Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Journal of Family Violence · Violenza
Le valutazioni dei servizi contro la violenza domestica danno raramente voce ai minori sotto i 12 anni. Il gruppo di Christine Barter lo ha fatto, nel Regno Unito, con sei famiglie seguite da un programma che lavora separatamente con le madri e con i figli. Bambine e bambini raccontano la timidezza iniziale, le «preoccupazioni» affidate a un peluche o a un barattolo, un’operatrice che torna ogni settimana e cambiamenti reali ma talvolta limitati.
Traduzione non ufficiale in italiano di What do younger children need for recovery from domestic abuse? Findings from in-depth qualitative family case studies, di Christine Barter, Emma Howarth, Helen Richardson Foster e Nicky Stanley, pubblicato in Journal of Family Violence (Springer) (2026), doi: 10.1007/s10896-025-00873-6, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La tabella 1 è presentata sotto forma di elenco. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
I benefici di un intervento devono essere vissuti dai bambini e dalle bambine in prima persona.
Christine Barter, Emma Howarth, Helen Richardson Foster e Nicky Stanley
Abstract
Obiettivo. Nonostante le solide evidenze sull’impatto che la violenza domestica può avere sull’infanzia e sull’adolescenza, sappiamo ancora relativamente poco di come i minori vivono il coinvolgimento nei servizi che mirano a sostenerne il recupero. La nostra ricerca si è proposta di esplorare con minori più piccoli, insieme alle loro madri, che cosa abbia favorito il loro coinvolgimento nei servizi e quali cambiamenti siano stati ottenuti.
Metodi. Sei studi di caso qualitativi approfonditi che hanno incluso sette minori di età inferiore ai 12 anni e interviste con le loro madri, insieme a informazioni tratte dalle cartelle di ciascuna famiglia.
Risultati. I dati raccolti presso i minori hanno fatto emergere quattro temi principali: sostenere la «disponibilità» iniziale dei minori a impegnarsi; il sostegno alle loro «preoccupazioni»; le esperienze relazionali; attività e strumenti coinvolgenti. I minori hanno individuato quattro ambiti principali di cambiamento positivo nella propria vita: benessere e fiducia in sé; cambiamenti comportamentali e strategie di coping positive; situazione familiare; scuola e coetanei. Hanno indicato anche ambiti in cui non si erano ottenuti miglioramenti. I risultati delle interviste con le madri hanno sottolineato la necessità di una gamma di interventi complementari e personalizzati che permettano alle madri di comprendere meglio l’impatto della violenza domestica sui figli e di sostenerne il coinvolgimento nei servizi.
Conclusione. L’approccio per studi di caso ha fornito un quadro dettagliato di ciò che ha facilitato il coinvolgimento dei minori nel sostegno contro la violenza domestica, nonché dei cambiamenti da loro individuati. Il nostro studio fornisce solide evidenze della necessità di includere, e di considerare prioritari, i punti di vista e le esperienze dei minori, compresi i più piccoli, negli studi sui servizi contro la violenza domestica che mirano a sostenerne il recupero.
Parole chiave: Minori, Violenza domestica, Recupero, Intervento, Valutazione
Si stima che, a livello mondiale, fino a 275 milioni di minori (uno su sette) siano esposti alla violenza domestica in casa (WHO UNICEF, 2020). Oltre agli elevati tassi di prevalenza, la ricerca ha costantemente mostrato che la violenza domestica è associata a un rischio accresciuto di esiti negativi a breve e a lungo termine per i minori, tra cui problemi di salute mentale e di benessere più in generale, difficoltà comportamentali, compresa l’aggressività, e una possibile futura vittimizzazione nelle relazioni adulte (Doroudchi et al., 2023). Tuttavia, non tutti i minori andranno incontro a questi esiti negativi (Kitzmann et al., 2003).
In Inghilterra e nel Galles, il Domestic Abuse Act (2021) riconosce ora che i minori che vedono, sentono o subiscono gli effetti della violenza domestica sono vittime a pieno titolo, e ciò rafforza il loro diritto a un sostegno per superarne gli effetti. Esiste però una carenza di offerta: un recente rapporto del Domestic Abuse Commissioner (2021) per l’Inghilterra e il Galles ha rilevato che il 75% delle persone sopravvissute alla violenza domestica interpellate che erano genitori dichiarava di non essere riuscito a ottenere per i propri figli un sostegno specifico, pur desiderandolo. Inoltre, si sa poco dei punti di vista e delle esperienze dei minori, e in particolare dei più piccoli, riguardo al coinvolgimento nei servizi contro la violenza domestica. Come osservano Beetham et al (2019), le valutazioni si concentrano troppo spesso sull’efficacia dei servizi contro la violenza domestica destinati ai minori, così come riferita da altri, anziché sui resoconti dei minori stessi a proposito del sostegno desiderato, di che cosa si provi nel riceverlo e degli esiti (positivi o negativi) che possono sperimentare di conseguenza.
Ciononostante, un piccolo numero di studi offre indicazioni importanti su ciò che i minori si aspettano dal sostegno contro la violenza domestica. Due studi su piccola scala forniscono risultati sui punti di vista dei minori più piccoli riguardo al sostegno di gruppo. Pernebo e Almqvist (2016) hanno intervistato in Svezia nove bambine e bambini di 4-6 anni e hanno rilevato che ciò che entusiasmava di più era la relazione costruita con i coetanei che partecipavano all’intervento. Beetham et al., (2019) hanno condotto interviste con quattro minori di 7-10 anni che frequentavano lo stesso programma di gruppo nel Regno Unito, mettendo in luce gli aspetti esperienziali e relazionali degli spazi terapeutici che possono consentire ai minori di stringere relazioni e costruire identità dotate di senso. Ne concludono che i minori, compresi i più piccoli, devono essere consultati in modi inclusivi, affinché il sostegno contro la violenza domestica rispecchi i loro bisogni e non dipenda soltanto dall’interpretazione che gli adulti danno di ciò di cui hanno bisogno.
L’importanza degli interventi di gruppo, in particolare per aiutare i minori a riconoscere di non essere soli, ridurre la stigmatizzazione e stringere amicizie positive e di sostegno, è un tema ricorrente negli studi. Tuttavia, per varie ragioni, non tutti i minori saranno disposti o in grado di partecipare ad attività di gruppo. Ciò può dipendere dalle preferenze personali, da una mancanza di «disponibilità» a riconoscere la violenza, da difficoltà a impegnarsi in contesti di gruppo, oppure dai ritardi nel «completare» i gruppi a causa delle fasce d’età previste (Sharpe et al., 2011).
Lo studio retrospettivo di Onsjö et al (2023) ha esplorato come i minori esposti alla violenza domestica abbiano vissuto il trattamento presso un servizio di salute mentale per l’infanzia e l’adolescenza. Le interviste con 17 bambini, bambine e adolescenti, 4-5 anni dopo il trattamento, hanno evidenziato l’importanza della relazione terapeutica e mostrato che fiducia, interesse autentico e reciprocità sono cruciali perché i minori si impegnino nel sostegno. Tuttavia, non vanno sottovalutati gli ostacoli, tra cui l’agentività del minore stesso e gli impedimenti esterni, soprattutto l’esposizione continua alla violenza.
La revisione sistematica e la sintesi qualitativa di Howarth et al. (2018) sugli interventi contro la violenza domestica destinati ai minori hanno individuato sette articoli che includevano i punti di vista dei minori, per un totale complessivo di 125 minori rappresentati. Tutti gli articoli esaminati sottolineavano l’importanza della disponibilità personale per il coinvolgimento dei minori nei servizi terapeutici. Molti minori esprimevano, come motivo del proprio coinvolgimento, il desiderio di aiutare la madre (in tutti i casi il genitore non maltrattante) o altri minori (si veda Humphreys et al., 2011). Al contrario, alcuni minori avevano poca scelta, poiché la decisione di partecipare era presa da un genitore o da un’altra persona adulta; questa mancanza di motivazione personale e la sensazione che i propri bisogni si basassero su supposizioni degli adulti costituivano spesso un ostacolo al loro coinvolgimento (Cater, 2014). I minori parlavano spesso anche delle proprie riserve o paure nel rompere il «silenzio» intorno alle esperienze di violenza domestica, soprattutto nelle prime fasi dell’intervento. I loro resoconti sottolineavano l’importanza che la madre desse loro il «permesso» di parlare e del sentirsi al sicuro nel farlo. Tuttavia, condividere aiutava a comprendere di non essere soli, e ciò a sua volta contribuiva ad alleviare il senso di vergogna e di colpa (Thompson, 2011).
Nel complesso, abbiamo trovato pochissimi studi che si proponessero di esplorare i punti di vista e le esperienze dei minori più piccoli che accedono al sostegno contro la violenza domestica. E ciò nonostante, negli ultimi due decenni, vi sia stato uno spostamento verso un maggiore riconoscimento dei diritti dell’infanzia, fondato sulla concezione dei minori come attori sociali attivi (James & Prout, 2003), da cui è derivata un’enfasi sulla partecipazione diretta e piena dei minori alla ricerca (Dockett & Perry, 2011; Leeson, 2014). Questa enfasi è stata tuttavia meno evidente per quanto riguarda l’inclusione dei minori più piccoli nella ricerca su temi sensibili (Alderson & Morrow, 2020; Powell et al., 2020), e in particolare nella ricerca su maltrattamento e trauma (Barter et al., 2024).
Questa esclusione può essere attribuita a visioni tradizionali dell’infanzia, in particolare della prima infanzia, come popolazione vulnerabile a causa dello status giuridico di minore età, del ridotto potere sociale e dei potenziali rischi della partecipazione (Martins et al., 2018). Una conseguenza è stata quella di indebolire il diritto dei minori a partecipare ai processi che incidono sulla loro vita (Collings et al., 2016). Inoltre, la ricerca ha mostrato che le madri che hanno subito violenza domestica, pur non essendo contrarie in linea di principio alla partecipazione dei figli alla ricerca, esprimevano preoccupazioni sulla capacità di chi fa ricerca di coinvolgerli in sicurezza e sulla necessità di una ricerca attenta al trauma, adatta all’infanzia e nell’interesse del minore stesso (Mackey et al., 2024).
La ricerca ha dimostrato (Radford et al., 2017; Barter et al., 2024) che, con un’attenta considerazione delle procedure etiche, volta a garantire che informazioni, processi e contenuti siano appropriati e accessibili e che non si arrechi alcun danno (Malloy & Stolzenberg, 2019), i punti di vista dei minori più piccoli possono essere posti al centro della ricerca. L’assenza della voce dei minori più piccoli nelle valutazioni dei servizi contro la violenza domestica rappresenta una lacuna significativa nelle nostre conoscenze. A rendere ancora più grave questa omissione, si è verificato in tempi relativamente recenti uno spostamento del sostegno contro la violenza domestica verso un’offerta più olistica, che cerca di sostenere sia i minori sia i genitori non maltrattanti e, in alcuni casi, chi agisce la violenza (si veda Stanley & Humphreys, 2017; Spratt et al., 2022). In genere questi interventi assegnano figure professionali diverse ai diversi membri della famiglia (si veda Stanley & Humphreys, 2017; Spratt et al., 2022).
Sebbene le valutazioni di questi servizi siano in aumento, per quanto ci risulta nessuna ha incluso i punti di vista dei minori più piccoli. Il presente articolo intende colmare questa lacuna basandosi su sei studi di caso qualitativi, ciascuno dei quali include i punti di vista e le esperienze di minori più piccoli e delle loro madri riguardo a un servizio olistico contro la violenza domestica. Gli studi sono stati sviluppati nell’ambito di una più ampia valutazione indipendente a metodi misti di un programma contro la violenza domestica rivolto all’intera famiglia. Tutti questi studi di caso si collocano entro un quadro ecologico più ampio, che riconosce l’importanza centrale della voce dei minori stessi, insieme alla necessità di riconoscere i più ampi meccanismi di sostegno su cui poggiano gli approcci olistici o rivolti all’intera famiglia. All’interno di questo quadro è però essenziale riconoscere che le diverse voci rappresentate (quelle dei minori, delle vittime/persone sopravvissute adulte, delle persone utenti dei servizi, delle figure professionali) occupano posizioni di potere differenti, in cui i significati di alcuni attori vengono presentati come più «dominanti» e «affidabili» di altri. È quindi particolarmente importante riconoscere, come avvertono Eriksson e Appel Nissen (2017), che la «competenza» adulta, in quanto genitori o professionisti, rischia di inglobare i significati, le identità e le comprensioni che i minori hanno della propria vita, riproducendo un controllo sociale attraverso la costruzione e il rafforzamento di modi normativi di «essere».
Le nostre domande di ricerca si sono concentrate su due temi interconnessi, con i minori e le madri che fornivano le proprie prospettive: che cosa ha funzionato per sostenere il coinvolgimento dei minori più piccoli nei servizi contro la violenza domestica? E quali cambiamenti sono stati ottenuti per i minori? Nell’elaborare queste domande, il coinvolgimento non è stato concepito come un costrutto binario (coinvolto/non coinvolto), ma come un processo complesso, interattivo, sfaccettato e continuo (Yatchmenoff, 2005). Riconosciamo inoltre che il coinvolgimento è spesso formulato e vissuto in modo diverso da chi utilizza i servizi e da chi li eroga, e che può variare per intensità e qualità lungo l’arco temporale dell’utilizzo del servizio e successivamente.
Il programma SafeLives Co-Designed Pilot Site (SLCDPS) è stato ideato da SafeLives insieme ai «pioneers» dell’organizzazione (persone sopravvissute ed esperte per esperienza) e comprendeva un insieme integrato di cinque interventi che offrivano sostegno a bambini, bambine e adolescenti che avevano subito violenza domestica, insieme alle persone sopravvissute adulte e, quando opportuno, a chi agiva la violenza. Le cinque componenti centrali del programma SLCDPS erano:
Il programma, attuato in due sedi, è stato concepito come un servizio olistico con l’ambizione di offrire interventi separati ma coordinati a tutti i membri della famiglia. Questi interventi erano adattati ai bisogni dei diversi gruppi, in modo che le persone sopravvissute e le loro famiglie potessero passare dall’uno all’altro e attraversarli. Il lavoro con bambini, bambine e adolescenti era svolto attraverso interventi individuali e/o di gruppo, variabili secondo l’età. Con i minori più piccoli (fino a sette anni) si usava il kit «Monkey Bob» per promuovere l’alfabetizzazione emotiva e parlare di sicurezza. I minori dagli otto anni in su ricevevano un sostegno personalizzato che poteva comprendere sedute individuali con il kit Recovery e/o i gruppi paralleli «Side by Side». L’intervento «Tandem» offriva sostegno ai minori che manifestavano comportamenti violenti. In tutto il programma, le persone sopravvissute adulte potevano accedere a un sostegno individuale e di gruppo, che comprendeva un lavoro di consapevolezza sulla violenza domestica e di recupero, un sostegno alla genitorialità (Grow Together) e gruppi paralleli per madri e figli («Side by Side»). Erano disponibili anche counselling individuale (per minori e adulti) e sedute di sostegno tra pari per il recupero. Era offerto un sostegno a chi agiva la violenza, sebbene nessuno degli studi di caso lo includesse.
La valutazione indipendente dello SLCDPS è stata condotta tra il 2018 e il 2021 e mirava a individuare i cambiamenti per le persone utenti dei servizi, comprendendo anche i meccanismi e le condizioni che favorivano un cambiamento positivo, nonché gli ostacoli. In linea con il quadro di Skivington et al (2021) per le valutazioni complesse, abbiamo incluso le prospettive di diversi portatori di interesse: minori e adulti che utilizzavano i servizi, personale dello SLCDPS, responsabili del programma e altre figure professionali (Stanley et al., 2021). Un gruppo consultivo di persone sopravvissute ha fornito indicazioni sulla progettazione degli strumenti di ricerca, sull’interpretazione dei risultati e sulla loro diffusione.
I dati di monitoraggio del servizio sono stati analizzati per ottenere informazioni sui percorsi di invio, sulle caratteristiche demografiche delle persone utenti e sull’utilizzo del servizio, e sono brevemente descritti più avanti in questo articolo per fornire un contesto più ampio in cui situare gli studi di caso. Ai fini del presente articolo, sono stati costruiti sei studi di caso familiari che rappresentano la gamma del lavoro con le famiglie svolto con minori e madri. A causa delle restrizioni dovute al Covid, le interviste sono state condotte per telefono o online, secondo preferenze e disponibilità. Le interviste sono state adattate all’età e alla comprensione dei minori e, con i più piccoli, sono stati usati metodi visivi come le carte delle emozioni. Sono stati intervistati sei minori, e un altro ha fornito note scritte. I minori partecipanti avevano tra i 7 e gli 11 anni. Alcune famiglie avevano figli più grandi o più piccoli che avevano anch’essi ricevuto sostegno dal servizio, ma non tutti hanno acconsentito a partecipare (si veda la tabella 1). Sono state intervistate sei madri. Le informazioni tratte dalle cartelle di ciascuna famiglia hanno contribuito a un quadro completo del lavoro svolto.
Tabella 1 Narrazioni degli studi di caso
Tutte le interviste degli studi di caso sono state registrate (con il consenso delle persone partecipanti) e trascritte integralmente. L’analisi tematica (Braun & Clarke, 2012) è stata utilizzata per sviluppare e affinare raggruppamenti di temi trasversali ai casi, in modo induttivo e deduttivo, codificati con il software NVivo. Ci siamo basati sull’approccio di Crowe et al (2011) all’analisi degli studi di caso collettivi, che consente esplorazioni approfondite e sfaccettate di questioni complesse in contesti di vita reale. Partendo dall’analisi tematica precedente, l’analisi degli studi di caso collettivi ha prima esaminato le variazioni all’interno di ciascun caso, per poi procedere a confronti sequenziali tra i casi, tenendo conto delle diverse prospettive presenti in ciascuno ma dando priorità alla voce dei minori stessi. Da qui è stato sviluppato un quadro di analisi degli studi di caso per esaminare somiglianze e differenze sia all’interno dei temi e degli studi di caso sia all’interno dei diversi gruppi e tra di essi, così da garantire la rappresentazione delle diverse prospettive e il riconoscimento esplicito delle differenze di potere.
Lo studio ha ricevuto l’approvazione etica del comitato etico della University of Central Lancashire. In linea con le indicazioni per la ricerca (Women’s Aid, 2020), la sicurezza e il benessere di tutte le persone partecipanti hanno avuto la priorità durante l’intera valutazione. Le famiglie degli studi di caso sono state individuate in consultazione con chi erogava i servizi. Il consenso dei minori è stato richiesto innanzitutto tramite il genitore convivente. Tutte le persone partecipanti hanno ricevuto informazioni sulla valutazione in un formato adeguato e hanno dato il proprio consenso informato sia prima dell’intervista sia al suo inizio. Sono state informate che i dati erano riservati e anonimizzati. È stato ricordato loro che potevano scegliere di non rispondere alle domande e anche interrompere l’intervista in qualsiasi momento senza fornire motivazioni; con i minori questo è stato simulato in un gioco di ruolo all’inizio delle interviste. I minori potevano decidere in che modo desideravano partecipare. Una bambina ha scelto di non comparire sullo schermo allontanandosi dal portatile, un altro minore ha spento la videocamera e una persona giovane ha deciso di fornire risposte scritte. A tutte le madri e a tutti i minori intervistati sono stati dati buoni acquisto per ringraziarli del loro tempo. Sono stati assegnati identificativi numerici per garantire l’anonimato e le interviste sono state pianificate in modo da potersi svolgere in sicurezza, senza essere udite da altri. Le persone intervistate sono state indirizzate, se necessario, verso fonti di sostegno. Durante la pandemia la sicurezza è stata garantita da un’attenta consultazione tra chi conduceva la valutazione e il personale dello SLCDPS.
Le restrizioni dovute alla pandemia di COVID-19 hanno avuto un impatto considerevole sul reclutamento nel programma, sulla sua attuazione e sulla pratica di ricerca. Il programma SLCDPS è rimasto operativo durante i lockdown nazionali, sebbene alcuni interventi siano stati attuati solo in parte. Il personale aveva meno disponibilità per sostenere il reclutamento per lo studio. I minori si sono rivelati particolarmente difficili da reclutare una volta venuta meno la possibilità di frequentare i gruppi a scuola. La maggior parte delle interviste ha dovuto svolgersi online o per telefono. Non abbiamo inoltre potuto includere famiglie appartenenti a gruppi minorizzati (si vedano i dati di monitoraggio più avanti), i cui punti di vista ed esperienze potrebbero non rispecchiare gli studi di caso presentati. Vi è stata tuttavia l’opportunità di studiare come minori e madri abbiano vissuto il passaggio all’erogazione a distanza dei servizi, e questi risultati sono stati pubblicati altrove (Richardson Foster et al. 2022).
Nei due anni di valutazione, i dati di monitoraggio del servizio hanno mostrato che 270 tra bambini, bambine e adolescenti hanno usufruito del sostegno SLCDPS, con una ripartizione per genere pressoché equilibrata. La maggioranza (41%) aveva tra gli 8 e gli 11 anni, il 27% tra i 5 e i 7 anni e il 28% più di 12 anni. La maggior parte era di etnia bianca (83%) e il 12% proveniva da gruppi razzialmente minorizzati. Nel complesso, il 42% dei minori era attualmente esposto alla violenza domestica in casa e un quarto aveva vissuto situazioni in cui chi agiva la violenza sfruttava le visite per proseguire i maltrattamenti.
Nello stesso periodo hanno utilizzato il servizio 481 donne adulte sopravvissute; oltre quattro quinti avevano un figlio o una figlia coinvolti nel proprio caso, anche se non tutti i minori si sono impegnati nei servizi dello SLCDPS. Tre quarti avevano tra i 26 e i 45 anni e la maggior parte (83%) si descriveva come bianca, il che rispecchia la composizione etnica dei bacini di utenza. I servizi sociali per l’infanzia (Children’s social care, CSC) erano un ente di invio fondamentale, e un quarto delle sopravvissute aveva una qualche forma di coinvolgimento con i CSC.
Le famiglie degli studi di caso presentavano una serie di problematiche legate alle loro esperienze di violenza domestica ma, nella maggior parte dei casi, le madri cercavano un sostegno specifico in vista di possibili procedimenti di protezione dell’infanzia e per questioni di contatto in corso. La tabella 1 fornisce una panoramica narrativa dei 6 studi di caso, compresi i motivi dell’invio e il sostegno SLCDPS utilizzato.
Questa sezione presenta innanzitutto i risultati dell’analisi dei dati dei minori per la domanda di ricerca: che cosa ha funzionato per sostenere il coinvolgimento dei minori più piccoli nei servizi contro la violenza domestica? Dai dati dei minori abbiamo individuato quattro temi principali su ciò che ha sostenuto il loro coinvolgimento nei servizi: sostenere la disponibilità personale dei minori a impegnarsi; il sostegno riguardo a preoccupazioni e timori; le esperienze relazionali; attività e strumenti coinvolgenti.
In seguito esploriamo le prospettive delle madri su ciò che ha funzionato per sostenere il coinvolgimento dei figli. Si individuano tre ambiti: il lavoro con le madri centrato sul minore; l’advocacy centrata sul minore; il lavoro di gruppo e il mentoring tra pari per le madri.
Ci concentriamo poi sulla seconda domanda di ricerca: quali cambiamenti sono stati ottenuti per i minori?
Abbiamo chiesto ai minori che cosa, se qualcosa, avesse sostenuto il loro coinvolgimento nel servizio CYP all’inizio. In risposta, molti hanno espresso le loro riserve iniziali nell’impegnarsi con l’operatrice CYP, spesso per timidezza e perché non sapevano bene che cosa aspettarsi:
Chi intervista: Che faccia pensi che avresti avuto all’inizio (chi intervista mostra alla bambina una carta con tante espressioni diverse)?
Bambina (CS1): La numero due, quella un po’ a zigzag. Tipo un pochino preoccupata
Chi intervista: Ok, un po’ preoccupata… E come pensavi che sarebbe stato?
Bambina (CS1): Mmm. Non lo so.
Bambina (CS6) Non credo tipo di saperlo (che cosa aspettarsi) ero un po’ tipo, oh.
Tuttavia, la maggior parte era anche emozionata per l’incontro e per l’inizio del sostegno: «un po’ timida e nervosa e un po’ contenta» (Minore 2, CS3). Il fatto che i genitori spiegassero che cosa aspettarsi è stato utile per preparare i minori a impegnarsi nelle prime sedute:
Bambino (CS4): Lei (la madre) ha detto che sarebbe venuta e che saremmo andati in un capanno, un posticino nel nostro giardino, e io ho fatto tipo, ok... figo, ed ero un po’ emozionato. Sì, credo che la mia mamma abbia detto, sii sincero sulle cose, tipo sii sincero. Quindi sì, ero molto tranquillo.
La disponibilità personale dei minori a impegnarsi è stata sostenuta anche dalle operatrici nelle prime sedute, in cui le loro ansie si sono ridotte grazie alla costruzione di un rapporto e al rispetto dei loro tempi:
Bambina (2, CS3): Quando ci sono andata la prima volta, non sapevo che cosa stesse succedendo e mi sentivo proprio timida e nervosa e spaventata. Ma poi ho pensato che era davvero divertente ed ero proprio contenta.
I minori hanno osservato che il coinvolgimento era sostenuto da operatrici che si prendevano il tempo di conoscerli, spiegavano chiaramente che cosa avrebbero fatto nelle sedute di sostegno, si impegnavano a capire che cosa fosse importante per loro ed erano persone con cui era facile entrare in sintonia: Beh, descriverei [l’operatrice CYP] come gentile, comprensiva… (Bambina, CS2).
La maggior parte dei minori ha dichiarato di volere un sostegno riguardo alle «preoccupazioni» che viveva a causa delle esperienze di violenza domestica: Bambina (CS2): Credo che uno dei motivi principali per cui vedevo (nome dell’operatrice) riguardasse un po’ le mie preoccupazioni.
Alcuni erano preoccupati per la propria capacità di regolare le emozioni:
Bambino (CS4)Parlare delle nostre cose di famiglia…tipo a volte lei tira fuori un libretto ed è tipo se ti senti arrabbiato o se ti senti calmo o qualcosa del genere…Quando hai paura, quando ti senti arrabbiato…Una volta mi ha chiesto, come ti senti quando ti svegli? E in quel periodo stavo male, e mi sentivo male ogni volta che mi svegliavo.
Dai racconti dei minori è emerso chiaramente che l’operatrice li aiutava spesso a individuare le preoccupazioni o i timori specifici su cui volevano concentrarsi. I minori erano inoltre attivamente coinvolti nelle decisioni su quali preoccupazioni affrontare nelle sedute: Bambino (CS4) Una volta la mia mamma era davvero, davvero insopportabile … ne abbiamo parlato … ed è stato piuttosto bello.
A partire dalle impressioni iniziali sulle operatrici, i minori hanno parlato in generale molto positivamente del sostegno ricevuto, riferendo che la relazione di fiducia e positiva con la propria operatrice era fondamentale: Bambino (CS5) Mi manca parlare con lei, non per avere altro aiuto ma mi manca e basta: è stata una persona dolce e gentile con me. L’umorismo è stato spesso indicato come una componente importante nella costruzione di questo rapporto: Bambina 2 (CS3) È simpatica, mi fa sempre ridere.
I minori e le stesse figure professionali hanno riferito dei modi in cui il personale cercava di garantire ambienti favorevoli allo sviluppo di relazioni di sostegno; nell’esempio seguente, le sedute sono state spostate dalla scuola, dove la bambina si sentiva a disagio, in un luogo esterno:
Bambina (CS2) Le prime due settimane [la mia operatrice] mi incontrava a scuola e io uscivo dalla lezione per vederla. E poi, dopo qualche settimana, lo facevamo dopo la scuola da Starbucks…(e) potevo prendermi da bere.
Tuttavia, sebbene tutti i minori abbiano espresso opinioni positive sul sostegno ricevuto, alcuni hanno anche individuato degli ostacoli, tra cui l’incostanza dell’impegno delle operatrici e il passaggio dal contatto in presenza alle sedute virtuali a causa delle restrizioni dovute al Covid:
Bambina (CS6) È bello ma tipo lei non sempre si presenta quando dice che verrà… ha detto che avremmo fatto tipo questo giochino per la mente, e poi non è venuta la settimana dopo né quella dopo ancora. E poi la settimana che è venuta, non se l’è portato.
Bambino (CS5). …l’unica cosa è che mi sarebbe piaciuto vederla [l’operatrice] qui. Ma per il Corona non poteva più venire a trovarci.
Un elemento centrale nel facilitare il coinvolgimento nelle sedute, spesso indicato spontaneamente dai minori, era l’uso di attività divertenti, coinvolgenti e creative. I minori hanno riconosciuto che queste attività e questi oggetti facilitavano l’espressione dei sentimenti, sostenendo un dialogo aperto e sereno tra il minore e l’operatrice, e aiutavano la regolazione emotiva:
Bambina 2 (CS3) Un barattolo delle preoccupazioni e avevo tutte le mie cose in una cartellina, tutti i miei fogli in una cartellina e un foglio delle emozioni. Così potevamo mettere, potevamo scegliere che cosa proviamo oggi e mi piace. E poi avevamo anche qualcosa da mandare, tipo ce lo mandavano.
Bambina (CS6): Lei (l’operatrice) ha portato tipo un quaderno, una cosa del genere, e abbiamo potuto decorare la copertina e lei ci ha messo delle cose che io potevo tipo scrivere. È stato divertente...Ci mettevo le mie preoccupazioni. Se sono tipo triste, disegnerei tipo cose felici.
Gli oggetti usati nelle sedute, come il «barattolo delle preoccupazioni» o «Monkey Bob», offrivano un tramite sicuro attraverso cui i minori potevano condividere sentimenti e preoccupazioni. L’importanza di questi oggetti nel sostenere i minori emerge chiaramente nella citazione seguente, in cui la bambina aveva regalato l’oggetto a un’amica che, a suo parere, ne aveva bisogno:
Bambina (CS2) Lei (l’operatrice CYP) mi ha consigliato questa specie di mostro delle preoccupazioni, è tipo un peluche e la bocca si apriva, così potevo scrivere qualcosa che mi preoccupava e metterlo dentro…quindi lo facevo ogni volta che ero preoccupata, lo scrivevo e lo mettevo dentro…Abbiamo dato il mostro delle preoccupazioni a una mia amica che ha cominciato anche lei a preoccuparsi, visto che io adesso non mi preoccupo più.
Come si è visto, al centro di molte di queste attività c’era l’aiuto offerto al minore per scrivere le proprie preoccupazioni, fornendo una rappresentazione incarnata dei suoi timori che poteva poi essere ripresa nelle sedute successive o trasmessa ad altre persone, con il suo accordo. Per esempio, in alcuni casi i minori hanno raccontato come queste attività avessero permesso loro di condividere le preoccupazioni con la madre, alleviando l’ansia di suscitare sentimenti dolorosi o di aggiungere altre preoccupazioni:
Bambina (CS1): (Monkey Bob) È un arcobaleno (il peluche).Aveva delle cose cucite sopra tipo immagini su di lui… È per le preoccupazioni! Io gli dico le preoccupazioni e poi la mamma va da lui e lui le dice le preoccupazioni.
Queste «preoccupazioni» messe per iscritto costituivano la base del lavoro con le madri, per aiutarle a comprendere meglio i bisogni dei figli e il modo in cui potevano contribuire ad affrontarli, come illustrato più avanti nell’articolo. In diversi studi di caso, un aspetto chiave di questo sostegno creativo consisteva nel permettere ai minori di impegnarsi nell’individuare e nel parlare delle proprie esperienze di trauma passato o, in alcuni casi, attuale, spesso legato alla prosecuzione delle visite. Nell’esempio seguente, un’attività è stata pensata specificamente per sostenere un minore con incubi ricorrenti su «lui», il padre maltrattante (il minore si è riferito al padre in questo modo per tutta l’intervista), con cui aveva ancora visite (si veda però più avanti la sezione sugli esiti):
Bambino (CS5): Mi è piaciuto soprattutto fare l’acchiappasogni per mandare via i brutti sogni su «lui». L’abbiamo fatto insieme su FaceTime. Quando ho conosciuto (l’operatrice)mi sono abituato a parlarle di come mi sentivo e fare le attività rendeva più facile chiacchierare.
Per alcuni minori, il sostegno nella gestione della rabbia e l’offerta di meccanismi di coping positivi sono stati favoriti da attività creative memorabili; in questo caso, come oggetto è stata usata una bibita gassata:
Bambino 1 (CS3): Era tutta rabbia che si accumulava e poi alla fine esplode (mimando una bibita gassata agitata)…(quindi) invece, farla uscire un pochino alla volta
Altre attività, per esempio Helping Hands, miravano a individuare le persone adulte di sostegno nella vita del minore, sia nella famiglia stretta sia al di fuori:
Bambina (CS1) Quello che devi fare è prendere un po’ di colore, metterlo sulla mano, poi la metti su un foglio di carta e dopo prendi una penna nera e scrivi con chi parleresti delle tue preoccupazioni.
Bambino (CS5) So che posso parlare con le mie maestre se sono preoccupato o se ho fatto brutti sogni. Sono le mie «helping hands».
Bambina 2 (CS3): Ho potuto fare questa mano su con chi parleresti se mai hai paura, cinque cose, il nostro pollice e le nostre quattro dita.
Sebbene all’inizio dell’intervista la bambina appena citata (CS3) non ricordasse quali adulti avesse incluso nella sua mano, alla fine della conversazione è tornata su questo punto e si è ricordata che sulla mano c’erano le sue insegnanti.
Infine, i minori hanno parlato del piacere di partecipare ad attività non legate alle loro esperienze passate di violenza, anche se va notato che, nella citazione seguente, il minore esprime un’adesione obbligata con «dovevo andare» anziché la propria agentività.
Bambino 1 (CS3): Dovevo andare in un posto con lei e fare delle attività, tipo disegnare o colorare, e potevo leggere dei libri e giocare ancora un po’ se restava un po’ di tempo.
Nella sezione precedente ci siamo concentrati sui punti di vista e sulle esperienze dei minori più piccoli riguardo a ciò che ha sostenuto il loro coinvolgimento nei servizi contro la violenza domestica. È però importante riconoscere che ciò non è avvenuto isolatamente: le madri degli studi di caso hanno ricevuto anch’esse servizi collegati, che cercavano di lavorare in modo olistico con i genitori non maltrattanti, e le figure professionali hanno descritto il coinvolgimento delle madri nel servizio come un fattore che facilitava il sostegno che potevano offrire ai minori. Il sostegno ha permesso alle madri di facilitare indirettamente il coinvolgimento dei figli nel servizio, grazie a una maggiore comprensione dei loro bisogni. Le madri hanno raccontato come i servizi dello SLCDPS avessero dato loro una migliore comprensione dell’impatto della violenza domestica su di sé e sui figli, avessero fornito strategie per rispondere alle preoccupazioni e ai timori dei figli e, in alcuni casi, permesso di riflettere sulla propria genitorialità e sulle dinamiche familiari. Le madri hanno inoltre fornito resoconti diretti di come sia stato facilitato il coinvolgimento dei figli, che esploriamo ora in tre ambiti: il lavoro con le madri centrato sul minore; l’advocacy centrata sul minore; il lavoro di gruppo e il mentoring tra pari per le madri. È importante notare che, sebbene fossero disponibili molteplici forme di sostegno, spettava alla madre decidere a quali, eventualmente, aderire.
Il lavoro con le madri centrato sul minore si svolgeva parallelamente al lavoro diretto con i minori, e ciascuna delle due parti aveva la propria operatrice dedicata:
Madre (CS3) È stato davvero bello, averlo separato e poi ritrovarsi insieme. E poi sulla strada di casa, dopo questi incontri, parlavamo tutti e due di un sacco di cose insieme, e a lui è piaciuto davvero avere quel tempo e tutto il resto.
Le madri hanno riconosciuto i benefici del fatto che i figli riportassero loro le proprie preoccupazioni attraverso l’operatrice CYP: le madri potevano poi affrontare tali preoccupazioni con la propria operatrice di sostegno. Allo stesso modo, le madri potevano comunicare all’operatrice CYP, direttamente o tramite la propria operatrice di sostegno, le preoccupazioni o i cambiamenti familiari che ritenevano andassero affrontati nel lavoro con il figlio o la figlia:
Madre (CS1) Contattavo (l’operatrice) solo per dirle che [mia figlia] era un po’ giù o che c’era qualcosa che mi preoccupava, e lei chiamava per vedere se stava bene. Stampava delle piccole attività che potevamo fare insieme, tipo Helping Hands.
Grazie a questo modello di sostegno reciproco, che offriva spazi distinti ai minori e ai genitori non maltrattanti, le madri e le figure professionali hanno rilevato che il coinvolgimento dei minori era facilitato da un servizio che era «solo per loro» e dall’avere uno spazio per parlare delle proprie preoccupazioni senza la presenza della madre:
Madre (CS4): Era solo che…trovava [l’operatrice CYP] una persona con cui era facile parlare, sa, può dire tutto quello che vuole e non è la mamma, non so se mi spiego.
Madre (CS6) Non sono sicura che [mia figlia] voglia sempre parlare di tutto con me. E quindi… se avesse solo uno sfogo, dove poter dire semplicemente: «Sono così arrabbiata per questa cosa e non voglio parlarne con la mamma perché non voglio farla stare male. Non posso parlarne con papà perché si arrabbierà con me.
Sono stati tuttavia individuati ostacoli al coinvolgimento dei minori. La madre citata sopra ha anche parlato della sua delusione per il fatto che non fosse stato possibile sviluppare una relazione solida a causa della mancanza di costanza nelle visite dell’operatrice CYP:
Madre (CS6) Hanno (i bambini) solo bisogno di una costante…di avere quella persona in più, giusto per dire, uff, so che [mia figlia] è al sicuro con questa persona, può parlarle di qualsiasi cosa e possono costruire una relazione…E questo semplicemente non c’è stato.
Le madri e le figure professionali hanno descritto come il personale abbia sostenuto il coinvolgimento dei minori assicurando che la loro voce fosse ascoltata e rappresentata nelle decisioni riguardanti i piani di sicurezza, i contatti e i casi di protezione dell’infanzia. In un caso una madre aveva detto all’operatrice che il figlio o la figlia era molto in ansia all’idea di iniziare una nuova scuola. L’operatrice CYP ha allora potuto esplorare con il minore le sue preoccupazioni, che erano incentrate su timori per la propria sicurezza legati al padre. L’operatrice lo ha aiutato a scrivere, con parole proprie, un piano di sicurezza su ciò che voleva che le scuole facessero se il padre si fosse presentato a eventi scolastici pubblici, specificando che in nessun caso gli era consentito portarlo via dai locali della scuola. Il minore e la madre hanno poi portato il piano alla nuova scuola e sono state messe in atto procedure per garantirne il rispetto.
Un’altra madre (CS5) ha riferito come i suoi figli fossero stati sostenuti nel contribuire con i propri punti di vista a una relazione nell’ambito del procedimento giudiziario in corso, il che ha permesso a entrambi di partecipare attivamente al processo: «trovare una voce e rendersi conto che ciò che era successo loro non era colpa loro».
Le madri hanno anche descritto come il lavoro di gruppo le abbia aiutate a rendersi conto di «non essere sole» e che i problemi e le preoccupazioni che affrontavano riguardo al benessere dei figli non erano colpa loro:
Madre (CS6) A volte faceva riflettere e può anche essere piuttosto, come dire, sconvolgente…E sei lì con persone che ti somigliano, che sono passate per situazioni simili.
Madre (SC3) Perché ci sono così tante persone (nel gruppo) e ti rendi conto anche che ci sono passate, loro e i loro figli, penso che sia solo, sa, il voler essere sicura che tutti ricevano l’aiuto che possono perché è lì, a disposizione.
Dopo aver esplorato le esperienze e i punti di vista dei minori e delle madri su ciò che ha sostenuto il coinvolgimento dei minori, esaminiamo ora quali cambiamenti ciò abbia prodotto per loro. I minori hanno individuato una serie di esiti positivi dovuti al servizio, incentrati su quattro ambiti principali: benessere e fiducia in sé; cambiamenti comportamentali e strategie di coping positive; situazione familiare; scuola e coetanei. Anche le madri hanno riferito esiti positivi per i figli in questi ambiti.
Tutti i minori hanno saputo individuare miglioramenti del proprio benessere grazie al sostegno ricevuto. Hanno descritto livelli di ansia ridotti, «Mi preoccupo molto meno adesso» (CS 2), una maggiore sensazione di felicità, «Adesso faccina tutta sorridente» (Bambina, CS 1), Non ero tipo felice tutto il tempo e così, e adesso sì. (Bambina CS6) e una maggiore fiducia in sé:
Bambino (CS5): Mi sento più sicuro e so che le persone ascolteranno di più me e quello che voglio. Credo di essere più sicuro di me. Capisco di più i miei sentimenti e so che va bene provare qualunque cosa io stia provando.
I minori (così come i genitori) hanno notato miglioramenti nel comportamento e hanno riferito di usare strategie di coping costruttive per affrontare le situazioni stressanti:
Bambino (CS4): Mi arrabbio ancora, ma va un pochino meglio. Sì, va un pochino meglio. È più quando tipo qualcuno mi insulta. Nella mia vecchia scuola di solito gli tiravo un pugno.
Alcuni minori hanno individuato esiti positivi riguardo alla propria situazione familiare:
Bambino 1 (CS3): A casa va molto meglio e adesso sono sempre contento. Prima ero sempre arrabbiato e non contento ma adesso sono molto più contento.
Al contrario, la sorella minore di questo bambino ha dichiarato che a casa andava solo «un po’ meglio», il che mostra che fratelli e sorelle possono vivere esperienze diverse all’interno dello stesso contesto familiare. Anche altri minori avevano opinioni più contrastanti sui miglioramenti della propria situazione familiare, il che mostra la necessità di un sostegno a lungo termine per affrontare dinamiche familiari radicate dovute al trauma subito, soprattutto nelle situazioni con procedimenti giudiziari in corso:
Lei (la mamma) non dice più tante parolacce, è davvero l’unica cosa. (Bambino, CS 4).
Non credo che abbia davvero cambiato qualcosa per quanto riguarda la famiglia. (Bambina, CS 2).
Un minore ha tuttavia riferito che il sostegno ricevuto dalla famiglia aveva permesso alla madre di riconoscere l’impatto dei contatti con il padre maltrattante:
Bambino (CS5) Adesso la mamma riesce a capire che non vogliamo più vedere «lui» né parlargli e [l’operatrice] ha aiutato la mamma a capire che non siamo obbligati. Ha smesso di farci accettare le sue telefonate e siamo più felici. Posso parlare di come mi sento e la mamma mi capirà di più.
Un altro ambito di miglioramento riferito dai minori riguardava la scuola e i coetanei. Nell’esempio seguente, strategie positive di gestione della rabbia avevano portato a miglioramenti sostanziali a scuola e nelle amicizie, come illustra la risposta del bambino quando gli si è chiesto della scuola e delle amicizie:
Bambino 1 (CS3): Sì, adesso va bene, non mi preoccupo più di questo. È fantastico, è decisamente cambiato, ho un sacco di amici.
Analogamente, le madri hanno riferito esiti positivi equivalenti per i figli, anche se in una gamma più ampia.
In diversi casi i genitori hanno descritto come i figli sviluppassero una maggiore comprensione dei propri sentimenti, nonché la capacità e la sicurezza di esprimere i propri pensieri:
Madre (CS4) Quindi è davvero in contatto con come si sente e dice tipo, sì, lo faccio o no, non lo faccio. Perché eravamo anche molto controllati, quindi non avevamo molta voce, nessuno di noi. Quindi adesso [nome del figlio] tipo mi sto sciogliendo un pochino.
In questo resoconto la madre descrive il figlio, il quale aveva riferito (si veda la sezione precedente) che l’unico aspetto migliorato della situazione familiare era il fatto che la madre dicesse meno parolacce (il che può di per sé riflettere metodi educativi e disciplinari più positivi). Ciononostante, l’osservazione mette in evidenza che occorre riflettere su tutti i punti di vista presenti in una famiglia.
Le madri hanno riferito che i figli avevano anche conosciuto miglioramenti dell’umore, del sonno e della salute fisica, nonché una riduzione della paura e della rabbia.
Madre (CS5): Prima era proprio tipo, no, voglio dormire con te mamma, ho paura. Adesso è più tipo (quando chiede di dormire con lei) sento di più che è una scelta e gli piace, non perché ha paura…prima, se vedeva una macchina simile a quella di suo padre o un uomo che somigliava a suo padre, andava nel panico, o se vede una macchina della polizia va nel panico. Adesso è più tranquillo.
Vi erano anche segnali di minori che affrontavano con successo passaggi scolastici importanti:
Madre (CS2): È (la figlia) molto più felice, ha cominciato le superiori e …è stato tutto positivo…mentre prima era tipo, non aveva quasi nessuna amica e non era felice, ed era sempre malata. Ma adesso non c’è più niente di tutto questo e si sta facendo nuove amicizie e sta anche diventando un po’ sfacciata.
I genitori hanno riferito di essersi impegnati in un percorso di autoriflessione e di scoperta grazie al sostegno ricevuto, il che a sua volta ha portato a una maggiore consapevolezza di come la violenza e i propri sentimenti potessero aver influito sui figli:
Madre (CS3) Per il sostegno che ho ricevuto e il sostegno che hanno ricevuto i bambini…adesso ne so di più, prima non capivo …poi ho fatto il corso…che l’impatto c’era anche sui bambini. Quindi lo vedo più chiaramente...ed è anche semplicemente più facile affrontarlo.
Le madri hanno riferito effetti positivi sulla quantità e sullo stile della comunicazione tra madri e figli, in particolare per quanto riguarda il parlare della violenza subita. Questa comunicazione migliore ha avuto un effetto positivo sulla capacità delle madri di gestire il comportamento dei figli e ha permesso ai minori di sviluppare empatia verso la madre:
Madre (CS4) Dopo…qualche seduta con lui, non so esattamente che cosa abbia fatto (l’operatrice), ma è diventato tipo, ok, capisco. Quindi è un po’ come ascoltare anche la mia parte, invece di tipo, no, hai torto...poi in qualche modo riusciamo ad avere una conversazione.
La durata nel tempo degli strumenti utilizzati è risultata evidente in alcune famiglie, che avevano continuato a servirsene dopo aver concluso il programma.
Alla fine delle interviste è stato chiesto ai minori di dire come sarebbe il loro futuro migliore. Per alcuni questo ruotava ancora, in misura maggiore o minore, intorno al desiderio di essere liberi dal trauma: «Quando non sono mai arrabbiato o triste»; «Stare con la mamma e [mia sorella] e avere un gatto. Vedere tanto [i miei nonni], essere felice e al sicuro e non vedere più “lui”…lavorare con gli animali».
Altri minori invece sono riusciti a descrivere aspirazioni che sembrano meno radicate nelle loro precedenti esperienze di trauma e di violenza: «Mi piacerebbe avere un maneggio, una piscina e i capelli lunghi…e una casa grandissima»; (se) «avessi una libreria, e fosse abbastanza frequentata»; «Voglio fare l’attrice, proprio a Disneyland…. In un certo senso voglio anche farmi una famiglia».
L’approccio per studi di caso (Crowe et al., 2011) ha permesso di delineare un quadro dettagliato di ciò che ha sostenuto il coinvolgimento dei minori più piccoli nei servizi CYP e dei cambiamenti ottenuti. L’articolo si concentra principalmente sui resoconti e sulle esperienze dei minori, integrati da quelli delle madri. Abbiamo inoltre cercato di individuare i punti in cui i resoconti delle madri e dei figli divergono. Per farlo, abbiamo concepito i minori, compresi i più piccoli, come attori consapevoli e competenti del proprio recupero (James & Prout, 2003, Richardson et al., 2022), rifiutando le nozioni infantilizzanti e i discorsi ideologici sulla passività dell’infanzia (Rosen & Twamley, 2018) che servono a mettere a tacere e a sminuire la capacità agentiva dei minori. All’interno di questa concezione riconosciamo anche che l’agentività dei minori va vista come uno spettro, in cui i minori sono al tempo stesso dipendenti e indipendenti rispetto a diversi aspetti della propria vita (Esser et al., 2016). Come sostiene Abebe (2019), dobbiamo comprendere il contesto strutturale e le pratiche relazionali intergenerazionali che plasmano le esperienze di agentività dei minori. Ciò implica riconoscere che l’agentività dei minori è vissuta e plasmata attraverso le relazioni con la famiglia, le amicizie e le reti sociali più ampie. In questo senso, i nostri risultati hanno cercato di illuminare i modi in cui le esperienze dei minori di coinvolgimento nel sostegno contro la violenza domestica erano mediate e plasmate da quelle delle madri, dei coetanei e delle figure professionali. Ciò dimostra quella che Abebe chiama agentività interdipendente: il modo in cui le pratiche relazionali intergenerazionali tra minori e adulti plasmano la vita dei minori, le loro «scelte» e il tipo di futuro che potranno vivere.
La nostra analisi dei dati dei minori ha fatto emergere quattro temi principali in cui parlavano di pratiche relazionali legate al coinvolgimento: sostenere la disponibilità personale dei minori a impegnarsi; il sostegno riguardo a preoccupazioni e timori; le esperienze relazionali; attività e strumenti coinvolgenti. Il nostro studio ha individuato elementi chiave che possono servire da fondamenta per sostenere il coinvolgimento attivo dei minori nei programmi contro la violenza domestica.
I nostri risultati sulla disponibilità personale dei minori a impegnarsi nei servizi contro la violenza domestica richiedono un’attenta contestualizzazione, poiché i minori, in particolare i più piccoli, hanno poca scelta riguardo all’invio ai servizi o alla propria partecipazione (Howarth et al., 2018). Nel nostro studio ciò è stato ulteriormente messo in luce da espressioni di adesione obbligata, «dovevo», anziché da espressioni di un coinvolgimento agentivo. È inoltre importante riconoscere che i minori del nostro studio non hanno parlato di essere «pronti» a impegnarsi nel sostegno, in linea con risultati precedenti (Humphreys et al., 2011). Hanno però descritto emozioni coesistenti e spesso contrastanti riguardo al coinvolgimento iniziale, con racconti sia di ansia sia di entusiasmo all’idea di ricevere sostegno. Alcune di queste riserve rispecchiavano tratti più generali che i minori riconoscevano nella propria vita, in particolare la timidezza. Altre ansie, invece, erano legate a una mancanza di comprensione di che cosa aspettarsi o di che cosa comportasse il sostegno. Accanto a queste preoccupazioni, la maggior parte ha anche sottolineato le proprie aspettative e l’entusiasmo per l’opportunità di ricevere sostegno riguardo alle proprie «preoccupazioni». Questo rappresentava un racconto forte e positivo nei resoconti dei minori, in cui il loro posizionamento attivo rispetto a un possibile cambiamento e l’avere uno spazio in cui le preoccupazioni venissero riconosciute costituivano un motore importante della loro disponibilità personale, contestualizzata, a impegnarsi.
Sebbene alcune delle preoccupazioni iniziali dei minori, come la timidezza, possano essere attenuate solo attraverso il lavoro relazionale, la disponibilità di materiale informativo appropriato e coinvolgente (elaborato da chi firma l’articolo) che illustri il tipo di sostegno disponibile, riconoscendo scelta e consenso come continui e modificabili, aiuterebbe ad alleviare alcune di queste riserve iniziali e a sostenere un coinvolgimento contestuale. Riteniamo che la mancanza di informazioni appropriate non solo abbia ostacolato il coinvolgimento iniziale dei minori, ma possa anche riflettere un mancato riconoscimento dei minori, e forse in particolare dei più piccoli, come soggetti agentivi la cui agentività personale e le cui «scelte» richiedono un sostegno intergenerazionale. È però fondamentale riconoscere anche che la disponibilità personale di un minore a impegnarsi o meno va considerata all’interno di un quadro contestuale più ampio, che include l’influenza della famiglia allargata (compresi i contatti con chi ha agito la violenza) e fattori sociali e culturali. Come sostiene Abebe (2019: pp 1.), «è importante andare oltre il riconoscimento che l’infanzia è un attore sociale, per svelare i contesti sociali, culturali, materiali e politici, nonché i processi relazionali, entro cui si dispiega la sua agentività quotidiana».
I minori degli studi di caso non hanno parlato apertamente di potere in relazione al proprio coinvolgimento nel programma. Hanno però sottolineato l’importanza di condividere le proprie esperienze e le preoccupazioni connesse in un ambiente in cui si sentivano ascoltati, al sicuro e in controllo di quali «preoccupazioni» rivelare e quando (si vedano Houghton, 2015; Cater, 2014). Questo coinvolgimento era ulteriormente facilitato da figure professionali autentiche, costanti e con cui era facile entrare in sintonia, che sostenevano i loro punti di vista. Ciò estende il lavoro di Beetham et al (2019), che hanno anch’essi descritto il recupero dei minori ottenuto attraverso il lavoro di gruppo come relazionale e agentivo. Anche l’umorismo e il divertimento sono stati usati per costruire uno spazio relazionale di coinvolgimento in cui rivelazioni e rabbia potessero essere condivise (Vikander & Källström, 2024), riducendo l’intensità delle discussioni e aiutando i minori a raccontare la propria storia. Tuttavia, un minore ha parlato di essersi sentito deluso per l’incostanza di un’operatrice, il che sottolinea l’importanza della reciprocità nella costruzione delle relazioni terapeutiche. L’uso del gioco creativo, delle attività e degli oggetti, adattati all’età e ai bisogni del minore, ha permesso ai minori di esplorare preoccupazioni e ansie in un contesto immersivo di divertimento e gioco (Burriss & Tsao, 2002). Come hanno sottolineato anche altri studi (Beetham et al., 2019, Pernebo and Almquist 2016), i nostri risultati contraddicono con forza i discorsi sociali secondo cui i minori che subiscono violenza domestica non possono anche divertirsi. I minori hanno parlato con forza del «divertimento» e delle attività creative come fondamenta per sostenere il coinvolgimento, attraverso lo sviluppo di relazioni significative con le figure professionali, e come meccanismi per dare un nome alle preoccupazioni, fornire strategie di cambiamento (per esempio l’analogia della bibita gassata) ed esplorare il recupero. L’atto incarnato di affidare le preoccupazioni a un tramite sicuro, come un peluche o un barattolo, ha sostenuto il controllo dei minori su quali preoccupazioni condividere, ha concentrato l’attenzione sulle loro parole e sui loro disegni e ha permesso, con il loro accordo, alle figure professionali di farsi portavoce per loro. Come sottolineano Beetham et al (2019), perché queste attività mobilitino un cambiamento, gli adulti (in questo caso le figure professionali che seguono i minori) devono usare le proprie «posizioni epistemologiche di “esperti” per facilitare le scelte dei minori in contesti in cui di solito hanno poca scelta» (p573). Ciò emergeva chiaramente nei resoconti dei minori, così come in quelli delle madri.
I nostri risultati mostrano che i minori più piccoli, se adeguatamente sostenuti da personale competente ed esperto che riconosce la loro capacità agentiva, sono in grado di individuare l’impatto delle esperienze di violenza domestica, condividere le proprie preoccupazioni ed elaborarle all’interno di una relazione reciproca di fiducia. Come hanno mostrato anche altri studi (Humphreys et al., 2011; Thompson, 2011), questo sostegno permette di sollevare il silenzio e lo stigma che i minori incontrano intorno alla violenza domestica.
Il nostro studio ha inoltre rilevato che il coinvolgimento contestuale dei minori era ulteriormente sostenuto quando anche le madri si impegnavano nei servizi, mostrando ai figli che parlare era accettabile e sicuro. Pur riconoscendo l’importanza centrale di offrire servizi diretti ai minori in quanto tali, il sostegno ricevuto dalle madri ha permesso loro di riconoscere meglio l’impatto della violenza sui figli, di sostenerne il coinvolgimento e l’agentività attraverso pratiche relazionali intergenerazionali e di prendere parte al loro recupero.
Mentre il sostegno alle madri era offerto in formati diversi, adattati alle fasi del loro recupero, il lavoro con i minori non era subordinato al coinvolgimento delle madri e non seguiva il formato a gruppi paralleli dell’Ontario Model, che ha avuto grande influenza nel Regno Unito (Morrison (2024; Barter et al., 2024). Ciò ha consentito una flessibilità nelle modalità di coinvolgimento: una madre ha accettato il sostegno una volta percepiti i benefici per i figli, mentre un’altra lo ha rifiutato perché non si sentiva pronta. Come hanno sostenuto Humphreys et al (2011), la violenza domestica mina la relazione madre-figlio, e molti dei benefici descritti da minori e madri in questo studio riguardavano la loro maggiore capacità di discutere insieme questioni dolorose e difficili e di riconoscere le rispettive prospettive. Una ricerca in grado di seguire le famiglie per periodi più lunghi aiuterebbe a scoprire se questi cambiamenti nei modelli di comunicazione si mantengono nel tempo.
I risultati degli studi di caso hanno messo in luce una diversità nelle percezioni dei minori e delle madri, nonché nelle esperienze e nei punti di vista di fratelli e sorelle, e queste variazioni riflettono differenze di potere e di posizione all’interno della famiglia, oltre a differenze evolutive. Uno studio più ampio, con un numero maggiore di casi, potrebbe permettere di trarre conclusioni su come sostenere al meglio il coinvolgimento di gruppi diversi di minori, nonché di rivolgersi a diverse fasi dello sviluppo. Osserviamo che un intervento che comprende sia lavoro individuale sia lavoro di gruppo con i minori e le loro madri può rispondere più facilmente a esperienze e bisogni differenti.
Infine, gran parte del lavoro qui descritto si è svolta nel contesto della pandemia globale, il che ha offerto l’opportunità di esplorare i punti di forza e gli svantaggi dell’erogazione online di questi interventi. Sebbene gli interventi in presenza possano essere ottimali nelle fasi iniziali della costruzione di una relazione terapeutica, soprattutto con i minori, alcuni minori si sono trovati a proprio agio nelle sedute digitali, e i modelli di intervento ibridi meritano di essere ulteriormente sperimentati (Stanley et al., 2021).
Il nostro studio fornisce solide evidenze, a sostegno di ricerche precedenti, della necessità di includere, e di considerare prioritari, i punti di vista e le esperienze dei minori, compresi i più piccoli, negli studi sui servizi contro la violenza domestica che mirano a sostenerne il coinvolgimento e il recupero. Il nostro approccio per studi di caso ha però permesso anche di far emergere un quadro più sfaccettato, che mostra come servizi integrati, che cercano di sostenere sia i minori sia le loro madri, possano offrire una risposta olistica per sostenere il coinvolgimento dei minori nel superamento dell’impatto della violenza domestica.
L’introduzione di questo articolo ha messo in evidenza la carenza di offerta per quanto riguarda i programmi rivolti al recupero dei minori e delle loro madri che hanno subito violenza domestica. La disponibilità limitata di questi interventi e la diffusione del bisogno rendono essenziale che i programmi finanziati e sostenuti si basino su evidenze di ciò che aiuta i minori a impegnarsi nei servizi per ottenere esiti positivi. Attualmente, molti interventi nel Regno Unito per le famiglie che vivono violenza domestica sono erogati in modo frammentario e a breve termine, in linea con il panorama dei finanziamenti (Domestic Abuse Commissioner, 2021): il programma qui descritto non è più attivo in una delle sedi e ha assunto una forma diversa nell’altra. È quindi particolarmente importante che programmi innovativi come questo siano manualizzati, così che le loro componenti centrali possano essere replicate altrove. La nostra ricerca contribuisce a costruire conoscenza in questo campo ricavando, da molteplici prospettive e dando risalto ai resoconti dei minori, i requisiti chiave per i servizi che intendono sostenere il coinvolgimento e il recupero dei minori. I benefici di un intervento devono essere vissuti dai minori stessi, e questo studio indica i limiti di una ricerca che si basa unicamente sui resoconti delle madri riguardo alle esperienze dei figli nei servizi. C’è il rischio che le esperienze dei minori vadano perse o siano trattate come secondarie da interventi e valutazioni rivolti all’«intera famiglia». Coinvolgere i minori più piccoli, sia nei servizi sia nella ricerca, presenta più difficoltà che con adolescenti più grandi e adulti (Eliffe et al., 2020). Il servizio qui studiato ha beneficiato della disponibilità a considerare i minori come partecipanti attivi al processo terapeutico, e la ricerca li ha accostati allo stesso modo. È importante sottolineare che abbiamo anche documentato i limiti del cambiamento positivo così come individuati dai minori. Ciononostante, gli studi di caso dimostrano che un sostegno specialistico per i minori e le loro madri, che riconosca le loro differenze così come le loro esperienze comuni e favorisca la comunicazione per (ri)connettere le famiglie, può ridurre il silenzio intorno alla violenza domestica e permettere alle famiglie di avanzare insieme verso un futuro libero dalla violenza.
Complexe Systémique: punti chiave
Il merito dello studio sta nelle sue scelte: ascoltare minori tra i 7 e gli 11 anni anziché dedurre la loro esperienza da ciò che dicono gli adulti, e osservare un servizio in cui madre e figlio o figlia hanno ciascuno il proprio spazio e la propria operatrice, con ponti tra i due. Le «preoccupazioni» scritte, infilate in un barattolo o affidate a un peluche, diventano un terzo oggetto che passa dal minore alla madre con il suo accordo: un modo concreto di riaprire una comunicazione danneggiata dalla violenza, senza esporre il minore. Una lettura sistemica vi trova appigli precisi: la costanza dell’operatrice come condizione di sicurezza, il sostegno alla madre come leva indiretta per il minore, fratelli e sorelle che non vivono la stessa storia. Il testo indica anche ciò che non cambia quando i contatti con chi ha agito la violenza proseguono, e quanto spesso il minore dica «dovevo andare». I limiti sono quelli di sei casi, senza famiglie di gruppi minorizzati, in piena pandemia. Da leggere insieme a l’articolo su ciò che i minori esposti alla violenza domestica apprezzano nell’incontro con gli assistenti sociali e a l’articolo sulle diadi esposte insieme alla violenza domestica.
Note dell’originale
Ringraziamenti. Desideriamo ringraziare tutti i minori, le madri e le figure professionali che hanno dedicato del tempo a parlare con noi, tanto più che molte di queste interviste si sono svolte durante il lockdown. Desideriamo inoltre ringraziare le persone ricercatrici esperte per esperienza, il gruppo consultivo e safeLives, che hanno sostenuto la valutazione.
Finanziamento. Women and Girls Initiative della Big Lottery.
Approvazione etica. Lo studio ha ricevuto l’approvazione etica del Business, Arts, Humanities and Social Sciences (BAHSS2) Ethics Review Panel della University of Central Lancashire. Abbiamo seguito il Research Integrity Framework for Domestic Violence and Abuse di Women’s Aid (2020)a. https://www.womensaid.org.uk/wp-content/uploads/2020/11/Research-Integrity-Framework-RIF-on-Domestic-Violence-and-Abuse-DVA-November-2020.pdf
Consenso alla partecipazione. Tutte le persone partecipanti hanno fornito il consenso scritto alla partecipazione e alla pubblicazione.
Conflitto di interessi. Nessun conflitto di interessi dichiarato.
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Traduzione non ufficiale di What do younger children need for recovery from domestic abuse? Findings from in-depth qualitative family case studies, di Christine Barter, Emma Howarth, Helen Richardson Foster e Nicky Stanley, Journal of Family Violence, vol. 41, no 3 (2026), doi: 10.1007/s10896-025-00873-6, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale — l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (tabella presentata sotto forma di elenco). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Questa è una traduzione dell’articolo originale «What do younger children need for recovery from domestic abuse? Findings from in-depth qualitative family case studies», pubblicato in Journal of Family Violence (2026) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo di chi firma l’articolo è stato tradotto in italiano e la presentazione è stata adattata alla lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Barter, C., Howarth, E., Richardson Foster, H., et Stanley, N. (2026). What do younger children need for recovery from domestic abuse? Findings from in-depth qualitative family case studies. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/what-do-younger-children-need-for-recovery-from-domestic-abuse (Opera originale pubblicata nel 2025 in Journal of Family Violence, 41(3), 465-478 (2026); ripubblicata nel 2026 da Journal of Family Violence, https://link.springer.com/article/10.1007/s10896-025-00873-6)
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