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Couple and Family Psychology: Research and Practice · Famiglia

L’esperienza dei padri che crescono figlie e figli autistici: evoluzione dell’identità, adattamento familiare e crescita inattesa

Che cosa vivono i padri di adolescenti autistici, così spesso assenti dalla ricerca su autismo e famiglia? A partire da interviste con nove padri australiani, uno studio qualitativo descrive uomini diventati i «case manager» della propria prole, presi in un’ipervigilanza cronica e impegnati a riorganizzare l’intera vita familiare, ma che dicono di esserne usciti più calmi, più pazienti e più vicini al proprio figlio o alla propria figlia.

Autrici e autori Sebastian Trew (Deakin University, Australia)Prima pubblicazione Couple and Family Psychology: Research and Practice, 30 aprile 2026Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Fathers’ experiences raising autistic children: Identity evolution, family adaptation, and unexpected growth, di Sebastian Trew, pubblicato in Couple and Family Psychology: Research and Practice (American Psychological Association) (2026), doi: 10.1037/cfp0000306, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Si trattava di imparare a gestire il mio comportamento, non il suo.

Un padre citato da Sebastian Trew

Abstract

Sebbene numerose ricerche abbiano esaminato l’esperienza delle madri nelle famiglie con persone autistiche, la prospettiva dei padri resta in larga parte inesplorata, nonostante vi siano indizi di esperienze e bisogni di sostegno qualitativamente diversi. Questo studio ha esplorato l’esperienza vissuta di padri che crescono minori autistici, esaminandone i processi di adattamento, le strategie di coping, le difficoltà e le fonti di crescita e di resilienza. Nove padri di adolescenti autistici (di età compresa tra 12 e 19 anni) hanno partecipato a interviste semistrutturate. I dati sono stati analizzati mediante l’analisi tematica di Braun e Clarke, entro una cornice costruzionista sociale. Sono emersi quattro temi interconnessi: (1) «Da padre a case manager: l’evoluzione dell’identità paterna» coglieva la trasformazione dei padri in caregiver dai molteplici ruoli; (2) «Camminare sul ghiaccio sottile: lo stress cronico di una genitorialità ipervigile» descriveva difficoltà emotive persistenti; (3) «Ricalibrare l’ecosistema familiare» metteva in luce una riorganizzazione complessiva del sistema familiare; e (4) «Doni inattesi: crescita personale e legame profondo» evidenziava il risultato paradossale di una crescita personale significativa nonostante difficoltà considerevoli. I padri vivono processi complessi di evoluzione dell’identità, di gestione dello stress cronico, di riorganizzazione del sistema familiare e di crescita personale inattesa quando crescono minori autistici. I risultati mettono in discussione le narrazioni centrate esclusivamente sul deficit, pur riconoscendo difficoltà reali, e pongono le basi per sviluppare servizi di sostegno che includano i padri.

Rilevanza pubblica

Questo studio ha rilevato che i padri che crescono adolescenti autistici assumono ruoli simili a quelli di un case manager professionista, coordinando l’istruzione, l’assistenza sanitaria e i servizi di sostegno della propria prole. Sebbene vivessero uno stress continuo dovuto all’incertezza sul futuro della propria prole, i padri hanno riferito anche cambiamenti positivi inattesi, tra cui un rapporto più profondo con la prole e una crescita personale. Questi risultati suggeriscono che i servizi di sostegno potrebbero trarre beneficio dal riconoscere la competenza specifica e l’esperienza vissuta dei padri, offrendo un aiuto mirato per gestire lo stress a lungo termine e sviluppando programmi pensati appositamente per loro.

Parole chiave: autismo, padri, ricerca qualitativa, adattamento familiare, adolescenza

Il disturbo dello spettro autistico riguarda circa un minore su 100 nel mondo, e le stime di prevalenza continuano ad aumentare (Zeidan et al., 2022). In quanto condizione del neurosviluppo caratterizzata da differenze nella comunicazione sociale e da comportamenti ristretti o ripetitivi, l’autismo incide in modo significativo su interi sistemi familiari (American Psychiatric Association, 2022). Sebbene numerose ricerche abbiano esaminato l’esperienza delle madri nelle famiglie con persone autistiche, la prospettiva dei padri resta in larga parte inesplorata (Akoğlu & Cankurtaran, 2024; Potter, 2017). Le famiglie di minori autistici presentano livelli di stress più elevati rispetto alle famiglie di minori con sviluppo tipico (S. Z. Jackson et al., 2024; Yesilkaya & Magallón-Neri, 2024); tuttavia questa ricerca, come gran parte della letteratura su autismo e famiglia, si è concentrata prevalentemente sulle madri (Hartley et al., 2011; Naicker et al., 2023). Dati emergenti suggeriscono che l’esperienza dei padri possa differire qualitativamente in termini di strategie di coping, risposte emotive, bisogni di sostegno e processi di adattamento (Potter, 2017; Sartor et al., 2024), e che tale esperienza sia ulteriormente plasmata da fattori intersecanti come l’appartenenza etnica, la condizione socioeconomica e il contesto culturale (Akoğlu & Cankurtaran, 2024).

La storica sottorappresentazione dei padri nella ricerca sull’autismo riflette distorsioni sistemiche della ricerca sulla famiglia più in generale. I paradigmi di ricerca hanno tradizionalmente collocato le madri come caregiver principali e come informatrici più pertinenti sullo sviluppo infantile e sul funzionamento familiare, portando a un’esclusione sistematica dei padri (Cabrera et al., 2000, 2018; Phares, 1992; Phares et al., 2005; Yaremych & Persky, 2023). Difficoltà pratiche come gli orari di lavoro dei padri, i problemi di reclutamento e i presupposti su un ruolo materno di «filtro» nell’accesso alla famiglia hanno ulteriormente contribuito a tale sottorappresentazione (Costigan & Cox, 2001; Davison et al., 2017; Deneault et al., 2025; Lut et al., 2022). La paternità contemporanea, tuttavia, implica sempre più una cura attiva e un coinvolgimento emotivo che vanno oltre il tradizionale ruolo di chi porta a casa lo stipendio (Lamb, 2000), rendendo indispensabile una ricerca che includa i padri per una comprensione complessiva dei sistemi familiari e per interventi efficaci centrati sulla famiglia.

Quadro teorico

La teoria dei sistemi familiari offre una cornice per comprendere come l’autismo agisca sull’insieme delle unità familiari anziché su individui isolati (Bristol, 1987). Questo approccio concepisce le famiglie come sistemi interconnessi in cui i cambiamenti che riguardano un membro producono effetti a catena sull’intero sistema (Hartley et al., 2011). Il modello dello stress e del coping (Lazarus & Folkman, 1984) sottolinea le interazioni dinamiche tra richieste ambientali, processi di valutazione e risposte di coping nel determinare gli esiti dell’adattamento (Hastings et al., 2005). Ricerche recenti hanno individuato la coesione familiare, la flessibilità, i modelli comunicativi e il sostegno sociale come fattori cruciali per l’adattamento (Baker et al., 2011; McStay et al., 2014; Trew, 2025); tuttavia, la maggior parte degli studi si è concentrata sulle unità familiari o sull’esperienza materna, anziché sui processi di adattamento specifici dei padri.

Ricerca esistente sui padri di minori autistici

Sebbene i padri restino sottorappresentati rispetto alle madri nella ricerca su autismo e famiglia, un corpus crescente di lavori ha esaminato l’esperienza paterna. Lashewicz et al. (2019) hanno condotto una metasintesi di studi qualitativi sull’esperienza dei padri che crescono minori autistici, individuando soltanto sei studi che soddisfacevano i criteri di qualità. La loro analisi ha fatto emergere tre temi principali: l’adattamento e la preoccupazione per il futuro, l’importanza del contesto culturale, e la venerazione per la propria prole insieme a nuove opportunità. Questa metasintesi ha messo in luce significative carenze metodologiche e teoriche nella ricerca esistente sui padri, confermando al tempo stesso che essi affrontano difficoltà specifiche e vivono una crescita accanto alle difficoltà.

Ricerche successive hanno esplorato l’esperienza dei padri in contesti diversi. I padri riferiscono livelli elevati di stress e di depressione (Paynter et al., 2018), difficoltà a conciliare lavoro e cura (Seymour et al., 2017) e problemi di accesso a forme di sostegno specifiche per i padri (Rankin et al., 2019). Gli studi comparativi suggeriscono che padri e madri possano affrontare fattori di stress diversi e ricorrere a strategie di coping differenti (Hartley et al., 2011; Seymour et al., 2020). Studi qualitativi recenti condotti in contesti culturali diversi (Akoğlu & Cankurtaran, 2024; André et al., 2025; Camilleri, 2022; Koltai et al., 2024) mostrano come le norme culturali relative alla mascolinità e alla paternità plasmino l’adattamento paterno. Sono state esaminate anche esperienze positive, tra cui la crescita personale, il miglioramento delle relazioni e la venerazione dei padri per la propria prole (Lashewicz et al., 2019; Potter, 2016, 2017). Nonostante questi contributi, permangono lacune significative.

Lacune della ricerca e motivazione dello studio

Sebbene questa base di ricerca emergente abbia cominciato a far luce sull’esperienza dei padri, permangono lacune teoriche ed empiriche significative. La metasintesi di Lashewicz et al. (2019) rilevava la scarsa qualità metodologica della ricerca esistente, con campioni ridotti, mancanza di fondamento teorico e attenzione insufficiente alla diversità. Gli studi si concentravano prevalentemente su stress, carico ed esiti negativi, con un’attenzione limitata all’adattamento positivo, alla crescita personale o ai benefici relazionali. Pochi studi adottano una prospettiva dei sistemi familiari o esaminano come i padri concepiscano il proprio ruolo all’interno di dinamiche familiari riorganizzate, o come integrino una cura intensiva con l’identità maschile attraverso un adattamento a lungo termine. Inoltre, la maggior parte della ricerca riguarda padri di bambine e bambini piccoli (Paynter et al., 2018; Seymour et al., 2017) anziché di adolescenti, né considera la traiettoria evolutiva dell’adattamento paterno nel tempo.

La ricerca esistente è stata inoltre limitata da due tendenze problematiche. In primo luogo, quando i padri vengono inclusi, la ricerca tende a collocarli come partecipanti periferici dell’adattamento familiare, dando per scontato che le madri si assumano la responsabilità principale del coordinamento della cura e del lavoro emotivo, mentre i padri restano soprattutto nel ruolo di chi mantiene economicamente la famiglia (Potter, 2017; Rankin et al., 2019). In secondo luogo, la ricerca su autismo e famiglia ha adottato prevalentemente narrazioni centrate sul deficit, che enfatizzano carico, stress, patologia ed esiti negativi trascurando le fonti di forza, di resilienza e di adattamento positivo (Bolbocean et al., 2022; Frigerio et al., 2024). Sebbene ricerche recenti abbiano cominciato a individuare un adattamento positivo nelle famiglie con persone autistiche (Bolbocean et al., 2022; Frigerio et al., 2024), le esperienze di crescita specifiche dei padri restano poco esplorate. Questi approcci centrati sul deficit rischiano di patologizzare le famiglie e possono oscurare una realtà complessa che comprende al tempo stesso difficoltà reali e una crescita inattesa.

Comprendere come i padri concepiscano l’adattamento familiare è ulteriormente complicato dall’intersezione tra le esigenze della cura e le norme tradizionali di mascolinità. La mascolinità egemonica, definita come la forma culturalmente idealizzata di virilità che legittima la posizione dominante degli uomini nella società (Connell, 1995; Connell & Messerschmidt, 2005), enfatizza tradizionalmente lo stoicismo emotivo, il sostentamento economico come principale contributo paterno e l’autonomia rispetto alla dipendenza (Connell, 1987, 1995). Queste norme collocano gli uomini anzitutto come procacciatori di reddito e figure di autorità, svalutando il lavoro di cura come lavoro femminile (Doucet, 2004; Elliott, 2016).

Crescere un figlio o una figlia autistica, tuttavia, richiede spesso ai padri di assumersi responsabilità di cura intensive e continuative, tradizionalmente codificate come materne, tra cui la sintonizzazione emotiva, la gestione del comportamento, il coordinamento terapeutico e l’accettazione di una dipendenza prolungata (A. J. Jackson, 2021; Potter, 2017). Ne deriva una «dissonanza di genere», in cui le esigenze della cura entrano in conflitto con i copioni maschili tradizionali e obbligano i padri a ricostruire la propria identità integrando il lavoro di accudimento nel proprio concetto di sé maschile (Akoğlu & Cankurtaran, 2024; Shave & Lashewicz, 2016). Per i padri di minori autistici, la permanenza e l’intensità dei ruoli di advocacy e di gestione del caso possono rendere necessaria una rinegoziazione profonda di che cosa significhi essere al tempo stesso uomo e padre (Potter, 2017).

Obiettivi della ricerca

Questo studio affronta tali lacune esaminando come i padri di adolescenti autistici concepiscano la propria esperienza attraverso le cornici dei sistemi familiari e della mascolinità. Sulla base di interviste semistrutturate con nove padri di minori autistici di età compresa tra 12 e 19 anni, esploriamo: (a) come i padri vivono le difficoltà e vi si adattano, (b) le strategie di coping che sviluppano, (c) l’evoluzione dell’identità paterna e la riconfigurazione delle relazioni familiari, (d) la riorganizzazione del sistema familiare dal punto di vista dei padri, e (e) le fonti di forza e di adattamento positivo. Questo approccio offre conoscenze teoricamente fondate e attente allo sviluppo su una popolazione poco studiata, considerando sia le difficoltà sia la crescita.

Metodo

Disegno della ricerca

Questo studio qualitativo ha esplorato l’esperienza vissuta di padri che crescono adolescenti autistici ed è stato condotto nell’ambito di un’indagine più ampia sulle relazioni nelle famiglie con persone autistiche (Trew, 2021). La ricerca ha adottato una posizione epistemologica costruzionista sociale (Berger & Luckmann, 2016), riconoscendo che l’esperienza dei padri è plasmata dai discorsi sociali sull’autismo, sulla disabilità, sulla mascolinità e sulla paternità (Smith et al., 2009).

Partecipanti

Hanno partecipato nove padri australiani di adolescenti autistici, reclutati mediante campionamento intenzionale e a valanga attraverso organizzazioni di sostegno all’autismo di Canberra, in Australia (2019). I criteri di inclusione prevedevano di riconoscersi come padre o principale caregiver maschio di un figlio o una figlia autistica di età compresa tra 12 e 19 anni, la padronanza dell’inglese, la capacità di prestare un consenso informato e la residenza in Australia. Quanto riferito dai padri sulla diagnosi di autismo è stato accettato senza richiedere documentazione formale. L’approvazione etica è stata ottenuta dall’Australian Catholic University. Le procedure di consenso informato comprendevano schede informative dettagliate, una spiegazione orale, un consenso esplicito alla registrazione audio e l’enfasi sul carattere volontario della partecipazione e sul diritto di ritirarsi. La riservatezza è stata tutelata mediante la de-identificazione, l’archiviazione sicura dei dati e l’attribuzione di pseudonimi.

La fascia d’età 12–19 anni è stata scelta intenzionalmente per concentrarsi sull’adolescenza, un periodo evolutivo poco esplorato e caratterizzato da difficoltà specifiche, tra cui la pubertà, l’autonomia nascente, le transizioni scolastiche e la pianificazione del futuro (Boshoff et al., 2025; Taylor & Seltzer, 2011). La ricerca precedente ha esaminato prevalentemente i genitori di minori autistici in tenera età (Lashewicz et al., 2019), il che rende questo periodo particolarmente importante da esplorare. Questo focus evolutivo offre profondità mantenendo al tempo stesso l’omogeneità del campione per l’individuazione di schemi ricorrenti.

Per tutelare la riservatezza, informazioni sociodemografiche dettagliate (età, professione, reddito, religione) non sono state intenzionalmente raccolte in modo sistematico, dati i rischi di identificazione in un campione così piccolo (Saunders et al., 2015). Tutti i partecipanti si identificavano come uomini cisgender eterosessuali, bianchi/australiani, che usavano i pronomi lui/suo. Tutti risiedevano in una zona prevalentemente benestante (Australian Bureau of Statistics, 2011) e avevano un’istruzione universitaria o terziaria. Sette padri lavoravano a tempo pieno, uno a tempo parziale e uno si dedicava a tempo pieno alla cura. Otto erano sposati o conviventi con la madre della propria prole; uno era divorziato con affidamento condiviso.

La prole interessata, di età compresa tra 12 e 19 anni (sette maschi e due femmine), aveva in tutti i casi una diagnosi formale di autismo formulata da personale clinico qualificato. Le famiglie contavano da una a cinque figlie e figli: quattro padri avevano altra prole, due avevano un solo figlio o una sola figlia, con autismo, e tre ne avevano due con autismo. Secondo i livelli di supporto del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, quinta edizione, testo revisionato, quattro necessitavano di un supporto di livello 1, tre di livello 2 e due di livello 3. Le condizioni concomitanti (n = 6) erano le seguenti: disturbo da deficit di attenzione/iperattività (n = 3), disturbi d’ansia (n = 2), disabilità intellettiva (n = 1) ed epilessia (n = 1).

Raccolta e analisi dei dati

Tutti i partecipanti hanno fornito un consenso informato scritto. La traccia d’intervista è stata elaborata seguendo le linee guida della metodologia qualitativa (Braun & Clarke, 2013) e si è basata sulla teoria dei sistemi familiari, sulla ricerca qualitativa esistente sui padri di minori autistici (Lashewicz et al., 2019; Potter, 2017) e sugli obiettivi dello studio. Le domande erano volutamente aperte per sollecitare resoconti narrativi dettagliati e riguardavano l’esperienza della diagnosi, la genitorialità quotidiana, le difficoltà e il coping, i cambiamenti nelle relazioni, la crescita personale, i bisogni di sostegno e le prospettive future. Le interviste sono state condotte da Sebastian Trew tra maggio e luglio 2019 e sono durate 45–90 min (M = 67 min). Tutte le interviste sono state audioregistrate e trascritte integralmente in modo professionale. Le note di campo hanno documentato le dinamiche delle interviste e i fattori contestuali.

L’analisi dei dati ha seguito le sei fasi dell’analisi tematica di Braun e Clarke (2006): (1) familiarizzazione con i dati attraverso letture ripetute, (2) generazione di codici iniziali mediante una codifica riga per riga, (3) ricerca dei temi raggruppando i codici, (4) revisione dei temi in termini di coerenza e distintività, (5) definizione e denominazione dei temi, e (6) stesura di una narrazione analitica corredata di esempi. L’analisi è stata condotta in modo induttivo, lasciando che i temi emergessero dai dati. Un approccio semantico si è concentrato sui significati espliciti, pur prestando attenzione a quelli latenti. Il rigore è stato rafforzato dall’aderenza sistematica alla cornice di Braun e Clarke, dal solido ancoraggio dei temi ai dati dei partecipanti, dalla revisione tra pari durante gli incontri di supervisione e dalla tenuta di un dettagliato registro di audit che documentava le decisioni analitiche.

Risultati

Panoramica dei temi

Questa analisi tematica dell’esperienza di nove padri che crescono minori autistici rivela un panorama complesso di adattamento, difficoltà e crescita inattesa. Sono emersi quattro temi interconnessi, che mostrano come la paternità di una persona autistica comporti una ricostruzione dell’identità, una gestione dello stress cronico, una riorganizzazione familiare complessiva e, paradossalmente, una crescita personale e un arricchimento relazionale significativi.

Tema 1. Da padre a case manager: l’evoluzione dell’identità paterna

Questo tema coglie la trasformazione dell’identità paterna quando si cresce un figlio o una figlia autistica. I padri hanno descritto il passaggio da ruoli genitoriali tradizionali a posizioni dai molteplici aspetti, che comprendono la gestione del caso, l’advocacy, il coordinamento educativo e il sostegno terapeutico. Questa evoluzione non rappresenta semplicemente un aumento delle responsabilità, ma un ripensamento profondo della paternità nel contesto dell’autismo. La trasformazione va oltre la paternità coinvolta convenzionale e comprende una competenza di livello professionale in ambiti di norma gestiti dai servizi formali. Questa evoluzione dell’identità sembra spinta sia dalla necessità (colmare le lacune dei servizi) sia dalla consapevolezza, da parte dei padri, della propria posizione unica di difensori costanti della propria prole in molteplici ambiti della vita.

Sviluppo di ruoli di livello professionale

I padri hanno descritto in modo costante l’assunzione di ruoli abitualmente associati alle figure professionali dei servizi, sviluppando una competenza che spesso superava quella dei supporti formali. Adam ha espresso così questa trasformazione: «Sono diventato il case manager di mio figlio, il suo difensore e il suo autista di Uber. In realtà sono stato il suo case manager fin dai pannolini». Questa citazione illustra il carattere globale e duraturo dell’ampliamento dei ruoli, che inizia nella prima infanzia e prosegue senza un termine. La portata di questa funzione di gestione del caso era ampia. Adam ha aggiunto: «In pratica è toccato a me aiutarlo a orientarsi nella vita. Gli ho fatto scuola a casa, gli ho insegnato a scrivere a dieci dita, gli ho fatto fare presentazioni e ricerche di storia, facevamo uscite didattiche». Questo livello di coordinamento dimostra un coinvolgimento di livello professionale che richiede conoscenze specialistiche, un impegno costante e una comprensione sofisticata degli approcci all’apprendimento specifici dell’autismo. Le responsabilità di advocacy si estendevano a molteplici ambiti: i padri si muovevano all’interno di sistemi di servizi e di quadri educativi complessi, il che rappresenta uno spostamento profondo dai ruoli paterni tradizionali verso un’identità di cura globale.

Funzioni di advocacy e di protezione

La dimensione protettiva di questa paternità trasformata è emersa con forza. L’affermazione di Gary, «Sono il suo protettore», condensava uno spostamento profondo dell’identità paterna verso una tutela globale degli interessi della propria prole. Questa protezione andava oltre la sicurezza fisica e comprendeva l’advocacy nei sistemi educativo, sanitario e sociale. Dennis ha descritto lo sforzo consapevole che ciò richiedeva: «Serve un ruolo di cura, cercare di costruirsi un’identità positiva attorno al fatto di essere quello che si prende cura, concentrato solo sui bisogni di mio figlio, questo è il mio obiettivo principale». L’espressione «cercare di costruirsi un’identità positiva» suggerisce un lavoro psicologico attivo per ridefinire ruoli di cura tradizionalmente materni come funzioni paterne legittime. Questa riconcettualizzazione della cura come elemento centrale dell’identità paterna rappresenta un distacco significativo dalle norme tradizionali di mascolinità, che collocano gli uomini anzitutto come procacciatori di reddito piuttosto che come figure di accudimento.

La permanenza di questo cambiamento identitario era evidente nella prospettiva a lungo termine dei padri. Il riferimento di Adam all’essere un «case manager fin dai pannolini» indica la consapevolezza che questa identità trasformata è duratura e non temporanea, con implicazioni per il modo in cui i padri vedono la relazione continuativa con la propria prole e il proprio ruolo nella sua vita adulta, e suggerisce un impegno di advocacy per tutta la vita che va oltre le aspettative convenzionali sulla paternità.

Tema 2. Camminare sul ghiaccio sottile: lo stress cronico di una genitorialità ipervigile

Questo tema comprende le richieste emotive e psicologiche persistenti vissute dai padri nel crescere la propria prole autistica, caratterizzate da un’incertezza costante, dall’ipervigilanza e dalla necessità di adattare rapidamente il proprio comportamento. I padri hanno descritto una vita in perenne allerta, sempre pronti a prevenire o gestire possibili crisi mentre gestivano le proprie reazioni emotive sotto pressione. La natura cronica di questo stress differisce qualitativamente dalle risposte di stress acuto: rappresenta piuttosto un riorientamento profondo verso la gestione dell’incertezza e il monitoraggio costante dell’ambiente. Questo stato di ipervigilanza diventa una nuova condizione di base anziché una risposta temporanea alla crisi, e richiede un adattamento psicologico e una resilienza considerevoli.

La metafora dell’incertezza cronica

La vivida metafora di Adam coglieva questa esperienza di stress cronico: «Vivi con questa incertezza costante. È come avanzare centimetro dopo centimetro sul ghiaccio, aspettando di sentire lo scricchiolio per sapere quando tornare indietro». Questa immagine potente trasmette l’ansia persistente e l’atteggiamento cauto e misurato richiesti dalle interazioni quotidiane. La metafora va oltre i singoli momenti e comprende un orientamento di vita di fondo in cui certezza e prevedibilità diventano rare. Adam ha proseguito:Se non torni indietro, cadi. Devi vivere dentro dei limiti, e devi ricalibrare le tue aspettative su ciò che è realistico e cercare di non soffrire troppo per le cose che non sei riuscito a fare, non solo perché non potevi, ma perché non c’era modo di scaricare la responsabilità di tuo figlio, non volevi dichiararlo incapace.

Ciò mostra come i padri imparino a muoversi entro spazi di possibilità ristretti, adattando costantemente le proprie aspettative in base ai bisogni variabili della propria prole, e gestendo al tempo stesso il lutto per esperienze attese che restano fuori portata. Questa vigilanza costante richiedeva un monitoraggio sofisticato dell’ambiente e una pianificazione delle eventualità. Adam ha descritto lo sforzo cognitivo: «Cercavamo continuamente di tenere presenti tutte queste eventualità, per poter spianare la strada e portare [nostro figlio autistico] da qui a lì e ritorno». Lo sforzo mentale continuo di tenere in piedi più piani alternativi rappresenta un carico cognitivo significativo, integrato nel funzionamento quotidiano dei padri.

Imprevedibilità comportamentale ed escalation rapida

I padri hanno descritto gli schemi emotivi e comportamentali della propria prole come profondamente diversi da quelli dello sviluppo neurotipico, tali da richiedere una comprensione e strategie di risposta specifiche. L’imprevedibilità generava uno stress continuo, poiché i padri si adoperavano per prevenire o gestire le crisi comportamentali. Greg ha spiegato la difficoltà dell’escalation emotiva rapida: «I ragazzi hanno “emozioni digitali” e possono reagire in un microsecondo. L’unico momento in cui si rende conto di avere un problema è quando è già arrivato alla crisi». E ha aggiunto: «Le sue reazioni sono diverse nel senso che non si rende conto di essere in uno stato di stress o qualcosa del genere. Sta facendo qualcosa, lo stress si accumula ed esplode». La metafora delle «emozioni digitali» coglie il carattere tutto-o-niente di risposte emotive che i padri hanno imparato a riconoscere e a gestire, spesso con pochissimo preavviso.

Douglas ha espresso la sua fatica costante:Ho fatto fatica a capire il suo comportamento. Ho sempre voluto trattarlo come un ragazzo normale. Ho dovuto crescere tanto, adattarmi e imparare, ma faccio ancora fatica. Capire tutti i tipi di comportamento che ha, ho dovuto adattarmi moltissimo.Ciò rivela la tensione tra il desiderio di approcci educativi convenzionali e la realtà di dover ricorrere a strategie specifiche, nonché sforzi di adattamento prolungati.

Le difficoltà comportamentali si manifestavano in vari modi. Adam ha raccontato: «Si porta dentro molta rabbia, a volte è oppositivo, si arrabbia e urla». Daryl ha descritto la gestione di situazioni difficili in pubblico: «Abbiamo dovuto imparare molto a gestirlo, a gestire la sua comunicazione e il suo comportamento, per non avere problemi clamorosi, tipo entrare nei negozi e lui che si sdraiava nelle corsie a urlare». Questi esempi illustrano la varietà delle manifestazioni comportamentali che i padri affrontavano e le intense strategie di gestione che hanno sviluppato.

Barriere comunicative e difficoltà di comprensione

Le difficoltà di comunicazione sono emerse come una fonte significativa di stress e di incertezza continui. Gary ha spiegato i limiti di suo figlio: «O non riesce a comunicare o non riesce a capire. È chiaro che mio figlio è autistico, ha capacità di comunicazione verbale molto limitate e non capisce per niente i segnali sociali». Queste barriere fondamentali ponevano difficoltà persistenti nel comprendere i bisogni, le preferenze e il vissuto interiore della propria prole.

Colin ha descritto l’ecolalia di sua figlia:Ha cominciato a fare altre cose che credo siano molto comuni nell’autismo, cioè ripetere una cosa più e più volte, l’ecolalia; per un po’ è stato molto pesante da sopportare, e poi faceva sempre gli stessi giochi, una cosa che puoi reggere per un po’ prima che diventi un tantino estenuante.Ciò rivela sia la natura ripetitiva di certi comportamenti sia il riconoscimento sincero, da parte dei padri, del costo emotivo, anche mentre si sforzavano di rispondere con pazienza e comprensione.

Regolazione emotiva sotto pressione

I dati hanno messo in luce la disciplina emotiva richiesta ai padri per gestire le proprie reazioni di fronte a comportamenti difficili, sostenendo al tempo stesso la propria prole nei momenti complicati. Questa doppia richiesta – regolare le proprie emozioni offrendo nel contempo stabilità – è risultata particolarmente impegnativa.

Gary ha riconosciuto le difficoltà emotive: «Io e mia moglie ci sentivamo frustrati, eccome, con [nostro figlio], perché lui non ci capisce, oppure noi non capiamo lui. Quando sei genitore, ovviamente devi cercare di trattenerti il più possibile». Ciò rivela la tensione tra le reazioni emotive naturali di fronte a situazioni difficili e la necessità di mantenere una presenza calma e di sostegno. Il riconoscimento della frustrazione accanto all’impegno a contenerla dimostra il lavoro emotivo continuo che i padri svolgevano nel loro ruolo di cura.

La regolazione emotiva si estendeva alla gestione della delusione e del lutto per le esperienze genitoriali tipiche mancate, pur restando presenti e coinvolti rispetto ai bisogni e alle capacità reali della propria prole. La riflessione di Adam sulla ricalibrazione delle aspettative illustra questo complesso percorso emotivo, in cui i padri si sforzavano di accettare i limiti mantenendo speranza e coinvolgimento.

Tema 3. Ricalibrare l’ecosistema familiare

Questo tema descrive una riorganizzazione complessiva del sistema familiare attorno ai bisogni dei minori autistici, che investe le routine, le aspettative, le relazioni fraterne e le attività familiari. Anziché vedere i minori adattarsi agli schemi familiari esistenti, interi sistemi familiari hanno mostrato un adattamento sistemico per accogliere le esigenze e le preferenze dei loro membri autistici. Questa ricalibrazione comportava decisioni consapevoli sull’allocazione delle risorse, sulla pianificazione delle attività e sulla gestione delle relazioni.

Adattamento sistemico e riorganizzazione familiare

Adam ha spiegato la natura profonda di questo cambiamento organizzativo: «Quando hai un figlio come [nostro figlio autistico], e soprattutto quando è figlio unico, in un certo senso il comportamento e le preferenze di quel figlio plasmano il tuo comportamento. Ci siamo resi conto che ci stavamo adattando ai suoi bisogni». Questa affermazione coglie un cambiamento nella dinamica familiare che i padri hanno vissuto come più unidirezionale del previsto. Sebbene tutte le famiglie si adattino reciprocamente alla propria prole, i padri hanno descritto un processo in cui la loro prole autistica aveva una capacità limitata di adeguarsi agli schemi familiari preesistenti, rendendo necessaria una riorganizzazione più complessiva del sistema familiare.

I limiti degli approcci convenzionali basati sul conformarsi sono diventati evidenti. Adam ha raccontato: «Abbiamo provato a farlo adeguare ai nostri bisogni, ma non abbiamo concluso niente. Abbiamo semplicemente imparato un insieme di risposte, di comportamenti e di routine che ci hanno aiutato a farlo». Questa evoluzione dal tentativo di conformità a un accomodamento adattivo rappresenta uno spostamento filosofico e pratico significativo nel funzionamento familiare. La citazione rivela le aspettative iniziali dei padri che la propria prole si sarebbe gradualmente adeguata alle routine familiari consolidate, e il successivo riconoscimento che le differenze neurologiche dei loro minori autistici richiedevano approcci profondamente diversi. Ciò ha imposto alla coppia genitoriale di riconcettualizzare l’adattamento familiare, passando da un aggiustamento bidirezionale a un accomodamento prevalentemente centrato sulla famiglia.

Relazioni fraterne e dinamiche dell’attenzione

La riorganizzazione complessiva dei sistemi familiari attorno ai bisogni dei minori autistici creava dinamiche complesse per la fratria, che richiedevano una gestione attenta e uno sforzo consapevole per mantenere l’equità. Douglas ha espresso questa difficoltà: «[Mia figlia non autistica] fa fatica perché gli altri due hanno monopolizzato la nostra attenzione e lei si è sentita emotivamente meno seguita rispetto agli altri tre. Devo concentrarmi consapevolmente per dedicarle del tempo». Ciò rivela sia lo squilibrio di attenzione che si crea naturalmente sia lo sforzo deliberato necessario per porvi rimedio.

Dennis ha descritto dinamiche simili: «Sono sicuro che [mia figlia non autistica] vorrebbe avere del tempo madre-figlia. Le venivano bisogni emotivi e arrivavano da lei richieste emotive per dire: voglio più tempo con mia madre». Questi bisogni emotivi di fratelli e sorelle non autistici mettono in luce come la riorganizzazione familiare investa tutti i membri, creando la necessità di una cura intenzionale delle relazioni che potrebbe non presentarsi nelle famiglie senza un membro autistico.

La gelosia all’interno della fratria è emersa come conseguenza naturale di un trattamento e di una distribuzione dell’attenzione differenziati. James ha riferito: «Non abbiamo avuto discussioni serie, vere. Penso che lei (la sorella non autistica) sappia che [suo fratello autistico] ha bisogno di quel sostegno in più e di cure continue. Però diventa piuttosto gelosa per tutta l’attenzione che gli diamo». Daryl ha descritto reazioni simili:L’unica volta in cui è stata scontenta del suo autismo è quando lui aveva qualcosa che lei non aveva, o quando abbiamo dovuto adattare le cose. Le diciamo: «Guarda, lui non può fare quelle attività», per via del suo autismo, e lei si arrabbiava perché facevamo eccezioni per lui, ma non per lei.Questi esempi mostrano come, anche quando la fratria comprendeva le ragioni del trattamento differenziato, potessero emergere reazioni emotive di gelosia e di risentimento, che richiedevano una gestione e spiegazioni continue da parte dei genitori.

Strategie intenzionali di riequilibrio

In risposta a questi squilibri di attenzione, i padri hanno sviluppato approcci sistematici per garantire che ogni figlia e ogni figlio ricevesse un coinvolgimento genitoriale adeguato. James ha descritto questa strategia deliberata:Cerchiamo di bilanciare le cose il più possibile. All’inizio facevamo un sacco di cose tutti insieme, ma adesso cerchiamo di dividerle un po’ di più, di fare a turno e di dare a ognuno la sua giusta parte. Magari io passo un po’ di tempo con [mio figlio non autistico] mentre [la mia compagna] fa un’attività con [nostro figlio autistico], e poi magari ci scambiamo e invertiamo i ruoli.

Questo approccio strutturato alla distribuzione del tempo rappresenta una gestione consapevole del sistema familiare, in cui la coppia genitoriale pianifica esplicitamente un’attenzione individuale per ciascun minore, anziché presumere che tale attenzione emerga spontaneamente. Il passaggio da attività familiari comuni ad approcci più suddivisi riflette un adattamento alla realtà per cui la partecipazione di tutta la famiglia si rivelava talvolta meno efficace di un coinvolgimento individuale mirato. Mikel ha descritto gli sforzi per aiutare la fratria a comprendere i propri ruoli:Cerchiamo di aiutarlo a capire che, qualunque cosa faccia, è un po’ un modello per il più piccolo, anche quando fa la cosa sbagliata. Questa è la sfida per noi, fargli capire in qualche modo che sei tu il più grande, sei tu il fratello maggiore.Ciò illustra i tentativi di mantenere strutture e aspettative convenzionali nelle relazioni fraterne all’interno di queste famiglie con persone autistiche.

Attività familiari modificate e isolamento sociale

Le attività familiari richiedevano modifiche significative per adattarsi ai bisogni e alle capacità dei minori autistici. Adam ha riflettuto sulle esperienze della sua famiglia:Abbiamo provato a fare delle cose e ne abbiamo fatte tante. Abbiamo portato nostro figlio in viaggio. L’abbiamo portato all’estero un paio di volte. L’abbiamo portato in campeggio. L’abbiamo portato in tantissimi musei, abbiamo fatto un sacco di cose. Non sono sicuro che ne abbiamo fatte quante forse altre famiglie, ma quando le facevamo, era più faticoso.

Questo riconoscimento rivela sia l’impegno a mantenere le attività familiari sia lo sforzo supplementare che esse richiedevano, il che dava luogo a un’analisi costi–benefici che influenzava le decisioni familiari sulla partecipazione a esperienze familiari tipiche. La riorganizzazione della vita sociale della famiglia si estendeva talvolta fino a un isolamento protettivo. Greg ha osservato: «Nessuno dei due ragazzi ha amici: i loro amici siamo io e mia moglie». Questa affermazione coglie il fatto che i genitori diventano i principali legami sociali della propria prole autistica, in modi che vanno oltre le relazioni genitoriali tipiche. Se questa vicinanza poteva favorire l’intimità, rifletteva anche limiti nell’integrazione sociale esterna che incidevano sul funzionamento dell’intera famiglia.

Tema 4. Doni inattesi: crescita personale e legame profondo

Questo tema coglie il risultato paradossale per cui molti padri hanno riferito una crescita personale significativa, relazioni più profonde e soddisfazioni uniche nonostante difficoltà considerevoli. Questa contronarrazione rispetto alle prospettive centrate sul deficit è emersa come uno dei risultati più sorprendenti, rivelando una trasformazione positiva accanto a difficoltà reali. Le esperienze di crescita descritte comprendevano una migliore regolazione emotiva, una maggiore pazienza, una consapevolezza di sé più profonda e qualità relazionali che, a loro avviso, non si sarebbero sviluppate in circostanze diverse.

Crescita personale e sviluppo del carattere

I padri hanno descritto in modo costante un profondo sviluppo personale derivato dal crescere la propria prole autistica. Daryl ha espresso così questa trasformazione:Mi ha reso un padre migliore. Si trattava di imparare a gestire il mio comportamento, non il suo, ed è stato questo il percorso per cercare di essere molto più calmo. Mi ha reso più calmo, mi ha reso più comprensivo, più indulgente verso i comportamenti problematici.

Ciò rivela uno spostamento profondo nel concetto di sé e negli schemi di comportamento, in cui il padre riconosce nel figlio il catalizzatore di un cambiamento personale positivo. La crescita specifica si concentrava sulla regolazione emotiva, sulla pazienza e sull’accettazione, qualità che i padri hanno sviluppato per la necessità di rispondere efficacemente ai bisogni della propria prole. Riconoscere che si tratta di gestire il proprio comportamento anziché cercare di controllare quello del figlio o della figlia rappresenta una comprensione sofisticata della genitorialità efficace nei contesti dell’autismo e riflette un’autentica maturazione personale. L’ammissione di Douglas mostra che questa crescita non è sempre stata lineare: «Ho fatto fatica a capire il suo comportamento. Ho sempre voluto trattarlo come un ragazzo normale. Ho dovuto crescere tanto, adattarmi e imparare, ma faccio ancora fatica». La sincerità sulle difficoltà persistenti accanto alla crescita dimostra la complessità dei processi di adattamento, in cui lo sviluppo avviene anche nel mezzo di difficoltà continue.

Intimità duratura e qualità relazionali uniche

Diversi padri hanno descritto relazioni particolarmente strette con la propria prole autistica, che a loro avviso differivano dalle relazioni genitoriali tipiche. James ne ha dato la formulazione più eloquente:Anche se è molto più grande, abbiamo ancora quel legame davvero affettuoso. Sento che con mio figlio abbiamo ancora quella relazione vera. Fa tante cose con me – andiamo insieme a vedere il football – e abbiamo un rapporto curato. Sento che ne sto ricavando davvero tanto, mentre con un figlio normale non ne avrei ricavato altrettanto.

L’espressione «ne sto ricavando davvero tanto» indica la percezione di James che la vicinanza continua e le attività condivise con il figlio ormai grande rappresentino qualcosa di prezioso e forse inatteso rispetto alle relazioni con figlie e figli neurotipici, in cui una maggiore autonomia e separazione potrebbero essere più tipiche. Colin ha sottolineato il carattere affettuoso della sua relazione: «Il suo autismo è insolito nel senso che lei è affettuosa, le piacciono gli abbracci e non ha mai mostrato alcuna tendenza alla violenza o a comportamenti antisociali. Il mio rapporto con lei è stretto». Ciò mette in luce come certe presentazioni dell’autismo possano favorire un affetto fisico e una vicinanza emotiva che i padri apprezzavano profondamente.

Apprezzamento per la personalità individuale

Al di là della vicinanza relazionale, i padri hanno espresso un sincero apprezzamento per la personalità e le caratteristiche uniche della propria prole. Adam ha colto questo sentimento: «Mio figlio mi piace. Gli voglio bene; è una persona originale, interessante e affascinante». La distinzione tra «piacere» e «voler bene» è degna di nota: Adam non esprime soltanto un obbligo genitoriale o un amore incondizionato, ma un vero piacere per la compagnia e la personalità di suo figlio. La caratterizzazione come persona «originale, interessante e affascinante» dimostra la capacità di guardare oltre le difficoltà comportamentali per apprezzare i tratti di personalità sottostanti. Questo apprezzamento suggerisce un lavoro cognitivo ed emotivo sofisticato, in cui i padri hanno sviluppato la capacità di distinguere tra comportamenti difficili e tratti centrali della personalità, il che permetteva loro di mantenere una considerazione positiva anche nei periodi difficili. La capacità di tenere insieme difficoltà e apprezzamento rappresenta un adattamento psicologico importante che probabilmente ha sostenuto un coinvolgimento duraturo e una qualità relazionale positiva.

Integrazione tra difficoltà e crescita

La natura paradossale di questo tema – il fatto che una crescita significativa e una soddisfazione profonda coesistessero con difficoltà considerevoli – è emersa come un risultato particolarmente importante. I padri non hanno minimizzato le difficoltà né presentato resoconti idealizzati, ma hanno dimostrato la capacità di riconoscere verità molteplici: la genitorialità era impegnativa e stressante, eppure favoriva anche uno sviluppo personale e una ricchezza relazionale a cui davano valore. Questa integrazione mette in discussione le narrazioni semplicistiche del deficit evitando al tempo stesso una riformulazione positiva irrealistica, e offre invece una comprensione sfumata degli effetti molteplici sui padri e sulle famiglie.

Discussione

Questa analisi tematica rivela processi di adattamento complessi che mettono profondamente in discussione i presupposti prevalenti sul ruolo dei padri nelle famiglie con persone autistiche. Lungi dall’essere partecipanti periferici, i padri emergono come architetti centrali dell’adattamento familiare: dimostrano una competenza di livello professionale nella gestione del caso mentre si muovono in un’incertezza cronica e vivono una crescita personale significativa. Questi risultati riguardano l’evoluzione dell’identità, la gestione dello stress cronico, la riorganizzazione complessiva del sistema familiare ed esiti positivi inattesi; contribuiscono alla scarsa letteratura sui padri nelle famiglie con persone autistiche e mettono in discussione le narrazioni centrate sul deficit.

Integrazione teorica

I risultati sostengono gli approcci dei sistemi familiari mostrando come crescere minori autistici incida su intere famiglie, con padri che vivono sia cambiamenti che investono l’intero sistema sia una trasformazione dell’identità personale (Bristol, 1987; McStay et al., 2014). La riorganizzazione familiare complessiva descritta – in cui routine, attività e relazioni familiari si ristrutturano attorno ai bisogni del minore autistico – è coerente con le ricerche che collegano gli esiti familiari alla gravità dei sintomi, alle risorse disponibili e agli stili di coping (Georgiades et al., 2022; Higgins et al., 2023). I risultati, tuttavia, ampliano questa cornice mostrando la prospettiva paterna sui cambiamenti sistemici e rivelando come i padri concepiscano ed esercitino il proprio ruolo all’interno di sistemi riorganizzati.

L’ipervigilanza cronica e le strategie di gestione dello stress sono coerenti con le ricerche sullo stress elevato nelle famiglie con persone autistiche (Yesilkaya & Magallón-Neri, 2024). I padri di questo studio, tuttavia, vivevano lo stress come un riorientamento profondo verso un’incertezza costante, e non come una serie di eventi isolati. La metafora di Adam del «camminare sul ghiaccio sottile» coglie questa incertezza cronica che diventa l’esperienza di vita di base. Gli approcci di gestione sofisticati – monitoraggio dell’ambiente, pianificazione delle eventualità e regolazione emotiva – rappresentano adattamenti dello stile di vita che comportano cambiamenti profondi nel modo in cui i padri si orientano nella vita quotidiana.

Prospettive e contributi paterni

L’evoluzione dei padri da ruoli paterni tradizionali a caregiver dai molteplici ruoli rappresenta un contributo significativo alla comprensione della paternità contemporanea nei contesti della disabilità. Ricerche recenti hanno rilevato che i modelli di paternità stanno cambiando verso una paternità accudente, e che l’esperienza dell’autismo facilita questa trasformazione (Akoğlu & Cankurtaran, 2024). I nostri risultati ampliano questo dato rivelando la competenza di livello professionale che i padri sviluppano e la permanenza dei cambiamenti identitari. L’identità di case manager rappresenta un adattamento che comprende il coordinamento complessivo delle traiettorie di vita della prole.

I padri di questo studio si concepivano come coordinatori e difensori principali in tutti gli ambiti della vita: istruzione, assistenza sanitaria, servizi sociali e pianificazione del futuro. Questa funzione complessiva mette in discussione le costruzioni tradizionali della mascolinità che collocano gli uomini anzitutto come procacciatori di reddito, e suggerisce al tempo stesso modelli alternativi che integrano la cura nell’identità maschile attraverso un inquadramento professionale. Lo sforzo di Dennis di «costruirsi un’identità positiva attorno al fatto di essere quello che si prende cura» illustra il lavoro psicologico necessario per conciliare i ruoli di cura con il concetto di sé maschile.

Sebbene ricerche precedenti abbiano documentato temi simili nelle madri di minori autistici (Hartley et al., 2011; Naicker et al., 2023), i risultati suggeriscono schemi potenzialmente differenziati per genere nel modo in cui la trasformazione viene concepita e messa in atto. L’identità di «case manager» potrebbe riflettere il modo in cui i padri negoziano con norme tradizionali di mascolinità che collocano gli uomini come risolutori di problemi piuttosto che come figure di accudimento, creando un inquadramento professionale che consente di integrarla nell’identità maschile. Sono tuttavia necessarie ricerche comparative che esaminino entrambi i genitori all’interno delle stesse famiglie per stabilire se questi schemi riflettano reali differenze di genere o esperienze genitoriali più ampie che trascendono il genere.

Adattamento positivo e crescita

La crescita personale e il legame profondo descritti dai padri sono coerenti con i risultati sulla crescita post-traumatica nei genitori di minori con disabilità, tra cui disabilità intellettive, paralisi cerebrale e malattie croniche (Kohlsdorf & Costa Junior, 2012; Phelps et al., 2009; Steel et al., 2008). La crescita post-traumatica – il cambiamento psicologico positivo che deriva dalla lotta con esperienze che trasformano la vita – è stata documentata in diversi contesti di disabilità, con genitori che riferiscono una maggiore forza personale, un maggiore apprezzamento della vita, relazioni migliori e una crescita spirituale (Tedeschi & Calhoun, 1996, 2004). Le ricerche recenti specifiche sull’autismo confermano che molte famiglie raggiungono un buon equilibrio (Bolbocean et al., 2022; Frigerio et al., 2024). I risultati ampliano questa letteratura offrendo uno sguardo dettagliato su come i padri vivano un adattamento positivo accanto a difficoltà reali, e rivelano meccanismi quali una migliore regolazione emotiva, una maggiore pazienza, una consapevolezza di sé più profonda e un’intimità duratura nella relazione genitoriale.

La riflessione di Daryl secondo cui suo figlio lo «ha reso un padre migliore» insegnandogli a gestire il proprio comportamento rappresenta uno spostamento evolutivo che comprende una crescita personale al di là della genitorialità convenzionale. L’intimità duratura descritta, in particolare l’osservazione di James sul «ricavarne davvero tanto» dalla relazione con il figlio autistico ormai grande, mette in discussione i presupposti su un impatto uniformemente negativo dell’autismo sulle relazioni genitoriali. Ciò suggerisce che bisogni di sostegno continuativi e una minore pressione verso l’autonomia possano creare opportunità uniche di coinvolgimento duraturo, profondamente apprezzate dai padri. Sebbene ciò non debba minimizzare le difficoltà reali, suggerisce una comprensione più sfumata degli esiti, che includa possibili benefici accanto alle difficoltà.

Implicazioni e applicazioni

Questi risultati suggeriscono diverse considerazioni pratiche per chi lavora con le famiglie con persone autistiche in ambito clinico, educativo e nei servizi. In primo luogo, le figure professionali dovrebbero riconoscere che i padri possono sviluppare una competenza di livello professionale nella gestione del caso coordinando la cura della propria prole attraverso molteplici sistemi. I servizi possono valorizzare questa competenza collocando i padri come partner collaborativi che apportano conoscenze preziose sui bisogni dei propri figli e figlie, sulle strategie efficaci e sulle lacune dei servizi. Anziché presumere che i padri siano meno informati o periferici rispetto alla cura, le figure professionali potrebbero cominciare chiedendo loro le proprie osservazioni, strategie e preoccupazioni, riconoscendo esplicitamente il loro ruolo di coordinamento.

In secondo luogo, l’incertezza cronica e l’ipervigilanza descritte dai padri suggeriscono che gli approcci tradizionali di gestione dello stress possano essere insufficienti. Il personale clinico potrebbe prendere in considerazione interventi sulla tolleranza dell’incertezza (come gli approcci basati sull’accettazione) che aiutino i padri a sviluppare flessibilità psicologica di fronte a un’imprevedibilità continua, anziché cercare di eliminare l’ansia. Inoltre, una psicoeducazione che normalizzi lo stress cronico come risposta comune al crescere minori autistici – anziché patologizzare l’esperienza dei padri – potrebbe ridurre i sentimenti di isolamento e di inadeguatezza. Gruppi di sostegno specifici per i padri potrebbero offrire occasioni per condividere strategie di gestione e normalizzare esperienze sia di difficoltà sia di crescita.

In terzo luogo, la riorganizzazione familiare complessiva descritta dai padri sottolinea l’importanza di rispondere ai bisogni della fratria nei servizi centrati sulla famiglia. Chi opera nei servizi potrebbe valutare sistematicamente l’equilibrio dell’attenzione all’interno delle famiglie e aiutare i genitori a sviluppare approcci strutturati per garantire a ciascun minore un coinvolgimento individuale adeguato. La strategia di suddivisione del tempo descritta dai padri – in cui i genitori alternano momenti individuali con ciascun minore – offre un modello concreto che le famiglie potrebbero adattare alle proprie circostanze. Infine, il fatto che i padri abbiano riferito sia difficoltà significative sia esiti positivi inattesi suggerisce che gli approcci di valutazione e di intervento dovrebbero considerare le fonti di forza e di crescita accanto alle difficoltà, evitando inquadramenti esclusivamente centrati sul deficit che potrebbero non riflettere l’esperienza vissuta delle famiglie.

Limiti

Diversi limiti importanti riducono la generalizzabilità. Tutti e nove i partecipanti erano uomini australiani bianchi, eterosessuali, cisgender e con istruzione universitaria, residenti in un’unica area geografica. Questa omogeneità sociodemografica implica che non si possa presumere che i risultati valgano per padri di contesti etnici, culturali, socioeconomici, di orientamento sessuale o geografici diversi. Resta sconosciuto in che modo i privilegi dei partecipanti abbiano plasmato le loro esperienze, o come padri privi di tali risorse potrebbero adattarsi diversamente.

Alcuni dati sociodemografici (età, professione, reddito, appartenenza religiosa) non sono stati intenzionalmente raccolti per tutelare la riservatezza, dati i rischi di identificazione in un campione così piccolo. Sebbene ciò limiti l’esame di come specifici fattori sociodemografici possano plasmare le esperienze, si è data priorità alla tutela dei partecipanti, in coerenza con l’impostazione esperienziale dello studio.

Il disegno trasversale offre un’istantanea anziché una comprensione longitudinale, e la concentrazione su minori di 12–19 anni esclude le esperienze della prima infanzia e della transizione all’età adulta. È probabile che un bias di autoselezione abbia influito sulla partecipazione. L’attenzione esclusiva alla prospettiva paterna, senza i resoconti delle madri o della prole, limita una comprensione complessiva della famiglia. Il ricorso all’autovalutazione retrospettiva introduce possibili bias di memoria e di desiderabilità sociale. In assenza di gruppi di confronto, non è possibile stabilire se gli schemi siano specifici dei padri, specifici dell’autismo o rappresentino adattamenti genitoriali più ampi.

Implicazioni per la ricerca futura

La ricerca deve reclutare intenzionalmente padri appartenenti a gruppi assenti in questo studio: padri di provenienza etnica e culturale diversa, con un’istruzione formale limitata e di contesti operai o economicamente svantaggiati; padri LGBTQIA+ (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer o in fase di interrogazione, intersessuali e asessuali, dove il "+" rappresenta altri orientamenti sessuali e identità di genere); padri single; padri in coppie dello stesso sesso; padri autistici; padri di comunità immigrate o rifugiate; e padri indigeni. L’identità di «case manager», molto presente in questo campione istruito, potrebbe non emergere nei padri privi delle risorse per orientarsi nei sistemi. La ricerca dovrebbe esaminare se padri con risorse diverse sviluppino strategie di adattamento alternative. Un’attenzione esplicita all’intersezionalità è essenziale per una comprensione inclusiva.

Una ricerca longitudinale che seguisse i padri dalla diagnosi all’adolescenza e all’età adulta getterebbe luce su come l’adattamento evolve nelle diverse fasi dello sviluppo. Questo studio si è concentrato sulla fascia d’età 12–19 anni, escludendo la prima infanzia e le transizioni all’età adulta. Una ricerca che abbracciasse questi periodi potrebbe individuare momenti di transizione critici che richiedono un sostegno specifico e chiarire se le strategie efficaci in una fase restino utili nel corso dello sviluppo.

Studi comparativi che esaminassero i padri in diversi contesti di disabilità, contesti culturali e sistemi di servizi chiarirebbero quali risultati siano specifici dell’autismo e quali universali. Soprattutto, è essenziale una ricerca che confronti padri e madri all’interno delle stesse famiglie per stabilire se gli schemi riflettano un adattamento differenziato per genere o processi genitoriali più ampi. Senza tale confronto, resta sconosciuto se l’identità di «case manager», gli schemi di ipervigilanza o le strategie di riorganizzazione familiare differiscano in modo significativo tra i due genitori.

Una ricerca che includesse le voci delle madri, della prole e della fratria accanto ai resoconti dei padri offrirebbe una comprensione complessiva che gli studi a prospettiva unica non possono cogliere. Sul piano metodologico, la ricerca futura dovrebbe andare oltre l’autovalutazione retrospettiva attraverso la triangolazione – osservazione diretta, metodi del diario quotidiano e fonti informative multiple – per offrire una comprensione più ricca riducendo i bias. Approcci a metodi misti, che combinino la profondità qualitativa con la misurazione quantitativa, permetterebbero di esaminare le relazioni tra processi di adattamento ed esiti. La ricerca deve esaminare esplicitamente come fattori strutturali – razzismo, classismo, omofobia, abilismo, status migratorio e barriere linguistiche – plasmino le esperienze delle famiglie e il loro accesso ai servizi.

Conclusione

Questo studio qualitativo su nove padri offre conoscenze preliminari sull’esperienza paterna nel crescere adolescenti autistici, rivelando processi complessi di evoluzione dell’identità, di gestione dello stress cronico, di riorganizzazione del sistema familiare e di crescita personale inattesa. I risultati mettono in discussione le narrazioni centrate sul deficit pur riconoscendo difficoltà reali, e offrono una comprensione sfumata che integra sia le difficoltà sia i benefici all’interno di questo campione.

I padri di questo studio hanno riferito una crescita significativa e relazioni migliori nonostante difficoltà considerevoli, il che suggerisce che gli approcci centrati sul deficit possano trascurare aspetti importanti dell’esperienza di alcune famiglie. Tuttavia, dato il campione ridotto e relativamente omogeneo, questi schemi richiedono una conferma in popolazioni più ampie e diversificate. Questi risultati preliminari suggeriscono possibili direzioni per servizi di sostegno che includano i padri, riconoscano la competenza paterna e valorizzino i punti di forza individuati. Lo studio dimostra il valore della ricerca qualitativa nel far emergere esperienze complesse e sfumate. La ricerca futura con campioni diversificati, l’elaborazione di politiche informate e l’adattamento della pratica clinica potrebbero trarre vantaggio dall’integrazione di questi spunti, riconoscendo che un sostegno complessivo deve essere adattato al contesto di ciascuna famiglia.

Complexe Systémique: punti chiave

L’interesse di questo studio sta nel dare spazio ai padri là dove la ricerca sull’autismo interroga spesso soltanto le madri, e nel farlo con una lettura esplicitamente sistemica. Tre movimenti si rispondono: l’identità paterna si ricostruisce attorno a un ruolo di coordinamento («case manager»), lo stress diventa una condizione di base anziché una crisi, e l’organizzazione familiare si adegua al minore più di quanto il minore si adegui a essa, con effetti sulla fratria che i padri gestiscono attraverso una suddivisione deliberata del tempo. Il risultato più utile per la clinica è il paradosso finale: la crescita personale e la vicinanza al figlio o alla figlia coesistono con la difficoltà senza cancellarla. Per la terapia familiare, ciò significa interrogare direttamente i padri sulla loro competenza, lavorare sulla tolleranza dell’incertezza e non soltanto sulla riduzione dello stress, e includere la fratria nel quadro. I limiti sono chiari: nove uomini bianchi con istruzione universitaria di una zona benestante di Canberra, una sola prospettiva per famiglia e nessun confronto con le madri. Da leggere insieme all’articolo su mascolinità e attaccamento nel lavoro con i padri e all’articolo sui processi triadici genitori-figli attorno a una diagnosi di autismo.

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Traduzione non ufficiale in italiano di Fathers’ experiences raising autistic children: Identity evolution, family adaptation, and unexpected growth, di Sebastian Trew, Couple and Family Psychology: Research and Practice, pubblicazione online anticipata (2026), doi: 10.1037/cfp0000306, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «Fathers’ experiences raising autistic children: Identity evolution, family adaptation, and unexpected growth», pubblicato in Couple and Family Psychology: Research and Practice (2026) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e presentazione adattata alla lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina. Fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Trew, S. (2026). Fathers’ experiences raising autistic children: Identity evolution, family adaptation, and unexpected growth. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/fathers-experiences-raising-autistic-children-identity-evolution-family-adaptation (Opera originale pubblicata nel 2026 in Couple and Family Psychology: Research and Practice, pubblicazione online anticipata (2026); traduzione non ufficiale pubblicata nel 2026 da Complexe Systémique, https://psycnet.apa.org/fulltext/2027-61769-001.html)

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