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Contemporary Family Therapy · Terapia familiare
In Norvegia, un mandato politico chiede ai servizi pubblici di protezione della famiglia di dare priorità alle famiglie con minori in cui c’è violenza. Anna Margrete Flåm e Bjørn Helge Handegård hanno esaminato i 106 casi di un anno nella sede di Tromsø. L’accesso è rapido e la collaborazione con i servizi di tutela dei minori funziona senza intoppi. Ma l’infanzia resta quasi assente dalle sedute: 39 famiglie su 106, e quattro minori di 4 anni su 58.
Traduzione non ufficiale in italiano di Where is the Child in Family Therapy Service After Family Violence? A Study from the Norwegian Family Protection Service, di Anna Margrete Flåm e Bjørn Helge Handegård, pubblicato in Contemporary Family Therapy (Springer) (2015), doi: 10.1007/s10591-014-9323-5, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Serve un’inclusione più effettiva dell’infanzia per offrire una protezione della famiglia conforme al mandato, e non una protezione degli adulti con appena uno sguardo di sfuggita alla bambina o al bambino.
Anna Margrete Flåm e Bjørn Helge Handegård
Abstract
Un’ampia documentazione sulle conseguenze della violenza familiare ha posto le basi per un mandato, deciso a livello politico, che impone al Servizio norvegese di protezione della famiglia (FPS, dall’inglese Family Protection Service) di dare priorità alle famiglie con minori in cui c’è violenza. Questo studio esplora la pratica di una delle sedi FPS più grandi del paese in seguito a tale mandato e al progetto che lo ha avviato. Sono stati raccolti i dati di tutti i casi di un anno relativi a famiglie con minori e violenza (106), riguardo ai casi inviati, ai servizi forniti, ai principali snodi, dilemmi e sfide. Sono state utilizzate analisi statistiche descrittive ed è stata condotta un’analisi qualitativa. Lo studio mostra il successo nell’offrire un canale diretto e molto utilizzato sia ai privati sia ai principali enti con cui il servizio collabora, anche se tutte le persone che agiscono violenza hanno bisogno di altri che promuovano il cambiamento. Il servizio riesce ad aprire la strada a un trattamento breve unito a una presa di posizione contro la violenza. Tuttavia, sebbene i servizi vengano forniti abbastanza rapidamente quando la violenza viene segnalata, sono necessari diversi cambiamenti: una procedura di accoglienza più sensibile alla violenza, una cooperazione più stretta con i servizi specialistici di salute mentale e con l’assistenza sanitaria di base, un uso più esteso di strumenti di valutazione e di misure di esito. Data la natura della violenza, sono richieste in particolare misure di follow-up. Ma, prima di tutto, lo studio chiede una migliore inclusione dell’infanzia. Nonostante la priorità prevista dal mandato, si verifica una grave trascuratezza nei confronti di bambine e bambini. In linea con la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, i Servizi norvegesi di protezione della famiglia, in un paese che rispetta tale Convenzione, sono tenuti a tenere conto con maggiore efficacia della bambina o del bambino in quanto soggetto di diritto. Sono necessari ulteriori sforzi per garantire servizi centrati sull’infanzia.
Parole chiave: terapia infantile, terapia familiare, violenza domestica, violenza familiare, maltrattamento infantile, Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza
Garantire a bambine e bambini, e a chi se ne prende cura, l’accesso a servizi di trattamento psicologico dopo la violenza domestica è una sfida generale. Anche nel contesto norvegese, con uno dei sistemi pubblici sanitari e di welfare più solidi al mondo, serve uno sguardo critico su come i servizi professionali rispondono ai bisogni di trattamento delle persone coinvolte. Abitudini professionali consolidate possono impedire di vedere quali siano i benefici o, forse, le principali lacune di cui essere consapevoli nella pratica viva e quotidiana. In questo studio esploriamo il Servizio pubblico norvegese di protezione della famiglia (FPS), che ha la priorità, prevista dal mandato, di fornire un trattamento psicologico specialistico nei casi in cui minori vivono con la violenza in famiglia. Esploriamo la struttura, i benefici e le sfide di questo servizio, e discutiamo quali implicazioni se ne possano trarre per rafforzare servizi di questo tipo.
Molti studi mostrano la frequenza della violenza domestica (Gilbert et al. 2009a; Thoresen and Hjemdal 2014), le sue conseguenze sulla salute e sul benessere evolutivo di bambine, bambini e giovani, nonché sulla capacità degli adulti di prendersi cura in modo sufficiente (ACE-study 2013; Anda et al. 2006; Evans et al. 2008; Geffner et al. 2003; Gilbert et al. 2009a, b; Lanius et al. 2012a, b). Il bisogno di accesso a un trattamento psicologico per i membri della famiglia coinvolti è ben documentato (ad es. Holt et al. 2008; Patterson and Vakili 2014; Read and Bentall 2012; Siegel 2013).
Tuttavia, la ricerca e la letteratura cliniche indicano che molti servizi di terapia familiare sono stati troppo esitanti nell’includere i minori nelle collaborazioni pertinenti, e osservano che, nonostante gli appelli a includerli, i membri più giovani della famiglia sono stati spesso esclusi, più un argomento di cui si parla che partecipanti attivi (Hartzell et al. 2009; Rober 2008; Ruble 1999; Sori and Sprenkle 2004). Questa tendenza è stata evidente quando le questioni riguardano la violenza (Heltne and Steinsvåg 2010, 2011; Siegel 2013). In generale, la ricerca e la letteratura cliniche indicano una dicotomia tra, da un lato, le tradizioni della terapia familiare, accusate di ignorare l’infanzia e di semplificare eccessivamente i suoi processi intrapsichici, e, dall’altro, gli approcci della psichiatria infantile, accusati di vedere la bambina o il bambino isolati dal loro ambiente, individualizzandone e patologizzandone così i problemi (Lund et al. 2002).
Parallelamente, studi consistenti in Norvegia documentano le difficoltà generali, e quasi la cecità, dei servizi specialistici di salute mentale per l’infanzia e l’adolescenza nel cogliere le esperienze di violenza di bambine, bambini e adolescenti, escludendo così tali esperienze da importanti processi di trattamento (Ormhaug et al. 2012; Reigstad et al. 2006; Røberg 2011; Wassnes 2012). La riluttanza degli stessi servizi a includere le famiglie nel lavoro in corso (Reigstad 2012) mette in luce i rischi che ne derivano: trascurare le esperienze di violenza dell’infanzia, sottovalutarne il bisogno di sostegno familiare e non creare uno spazio sufficiente per la partecipazione delle famiglie. Emerge così un doppio rischio: frammentare le esperienze della bambina o del bambino e minimizzare l’importanza della famiglia.
Nel contesto norvegese, queste carenze documentate appaiono paradossali. Infatti, piani e strategie politiche di ampio respiro vengono elaborati da diversi ministeri con l’obiettivo preciso di fornire servizi di trattamento sia ai minori esposti alla violenza sia a chi se ne prende cura (Ministry of Children, Equality and Social Inclusion 2013), e di collaborare tra enti (Ministry of Health Care Services 2009). Ma, paradossalmente, l’infanzia continuava a «sfuggire alle maglie della rete». Per colmare queste falle sono state adottate misure aggiuntive: sono stati istituiti i Children Advocacy Centers e i Centri nazionali e regionali di competenza sulla violenza e lo stress traumatico, e sono stati rafforzati il Sistema di tutela dei minori (CPS, dall’inglese Child Protection System) e i Servizi di protezione della famiglia (FPS).
Il mandato generale dell’FPS norvegese è fornire un trattamento specialistico per problemi e crisi relazionali. In quanto servizio pubblico, è tenuto a offrire trattamento a persone singole, coppie, famiglie e minori. L’accesso avviene su iniziativa delle persone stesse, su indicazione di altri servizi, oppure perché il CPS impone un trattamento specialistico presso l’FPS per salvaguardare e garantire la necessaria tutela dei minori. Istituito per legge nel 1998, l’FPS è gratuito, ad accesso libero e non richiede l’invio da parte di altri enti: si tratta cioè di un servizio cosiddetto «a bassa soglia». L’unica eccezione è la possibilità giuridica del CPS di imporre un trattamento. Finanziato dallo Stato, il servizio è organizzato in 52 sedi in totale (Jensen 2013), con circa 3 sedi in ciascuna delle 19 contee del paese, per offrire servizi là dove le persone vivono. Il personale è composto soprattutto da figure professionali della psicologia, del servizio sociale e della pedagogia speciale, oltre ad alcune della psichiatria; la maggior parte lavora sotto l’ombrello di diversi approcci di terapia sistemica. Gran parte del personale è certificata come terapeuta familiare secondo i programmi accreditati di scuole e organizzazioni formative norvegesi (Jensen 2013). All’inizio, quando gli FPS furono istituiti, la maggior parte dell’utenza si rivolgeva al servizio per difficoltà di coppia. Dal 2007 si è aggiunto un Istituto di mediazione obbligatorio, definito come un rituale di negoziazione obbligatorio per tutti i genitori in Norvegia, volto a concordare tramite mediazione la cura e l’affidamento dei minori dopo il divorzio. Di recente, le autorità statali hanno introdotto un nuovo obbligo: dare priorità ai casi a rischio, definiti come quelli in cui vi sono preoccupazioni per trascuratezza o violenza nei confronti di minori (Norwegian Directorate for Children, Youth and Family Affairs 2014).
Questa nuova priorità rappresenta un importante cambiamento tematico, coerente con una crescente consapevolezza, politica e professionale, della diffusione della violenza domestica e delle sue gravi conseguenze, soprattutto per i minori coinvolti. Il nuovo mandato è legato a cambiamenti importanti nella società norvegese nel suo complesso: la presa di coscienza politica della violenza domestica negli anni Settanta, il successivo sviluppo dei centri antiviolenza in tutto il paese, la nascita di servizi di trattamento per uomini che agiscono violenza e la conseguente crescente consapevolezza dell’abuso sessuale sui minori, della violenza e del maltrattamento. Questi cambiamenti hanno posto le basi per il successivo recepimento della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza nel diritto norvegese (1999), al fine di garantire a bambine e bambini il diritto di vivere senza violenza e di veder tenute in debito conto le loro opinioni in tutte le questioni che li riguardano.
Negli FPS, questo cambiamento tematico ha ricevuto una spinta iniziale grazie a un progetto mirato, attuato dal 2004 al 2007 e poi prorogato fino al 2010. Promosso da Laila Dåvøy, allora alla guida del Ministero per l’infanzia, l’uguaglianza e l’inclusione sociale, e finanziato dal governo nazionale dell’epoca, il progetto «Bambine e bambini che vivono in famiglie con violenza» è stato seguito da due istituzioni professionali, Alternative to Violence (ATV), di Oslo, e il Centro di psicologia delle crisi (SfK), di Bergen. Vi hanno partecipato nove sedi FPS di tutto il paese. L’obiettivo era rafforzare le conoscenze, l’organizzazione e la capacità metodologica degli FPS nell’offrire trattamento alle famiglie con minori in cui c’è violenza. Lo sviluppo delle conoscenze è stato garantito da seminari e supervisione clinica organizzati in modo continuativo per le sedi partecipanti durante l’intero periodo del progetto (Heltne and Steinsvåg 2010), senza però prevedere alcun criterio di soglia pre o post per i servizi.
Sebbene le definizioni di violenza domestica varino (Gilbert et al. 2009a; Krug et al. 2002), quella utilizzata nel progetto di avvio era: «Qualsiasi azione diretta contro un’altra persona che, danneggiandola, ferendola, spaventandola o offendendola, la induce a fare qualcosa contro la propria volontà o a rinunciare a fare qualcosa che vuole fare» (Isdal 2013). È chiaro, tuttavia, che quando sono coinvolti minori la definizione va ampliata (MacMillian et al. 2013): la violenza in famiglia colpisce la casa, che è il contesto evolutivo più importante per l’attaccamento e la fiducia. Bambine e bambini sono costretti a vivere senza la sicurezza, il sostegno e il conforto delle loro principali figure di accudimento. Le stesse persone che agiscono violenza rinunciano alla propria competenza nel regolare il clima emotivo e nel fornire il sostegno necessario.
Tuttavia, nonostante questo grande investimento nell’FPS per dare priorità alle famiglie con minori in cui c’è violenza, non è stato condotto alcuno studio che esplori gli esiti e la sostenibilità del progetto di avvio. Sono stati descritti ambiti limitati, ma non la politica generale delle sedi partecipanti né quella dell’FPS nel suo complesso (si veda ad es. Norwegian Directorate for Children, Youth and Family Affairs 2011, 2013). Di recente, Middelborg e Samoilow (2014) hanno presentato una prospettiva di trattamento della violenza in famiglia centrata sull’infanzia e pensata a partire da essa, con linee guida dettagliate per i colloqui con i genitori, fornendo però solo pochi esempi di inclusione di bambine e bambini come soggetti partecipanti. Nessuno studio chiarisce come gli FPS, in termini più generali, diano continuità nella pratica alle conoscenze sviluppate attraverso il progetto.
L’esistenza, unica nel suo genere, di un ente pubblico di trattamento finanziato e riconosciuto dallo Stato, a bassa soglia — l’FPS — con il mandato di dare priorità al trattamento specialistico delle famiglie con minori in cui c’è violenza, rende urgente esplorare le pratiche generali in corso dopo il progetto iniziale. Con un simile mandato, come vengono forniti i servizi quando bambine e bambini vivono in famiglie con violenza?
L’FPS di Tromsø ha partecipato al progetto di avvio e si è poi posto l’obiettivo di dare priorità alle famiglie con minori in cui c’è violenza (Rostadmo 2011). Questa sede è uno degli FPS più grandi del paese. Offriva quindi un’eccellente occasione per esplorarla come esempio di pratica in corso dopo il progetto. Al suo arrivo all’FPS di Tromsø nel 2010, la persona che firma per prima questo articolo ha quindi avviato uno studio, condotto d’intesa con la direzione.
Lo studio pone le seguenti domande di ricerca, tra loro collegate: quali casi di minori che vivono in famiglie con violenza vengono inviati al servizio e quali servizi vengono forniti? Che cosa emerge come principali punti di scelta, dilemmi e sfide nell’offrire un trattamento specialistico in questi casi? Come pratica l’FPS la sensibilità alla violenza? E come viene inclusa la bambina o il bambino e come ci si prende cura della posizione psicologica dell’infanzia?
L’obiettivo dello studio è contribuire allo sviluppo di un servizio pubblico, a bassa soglia e specialistico di trattamento familiare che risponda nel modo migliore ai bisogni delle famiglie con minori in cui c’è violenza.
I dati comprendono tutti i casi dell’FPS di Tromsø nell’arco di un anno solare (2012) relativi a minori che vivevano in famiglie con violenza, in cui la violenza era stata segnalata al momento dell’invio e/o era emersa in seguito. I casi sono stati estratti dall’insieme dei casi clinici e dell’Istituto di mediazione, e poi verificati sul registro di una riunione interna settimanale di qualità dedicata a tutti i casi con minori e violenza. Sono stati inclusi 103 casi clinici su 554 e 3 casi dell’Istituto di mediazione su 336 (106). Il numero totale di minori era 205, di cui 58 sotto i 4 anni e 147 di 4 anni o più. In 33 famiglie i minori avevano tutti meno di 4 anni, in 21 famiglie ce n’erano sia sopra sia sotto i 4 anni e in 51 solo sopra i 4 anni. Il numero medio di minori per famiglia era simile a quello del resto del paese. La sede copriva un’area geografica pari al 4,5% della Norvegia continentale, più Longyearbyen, con una composizione etnica simile e la stessa proporzione relativa di minori di 18 anni del resto del paese.
Tutto il personale professionale (9) — con formazione in psicologia (2), in psicologia clinica (3), in servizio sociale e pedagogia speciale (4); di cui con certificazione di terapeuta familiare (5), in formazione in terapia familiare (1) e senza tale certificazione (3) — ha compilato un questionario semistrutturato per ciascuno dei propri casi, 106 in totale. Il questionario è stato compilato separatamente dalla persona o dalle persone che lavoravano su ciascun caso, e reso anonimo per chiunque altro. Le domande sono state elaborate a partire dallo studio della letteratura pertinente, da consultazioni con professionalità di ampia esperienza nel campo e da discussioni approfondite tra tutto il gruppo di lavoro nelle riunioni d’équipe su quale numero di domande fosse gestibile in un tempo accettabile, data la pressione quotidiana dell’erogazione del servizio. Le statistiche descrittive riassuntive sono state presentate nelle riunioni d’équipe successive per esplorare collettivamente i principali snodi, dilemmi e sfide. La persona che firma per prima l’articolo faceva parte del personale clinico e ha svolto il lavoro. Gli ambiti esplorati sull’insieme dei casi comprendevano tre grandi temi:
1. Quali casi vengono inviati?
In quanti casi la violenza viene segnalata all’accoglienza o in seguito? Che tipo di violenza viene segnalata, da parte di chi e contro chi, e chi invia e informa della violenza?
2. Quali servizi vengono forniti?
Quali casi ricevono priorità e con quali tempi di attesa? Chi stabilisce che certe azioni vanno chiamate violenza e chi informa la polizia e il CPS? Quali forme di cooperazione e quali colloqui hanno luogo? Si adottano misure per proteggere le persone utenti? Si utilizzano strumenti di valutazione, ad esempio su altri problemi come la salute psichica o l’abuso di sostanze? Esiste un legame tra il lavoro svolto e i tipi di violenza, ad esempio per quanto riguarda l’inclusione dei minori o di altri servizi, il numero di sedute o la chiusura dei casi?
3. Che cosa emerge come principali scelte, dilemmi e sfide, e come ci si prende cura della posizione psicologica dell’infanzia?
È stata consultata l’Autorità norvegese per la protezione dei dati, che ha comunicato che lo studio non richiedeva la sua approvazione.
I dati sono stati analizzati con lo Statistical Package for the Social Sciences (SPSS). La statistica descrittiva è stata utilizzata per ottenere statistiche riassuntive su tutti i casi. Gli ambiti sistematizzati sull’insieme dei casi comprendevano i tre grandi temi. Il test esatto di Fisher è stato applicato per verificare la significatività statistica nelle tabelle di contingenza 2*2, e il test di Brown-Forsythe per le differenze tra gruppi nel numero di colloqui. Le specificazioni dei principali snodi, dilemmi e sfide sono state analizzate e sistematizzate attraverso conversazioni con tutto il personale della sede, applicando un approccio di ricerca partecipativa (Johannessen et al. 2011). A tal fine, le statistiche descrittive riassuntive sono state presentate per la discussione in tre riunioni consecutive; in ogni riunione si riprendevano e ampliavano le discussioni della precedente, così da ottenere differenziazioni il più possibile ricche e ampie dei principali snodi, dilemmi e sfide. Le convergenze e le divergenze di opinione sono state discusse e sintetizzate insieme fino al consenso. Di seguito si descrivono prima i casi inviati, poi i servizi forniti e infine le principali scelte, dilemmi e sfide.
Un quinto di tutti i casi clinici di un anno è costituito da famiglie con minori in cui c’è violenza (106 su un totale di 554 casi clinici), cui si aggiungono 3 casi dell’Istituto di mediazione (3 su un totale di 336). La violenza viene segnalata al momento dell’invio nel 62,3% dei casi clinici (66 su 106) e in seguito nel 37,7% (40 su 106). In nessun caso dell’Istituto di mediazione la violenza viene segnalata al momento dell’invio.
La violenza fisica e la violenza fisica e psichica combinate sono presenti in più di tre quarti di tutti i casi (77,4% di tutti i casi). I casi restanti riguardano la violenza psichica. Il grado e l’entità della violenza fisica/psichica vanno da atti che mettono in pericolo la vita a colpi, percosse, spinte e strattoni ripetuti nel tempo, combinati con minacce, critiche e un controllo minuzioso. La violenza psichica consiste nell’uso prolungato di minacce di danno fisico, critiche e controllo minuzioso nel tempo.
Più nel dettaglio, esiste un’associazione statisticamente significativa tra i tipi di violenza e il fatto che la violenza venga segnalata o meno al momento dell’invio (p = 0.03). Quando la violenza viene segnalata, la più frequente è quella fisica. Esiste anche un’associazione statisticamente significativa tra la violenza fisica e la richiesta, al momento dell’invio, di aiuto contro la violenza fisica e psichica (p = 0.004), ma nessuna associazione statisticamente significativa tra la violenza psichica e i tipi di richiesta all’accoglienza.
Gli autori di violenza più frequenti sono i padri biologici, coinvolti nel 76,4% di tutti i casi e da soli in tre quinti (62,3%). Le madri agiscono violenza da sole nel 10 % dei casi, ma sono coinvolte nel 25,4% di tutti i casi. I patrigni agiscono da soli nel 5 %. Considerando l’insieme dei casi in cui una o entrambe le principali figure di accudimento agiscono violenza, si arriva a circa l’89,6% di tutti i casi (95 su 106). Minori della famiglia (figli o fratelli adolescenti) agiscono violenza in 6 casi su 106.
Le più esposte sono le madri da sole, o le madri insieme ai figli e alle figlie (66,1% di tutti i casi). I minori sono esposti in tutti i casi, e sono il bersaglio principale nel 64,1% dei casi. I padri sono esposti più di rado (15 casi) e, quando lo sono, quasi sempre insieme ad altre persone esposte contemporaneamente (13 su 15).
È di gran lunga la famiglia stessa a inviare più spesso (78 casi su 106), sia quando la violenza viene segnalata al momento dell’invio (41 su 66) sia quando viene segnalata in seguito (37 su 40). All’interno delle famiglie, sono le madri a inviare di più. Segue il CPS, che invia da solo (18) o insieme alla famiglia (8). Il CPS invia un quarto di tutti i casi (26 su 106), di solito informando della violenza all’accoglienza (23 su 26).
Osservando più da vicino chi invia all’interno della famiglia, tra la persona esposta e/o quella che agisce violenza, quest’ultima prende poche iniziative, qualunque sia il suo ruolo in famiglia. Se la madre agisce violenza da sola (11 casi), invia in 2. Se lo fa insieme al padre (12 casi), invia in 3. Anche i padri inviano poco, soprattutto quando sono essi stessi oggetto della violenza (15 invii su 17 da parte dei padri).
Esaminiamo qui le principali caratteristiche dei servizi forniti dall’accoglienza alla dimissione.
Tutti i casi con violenza segnalata al momento dell’invio saltano la lista d’attesa (66 su 106). Tutti i casi senza violenza segnalata all’accoglienza vanno in lista d’attesa (40 su 106). Gli invii da parte della famiglia prevalgono sia tra i casi che saltano la lista (41 su 66) sia tra quelli che vi entrano (37 su 40).
È evidente una differenza significativa nei tempi di attesa tra i casi messi in lista d’attesa e quelli che non lo sono. Tra i casi che saltano la lista, il 37,0% ottiene un appuntamento entro la prima settimana, e quasi il 68,2% entro 2 settimane. Tutti i casi con violenza nota al momento dell’invio ricevono un primo appuntamento nei giorni immediatamente successivi. Ogni attesa prolungata è dovuta a ragioni esterne all’FPS. In genere, i casi in lista d’attesa hanno un tempo di attesa di 4 mesi; le uniche eccezioni sono i casi dell’Istituto di mediazione, con un termine massimo di 3 settimane previsto dal mandato (3 casi su 106).
La maggior parte dei casi viene segnalata al CPS e/o alla polizia (78 casi su 106). Solo circa un quarto non lo è (28 su 106). Tutti i casi non segnalati al CPS (36 su 106) sono inviati all’FPS dalla famiglia stessa.
Osservando più da vicino chi segnala al CPS, la maggior parte delle segnalazioni proviene dall’FPS e dalla polizia, poi dalle madri, e solo poche dai padri. Anche altre persone esterne segnalano in misura importante: la famiglia allargata e la rete privata. In un solo caso è la bambina o il bambino stesso a contattare il CPS. I casi segnalati al CPS contengono più spesso violenza fisica.
Osservando più da vicino chi segnala alla polizia, le madri costituiscono la categoria più numerosa, seguite dal CPS. Anche qui le persone esterne sono importanti. Cinque minori contattano direttamente la polizia: da soli (2), insieme al padre, alla madre o alla scuola (2), oppure con il CPS (1). I casi segnalati alla polizia contengono più spesso violenza fisica, che è quella segnalata più spesso al momento dell’invio.
Si tratta di chi per primo definisce la violenza, indipendentemente dal fatto che il caso venga segnalato o meno alla polizia e/o al CPS. Se il caso è segnalato, questi enti possono essere, nei loro termini, i primi a stabilire che è in corso una violenza. Chi la definisce più spesso sono le madri (61,3%); i padri più di rado, e soprattutto quando sono essi stessi oggetto della violenza (15 casi su 17). Anche la polizia e il CPS la definiscono spesso (45,3%), così come la famiglia allargata e la rete privata, in quasi un quinto di tutti i casi. Inoltre, l’FPS dà un contributo importante (45,3% di tutti i casi), il più delle volte insieme ad altri.
Le misure di sicurezza vengono avviate nel 76,4% di tutti i casi (81 su 106). L’FPS ne è il principale promotore (55,7% di tutti i casi). Lo scopo è evitare che la persona esposta lo sia ulteriormente. Le misure vengono attuate dalla polizia (23,6%) e/o dal CPS (30,2%) secondo le rispettive istruzioni specifiche, e/o vengono elaborate dall’FPS in collaborazione con le persone utenti e la loro rete privata.
L’FPS collabora soprattutto con il CPS (50,0% di tutti i casi), con la polizia (8,5%) e con i principali enti pubblici del settore (22,6% di tutti i casi), come le case rifugio per donne, il Children Advocacy Center, la psichiatria per adulti, il reparto ospedaliero di pediatria somatica e il sistema giudiziario. La collaborazione minore si ha con l’assistenza sanitaria di base (3 casi su 106) e con i servizi specialistici di salute mentale per l’infanzia e l’adolescenza (2 casi su 106). In un quinto di tutti i casi l’FPS lavora da solo.
L’FPS organizza incontri terapeutici che includono adulti, da soli o insieme come coppia o come genitori, minori separatamente e/o insieme agli adulti, con o senza la partecipazione dei servizi invianti. Qui il termine «incontro terapeutico» indica gli incontri indipendentemente dagli specifici approcci teorici o metodologici adottati da chi li conduce. La maggior parte degli incontri si svolge con gli adulti. I minori sono inclusi in 39 casi su 106, ma in poche delle sedute complessive di questi 39 casi (15,2%). Quasi nessun minore di 4 anni vi prende parte (4 dei 39 casi; 4 su un totale di 58 minori sotto i 4 anni). Nessuna bambina e nessun bambino è incluso in 67 casi su 106.
Strumenti di valutazione standardizzati vengono utilizzati nel 22,6% di tutti i casi per valutare le esperienze e l’impatto della violenza e stimare il rischio. Problemi di abuso di sostanze o di salute mentale risultano noti nel 17,0% dei casi; per i restanti, si dichiara di non avere conoscenza di tali questioni. Gli strumenti consistono in un ampio insieme di misure elaborate a livello internazionale su trauma, abuso ed esposizione alla violenza, sui loro esiti e sul rischio, un insieme raccolto e messo a disposizione dalle istituzioni che hanno seguito il progetto di avvio (Kartleggingspakke ATV-SfK 2008).
I servizi sono soprattutto brevi: il caso più frequente è di 7 sedute o meno (70 % di tutti i casi); l’84 % dei casi riceve al massimo 12 sedute, i casi restanti fino a 49 sedute. Più nel dettaglio, il numero è statisticamente significativamente più alto quando sia la madre sia i minori sono esposti alla violenza, rispetto a quando lo è solo la madre o non lo è la madre (p = 0.02), e quando i minori sono inclusi nel lavoro rispetto a quando non lo sono (p = 0.01).
La chiusura dei casi (76 chiusi e 30 non chiusi) suggerisce che i casi durano più a lungo quando sia i minori sia la madre sono esposti e si verifica una violenza combinata, rispetto a quando solo la madre è esposta a un tipo di violenza. Ma queste differenze non sono abbastanza grandi da essere statisticamente significative.
Emerge una netta differenza tra chi lavora nel servizio per quanto riguarda l’inclusione dei minori: chi ha la pratica terapeutica pregressa più ampia con l’infanzia include i minori molto più spesso, sia nel numero totale di casi sia nel numero totale di sedute di ciascun caso; e quando bambine e bambini partecipano, il numero di sedute cresce e, di conseguenza, ogni caso richiede più tempo. Questa differenza è indipendente dal possesso o meno della certificazione di terapeuta familiare.
Di seguito segnaliamo e discutiamo le principali scelte, dilemmi e sfide così come sono stati analizzati attraverso l’approccio di ricerca partecipativa. Vengono delineati otto ambiti. Ci concentriamo su ciò che questo può dire sull’offerta di un servizio di trattamento familiare centrato sull’infanzia e al tempo stesso sensibile alla violenza. Le raccomandazioni elaborate sono evidenziate in corsivo.
Soprattutto, questo studio mostra che, se un FPS norvegese, in quanto servizio pubblico di trattamento specialistico, dà priorità alle famiglie con minori in cui c’è violenza, una grande parte del carico complessivo di casi diventa esattamente di questo tipo: qui, un quinto di tutti i casi clinici di un anno. Un caso su cinque è un numero elevato, considerando l’accesso libero e gratuito per ogni tipo di problema familiare e relazionale. Inoltre, lo studio mostra che lo stesso FPS riesce a essere all’altezza di un mandato politico che chiede insieme priorità e tempi di attesa brevi quando la violenza viene segnalata all’accoglienza. Tutti i casi con violenza nota al momento dell’invio ricevono un primo appuntamento nei giorni immediatamente successivi. Ogni attesa prolungata è dovuta a ragioni esterne all’FPS. Riuscire in un simile obiettivo è sorprendente, poiché la sede — come la maggior parte degli FPS in Norvegia — serve un’ampia area geografica e una popolazione numerosa, con una forte pressione di altri casi.
Un simile risultato si può ottenere solo grazie alla dedizione professionale e a una direzione chiara. E dipende dalla priorità politica. Perché questa pratica ha un grosso svantaggio. La priorità crea una coda. Altri problemi relazionali — come la terapia di coppia e le relazioni familiari complicate — devono aspettare, il che è in contrasto con l’obiettivo di prevenzione tramite un intervento precoce, che rientra tra le finalità dello stesso servizio (Norwegian Directorate for Children, Youth and Family Affairs 2014).
D’altra parte, la quota di casi senza violenza segnalata al momento dell’invio è ampia, il 38,6%, e questi vanno in lista d’attesa con lunghi ritardi. Questa emersione più tardiva della violenza può indicare un servizio che offre una collaborazione sensibile alla violenza. Ma può anche segnalare carenze nelle procedure di accoglienza, con una pratica troppo imprecisa per far emergere le questioni di violenza domestica. Come affermano Posada e Pratt (2008) e come illustrano Todahl e Walters (2011) sulla base di una revisione sistematica delle pratiche di screening della violenza nella coppia, la terapia familiare, in quanto servizio di aiuto, ha una possibilità professionale unica di esaminare il ruolo della violenza domestica nel proprio lavoro. Di conseguenza, raccomandano di riconoscere la grande e particolare responsabilità sociale e professionale di questi servizi nel vedere e ascoltare la violenza domestica. In linea con queste indicazioni, l’elevato numero di casi in cui la violenza viene segnalata tardi in questo studio sottolinea l’utilità di includere domande specifiche sulla violenza nella normale procedura di accoglienza dei servizi di trattamento familiare.
In secondo luogo, in linea con un’indagine nazionale sulla diffusione della violenza in Norvegia (Thoresen and Hjemdal 2014), le madri, o le madri insieme ai figli e alle figlie, sono le più esposte a ogni tipo di violenza. I padri sono esposti quasi esclusivamente quando si trovano insieme ad altre persone anch’esse direttamente esposte. I minori sono colpiti in tutti i casi, alcuni anche come autori di violenza. D’altra parte, chi maltratta sono soprattutto i padri (76,4% di tutti i casi) o i patrigni (5,8%), ma anche le madri agiscono violenza, da sole o insieme ad altri (25,5% di tutti i casi). Complessivamente, una o entrambe le principali figure di accudimento agiscono violenza nell’89,6% di tutti i casi. Dunque, in accordo con Øverlien (2012), la casa, in quanto luogo centrale di sicurezza e di crescita, è colpita dalla violenza domestica in tutti i casi.
Queste conoscenze suggeriscono che chi pratica la terapia familiare dovrebbe andare oltre una visione più tradizionale della violenza domestica, caratterizzata da autori maschi. Al contrario, in linea con Stith et al. (2012) e con George e Stith (2014), sembra necessario essere aperti al fatto che, sebbene uomini e padri siano di gran lunga gli autori di violenza più frequenti, anche madri e minori agiscono violenza. Come afferma anche Allen (2012), la ricerca recente rende necessario essere aperti a includere i contributi di altre persone coinvolte nella violenza domestica.
In terzo luogo, lo studio mostra che a inviare più spesso è la famiglia stessa, sia quando la violenza viene segnalata all’accoglienza (62,1% dalla famiglia) sia quando emerge nel corso del lavoro (92,5% dalla famiglia). All’interno delle famiglie, sono le madri a inviare più spesso. Complessivamente, le madri inviano più di chiunque altro sia al CPS sia alla polizia sia all’FPS, mentre i padri inviano molto meno, e quasi esclusivamente quando sono essi stessi oggetto della violenza. Di tutti gli invii, la violenza fisica è quella segnalata più spesso, sia negli invii all’FPS sia, in seguito, nelle segnalazioni dell’FPS al CPS e alla polizia.
Se si considera che molte persone non raccontano mai le proprie esperienze di violenza nonostante gravi conseguenze (Thoresen and Hjemdal 2014; Tracy and Johnson 2006), che la violenza viene spesso minimizzata da chi la subisce perché gli eventi sono troppo dolorosi da elaborare o troppo vergognosi da raccontare (Siegel 2013; Tracy and Johnson 2006), e che chi agisce violenza tende spesso a sminuirla e minimizzarla (Adams 2012), questo numero elevato di invii da parte delle famiglie trasmette un messaggio centrale: dare priorità, in un FPS, alle famiglie con minori in cui c’è violenza offre un servizio pubblico che le famiglie utilizzano. Crea un luogo in cui le persone osano porre questioni di possibile dubbio, vergogna e silenzio senza dover necessariamente dichiarare la violenza come biglietto d’ingresso, né dover attendere segni evidenti di trauma. Possono venire, assaggiare, valutare e osare.
Tuttavia, studi consistenti sottolineano che la società nel suo insieme ha bisogno di conoscere meglio le conseguenze per l’infanzia, affinché sia chi agisce violenza sia chi presta cura possa chiedere aiuto più facilmente (Adams 2012; Askeland et al. 2012). In accordo con Raundalen (2007) e Wekerle (2013), occorre una prospettiva più ampia dell’«infanzia come dotata di un valore proprio e di diritti propri», il che significa comprendere che chiedere aiuto per cambiare la violenza non va esclusivamente a beneficio degli adulti, ma è un imperativo e un bisogno della bambina o del bambino stessi. Come mostra lo studio, le madri inviano; i padri hanno bisogno di più speranza e fiducia per vedere e osare. E, come vedremo più avanti, le persone che agiscono violenza, uomini e donne, hanno bisogno di comprendere meglio le conseguenze della violenza domestica sui propri figli e figlie, per alimentare la disponibilità e il coraggio necessari al cambiamento.
In quarto luogo, nell’insieme dei casi, chi agisce violenza è chi invia meno, chiunque sia. Se la madre agisce da sola (11 casi), invia in 2. Se insieme al padre (12 casi), invia in 3. Anche i padri inviano poco quando sono autori di violenza (17), e allora soprattutto quando sono essi stessi oggetto della violenza (15 su 17). Dunque, la forza motrice del cambiamento sono le persone esposte. Chi porta la scarpa, chi sa dove fa male, è chi chiede il cambiamento. Tranne l’infanzia: solo un minore contatta il CPS e solo due la polizia. Quando, per il resto, l’iniziativa parte dai minori (3 su 6), si rivolgono a persone esterne alla famiglia stretta.
Ancora una volta si vede che l’infanzia dipende da adulti che ne difendano le ragioni e ne siano portavoce. Chi agisce violenza ha bisogno che altri siano il motore principale del cambiamento. Quando c’è violenza, la lucidità e la comprensione della necessità di cambiare sono distribuite in modo diseguale. Di recente, la ricerca sull’uso del feedback dell’utenza per migliorare la terapia (Duncan and Sparks 2008), anche nel contesto naturalistico di un FPS (Anker et al. 2009; Sundet 2014; Ulvestad et al. 2007), mostra l’importanza del feedback delle persone utenti perché i processi terapeutici siano utili ai cambiamenti necessari. Questo studio sottolinea l’importanza di invitare la voce più silenziosa — quella dell’infanzia — nel processo di trattamento, perché informi e dia forma a quel processo e garantisca i cambiamenti necessari.
In quinto luogo, un FPS, grazie alla sua priorità, può riuscire a offrire un canale facilmente accessibile e molto utilizzato attraverso cui il CPS invia a un trattamento specialistico le famiglie con minori in cui c’è violenza. Lo studio mostra che il CPS è, dopo la famiglia, l’ente che invia di più a questo FPS: fornisce un quarto di tutti gli invii e di solito informa della violenza all’accoglienza. Ogni caso così segnalato riceve un appuntamento immediato. Inoltre, in senso inverso, l’FPS segnala al CPS circa un quinto di tutti i casi. Nel complesso, ne risulta una collaborazione fluida in entrambe le direzioni tra questi due importanti servizi pubblici, il CPS e l’FPS. Inoltre, un FPS, grazie alla sua priorità, genera anche un’ampia collaborazione con altri enti pertinenti, compresa la polizia. La cooperazione minore si ha con l’assistenza sanitaria di base, con pochissimi collegamenti, e con i servizi specialistici di salute mentale per l’infanzia e l’adolescenza, con cui la cooperazione è quasi nulla.
Considerando gli studi che documentano le difficoltà generali dei servizi specialistici di salute mentale norvegesi nel cogliere le esperienze di violenza dei minori, unite alla riluttanza di questi servizi a includere la famiglia nel lavoro in corso (Ormhaug et al. 2012; Reigstad et al. 2006; Reigstad 2012; Røberg 2011; Wassnes 2012), nonché al rifiuto di invii di minori esposti alla violenza perché privi di diagnosi e/o in situazioni di accudimento troppo instabili (Heltne and Steinsvåg 2010, 2011), il presente studio sottolinea ancora una volta la sfida di fornire tali servizi alle famiglie con minori in cui c’è violenza. Dati sia il gran numero di famiglie che si rivolgono spontaneamente all’FPS quando c’è violenza, sia i numerosi casi in cui la violenza emerge dopo l’invio, insieme alla ricerca che documenta le conseguenze della violenza domestica sui minori, serve un accesso più facile ai servizi specialistici di salute mentale, nonché una collaborazione più fluida con l’FPS.
Inoltre, la bassa frequenza della collaborazione con l’assistenza sanitaria di base trasmette un messaggio ulteriore: in linea con voci recenti del settore norvegese delle cure primarie, che sollecitano a inserire domande sulla violenza familiare nelle procedure di valutazione standard (Ude 2014), il presente studio rafforza la necessità di un riconoscimento più precoce della violenza nell’assistenza sanitaria di base, nonché di un coinvolgimento più ampio dell’FPS come parte della loro offerta di servizi.
In sesto luogo, questo FPS pubblico, grazie alla sua priorità, riesce a fornire servizi di trattamento brevi. Circa il 70 % di tutti i casi riceve 7 sedute o meno, e l’84 % al massimo 12 sedute. Un numero maggiore di sedute (da 13 a 49) si ha soprattutto quando i minori sono inclusi e quando sia la madre sia i minori sono esposti. Pertanto, considerando la ricerca sulle conseguenze della violenza sulla salute mentale e somatica, lo studio suggerisce che i servizi di trattamento specialistico possono essere brevi se forniti al momento giusto: in un luogo facilmente accessibile, a bassa soglia, quando l’aiuto è desiderato e vissuto come urgente. I costi economici possono diminuire sia per la società sia per le singole persone, poiché la violenza ha un costo elevato: in Norvegia, tra 4,5 e 6 miliardi di corone norvegesi (NOK) all’anno (Rasmussen et al. 2012).
In linea con gli studi sul rapporto costo-efficacia della terapia di coppia e familiare (si vedano ad es. Crane and Christenson 2012; Crane and Payne 2011; Gelles and Maynard 1987; Klientz et al. 2010; Moore et al. 2011), il presente studio mostra una modalità di psicoterapia relativamente poco costosa. Tuttavia, sono necessarie misure di esito molto più approfondite. Sebbene il Partners for Change Outcome Management System sia in corso di introduzione negli FPS (Anker et al. 2009; Duncan and Sparks 2008; Sundet 2014), in questo studio le misure di esito non sono state compilate sistematicamente. Per rendere conto degli effetti è necessario un uso sistematico di tali misure.
In settimo luogo, solo nel 22,6% dei casi vengono utilizzati strumenti di valutazione standardizzati per valutare le esperienze e l’impatto della violenza e stimare il rischio. Un’attenzione supplementare alla violenza si ha attraverso gli invii del CPS, che contengono resoconti dettagliati della violenza (25 % dei casi), e attraverso le segnalazioni dell’FPS al CPS (20 %), che pongono le basi di un’ampia cooperazione tra CPS e FPS orientata alla violenza, oltre alle segnalazioni alla polizia e alla collaborazione con essa.
Tuttavia, un uso così poco frequente degli strumenti di valutazione costituisce una sfida per diversi motivi: un’ampia documentazione mostra che la violenza viene spesso comunicata meno di quanto avvenga (Askeland et al. 2012), minimizzata sia da chi la subisce (Siegel 2013; Tracy and Johnson 2006) sia da chi la agisce (Adams 2012), e legata inoltre a forti sentimenti di vergogna genitoriale quando sono coinvolti i minori (Holt 2014). Un uso poco frequente di strumenti di valutazione standardizzati è particolarmente problematico se si considera la possibilità unica, per chi pratica la terapia familiare, di esaminare il ruolo della violenza familiare nell’ambito delle collaborazioni terapeutiche (Posada and Pratt 2008; Todahl and Walters 2011).
Nel complesso, è stata pubblicata poca ricerca che documenti come, o se, gli strumenti di valutazione vengano utilizzati da chi pratica la terapia di coppia e familiare (Stith et al. 2012). Tuttavia, molti studi hanno cercato di rafforzare l’integrazione tra modelli di valutazione e di intervento familiare (ad es. Asen et al. 1989; Bentovim 2004; Fernandez 2007; Cohen and Mannarino 2008; MacGregor et al. 2014; MacMillian et al. 2013; Schacht et al. 2009; de Melo and Alarcáo 2011). In generale, sebbene gli strumenti di valutazione debbano essere adattati ai contesti di collaborazione sensibili alla violenza, un loro uso poco frequente può ridurre il necessario rispetto per l’esigenza di essere informati da tutte le persone coinvolte in contesti adeguati e sufficientemente sicuri.
Un dilemma analogo si pone per le questioni dell’abuso di sostanze e della malattia mentale. Problemi di abuso di sostanze o di salute mentale risultano noti nel 17,0% dei casi; per i restanti, si dichiara di non avere conoscenza di tali questioni. Di recente si è fatta strada una crescente consapevolezza del fatto che la violenza si accompagna spesso ad altri problemi significativi, in particolare all’abuso di sostanze. Un ampio corpus di ricerche ha rilevato un legame tra violenza domestica e abuso di sostanze sia in campioni clinici sia non clinici (Christensen 2010; Donohue et al. 2006; Stith et al. 2012). Di conseguenza, questo studio indica un sottoutilizzo degli strumenti di valutazione standardizzati necessari per un FPS sufficientemente sensibile alla violenza.
In ottavo luogo, e in modo sorprendente considerando il mandato specifico di occuparsi delle famiglie con minori in cui c’è violenza, i servizi sono offerti principalmente agli adulti. Solo 39 casi su 106 includono i minori, e solo in poche delle sedute complessive di questi casi (15,2%). Quasi nessun minore di 4 anni vi prende parte (4 casi su 39; 4 su un totale di 58 minori sotto i 4 anni), sebbene più della metà dei casi (54 su 106) abbia minori sotto i 4 anni. Date le conseguenze della violenza domestica sull’infanzia, anche sotto i 4 anni (ACE-study 2013), si tratta di un tasso allarmantemente basso. Lo studio mostra che anche un servizio con una priorità specifica per le famiglie con minori in cui c’è violenza include l’infanzia troppo di rado.
Pertanto, la pratica messa in luce da questo studio coincide con le voci della ricerca e della letteratura cliniche che indicano come i servizi di terapia familiare siano stati troppo esitanti nell’includere i minori (Hartzell et al. 2009; Lund et al. 2002; Rober 2008; Ruble 1999; Sori and Sprenkle 2004). Tuttavia, lo studio mostra una netta differenza professionale: indipendentemente dal possesso o meno della certificazione di terapeuta familiare, chi ha più esperienza nel lavoro terapeutico con l’infanzia include i minori molto più spesso; e quando bambine e bambini partecipano, il numero di sedute cresce e di conseguenza richiede più tempo. Sorge quindi una nuova domanda: dato il forte impatto della violenza sull’infanzia, come può il servizio arrivare a un’inclusione più effettiva della bambina o del bambino?
Considerando l’esistenza, unica nel suo genere, di un ente pubblico di trattamento finanziato e riconosciuto dallo Stato, a bassa soglia — l’FPS — con il mandato di dare priorità al trattamento specialistico delle famiglie con minori in cui c’è violenza, questo studio, condotto in uno dei più grandi FPS della Norvegia, mostra innanzitutto e soprattutto che, se tali servizi ricevono priorità, questi casi arrivano a ondate. Soprattutto, apre la possibilità che siano le persone stesse a venire e chiedere aiuto. Apre porte a chi vive nel mezzo della violenza. Inoltre, lo studio chiarisce che è possibile per un FPS pubblico adempiere al mandato di fornire servizi su corsia preferenziale quando la violenza è nota all’accoglienza, e offrire un canale diretto al CPS per ottenere un trattamento specialistico coordinato, nonché collaborazione con altri importanti enti pubblici.
In sintesi, lo studio indica che gli investimenti realizzati attraverso il progetto nazionale «Bambine e bambini che vivono con la violenza in famiglia» mostrano un inizio promettente. Mostra che è possibile per un FPS pubblico offrire un canale diretto, molto utilizzato ed efficiente, sia ai privati sia agli enti partner, per la collaborazione e il trattamento specialistico. Esemplifica un modo possibile per rendere più rapidi i servizi di terapia familiare quando c’è violenza.
Inoltre, lo studio illustra un FPS che non teme di partecipare alla comprensione e alla definizione di certe azioni come violenza, né di avviare le misure di sicurezza necessarie. In breve, mostra un FPS pubblico capace di prendere posizione contro la violenza. Un FPS di questo tipo diventa un collaboratore attivo sia dei privati sia dei principali enti pubblici, soprattutto il CPS e la polizia. Così, lo stesso FPS esemplifica una strada che unisce apertamente la terapia alla presa di posizione contro la violenza.
Una simile combinazione supera i forti e diffusi avvertimenti dei punti di vista di ispirazione femminista, secondo cui il campo della terapia familiare minimizza le differenze di potere tra uomini e donne insite nella violenza familiare. Il campo è stato accusato di offrire un approccio «aut aut», in cui la violenza viene occultata a vantaggio della riconciliazione (Stith et al. 2012), insieme a un uso troppo poco frequente di strumenti di valutazione per riconoscere la violenza (Schacht et al. 2009). L’ampia collaborazione di questo FPS (1) nel definire la violenza e (2) nell’avviare misure di sicurezza esemplifica un approccio «sia-sia».
Al tempo stesso, resta una sfida importante: rafforzare l’uso degli strumenti di valutazione standardizzati. L’esigenza di assumere la responsabilità particolare dei servizi di terapia familiare nell’esaminare a fondo il ruolo della violenza domestica come parte del trattamento (Posada and Pratt 2008; Todahl and Walters 2011) è quanto mai pertinente per questo FPS.
Tuttavia, si impone un fenomeno: quasi nessuna persona che agisce violenza chiede aiuto. Chi subisce la violenza è chi chiede aiuto, tranne l’infanzia. Tutti i minori ne sono colpiti; quasi nessuno contatta un servizio di aiuto. Poiché chi agisce violenza ha bisogno di altri che promuovano il cambiamento, diventa cruciale includere nel lavoro in corso le esperienze delle persone esposte. In linea con la definizione di violenza di Per Isdal (2013), chi subisce la violenza è la misura più importante del cambiamento, ciò che indica che è stato svolto un lavoro sufficientemente buono e che i cambiamenti necessari sono stati realizzati. Di conseguenza, includere il racconto di quella persona nel lavoro in corso costituisce la prova del nove per garantire che si svolga un lavoro sufficiente con le famiglie con minori in cui c’è violenza. Tuttavia, come mostra lo studio, proprio questa risulta essere la carenza dominante dei servizi forniti.
Perché, paradossalmente, lo studio mette in luce che anche un FPS con la precisa priorità di includere una prospettiva sull’infanzia nel lavoro sulla violenza familiare funziona con uno squilibrio dominante: la violenza è senza dubbio una questione centrale. Ma, sebbene i minori siano colpiti in tutti i casi, i servizi di trattamento vengono offerti quasi esclusivamente agli adulti. Su un totale di 106 casi, solo 39 famiglie includono i minori, e solo nel 15 % delle sedute complessive di queste famiglie. Solo 4 di esse includono minori sotto i 4 anni. Data l’ampia ricerca e documentazione clinica sulle conseguenze della violenza domestica sull’infanzia, il risultato è una grave trascuratezza nei confronti dell’infanzia. La bambina o il bambino reale, che partecipa, è in larga misura escluso, e la posizione psicologica dell’infanzia non viene adeguatamente presa in carico. L’assenza delle esperienze specifiche dell’infanzia nasconde una comprensione necessaria dell’impatto della violenza e riduce le possibilità di cambiamenti informati dal dialogo per le persone coinvolte. In linea con l’avvertimento di Raundalen alla fine del progetto di avvio, questo studio condotto in un grande FPS mostra un rischio ancora attuale e generale nel lavoro con le famiglie e la violenza: che il servizio diventi «tenero con gli adulti e duro con l’infanzia» (Norwegian Directorate for Children, Youth and Family Affairs 2011).
Nel contesto giuridico norvegese, i diritti dell’infanzia sono rafforzati dal recepimento della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza nel diritto norvegese, mediante una modifica del 2003 alla Legge sui diritti umani, che prevale su qualsiasi altra disposizione legislativa in contrasto (Act relating to the strengthening of the status of human rights in Norwegian law (The Human Rights Act) 21.5 (1999)No. 30.). Questo approccio alla tutela dei minori fondato sui diritti umani costituisce il catalizzatore centrale di un cambiamento di paradigma che trasforma sia la tutela sia la partecipazione dell’infanzia (Wekerle 2013). Un paradigma dei diritti dell’infanzia è «la dichiarazione del fanciullo come titolare di diritti e non come beneficiario delle attività benevole degli adulti» (Article 13, Para. 72b); esso costituisce la premessa per l’inclusione di bambine e bambini.
Più nel dettaglio, secondo l’articolo 13 della Convenzione: «Gli Stati parti adottano ogni misura legislativa, amministrativa, sociale ed educativa per tutelare il fanciullo contro ogni forma di violenza, di oltraggio o di brutalità fisiche o mentali…». L’articolo 12 recita: «Gli Stati parti garantiscono al fanciullo capace di discernimento il diritto di esprimere liberamente la sua opinione su ogni questione che lo interessa, le opinioni del fanciullo essendo debitamente prese in considerazione tenendo conto della sua età e del suo grado di maturità».
Tuttavia, anche in un paese con le migliori intenzioni, con una Convenzione ONU ratificata, con importanti piani ministeriali e con misure rilevanti adottate per tutelare l’infanzia, il presente studio mostra che le esperienze e i costi sostenuti dai minori quando c’è violenza familiare non sono ancora quasi per nulla inclusi nel lavoro di questo importante servizio pubblico di trattamento familiare organizzato dallo Stato, nonostante il suo mandato specifico in tal senso. L’infanzia continua a «sfuggire alle maglie della rete». È in atto una grave trascuratezza nei confronti dell’infanzia. Il mandato politico richiede uno sguardo più attento a come ci si prende cura della parte più debole — l’infanzia — senza buttarla via «con l’acqua sporca».
L’assenza dell’infanzia è tanto più sorprendente se si considera che gli stessi minori, quando ne hanno l’opportunità, desiderano essere invitati a condividere e comprendere ciò che accade quando c’è violenza, e lo ritengono fondamentale (Ernst 2006; Flåm 2013; Flåm and Haugstvedt 2013; Jensen et al. 2005; Ungar 2004; Øverlien et al. 2009). E, quando viene loro chiesto, desiderano in larghissima maggioranza partecipare alle sedute di terapia familiare (Hartzell et al. 2009; Sheinberg and True 2008; Stith et al. 1996; Fauske 2011). Inoltre, trovano frustrante essere esclusi dalla partecipazione, sia che vengano lasciati in sala d’attesa, sia che si chieda loro di partecipare a un processo orientato agli adulti che non prevede canali adeguati alla loro partecipazione (Stith et al. 1996).
Tuttavia, come illustrano Vis et al. (2011), coinvolgere i minori nelle collaborazioni e nelle decisioni che riguardano la loro vita, e fare in modo che tale partecipazione sia utile, pone dei requisiti al lavoro in corso: occorre invitarli in contesti che forniscano informazioni, che spieghino ciò che sta accadendo, ed essere aperti alle loro agende e domande. Perché, anche se invitati, non necessariamente si uniscono: esplorano, si avvicinano e si ritirano a seconda della propria esperienza di essere o meno adeguatamente ascoltati (O’Reilly and Parker 2013). Se interpellati, danno consigli su ciò che li fa sentire inclusi: essere accettati e poter esprimere i propri sentimenti, e che chi conduce la terapia si adatti a ogni persona e dia spazio a prospettive diverse (Hartzell et al. 2009). In breve, bambine e bambini sono ricercatori attivi dei canali e delle possibilità dialogiche in corso (Bråten 2007; Flåm and Haugstvedt 2013).
Come affermano le stesse figure professionali della terapia familiare, coinvolgere i minori può portarle ai limiti della loro zona di comfort, allontanandole dagli approcci ben noti con gli adulti verso modi forse più sconosciuti di parlare, raccontare e condividere (Hartzell et al. 2009; Lund et al. 2002; Rober 2008; Wilson 2008). Tuttavia, quando lo si fa, anche chi presta cura si riprende meglio dopo la violenza familiare se la terapia viene offerta ai figli e alle figlie (Holt et al. 2014), così come ai minori e ai genitori insieme (Chaffin et al., 2004; Herschell et al. 2000; Herschell and McNeil 2005).
Sebbene questo studio non si concentri sull’elaborazione di come coinvolgere i minori nel lavoro orientato alla famiglia e alla rete, la letteratura e la ricerca cliniche recenti offrono ampie indicazioni (si vedano ad es. Chaffin et al. 2011; Cohen and Mannarino 2008; Grammer 2009; Herschell and McNeil 2005; Kolko and Swenson 2002; Kjellberg et al. 2013; Larner 2003; Lowenstein 2010; Lund et al. 2002; MacMillian et al. 2009; Rober 2008; Sheinberg and True 2008; Siegel 2013; Sori 2006; Swenson et al. 2010; Turns and Kimmes 2014; Vetere and Dowling 2008; Wilson 2007, 2008). Come affermato da figure pionieristiche del campo, una migliore comprensione dei processi di attaccamento tra genitori e figli aiuta a orientare un trattamento migliore per i minori maltrattati (Cicchetti et al. 1989). Ma, come avvertono altre figure precorritrici, la lente dell’attaccamento può contribuire a mascherare i bisogni di sostegno differenziato della bambina o del bambino, occultando una responsabilità complessiva che va oltre l’obiettivo di ridurre il maltrattamento da parte dei genitori come «soluzione parziale», e richiede uno sguardo più attento ai bisogni dell’infanzia (Graciano and Mills 1992).
Qualunque sia l’approccio, come sottolinea il presente studio, serve un triplice punto di vista: includere i temi della violenza, includere l’infanzia ed esplorare spazi di dialogo tra minori e adulti.
In sintesi, il fatto che in tutti i casi di questo studio la casa, in quanto luogo centrale di sicurezza e di crescita, sia colpita, fornisce indicazioni per le pratiche future: poiché la violenza crea asimmetria, servono prospettive che includano al tempo stesso quella della bambina o del bambino, quella dell’adulto esposto e quella di chi maltratta. Mantenere una prospettiva limitata alla singola persona, o soltanto di coppia o genitoriale, o una prospettiva familiare più indefinita, diventa restrittivo.
Servono approcci che promuovano e integrino sia l’acquisizione e l’uso delle conoscenze sulla violenza nella coppia sia quelle sul maltrattamento infantile (MacGregor et al. 2014). Ciò significa includere e integrare le voci coinvolte non solo sul piano concettuale, ma in vivo e de facto, per orientare i cambiamenti necessari.
Come illustrano Stith et al. (2012), che offrono una rassegna dettagliata dello stato attuale della letteratura sulla violenza relazionale, è necessaria una svolta importante nel campo della terapia della violenza domestica, che si allontani dalle prospettive di trattamento più individualizzate verso approcci orientati alla famiglia. E, come afferma Siegel (2013) sulla base di una rassegna dettagliata della ricerca sulla violenza familiare, i servizi offerti alle famiglie con violenza non hanno tenuto il passo con la ricerca emergente, che fornisce ampie informazioni sulle conseguenze della violenza familiare; molto spesso il trattamento è stato offerto come servizi separati all’uno o all’altro adulto, e troppo di rado come trattamento congiunto, sebbene le motivazioni e gli indizi di efficacia di un approccio ampliato ai trattamenti, che includa i sistemi familiari e le persone coinvolte, siano stati ripetutamente esposti.
Guardando al futuro, gli FPS norvegesi continueranno a essere una porta d’accesso per i casi che chiedono un trattamento per crisi e problemi relazionali. Molte famiglie con minori in cui c’è violenza si rivolgeranno all’FPS, dove il lavoro con la violenza richiederà una pratica di accoglienza accurata, un follow-up sensibile alla violenza e una cooperazione fluida. Fortunatamente, questo servizio pubblico ha già una priorità, stabilita da un mandato politico, per i casi di minori che vivono in famiglie con violenza (Norwegian Directorate for Children, Youth and Family Affairs 2014). Serve quindi un FPS più preparato a includere l’infanzia. In linea con l’ACE-study (2013), aprire uno spazio alle voci dell’infanzia quando c’è violenza è il mezzo più efficace per eliminare l’abuso di potere e la solitudine nascosti nei segreti e nel silenzio, e per aprire le porte al cambiamento. Così, un FPS con priorità per l’infanzia e le famiglie con violenza costituisce una chiave per una migliore salute pubblica generale sia a breve sia a lungo termine. Gli adulti hanno bisogno di trovare un servizio così. I minori hanno il diritto individuale di riceverlo (Lassen 2013).
In linea con MacMillian et al. (2013), che esaminano da vicino la sicurezza dei minori nei casi di violenza domestica, e con Schacht et al. (2009), che studiano le pratiche di valutazione di chi pratica la terapia di coppia, il presente studio mostra che servono prospettive familiari integrative, che uniscano la sensibilità alla violenza alle misure di sicurezza, includendo la voce e la posizione partecipanti della bambina o del bambino nel processo.
Si può obiettare che, poiché i dati utilizzati comprendevano la valutazione che il personale stesso dava delle principali scelte, dilemmi e sfide, le informazioni presentate potrebbero essere fuorvianti. In primo luogo, il personale potrebbe essere influenzato dalle proprie preferenze metodologiche e quindi non fornire risposte rappresentative. Tuttavia, poiché le risposte sono state analizzate congiuntamente sulla base di statistiche descrittive riassuntive, una presentazione distorta può essere corretta più facilmente che nel caso di presentazioni individuali. In secondo luogo, si può obiettare che la mancanza di informazioni sulle pratiche terapeutiche concrete di ciascuna figura professionale possa offuscare una comprensione necessaria di come incidano i diversi approcci terapeutici. Certo, lo studio avrebbe potuto essere ampliato fornendo una conoscenza più dettagliata della pratica terapeutica concreta di ciascuna figura professionale, a integrazione di quella attuale. Data la natura della violenza, gli studi sulle pratiche terapeutiche dettagliate sono molto pertinenti e potrebbero aggiungere conoscenze preziose per orientare le pratiche future nel settore. Tuttavia, un’attenzione così dettagliata andava oltre i limiti di tempo e di risorse economiche del progetto. In terzo luogo, l’assenza di misure pre e post come prova di efficacia può essere considerata un limite importante, che nasconde la possibilità di un lavoro terapeutico non riuscito. Di conseguenza, misure più dettagliate per valutare i fattori e le circostanze di rischio, e i loro possibili cambiamenti, fornirebbero una conoscenza approfondita e preziosa dei cambiamenti. Certamente, una maggiore inclusione e compilazione futura di misure di esito nell’FPS fornirà le conoscenze valutative necessarie. Infine, ci si sarebbe potuti aspettare uno studio più dettagliato della cooperazione tra l’FPS e gli enti con cui collabora più strettamente, ad esempio il CPS, nonché una descrizione e una discussione più approfondite degli approcci terapeutici utili, basati sulla ricerca e sulla letteratura clinica, per includere i minori nella terapia familiare. Questo non è tuttavia l’obiettivo del presente studio.
Il messaggio complessivo di questo studio è che gli investimenti realizzati negli FPS norvegesi attraverso il progetto nazionale «Bambine e bambini che vivono con la violenza in famiglia» mostrano un inizio promettente. Mette in luce che è possibile per un FPS pubblico offrire un canale diretto, molto utilizzato ed efficiente, sia ai privati sia ai servizi partner, per il trattamento specialistico e la collaborazione. Esemplifica un modo possibile per rendere più rapidi i servizi di terapia familiare quando c’è violenza. Lo studio mostra quindi che l’esistenza, unica nel suo genere, di un ente pubblico e specialistico di trattamento finanziato e riconosciuto dallo Stato, a bassa soglia — l’FPS — con il mandato di dare priorità al trattamento delle famiglie con minori in cui c’è violenza, ha posto le basi per una pratica conforme agli obiettivi previsti.
Tuttavia, sebbene i servizi vengano forniti abbastanza rapidamente quando la violenza viene segnalata, il servizio offerto richiede cambiamenti sotto diversi aspetti: serve una procedura di accoglienza più sensibile alla violenza, è necessaria una cooperazione più fluida e più stretta sia con i servizi specialistici di salute mentale sia con l’assistenza sanitaria di base, l’uso di strumenti di valutazione standardizzati è troppo poco frequente e le misure di esito vanno rafforzate in modo sostanziale per documentare se il trattamento ha successo e se la violenza è stata eliminata. Data la natura della violenza, sono richieste in particolare misure di follow-up. Ma, prima di tutto, lo studio chiede una migliore inclusione dell’infanzia. In terapia familiare, ciò significa non parlare soltanto della bambina o del bambino o a suo nome. Significa parlare con. Richiede un lavoro «con-l’infanzia», più che un lavoro «sull’-infanzia» (Anderson 1997; Shotter 2010, 2012). Chiede di ampliare lo spazio e i mezzi per condividere e raccontare in modi diversi da quelli più consueti con gli adulti, adatti all’età e alle capacità di bambine e bambini, perché possano condividere, osare e così orientare i cambiamenti necessari, senza mascherare la responsabilità degli adulti.
Vedere l’infanzia è insito nel mandato politico norvegese che chiede agli FPS di dare priorità alle famiglie con minori in cui c’è violenza. In modo provocatorio, tuttavia, secondo l’articolo 13 della Convenzione ONU, l’attenzione all’infanzia è richiesta non soltanto «come beneficiaria delle attività benevole degli adulti», né come etica dell’ospitalità (Larner 2003). Soprattutto, l’obbligo principale riguarda la bambina o il bambino «come titolare di diritti a pieno titolo». Pertanto, secondo la stessa Convenzione, gli FPS norvegesi, in quanto servizio di trattamento familiare di un paese che rispetta tale Convenzione, sono tenuti a rafforzare i propri sforzi per tenere conto con maggiore efficacia dell’infanzia quando si verifica violenza domestica. Serve un’inclusione più effettiva dell’infanzia per offrire una protezione della famiglia conforme al mandato, e non una protezione degli adulti con appena uno sguardo di sfuggita alla bambina o al bambino. Di conseguenza, questo studio offre ragioni e può dare impulso a un investimento prolungato centrato sull’infanzia per costruire negli FPS le conoscenze, i mezzi terapeutici, il coraggio professionale e la valutazione necessari a una migliore inclusione effettiva dei minori nei casi di violenza familiare.
Complexe Systémique: punti chiave
Il merito dello studio è che conta. In un servizio pubblico gratuito e a bassa soglia, incaricato di dare priorità ai minori esposti alla violenza, un caso su cinque rientra in questa categoria, gli appuntamenti vengono fissati in pochi giorni e le famiglie, soprattutto le madri, si rivolgono al servizio di propria iniziativa. Ma l’infanzia, in nome della quale il dispositivo esiste, viene vista in poco più di un terzo delle famiglie e nel 15% delle loro sedute; i più piccoli, quasi mai. La constatazione vale oltre la Norvegia: la terapia familiare parla più volentieri dell’infanzia che con l’infanzia. Per una lettura sistemica, spiccano due punti. La violenza crea asimmetria, il che esclude una circolarità ingenua e impone di tenere insieme la persona esposta, chi agisce violenza e il minore. E sono i membri dell’équipe già abituati a lavorare con l’infanzia a invitarla, il che fa dell’inclusione una competenza da formare più che una semplice consegna. I limiti risiedono in una sola sede, in dati riferiti dall’équipe stessa e nell’assenza di misure di esito. Da leggere insieme a l’intervista a Marco Vannotti sul maltrattamento infantile e a l’intervista a Silvia Mesterman sul lavoro clinico con la violenza familiare.
Note dell’originale
Ringraziamenti. Desideriamo ringraziare la direzione e il personale del Servizio di protezione della famiglia di Tromsø per aver sostenuto lo studio dedicandovi il proprio tempo. Ringraziamo inoltre Bruce Wampold del Modum Bad e Per Øystein Steinsvåg di ATV-Oslo per l’aiuto con il questionario. Ringraziamo Hanne Haavind dell’Università di Oslo e Harlene Anderson dello Houston Galveston Institute per le preziose discussioni durante tutto il percorso, e Bruce Wampold del Modum Bad, Odd Arne Tjersland dell’Università di Oslo e Philip Kearney del Clanwilliam Institute di Dublino per i preziosi commenti su una prima stesura del manoscritto.
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Traduzione non ufficiale in italiano di Where is the Child in Family Therapy Service After Family Violence? A Study from the Norwegian Family Protection Service, di Anna Margrete Flåm e Bjørn Helge Handegård, Contemporary Family Therapy, vol. 37, n 1 (2015), doi: 10.1007/s10591-014-9323-5, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Traduzione non ufficiale dell’articolo originale «Where is the Child in Family Therapy Service After Family Violence? A Study from the Norwegian Family Protection Service», pubblicato in Contemporary Family Therapy (2015) con licenza CC BY 4.0. Tradotto e impaginato da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Flåm, A. M., e Handegård, B. H. (2015). Where is the Child in Family Therapy Service After Family Violence? A Study from the Norwegian Family Protection Service. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/where-is-the-child-in-family-therapy-service-after-family-violence-a-study-from-the-norwegian (Opera originale pubblicata nel 2015 in Contemporary Family Therapy, 37(1), 72-87 (2015); ripubblicata nel 2015 da Contemporary Family Therapy, https://link.springer.com/article/10.1007/s10591-014-9323-5)
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