborazione delle domande si è tenuto conto di precedenti studi qualitativi sulle esperienze di parto traumatiche, sulla trasmissione intergenerazionale e sulla salute mentale delle donne, nonché dell’esperienza clinica e accademica. Data la natura particolare della ricerca, sono stati predisposti moduli di intervista distinti per ciascuna generazione. Le tracce per i gruppi delle nonne (1ª generazione), delle madri (2ª generazione) e delle nipoti (3ª generazione) sono state differenziate tenendo conto del contesto sociale, culturale e familiare dell’epoca delle partecipanti, pur mantenendo una continuità tematica. Ciò ha permesso di osservare in modo comparativo la trasmissione e la trasformazione delle esperienze tra generazioni. Tutte le tracce di intervista sono fornite come file supplementari.
I dati sono stati raccolti tramite un modulo di informazioni demografiche e tracce di intervista semistrutturata elaborate dalle ricercatrici. Le tracce sono state concepite per aiutare le partecipanti a esprimere in profondità, con parole proprie, le loro esperienze durante la gravidanza, il parto e il post-partum, in conformità con i principi fondamentali dell’approccio fenomenologico. Nell’elaborazione delle domande si è tenuto conto di precedenti studi qualitativi sulle esperienze di parto traumatiche, sulla trasmissione intergenerazionale e sulla salute mentale delle donne, nonché dell’esperienza clinica e accademica (Horsch & Stuijfzand, 2019; Feldman, 2022; Aktaş Reyhan & Dağlı, 2022; Bekes & Starrs, 2024; Aydın & Yıldız, 2018). Data la natura particolare della ricerca, sono stati predisposti moduli di intervista distinti per ciascuna generazione. Le tracce per i gruppi delle nonne (1ª generazione), delle madri (2ª generazione) e delle nipoti (3ª generazione) sono state differenziate tenendo conto del contesto sociale, culturale e familiare dell’epoca delle partecipanti, pur mantenendo una continuità tematica. Ciò ha permesso di osservare in modo comparativo la trasmissione e la trasformazione delle esperienze tra generazioni. Tutte le tracce di intervista sono fornite come file supplementari.
Le interviste sono state condotte individualmente, in presenza oppure online, dalla prima ricercatrice, in un ambiente in cui ogni partecipante potesse sentirsi al sicuro e a proprio agio. Ogni generazione è stata intervistata separatamente. Le interviste sono durate tra 40 e 70 min e sono state audioregistrate con il consenso delle partecipanti. Prima di concludere gli incontri, alle partecipanti veniva chiesto se avessero qualcosa da aggiungere o da domandare, e le interviste si chiudevano con parole di ringraziamento. La raccolta dei dati è proseguita fino al raggiungimento della saturazione tematica. Benché il numero di interviste sia aumentato durante la codifica fino alla 10ª famiglia dello studio, nelle tre interviste consecutive successive all’8ª famiglia non sono emersi nuovi codici né nuovi temi principali; la raccolta dei dati si è quindi conclusa con 10 famiglie. Il criterio di saturazione è stato definito come tre interviste consecutive che non fornissero informazioni nuove. Non sono state condotte interviste ripetute. Le registrazioni sono state poi trascritte dalla ricercatrice e preparate per l’analisi.
Durante le interviste sono state utilizzate diverse strategie facilitanti per rafforzare la comunicazione e superare eventuali impasse. Oltre alle domande aperte, quando necessario le ricercatrici ponevano domande di approfondimento e di riflessione come «Potrebbe approfondire un po’ questo punto?» e «Potrebbe descrivere come si è sentita in quel momento?». Non vi sono state interruzioni durante le interviste in presenza né quando le partecipanti erano emotivamente provate. Durante le interviste online vi sono state alcune interruzioni, ma la connessione è stata ristabilita e l’intervista è proseguita. Inoltre, i silenzi non sono stati interrotti, così da lasciare alle partecipanti il tempo di raccogliere i pensieri. Questa flessibilità è stata adottata come elemento fondamentale della tecnica dell’intervista semistrutturata. Tutte le interviste sono state audioregistrate con il consenso esplicito delle partecipanti e trascritte parola per parola dopo l’intervista. Per tutta la raccolta dei dati, la traccia di intervista non è stata usata come un elenco fisso di domande, ma come una guida flessibile che sosteneva i racconti delle partecipanti senza orientarli. Questo approccio mirava a preservare il principio di «comprendere l’esperienza dal punto di vista della partecipante stessa», obiettivo fondamentale della ricerca fenomenologica. Le registrazioni audio sono state conservate in un account cloud accessibile soltanto alle ricercatrici, con i nomi delle partecipanti codificati.
Prima della raccolta dei dati è stata ottenuta l’approvazione del comitato etico della Kütahya Health Sciences University (data: 30.09.2024 - delibera n. 2024/11–46). Le partecipanti sono state informate dell’obiettivo dello studio, dei principi di partecipazione volontaria e di riservatezza dei dati e del loro diritto di ritirarsi in qualsiasi momento. Da ciascuna partecipante è stato ottenuto il consenso informato scritto o verbale. In ogni fase dello studio sono state rigorosamente rispettate le considerazioni etiche della versione vigente della Dichiarazione di Helsinki.
I dati raccolti sono stati esaminati mediante analisi tematica (Braun & Clarke, 2006). Questo metodo si concentra sull’individuazione di schemi significativi nei racconti, sulla loro codifica e sulla successiva organizzazione dei codici in raggruppamenti tematici. All’inizio dell’analisi non è stato imposto alcun quadro concettuale a priori. Lo studio ha seguito un approccio fenomenologico induttivo, in cui significati, temi e strutture interpretative sono emersi direttamente dai racconti delle partecipanti. Sebbene la fenomenologia miri anzitutto a comprendere come le persone diano senso alle loro esperienze vissute, l’analisi tematica è stata impiegata come strategia analitica per individuare in modo sistematico gli schemi di significato condivisi dalle partecipanti. In questo studio, l’analisi tematica ha funzionato come un metodo fenomenologicamente fondato, che ha permesso alle ricercatrici di restare ancorate alle esperienze soggettive delle partecipanti, individuando al tempo stesso strutture esperienziali comuni legate al parto traumatico nelle diverse generazioni. I collegamenti concettuali con il trauma intergenerazionale e con i processi socioculturali sono stati elaborati analiticamente durante e dopo la codifica, anziché fungere da presupposti guida predeterminati. L’analisi ha seguito queste fasi:
In questo studio la saturazione teorica è stata resa operativa con il criterio «nessun nuovo tema principale né sottocodice significativo emerso in almeno tre interviste consecutive» (Guest et al., 2006; Saunders et al., 2018). Sono state analizzate in totale 30 interviste di 10 famiglie; le analisi hanno mostrato che i temi centrali e le categorie chiave ricorrevano ripetutamente nell’insieme di dati disponibile senza produrre informazioni nuove; la saturazione tematica è stata quindi considerata raggiunta sul piano analitico.
Tutte le interviste condotte nel corso della ricerca sono state registrate e trascritte parola per parola. Per rafforzare la credibilità dei risultati, le opinioni trascritte sono state condivise con le partecipanti per una conferma. Le trascrizioni così ottenute sono state riesaminate più volte, in modo indipendente, da entrambe le ricercatrici. Lo studio è stato condotto in linea con la formazione accademica e l’esperienza sul campo delle ricercatrici. La prima ricercatrice, grazie al suo lavoro nel campo del trauma e della salute mentale, offre una prospettiva teorica e applicata all’analisi delle dimensioni psicologiche e relazionali delle esperienze traumatiche. La sua esperienza con i metodi della ricerca qualitativa ha inoltre conferito una profondità interdisciplinare all’interpretazione dei racconti. La seconda ricercatrice ha un dottorato in infermieristica della salute della donna ed è specializzata nelle esperienze di parto, nelle percezioni del parto traumatico e nei vissuti soggettivi del parto delle donne. I suoi studi internazionali pubblicati sui metodi della ricerca qualitativa hanno contribuito all’applicazione efficace dell’approccio fenomenologico in questo studio. Le competenze diverse ma complementari delle ricercatrici hanno permesso di considerare le esperienze di parto traumatiche non solo come un processo ostetrico, ma anche come un’esperienza con effetti psicologici e intergenerazionali. Entrambe le ricercatrici hanno tuttavia adottato un approccio riflessivo per tutta la durata dello studio, consapevoli che le loro posizioni professionali e la loro competenza nel campo del trauma avrebbero potuto influenzare il processo di analisi; hanno considerato un requisito metodologico la consapevolezza dei possibili pregiudizi e la loro messa in discussione critica. Consapevoli dei propri ruoli accademici, dei propri valori in materia di salute delle donne e dei propri presupposti sulle esperienze di parto traumatiche, le ricercatrici hanno messo per iscritto tali presupposti prima di iniziare l’analisi dei dati. In questo contesto si è fatto ricorso alla sospensione riflessiva del giudizio, raccomandata nella ricerca fenomenologica, per separare il più possibile le interpretazioni delle ricercatrici dalle esperienze delle partecipanti (Errasti-Ibarrondo et al., 2019).
Durante il processo di codifica e di sviluppo dei temi, le ricercatrici si sono incontrate periodicamente per raggiungere un consenso analitico comune sui temi definitivi. Per tutto il processo si è prestata particolare attenzione a far derivare i temi direttamente dai dati e a evitare che i presupposti delle ricercatrici orientassero l’analisi. I temi concordati dalle due ricercatrici sono stati poi riesaminati da una persona esperta di ricerca qualitativa ma estranea all’argomento, completando così un’analisi in tre parti. Sulla base delle osservazioni ricevute, il sottotema 1.2, inizialmente intitolato «Solitudine e mancanza di sostegno», è stato riformulato in «Violenza, solitudine e mancanza di sostegno» per maggiore chiarezza. L’accordo tra codificatrici è stato determinato secondo il modello di Miles e Huberman, che prevede un accordo di almeno l’80% (Miles & Huberman, 1994). In questo studio l’accordo tra codificatrici è risultato pari all’88%.
Inoltre, la ricerca è stata condotta nel quadro dei principi di rigore metodologico, credibilità, trasferibilità, coerenza e verificabilità. Il contesto dello studio e le caratteristiche delle partecipanti sono stati descritti in dettaglio, e la trasferibilità è stata rafforzata sostenendo i temi con citazioni dirette tratte dai racconti delle partecipanti. La verificabilità è stata garantita riferendo con chiarezza tutte le decisioni relative al processo di analisi. Le ricercatrici hanno curato la coerenza interna confrontando costantemente dati, codici e temi per tutta la durata dell’analisi. Le loro posizioni nello studio sono state definite con chiarezza, insieme ai rispettivi punti di forza e limiti, e il possibile impatto di tali posizioni sulla produzione e sull’interpretazione dei dati è stato valutato criticamente in ogni fase del processo di ricerca. Si ritiene che questo approccio abbia rafforzato la trasparenza metodologica e la credibilità scientifica dello studio.
L’analisi tematica ha individuato tre temi principali: le fonti e le manifestazioni del trauma, le vie della trasmissione intergenerazionale, le differenze intergenerazionali e la trasformazione. Nel primo tema principale rientrano i sottotemi della fatica fisica e del carico di lavoro eccessivo; della violenza, della solitudine e della mancanza di sostegno; e della mancanza di conoscenze e di supporto medico. Il secondo tema principale comprende la cultura del silenzio e della vergogna, la trasmissione delle conoscenze e il sapere materno, e la ripetizione o l’interruzione consapevole delle esperienze negative. Il terzo tema principale ha fatto emergere sottotemi come il mutamento dei ruoli e delle dinamiche coniugali, i cambiamenti nei luoghi del parto e nell’accesso all’assistenza sanitaria, e i cambiamenti intergenerazionali nel sostegno del coniuge e della famiglia (Tabella 2). I risultati di questo studio rivelano che le esperienze di parto traumatiche non sono eventi isolati, ma si inscrivono in una struttura dinamica e interconnessa che si dispiega attraverso le generazioni. Come illustra la Fig. 1, l’analisi ha individuato tre temi principali che, nel loro insieme, spiegano come il trauma emerga, venga trasmesso e si trasformi nel tempo. Questi temi vanno intesi come analiticamente interconnessi più che come categorie distinte, e riflettono la complessa interazione tra esperienze individuali, dinamiche familiari e contesti socioculturali.

Tabella 2 Citazioni dalle interviste che riflettono i temi e i sottotemi principali delle esperienze di parto delle donne
Questo tema si concentra sulle esperienze traumatiche fisiche e psicosociali vissute dalle partecipanti durante la gravidanza, il parto e il post-partum, e coglie le condizioni in cui le esperienze di parto traumatiche hanno inizialmente origine. Nelle partecipanti della prima generazione il trauma derivava spesso dai ruoli di genere, dalla povertà, dalla gerarchia familiare e dalla mancanza di sostegno. Nella seconda e nella terza generazione, la pressione emotiva, la solitudine, gli interventi medici e la violenza sistemica sono emersi come fonti più rilevanti. Questo tema mette in luce come la fatica fisica e il carico di lavoro eccessivo, le esperienze di violenza, la solitudine e la mancanza di sostegno, così come l’insufficienza di conoscenze e di supporto medico, convergano nel plasmare i primi incontri delle donne con la gravidanza e il parto. Queste esperienze costituiscono lo strato fondante del trauma e formano lo sfondo emotivo ed esperienziale su cui si costruiscono i significati successivi.
Molte donne della prima generazione hanno riferito di essere state costrette a svolgere lavori pesanti per tutta la gravidanza, il che talvolta ha causato aborti spontanei o parti prematuri. I loro limiti fisici venivano ignorati, riflesso di una percezione del corpo femminile come corpo obbligato a lavorare.
«I gayınnam (termine dialettale locale per indicare la famiglia acquisita) non mi hanno mai trattata come una donna incinta. Mi facevano fare tutto. Mi mandavano nei campi e io andavo. Cucinavo e facevo tutto il bucato io.» (Intervista 3 – Nonna).
«Mia suocera mi dava l’asino più difficile da condurre. Dovevo tagliare il foraggio nei campi. Con quella pancia enorme non ce la facevo. Mi stendevo e piangevo.» (Intervista 10 – Nonna).
«Ho partorito, mi sono legata il bambino sulla schiena e sono andata nei campi. Il lavoro e il bambino, tutto insieme. Nessuno mi aiutava.» (Intervista 9 – Nonna).
Questo sottotema non mette in evidenza soltanto il trauma fisico, ma mostra anche come alle donne fosse negata la possibilità di riconoscere o rispettare i propri processi fisiologici.
Molte partecipanti si sono sentite trascurate sul piano emotivo durante la gravidanza e il parto, spesso sotto la pressione della suocera o senza ricevere alcun sostegno dal marito. Le forme di violenza andavano da quelle manifeste (schiaffi, insulti) a quelle nascoste (ignorarle, caricarle di responsabilità).
«Mio suocero mi insultava. Mio marito non mi ha mai protetta. Mi sentivo completamente sola.» (Intervista 3 – Madre).
«Dopo il parto, una notte il mio bambino ha pianto tantissimo. Non riuscivo a calmarlo. Mio suocero mi ha dato uno schiaffo perché non riusciva a dormire. Non lo dimenticherò mai.» (Intervista 10 – Nonna).
«Mia suocera ha fatto una smorfia perché avevo partorito una femmina. Mi ha dato la colpa del sesso del bambino. Ho trattenuto le lacrime.» (Intervista 10 – Nipote).
La solitudine emotiva e l’invisibilità erano particolarmente diffuse nella seconda generazione. Alcune hanno messo in dubbio la propria capacità genitoriale a causa di questo isolamento.
Molte donne hanno affrontato il travaglio senza capire che cosa comportasse il parto, che cosa aspettarsi o quali sintomi segnalassero un pericolo. Questa mancanza di conoscenze è stata una delle principali fonti di trauma, soprattutto per la prima generazione.
«Pensavo di essermela fatta addosso. Invece era cominciato il travaglio. Se mia cognata non me l’avesse detto, non me ne sarei accorta.» (Intervista 10 – Nonna).
«Mi hanno fatto le contrazioni sintetiche. Non sapevo cosa fosse. Ho sofferto per 50 ore. Nessuno mi ha spiegato come sarebbe stato il parto.» (Intervista 10 – Nipote).
«È venuta la levatrice, ha detto che il bambino non era ancora sceso e se n’è andata. Ho sofferto per 10 giorni. Alla fine il bambino è nato morto.» (Intervista 6 – Nonna).
In alcuni casi, l’indifferenza, la cattiva comunicazione o gli errori del personale sanitario hanno portato a esiti traumatici attraverso le generazioni.
Questo tema esamina come le donne abbiano trasmesso — o non siano riuscite a trasmettere — le loro esperienze di gravidanza e di parto alla generazione successiva. Sono emerse tre modalità principali: il silenzio e la vergogna, la condivisione protettiva delle informazioni, e la ripetizione o l’interruzione del trauma. Questo tema spiega come il trauma legato al parto vada oltre la persona e si inscriva nelle relazioni familiari. Chiarisce i meccanismi attraverso cui i significati legati al parto vengono conservati, modificati o contestati nei racconti familiari e nelle pratiche di cura.
Le donne della prima e della seconda generazione consideravano tabù argomenti come la gravidanza, il parto e la sessualità. Ciò ha impedito la trasmissione di conoscenze essenziali, lasciando le generazioni più giovani impreparate.
«Di queste cose non si parlava. Era una vergogna. Ci sentivamo in imbarazzo.» (Intervista 10 – Madre).
«Le mie figlie non ne hanno mai sentito parlare. Alle mie nuore ho raccontato qualcosa, ma anche loro erano timide.» (Intervista 7 – Nonna).
«Mia madre non mi ha mai detto niente. Non le ho nemmeno detto che mi erano venute le mestruazioni: mi vergognavo troppo.» (Intervista 10 – Madre).
Questo silenzio non rappresenta solo la trasmissione del trauma, ma anche l’eredità dell’ignoranza.
Alcune madri e nonne hanno cercato di proteggere le figlie dando consigli pratici e trasmettendo le conoscenze acquisite a caro prezzo.
«Non volevo che fosse ignorante come me. Le ho detto di non fidarsi di una levatrice qualsiasi.» (Intervista 6 – Nonna).
«Ho fatto quello che mi diceva mia mamma. Diceva sempre: “Non sollevare niente di pesante, non stressarti”.» (Intervista 10 – Nipote).
«Dicevo sempre alle mie figlie di tenere i piedi al caldo e di non sollevare cose pesanti.» (Intervista 7 – Nonna).
Questi scambi riflettono relazioni fondate sulla cura, ma le conoscenze condivise restavano spesso limitate e di portata pratica.
Alcune donne hanno preso coscienza di schemi dannosi e hanno cercato di non trasmetterli alla prole. Altre hanno visto le figlie ripetere esperienze simili nonostante i loro avvertimenti.
«Se fossi stata io, avrei parlato a mia figlia dei segnali del travaglio. Le avrei insegnato l’igiene. Ma a noi nessuno ha mai insegnato niente.» (Intervista 10 – Nipote).
«Ho detto a mia figlia di non farlo, ma non mi ha ascoltata. È finita come me: a lavorare sodo anche da incinta.» (Intervista 10 – Madre).
«Vorrei che mia mamma mi avesse parlato del parto. Sarei stata più preparata e avrei avuto meno paura.» (Intervista 10 – Nipote).
Questo sottotema mostra che il trauma può essere trasmesso in silenzio o interrotto consapevolmente, soprattutto dalle donne della terza generazione, che mostrano una maggiore disponibilità a cercare informazioni.
Questo tema esplora le differenze significative tra le tre generazioni. Nel tempo, i cambiamenti delle condizioni sociali, economiche e culturali hanno modificato le percezioni, i ruoli e le esperienze delle donne in relazione alla gravidanza e al parto. Il tema riflette anche il modo in cui queste esperienze, trasmesse da una generazione all’altra, vengono rimodellate nel tempo. I cambiamenti nei ruoli di genere e nelle dinamiche coniugali, le trasformazioni dei luoghi del parto e dell’accesso all’assistenza sanitaria e l’evoluzione delle forme di sostegno del coniuge e della famiglia mostrano che la trasmissione intergenerazionale non implica una ripetizione statica. Al contrario, le donne reinterpretano e rinegoziano attivamente le esperienze ereditate all’interno di condizioni sociali e strutturali in mutamento, il che rende possibili sia la continuità sia la trasformazione tra le generazioni.
Nella prima generazione erano comuni i matrimoni precoci e i ruoli fondati sull’obbedienza e sul silenzio. Le donne della terza generazione, invece, ponevano confini più chiari e vivevano relazioni di coppia più paritarie.
«Mi sono sposata a 15 anni. Ero incinta di molti mesi e lavoravo ancora nei campi. Nessuno mi chiedeva nemmeno come stavo.» (Intervista 10 – Nonna).
«Mia suocera voleva che la aiutassi. Mio marito le ha detto di no e ha messo me al primo posto. Mi sono sentita valorizzata.» (Intervista 10 – Nipote).
«Ai nostri tempi la donna partoriva, lavorava e cresceva il bambino. L’uomo non guardava nemmeno il neonato. E adesso? Gli uomini giocano con i figli, cucinano.» (Intervista 4 – Nonna).
Questi cambiamenti suggeriscono che i ruoli delle donne all’interno della famiglia si stanno evolvendo e che i sistemi patriarcali cominciano ad allentarsi nel corso delle generazioni.
Le donne della prima generazione hanno partorito per lo più in casa, in condizioni precarie, con l’aiuto di levatrici tradizionali. Nella terza generazione i parti avvenivano in ospedale con supporto medico, anche se talvolta questi interventi hanno generato nuovi traumi.
«Mi hanno fatta inginocchiare. Mi strofinavano la schiena. Il bambino non usciva. Mi hanno spinto sulla pancia.» (Intervista 10 – Madre).
«Ho avuto 50 ore di contrazioni sintetiche. È stato un parto difficile perché avevo il bacino stretto. Il personale diceva: “Non riesce nemmeno a partorire”.» (Intervista 10 – Nipote).
«La levatrice non veniva. Erano le donne del villaggio o le vicine ad aiutare. Mi premevano sulla pancia con il gomito: pensavo di non riuscire a respirare.» (Intervista 6 – Nonna).
Se la medicalizzazione ha ridotto alcuni rischi, ha anche introdotto nuove fonti di stress, come la violenza ostetrica, la disattenzione del personale e la cattiva comunicazione.
Nella prima generazione il sostegno del marito era quasi inesistente. Nella terza generazione il sostegno emotivo e fisico era più frequente e aveva un effetto positivo sul benessere nel post-partum.
«Mio marito non c’è mai stato in nessuno dei miei parti. Allora il pudore voleva che non potessimo nemmeno alzare la voce.» (Intervista 10 – Nonna).
«Mio marito cucinava per me, mi faceva la spremuta d’arancia, mi faceva i massaggi. Non mi ha mai lasciata sola durante il post-partum.» (Intervista 10 – Nipote).
«Ho sostenuto mia figlia in tutto. Non volevo che passasse quello che ho passato io.» (Intervista 10 – Madre).
Alcune donne hanno cercato attivamente di offrire alle figlie il sostegno che loro stesse non avevano mai ricevuto.
Nel loro insieme, questi tre temi principali offrono un quadro analitico coerente che illustra come le esperienze di parto traumatiche vengano vissute, ricordate e interpretate in modo significativo attraverso le generazioni. I risultati mostrano che il trauma legato al parto non può essere ridotto a eventi isolati; emerge piuttosto come un’esperienza vissuta continua, plasmata dai vissuti corporei, dalle reazioni emotive e dai contesti relazionali delle donne. Queste esperienze sorgono in condizioni specifiche, vengono trasmesse da una generazione all’altra attraverso le interazioni familiari e i racconti impliciti e vengono reinterpretate dalle donne in contesti sociali e strutturali in mutamento. Questo processo rivela che la trasmissione intergenerazionale non è una ripetizione meccanica, ma riflette una struttura dinamica in cui continuità e trasformazione coesistono attraverso i processi di costruzione di senso delle donne.
Questo studio si è proposto di comprendere come le esperienze di parto traumatiche delle donne lascino segni duraturi attraverso le generazioni. I risultati rivelano che le esperienze di parto e di gravidanza non sono soltanto personali, ma sono plasmate da condizioni culturali, storiche e strutturali. Se nella prima generazione la povertà, il patriarcato e la mancanza di informazioni erano fattori dominanti, nella generazione più recente sono diventati più rilevanti i bisogni emotivi. Anche l’accesso alle informazioni e le aspettative di sostegno sociale sono emersi come preoccupazioni centrali. Un risultato significativo è il modo in cui il trauma, quando viene trasmesso attraverso il silenzio, si manifesta nelle generazioni successive come ignoranza e impotenza. Eppure alcune donne hanno riconosciuto questo ciclo e hanno cercato di spezzarlo. Questi temi rispondono direttamente alla domanda centrale della ricerca e mostrano che la trasmissione intergenerazionale del trauma opera attraverso meccanismi sia interni (cognitivo-emotivi) sia esterni (socio-strutturali). La discussione si fonda su una logica induttiva, con interpretazioni che emergono direttamente dai risultati dello studio. La letteratura pertinente viene integrata in un secondo momento per contestualizzare e approfondire la comprensione di questi temi derivati empiricamente, e non per imporre presupposti teorici predefiniti.
Nel primo tema, sebbene le fonti e le forme del trauma variassero da una generazione all’altra, alcuni elementi sono rimasti costanti. Le donne della prima generazione, in particolare, hanno subito traumi fisici a causa di carichi di lavoro eccessivi e di un accesso inadeguato all’assistenza sanitaria. La percezione sociale del corpo femminile come corpo che deve continuare a lavorare anche durante la gravidanza riflette norme di genere radicate (Shibeshi et al., 2023). Questa prospettiva è legata a una visione del corpo femminile centrata anzitutto sulla sua produttività e alla negazione del diritto delle donne al riposo. Nhampoca e Maritz (2024) hanno rilevato che alle donne sposate in giovane età veniva spesso assegnato il ruolo di «casalinga» all’interno della famiglia, lasciando loro il peso di gravosi carichi domestici. Nel campione di questo studio, svantaggi strutturali come la frequenza dei matrimoni precoci e la residenza in zone rurali hanno accresciuto lo stress fisico nella prima generazione; fattori socioeconomici di livello macro hanno così plasmato sia la formazione del trauma sia la sua trasmissione.
Nella seconda e nella terza generazione il trauma è stato determinato soprattutto dalla trascuratezza emotiva, dalla solitudine, dalla violenza sistemica e dagli interventi medici. In particolare durante il parto, procedure mediche eseguite senza consenso o spiegate male hanno lasciato cicatrici psicologiche durature. I racconti delle partecipanti concordano con la letteratura sulla violenza ostetrica, che mette in luce come un’assistenza disinformata e sprezzante possa diventare essa stessa un trauma (Unutkan et al., 2025). Diverse donne del nostro studio hanno descritto come il parto, un tempo processo naturale centrato sulla donna, si fosse trasformato in una procedura meccanizzata controllata dal personale sanitario, che le riduceva a oggetti passivi. Questi racconti riflettono una tendenza più ampia individuata in letteratura: la perdita della capacità di agire delle donne durante il parto (Karabulut & Unutkan, 2025; Sidesinger, 2024). I risultati indicano la necessità di applicare a livello di sistema sanitario i principi del parto rispettoso e dell’assistenza umanizzata, di programmi di educazione prenatale centrati sulla famiglia, di formazione alla comunicazione empatica nell’assistenza materna, di pratiche che incoraggino la partecipazione della famiglia e di meccanismi facilmente accessibili per segnalare la violenza ostetrica.
Il secondo tema mostra che il trauma non si esaurisce in una sola generazione. Prosegue attraverso la trasmissione, spesso mediante il silenzio, la vergogna e il tabù che circonda le esperienze riproduttive delle donne. Ciò concorda con il concetto di «politica del silenzio» di Foucault (1978), secondo cui il controllo sociale si mantiene reprimendo e rendendo indicibile ogni sapere legato al corpo femminile (Caneda-Cabrera & Carregal-Romero, 2023). Arrivare al travaglio senza conoscenze né preparazione aggrava non solo il trauma fisico, ma anche quello psicologico (Callister, 2004). Questo trauma psicologico incide sulla capacità emotiva della madre e sulle sue competenze di regolazione emotiva, minaccia un attaccamento sano tra madre e figlio o figlia e può porre le basi per problemi relazionali, d’ansia e di adattamento nel corso della crescita (Bowlby, 1982). Nella prospettiva dei sistemi familiari, il trauma si perpetua non solo nelle persone, ma anche attraverso i ruoli, le responsabilità e le aspettative implicite della famiglia (Fitzgerald et al., 2020). Gli atteggiamenti di «auto-ripetizione» osservati in alcuni racconti indicano la trasmissione delle responsabilità familiari di generazione in generazione, accompagnata da sentimenti di «dovere» o di «obbligo»; ciò può essere collegato anche a processi di legame traumatico (Dutton & Painter, 1993). Il personale sanitario non dovrebbe quindi limitarsi a fornire assistenza medica, ma sostenere le donne anche sul piano psicologico ed emotivo prima del parto. Il rispetto del consenso informato e dell’autonomia corporea svolge un ruolo decisivo nel prevenire i parti traumatici e nello spezzare il ciclo della trasmissione del trauma.
Al contrario, gli sforzi di alcune partecipanti per non trasmettere la propria sofferenza — o per trasformarla — rappresentano segnali di cambiamento incoraggianti. Le donne della terza generazione si mostravano particolarmente aperte ad acquisire conoscenze, a prepararsi al parto e a cercare il sostegno del coniuge. Questa crescente consapevolezza riflette la tesi di van der Kolk (1994) secondo cui «il corpo accusa il colpo»: anche i traumi non detti trovano espressione nel comportamento. Nel nostro studio, alcune madri cresciute nel silenzio hanno dichiarato esplicitamente di cercare di rompere quel silenzio per il bene delle figlie. Si può sostenere che i processi di resilienza che Masten (2001) definisce «magia ordinaria» possano spiegare questa situazione. Secondo questo approccio, chi cresce in condizioni svantaggiate (come la povertà, il trauma o contesti socioeconomici sfavorevoli) non sperimenta necessariamente problemi simili né presenta uno sviluppo problematico: la resilienza è una condizione normale e uno sviluppo sano è possibile grazie a sistemi protettivi. Analogamente, il modello della resilienza familiare di Walsh (2003) può indicare il ruolo delle reti di sostegno sociale e della riorganizzazione intrafamiliare nello spezzare il ciclo della trasmissione intergenerazionale. D’altra parte, secondo il modello storico della trasmissione intergenerazionale del trauma, i genitori che hanno vissuto un trauma possono percepire il mondo come pericoloso, ingiusto o incontrollabile. Quando questa visione del mondo viene trasmessa alla prole, può generare un’ansia accresciuta, sfiducia o cautela emotiva. La mancanza di un dialogo aperto sul trauma passato può inoltre creare lacune nel modo in cui figli e figlie comprendono il mondo; al tempo stesso, però, ciò può spingerli a interrogarsi, a indagare e a costruire nuovi significati (Békés & Starrs, 2024). D’altro canto, anche la percezione del trauma legato al parto può essere variata tra le generazioni a causa dei cambiamenti culturali. In linea con l’approccio di Jordan (1993), che sottolinea come il parto sia costruito culturalmente, il nostro studio ha rilevato che le generazioni più anziane tendono a interpretare le esperienze di parto soprattutto nel registro dell’intimità, mentre le generazioni più giovani le valutano in termini di diritti individuali, scelte consapevoli e parto programmato. Questa differenziazione suggerisce che la trasmissione intergenerazionale non si limita alle esperienze traumatiche; anche i valori culturali possono trasformarsi ed esercitare la loro influenza nel tempo.
Il terzo tema illustra come le esperienze di parto evolvano nel tempo, sia sul piano sociale sia su quello individuale. I cambiamenti nell’età al matrimonio, nei ruoli familiari e nel coinvolgimento del coniuge hanno inciso direttamente sul modo in cui le donne percepiscono e vivono il parto. I matrimoni precoci e i ruoli centrati sull’obbedienza della prima generazione riflettono il carattere profondamente radicato della disuguaglianza di genere (Yoosefi Lebni et al., 2023). Le donne della terza generazione, invece, cercavano attivamente informazioni, ponevano confini personali e rivendicavano i propri diritti, segno di una convergenza tra consapevolezza personale e trasformazione sociale. A sostegno di ciò, alcuni studi suggeriscono che i progressi nell’istruzione da una generazione all’altra portano a livelli più elevati di consapevolezza e di benessere mentale (Raghupathi & Raghupathi, 2020). Questi cambiamenti osservati nella terza generazione possono essere considerati fattori protettivi in grado di spezzare il ciclo della trasmissione. Tali risultati confermano il potenziale della psicoeducazione prenatale, della consulenza centrata sulla famiglia e degli interventi che coinvolgono il partner nel ridurre la trasmissione intergenerazionale.
Anche le differenze nell’accesso all’assistenza sanitaria tra le generazioni si sono rivelate significative. Mentre le generazioni precedenti avevano difficoltà di accesso, quelle successive hanno beneficiato di parti medicalizzati, non senza nuovi rischi. Gli studi confermano disparità di accesso al sistema tra le generazioni (Hussein et al., 2020). Sebbene i parti in casa con le levatrici tradizionali abbiano lasciato il posto ai parti in ospedale, l’aumento degli interventi medici non ha eliminato il trauma. Anzi, la mancanza di un’assistenza personalizzata e la meccanizzazione del parto hanno talvolta generato nuove forme di sofferenza. Questi risultati concordano con ricerche precedenti secondo cui pratiche mediche disumanizzanti durante il parto possono avere conseguenze psicologiche a lungo termine (Leinweber & Stramrood, 2024; Olza et al., 2018). Se le generazioni più anziane hanno incontrato difficoltà per la mancanza di accesso, le nuove generazioni rischiano traumi dovuti all’eccessiva medicalizzazione del parto. Ridurre gli interventi non necessari e preservare la dimensione umana del parto è quindi essenziale non solo per le generazioni presenti, ma anche per quelle future.
Infine, sono stati osservati cambiamenti intergenerazionali radicali nel sostegno del coniuge e della famiglia. Nella prima generazione i mariti erano completamente estranei al processo del parto. Nella terza generazione molti partner fornivano sostegno emotivo e fisico. Ciò riflette una ridefinizione della paternità e una distribuzione più equa delle responsabilità di cura (Doğan & Dudu Karaman, 2023). I risultati mostrano inoltre che le donne sostenute hanno goduto di un migliore benessere psicologico nel post-partum. La mancanza di sostegno vissuta dalle generazioni precedenti sembra aver spinto quelle successive a offrire alle figlie una cura intenzionale. Alcuni studi indicano che le donne di tutte le generazioni hanno bisogno di informazioni e di sostegno sociale, e che le madri e i coniugi sono le fonti di sostegno più accessibili (Demir, 2024; Taghizdeh et al., 2017). È quindi fondamentale che il personale sanitario riconosca questi bisogni generazionali in evoluzione e metta le famiglie in condizione di fornire un’assistenza adeguata.
Questo studio presenta alcuni limiti. Trattandosi di uno studio fenomenologico, l’analisi è intrinsecamente interpretativa e plasmata dal posizionamento delle ricercatrici e dal loro coinvolgimento riflessivo con i dati, il che può aver influito sui significati attribuiti alle esperienze delle partecipanti. Lo studio non ha adottato fin dall’inizio un quadro teorico predeterminato. Se questo approccio induttivo ha permesso ai risultati di emergere direttamente dai racconti delle partecipanti, può aver limitato l’esplorazione di interpretazioni teoriche alternative del trauma intergenerazionale. Il campione proveniva da un gruppo culturalmente omogeneo, il che può limitare la diversità e la generalizzabilità dei risultati. Le partecipanti sono state reclutate tramite un annuncio affisso in un’università statale e tramite la mediazione delle studentesse interessate. Questo approccio ha facilitato il reperimento di triadi familiari di tre generazioni adatte all’obiettivo della ricerca; benché si mirasse alla massima diversità, questo metodo può limitare la diversità socioeconomica a causa del campionamento iniziale basato sull’università. Poiché lo studio si concentra esclusivamente sui racconti delle donne, non è stato possibile esaminare direttamente il ruolo delle figure maschili della famiglia (marito, suocero). La letteratura indica tuttavia che il sostegno del partner, o il trauma legato al partner, ha un impatto decisivo sull’esperienza di parto della madre e sui successivi processi di attaccamento. Questo limite impedisce una comprensione completa delle dinamiche familiari; studi futuri che includano le esperienze dei mariti e degli altri membri maschili della famiglia permetteranno di spiegare in modo più completo i meccanismi di trasmissione. Inoltre, i racconti delle generazioni più anziane si basano su ricordi retrospettivi e possono riflettere una memoria selettiva o una ricostruzione narrativa avvenuta nel tempo, più che rappresentazioni oggettive degli eventi passati. Un altro limite è che le interviste sono state condotte una sola volta, il che riduce la possibilità di analizzare come le esperienze e i racconti evolvano nel tempo. Interviste longitudinali consentirebbero una comprensione più dinamica e sfumata del processo di trasmissione. Infine, questo studio ha esaminato i meccanismi di trasmissione del trauma all’interno delle famiglie concentrandosi sulle esperienze di parto di donne di tre generazioni. Va tuttavia osservato che le esperienze di parto traumatiche possono avere ripercussioni non solo all’interno delle famiglie, ma anche sulle relazioni comunitarie e sulle politiche sanitarie. Lo studio non copre questo aspetto; ricerche future che esaminino le conseguenze sociali del trauma da parto e la sua interazione con le politiche sanitarie darebbero quindi un contributo importante alla letteratura. Nonostante questi limiti, lo studio offre un contributo originale e approfondito alla comprensione delle dimensioni intergenerazionali del trauma da parto. I risultati hanno implicazioni importanti per la pratica clinica, in particolare per chi lavora nell’assistenza alla maternità con donne in diverse fasi della vita. Benché lo studio si collochi in un contesto regionale e culturale specifico, i processi individuati di trasmissione emotiva, silenzio e costruzione di senso possono essere trasferibili ad altri contesti socioculturali in cui il parto è analogamente inscritto nei racconti familiari. Queste indicazioni possono anche orientare programmi formativi e future ricerche qualitative dedicate a un’assistenza alla maternità informata sul trauma.
I risultati di questo studio mostrano che il trauma da parto va ben oltre un’esperienza individuale e viene spesso trasmesso inconsapevolmente da una generazione all’altra attraverso le interazioni familiari quotidiane, i racconti condivisi e, in molti casi, il silenzio. Fattori di mediazione come il silenzio, la vergogna e la mancanza di informazioni svolgono un ruolo decisivo nel perpetuare il trauma, plasmando non solo ciò che viene raccontato, ma anche ciò che resta non detto all’interno delle famiglie. Ciononostante, gli sforzi di alcune donne per riconoscere e spezzare questo ciclo di silenzio mostrano che la trasformazione è davvero possibile e mettono in luce la capacità di agire delle donne nel reinterpretare le esperienze ereditate nei loro contesti familiari.
Questo studio fa luce su come le norme di genere, le disuguaglianze sistemiche nell’assistenza sanitaria e le strutture patriarcali plasmino l’esperienza del parto, rivelando le conseguenze psicologiche e corporee a lungo termine di tali interventi sulle donne nel contesto socioculturale e sanitario specifico della Turchia, dove il parto resta fortemente inscritto nelle aspettative familiari e di genere. In questo contesto c’è un bisogno urgente di politiche sanitarie complessive che diano priorità non solo al benessere individuale, ma anche al benessere sociale collettivo, affrontando il parto come un fenomeno relazionale e intergenerazionale e non soltanto come un evento clinico.
La trasmissione intergenerazionale delle esperienze di parto traumatiche può provocare fratture emotive all’interno della famiglia e contribuire all’erosione del benessere intergenerazionale, alterando i modelli di comunicazione, fiducia e sostegno emotivo tra madri, figlie e altri membri della famiglia. Gli effetti della trasmissione intergenerazionale del trauma all’interno delle famiglie incidono anche sul carico di salute mentale e sulla domanda di servizi sanitari a livello sociale, in particolare nei contesti in cui le dimensioni psicosociali dell’assistenza alla maternità sono poco riconosciute o integrate in modo inadeguato nella pratica corrente. È quindi essenziale che il personale sanitario sostenga le donne nella preparazione al parto non solo sul piano fisico, ma anche su quello psicologico ed emotivo, tenendo presenti le esperienze di parto sia personali sia ereditate.
I risultati sottolineano inoltre l’importanza di promuovere pratiche rispettose e inclusive nell’assistenza al parto e di integrare nelle politiche sanitarie programmi di sostegno psicosociale centrati sulla famiglia, culturalmente sensibili e attenti alle strutture familiari esistenti. Questi programmi dovrebbero favorire un ambiente sicuro e di fiducia tra madri e figlie, sostituendo la cultura del silenzio con l’apertura e il dialogo condiviso e creando così occasioni per interrompere la trasmissione intergenerazionale del trauma. Anche le ricerche future dovrebbero essere progettate in modo da integrare molteplici prospettive, comprese quelle degli uomini, per promuovere una comprensione più olistica della trasmissione del trauma nel sistema familiare, restando attente alle specificità regionali e culturali ed evitando generalizzazioni indebite. In questo modo si potranno sviluppare interventi che sostengano il benessere non solo delle donne, ma di tutti i membri del nucleo familiare in contesti socioculturali comparabili.
Complexe Systémique: punti chiave
L’interesse di questo studio sta nel suo disegno: tre generazioni di donne della stessa famiglia, intervistate separatamente sui loro parti. Si vede che il trauma circola meno attraverso i racconti che attraverso il non detto: la vergogna, l’ignoranza trasmessa, i consigli pratici che proteggono senza spiegare. Per una lettura sistemica, due punti meritano attenzione. Innanzitutto, il parto non riguarda mai soltanto la madre: suocera, suocero, marito e levatrice compongono il contesto che rende un parto traumatico o sopportabile, e questo contesto cambia da una generazione all’altra. In secondo luogo, la trasmissione non è un destino: alcune madri rompono deliberatamente il silenzio per le figlie, e la medicalizzazione, che ha ridotto alcuni rischi, crea nuove ferite. Nella pratica clinica, esplorare la storia familiare dei parti, per esempio in un genogramma, può aprire un dialogo tra le generazioni. I limiti sono evidenti: un campione ridotto reclutato tramite le studentesse dell’équipe, ricordi ricostruiti decenni dopo, l’assenza degli uomini e citazioni tratte per lo più da un’unica famiglia. Da leggere insieme a l’articolo sul ruolo dei familiari negli interventi perinatali e a l’articolo sulla trasmissione intergenerazionale del trauma e la resilienza tra fratelli e sorelle.
Note dell’originale
Ringraziamenti. Grazie alle donne di tutte le generazioni che hanno partecipato volontariamente allo studio.
Finanziamento. Finanziamento dell’accesso aperto fornito dal Consiglio per la ricerca scientifica e tecnologica della Turchia (TÜBİTAK).
Approvazione del comitato etico. Sono state ottenute autorizzazioni scritte dal comitato etico della Kütahya Health Sciences University (numero 2024/11-46 del 30.09.2024).
Consenso informato. Dopo aver illustrato l’obiettivo dello studio alle donne partecipanti, è stato ottenuto il loro consenso informato. Per tutta la durata dello studio sono stati rispettati i principi etici della versione vigente della Dichiarazione di Helsinki.
Conflitto di interessi. In qualità di autrici, dichiariamo che non sussiste alcun conflitto di interessi.
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Traduzione non ufficiale in italiano di From grandmother to granddaughter: a phenomenological study to assess the intergenerational transmission of birth-related traumatic experiences, di Sercan Mansuroğlu e Ayşegül Unutkan, Current Psychology, vol. 45, n. 6, articolo 554 (2026), doi: 10.1007/s12144-026-09142-1, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale — l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (tabelle presentate sotto forma di elenchi). Né chi firma l’articolo né l’editore sono responsabili di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Questa è una traduzione dell’articolo originale «From grandmother to granddaughter: a phenomenological study to assess the intergenerational transmission of birth-related traumatic experiences», pubblicato in Current Psychology (2026) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo delle autrici è stato tradotto in italiano e la presentazione è stata adattata alla lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Mansuroğlu, S., e Unutkan, A. (2026). From grandmother to granddaughter: a phenomenological study to assess the intergenerational transmission of birth-related traumatic experiences. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/from-grandmother-to-granddaughter-a-phenomenological-study-to-assess-the-intergenerational (Opera originale pubblicata nel 2026 in Current Psychology, 45(6), 554 (2026); ripubblicata nel 2026 da Current Psychology, https://link.springer.com/article/10.1007/s12144-026-09142-1)
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