Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Clinical Social Work Journal · Famiglia
Che cosa vivono i genitori quando la figlia o il figlio fa coming out come persona transgender o di genere non conforme? Con il metodo photovoice, otto genitori australiani partono dalle proprie fotografie per raccontare la scoperta, l’adattamento, il lutto e l’accettazione. L’équipe della University of the Sunshine Coast ne ricava indicazioni per il servizio sociale clinico.
Traduzione non ufficiale in italiano di Lived Experiences of Parenting Transgender and Gender Nonconforming Youth: Implications for Clinical Social Work Practice, di Zalia Powell, Emily Angeltveit, Cindy Davis e Laura Dodds, pubblicato in Clinical Social Work Journal (Springer) (2025), doi: 10.1007/s10615-024-00936-z, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le fotografie scattate dai genitori partecipanti (figure 2-8) non sono riprodotte, per rispetto delle persone coinvolte, e sono segnalate tra parentesi quadre; lo schema dei temi (figura 1) è mantenuto; le dichiarazioni di fine articolo sono raggruppate nelle note. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
In definitiva, i genitori vedevano la propria figlia o il proprio figlio come una persona che amavano, più che come un figlio o una figlia che amavano.
Zalia Powell, Emily Angeltveit, Cindy Davis e Laura Dodds
Abstract
Le persone giovani transgender e di genere non conforme (TGNC) sono al centro dell’attenzione mediatica, di cambiamenti nelle politiche e nelle pratiche e di ricerche multidisciplinari. A causa del loro rischio sproporzionato di autolesionismo, depressione e suicidalità, il sostegno familiare alle persone giovani TGNC è un tema centrale. Nonostante una crescente consapevolezza nella società, l’infanzia TGNC e le famiglie continuano a confrontarsi con una complessa molteplicità di sfide, a livello individuale, familiare, comunitario e sociale. È probabile che l’identità TGNC della figlia o del figlio influisca sui genitori, ma si sa poco di come questa esperienza genitoriale venga percepita e affrontata, poiché la maggior parte delle ricerche esplora il punto di vista della persona TGNC. Con una metodologia qualitativa di photovoice, questo studio ha esplorato l’esperienza vissuta di crescere una figlia o un figlio TGNC dal punto di vista dei genitori. Otto genitori australiani di una persona giovane TGNC di età compresa tra 10 e 18 anni hanno partecipato a un’intervista in profondità guidata dalle fotografie che avevano scelto come stimolo. L’analisi tematica ha individuato cinque risultati principali: 1. varcare la soglia: scoprirlo e capirlo; 2. cambiare e adattarsi; 3. uguale ma diverso: attaccamento e dinamica familiare; 4. lasciare andare e tenersi stretti; e 5. trovare una strada per andare avanti. I risultati suggeriscono effetti psicosociali complessi sulla genitorialità. Le raccomandazioni comprendono un sostegno mirato ai genitori che affronti il lutto, l’isolamento sociale, lo stress legato alla cura e l’accesso a informazioni e servizi pertinenti. Il servizio sociale clinico può svolgere un ruolo fondamentale nel sostenere i genitori di bambine, bambini e adolescenti TGNC, offrendo risposte informate sul trauma che riconoscano il lutto non riconosciuto socialmente, tengano conto degli effetti socio-emotivi e forniscano ai genitori risorse adeguate per rispondere ai propri bisogni e a quelli della figlia o del figlio TGNC.
Parole chiave: Diversità di genere, Transgender, Genitorialità, Giovani, Qualitativo, Photovoice
L’identità di genere può essere definita come «…il senso profondamente sentito e intrinseco che una persona ha di essere una bambina, una donna o di sesso femminile; un bambino, un uomo o di sesso maschile; una combinazione di maschile o femminile; o di un genere alternativo» (American Psychological Association, 2015, p. 834). Transgender e di genere non conforme (TGNC) è un termine ampio che indica le persone la cui identità di genere è diversa da quella assegnata alla nascita. Negli ultimi anni le persone TGNC sono state al centro dell’attenzione mediatica, di commenti politici, di ricerche e di cambiamenti nelle politiche su scala mondiale. La maggiore visibilità delle persone TGNC nel dibattito pubblico e nei media popolari ha contribuito a depatologizzare e normalizzare la diversità di genere, ma ha anche alimentato il dibattito pubblico sui diritti intrinseci delle persone TGNC e suscitato reazioni transfobiche (Pang & Steensma, 2022). Le persone TGNC continuano a essere esposte a un rischio sproporzionato di autolesionismo, depressione e suicidalità (Strauss et al., 2021). L’infanzia e la giovinezza sono particolarmente colpite da queste vulnerabilità psicosociali: in Australia le persone TGNC tra i 14 e i 25 anni hanno una probabilità 15 volte superiore di tentare il suicidio rispetto alla popolazione generale (LGBTIQA+ Health Australia, 2021). In tutto il mondo le persone TGNC sono esposte a un maggiore rischio biopsicosociale, a discriminazioni, violenza, esclusione e a esiti peggiori di salute psicologica e comportamentale. Questi rischi sono senza dubbio di natura sistemica, il che fa del benessere delle persone TGNC una questione cruciale per il servizio sociale clinico.
Bambine, bambini, adolescenti e giovani TGNC e le loro famiglie continuano a confrontarsi con una complessa molteplicità di sfide a livello individuale, familiare, comunitario e sociale (Capous-Desyllas & Barron, 2017). I genitori e le persone che si prendono cura di giovani TGNC svolgono un ruolo chiave nel plasmare l’ambiente in cui si sviluppa l’identità delle figlie e dei figli (Riggs et al., 2020). Il sostegno genitoriale può mediare il benessere adolescenziale e la relazione tra adolescenti e genitori (Bhattacharya et al., 2021), e le persone adolescenti TGNC che hanno una famiglia che le sostiene hanno maggiori probabilità di mostrare resilienza e una salute mentale positiva (Olson et al., 2016). Nonostante il ruolo essenziale dei genitori nella vita delle persone giovani TGNC, poche ricerche hanno esplorato il modo in cui i genitori affrontano la crescita di figlie e figli TGNC. Comprendere l’esperienza genitoriale è importante, poiché il benessere socio-emotivo dei genitori incide su quello della figlia o del figlio (Bhattacharya et al., 2021). Esplorare il modo in cui i genitori possono offrire una base sicura alle figlie e ai figli e rispondere ai fattori di stress legati alla loro esperienza peculiare di incongruenza di genere potrebbe aiutare a sviluppare forme di sostegno per i genitori e a rafforzare i fattori di protezione dell’infanzia e della giovinezza TGNC.
Questo studio qualitativo fenomenologico ha esplorato le esperienze vissute di genitori australiani che crescono adolescenti TGNC. A tal fine sono state poste le seguenti domande di ricerca: 1. Quali sono le esperienze vissute dei genitori che crescono una figlia o un figlio TGNC? 2. In che modo lo sviluppo dell’identità di genere della figlia o del figlio influisce sulle relazioni e sull’attaccamento all’interno della famiglia? 3. Quali fattori di stress vivono i genitori a causa della transizione TGNC della figlia o del figlio? 4. In che modo i genitori affrontano lo sviluppo TGNC della figlia o del figlio, e quale sostegno ricevono e vorrebbero ricevere?
È stato adottato un approccio qualitativo fenomenologico per far emergere nuove conoscenze su questo fenomeno complesso, dando al tempo stesso alle persone la possibilità di esprimere le proprie esperienze (Taherdoost, 2022). Data la complessità e la specificità del ruolo di genitore di una persona TGNC, impostare lo studio su basi qualitative ha favorito la raccolta di dati ricchi che sarebbe stato difficile ottenere con un’indagine quantitativa.
L’approvazione etica è stata concessa dal Comitato etico per la ricerca sugli esseri umani della University of the Sunshine Coast. Numero di approvazione A221798.
Le persone partecipanti sono state reclutate tra aprile e ottobre 2023 con tecniche di campionamento intenzionale e a valanga, tramite volantini diffusi sui social media, nei centri di comunità e in gruppi sociali frequentati da genitori. Potevano partecipare persone maggiorenni, residenti in Australia, di lingua inglese, che al momento della raccolta dei dati crescevano una figlia o un figlio TGNC di età compresa tra 10 e 18 anni. Hanno preso parte allo studio otto genitori (due padri e sei madri) di età compresa tra 33 e 54 anni (M = 46.5, SD = 6.74). Cinque persone erano sposate, due divorziate e una separata. Tutte avevano due o tre figlie e figli di età compresa tra 10 e 25 anni (M = 16.82, SD = 4.32). Tre persone hanno indicato come appartenenza religiosa o spirituale la Chiesa anglicana, quattro si sono dichiarate agnostiche e una wiccan.
Poiché l’esperienza TGNC è molto personale e stigmatizzata, si è fatto ricorso al metodo photovoice per creare un ambiente capacitante e guidato dalle persone partecipanti, in cui esplorare le esperienze vissute. Il photovoice è un metodo partecipativo che si fonda sull’educazione critica, sul pensiero femminista e sui principi dello sviluppo di comunità, e che incoraggia le persone partecipanti a condividere le proprie esperienze vissute attraverso la fotografia (Wang & Redwood-Jones, 2001). Il photovoice è già stato utilizzato per esplorare le esperienze vissute della popolazione studentesca LGBTIQA + e di genitori di figlie e figli TGNC negli Stati Uniti (Bauer et al., 2019). Gli studi photovoice seguono in genere un processo in nove fasi: (1) scegliere un pubblico di responsabili delle politiche o di figure di riferimento della comunità, (2) reclutare le persone partecipanti, (3) formarle alla metodologia photovoice, (4) raccogliere il consenso informato, (5) definire i temi delle fotografie, (6) distribuire le fotocamere e spiegarne l’uso, (7) far scattare le fotografie alle persone partecipanti, (8) condividere e discutere le fotografie e (9) presentare fotografie e racconti in un evento che riunisca le persone partecipanti e responsabili delle politiche o figure di riferimento della comunità (Wang & Redwood-Jones, 2001). In questo studio il pubblico scelto è stato quello delle figure di riferimento della comunità nei servizi di salute mentale per l’infanzia e l’adolescenza.
Dopo il reclutamento, le persone partecipanti hanno ricevuto una scheda informativa sulla ricerca, un modulo di consenso e una guida alla fotografia, e sono state invitate a scattare cinque fotografie che simboleggiassero la loro esperienza di genitori di una figlia o di un figlio TGNC. Le fotografie sono servite da stimolo per guidare l’intervista. Le interviste semistrutturate, della durata di circa 60 minuti, si sono svolte su Zoom (n = 4) o di persona (n = 4), secondo la preferenza di ciascuna persona. Le interviste sono state registrate e trascritte integralmente dalla prima e dalla seconda autrice prima di essere anonimizzate e analizzate. Sebbene gli studi photovoice mirino in genere a condividere le fotografie in un evento collaborativo alla presenza sia delle persone partecipanti sia di responsabili delle politiche o di figure di riferimento della comunità, l’autorizzazione etica a organizzare una mostra è stata negata per il rischio che i genitori diffondessero immagini delle figlie e dei figli; le autrici hanno quindi modificato la fase finale dello studio e presentato le fotografie e i racconti a un convegno a cui partecipavano figure di riferimento della comunità nel campo della salute mentale dell’infanzia e dell’adolescenza.
Data la natura qualitativa di questo studio, è fondamentale esplicitare il posizionamento delle ricercatrici e considerare in che modo esso influisca sull’analisi dei dati (Fischer & Guzel, 2023). Tutte le ricercatrici si identificano come donne bianche cisgender. Tre delle autrici sono madri di figlie e figli cisgender e riconoscono che le loro esperienze genitoriali possono differire da quelle delle persone partecipanti. Il rigore è stato garantito da una riflessività deliberata, dalla revisione tra pari nell’analisi e dalla trasparenza di un resoconto accurato, completo e metodico (Fischer & Guzel, 2023). Lo studio ha raggiunto la saturazione dei dati con otto persone partecipanti.
L’analisi tematica è stata condotta con il software NVivo14. La prima e la seconda autrice si sono immerse ciascuna separatamente nei dati e hanno letto sistematicamente tutte le trascrizioni delle interviste. È stata svolta una codifica induttiva per offrire un’analisi ampia dei dati; i successivi cicli di codifica hanno prodotto categorie che rispondevano alle domande di ricerca (Linneberg & Korsgaard, 2019). Le autrici si sono confrontate regolarmente per garantire la coerenza e attenuare i bias personali (Fischer & Guzel, 2023). Il primo ciclo di codifica ha prodotto 27 codici iniziali. Il secondo ciclo li ha raggruppati in cinque temi generali e 23 sottotemi, prima che l’analisi finale approdasse a cinque temi e 13 sottotemi.
L’analisi tematica dei dati ha individuato cinque temi principali: 1. varcare la soglia: scoprirlo e capirlo; 2. cambiare e adattarsi; 3. uguale ma diverso: attaccamento e dinamica familiare; 4. lasciare andare e tenersi stretti; 5. trovare una strada per andare avanti. All’interno di questi temi sono stati individuati 13 sottotemi (vedi fig. 1).

Scoprire l’identità TGNC della figlia o del figlio è stato un percorso diverso per ogni genitore. L’età della figlia o del figlio al momento del coming out come persona TGNC andava dagli 8 ai 17 anni. Il modo in cui i genitori lo hanno scoperto variava, così come le loro reazioni iniziali. Alcune persone partecipanti hanno raccontato che la figlia o il figlio aveva parlato loro direttamente o aveva comunicato il proprio coming out con una lettera, come ha spiegato Evan: «…Ivy…ci ha dato una lettera da leggere…». Per altri genitori è stato meno formale, come ha descritto Caroline: «Non so come sia venuto fuori…Ma era metà dentro casa, metà fuori casa… i bambini che scorrazzavano dappertutto… una specie di: “Mamma, come pensi che potrei capire se sono una persona non binaria?”». Ripensando alla scoperta dell’identità di genere della figlia o del figlio, i genitori hanno parlato di «shock», di «sorpresa» e di un cambiamento e una transizione importanti. Per la maggior parte dei genitori la scoperta è stata seguita da un processo di «capirci qualcosa», attraverso il quale sono arrivati a un punto di accettazione e alla consapevolezza che la vita poteva tornare «normale». Come ha descritto Harvey condividendo la sua foto (fig. 2) di una soglia di porta in legno: «Entri in un periodo davvero liminale…capisci? Quando David ci ha fatto coming out [come transgender]…c’è un periodo in cui sei a metà tra le cose. Ma poi arrivi dall’altra parte, e va tutto bene».
[Figura 2 (Varcare la soglia (Harvey)): fotografia scattata da una persona partecipante, qui non riprodotta.]
L’esperienza di Harvey rifletteva quella di altri genitori, che hanno descritto una «nuova normalità» e una fase di transizione sia per il genitore sia per la figlia o il figlio. Per alcuni genitori quello TGNC era un concetto di cui non avevano alcuna conoscenza preliminare: «all’inizio avevo molti pensieri e domande, e per noi c’erano molte incognite sull’esperienza transgender» (Delilah). Per altri, invece, era un concetto familiare già prima che la propria figlia o il proprio figlio facesse coming out: «Una persona con cui lavoravo allora era trans…e a una persona a cui sono molto legato è capitato che la figlia o il figlio facesse la transizione» (Evan).
Le persone partecipanti hanno descritto l’identità di genere della figlia o del figlio come una semplice sfaccettatura di un «puzzle» complesso. La maggior parte delle figlie e dei figli aveva attraversato difficoltà di salute mentale che avevano preceduto il percorso TGNC e che, in alcuni casi, lo avevano ulteriormente complicato. Per molti genitori, il coming out della figlia o del figlio come persona TGNC ha fornito una spiegazione delle sue difficoltà e la sensazione di una strada per andare avanti. Come ha descritto Harvey, suo figlio «… all’improvviso ha cominciato ad avere tipo degli attacchi di depressione…», il che rifletteva l’esperienza di Ramona, che ha raccontato: «crescendo, arrivati all’adolescenza, ha passato qualche anno piuttosto infelice. Era davvero difficile capire esattamente perché fosse così infelice. Era davvero molto giù». Come ha raccontato Anna riflettendo sulla sua fotografia di un paio di forbici (fig. 3), c’erano stati umore depresso e autolesionismo: «C’erano dei tagli…un reticolo di tagli sulla schiena che ho scoperto per caso. Le ho chiesto perché si facesse questo … e lei mi ha detto: “Ho paura di essere una ragazza”».
[Figura 3 (Allarme generale (Anna)): fotografia scattata da una persona partecipante, qui non riprodotta.]
In diverse famiglie le figlie e i figli convivevano anche con un disturbo dello spettro autistico (ASD) e/o un disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD). Come ha espresso Anna, sua figlia viveva un complesso intreccio di difficoltà: «[c’erano] problemi di salute mentale, e qualche altra diagnosi, autismo, ADHD. Un sacco di altre cose che, diciamo, stavamo cercando di gestire». Per alcuni genitori di figlie e figli TGNC, l’ASD influiva sull’identità di genere e la complicava ulteriormente, come ha spiegato Ramona: «(ha) un modo di pensare molto bianco o nero (sulle norme di genere), che va di pari passo con l’ASD». Come hanno espresso queste persone partecipanti, l’identità di genere non era l’unico fattore importante per il benessere della figlia o del figlio: «È cresciuta in mezzo a un sacco di schifezze. Non solo la questione trans, anche un sacco di altre cose» (Fiona); «…la vita in casa era un po’ insicura…ho scoperto che il mio ex (partner) non era proprio nelle sue grazie» (Ramona), e «…stava male fisicamente, quindi era a casa a letto, a riposo. Era…molto sottopeso. Una bambina malata» (Anna).
Mentre affrontavano il coming out della figlia o del figlio come persona TGNC, la maggior parte dei genitori ha condiviso la sua identità di genere con la famiglia allargata. Questa esperienza suscitava spesso nei genitori la preoccupazione per le reazioni dei familiari e generava ansia, come ha descritto Delilah: «Questo distruggerà la nostra famiglia? Smetteranno di parlarci?». Dirlo alla famiglia allargata era una decisione spesso guidata dalla figlia o dal figlio, il che era difficile per alcuni genitori, che dovevano «nascondere» la verità ai parenti, evitare di parlare della figlia o del figlio e alternare pronomi e nomi nuovi fuori casa, come ha spiegato Anna:
Una delle cose che ho imparato a mie spese è stata parlarne [della questione TGNC] con dei familiari prima che lei fosse pronta. Questo ha creato un grosso problema. Ci siamo trovati in situazioni in cui a casa dovevamo usare un certo genere e un certo nome e, in società, o con la famiglia, dovevamo usare un genere e un nome diversi.
Le reazioni della famiglia allargata sono state in gran parte di sostegno, il che ha rassicurato le famiglie, come hanno descritto queste persone partecipanti: «Alla fine ho scritto una lettera e l’ho mandata…tutti mi hanno sostenuta. Non abbiamo avuto nessun tipo di reazione negativa» (Delilah) e «ci hanno telefonato delle persone per dire… è fantastico. Sai, per fare tanti auguri ad Abby…. Quindi è stato… bello per noi…che Abby sapesse che amici e famiglia [la sostengono]» (Anna). Nonostante queste esperienze positive, alcune persone partecipanti hanno descritto una mancanza di sostegno familiare e una persistente apprensione nel condividere con altri le esperienze della figlia o del figlio TGNC, come ha spiegato Caroline: «ci sono persone a cui per noi non è sicuro dirlo, ed è dura».
Essere genitori di una persona TGNC comportava la necessità di gestire il cambiamento e di creare una «nuova normalità» che accogliesse l’identità della figlia o del figlio. I genitori hanno dovuto adattarsi ai bisogni biopsicosociali in evoluzione della figlia o del figlio, battersi per ottenere adattamenti a scuola e adottare un nuovo nome e nuovi pronomi. La necessità di adattarsi in modo rapido e senza intoppi è stata ribadita dai genitori, che hanno descritto un forte desiderio di «fare tutto il necessario» per sostenere e affermare la figlia o il figlio, nonostante la pressione che questo esercitava su di loro.
I genitori hanno descritto la necessità di adattarsi rapidamente e senza scosse a un nuovo stile di vita fatto di appuntamenti, prove di farmaci, cambi di nome e di pronomi, e di imparare a difendere i diritti della figlia o del figlio. La maggior parte dei genitori era attivamente coinvolta nelle cure mediche, come hanno descritto queste persone partecipanti: «Siamo riusciti a farla seguire da un medico di base al (centro specializzato), che è un posto per persone trans. È privato, quindi ci costa, ma fai quello che devi fare, no? Così lei va da quel medico per i farmaci e la transizione» (Fiona) e «Abbiamo percorso la strada della diagnosi per poter accedere alla terapia ormonale e così via, il che ha significato visite da psicologi e vari medici e tutto quel processo. Quindi l’abbiamo accompagnata lungo quella strada» (Evan). Questa «nuova normalità» è stata spesso un periodo di adattamento e, come ha descritto Anna condividendo la sua fotografia (fig. 4), richiedeva «… un sacco di equilibrismi che abbiamo dovuto fare. Ho dovuto “diventare tutt’uno” con i farmaci. È un’altra transizione per me come madre… Non avrei mai… pensato di avere una figlia che prende…tutta una serie di farmaci».
[Figura 4 (Una transizione (Anna)): fotografia scattata da una persona partecipante, qui non riprodotta.]
Un luogo chiave di cambiamento e di tutela dei diritti è stato il sistema scolastico. I genitori hanno descritto un coinvolgimento proattivo con la scuola della figlia o del figlio per far valere i suoi bisogni in evoluzione. Molti genitori hanno trovato nel personale scolastico sostegno e attenzione centrata sulla persona, come ha raccontato Ramona: «[la scuola è stata] molto disponibile…[la vicepresidenza] era molto aperta a qualsiasi altra conversazione o all’aiuto di consulenti o di personale di supporto o qualunque cosa Eddy volesse. Era tutto davvero guidato da Eddy, ed è così che Eddy voleva che fosse». La maggior parte dei genitori ha indicato la scuola come un luogo importante per il benessere della figlia o del figlio. I genitori hanno espresso preoccupazione per come il personale e i pari avrebbero percepito e trattato la figlia o il figlio, e per l’eventualità di problemi come il bullismo, il misgendering, l’uso di nomi o pronomi sbagliati, e l’accesso a servizi igienici e divise conformi al genere. Come ha raccontato Delilah, era presente la paura delle reazioni della scuola alla transizione di genere di un figlio: «Come verremo giudicati? Era una scuola cristiana …tutti quegli equilibrismi tra abbigliamento e nome, e quando cambiare tutte queste cose per la salute mentale di David. Come possiamo sostenerlo?».
La maggior parte dei genitori ha descritto un periodo di adattamento ai cambiamenti di aspetto, di nome e di pronomi della figlia o del figlio. I genitori hanno espresso un forte desiderio di affermare la propria figlia o il proprio figlio, pur riconoscendo che si trattava di un processo dinamico e disorientante. Hanno spiegato che sbagliare i pronomi o usare il vecchio nome generava in loro ipervigilanza, senso di colpa e ansia di attribuire un genere sbagliato, come hanno vissuto queste persone partecipanti: «Mi ritrovavo [a essere] così attento ai pronomi che a volte pensavi persino: oh, avrò usato il pronome giusto per il cane? (ride)» (Harvey) e «Si arrabbia con noi. Sì… quando sbagliamo qualcosa… quando la chiamiamo per sbaglio con il suo nome di prima…cerchiamo di stare attenti» (Evan). I genitori hanno descritto l’importanza di ciò che un nome significava per la figlia o il figlio, come ha spiegato Ramona: «Eddy ha detto molto chiaramente che Amanda era un “deadname” e che provava una tristezza enorme dentro. Come se sentirlo facesse male». È stata espressa la paura di «commettere un errore», come ha riconosciuto Anna: «C’era una paura enorme per tutti noi, compreso il mio figlio più piccolo… di sbagliare [il nome]».
Le persone partecipanti hanno descritto il legame di attaccamento con la figlia o il figlio come rimasto stabile, o rafforzato, dopo il coming out come persona TGNC. I genitori hanno indicato pochi cambiamenti nelle relazioni familiari, ma molti hanno notato che fratelli e sorelle assumevano in modo proattivo un ruolo di sostegno verso la sorella o il fratello TGNC.
La maggior parte dei genitori ha spiegato che il proprio attaccamento alla figlia o al figlio non era cambiato in modo significativo a causa della sua identità TGNC. Alcuni genitori hanno descritto un attaccamento percepito come più forte con la figlia o il figlio TGNC dopo il coming out, come hanno condiviso queste partecipanti: «Probabilmente sono diventata un po’ più protettiva» (Grace) e «Adesso viene da me molto più spesso. Per parlare delle cose» (Fiona). Ma per la maggior parte delle persone partecipanti il legame e l’attaccamento percepiti con la figlia o il figlio TGNC non erano cambiati a causa della sua identità di genere: «Non credo che il nostro rapporto sia cambiato per niente» (Delilah) e «Non credo davvero che l’abbia cambiato. Non direi che siamo più vicini o meno vicini, capisci?» (Evan). Riflettendo sul rapporto con la figlia o il figlio TGNC, i genitori hanno indicato i modi in cui mantenevano un legame positivo, come ha descritto Ramona: «Siamo molto in sintonia. Abbiamo un umorismo molto simile e modi simili di stare in contatto. Credo che il fatto di avere già un buon rapporto [abbia aiutato]». In modo schiacciante emergeva un’accettazione della figlia o del figlio, indipendentemente dalla sua identità di genere, come ha spiegato Delilah: «era esattamente la stessa persona che era sempre stato». In definitiva, i genitori vedevano la propria figlia o il proprio figlio come una persona che amavano, più che come un figlio o una figlia che amavano.
Per alcune persone partecipanti, l’identità TGNC della figlia o del figlio aveva influito sulle dinamiche e sui ruoli sociali all’interno del nucleo familiare. Hanno descritto cambiamenti nelle relazioni e nei ruoli tra fratelli e sorelle, e hanno percepito in alcune sorelle e alcuni fratelli un atteggiamento più protettivo verso il familiare TGNC, come ha spiegato Delilah: «Ho chiesto come avessero reagito le ragazze al vestito… Eloise ha detto che era meglio per loro che lo accettassero, perché altrimenti avrebbero fatto la conoscenza del suo pugno, ed era la prima volta che la vedevo diventare protettiva nei confronti di (figlio TGNC)». Le persone partecipanti hanno descritto le altre figlie e gli altri figli come un sostegno per la sorella o il fratello TGNC, come ha raccontato Fiona: «quando l’abbiamo spiegato a (fratello), ha fatto tipo: “Sì, ok, e allora?”, e ha cominciato a dire “lei” e a usare il femminile, e si arrabbiava con noi quando sbagliavamo». In alcune coppie sono cambiati i ruoli genitoriali all’interno della famiglia, come ha spiegato Anna: «Per quanto riguarda le dinamiche in famiglia… Dave è più bravo con le cose degli specialisti. Per la dinamica che c’è tra lui e Abby, è meglio che vadano loro da uno specialista a farsi dare le informazioni».
I genitori hanno vissuto un’ampia gamma di reazioni emotive di fronte al percorso TGNC della figlia o del figlio. Il processo del coming out e della transizione (sociale e/o medica) comportava una complessa dicotomia: «lasciare andare» aspettative e progetti, continuando al tempo stesso a «tenersi stretto» il legame con la figlia o il figlio. Le persone partecipanti hanno descritto la dissonanza, il lutto, la paura e l’accettazione come elementi che plasmavano la loro esperienza di genitori di una persona TGNC.
I genitori hanno vissuto una dissonanza fatta di pensieri e sentimenti contrastanti riguardo alla trasformazione della figlia o del figlio. Alcuni genitori hanno provato insieme amore e accettazione, e preoccupazione e rifiuto nei confronti dell’identità TGNC della figlia o del figlio, come ha descritto Harvey: «Quando… David ha fatto coming out l’ho sostenuto. Ma…anche se conoscevo persone transgender… c’era una parte di me che era… non so come descriverla… non disposta a sostenerlo in modo così totale». Questi sentimenti di dissonanza sfociavano spesso nel senso di colpa, come ha espresso Grace:
Speravo, e a tratti spero ancora, che sia gay e non transgender. Credo che sarebbe più facile da gestire per lui, e, sì, per me... e ho paura di perdere mio figlio. Se farà la transizione [medica] sarà un lungo percorso fisico, emotivo e mentale per lui e per noi. So che dovrò permettermi di elaborare il lutto per la perdita di mio figlio e, allo stesso tempo, accogliere una nuova figlia. È scoraggiante e fa paura. Ho provato senso di colpa. È un’altalena emotiva e mentale.
Pur sostenendo attivamente le figlie e i figli nella loro transizione, la maggior parte dei genitori ha espresso un lutto legato alla perdita di una vita che avevano immaginato. Il lutto emergeva pensando al futuro, come hanno condiviso queste persone partecipanti: «Devi lasciar andare tutto quello che conosci…e ti senti triste. Voglio dire, non vedrò mia figlia camminare verso l’altare» (Ramona) e «soprattutto sono…cose come i nipoti e semplicemente il futuro…che c’era un modo in cui le cose sarebbero potute andare. C’è un lutto per questo» (Evan). Il lutto si esprimeva anche rispetto al passato, in particolare per il cambio di nome della figlia o del figlio e, in alcuni casi, per i bei ricordi dell’infanzia. Come ha descritto Evan, i certificati di nascita e i cambi di nome suscitavano tristezza: «…questo è il punto triste per [mia moglie]. Amava quel certificato di nascita. Quello, per lei, è un momento di lutto. Qualcuno potrebbe percepire [il cambio di nome] come il rifiuto di una cosa che hai scelto tu». Evan ha poi spiegato il lutto vissuto nel togliere le foto di famiglia dalla casa su richiesta della figlia:
Se il deadnaming significa usare il nome precedente della persona, queste foto erano un po’ delle foto morte... trovarsi di fronte a quel sé precedente. Quindi non hai a che fare solo con il lutto per le cose che verranno, ma anche con il modo in cui puoi trattare la tua esperienza passata e in cui i tuoi ricordi possono essere strutturati…in cui i tuoi ricordi possono essere vissuti.
I genitori esprimevano la sensazione di lasciare andare il genere pur continuando a tenersi stretta la figlia o il figlio, come ha descritto Harvey riflettendo sulla sua fotografia (fig. 5): «c’è quella sensazione… sto perdendo qualcuno? E col tempo, no… il rapporto c’è. Il genere è importante, ma arriva anche un momento in cui (mi sono reso conto che) in realtà il genere comincia a essere meno un problema».
[Figura 5 (Sto perdendo qualcuno? (Harvey)): fotografia scattata da una persona partecipante, qui non riprodotta.]
Molti genitori hanno espresso paura, soprattutto pensando al futuro della figlia o del figlio. Come ha spiegato Grace, la paura emergeva nel cercare il modo migliore di sostenere il figlio TGNC: «Era panico. Voglio aiutarlo, ma non so come. Fare qualcosa? Non fare niente? Non so cosa fare. Mi agitavo tantissimo e diventavo triste. Non volevo sbagliare». Le persone partecipanti hanno indicato che la paura per il futuro era spesso legata al modo in cui le altre persone avrebbero percepito e trattato loro e la figlia o il figlio. Le persone partecipanti hanno condiviso: «…ansia per il futuro…preoccupazione per come verrà accolta ogni giorno… ogni giorno della sua vita» (Evan), «Non posso rendere il mondo sicuro per lei» (Fiona) e «come verremo giudicati?» (Delilah).
Molti genitori hanno descritto una certa accettazione e serenità rispetto all’identità TGNC della figlia o del figlio e al proprio percorso di genitori. L’accettazione era legata a descrizioni di considerazione positiva incondizionata, come ha condiviso Ramona: «Quando si tratta di tua figlia o di tuo figlio, la ami. La ami semplicemente come persona». Per molti genitori, eliminare il concetto di genere dal modo in cui guardavano la figlia o il figlio favoriva sentimenti di normalità e di accettazione, come ha condiviso Harvey: «cominci a mettere in discussione [il genere]. Che cosa significa? Questa persona, sai, questa persona ha cambiato la propria identità di genere, ma è ancora la stessa persona!», e come ha descritto Caroline riflettendo sulla sua fotografia (fig. 6): «Quando a Charlie chiedono della sua identità di genere, risponde che è irrilevante quanto il formaggio. Tutti i formaggi sono fantastici! Non vuole sceglierne uno solo».
[Figura 6 (Irrilevante quanto il formaggio (Caroline)): fotografia scattata da una persona partecipante, qui non riprodotta.]
Un sentimento simile è stato condiviso da Delilah, che ha spiegato che il genere non definiva suo figlio: «La sua personalità è la stessa. Voglio dire, è cambiato un nome e poi, più avanti, la terapia ormonale e un aspetto un po’ diverso. Ma era la stessa persona. E credo che questo renda molto più facile accettarlo».
I genitori hanno affrontato il loro percorso con una figlia o un figlio TGNC attingendo alle proprie risorse e ai propri sostegni e cercando attivamente informazioni. L’esperienza di genitori di una persona TGNC è stata descritta come qualcosa che diventava più facile con il tempo e che comportava un processo di accettazione, di costruzione di legami, di acquisizione di conoscenze e di crescita genitoriale. Dopo lo shock e la preoccupazione iniziali, i genitori hanno descritto la «strada per andare avanti» come piena di speranza, benché solitaria.
I genitori si sono appoggiati a risorse interne ed esterne come la resilienza, l’esperienza vissuta, la fede, la famiglia, il sostegno online e, in misura minore, i servizi professionali. Hanno cercato sostegno nella famiglia e nelle amicizie, come ha descritto Anna condividendo la sua fotografia (fig. 7): «adesso abbiamo un sostegno…quei familiari con cui abbiamo potuto condividerlo e adesso anche le amicizie». Altri hanno cercato sostegno nelle reti di fede: «una sacerdote transgender che era un’amica… ho potuto sedermi con lei e sua moglie e parlarne, e credo che mi sia stato abbastanza d’aiuto» (Harvey). Il sostegno delle comunità di fede vissuto da Harvey è stato descritto anche da Delilah: «…andiamo in una chiesa anglicana… in genere sostengono molto la diversità di genere».
[Figura 7 (Trovare la nostra strada (Anna)): fotografia scattata da una persona partecipante, qui non riprodotta.]
In modo schiacciante, il sostegno a cui i genitori hanno fatto ricorso per gestire le proprie esperienze e i propri bisogni è stato in gran parte informale, come riflette Harvey: «No. Nessuno dei due aveva, o cercava, alcun tipo di sostegno, o rete o altro. Credo di affidarmi semplicemente alla nostra famiglia come sostegno». Tra le persone intervistate, solo una si era rivolta a un sostegno formale da parte di un servizio professionale (servizio sociale clinico): «Sono stata davvero fortunata. Ho il sostegno di un’assistente sociale della salute mentale. Credo che dovrebbe essere la norma. Credo che sarebbe davvero fantastico [per altri genitori di persone TGNC]» (Anna). Una madre aveva cercato sostegno tra pari online, ma l’esperienza non le era stata utile: «Mi sono iscritta a un paio di gruppi Facebook di genitori di persone non binarie. Posti orribili. Non riuscivano a tenere fuori i troll [chi fa bullismo online]. Non ci sono rimasta a lungo» (Caroline).
Tutti i genitori hanno dato priorità alla figlia o al figlio, piuttosto che cercare sostegno per sé in quanto genitori. Per questa attenzione centrata sui bisogni della figlia o del figlio, alcuni genitori non hanno cercato un sostegno formale, o lo hanno interrotto se la figlia o il figlio non voleva partecipare, come ha spiegato (Grace): «Siamo andati tutti al gruppo di sostegno. È stato bello! Ne ho ricavato degli spunti e ho potuto sentirli raccontare il loro percorso. Ci siamo andati solo un paio di volte, [figlio TGNC] non voleva più tornarci». Alcuni genitori hanno osservato che il percorso con una figlia o un figlio TGNC era segnato da solitudine e isolamento, come hanno condiviso queste partecipanti: «Mi sento molto sola. Sì, non ho nemmeno amicizie. Cioè, non ho letteralmente nessuno» (Fiona) e «[essere genitori di una persona TGNC] isola moltissimo» (Anna).
I genitori hanno fatto leva sulla propria capacità di imparare e di adattarsi. Libri e ricerche personali sono serviti loro per comprendere l’esperienza della figlia o del figlio, come ha condiviso Evan riflettendo sulla fig. 8: «all’inizio abbiamo letto molto su questo tema, sia online sia comprando vari testi».
[Figura 8 (Leggere e imparare (Evan)): fotografia scattata da una persona partecipante, qui non riprodotta.]
Leggere le esperienze di altre persone ha sviluppato la conoscenza e la comprensione dei genitori riguardo all’esperienza della figlia o del figlio, come hanno vissuto queste persone partecipanti: «Leggevo libri e facevo ricerche su YouTube e leggevo le storie di altre persone e le storie di persone transgender e delle loro famiglie» (Delilah). Sebbene questa ricerca di informazioni sia stata utile ai genitori in termini di conoscenze, sviluppo di competenze, rassicurazione e normalizzazione, trovare informazioni accurate e pertinenti era un processo lungo e casuale, per la mancanza di risorse specifiche per il territorio che tenessero conto di fattori contestuali come leggi, servizi e sostegni.
Molti genitori si sono sentiti isolati all’inizio della transizione della figlia o del figlio, senza sapere a chi rivolgersi per avere sostegno o esitando a chiedere aiuto, come ha spiegato questa partecipante: «Avrei potuto… ma non mi sentivo a mio agio» (Anna). Tra gli ostacoli all’accesso al sostegno figuravano la difficoltà di trovare informazioni, le informazioni inesatte, i lunghi tempi di attesa dei servizi e la riluttanza a chiedere sostegno per proteggere la riservatezza della figlia o del figlio TGNC. Diversi genitori hanno parlato di aver cercato sostegno in cliniche specializzate per l’identità di genere, sia nel sistema sanitario pubblico sia in quello privato. Tuttavia, i lunghi tempi di attesa e i costi economici erano ostacoli all’accesso a questo sostegno, come ha raccontato Fiona: «Il problema è che la lista d’attesa è assurdamente lunga…diciotto mesi di lista d’attesa. E per allora avrà superato il limite d’età. E poi è tipo: be’, e che altro puoi fare?». I genitori hanno anche segnalato che era difficile trovare informazioni tempestive e specifiche per il territorio, come ha espresso Evan proponendo un sostegno maggiore: «…più documentazione. O almeno materiale online di ambito locale. Mi sarebbe stato utile…informazioni sulla legge nel Queensland…tipo il cambio dei certificati di nascita, e così via» (Evan). Questo punto di vista era condiviso da altri genitori, come Caroline, che ha suggerito la necessità di «un workshop che spieghi tutto… un sito con [quello che] devi sapere. Uno sportello unico».
Le persone partecipanti a questo studio hanno descritto l’esperienza di genitori di una persona TGNC come un’esperienza complessa e unica, influenzata da una serie di fattori biopsicosociali. Le loro esperienze ruotavano attorno alla scoperta dell’identità TGNC della figlia o del figlio, alla condivisione e alla gestione di questa transizione con altre persone e alla negoziazione di una «nuova normalità». Le esperienze vissute condivise in questo studio suggeriscono che i genitori possono attraversare trasformazioni socio-emotive proprie e percorrere processi cognitivi ed emotivi che ricordano quelli dei modelli del lutto e della ripresa. Questo risultato rispecchia quello dello studio di Canitz e Haberstroh (2022), secondo cui le persone che si prendono cura di giovani transgender vivono una perdita ambigua e un lutto non riconosciuto in risposta alla transizione identitaria TGNC della figlia o del figlio, una reazione alla perdita che la società tende spesso a svalutare. I genitori del presente studio hanno parlato di un lutto passato, presente e futuro, in particolare in relazione ai cambi di nome, ai ricordi, alle aspettative e ai progetti. Pur esprimendo sentimenti di dissonanza, lutto e paura, i genitori esitavano a cercare sostegni formali per sé o a farvi ricorso, ribadendo invece la propria attenzione ai bisogni e ai desideri della figlia o del figlio TGNC. È importante che il servizio sociale clinico normalizzi i sentimenti di lutto e di perdita dei genitori legati alla loro esperienza con una figlia o un figlio TGNC, e convalidi il fatto che questi sentimenti possono essere presenti anche quando si sostiene e si accetta la propria figlia o il proprio figlio. Chi opera nel servizio sociale clinico può aiutare i genitori a costruire una rete di sostegno, a sviluppare tecniche di gestione dello stress e a stabilire routine di cura di sé. Con questo sostegno, i genitori saranno più in grado di garantire il proprio benessere e, di conseguenza, quello della figlia o del figlio TGNC.
Sebbene sia stato dimostrato che le pratiche genitoriali positive e l’accettazione da parte dei genitori rafforzano il benessere di bambine e bambini (Cui et al., 2018), dare priorità ai bisogni della figlia o del figlio TGNC trascurando i bisogni psicosociali del genitore potrebbe nuocere a entrambe le parti. La genitorialità intensiva è stata proposta per la prima volta da Hays (1996) come un modello culturale di genitorialità plasmato dalla società, che richiede ai genitori di essere scrupolosamente centrati sulla figlia o sul figlio, di sacrificarsi, di seguire la guida di persone esperte e di essere attenti a ogni suo bisogno. Come avvertono Field e Mattson (2016), l’ideologia della genitorialità intensiva, che plasma con ogni probabilità la genitorialità contemporanea attraverso una diffusa pressione morale a esercitare la genitorialità in modo centrato sull’infanzia, potrebbe influenzare ancora di più i genitori di figlie e figli TGNC a causa dei loro bisogni e delle loro vulnerabilità biopsicosociali specifici. Field e Mattson (2016) mettono in guardia dall’isolamento vissuto dai genitori di figlie e figli TGNC, che possono esitare a cercare sostegno per la pressione a rispondere nel modo «giusto» e «morale», come richiede una società della genitorialità intensiva. Per i genitori di questo studio, il sostegno è stato spesso cercato in modo autonomo e sotto forma di informazioni che potessero aiutarli a sostenere la figlia o il figlio TGNC, anziché cercare sostegno per sé in quanto genitori. L’ideologia della genitorialità intensiva potrebbe spiegare anche la paura del giudizio altrui segnalata da molti dei genitori di questo studio. La paura delle reazioni della famiglia e della società in generale verso la figlia o il figlio TGNC era una preoccupazione centrale per i genitori, che sentivano il bisogno di proteggere la figlia o il figlio dal mondo. La consulenza individuale offerta dal servizio sociale clinico può aiutare i genitori a esaminare i propri bisogni, convinzioni e preoccupazioni riguardo all’identità di genere della figlia o del figlio e a mettere in discussione i paradigmi genitoriali dominanti che fanno gravare sul genitore pressioni e aspettative schiaccianti. Il servizio sociale clinico può condurre interventi di terapia familiare per favorire la comprensione, migliorare la comunicazione e rafforzare le relazioni familiari.
I genitori si sono appoggiati al sostegno sociale di amicizie, famiglia e reti di fede. Hanno imparato attivamente leggendo libri e articoli e affidandosi ai social media per orientamento e consigli. Questo risultato rispecchia quello dello studio di Matsuno et al. (2022), in cui le risorse e una comunicazione chiara facilitavano la capacità dei genitori di sostenere la figlia o il figlio. I genitori di questo studio hanno segnalato il bisogno di una formazione e di risorse specifiche da utilizzare per sostenere la figlia o il figlio. Hanno indicato inoltre che la disponibilità e il costo dei servizi erano ostacoli a un sostegno tempestivo. Ad alcuni è stato detto che la figlia o il figlio avrebbe superato il limite d’età del sistema prima di ricevere cure, un ostacolo già individuato per l’infanzia e l’adolescenza TGNC (Bruce et al., 2023). Il servizio sociale clinico dovrebbe fornire ai genitori informazioni aggiornate e accurate sull’identità di genere, sulle esperienze TGNC e sugli ostacoli che incontrano bambine, bambini e adolescenti TGNC e le loro famiglie. Mettendo in discussione gli ostacoli sistemici e lo stigma sociale, chi opera nel servizio sociale clinico può aiutare i genitori di figlie e figli TGNC ad accedere a cure tempestive ed efficaci, che rispondano ai loro bisogni. I genitori hanno descritto una dissonanza interna, l’elaborazione dei propri pensieri e sentimenti negativi, tristi o esitanti, e il lutto per una vita che pensavano di vivere. Hidalgo e Chen (2019) indicano che ansia, preoccupazione, stress, isolamento sociale, senso di colpa e sentimenti di perdita erano tra gli esiti per i genitori di figlie e figli TGNC, un risultato che si ritrova nel presente studio. I genitori di questo studio hanno descritto la figlia o il figlio come alle prese con una serie di problemi biopsicosociali complessi oltre alla propria identità TGNC. Hanno descritto una complessità dovuta all’intersezione tra l’identità di genere e l’ASD e/o l’ADHD della figlia o del figlio, un risultato coerente con la letteratura attuale che suggerisce una co-occorrenza di ASD, ADHD e diversità di genere (Heylens et al., 2018; Thrower et al., 2020). Le esperienze dei genitori di questo studio suggeriscono un percorso influenzato da molteplici dimensioni identitarie, oppressioni e identità minoritarie che si sommano. Per le persone partecipanti, l’espressione di genere della figlia o del figlio era un pezzo di un «puzzle» identitario, intrecciato con altre dimensioni dell’identità come l’orientamento sessuale, la disabilità e la salute mentale e fisica. Adottando un approccio intersezionale alla terapia con bambine, bambini e adolescenti TGNC e le loro famiglie (Golden & Oransky, 2019), il servizio sociale clinico può esplorare e mettere in discussione la molteplicità di sfide e adattamenti identitari che influenzano sia il genitore sia la figlia o il figlio, rafforzando i legami familiari e costruendo tra genitore e figlia o figlio una comprensione condivisa dell’intersezione delle identità e della loro reciproca influenza.
I genitori di questo studio hanno trovato difficile accedere alle cure di affermazione di genere, come già rilevato in precedenza (Chaplyn et al., 2023). Le esperienze dei genitori nell’ambiente scolastico concordano con ricerche precedenti, in cui i genitori si battono per le figlie e i figli e formano il personale scolastico sulle questioni TGNC (Birnkrant & Przeworski, 2017; Capous-Desyllas & Barron, 2017). Per spostare questa responsabilità dal singolo genitore a una contestazione collettiva dell’oppressione, il servizio sociale clinico può lavorare con le scuole e le organizzazioni di comunità per promuovere politiche e pratiche inclusive che giovino all’infanzia e all’adolescenza TGNC e favoriscano un ambiente di apprendimento sicuro.
È interessante notare che i genitori hanno percepito la loro relazione di attaccamento come stabile per tutta la transizione di identità di genere della figlia o del figlio, un risultato degno di nota data la prevalenza dell’attaccamento insicuro tra le persone giovani TGNC (Kozlowska et al., 2021). Questo risultato è tuttavia provvisorio, poiché non è stata esplorata la percezione dell’attaccamento da parte della figlia o del figlio TGNC. Si raccomandano ricerche future che esplorino le esperienze di genitori che non sostengono l’identità di genere della figlia o del figlio, perché queste relazioni tra genitori e figlie o figli sono cruciali per il benessere dell’infanzia e dell’adolescenza TGNC e potrebbero far luce sugli interventi necessari a promuovere una genitorialità affermativa.
Lo studio è limitato dalla non generalizzabilità dei risultati, dovuta alle ridotte dimensioni del campione e alla scarsa diversità delle persone partecipanti. Le autrici riconoscono che il campione rappresentava genitori che (1) erano a conoscenza dell’identità di genere della figlia o del figlio, (2) la affermavano e (3) erano disposti a riflettere sulla propria esperienza genitoriale e a parlarne. Un altro limite è la modifica della modalità di diffusione dei risultati nello stile partecipativo proprio della metodologia photovoice. A causa delle difficoltà nell’ottenere l’autorizzazione etica che permettesse alle persone partecipanti di condividere le proprie fotografie con la comunità più ampia, le autrici hanno dovuto diffondere le fotografie e i racconti a un convegno e tramite una pubblicazione per conto delle persone partecipanti.
Questo studio ha esplorato le esperienze vissute di genitori australiani che crescono figlie e figli TGNC, per comprendere meglio in che modo l’identità di genere della figlia o del figlio influisse sull’attaccamento e sulle relazioni familiari, quali fattori di stress vivessero i genitori, come affrontassero questa transizione e di quali sostegni si servissero o avessero bisogno. Si riconosce che le esperienze vissute delle persone partecipanti non rappresentano quelle di tutti i genitori che crescono figlie e figli TGNC e che lo studio ha attirato un campione che riconosce o conosce l’identità TGNC della figlia o del figlio e la afferma. Sebbene i risultati non siano generalizzabili, offrono uno sguardo sul modo in cui i genitori vivono l’esperienza genitoriale con una figlia o un figlio TGNC in Australia. Lo studio ha rilevato che l’attaccamento è cambiato pochissimo dopo il coming out della figlia o del figlio TGNC e che i legami sicuri sono stati mantenuti grazie a una tutela attiva, a un ripensamento dell’importanza del genere, a un’attenzione costante alla figlia o al figlio e a una considerazione positiva incondizionata nei suoi confronti. Tuttavia, le persone partecipanti hanno vissuto una serie di difficoltà socio-emotive e tendevano a ridurre al minimo i propri bisogni per dare priorità a quelli della figlia o del figlio TGNC. Il servizio sociale clinico può svolgere un ruolo fondamentale nel sostenere i genitori di bambine, bambini e adolescenti TGNC, offrendo cure informate sul trauma che riconoscano il lutto non riconosciuto socialmente, tengano conto degli effetti socio-emotivi e forniscano informazioni mirate su procedure legali, trattamenti medici e sistemi di sostegno sociale mentre attraversano le diverse fasi della transizione di genere della figlia o del figlio.
Complexe Systémique: i punti chiave
In una lettura sistemica, l’interesse di questo piccolo studio australiano sta nello spostare lo sguardo dalla figlia o dal figlio TGNC al sottosistema genitoriale, spesso trascurato. Gli otto genitori descrivono un attaccamento rimasto stabile, ma anche un lutto di cui si parla raramente: il lutto per un nome, per le foto di famiglia, per un futuro immaginato, che coesiste con l’accettazione senza contraddirla. La nozione di genitorialità intensiva illumina la trappola relazionale: dare tutto alla figlia o al figlio e non chiedere nulla per sé, con il rischio di esaurimento e di isolamento. Le autrici ne ricavano indicazioni concrete: normalizzare questo lutto, offrire ai genitori uno spazio proprio, lavorare con fratelli e sorelle e con la scuola come parti del sistema. I limiti sono dichiarati: solo otto genitori, tutti favorevoli all’identità della figlia o del figlio, e senza lo sguardo della figlia o del figlio stesso sull’attaccamento. Il testo non dirime i dibattiti medici sulla transizione; documenta un’esperienza familiare. Da leggere insieme a lo studio sul lutto dei genitori durante la transizione della figlia o del figlio e l’articolo sul sostegno dei genitori alle persone adolescenti transgender.
Note dell’originale
Finanziamento. Finanziamento Open Access reso possibile e organizzato da CAUL e dalle sue istituzioni aderenti. University of the Sunshine Coast, 101808544, Zalia Powell.
Conflitto di interessi. Non abbiamo conflitti di interessi noti da dichiarare.
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Traduzione non ufficiale in italiano di Lived Experiences of Parenting Transgender and Gender Nonconforming Youth: Implications for Clinical Social Work Practice, di Zalia Powell, Emily Angeltveit, Cindy Davis e Laura Dodds, Clinical Social Work Journal, vol. 53, no 1, pp. 89-99 (2025), doi: 10.1007/s10615-024-00936-z, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (fotografie delle persone partecipanti non riprodotte). La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Questa è una traduzione non ufficiale dell’articolo originale «Lived Experiences of Parenting Transgender and Gender Nonconforming Youth: Implications for Clinical Social Work Practice», pubblicato in Clinical Social Work Journal (2025) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e adattato per la lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina. Fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Powell, Z., Angeltveit, E., Davis, C., e Dodds, L. (2025). Lived Experiences of Parenting Transgender and Gender Nonconforming Youth: Implications for Clinical Social Work Practice. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/lived-experiences-of-parenting-transgender-and-gender-nonconforming-youth-implications (Opera originale pubblicata nel 2024 in Clinical Social Work Journal, 53(1), 89-99 (2025); ripubblicata nel 2025 da Clinical Social Work Journal, https://link.springer.com/article/10.1007/s10615-024-00936-z)
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