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International Journal of Environmental Research and Public Health · Famiglia

Dalla prospettiva alla pratica: quadri teorici che spiegano il trauma, la violenza e il maltrattamento intergenerazionali e implicazioni per la risposta terapeutica

Perché il trauma di una generazione riaffiora nella successiva? A seconda della risposta, la cura assume forme diverse. Il gruppo di Crysta Bowe alla Charles Sturt University (Australia) passa in rassegna dieci famiglie di teorie, dall’inconscio all’epigenetica, dalle narrazioni familiari ai saperi indigeni, e mostra per ciascuna l’intervento che ne discende. E propone un pluralismo teorico consapevole.

Autrici e autori Crysta Bowe, Cate Thomas e Patricia Mackey (School of Social Work and Arts, Charles Sturt University, Barton, ACT, Australia)Prima pubblicazione International Journal of Environmental Research and Public Health, 21 febbraio 2025Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Perspective to Practice: Theoretical Frameworks Explaining Intergenerational Trauma, Violence, and Maltreatment and Implications for the Therapeutic Response, di Crysta Bowe, Cate Thomas e Patricia Mackey, pubblicato in International Journal of Environmental Research and Public Health (MDPI) (2025), doi: 10.3390/ijerph22030321, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La tabella 1 è presentata sotto forma di elenco; le dichiarazioni di fine articolo sono raggruppate nelle note. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Ogni prospettiva ha punti di forza e limiti, e ciò che è efficace in una relazione terapeutica può rivelarsi impotente o inefficace in un’altra.

Crysta Bowe, Cate Thomas e Patricia Mackey

Abstract

Il trauma, la violenza e il maltrattamento intergenerazionali, in cui sintomi o esperienze del trauma vissuto da una generazione precedente si ripetono o si manifestano in altro modo nelle generazioni successive, rappresentano una sfida sociale di grande peso, alla quale è stata applicata una molteplicità di strategie di intervento terapeutico. Le prospettive teoriche precedono l’intervento clinico e sociale e orientano le decisioni sia nelle politiche sia nella pratica. Tuttavia, spesso restano subliminali o impercettibili nel discorso, dando luogo a interventi in qualche misura scollegati dai loro fondamenti teorici. Questa rassegna narrativa si propone di sintetizzare e discutere ciascuna di queste teorie nella sua applicazione al trauma, alla violenza e al maltrattamento intergenerazionali, e di metterne in luce il possibile legame con specifici modelli o approcci di intervento. Presenta la flessibilità tra le teorie e la loro integrazione come occasioni per giungere a comprensioni nuove e più ricche e per generare interventi terapeutici originali. Se ne ricavano una comprensione più ricca delle teorie che spiegano il trauma, la violenza e il maltrattamento intergenerazionali, un maggiore apprezzamento della pertinenza della teoria per la pratica e un invito a combinare le prospettive teoriche in modi inediti.

Parole chiave: maltrattamento infantile, ciclo dell’abuso, trauma intergenerazionale, prospettive teoriche, terapia

1. Introduzione

Per trauma intergenerazionale si intendono sintomi traumatici – come una risposta allo stress iperattiva, una sintomatologia o una diagnosi di salute mentale e difficoltà relazionali e interpersonali – che si manifestano nella discendenza di persone sopravvissute a un trauma in assenza di un’esperienza traumatica diretta [1,2]. La violenza o il maltrattamento intergenerazionali, concetto affine, indicano la ripetizione nel corso delle generazioni dell’esperienza di abuso o trascuratezza (spesso interpersonale e intrafamiliare) [3,4]. Il trauma, la violenza e il maltrattamento intergenerazionali sono stati studiati in diverse coorti, tra cui le famiglie di persone colpite da genocidio [5,6], colonizzazione [7,8], guerra [9], schiavitù [10], sradicamento geografico [11,12] e abusi e trascuratezza interpersonali come la violenza domestica e il maltrattamento infantile [13,14]. Inoltre, gli studi sugli animali e la ricerca bioscientifica hanno arricchito la base di conoscenze con studi controllati ed evidenze biologiche ed epigenetiche [15,16].

La letteratura propone diverse prospettive teoriche per spiegare perché la discendenza di persone traumatizzate possa presentare sintomi ed eventi emotivi e comportamentali dolorosi. Alcune sostengono che il trauma produca modificazioni dirette nella prole di una persona a livello cellulare e biologico, predisponendola a vulnerabilità o a specifiche risposte adattive [17,18]. Altre suggeriscono che il trauma comprometta numerose aree del funzionamento di una persona, compresa la sua capacità genitoriale, esponendo così la prole al rischio di avversità relazionali o ambientali dirette durante la crescita [19,20]. Altre ancora pongono l’accento sui fattori comunitari e sistemici che perpetuano il danno e l’avversità, sostenendo che a colpire le generazioni successive o a ostacolare la guarigione siano lo svantaggio sistemico, la povertà o l’oppressione, piuttosto che (o oltre che) il trauma in sé [21,22]. I quadri teorici sono inestricabilmente legati agli approcci terapeutici: orientano l’elaborazione e la scelta prioritaria del tipo di interventi clinici e professionali applicati alle diverse situazioni. Questa discussione sintetizza le prospettive teoriche che emergono nella letteratura per spiegare il trauma, la violenza e il maltrattamento intergenerazionali, comprese le prospettive integrate, e un certo numero di modelli o approcci di intervento associati, incoraggiando un atteggiamento riflessivo che renda visibili le correlazioni tra teoria e intervento terapeutico.

La flessibilità di una rassegna narrativa nell’esplorare le implicazioni cliniche della teoria consente di sintetizzare un ampio corpus di conoscenze sul tema e di proporre interpretazioni e analisi che ne arricchiscono la comprensione. Sebbene, come è proprio delle rassegne narrative, non vi fossero criteri predefiniti di inclusione ed esclusione delle fonti [23], chi firma l’articolo ha cercato di rispondere alle domande di ricerca «quali teorie applica la letteratura per spiegare il trauma, la violenza e il maltrattamento intergenerazionali» e «quali approcci di intervento sono associati a queste teorie». Le conoscenze citate provengono da fonti accademiche sottoposte a revisione paritaria e coprono un ampio (ma non esaustivo, il che esulerebbe dagli scopi dell’articolo) ventaglio di periodi, banche dati e riviste. Sono stati utilizzati termini di ricerca relativi ai temi del trauma, della violenza e del maltrattamento intergenerazionali, delle teorie o concettualizzazioni e degli interventi, terapie e approcci, spesso su tre righe della funzione di ricerca avanzata. Inoltre, la consultazione delle citazioni e delle bibliografie pertinenti negli articoli rilevanti e la ricerca manuale in riviste e volumi collettanei sul tema hanno arricchito le conoscenze presentate in questa rassegna. Un’ampia lettura, il contributo di tutte le persone del gruppo di ricerca e la riflessività nella scelta delle fonti e nello sviluppo della rassegna hanno favorito il riconoscimento e la gestione delle distorsioni e della soggettività implicite nelle rassegne narrative.

2. Le prospettive teoriche e le loro implicazioni per l’intervento

Gli approcci operativi sono spesso ben articolati e concettualizzati da chi pratica la terapia e da altre figure professionali, nonché dalle organizzazioni e dai sistemi che promuovono, utilizzano o finanziano specifiche modalità di trattamento. Le affiliazioni teoriche su cui si fondano questi approcci, invece, vengono espresse o anche solo riconosciute meno di frequente. Esercitano nondimeno un’influenza considerevole attraverso i loro assunti sui canali per cui il trauma, la violenza e il maltrattamento possono trasmettersi o manifestarsi nel corso delle generazioni: precedono gli interventi terapeutici o di sostegno offerti e orientano gli obiettivi e gli approcci adottati nel lavoro clinico. Le posizioni teoriche, tanto del personale clinico quanto delle forze strutturali entro cui esso opera, richiedono quindi di essere messe in luce ed esaminate, per una scelta più riflessiva e mirata della modalità di trattamento quando si lavora con il trauma, la violenza e il maltrattamento intergenerazionali.

Diversi quadri teorici o concettuali consolidati, comprese le teorie integrate, cercano di spiegare perché la discendenza di persone sopravvissute a traumi e maltrattamenti possa incontrare difficoltà esperienziali, psicologiche, sociali o comportamentali (vedi tabella 1). Secondo queste interpretazioni, il trauma si trasmette alle generazioni successive attraverso canali diversi, tra cui processi inconsci o subconsci derivanti da un trauma non riconosciuto, interruzioni delle narrazioni familiari, comportamenti appresi, perturbazioni delle relazioni intrafamiliari, lo sviluppo di convinzioni di base radicate, caratteristiche dello sviluppo, alterazioni epigenetiche, fattori sistemici, aspetti derivanti dalle visioni del mondo e dalle esperienze indigene e (aspetto importante e frequente) prospettive integrate.

Gli orientamenti teorici, naturalmente, sono di rado fissi. Si adattano piuttosto ai valori, ai bisogni e alle priorità assiologiche in continua evoluzione del personale clinico, della società e delle persone che si rivolgono ai servizi [24,25]. Riconoscere e assecondare la duttilità teorica, con la disponibilità a combinare più prospettive teoriche o ad attingervi contemporaneamente, favorisce approcci di trattamento personalizzati e su misura e genera comprensioni nuove dell’esperienza intergenerazionale e approcci operativi originali. L’attenzione alle teorie che spiegano il trauma, la violenza e il maltrattamento intergenerazionali mette inoltre in risalto il contesto politico e strutturale del trattamento terapeutico, stimolando forse o moltiplicando una pratica di livello macro, che sostiene un cambiamento sistemico nel modo in cui la terapia viene scelta, finanziata e considerata prioritaria [26].

Tabella 1 — Prospettive teoriche che spiegano il trauma, la violenza e il maltrattamento intergenerazionali

  • Prospettive dei processi inconsci. Quadro/i teorico/i: Teorie psicoanalitiche e psicodinamiche [27,28]; Rimessa in atto traumatica [29,30]; Dissociazione [31]. Comprensione del meccanismo di trasmissione: I ricordi traumatici possono essere inibiti o rimossi, e riemergere quindi attraverso processi comportamentali o relazionali inconsci. Ciò comprende la proiezione del trauma sulla propria prole, la dissociazione o la rimessa in atto del trauma o del maltrattamento. Posizione teorica sugli interventi: Aiutare le persone a riconoscere il proprio trauma, a dargli un senso e a padroneggiarlo lo trasferirà nella parte cosciente della psiche e interromperà la trasmissione alle generazioni successive.
  • Prospettive narrative. Quadro/i teorico/i: Teorie dello stress traumatico secondario [32] o del trauma vicario [33]; Teorie della comunicazione del trauma [34]. Comprensione del meccanismo di trasmissione: L’esperienza del trauma o del maltrattamento può essere comunicata in modo eccessivo o insufficiente nelle narrazioni familiari. Per i figli e le figlie, ciò si traduce in un’esposizione vicaria all’esperienza traumatica oppure nella sensazione di un segreto di famiglia intriso di vergogna. Posizione teorica sugli interventi: Aiutare le persone sopravvissute a offrire narrazioni familiari del trauma sicure e contenute, attente ai bisogni individuali della persona minore e del genitore, ridurrà i rischi di trauma intergenerazionale.
  • Prospettive dell’apprendimento. Quadro/i teorico/i: Teoria dell’apprendimento sociale [35]. Comprensione del meccanismo di trasmissione: La trasmissione avviene attraverso i comportamenti che i genitori offrono come modello, talvolta rafforzati dagli atteggiamenti della comunità e della società. Questi comportamenti vengono imitati e riprodotti dalla prole per tutta la vita, anche nel suo stesso modo di essere genitore. Posizione teorica sugli interventi: Offrire all’infanzia modelli di comportamento diversi, sostenendo il cambiamento dei comportamenti genitoriali o esponendola ad altri comportamenti desiderati, spezzerà la continuità intergenerazionale.
  • Prospettive relazionali. Quadro/i teorico/i: Teoria dell’attaccamento [36,37]; Teoria dei sistemi familiari di Bowen [38]. Comprensione del meccanismo di trasmissione: Attraverso le prime relazioni con i membri della famiglia, l’infanzia sviluppa uno stile relazionale e un senso di sé indipendente ma connesso. L’esperienza traumatica di un genitore incide sulla relazione genitore-figlio, con ripercussioni sul modo in cui la prole a sua volta eserciterà la genitorialità. Posizione teorica sugli interventi: Modificare lo stile relazionale del genitore e il suo senso di sé nelle relazioni, e sostenerlo nell’offrire alla prole esperienze relazionali diverse, ostacolerà la trasmissione del trauma, della violenza e del maltrattamento alla generazione successiva.
  • Prospettive delle convinzioni di base. Quadro/i teorico/i: Teoria degli schemi [39,40]; Teorie dell’elaborazione dell’informazione [41]. Comprensione del meccanismo di trasmissione: La trasmissione avviene attraverso le convinzioni negative profondamente radicate di un genitore traumatizzato su di sé e sul proprio ambiente sociale. Ciò incide sul suo modo di essere genitore e porta la prole a sviluppare convinzioni di base negative simili o compensatorie. Posizione teorica sugli interventi: Aiutare i genitori a riconoscere e mettere in discussione le convinzioni di base disfunzionali e a sviluppare convinzioni centrali alternative, che diano forma alla visione del mondo, impedirà la trasmissione del trauma, della violenza e del maltrattamento alle generazioni future.
  • Prospettive evolutive. Quadro/i teorico/i: Psicopatologia dello sviluppo [42]; Traumatologia dello sviluppo biologica [43,44]. Comprensione del meccanismo di trasmissione: Il trauma, soprattutto se subito in periodi sensibili dello sviluppo, interferisce con lo sviluppo dei tratti di personalità, delle capacità di regolazione emotiva, delle motivazioni relazionali e della salute mentale ottimali per una genitorialità accudente. La prole viene di conseguenza esposta a modalità genitoriali avverse e potenzialmente traumatiche. Posizione teorica sugli interventi: Interventi che tengano conto dei processi neurologici e biologici ostacolati dal trauma e li compensino, anche introducendo processi organici alternativi mediante farmaci, ridurranno i rischi di trauma, violenza e maltrattamento intergenerazionali.
  • Prospettive dell’ereditarietà. Quadro/i teorico/i: Ereditarietà genetica ed epigenetica [45]; Programmazione epigenetica fetale [46]; Riprogrammazione epigenetica nel corso della vita [47]. Comprensione del meccanismo di trasmissione: Il trauma influisce sull’espressione epigenetica del materiale genetico di una persona. Ciò predispone il genitore traumatizzato a certe difficoltà comportamentali, regolative e cognitive, che possono tradursi in traumi o maltrattamenti a carico della prole e nelle conseguenti alterazioni epigenetiche del suo DNA, anche nell’ambiente prenatale. Le alterazioni epigenetiche possono essere ereditate anche attraverso le modificazioni della cellula germinale (spermatozoo od oocita [pre-ovulo]). Posizione teorica sugli interventi: Puntare ad alleviare i fattori di stress ambientali e/o offrire terapia e sostegno individuali, anche nel periodo prenatale, produrrà cambiamenti epigenetici positivi che potranno manifestarsi sia nella persona sia nelle generazioni successive.
  • Prospettive sistemiche. Quadro/i teorico/i: Teoria dei sistemi ecologici [48]. Comprensione del meccanismo di trasmissione: La trasmissione avviene attraverso una combinazione di fattori nei domini dell’individuo, della famiglia, della comunità e della società. Le interazioni tra questi elementi del sistema attenuano o intensificano la trasmissione del trauma alle generazioni successive e determinano il modo in cui si manifestano sintomi e fattori di resilienza. Posizione teorica sugli interventi: L’attenzione a tutti gli elementi del sistema di una persona, compreso quello sociopolitico, allevierà la sofferenza individuale e familiare e ridurrà la probabilità che la discendenza delle persone sopravvissute viva traumi e maltrattamenti intergenerazionali.
  • Prospettive indigene. Quadro/i teorico/i: Teoria del punto di vista indigeno (Indigenous standpoint theory) [49]. Comprensione del meccanismo di trasmissione: L’importanza attribuita alle relazioni (con la famiglia, la parentela, la terra, lo spirito e gli antenati) nelle visioni del mondo indigene produce una traumatizzazione diffusa e un danno alle pratiche comunitarie di guarigione, alla tradizione e alle pratiche di cura dell’infanzia. L’intrusione dei modelli di intervento occidentali mina ulteriormente la guarigione e il recupero indigeni. La combinazione di questi fattori accresce la vulnerabilità delle generazioni future. Posizione teorica sugli interventi: Il ritorno alla cultura e la possibilità di praticare la guarigione indigena, insieme a una decolonizzazione sistemica e individuale, aiuteranno le persone e le comunità indigene a guarire dal trauma e a prevenirne la trasmissione alle generazioni future.

2.1. Prospettive dei processi inconsci

Le prospettive dei processi inconsci sostengono che «erigere barriere contro il sapere» [50] sia una risposta al trauma frequente ma dannosa, che porta la sofferenza rimossa a riemergere sotto forma di sintomi. Le persone con un trauma non riconosciuto possono faticare a sviluppare un senso di sé integrato [51], vivere il trauma non riconosciuto sotto forma di sintomi somatici, psicologici o comportamentali [52], rimettere in atto istintivamente il trauma [29,53] oppure proiettare inconsciamente sulla propria prole la sofferenza disconosciuta [51,54].

2.1.1. Teorie psicoanalitiche e psicodinamiche

Le teorie psicodinamiche partono dalla premessa che la trasmissione intergenerazionale avvenga attraverso uno spostamento inconscio, sulla persona minore, di ricordi intollerabili e non riconosciuti, che ne ostacola lo sviluppo psicologico autonomo e produce, nel corso della vita, manifestazioni inspiegabili di ricordi, sofferenza e sintomi [55,56]. È forse qui che è nato l’interesse iniziale per il trauma intergenerazionale [57], prima ancora della ricerca sulla discendenza delle persone sopravvissute all’Olocausto, con la quale si fa spesso iniziare questo campo di indagine [6,58]. Già nel 1932 lo psicoanalista Sándor Ferenczi scriveva di un trapianto inconscio del trauma, della passione e della colpa del genitore nella psiche infantile [57,59]. Contributi successivi hanno descritto il trauma non elaborato come un «fantasma» [60] o uno «spettro» [55,61] che riecheggia attraverso le generazioni, e hanno parlato del transfert della sofferenza irrisolta del genitore sulla prole, che interrompe lo sviluppo della sua personalità e del suo sé [54,62].

Una lettura psicoanalitica formula anche ipotesi sulla trasmissione dei traumi collettivi, suggerendo che il trauma condiviso si coaguli in una memoria sociale o in una coscienza collettiva. Quando, nel corso delle generazioni, questa non viene riconosciuta, viene rimossa o dimenticata, diventa un inconscio collettivo che si manifesta in motivi, paure, desideri e istinti innati e subliminali condivisi da comunità e società [63,64].

2.1.2. Implicazioni per l’intervento delle teorie psicoanalitiche o psicodinamiche

Dal punto di vista della psicoanalisi e delle teorie psicodinamiche, gli obiettivi della terapia con persone che hanno vissuto trauma, violenza e maltrattamento intergenerazionali comprendono il facilitare l’accesso ai traumi non metabolizzati presenti nella psiche, perché possano essere elaborati e risolti [65]. Ciò può avvenire attraverso la terapia della parola, sostenendo l’arricchimento del funzionamento riflessivo sul trauma (la comprensione del rapporto tra traumi passati ed emozioni, convinzioni e comportamenti attuali [66,67]) e accrescendo la consapevolezza che la persona assistita ha dell’influenza del proprio passato. Si possono utilizzare anche approcci non verbali basati sul simbolo e sulla rimessa in atto, come la sandplay therapy [68] e l’analisi dei sogni [69], che ricorrono a metodologie meno dirette per rendere visibile la storia del trauma e riscriverla. Gli approcci psicodinamici e psicoanalitici comportano un lavoro terapeutico di più lungo periodo (e più costoso), che tratta la persona nella sua globalità invece di limitarsi a gestirne i sintomi; vengono talvolta criticati per la scarsità di evidenze empiriche, il che li rende meno attraenti per le priorità positiviste, di rapporto costi-benefici e neoliberiste di molti modelli di sanità pubblica [70,71].

2.1.3. Rimessa in atto traumatica

Il concetto freudiano di «coazione a ripetere» [30,72], e le sue applicazioni successive spesso designate come rimessa in atto (reenactment) [29,73], suggeriscono che il trauma disconosciuto possa essere rivissuto sotto forma di incubi, flashback e messe in atto comportamentali o situazionali (nel ruolo della vittima o in quello di chi commette la violenza). La persona sopravvissuta al trauma può esporsi inconsciamente a circostanze che riproducono il trauma originario, sia nel tentativo di modificarne l’esperienza e acquisirne il controllo, sia come conseguenza involontaria delle proprie difese psicologiche [29,53]. La prole di genitori coinvolti in una rimessa in atto traumatica vive allora il trauma, in modo indiretto (attraverso i comportamenti e gli stati emotivi dei genitori) o diretto (nella messa in atto comportamentale e situazionale). La letteratura suggerisce inoltre che la rimessa in atto traumatica possa avvenire tra generazioni, con discendenti che ripetono inconsciamente le situazioni e le esperienze delle generazioni precedenti [53].

2.1.4. Implicazioni per l’intervento della teoria della rimessa in atto traumatica

Un approccio derivato dalla teoria della rimessa in atto traumatica consiste in un processo deliberato e consapevole di ricreazione dell’esperienza traumatica o dei suoi esiti nella sicurezza della relazione terapeutica, allo scopo di sviluppare nuove interpretazioni o nuovi esiti. Con l’infanzia si può ricorrere alla terapia del gioco, che offre il linguaggio del gioco e permette di testimoniare e guidare il passaggio dalla rimessa in atto all’empowerment e alla riscrittura della propria storia [74,75]. Si pone inoltre l’accento sull’uso della relazione terapeutica per rendere visibili gli schemi relazionali inconsci e offrire alla persona assistita un’esperienza relazionale diversa [76,77], il che può comportare l’uso intenzionale del transfert, in cui gli schemi interazionali della persona assistita e le sue emozioni verso gli altri vengono riattualizzati e potenzialmente risolti nella relazione terapeutica [78].

2.1.5. Dissociazione

La dissociazione [31], con i concetti affini di derealizzazione e depersonalizzazione, implica una disconnessione da sé, dai ricordi, dalle emozioni e dall’ambiente come difesa psicologica contro un trauma travolgente [79,80]. Un’applicazione intergenerazionale di questa teoria suggerisce che la dissociazione incida sullo stato affettivo dei genitori traumatizzati nella relazione genitore-figlio [81,82]. Diversi studi hanno indicato la dissociazione nei genitori che hanno vissuto un trauma come fattore di rischio di trauma e maltrattamento della loro stessa prole [80,83]. Benché tradizionalmente legata alle teorie psicodinamiche [59,81], la dissociazione come risposta al trauma, e persino come aspetto non patologico e tipico della personalità [84], è entrata nelle teorie e nelle terapie più diffuse. La letteratura riconosce senz’altro nelle persone sopravvissute a un trauma tendenze dissociative [85], tra cui il distanziarsi emotivamente o psicologicamente dai ricordi dell’evento traumatico [53,83], ricordi traumatici frammentati, incompleti e difficili da richiamare ed esprimere [73,86] ed emozioni attenuate o non percepite [87].

Diverse concettualizzazioni suggeriscono che la dissociazione sia legata a una scissione del sé, o a «molteplici stati del sé» [88]. La dissociazione strutturale implica la separazione tra parti del sé «apparentemente normali», che permettono alla persona di funzionare nella società, e parti che rivivono in qualche forma i ricordi traumatici [89,90]. Il modello degli stati comportamentali discreti sostiene che le persone passino da uno stato comportamentale all’altro per rispondere alle aspettative di coloro con cui sono in relazione in quel momento, e che la dissociazione si produca quando gli stati legati al trauma sono troppo distanti (per memoria, sintomi somatici e stimoli ambientali) dagli altri stati [91]. La dissociazione strutturale legata al trauma designa la separazione tra la «personalità o le parti apparentemente normali» (ottundimento, amnesia e distacco) e la «personalità o le parti emotive» (rivivere traumatico di ricordi non integrati) [89,90]. Il modello degli stati comportamentali discreti di Putnam [91] postula che le persone passino da uno stato comportamentale all’altro per rispondere alle aspettative di chi è in relazione con loro in quel momento o per suscitare in quella persona la risposta desiderata. Il modello suggerisce che queste transizioni tra stati comportamentali inducano uno «stato simile alla trance» [91] e che la dissociazione patologica si produca quando la persona passa a stati comportamentali specifici del trauma molto distanti (per memoria, sintomi somatici associati e stimoli ambientali) dagli stati normali [91]. Applicare le prospettive delle parti al concetto di trauma intergenerazionale significa porre l’accento sulle parti genitoriali fluttuanti e non integrate (talvolta emotivamente intense o assenti) osservate dalla persona minore, nonché sulla tendenza del comportamento genitoriale a evocare certe parti nella prole, forse a scapito dello sviluppo di altre parti più funzionali.

2.1.6. Implicazioni per l’intervento delle teorie della dissociazione

Le teorie della dissociazione hanno contribuito allo sviluppo di terapie incentrate sulle parti, che normalizzano la natura dissociativa della personalità, soprattutto nei contesti traumatici, e promuovono l’accettazione delle proprie parti e della loro origine per ridurre la tensione interna. La terapia dei sistemi familiari interni [84], la voice dialogue therapy [92] e la terapia di stabilizzazione informata sul trauma [93] sono esempi di modelli terapeutici basati sul lavoro con le parti.

2.2. Prospettive narrative

Anche gli stili comunicativi dei genitori, in particolare il silenzio o l’eccessiva rivelazione delle narrazioni traumatiche, sono stati proposti come spiegazione del trauma, della violenza e del maltrattamento intergenerazionali [5,34]. Questa prospettiva suggerisce che le narrazioni familiari siano «messaggi codificati» [94] su concetti come la sicurezza, il valore personale e l’identità, tramandati di generazione in generazione.

2.2.1. Narrazioni ristrette

Una prospettiva che si sovrappone in parte alle teorie psicodinamiche e dissociative, e in parte ne deriva, suggerisce che mettere a tacere le narrazioni traumatiche in una generazione contribuisca alla manifestazione del trauma nella successiva [95]. La sottile differenza tra le prospettive del trauma non elaborato e quelle delle narrazioni ristrette sta nel fatto che, in queste ultime, il trauma è noto ma non viene espresso né spiegato nel discorso familiare. Si ipotizza che questo silenzio poggi su emozioni come la colpa e la vergogna, o sulla convinzione che tacere ciò che si sa del trauma protegga la prole [73,96]. Diversi contributi sottolineano la frammentazione e l’evitamento della storia traumatica nelle persone sopravvissute, parlando di narrazioni «impoverite» [97,98], «aride» [99] e «dissociate» [100] e di «morte del linguaggio» [86]. Sul piano intergenerazionale, queste narrazioni assenti sono «vissute come una profonda assenza» [50], dando luogo a identità familiari confuse e incomplete e intensificando così gli effetti del trauma sulle generazioni successive [34,101]. I genitori che tacciono le esperienze traumatiche possono anche evitare di parlare di altri aspetti dell’identità familiare, sicché la prole cresce senza le storie di famiglia che concorrono all’identità e senza i contesti che spiegano le reazioni dei genitori a fattori scatenanti e stimoli [102,103].

2.2.2. Implicazioni per l’intervento della teoria delle narrazioni ristrette

Le teorie delle narrazioni ristrette implicano la necessità di trattare la vergogna, fortemente associata alle difficoltà comunicative e agli ostacoli a relazioni strette e accudenti [104,105]. Permettere ai ricordi traumatici di emergere (spesso un processo lungo di per sé, poiché la sicurezza psicologica è frequentemente considerata una condizione preliminare del ricordo [73]) e accettare gli eventi e riformularli dando loro nuovi significati è fondamentale in questo lavoro terapeutico.

In alcune situazioni si ritiene utile anche riconoscere e rispettare il ruolo del silenzio. Le persone sopravvissute possono sentire il silenzio come un segno di rispetto, trovare l’esperienza di descrivere il trauma troppo travolgente e destabilizzante per essere terapeuticamente utile in certi momenti, oppure percepire le aspettative occidentali sulla rivelazione come incompatibili con i propri valori culturali [106,107]. Alcuni contributi suggeriscono che possano avere un effetto riparatore la disponibilità ad ascoltare senza spingere a parlare [107] e la metacomunicazione, ossia l’attenzione al processo e agli ostacoli della comunicazione del trauma più che alla narrazione traumatica in sé [108,109]. Inoltre, riconoscendo l’impatto dannoso del trauma sul linguaggio e sulla parola [86], una concettualizzazione in termini di narrazioni ristrette potrebbe promuovere l’espressione non verbale del trauma, attraverso il lavoro somatico [110], l’arteterapia [111] o il movimento [112].

2.2.3. Narrazioni eccessive

All’altro estremo del continuum, diversi contributi suggeriscono che il trauma intergenerazionale possa prodursi attraverso l’esposizione a un racconto eccessivo delle narrazioni traumatiche. Questa teoria deriva dai modelli dello stress traumatico secondario o del trauma vicario [32,33] e si ritrova spesso nella letteratura sulla trasmissione intergenerazionale del trauma di guerra [113,114]. Si ipotizza che le persone sopravvissute al trauma possano provare il bisogno compulsivo di testimoniare e ripetere la storia per onorare chi non c’è più [102], spesso unito all’incapacità di modulare la propria sofferenza e i propri affetti [114]. L’infanzia, emotivamente e psicologicamente legata agli adulti che ne fanno parte [115], vive in modo vicario questa sofferenza emotiva espressa a voce, insieme al senso di impotenza che deriva dal non poterla alleviare [9,116]. Le narrazioni familiari del trauma sono state considerate una possibile fonte degli incubi legati al trauma riferiti dalla discendenza [117] e correlate a livelli più elevati di senso di colpa nella seconda generazione [118].

2.2.4. Implicazioni per l’intervento della teoria delle narrazioni eccessive

Le implicazioni terapeutiche delle narrazioni eccessive non sono dissimili da quelle delle narrazioni ristrette: si tratta di offrire uno spazio in cui elaborare, riformulare e vivere il lutto in modo efficace. In questo modo, tali processi intensi non restano confinati all’ambiente domestico e possono giungere a una risoluzione che attenui l’inondazione incontrollata di emozioni e racconti che caratterizza la teoria delle narrazioni eccessive. A seconda di variabili come l’età della persona minore, le sue esperienze traumatiche dirette e le convinzioni culturali sulla rivelazione [101,119], gli approcci di terapia familiare possono risultare più adatti per l’accento che pongono sulla costruzione condivisa di significato [104,105]. Gli interventi possono comprendere il lavoro terapeutico sulla storia di vita [120], la connessione narrativa [121] e gli approcci di terapia narrativa che riformulano l’esperienza e sviluppano prospettive alternative e più capacitanti [122,123].

2.3. Prospettive dell’apprendimento

Le prospettive dell’apprendimento sostengono che il trauma, la violenza e il danno intergenerazionali si producano attraverso il modellamento, l’imitazione e il rinforzo dei comportamenti [35,124]. Si richiama la natura intrinsecamente sociale dell’essere umano, indicando nel contesto familiare e comunitario la fonte principale di conoscenza sull’accettabilità di pratiche e azioni.

2.3.1. Teoria dell’apprendimento sociale

La teoria dell’apprendimento sociale [35], applicata al trauma intergenerazionale, suggerisce che i comportamenti di accudimento dei genitori, comprese reazioni emotive derivate dal trauma come la rabbia, la paura e il ritiro, si ripetano nel modo in cui la prole eserciterà a sua volta la genitorialità, perpetuando così la trasmissione intergenerazionale [125]. Questo costrutto teorico è applicato soprattutto nella letteratura sulla ripetizione della violenza domestica e familiare nel corso delle generazioni [4,126], ma anche rispetto alla prole di persone sopravvissute a traumi che interiorizza e riproduce le ansie dei genitori su un mondo esterno minaccioso e insicuro [127,128]. Oltre alle concettualizzazioni relative all’imitazione, questo quadro teorico implica che l’accettabilità sociale o culturale di determinate pratiche o comportamenti rafforzi e normalizzi i comportamenti appresi nel primo ambiente familiare [129,130].

L’apprendimento sociale si applica sia al commettere violenza dopo esservi stati esposti [124,129] sia a una concettualizzazione della teoria in termini di «impotenza appresa», in cui persone e comunità possono accettare o credere che nessuna loro azione sarà efficace per modificare la propria condizione; accettano e sopportano quindi la violenza o l’oppressione invece di sottrarvisi o metterla in discussione [127,131]. La letteratura suggerisce inoltre che meccanismi di coping disfunzionali adottati per gestire il trauma in una generazione, come la dipendenza, l’autolesionismo e l’isolamento sociale, possano essere normalizzati nelle famiglie e nelle comunità e ripetersi nel corso delle generazioni [132,133].

2.3.2. Implicazioni per l’intervento della teoria dell’apprendimento sociale

La teoria dell’apprendimento sociale è alla base, in sostanza, delle terapie comportamentali e dei programmi di sostegno alla genitorialità, risposte frequenti alle preoccupazioni di tutela dell’infanzia, che mirano a introdurre, mostrare come modello e rinforzare comportamenti genitoriali alternativi [134,135]. Esempi dei numerosi modelli che le teorie dell’apprendimento possono promuovere sono la parent–child interaction therapy [136], Triple P [137] e i corsi di gestione della rabbia [138]. Il modello può anche proporre interventi rivolti all’intera popolazione, come la legislazione e la psicoeducazione attraverso i media, per modificare le convinzioni sull’accettazione o meno di determinati comportamenti da parte della collettività [139,140]. Gli approcci fondati sulla teoria dell’apprendimento si basano meno sulla comunicazione reciproca e sul lavoro in profondità e più su metodi direttivi ed educativi e sul modellamento e il coaching dei comportamenti, spesso quelli legati alla genitorialità o alla regolazione emotiva [135,141]. L’approccio è compatibile con un lavoro breve strutturato e manualizzato, spesso in gruppo o a livello di popolazione [141]. Questo aspetto, insieme a una solida base di evidenze [142,143], fa della teoria dell’apprendimento sociale un quadro privilegiato nei modelli di sanità pubblica, come intervento terapeutico dal buon rapporto costo-efficacia [141,144].

2.4. Prospettive relazionali

Le prospettive relazionali sostengono che il fondamento di uno sviluppo psicosociale sano risieda nelle relazioni familiari, in particolare negli anni dello sviluppo. Secondo questa posizione, le esperienze traumatiche di una generazione perturbano queste dinamiche familiari, ostacolando lo sviluppo e la capacità relazionale della persona minore e perpetuando così trauma e maltrattamento nel corso delle generazioni [145,146].

2.4.1. Teoria dell’attaccamento

La teoria dell’attaccamento sostiene che il tipo, la coerenza e la qualità dell’interazione genitore-figlio diano luogo a stili di attaccamento sicuri o insicuri (evitante, ansioso o disorganizzato), che si ripetono poi nelle relazioni successive, anche con la propria prole [36,37,147]. Questa teoria è spesso applicata nella letteratura per spiegare la continuità intergenerazionale del trauma e del maltrattamento [148,149]. Le culture collettiviste adottano una lente più ampia sulla teoria dell’attaccamento, considerando le interazioni tra la singola persona minore e la sua comunità più ampia, compresi i pari e la terra [150,151]. Quando i genitori o le figure di attaccamento più ampie, definite secondo una lente collettivista, hanno vissuto un trauma, queste interazioni possono essere ostacolate dal lutto, dalla paura o dalla sofferenza.

Una prospettiva intergenerazionale dell’attaccamento considera la genitorialità un potenziale fattore di stress, che riattiva i traumi di attaccamento irrisolti dell’adulto e suscita nuove sofferenze psicologiche [152,153]. La relazione genitore-figlio può quindi risentire dell’ottundimento emotivo del genitore [9,154], di depressione o ansia [155] o di interazioni ostili e spaventanti [153], ciò che Main e Hesse [156,157] hanno chiamato comportamento genitoriale «spaventato, spaventante e dissociativo». Tali comportamenti pongono la persona minore in un dilemma di attaccamento irrisolvibile, una «paura senza soluzione» [156], in cui è attratta in modo innato verso il genitore come fonte di sopravvivenza e al tempo stesso spinta ad allontanarsene come fonte di paura, danno e incertezza. Oltre a costituire di per sé un’esperienza relazionalmente traumatica per la persona minore [149,158], queste perturbazioni dell’attaccamento formano un progetto di attaccamento, o «modello operativo interno» [159], che orienta per tutta la vita la sua comprensione di sé e delle relazioni, comprese quelle con la propria prole.

2.4.2. Implicazioni per l’intervento della teoria dell’attaccamento

Gli interventi basati sull’attaccamento mirano ad accrescere la sintonizzazione e la sensibilità dei genitori verso la prole [146] e possono comprendere la psicoeducazione sul processo di attaccamento e l’attenzione ai legami tra le esperienze dei primi anni di vita e la genitorialità attuale. La teoria dell’attaccamento punta a sviluppare la capacità genitoriale di mentalizzazione e di funzionamento riflessivo nella genitorialità, ossia la capacità di tenere presente contemporaneamente la propria esperienza psicologica e quella della persona minore nell’interpretare i comportamenti [160,161]. Mira anche a sviluppare, nell’età adulta, una «sicurezza guadagnata» (earned security) o una «riorganizzazione dell’attaccamento» (la riparazione di attaccamenti in precedenza insicuri) [19,162]. La teoria dell’attaccamento è spesso combinata con la teoria dell’apprendimento sociale e, analogamente, proposta a gruppi in programmi di sostegno alla genitorialità strutturati, manualizzati e basati sulle evidenze [135,143], di cui il circle of security program [163] e il mothers and toddlers program [164] sono esempi noti. Gli approcci basati sulla teoria dell’attaccamento sono quindi ampiamente finanziati e proposti in molti contesti e paesi del mondo [165].

2.4.3. Teorie dei sistemi familiari

Le teorie dei sistemi familiari, che sottolineano l’interdipendenza psicologica e l’interconnessione dei membri della famiglia, sono anch’esse diffuse nella letteratura sul trauma intergenerazionale [145,166]. Queste teorie considerano i ruoli, le energie e le responsabilità sociali di ciascun membro della famiglia rispetto agli altri e sostengono che tali elementi si spostino e si riorganizzino continuamente man mano che le famiglie cambiano e si sviluppano [146,167]. La teoria dei sistemi familiari di Bowen [38] pone particolarmente l’accento sui modelli intergenerazionali, sostenendo che le ansie e le sofferenze, tanto delle persone quanto delle unità familiari, derivino da uno squilibrio tra il duplice bisogno di autonomia e di connessione, con una conseguente tendenza a un’eccessiva vicinanza («fusione») o distanza («taglio emotivo», cut-off) nelle relazioni familiari [168]. La teoria descrive inoltre il «processo di trasmissione multigenerazionale» [169], in cui ansie e difficoltà relazionali si ripercuotono attraverso le generazioni.

La letteratura sul trauma intergenerazionale, in particolare quella sulle persone sopravvissute all’Olocausto e ad altri genocidi, osserva che i genitori che hanno vissuto un trauma sono spesso iperprotettivi e ipervigili riguardo alla sicurezza della prole, mantenendo il sistema familiare fisicamente ed emotivamente unito e al riparo dai pericoli esterni percepiti [5,170]. Queste caratteristiche rendono un sistema familiare più esposto a uno squilibrio tra vicinanza e distanza relazionale e, in effetti, difficoltà di individuazione e di separazione nella prole di persone sopravvissute a traumi sono state spesso rilevate nella ricerca sulle loro famiglie [171,172].

2.4.4. Implicazioni per l’intervento della teoria dei sistemi familiari

La teoria dei sistemi familiari implica per sua natura interventi a base familiare, che coinvolgono contemporaneamente più membri della famiglia e si occupano delle relazioni e della comunicazione all’interno dell’unità familiare. La teoria dei sistemi familiari di Bowen indica nella «differenziazione del sé» (la capacità di conciliare il legame con la famiglia con lo sviluppo di un sé autonomo) ciò che allevia la sofferenza individuale e familiare [168,173], e mira a rendere consapevoli e modificare i modelli familiari di eccessiva vicinanza (fusione) o distanza (taglio emotivo) [174]. Le domande riflessive, la psicoeducazione sul modello, i genogrammi e altri diagrammi familiari sono approcci comuni nella terapia familiare [174,175].

2.5. Prospettive delle convinzioni di base

Le prospettive delle convinzioni di base sostengono che i comportamenti siano guidati da convinzioni centrali, spesso subliminali, che orientano la persona e che derivano sia dal temperamento sia dai messaggi espliciti e impliciti ricevuti e interiorizzati [40]. Una lente intergenerazionale suggerisce che queste convinzioni di base si manifestino nella comunicazione familiare e possano poi riprodursi nelle generazioni future.

2.5.1. Teoria degli schemi

La teoria degli schemi si concentra sulle convinzioni di base della persona riguardo al mondo (per esempio sicuro o insicuro) e a sé (per esempio degna o indegna di valore) [39,40]. Queste percezioni diventano universali e generalizzabili, organizzano le interpretazioni, le comprensioni e le azioni della persona e si concretizzano in ogni ambito della sua vita, compresa la genitorialità [176].

Sono stati individuati diversi schemi maladattivi precoci (EMS, early maladaptive schemas), o «modelli emotivi e cognitivi autolesivi» [177], tra cui (fra gli altri) l’aspettativa che gli altri faranno del male (schema sfiducia/abuso), la convinzione della propria imperfezione o inferiorità (schema imperfezione/vergogna) e un’attenzione e una vigilanza eccessive verso gli aspetti negativi della vita (schema negatività/pessimismo) [177]. Applicata alla trasmissione intergenerazionale, la teoria suggerisce che gli EMS dei genitori incidano sulle interazioni genitore-figlio; alcuni studi hanno trovato correlazioni tra gli EMS dei genitori e il successivo sviluppo di EMS simili o compensatori nella prole [178,179].

2.5.2. Implicazioni per l’intervento della teoria degli schemi

La nozione di schema è stata concepita nell’ambito dello sviluppo della terapia cognitivo-comportamentale (CBT) [180], un modello secondo cui i significati che una persona attribuisce a un evento influiscono sul comportamento più della situazione in sé [181]. Il modello mira a rendere consapevoli e modificare le interazioni tra pensieri, emozioni e comportamenti, prestando attenzione alle convinzioni di base, o schemi, che guidano le reazioni automatiche [182]. La schema therapy è un modello di trattamento specifico che individua determinati EMS e cerca di sostituirli con convinzioni di base più funzionali [177,183]. Allo stesso modo, tuttavia, per rivalutare le convinzioni di base si possono applicare altre terapie cognitive che esplorano i legami tra pensieri, emozioni e comportamenti, come la terapia cognitivo-comportamentale focalizzata sul trauma, che prevede un’esposizione graduale e un approccio per fasi [184], e l’acceptance and commitment therapy, che cerca di accrescere la flessibilità psicologica (la capacità di scegliere le risposte emotive, cognitive e comportamentali invece di lasciarsi guidare da reazioni automatiche) e si concentra sul momento presente attraverso la mindfulness e l’accettazione [185,186]. Gli approcci basati sulla CBT prevedono interventi brevi e strutturati, con principi e processi chiari e una solida base di evidenze, il che ne fa una scelta di trattamento molto diffusa nelle politiche di sanità pubblica [187,188].

2.5.3. Teorie dell’elaborazione dell’informazione

I modelli dell’elaborazione dell’informazione pongono al centro le visioni che una persona sviluppa rispetto alle situazioni sociali e interpersonali [41,189]. La ricerca suggerisce che le persone che hanno vissuto traumi o avversità tendano maggiormente a interpretare in modo errato i segnali sociali, attribuendo ostilità ad atteggiamenti in realtà neutri o ambigui [190,191], un concetto chiamato «bias di attribuzione ostile» [192]. Un’applicazione intergenerazionale della teoria suggerisce che i genitori che hanno subito una qualche forma di maltrattamento o trauma rischino di sviluppare cognizioni o attribuzioni negative sulla propria prole, con possibili risposte genitoriali sproporzionate rispetto al comportamento della persona minore [126,193].

2.5.4. Implicazioni per l’intervento delle teorie dell’elaborazione dell’informazione

Analogamente agli interventi suggeriti dalla teoria degli schemi, le terapie cognitive vengono spesso applicate alla teoria dell’elaborazione dell’informazione. La terapia dialettico-comportamentale (DBT), che pone l’accento sulle interpretazioni e sulle competenze sociali e relazionali (insieme alla regolazione emotiva, alla mindfulness e allo sviluppo di altre abilità) [194], è forse una derivazione della CBT più pertinente per le teorie dell’elaborazione dell’informazione. Inoltre, offrire ai genitori informazioni sui comportamenti adeguati allo sviluppo nella prima e nella seconda infanzia può attenuare la convinzione che dietro le azioni della prole vi siano intenzioni negative od ostili, favorendo risposte genitoriali più sensibili e accudenti [195,196].

2.6. Prospettive evolutive

La propensione del trauma a perturbare un sano sviluppo biologico, sociale, cognitivo e psicologico è il principio centrale della prospettiva della traumatologia dello sviluppo. Questo modello è spesso applicato al maltrattamento e al trauma durante la gestazione, la prima infanzia e l’infanzia, quando il processo di sviluppo è più rapido, critico e adattivo rispetto all’ambiente [197,198]. Una prospettiva intergenerazionale suggerisce che queste esperienze traumatiche abbiano effetti per tutta la vita, influenzando la successiva genitorialità ed esponendo così la prole a dei rischi.

2.6.1. Psicopatologia dello sviluppo

Il modello della psicopatologia dello sviluppo [42,199] sottolinea la correlazione tra le esperienze traumatiche e lo sviluppo di varie forme di disturbo mentale, tra cui PTSD, ansia, depressione, schizofrenia, disturbi di personalità e disturbo da uso di sostanze [184,200]. Sebbene il disturbo mentale di un genitore non implichi necessariamente un trauma per la prole, la letteratura suggerisce una correlazione, che talvolta si traduce anche nello sviluppo di sintomi e disturbi di salute mentale nella persona minore [201,202].

2.6.2. Implicazioni per l’intervento della psicopatologia dello sviluppo

La teoria della psicopatologia dello sviluppo propugna il trattamento della salute mentale dei genitori con vari mezzi, tra cui interventi psicofarmacologici [203], l’integrazione dei sostegni alla salute mentale e di quelli alla genitorialità nell’intervento [204] e i diversi approcci terapeutici descritti nelle sezioni precedenti di questa rassegna. Si incoraggiano anche approcci centrati sulla famiglia, per aiutare i membri della famiglia, compresa la famiglia allargata, a prendersi cura sia del genitore con un disturbo mentale sia della prole, e per offrire a quest’ultima una psicoeducazione sul disturbo mentale che ne favorisca una comprensione più profonda [205,206].

2.6.3. Teorie biologiche dello sviluppo

Le bioscienze hanno arricchito la prospettiva evolutiva, suggerendo che le alterazioni organiche prodotte dal trauma possano compromettere il funzionamento e la successiva genitorialità [207,208]. La plasticità cerebrale, particolarmente attiva nel periodo prenatale e in altri periodi sensibili dello sviluppo, produce un’organizzazione cognitiva e neurologica predisposta ad aiutare la persona a sopravvivere e prosperare nei suoi specifici contesti ambientali (essenzialmente relazionali) [207,209]. Le esperienze stressanti e traumatiche prenatali e dei primi anni di vita incidono sulle strutture neurologiche e sulla connettività nelle aree responsabili della rilevazione della minaccia e della risposta a essa [203,210], manifestandosi in un’iperattivazione cronica con difficoltà di regolazione emotiva, oppure in un’ipoattivazione con un’affettività attenuata o congelata [207,211]. Alcuni studi hanno inoltre rilevato, nelle persone sopravvissute a traumi, deficit nelle aree neurologiche responsabili delle funzioni esecutive, dell’apprendimento, della memoria, dell’integrazione dell’esperienza e della connessione sociale [207,212].

Queste difficoltà organiche hanno effetti profondi sulla genitorialità, una fase della vita in cui l’autoregolazione emotiva e comportamentale e la connessione relazionale sono cruciali per la sicurezza e lo sviluppo della persona minore [207,213]. Nelle persone adulte sopravvissute a traumi sono stati riscontrati livelli alterati di ormoni e proteine come l’ossitocina e la prolattina, associati agli aspetti fisici della genitorialità (per es. allattamento, parto, legame genitore-neonato) [19,214,215], con effetti sulla genitorialità a livello biologico. È stata inoltre osservata una chiara associazione tra trauma precoce ed esiti successivi di salute fisica: le persone sopravvissute hanno maggiori probabilità di sviluppare una serie di problemi di salute, con i conseguenti fattori di stress per il loro sistema familiare [216,217].

2.6.4. Implicazioni per l’intervento delle teorie biologiche dello sviluppo

Il riconoscimento delle compromissioni biologiche successive al trauma ha portato la ricerca a proporre valutazioni che includano il dominio neuropsicologico e il sistema di risposta allo stress e che calibrino i sostegni sulle aree del cervello e del corpo colpite dal trauma [207]. Questi interventi possono comprendere la psicoeducazione sulla neuroplasticità, sulla teoria polivagale e sull’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) (sistema di risposta allo stress) per favorire la comprensione dell’esperienza legata al trauma [197,218], oppure approcci come il modello neurosequenziale delle terapie, che considera i fattori di sviluppo che concorrono al funzionamento attuale attraverso una lente neurologica e informata sul trauma [219,220]. Questa teoria considera talvolta il periodo perinatale un’occasione di intervento terapeutico per interrompere la traumatologia dello sviluppo in periodi evolutivi critici [221,222]. È anche la teoria che più probabilmente promuove i trattamenti farmacologici, per trattare i sintomi [199,203] o per compensare la ridotta produzione ed efficacia di ormoni e sostanze chimiche [223,224].

2.7. Prospettive dell’ereditarietà

La ricorrenza del trauma nel corso delle generazioni è stata spiegata anche dalla ricerca genetica ed epigenetica, che individua correlazioni genetiche per comportamenti in precedenza attribuiti a forze sociali [225] e modificazioni nella metilazione e demetilazione (silenziamento e attivazione) dei geni a seguito di un trauma diretto o intergenerazionale [18,226]. Gran parte di questa ricerca si ricollega alla prospettiva evolutiva discussa in precedenza, con modificazioni epigenetiche localizzate su geni associati alla risposta alla minaccia, allo sviluppo cognitivo e neurologico, alla suscettibilità ai disturbi fisici e psicologici e alla produzione e attività di ormoni e recettori ormonali [16,215,227].

2.7.1. Ereditarietà genetica ed epigenetica

Le spiegazioni genetiche, sostenute da studi su famiglie, gemelli e genetica molecolare [228,229,230], suggeriscono che la suscettibilità ai sintomi traumatici possa essere ereditata e codificata nei geni. Il concetto di ereditarietà epigenetica porta avanti questa spiegazione, proponendo che elementi del DNA della cellula germinale (ovocita o spermatozoo) vengano espressi o silenziati in funzione dell’esperienza dei genitori [231,232], influenzando così organicamente la discendenza prima ancora del concepimento. Sebbene la maggior parte dei marcatori epigenetici dei genitori venga cancellata nella prole dai «reset» della cellula germinale che avvengono durante la sua formazione e tra la fecondazione e l’impianto dell’embrione, si ipotizza che alcuni di questi marcatori sopravvivano a tale processo, secondo un meccanismo evolutivo volto a preparare la nuova generazione a sopravvivere nelle condizioni che probabilmente incontrerà, sulla base dell’espressione genica dei genitori [18,233].

2.7.2. Implicazioni per l’intervento delle teorie dell’ereditarietà genetica ed epigenetica

Le teorie dell’ereditarietà genetica ed epigenetica collocano il problema del trauma, della violenza e del maltrattamento intergenerazionali a livello cellulare e ontogenetico, sottolineando il determinismo biologico. Alcuni contributi descrivono queste concettualizzazioni come piuttosto limitate quanto alle possibilità di trattamento, suggerendo che, nel migliore dei casi, chi opera nella pratica possa aiutare la seconda generazione a prepararsi ad affrontare le difficoltà a cui potrebbe essere predisposta [225]. Altri osservano che il modello dell’ereditarietà genetica ed epigenetica può contribuire allo sviluppo di nuovi trattamenti farmacologici e stimolare ulteriori ricerche da cui potrebbero scaturire approcci terapeutici nuovi e personalizzati [19,230]. La teoria dell’ereditarietà epigenetica sottolinea inoltre il carattere non permanente dell’eredità epigenetica e la malleabilità dell’espressione genica in risposta a un ambiente che cambia (aspetto discusso più in dettaglio di seguito, nella sezione 2.7.6) [18].

2.7.3. Programmazione epigenetica fetale

La teoria della programmazione epigenetica fetale si concentra sul periodo critico della gestazione per l’attivazione o il silenziamento del materiale genetico. Una madre che ha vissuto un trauma o un maltrattamento ha maggiori probabilità di sperimentare sofferenza, ipervigilanza e una serie di altre difficoltà nel corso della vita, anche durante la gravidanza. L’essere in gestazione esiste all’interno del contesto biologico materno, ed è da esso influenzato epigeneticamente, utilizzando l’ambiente intrauterino «come una sorta di “previsione del tempo” fornita dalla madre, che lo prepara al tipo di mondo in cui dovrà vivere» [234]. Diversi studi hanno osservato modificazioni nella metilazione di geni associati alla produzione e alla ricezione di certi ormoni, come il cortisolo, nella prole di madri che avevano vissuto livelli elevati di stress o difficoltà di salute mentale durante la gravidanza [235,236]. Altri hanno riscontrato alterazioni nella metilazione epigenetica di geni associati alla plasticità e allo sviluppo neurologici [237] e al successivo sviluppo di disturbi neurologici e mentali [238].

2.7.4. Implicazioni per l’intervento della programmazione epigenetica fetale

Nella teoria della programmazione epigenetica fetale il periodo prenatale assume il rilievo di momento ideale per intervenire, con la possibilità di attenuare ed evitare la trasmissione alla generazione successiva della vulnerabilità organica al trauma, alla violenza e al maltrattamento [198]. Rientrano qui interventi diversi, tra cui l’insegnamento di strategie di riduzione dello stress alle future madri, un’adeguata assistenza prenatale e interventi sistemici per promuovere ambienti sani e privi di violenza durante la gravidanza [234,239].

2.7.5. Riprogrammazione epigenetica nel corso della vita

Una terza concettualizzazione incentrata sul ruolo dell’epigenetica riconosce che i sistemi biologici, lungi dall’essere fissi o predeterminati, sono costantemente soggetti ad alterazioni epigenetiche che modificano l’espressione dei geni per ottimizzare l’adattabilità della persona alle mutevoli condizioni ambientali e sociali [240,241]. Queste concezioni presentano l’esperienza traumatica come trasformabile a livello cellulare lungo tutto l’arco della vita, sia per effetto di esperienze ambientali accudenti sia di esperienze avverse [242,243].

2.7.6. Implicazioni per l’intervento della riprogrammazione epigenetica nel corso della vita

La riprogrammazione epigenetica nel corso della vita sottolinea che modificare il contesto della persona o le sue modalità di coping può modificare epigeneticamente l’espressione del DNA e attenuare così il trauma e il maltrattamento intergenerazionali. Questa prospettiva non propone necessariamente modelli terapeutici o di intervento propri; utilizza piuttosto, esplicitandolo, l’imperativo biologico di adattarsi alle circostanze come opportunità di guarigione [18,244,245]. Alcuni studi rilevano, per esempio, una riduzione della metilazione legata al PTSD nelle persone partecipanti sottoposte a terapia di esposizione [246,247] e a riduzione dello stress basata sulla mindfulness [248], il che suggerisce che un cambiamento epigenetico attraverso trattamenti consolidati sia senz’altro possibile.

2.8. Prospettive sistemiche

Le prospettive sistemiche si concentrano sulla persona all’interno del suo ambiente sociale e fisico e sulle interazioni tra le diverse parti di un sistema [249,250]. Questa prospettiva riconosce il ruolo dei fattori sociali, comunitari e politici nell’aggravare o attenuare la continuità intergenerazionale [127]; le circostanze attuali, come l’oppressione e lo svantaggio, sono considerate fattori aggravanti e scatenanti del trauma, della violenza e del maltrattamento intergenerazionali [251].

2.8.1. Teoria dei sistemi ecologici

La teoria dei sistemi ecologici di Bronfenbrenner [48] è stata applicata e rivista come teoria esplicativa del trauma, dell’abuso e della trascuratezza intergenerazionali. La teoria si concentra sull’interazione dei fattori presenti negli elementi micro (il sé e l’ambiente immediato), meso (il contesto comunitario più ampio), eso (i contesti organizzativi), macro (cultura, valori e società) e crono (i cambiamenti nel tempo) del sistema di una persona [252,253]. Il modello suggerisce che lo stress o la perturbazione in una parte del sistema si ripercuota sulle altre [254], il che rende vano considerare isolatamente un qualsiasi elemento del sistema.

La teoria dei sistemi ecologici richiama l’attenzione sull’influenza dei determinanti sociali, come la povertà, la discriminazione e lo stress, nel perpetuare i rischi di trauma, violenza e maltrattamento intergenerazionali [255,256]. Diversi contributi suggeriscono che la continuità intergenerazionale della povertà, dell’emarginazione e dell’oppressione sia più rilevante e influente del trauma e del maltrattamento intergenerazionali [257,258]. Inoltre, i problemi di salute derivanti dal trauma possono gravare i sistemi familiari di ulteriore stress e dolore [217,259], e «percezioni pregiudiziali» [132] o stereotipi verso comunità o gruppi possono tradursi in traumi e maltrattamenti imposti dal sistema [260,261].

2.8.2. Implicazioni per l’intervento della teoria dei sistemi ecologici

La teoria dei sistemi ecologici può dare priorità a interventi a livello sistemico e sociopolitico, spesso sotto forma di advocacy e di giustizia sociale, accanto a quelli a livello inter- e intrapersonale [254,262]. La ricerca sul trauma intergenerazionale, in particolare quella sulle famiglie di persone sopravvissute alla colonizzazione e al genocidio, suggerisce in effetti che la discendenza possa trovare sollievo e guarigione nell’attivismo, nella ricerca di giustizia e nella riparazione [117,263]. Gli interventi terapeutici derivati da una prospettiva sistemica possono comprendere la creazione di uno spazio terapeutico per un’esplorazione approfondita di tutti gli elementi del sistema ecologico di una persona [252], un sostegno pratico e materiale [258] e un esame e una messa in discussione delle strutture di potere che mantengono i privilegi di alcuni gruppi a scapito di altri (spesso gruppi che hanno vissuto tali avversità di generazione in generazione) [264].

2.9. Prospettive indigene

Va notato che la maggior parte delle teorie fin qui menzionate proviene da pensatori occidentali, in prevalenza uomini. Le prospettive indigene, applicate in genere ai traumi della colonizzazione [7,8,265], offrono visioni originali del trauma e del danno intergenerazionali.

2.9.1. Teoria del punto di vista indigeno

La teoria del punto di vista indigeno [49] considera l’esperienza indigena nelle nazioni colonizzate che contestano e opprimono le visioni del mondo indigene. Alcune intersezioni con le prospettive sistemiche si osservano in queste interconnessioni e tensioni tra esperienze individuali e comunitarie e nelle forze sistemiche che plasmano il sapere «legittimo». Le ontologie indigene considerano i traumi inflitti alle terre, alle acque, agli spiriti e agli antenati altrettanto dannosi di quelli vissuti da persone e comunità [7,266]. Le profonde interconnessioni e la dipendenza reciproca di questi elementi producono una ritraumatizzazione continua che, se non viene curata, si accumula nel corso delle generazioni, poiché ogni lutto e ogni trauma si ripercuotono negli spazi fisici, spirituali e comunitari [7,267]. Le narrazioni orali sono centrali in molte culture indigene, il che porta alcune teorie a suggerire che i traumi della colonizzazione si amplifichino nel corso delle generazioni entrando nella narrazione culturale e sociale [127,268]. Inoltre, questa prospettiva sostiene che essere una persona indigena in una nazione colonizzata produca un effetto cumulativo di trauma intergenerazionale, poiché l’oppressione, la discriminazione e lo svantaggio sistemici continuano a perpetuarsi e le pratiche culturali tradizionali di guarigione vengono negate o minate dall’imposizione dei modelli di intervento privilegiati dalle potenze colonizzatrici [8,267].

2.9.2. Implicazioni per l’intervento della teoria del punto di vista indigeno

La riflessività sulla propria posizione sociale e sul quadro di conoscenze che ne deriva è centrale nella teoria del punto di vista indigeno, che suggerisce la necessità, per chi opera nella pratica, di impegnarsi in pratiche criticamente riflessive e, quindi, di prestare attenzione a forme di conoscenza e pratiche di guarigione che potrebbero non essere immediatamente presenti al suo sguardo [49]. Tradotto nella pratica, ciò significa favorire il recupero degli approcci tradizionali indigeni di guarigione per ricostruire l’identità individuale e collettiva e affrontare il trauma, la violenza e il maltrattamento intergenerazionali [130,269]. In molti approcci di intervento ispirati ai saperi indigeni si osserva un approccio narrativo [270,271], tra cui il Dadirri, concetto del popolo Ngan’gikurunggkurr dell’Australia settentrionale che significa ascolto profondo e rispettoso [7,272], gli yarning circles, che prevedono un dialogo sicuro e non giudicante per trasmettere il sapere culturale nella cultura indigena australiana [132,271], e i sharing circles, una pratica delle First Nations canadesi in cui informazioni, spiritualità ed emozioni vengono condivise in uno spazio non gerarchico [273]. Anche altre pratiche culturali di comunicazione, come la danza, la tessitura, l’arte e le cerimonie, sono promosse come forme di guarigione culturale [7,274].

Gli interventi di guarigione indigeni propongono inoltre un approccio decolonizzante, che implica il riconoscimento dei fondamenti essenzialmente occidentali dei sistemi (sanità, tutela dell’infanzia, giustizia) e degli squilibri di potere che essi mantengono e perpetuano [275,276,277]. Ciò comporta una riconcettualizzazione collettiva (da parte sia di chi è stato colonizzato sia di chi ha colonizzato) della storia, ossia un lavoro di verità (truth-telling) [127,278], e l’impegno di chi opera nella pratica a una riflessione onesta e introspettiva sulla propria posizione sociale, spesso privilegiata, e sui presupposti e sui pregiudizi impliciti che orientano il suo approccio [49,275].

2.10. Prospettive integrate

Nella letteratura vi è un consenso generale sul fatto che le prospettive teoriche sul tema si completino a vicenda anziché farsi concorrenza, e che la comprensione si arricchisca grazie a un approccio integrato piuttosto che purista [5,20,279]. Un gran numero di teorie combinate o miste, di cui quelle che seguono sono solo una piccola selezione, ha generato visioni nuove e approcci di intervento innovativi.

2.10.1. Adattamenti delle prospettive sistemiche e implicazioni per l’intervento

Alcune teorizzazioni propongono varianti della già citata teoria dei sistemi ecologici come modelli integrativi per spiegare il trauma, la violenza e il maltrattamento intergenerazionali, e molte delle prospettive teoriche discusse in precedenza possono senz’altro essere ricondotte al modello di Bronfenbrenner [48], eventualmente con l’aggiunta, all’interno del microsistema, di un sistema più interno che rappresenti il sé organico e cellulare. Kahn e Denov [250] applicano al trauma intergenerazionale la teoria bioecologica dello sviluppo umano arricchita culturalmente di Velez-Agosto et al. [280] (un adattamento della teoria dei sistemi ecologici che sottolinea il ruolo della cultura nel microsistema oltre che nel macro- e nell’esosistema). L’integrazione ecologica del maltrattamento infantile proposta da Belsky [252] comprendeva quattro dimensioni di analisi: il macrosistema (valori e convinzioni culturali sull’educazione della prole), l’esosistema (elementi comunitari), il microsistema (aspetti familiari e genitoriali) e il livello ontogenetico (fattori interni alla persona). La prospettiva ecologico-transazionale [281] adotta un approccio simile, ma si concentra maggiormente sulle interazioni, o transazioni, tra ciascuno dei sistemi in cui una persona vive. Le implicazioni operative di queste teorie invitano ad allargare lo sguardo nella valutazione e nel trattamento di persone e famiglie, includendo le molte sfaccettature della loro vita e le interazioni tra questi sistemi.

2.10.2. Modello diatesi-stress e implicazioni per l’intervento

Anche il modello diatesi-stress pone l’accento sulla teoria dei sistemi. Muovendo dall’idea che la malattia fisica e psicologica sia innescata da fattori di stress ambientali [282,283,284], la teoria propone che gli eventi stressanti o le avversità della vita attivino vulnerabilità preesistenti, fondate su altre prospettive teoriche, predisponendo così la persona al trauma o al maltrattamento intergenerazionali [256,285]. Wolfner e Gelles [139] propongono un modello diatesi-stress psicosociale, in cui la propensione alla violenza deriva da fattori appresi socialmente o comunque «costituzionali» [139] combinati con condizioni socialmente stressanti. Markward et al. [256] inquadrano il concetto in termini di fattori interni ed esterni, suggerendo che le vulnerabilità interne biochimiche, biogenetiche e psicosociali dovute al trauma vengano attivate da ambienti culturali esterni oppressivi, con il risultato che il trauma si perpetua finché lo svantaggio non viene affrontato. Questo modello propone politiche e pratiche che sostengano una comprensione olistica della storia sociale e culturale e pongano l’accento sulla giustizia sociale [139,256].

2.10.3. Dissociazione relazionale e narrazioni ristrette e implicazioni per l’intervento

Una combinazione di teorie della dissociazione, dell’attaccamento e delle narrazioni ristrette si riconosce nelle prospettive di diversi contributi sul trauma e sul maltrattamento intergenerazionali, in particolare sul maltrattamento infantile intergenerazionale. L’approccio considera i comportamenti genitoriali maltrattanti o non sintonizzati come difese dissociative inconsce, volte a evitare sul piano esperienziale il trauma disconosciuto che l’esperienza di attaccamento della genitorialità riattiva [149,286]. La dissociazione viene così intesa come un «processo primariamente relazionale» [81,287]. Talvolta si ricorre come fondamento teorico [149] alla prospettiva evoluzionistica di Liotti [82,288] sui sistemi motivazionali per la sopravvivenza, secondo cui il sistema della paura attiva inevitabilmente il sistema di attaccamento (poiché la persona cerca sicurezza nella relazione) e, nelle persone con attaccamento disorganizzato, il sistema di attaccamento attiva il sistema della paura (poiché le relazioni sono percepite come potenziale fonte di pericolo), innescando così una risposta dissociativa [289].

Questa prospettiva sostiene inoltre che la dissociazione si attivi nella persona minore quando non può contare su un adulto sintonizzato che la aiuti a formulare e narrare le esperienze dolorose [81,290]. Riconoscendo il trauma della trascuratezza e del mancato riconoscimento [291] e partendo dal già citato concetto di «paura senza soluzione» [156], Amos e Segal [161] e Amos et al. [292] hanno proposto l’esperienza della «vergogna terrorizzata senza soluzione», conseguenza dell’incapacità del genitore di riconoscere la comunicazione emotiva della persona minore e lo sviluppo del suo sé intrinseco, e di rispondervi (convalidandoli e accettandoli). Il trauma relazionale resta quindi confinato in uno «spazio indicibile» [81], e la trasmissione di difese psicologiche come la vergogna, la segretezza e la disconnessione dagli altri e dai propri affetti viene indicata come un meccanismo del trauma e dell’abuso intergenerazionali [51,86].

Gli interventi derivati da questa fusione di prospettive comprendono modelli di trattamento basati sull’esposizione e sulla narrazione, volti a riorganizzare l’attaccamento e a disintossicare i ricordi traumatici [81,86]. Questa prospettiva integrata ha dato origine anche al modello di trattamento della terapia parallela genitore-bambino [161], che prevede di facilitare una narrazione della relazione madre-bambino, l’esplorazione degli stili di attaccamento e delle prime esperienze della madre e l’osservazione della terapia del gioco guidata dalla persona minore, seguita dal coinvolgimento del genitore.

2.10.4. Fondamenti scientifici delle teorie sociali e implicazioni per l’intervento

La ricerca ha spesso esplorato le teorie biologiche dello sviluppo o le spiegazioni epigenetiche insieme ad altre teorie, dando una struttura biologica a concettualizzazioni sociali o psicologiche. La ricerca sulla biologia dell’attaccamento rileva che le esperienze traumatiche possono produrre alterazioni epigenetiche e neurologiche nei sistemi responsabili della produzione e del funzionamento di ormoni come l’ossitocina, la vasopressina e la serotonina, che a loro volta predicono indicatori dell’attaccamento come il contatto visivo madre-bambino e i comportamenti materni di accudimento [19,215,243]. L’ossitocina intranasale viene talvolta proposta come opzione di trattamento [223].

Una lente epigenetica applicata alla teoria dei sistemi familiari di Bowen accresce la rilevanza del sistema sociale (familiare) per il funzionamento individuale a livello cellulare e promuove, negli interventi terapeutici, un focus familiare anziché individuale [293]. Belsky e Pluess [293] esplorano il già citato modello diatesi-stress concentrandosi sulla plasticità neurologica ed evolutiva, e individuano una «suscettibilità differenziale» [294] agli esiti tanto sfavorevoli quanto favorevoli, rispettivamente, dei contesti abusanti e di quelli accudenti. La teoria delle narrazioni ristrette si arricchisce di risultati che indicano come l’attività neurologica nell’area di Broca, responsabile del linguaggio e della parola, venga inibita dal trauma [295,296], fenomeno interpretato come un residuo evolutivo volto a garantire il silenzio nelle situazioni di minaccia nella speranza di non essere individuati [297]. Si ipotizza inoltre che possa esistere un’eredità cellulare o biologica collettiva legata ai concetti junghiani di inconscio collettivo e di archetipo [28,298], combinando così la scienza con una prospettiva psicodinamica [299,300].

2.10.5. Congiura del silenzio e implicazioni per l’intervento

Un duplice focus sulle prospettive sistemiche e narrative si osserva nella ricerca di Danieli [301,302] sulla «congiura del silenzio» [303], applicata inizialmente alle persone sopravvissute all’Olocausto e alla loro discendenza. La teoria suggerisce che la negazione e l’indifferenza della comunità o della società, anche da parte di figure professionali dell’aiuto che possono aggirare inconsciamente il tema del trauma per evitare una traumatizzazione vicaria, aggravino il senso di vergogna della persona. Ciò rafforza la convinzione che la narrazione del trauma debba essere rimossa o privata di legittimità, con la conseguenza che il trauma si manifesta attraverso sintomi emotivi, comportamentali o psicologici [303,304]. Questo disconoscimento del trauma da parte della società può anche portare a considerare la casa di famiglia l’unico luogo in cui le narrazioni traumatiche possono essere accolte, sicché esse diventano più intense e preponderanti nel discorso familiare, producendo una traumatizzazione secondaria o vicaria della prole [1].

La letteratura sulla congiura del silenzio implica per sua natura un riconoscimento sociale e sistemico del trauma, come scuse e riparazioni [117,305]. Pone inoltre al centro la necessità che chi pratica la terapia e le altre figure professionali dell’aiuto acquisiscano agio e competenza nel lavoro con il trauma, così da evitare di sminuire o minimizzare (magari inavvertitamente) le esperienze traumatiche, perpetuando il silenzio e la vergogna tossica [301].

2.10.6. Costellazioni familiari e implicazioni per l’intervento

Le costellazioni familiari [306] vengono indicate più spesso come una terapia che come una teoria. Nei fondamenti teorici di questo approccio terapeutico si colgono tuttavia echi della teoria dei sistemi familiari, della teoria psicodinamica e dei saperi indigeni. Ispirato ai saperi indigeni del popolo zulu [306,307], l’approccio si fonda su una profonda venerazione degli antenati e sulla convinzione che, se gli antenati e gli spiriti vengono dimenticati o mancati di rispetto, possa prodursi un invischiamento tra i vivi e i morti, con conseguenti problemi psicologici, relazionali o fisici [308,309]. Sul piano pratico, la terapia delle costellazioni familiari si svolge in gruppo: persone estranee rappresentano i membri della famiglia della persona assistita e vengono collocate e spostate nello spazio fisico, riferendo esperienze e sensazioni somatiche, per far emergere modelli, intrecci e dinamiche sottostanti e fino ad allora sconosciuti con gli antenati [310,311].

2.10.7. Vergogna tossica e fusione e implicazioni per l’intervento

Fondere la vergogna tossica (schema imperfezione/vergogna e narrazioni ristrette) con la fusione (sistemi familiari) produce una visione originale e generativa. La vergogna tossica implica la tendenza a interiorizzare l’esperienza traumatica e a darle un senso attraverso l’autoaccusa e l’odio di sé, il che porta a un senso cronico di indegnità [312,313]. Paradossalmente, si tratta di una risposta al trauma adattiva e in apparenza capacitante. La vergogna apre possibilità di controllo: alleviare il trauma appare possibile incolpando e modificando qualcosa di sé. L’alternativa consiste nell’attribuire la responsabilità del trauma a persone e circostanze al di fuori del controllo o dell’influenza della persona sopravvissuta, suscitando così un senso di impotenza [314]. L’infanzia, intrinsecamente dipendente dalle relazioni e dall’ambiente per sopravvivere, può quindi essere particolarmente predisposta alla vergogna come risposta al trauma [315]. Se si tiene presente al tempo stesso l’aspetto della fusione nella teoria dei sistemi familiari di Bowen, già discusso, in cui i confini tra sé e l’altro (genitore e prole) sono indistinti e porosi, si giunge all’ipotesi che il genitore impregnato di vergogna e autodenigratorio, invischiato con la prole, possa percepirla (forse a livello subconscio) come altrettanto colpevole, spregevole e indegna, e dunque meritevole di maltrattamento o di disinteresse. In questo modo la persona minore assorbe un senso di vergogna e di indegnità, percependo il disprezzo esplicito o nascosto dei genitori [316]. Gli approcci terapeutici devono quindi interrompere questo «sistema vincolato dalla vergogna» [104], ponendo l’accento sulla differenziazione tra sé e l’altro [168], sul riconoscimento della pervasività della vergogna durante e dopo il trauma e nel suo riemergere in terapia [317], e sulla connessione emisfero destro-emisfero destro nella relazione terapeutica, per un’accettazione e una considerazione implicite che trascendano linguaggio e logica e facciano spazio a nuove percezioni di sé [312].

3. Discussione

Questa rassegna descrive e delinea i diversi quadri concettuali che spiegano perché la prole di persone che hanno vissuto traumi, violenza e maltrattamento possa trovarsi alle prese con difficoltà biopsicosociali o con esperienze dirette di trauma e maltrattamento. Vengono presentate diverse prospettive teoriche, insieme alle loro correlazioni con modalità o approcci terapeutici. Si suggerisce che la fusione e la sintesi di teorie diverse offrano la possibilità di guardare al concetto da quadri di riferimento originali e di generare modelli di intervento nuovi. Sebbene i quadri teorici delineati e la difesa di un approccio integrato non si discostino da altre rassegne analoghe di questa letteratura [5,125,318], questo articolo porta avanti il dialogo sulle teorie del trauma intergenerazionale concentrandosi sulle interazioni e sulle interrelazioni tra teorie e approcci terapeutici. Accresce così la rilevanza della teoria del trauma, della violenza e del maltrattamento intergenerazionali per la sua applicazione alle concezioni e agli interventi di sanità pubblica.

3.1. Implicazioni per la pratica

Le prospettive teoriche sostengono e orientano le interazioni negli spazi terapeutici e di contesto e, di riflesso, influenzano gli esiti clinici e sociali. Si offre qui un’occasione, forse uno stimolo, a chi opera nella pratica e a chi decide le politiche per riflettere sui quadri teorici che orientano tanto i propri approcci individuali quanto l’influenza degli interventi privilegiati dai sistemi o dalle società in cui opera, e per renderli visibili.

Un’adesione rigida a un’unica prospettiva teorica e agli approcci terapeutici che essa implica difficilmente risponderà alla diversità delle persone e delle famiglie che chiedono sostegno [24,319]. Ogni prospettiva ha punti di forza e limiti, e ciò che è efficace in una relazione terapeutica può rivelarsi impotente o inefficace in un’altra. È quindi necessaria una fluidità nell’orientamento teorico, tanto da parte di chi opera nella pratica quanto dei sistemi che rendono possibili o finanziano gli interventi.

Inoltre, si propugna e si mostra con un esempio il pluralismo teorico, ossia la combinazione delle prospettive teoriche in modi nuovi per arricchire la pratica e, potenzialmente, sviluppare nuovi approcci di intervento. Chi firma l’articolo propone di combinare una prospettiva teorica radicata nella vergogna tossica con una secondo cui i genitori possono faticare a riconoscere i confini tra sé e la prole (come descritto sopra nella sezione 2.10.7). Questa combinazione teorica può essere utile in molte situazioni in cui l’obiettivo è interrompere la trasmissione del trauma e del danno intergenerazionali. La vergogna è un’emozione pervasiva e distruttiva, comune, forse universale, in chi vive traumi relazionali, violenza e maltrattamento [316,318]. Assume una dimensione intergenerazionale quando il disprezzo che un genitore prova per sé si estende alla persona minore con cui è in fusione. La concettualizzazione e la formulazione del caso che ne derivano possono includere il riconoscimento delle percezioni distorte che il genitore può avere della propria prole a causa delle sue convinzioni autodenigratorie, e approcci di trattamento che privilegino una visione nuova dei membri della famiglia come al tempo stesso legati e distinti gli uni dagli altri, accanto al trattamento diretto della vergogna. È solo una delle molte prospettive e approcci nuovi che può generare la combinazione di diverse concettualizzazioni teoriche.

3.2. Limiti e direzioni future della ricerca

Si riconosce che il percorso dalla prospettiva alla pratica non è necessariamente lineare o semplice come questa rassegna potrebbe far pensare; molti degli approcci descritti possono senz’altro essere proposti o utilizzati da figure professionali orientate verso altre prospettive teoriche. Allo stesso modo, le teorie stesse non sono necessariamente distinte o separate; anzi, se ne rileva spesso la convergenza. Un esempio tra i tanti è l’idea che gli schemi cognitivi siano intrinsecamente legati al concetto di modelli operativi interni proprio della teoria dell’attaccamento [320,321]. Inoltre, questa discussione è tutt’altro che esaustiva, poiché rendere conto della profondità dei quadri concettuali e dell’abbondanza delle modalità di trattamento potenzialmente collegate, compresi i modelli misti, è impossibile nei limiti di questo articolo.

Ciononostante, questa rassegna offre una panoramica preziosa dei modi in cui il trauma, la violenza e il maltrattamento intergenerazionali vengono spiegati e affrontati nella ricerca sul tema, e getta le basi per ricerche future che esplorino le interconnessioni tra teorie e interventi in materia di trauma, violenza e maltrattamento intergenerazionali. La letteratura trarrebbe beneficio da studi empirici che indaghino le associazioni tra le concettualizzazioni teoriche che spiegano il trauma, la violenza e il maltrattamento intergenerazionali e le strategie di intervento proposte o utilizzate. Ciò potrebbe assumere la forma di scoping review, revisioni sistematiche o meta-analisi, oppure di studi qualitativi o a metodi misti sulle opinioni e sugli approcci di chi pratica la terapia e di altre figure professionali.

4. Conclusioni

Questa rassegna narrativa della letteratura esamina una serie di prospettive teoriche, comprese quelle integrate, applicate al concetto di trauma, violenza e maltrattamento intergenerazionali. Esplora inoltre gli approcci terapeutici che derivano da queste teorie e concettualizzazioni, illuminando i percorsi che vanno dalla prospettiva alla pratica. La discussione mette in luce diverse implicazioni importanti per le politiche, la pratica e la ricerca. I ragionamenti sul perché il trauma e la violenza possano riecheggiare nel corso delle generazioni orientano implicitamente azioni, strategie e metodi, sia a livello collettivo (sociale e strutturale) sia a livello individuale (professionale). Se ne illustrano quindi l’importanza di una riflessione intenzionale sulla teoria e la necessità di ricerche future sulle prospettive teoriche a cui aderiscono chi opera nella pratica e chi decide le politiche, insieme ai loro approcci terapeutici preferiti.

Complexe Systémique: punti chiave

Questa rassegna narrativa ha un merito raro: collega ogni spiegazione del trauma intergenerazionale alla terapia che ne discende, e ricorda che scegliere un modello di cura significa anche scegliere una teoria, spesso sotto l’influenza di chi finanzia più che della pratica clinica. Per la pratica sistemica emergono diverse piste. La teoria di Bowen, la congiura del silenzio di Danieli e le narrazioni ristrette o eccessive offrono appigli diretti per lavorare con le famiglie su ciò che si dice e ciò che si tace. Le prospettive ecologiche e indigene ricordano che anche la povertà, l’oppressione e la colonizzazione si trasmettono, e che la terapia non basta senza giustizia sociale. La proposta finale, che collega vergogna tossica e fusione, illumina il lavoro con genitori che vedono la propria prole attraverso il proprio disprezzo di sé. I limiti sono quelli del genere: nessun metodo sistematico, un inventario così ampio che tutti gli approcci sembrano equivalersi e una presentazione acritica delle costellazioni familiari, i cui fondamenti restano molto contestati. Da leggere insieme alla scoping review sul trauma intergenerazionale nelle famiglie rifugiate e all’articolo sull’Adult Exploration of Attachment Interview (AEAI).

Note dell’originale

Contributi. Concettualizzazione, C.B.; scrittura – preparazione della bozza originale, C.B.; scrittura – revisione e redazione, C.B., C.T. e P.M.; supervisione, C.T. e P.M. Tutte le persone che firmano l’articolo hanno letto e approvato la versione pubblicata del manoscritto.

Dichiarazione del comitato etico. Non applicabile.

Dichiarazione di consenso informato. Non applicabile.

Conflitto di interessi. Chi firma l’articolo dichiara di non avere conflitti di interessi.

Finanziamento. Questa ricerca non ha ricevuto finanziamenti esterni.

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Traduzione non ufficiale di Perspective to Practice: Theoretical Frameworks Explaining Intergenerational Trauma, Violence, and Maltreatment and Implications for the Therapeutic Response, di Crysta Bowe, Cate Thomas e Patricia Mackey, International Journal of Environmental Research and Public Health, vol. 22, n. 3, 321 (2025), doi: 10.3390/ijerph22030321, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (tabella presentata sotto forma di elenco). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione dell’articolo originale «Perspective to Practice: Theoretical Frameworks Explaining Intergenerational Trauma, Violence, and Maltreatment and Implications for the Therapeutic Response», pubblicato in International Journal of Environmental Research and Public Health (2025) con licenza CC BY 4.0. Pubblicata da Complexe Systémique: il testo è stato tradotto in italiano con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e la presentazione è stata adattata alla lettura online, come indicato in apertura di questa pagina.

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Come citare questo articolo

Bowe, C., Thomas, C., et Mackey, P. (2025). Perspective to Practice: Theoretical Frameworks Explaining Intergenerational Trauma, Violence, and Maltreatment and Implications for the Therapeutic Response. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/perspective-to-practice-theoretical-frameworks-explaining-intergenerational-trauma (Opera originale pubblicata nel 2025 in International Journal of Environmental Research and Public Health, 22(3), 321 (2025); ripubblicata nel 2025 da International Journal of Environmental Research and Public Health, https://www.mdpi.com/1660-4601/22/3/321)

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