Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Journal of Family Violence · Violenza
Che cosa fanno le future madri e i futuri padri della violenza conosciuta nell’infanzia? Per due anni un gruppo di ricerca londinese ha intervistato 26 madri in gravidanza che subivano violenza domestica e 13 padri che la agivano, tutte e tutti inseriti nel programma perinatale For Baby’s Sake. I loro racconti mostrano una violenza trasmessa da una generazione all’altra, ma anche ciò che aiuta a spezzare il ciclo: un contesto non giudicante, la regolazione della rabbia e il video delle interazioni con il bebè.
Traduzione non ufficiale in italiano di ‘It’s so Beneficial to be Able to Stop the Cycle’: Perceptions of Intergenerational Transmission of Violence and Parenting Practices Among Pregnant Women and their Abusive Partners, di Federica Taccini, Jill Domoney, Josephine Ocloo, Margaret Heslin, Sarah Byford, Debra Bick, Louise M. Howard, Harriet MacMillan, Stefania Mannarini, Paul Ramchandani, Nicky Stanley e Kylee Trevillion, pubblicato in Journal of Family Violence (Springer) (2025), doi: 10.1007/s10896-024-00685-0, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La tabella è presentata sotto forma di elenco. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Sia le madri sia i padri si sono dichiarati fortemente motivati a spezzare il ciclo della violenza e a evitare che la loro prole vivesse gli stessi eventi traumatici che avevano vissuto loro.
Federica Taccini, Jill Domoney, Josephine Ocloo, Margaret Heslin, Sarah Byford, Debra Bick, Louise M. Howard, Harriet MacMillan, Stefania Mannarini, Paul Ramchandani, Nicky Stanley e Kylee Trevillion
Abstract
Obiettivo. Lo studio si proponeva di esplorare in che modo le donne in gravidanza che subiscono violenza e abuso domestico (DVA, Domestic Violence and Abuse) e gli uomini che li agiscono comprendono l’impatto del proprio ambiente infantile sulle relazioni con la propria prole e con l’altro genitore, e in che modo un intervento psicologico sulla DVA possa plasmare la loro genitorialità.
Metodi. Sono state condotte interviste qualitative individuali ripetute con madri in gravidanza e padri che riferivano DVA e partecipavano a un intervento psicologico volto ad affrontarla. Le interviste si sono svolte all’inizio (durante la gravidanza) e alla fine dell’intervento (due anni dopo il parto). Per analizzarle è stata utilizzata l’analisi tematica riflessiva.
Risultati. Sono state analizzate 56 interviste (26 madri; 13 padri). Sono emersi cinque temi: (1) Riconoscere le esperienze infantili di DVA; (2) Le cicatrici delle esperienze traumatiche; (3) Rompere il silenzio sull’abuso; (4) La trasmissione degli stili e dei comportamenti genitoriali da una generazione all’altra; (5) Diventare il miglior genitore possibile. La trasmissione intergenerazionale della violenza era riconoscibile nella maggior parte dei racconti. Nonostante ciò, diverse persone partecipanti hanno descritto competenze acquisite durante l’intervento (per esempio strategie di regolazione emotiva) che le hanno aiutate a interrompere la violenza e a migliorare la relazione con la propria prole.
Conclusioni. Chi riconosceva di aver subito abusi nell’infanzia li considerava uno dei vari fattori di rischio della DVA in età adulta. Le persone partecipanti hanno inoltre discusso il potenziale degli interventi informati sul trauma per contrastare la trasmissione intergenerazionale della violenza e di pratiche genitoriali inadeguate.
Parole chiave: Violenza e abuso domestico, Trasmissione intergenerazionale, Genitorialità, Trauma, Intervento
La violenza e l’abuso domestico (DVA) consistono nell’uso di violenza, abusi e minacce da parte di un familiare, di un partner o di un ex partner nei confronti di una persona di almeno 16 anni (Oliver et al., 2019). Secondo le stime mondiali, circa il 23–31% delle donne (15–49 anni) subisce almeno una volta nella vita violenza fisica e/o sessuale da parte del partner (WHO, 2021). In Inghilterra e Galles il numero di donne che subiscono DVA risulta più che doppio rispetto a quello degli uomini (1,7 milioni di donne e 699.000 uomini) (ONS, 2022). Non sono state riscontrate differenze statisticamente significative nei tassi di prevalenza della DVA tra donne di gruppi etnici diversi (cioè bianche, di origine mista, nere o britanniche nere, asiatiche o britanniche asiatiche) (ONS, 2022). Tuttavia, le minoranze etniche rivelano violenze e abusi ai servizi pubblici meno spesso delle donne bianche britanniche (Femi-Ajao, 2018). Le donne riferiscono di subire DVA anche in gravidanza, con stime di prevalenza che vanno dal 3 al 30% (Bacchus et al., 2004; Bowen et al., 2005; Devries et al., 2010; Mojahed et al., 2021; Salari & Nakhaee, 2008; Van Parys et al., 2014). La variabilità di queste cifre rispecchia quella dei tassi di prevalenza mondiali (Van Parys et al., 2014). In particolare, i tassi di prevalenza risultavano più elevati nei paesi africani e latinoamericani rispetto a quelli rilevati nei paesi europei e asiatici (Devries et al., 2010; Van Parys et al., 2014). Va tuttavia sottolineato che le stime di prevalenza mostravano una notevole variabilità sia all’interno delle regioni sia dei singoli paesi (Devries et al., 2010; Van Parys et al., 2014). Inoltre, la prevalenza e questa variazione possono dipendere dalle definizioni, dalla metodologia e dal disegno di studio adottati (Román-Gálvez et al., 2021). Per quanto riguarda il Regno Unito, dove si colloca il nostro studio, Bowen et al. (2005) hanno esaminato la prevalenza della violenza domestica in un campione di 7.591 donne. I risultati indicavano un’incidenza della vittimizzazione da violenza domestica più bassa durante la gravidanza che nel periodo postnatale: in gravidanza (cioè alla 18ª settimana di gestazione) il 5,1% del campione riferiva una qualche forma di vittimizzazione, l’1% un abuso fisico e il 4,8% un abuso emotivo; nel postpartum (cioè a 33 mesi dal parto) l’11% del campione riferiva una qualche forma di vittimizzazione, il 2,9% un abuso fisico e il 10,8% un abuso emotivo. Considerando un più recente studio di coorte internazionale sulla DVA subita in gravidanza in Svezia, i risultati indicavano che il 2,5% (n = 40/1573) delle partecipanti riferiva di aver subito DVA, indipendentemente dal tipo o dalla gravità (Finnbogadóttir & Dykes, 2016).
Oltre a numerose conseguenze negative sulla salute fisica, le persone che subiscono DVA sono esposte al rischio di sviluppare diversi problemi di salute mentale, come depressione, ansia, problemi di uso di sostanze e tentativi di suicidio (Bailey et al., 2019; Beck et al., 2011; Beeble et al., 2009; Mantovani et al., 2023; Oram et al., 2022; Trevillion et al., 2012; Trombetta & Rollè, 2022). Inoltre, quando è subita in gravidanza, la DVA è associata alla depressione prenatale e postnatale (Howard et al., 2013) e a esiti ostetrici sfavorevoli, tra cui basso peso alla nascita e parto pretermine (Hill et al., 2016).
La DVA può colpire anche la prole. I bambini e le bambine che vivono in un ambiente violento possono subire, direttamente o indirettamente, la DVA tra le figure di accudimento (Henry, 2018): circa 1 minore su 5 riferisce esperienze di questo tipo (Radford et al., 2011). In seguito al Domestic Abuse Act 2021, la legislazione britannica riconosce ormai l’impatto della DVA sull’infanzia, al punto che i minori sono considerati vittime di abuso domestico quando vedono, sentono o subiscono le conseguenze della DVA. Inoltre, nelle famiglie in cui è presente DVA, si stima che il rischio di maltrattamento infantile sia più alto del 30–60% (Hester et al., 2007; Humphreys & Thiara, 2002). È stato dimostrato che le esperienze sfavorevoli infantili (ACE, Adverse Childhood Events), tra cui l’abuso infantile e l’esperienza di violenza domestica, contribuiscono a esiti negativi in età adulta, come problemi di abuso di sostanze, PTSD, depressione e malattie croniche (Anda et al., 2006; Chang et al., 2019; Felitti, 2009; Felitti et al., 1998). Queste ACE contribuiscono anche, nell’infanzia, a relazioni difficili con i pari, a uno scarso rendimento scolastico, a comportamenti a rischio per la salute, all’abuso di sostanze e a problemi di salute mentale (Guss et al., 2020; Kalmakis & Chandler, 2015; Lange et al., 2019; Murphy et al., 2014; Thornberry et al., 2012). Inoltre, in questa popolazione il rischio di polivittimizzazione – che può consistere nel subire almeno due tipi di vittimizzazione interpersonale (per esempio vittimizzazione da parte di una figura di accudimento, trascuratezza genitoriale) – sembra elevato (Jackson- Hollis et al., 2015; Tura et al., 2022). A questo proposito, lo studio di Jackson- Hollis et al. (2015) ha rilevato che il 3,57% delle persone adolescenti britanniche che avevano partecipato a tutte e quattro le rilevazioni (su un campione totale di 364) aveva subito una polivittimizzazione costante nell’arco di quei quattro anni. Considerando altre fasce d’età, Radford et al. (2013) hanno rilevato che nell’anno precedente il 2,5% dei minori sotto gli 11 anni e il 6% delle persone giovani tra gli 11 e i 17 anni riferiva uno o più episodi di abuso fisico, sessuale o emotivo, o di trascuratezza, da parte di un genitore o di una figura di accudimento. Inoltre, almeno una volta durante l’infanzia, avevano vissuto esperienze di questo tipo l’8,9% dei minori sotto gli 11 anni, il 21,9% delle persone giovani tra gli 11 e i 17 anni e il 24,5% delle persone giovani adulte. I risultati di Radford et al. (2013) mostravano anche differenze minime tra maschi e femmine nei tassi di maltrattamento infantile riferiti quando questo era agito da genitori o figure di accudimento. Quanto ad altre forme di vittimizzazione infantile, i maschi incontravano più spesso vittimizzazione da parte dei pari, più episodi di violenza fisica non legata alle figure di accudimento e una maggiore esposizione alla violenza nella comunità. Al contrario, le femmine delle due fasce d’età più grandi riferivano una prevalenza più alta di esperienze di vittimizzazione sessuale rispetto ai coetanei maschi. Queste esposizioni cumulative a eventi traumatici possono essere particolarmente dannose: un numero più elevato di eventi negativi nell’infanzia è associato a un benessere fisico e mentale peggiore in età adulta (Merrick et al., 2017).
La DVA vissuta nell’infanzia e/o nell’adolescenza è un importante fattore di rischio per l’agire violenza o il subire vittimizzazione in età adulta (Rikić et al., 2017; Tyler et al., 2011), e questo fenomeno è stato definito trasmissione intergenerazionale della violenza (Black et al., 2010; Rikić et al., 2017; Taccini et al., 2021; Tyler et al., 2011). Lo studio prospettico ventennale di Ehrensaft et al. (2003) mostra che chi è esposto, direttamente o indirettamente, alla DVA tra le figure di accudimento durante l’infanzia può adottare modalità disfunzionali analoghe di gestione dei conflitti nelle relazioni sentimentali adulte. Tyler et al. (2011) hanno inoltre trovato associazioni tra l’esposizione infantile alla DVA e la violenza nelle relazioni sentimentali tra adolescenti. Una rassegna di Lomanowska et al. (2017) mostra poi che le avversità precoci sembrano influire sulla genitorialità in età adulta. In particolare, i risultati di Newcomb e Locke (2001) mostrano che il maltrattamento infantile è associato a successive pratiche genitoriali inadeguate, cioè scarso calore, aggressività, rifiuto indifferenziato e trascuratezza.
Alcuni risultati, tuttavia, non confermano una continuità della violenza e dell’abuso nelle relazioni intime da una generazione all’altra (Ertem et al., 2000; Langevin et al., 2021; Thornberry et al., 2012; Tracy et al., 2018). In particolare, per i minori che vivono la DVA possono entrare in gioco numerosi fattori di protezione, come un elevato sostegno sociale materno nel periodo postnatale (Tracy et al., 2018), il calore materno (Jaffee et al., 2013), la partecipazione paterna (Tracy et al., 2018), uno status socioeconomico elevato (Jaffee et al., 2013), una maggiore soddisfazione per il proprio ruolo genitoriale (Thornberry et al., 2013) e una relazione sana con il partner (Jaffee et al., 2013). Diversi fattori di protezione possono contribuire anche a spezzare il ciclo della genitorialità maltrattante, come la stabilità economica e il sostegno sociale (Crouch et al., 2001; Dixon et al., 2009) e la presenza di ricordi di esperienze infantili positive (Narayan et al., 2019; Radford et al., 2019).
Inoltre, una rassegna di Radford et al. (2019) riporta diversi studi che hanno indagato se le persone modellino il proprio comportamento su quello della figura di accudimento dello stesso sesso; in tal caso, la violenza del padre sulla madre potrebbe predire l’uso della violenza da parte di un figlio maschio e la vittimizzazione di una figlia femmina nelle relazioni intime adulte. I risultati erano contrastanti: alcuni studi, come quello di Kwong et al. (2003), non hanno trovato alcuna associazione tra la configurazione di genere della DVA vissuta nell’infanzia e la DVA nelle relazioni adulte. Altri (per esempio Heyman & Slep, 2002) hanno sostenuto un approccio di genere alla trasmissione intergenerazionale della violenza, mostrando che le persone intervistate vivevano in età adulta esperienze di violenza (agendo o subendo DVA) simili a quelle della figura di accudimento dello stesso sesso (maschile o femminile).
Alla luce della letteratura citata, questo studio si propone di esplorare l’impatto percepito delle esperienze infantili di abuso sulle pratiche genitoriali di donne e uomini, dal punto di vista di chi ha subito e di chi ha agito la DVA, e di esaminare in che modo un intervento psicologico sulla DVA possa basarsi su queste percezioni per plasmare le pratiche genitoriali delle figure di accudimento.
Sono state seguite le linee guida COREQ (Consolidated criteria for reporting qualitative research) (Tong et al., 2007). Questa ricerca è un’analisi secondaria di dati provenienti da interviste qualitative individuali ripetute con madri in gravidanza e padri che riferivano DVA, condotte nell’ambito di una più ampia valutazione a metodi misti della fase prototipale di un intervento psicologico britannico sulla genitorialità in contesti di DVA, denominato For Baby’s Sake (Domoney et al., 2019; Trevillion et al., 2020).
Per descrivere le persone che subiscono DVA si usano comunemente diversi termini, come «vittima», «sopravvissuta» o «persona con esperienza vissuta di abuso domestico». Perot e Chevous (2018) suggeriscono che molte persone possono non sentirsi a proprio agio con i termini usati nella letteratura scientifica, come «vittima» o «sopravvissuta», perché non li hanno mai sentiti prima o perché ritengono che non descrivano in modo adeguato le loro esperienze. Di conseguenza, questo articolo adotta l’espressione «persone che hanno subito DVA» per indicare le donne che hanno partecipato a questo progetto e che hanno subito violenza da parte del partner. Inoltre, ai fini di questo studio, ci riferiremo ai padri inclusi nel progetto come «uomini che agiscono DVA».
For Baby’s Sake è un intervento psicoterapeutico rivolto all’intera famiglia, destinato a madri in gravidanza e padri nella cui relazione è presente DVA. È stato sviluppato e realizzato nel Regno Unito. Secondo l’approccio centrato sull’intera famiglia, entrambi i genitori sono inclusi nell’intervento, che convivano o meno e/o che stiano insieme come coppia o meno. Questo approccio inclusivo nasce dalla consapevolezza che separare un genitore maltrattante dalla propria prole potrebbe non essere sempre possibile né rappresentare la scelta preferita delle famiglie che vivono la DVA (Stanley & Humphreys, 2017). Sta invece emergendo una prospettiva alternativa che promuove interventi rivolti a tutti i membri della famiglia. Queste strategie sono in linea con la crescente attenzione a responsabilizzare chi agisce la violenza per gli effetti dell’esposizione dei minori alla DVA e tengono conto delle ricerche secondo cui la paternità potrebbe costituire un importante catalizzatore di trasformazione del comportamento (Meyer, 2018; Stanley et al., 2012). Ciascun genitore ha una diversa figura professionale di For Baby’s Sake che lavora con lui o con lei in modo indipendente, in sedute individuali. Il personale di For Baby’s Sake opera all’interno delle sedi dei servizi sociali locali, pur costituendo un’organizzazione indipendente; questa coabitazione contribuisce a far conoscere l’intervento e a favorire gli invii da parte dei servizi sociali pubblici partner. Inoltre, il personale di For Baby’s Sake promuove attivamente l’intervento presso altre organizzazioni locali pertinenti (per esempio servizi sanitari pubblici, servizi della giustizia penale e organizzazioni di volontariato), partecipando alle loro riunioni d’équipe. I genitori che soddisfano i criteri di ammissibilità possono rivolgersi direttamente al programma (N.B. il personale di For Baby’s Sake diffonde materiali di marketing sociale per far conoscere il programma al pubblico), oppure possono essere inviati dai servizi di ostetricia e di visita domiciliare sanitaria, dai servizi sociali per l’infanzia, dalla medicina generale, dalla polizia, dai servizi di probation o dai servizi locali di volontariato e di comunità. Durante questo studio, i servizi sociali per l’infanzia sono stati l’organizzazione che ha effettuato più invii a For Baby’s Sake e le famiglie partecipanti hanno riferito diverse esperienze di DVA, tra cui abusi fisici, sessuali, psicologici e controllo coercitivo.
Gli obiettivi dell’intervento sono: «(1) porre fine all’abuso domestico; (2) superare l’impatto delle esperienze traumatiche della propria infanzia; (3) apportare cambiamenti duraturi al proprio comportamento e (4) creare, attraverso le tecniche genitoriali e l’ambiente familiare, le condizioni per prevenire esiti negativi per la prima infanzia» (Domoney et al., 2019, p. 127). Le sedute psicoterapeutiche si svolgono in presenza e integrano diverse tecniche provenienti da diverse teorie terapeutiche: terapia cognitivo-comportamentale (CBT) (Beck, 2011); terapia della Gestalt (Kellogg, 2014); analisi transazionale (Berne, 2016); colloquio motivazionale (Rollnick & Miller, 1995); terapia basata sulla mindfulness (Whitaker et al., 2014) e lavoro sul bambino interiore (Bradshaw, 1992). Quest’ultimo è al centro del programma, poiché mira ad aiutare i genitori ad affrontare le ACE e a riprendersi dal trauma. Il programma For Baby’s Sake è manualizzato e articolato in moduli. Tra gli esempi di moduli figura la «Video Interaction Guidance (VIG)» (Kennedy et al., 2011), che mira a valutare e migliorare la comunicazione tra genitori e prole e una genitorialità sensibile e sintonizzata attraverso la videoregistrazione delle interazioni tra genitore e bebè. In questo modulo i genitori sono guidati dalla loro figura professionale di For Baby’s Sake (formata alla Video Interaction Guidance) ad analizzare le registrazioni e a riflettervi per migliorare la comunicazione con la propria prole. «Healthy Expression of Feelings» (espressione sana dei sentimenti) costituisce un altro modulo del programma. Questo modulo si compone di due parti: la prima esplora le emozioni di colpa, vergogna e dissociazione e mira a rafforzare le strategie di regolazione emotiva di madri e padri; la seconda è dedicata a rafforzare il riconoscimento e l’espressione delle emozioni in modo sano. La seconda parte mira anche a migliorare la capacità di madri e padri di rispondere con sensibilità ai sentimenti dei figli e delle figlie.
La valutazione ha misurato gli esiti quantitativi e qualitativi di madri e padri su un periodo di due anni, dal momento dell’ingresso nel programma di intervento (all’inizio o a metà della gravidanza) alla sua conclusione (circa due anni dopo il parto). Ulteriori informazioni sul disegno del progetto e sulla metodologia, comprese le misure di sicurezza per le persone partecipanti, sono disponibili qui (Domoney et al., 2019) e nel rapporto finale di valutazione (Trevillion et al., 2020).
I criteri di inclusione nell’intervento erano: entrambi i genitori intendevano partecipare all’intervento fin dalla gravidanza; entrambi i genitori avevano almeno 17 anni; la madre subiva DVA da parte del padre del nascituro, con la possibilità che la violenza e l’abuso diventassero ricorrenti, si prolungassero o si aggravassero; i genitori risiedevano nelle aree in cui l’intervento era attivo (un borough del centro di Londra o una contea dell’Inghilterra meridionale). Inoltre, anche se non stavano insieme come coppia, i genitori dovevano voler esercitare insieme la genitorialità nei confronti del nascituro. Altri fattori di esclusione, valutati caso per caso in quanto in grado di compromettere la capacità di impegnarsi nell’intervento, comprendevano la natura particolare di una diagnosi di salute mentale (come problemi acuti di abuso di sostanze) o altri bisogni o problematiche, nonché l’allontanamento definitivo confermato del nascituro dalla cura del genitore dopo il parto. I criteri di esclusione dalla ricerca erano gli stessi dell’intervento, con in più l’incapacità della persona partecipante di fornire il consenso informato al momento dell’intervista.
Il programma era in evoluzione durante la fase prototipale e ha continuato a svilupparsi dopo la valutazione. Tra questi sviluppi figura l’erogazione di sedute terapeutiche a distanza tramite tecnologie video e audio, nata dall’esperienza e dagli apprendimenti dei lockdown durante la pandemia globale di COVID-19. I criteri di accesso ora includono esplicitamente le famiglie in cui è la madre ad agire abusi sul padre, nonché le coppie genitoriali dello stesso sesso. I criteri di esclusione non fanno più riferimento a un livello di diagnosi di salute mentale, di abuso di sostanze o di altri bisogni complessi che potrebbe impedire a un genitore di impegnarsi, poiché nella pratica il programma ha raramente escluso genitori per questi motivi. Analogamente, il programma ora lavora con genitori il cui bebè potrebbe essere allontanato e, se ciò avviene, offre loro un sostegno per un certo periodo successivo, così da giungere a una conclusione pianificata e informata sul trauma.
Madri e padri sono stati intervistati separatamente in tre momenti distinti della loro partecipazione alla valutazione: (1) intervista iniziale, nei primi 10 mesi dall’avvio dell’intervento For Baby’s Sake; (2) a un anno dall’iscrizione al programma e (3) a due anni dall’iscrizione al programma. Il gruppo di valutazione mirava a completare le interviste iniziali prima del parto, obiettivo raggiunto per 14 persone utenti del servizio. Tuttavia, i ritardi nel raggiungere le persone da intervistare hanno fatto sì che la maggior parte delle interviste iniziali si svolgesse dopo il parto (sebbene, per circa metà del campione, entro 2 mesi dall’iscrizione al programma). Ciò significa che alcune persone partecipanti erano già in grado di riflettere sui benefici del programma al momento dell’intervista iniziale. Le interviste si sono svolte in presenza, presso i servizi territoriali in cui le famiglie ricevevano l’intervento oppure, se era sicuro farlo, a domicilio; sono state audioregistrate e trascritte integralmente. Se le persone partecipanti non desideravano essere registrate, chi conduceva l’intervista prendeva appunti scritti, che venivano poi analizzati. Le interviste sono state condotte da ricercatrici e ricercatori qualitativi formati (JD, KT, Lauren Carson, Danielle Megranahan) e le persone partecipanti sono state informate che lo studio mirava a comprendere l’impatto dell’intervento sulle loro relazioni intime e genitoriali. Le interviste sono state facilitate da guide tematiche, con argomenti di discussione quali i percorsi di ricerca di aiuto, le percezioni, le aspettative e le esperienze dell’intervento, nonché gli obiettivi e le riflessioni dei genitori sul programma. Queste guide non chiedevano esplicitamente in che modo le esperienze infantili influissero sulla genitorialità attuale, ma il tema è emerso durante l’esplorazione degli argomenti sopra elencati. Ciò può essere avvenuto perché il rapporto tra esperienze infantili e genitorialità attuale costituiva un aspetto centrale dell’intervento For Baby’s Sake. Le guide tematiche sono disponibili su richiesta. Tutte le persone partecipanti hanno ricevuto un buono regalo di £20 per ogni intervista.
È stato condotto un test pilota per stabilire se fosse fattibile somministrare per intero il protocollo dell’intervista iniziale. Ciò ha comportato l’individuazione degli item che le persone partecipanti giudicavano difficili, del tempo necessario per completare le valutazioni iniziali e dei riscontri verbali delle persone partecipanti sul contenuto e sullo svolgimento dell’intervista. Di conseguenza, sono state apportate alcune modifiche al protocollo dell’intervista.
Il gruppo di ricerca ha elaborato procedure operative standard e protocolli di sicurezza per dare priorità alla sicurezza e al benessere di tutte le persone partecipanti. Questa documentazione comprendeva indicazioni su come contattare in sicurezza le potenziali persone partecipanti, su come adattare i luoghi delle interviste per garantire la riservatezza e su come comunicare con le persone intervistate in merito ai rischi potenziali e ai modi per attenuarli (Ellsberg & Heise, 2002; WHO, 2001). Tra gli esempi di queste procedure: durante la fase di reclutamento, il personale di For Baby’s Sake valutava i potenziali rischi della partecipazione e, se la si riteneva sicura, forniva informazioni sugli obiettivi dello studio, sulle procedure e sul processo di consenso informato, rispondendo alle domande o alle preoccupazioni che le persone partecipanti potevano avere riguardo al loro coinvolgimento. Una volta che (e se) le persone partecipanti avevano manifestato il proprio interesse, indicavano un canale di comunicazione sicuro (per esempio lettera, telefonata al cellulare) attraverso il quale il gruppo di ricerca poteva contattarle per illustrare il progetto e programmare le interviste. Prima dell’intervista iniziale, chi conduceva la ricerca otteneva da ciascuna persona partecipante un consenso informato scritto relativo a tutti gli aspetti dello studio. Padri e madri sono stati intervistati separatamente in contesti sicuri e riservati e all’altro genitore non è stata fornita alcuna informazione sulle interviste del partner.
Il presente studio si concentra soltanto sulle interviste iniziali e su quelle a due anni dall’iscrizione; il tema delle esperienze infantili e della genitorialità non è emerso nelle interviste a un anno, che pertanto non sono state incluse in questo studio. Le interviste sono state analizzate tutte insieme, poiché l’obiettivo del presente lavoro non comporta l’esame delle differenze tra i due momenti di rilevazione.
L’approvazione del comitato etico per la ricerca del NHS per la valutazione a metodi misti è stata concessa il 25 gennaio 2016 dal London-Camberwell St Giles Research Ethics Committee (numero di riferimento: 15/LO/2006).
Per individuare configurazioni ricorrenti di significato nelle interviste è stata utilizzata l’analisi tematica riflessiva (Braun & Clarke, 2022). I dati sono stati analizzati da una delle autrici [FT]) e sono stati tutti gestiti con Nvivo12Pro. È stato adottato un metodo induttivo e guidato dai dati, in cui l’attenzione non si è limitata al contenuto semantico – che corrisponde ai significati evidenti delle interviste – ma si è estesa ai costrutti latenti, cioè al significato implicito. Sono state seguite le sei fasi dell’analisi tematica riflessiva (Braun & Clarke, 2022): (1) la «familiarizzazione» con i dati, che consisteva nel leggere e rileggere le trascrizioni delle interviste; (2) l’elaborazione della griglia iniziale di «codifica»; (3) la generazione dei temi iniziali, che raggruppavano configurazioni di significato codificate nell’insieme delle trascrizioni; (4) lo «sviluppo e revisione dei temi», che comprendeva letture approfondite dei dati per affinare i temi, accorpando i codici che condividevano informazioni simili e affinando le etichette tematiche affinché rispecchiassero fedelmente i codici rivisti. In tutte queste fasi la griglia di codifica è stata affinata attraverso iterazioni successive e, se necessario, le trascrizioni precedenti sono state ricodificate. Nelle ultime due fasi – (5) affinamento, definizione e denominazione dei temi – un’altra persona firmataria [KT] ha valutato in modo indipendente l’adeguatezza della griglia di codifica; le due persone si sono poi incontrate più volte per discutere e concordare una griglia di codifica tematica definitiva; (6) la stesura è stata curata da FT (Braun & Clarke, 2022; Yapp et al., 2019).
Un approccio riflessivo ha messo in evidenza le caratteristiche individuali (per esempio età, genere) e le motivazioni ideologiche (cioè il femminismo). In particolare, FT è una donna e ha svolto due tirocini in due centri antiviolenza per donne che hanno subito abusi. Queste esperienze e la sua motivazione ideologica (cioè il femminismo intersezionale) possono aver influenzato l’analisi. Il processo di riflessività è stato tuttavia portato avanti lungo l’intero percorso analitico.
Sono state condotte in totale 56 interviste con 39 persone partecipanti, 26 madri e 13 padri. Nello specifico, le interviste iniziali sono state completate con 38 persone partecipanti tra luglio 2016 e agosto 2017. Di queste interviste, 24 riguardavano coppie genitoriali (12 coppie), 13 solo madri e una solo un padre. A due anni dall’iscrizione, 18 persone partecipanti hanno completato l’intervista: 8 di queste interviste riguardavano coppie genitoriali (4 coppie), 8 solo madri e 2 solo padri. Di queste 18 persone partecipanti, soltanto una non aveva completato l’intervista iniziale. Le informazioni sociodemografiche sulle persone partecipanti sono riassunte nella Tabella 1.
Tra i motivi dell’abbandono alle interviste a due anni figuravano l’abbandono o il mancato completamento dell’intervento e l’impossibilità, per il gruppo di ricerca, di entrare in contatto con la famiglia.
Tabella 1 — Caratteristiche sociodemografiche delle madri (N = 26) e dei padri (N = 13)
* N madri = 25 per alcune variabili a causa di dati mancanti; ** Solo le madri avevano un MSc; *** Le informazioni sulla situazione occupazionale delle madri non sono riportate perché diverse interviste iniziali si sono svolte nel periodo postnatale, quando le donne non lavoravano, per cui per questa variabile i dati mancanti sono numerosi
Sono emersi cinque temi: (1) Riconoscere le esperienze infantili di DVA; (2) Le cicatrici delle esperienze traumatiche; (3) Rompere il silenzio sull’abuso; (4) La trasmissione degli stili e dei comportamenti genitoriali da una generazione all’altra; (5) Diventare il miglior genitore possibile.
Molte madri e molti padri hanno descritto gli eventi traumatici vissuti nell’ambiente domestico durante l’infanzia, il modo in cui queste esperienze precoci li hanno portati a considerare normali i comportamenti abusanti e il modo in cui hanno inciso sulla loro successiva comprensione di quali comportamenti siano accettabili nelle relazioni intime:
«Sentivo che il rapporto con mio padre è stato l’inizio delle mie relazioni sbagliate con tutti gli uomini… Non avevo mai saputo come dovesse essere un padre. Vederlo maltrattare mia madre e la mia matrigna era ciò che conoscevo, quindi lo accettavo semplicemente come il modo in cui doveva andare» (ID06; Madre; Inizio).
Alcune madri hanno parlato anche di come la normalizzazione della violenza nelle relazioni intime si estendesse alle loro reti sociali e ai familiari:
«Se lo raccontavo a qualcuno mi diceva: “Non è niente. Con l’ambiente da cui vieni è normale”… È così che la gente al mio paese viene cresciuta, a credere che in fondo vada bene essere maltrattate» (ID08; Madre; Inizio).
«Mia madre ha passato la stessa cosa, quindi credo che anche lei pensi un po’ che sia normale» (ID04; Madre; Inizio).
Anche questo padre è stato esplicito sugli effetti normalizzanti delle esperienze infantili di violenza, ma qui, nella sua attenzione al comportamento di altri uomini, c’è anche un indizio del fatto che una storia di violenza familiare può essere usata come espediente per negare la responsabilità personale del comportamento abusante:
«Il fatto è che non ti rendi conto di essere violento in casa. Se i tuoi genitori erano così, se la tua famiglia era così, loro [gli uomini che agiscono violenza nelle relazioni intime] pensano che sia normale. Pensano che sia normale picchiare la moglie, pensano che sia normale essere controllanti e controllare i soldi. Per loro non c’è nessun problema» (ID05; Padre; Inizio).
Un padre ha descritto il ruolo dell’abuso subito nell’infanzia nel plasmare il proprio ricorso alla violenza e all’abuso, spiegando che i comportamenti messi in atto da adulto erano un modo per riprendersi il potere perso durante le esperienze di vittimizzazione passate:
«A volte chi maltratta è stato a sua volta vittima, anzi in moltissimi casi chi maltratta è stato vittima a un certo punto… È una questione di potere, non cambia se si tratta di una relazione o di un contesto domestico… Ti tolgono tutto il potere [quando sei vittima] e sei deciso a non dare mai più a nessuno quella possibilità, così diventi una persona prevaricante, controllante, e purtroppo con questo arrivano un sacco di tratti che pensi vadano bene perché ti stai proteggendo. Pensi che vada bene e hai la tua giustificazione se qualcuno ti dice che sbagli» (ID05; Padre; Inizio).
Alcune persone partecipanti hanno riferito problemi di salute mentale e abuso di droghe come conseguenze del trauma vissuto nell’infanzia. Inoltre, i padri hanno indicato l’abuso di alcol e di droghe come fattore scatenante degli episodi violenti:
«Lui [il partner che agisce DVA] si portava dietro un sacco di cose dei suoi genitori e della sua infanzia, e questo influiva sul suo bere» (ID28; Madre; Post-intervento).
«Quello che ci ha portati [il padre e la sua partner] lì [all’intervento] è stato il fatto che mi ubriacavo e diventavo aggressivo e violento» (ID02; Padre; Post-intervento).
Diverse madri hanno espresso un senso di autocolpevolizzazione per la DVA vissuta nell’infanzia e hanno condiviso gli effetti positivi del fatto che il programma abbia lavorato su questa autocolpevolizzazione:
«Da bambina ero esposta alla violenza domestica, […]. Quando ero più piccola davo la colpa a me stessa, perché non capivo davvero cosa stesse succedendo. Da quando sono in For Baby’s Sake mi ha aiutata a imparare, proprio sul mio modo di pensare: impari com’è il cervello del bebè. Quando sono piccoli non dipende da loro, quindi mi ha aiutata a diventare una persona più forte» (ID11; Madre; Post-intervento).
Diverse persone partecipanti hanno riferito alcuni dei modi in cui l’intervento For Baby’s Sake le ha aiutate a lavorare sulla comprensione e sui bisogni legati alle esperienze di abuso passate. Sia le madri sia i padri hanno riferito che essere ascoltati in modo non giudicante è stato uno dei primi passi per superare il trauma infantile e la DVA:
«Mi sento sostenuta, perché… parlano, tipo del tuo passato, e io non ho avuto proprio una bella infanzia. […] Posso parlare della mia infanzia con [l’operatrice che segue le donne], e lei ascolta. È bello che si prendano il tempo di ascoltare, anche se è il loro lavoro, ma è bello essere ascoltati» (ID11; Madre; Inizio).
«È proprio bello avere quella persona in più da cui posso andare, che non giudica e che può aiutare, invece di sminuirmi e via dicendo. Posso dirle tutto» (ID27; Madre; Inizio).
«C’è uno stigma enorme sul fatto che un uomo possa davvero andare a dire a qualcuno: ho dei problemi di violenza domestica. Non c’è davvero niente in giro dove senti che non verrai giudicato. È bello che quello stigma sparisca e sapere che puoi sederti lì e parlare dei problemi che sai di avere, e dei problemi che vuoi affrontare, in un contesto dove non c’è nessuno stigma (ID05; Padre; Inizio).
Le persone partecipanti trovavano difficile raccontare gli episodi violenti vissuti e temevano di rivivere il trauma. Tuttavia, riconoscevano anche questo approccio come un modo importante per elaborarlo:
«A volte può essere difficile parlare della… mia infanzia, e, però a volte aiuta parlarne, perché se ti tieni tutto dentro non ti farà stare meglio. Perché sto spezzando la catena della famiglia. Cioè, la catena della famiglia è un po’ incasinata, ma non voglio niente di brutto per [il bebè], e voglio che abbia il meglio che può avere». (ID11; Madre; Inizio)
Tutte le persone partecipanti hanno espresso la volontà di essere consapevoli dell’impatto delle proprie pratiche genitoriali sulla propria prole e di proteggerla dalle ACE che avevano segnato la loro stessa infanzia:
«Non mi rendevo nemmeno conto che il modo in cui sono stata cresciuta influisce sul modo in cui crescerò il mio bebè, e questo mi ha davvero sconvolta. Così ho cambiato molto nel mio modo di fare la madre, perché non sono d’accordo con il modo in cui sono stata cresciuta» (ID01; Madre; Post-intervento).
«[Il bebè] è la cosa più importante della mia vita, lo direi con molta convinzione. In parte per un motivo egoistico, perché ho avuto un’infanzia davvero orribile. Non vorrei mai e poi mai infliggerla a un altro essere umano. Quindi sì, credo che quello che è successo e che ci ha portati in questo programma [For Baby’s Sake] mi abbia traumatizzato parecchio. Non avrei mai pensato di poter superare quel limite. […]. E all’epoca era una cosa piuttosto difficile con cui convivere. Ero completamente sconvolto. Quindi avere qualcosa che in qualche modo garantisse che una cosa del genere non succedesse più mi è sembrato davvero positivo» (ID02; Padre; Inizio).
La maggior parte delle madri e dei padri ha descritto di aver acquisito, grazie all’intervento, una maggiore consapevolezza, che comprendeva la conoscenza dello sviluppo e dei processi cognitivi dell’infanzia, della trasmissione intergenerazionale della violenza e delle pratiche genitoriali, e del rischio di riprodurre le proprie esperienze di genitorialità ricevuta. Hanno riferito che queste conoscenze li hanno aiutati a muovere passi concreti per spezzare il ciclo:
«Soprattutto con i miei figli. Non sono mai stato davvero un papà affettuoso, forse per via del mio passato. Mio padre non era affettuoso; era molto severo e molto controllante. Mi ha fatto guardare indietro e rendermi conto di quanto fossi controllante… Fare questo programma mi ha fatto capire che ero molto controllante senza rendermene conto. Per me era normale» (ID20; Padre; Post-intervento).
«Penso che [l’intervento For Baby’s Sake] riesca a impedire che quel ciclo si ripeta, perché chi nasce in queste famiglie ha la possibilità di non vivere queste cose, e secondo me è davvero incredibile» (ID02; Madre; Inizio).
Alcune madri hanno riferito di comprendere meglio l’impatto fisiologico e psicologico dell’abuso sull’infanzia e, grazie a questa conoscenza, di essere motivate a evitare di esporre la propria prole allo stesso tipo di trauma infantile negativo che avevano vissuto:
«[Avere un bebè] ti fa un po’ capire cosa succede davvero; quanto sono intelligenti, quanto assorbono facilmente le cose e cosa succede se si stressano troppo e cose del genere. Non avevo mai capito che provoca quel tipo di effetto sul cervello. Mi ha un po’ turbata. Alcune cose [del lavoro nell’intervento]… mi hanno colpita parecchio, per come sono cresciuta e per come reagisco adesso da adulta. Mi ha un po’ fatto capire che certe cose che faccio sono probabilmente dovute a come sono cresciuta. Mi ha fatto proprio venire voglia di dire: “Non voglio mai che il mio bebè passi una cosa del genere”» (ID12; Madre; Inizio).
«Abbiamo fatto tante attività […]: lo sviluppo infantile, come si sviluppano, le loro competenze sociali. È molto interessante e in realtà mi ha insegnato tanto. Ci sono cose che non sapevo proprio, soprattutto come si sviluppa il cervello nell’infanzia e che, se si assiste ad abusi o se ne subiscono, si forma in modo diverso rispetto a un cervello normale» (ID05; Madre; Post-intervento).
I padri hanno descritto come l’intervento li abbia aiutati a cambiare prospettiva su sé stessi e sui propri comportamenti, in un ambiente sicuro:
«Una specie di percorso per capire tutto questo, assimilarlo. Guarire alcuni di quei momenti fino al grado massimo in cui si possa mai guarire una cosa del genere. Semplicemente prendere coscienza di dove nascono certi comportamenti. Creare una possibilità di scelta nel modo in cui ci comportiamo l’uno con l’altra. Penso che questo abbia probabilmente un valore inestimabile» (ID02; Padre; Inizio).
«Capire come ho fatto mie certe cose che i miei genitori mi avevano in qualche modo messo addosso. E poi riuscire davvero a separarmi dalle loro opinioni o dai loro giudizi» (ID028; Padre; Post-intervento).
In relazione a questo, diversi padri hanno descritto come il lavoro psicologico svolto nell’intervento li abbia aiutati a condividere le proprie emozioni e a sviluppare nuove strategie di regolazione emotiva, per evitare di ricorrere a strategie disfunzionali davanti alla propria prole. A questo proposito, hanno sottolineato l’importanza di imparare a regolare la rabbia:
«La quantità di cose che trattano, tipo il lavoro sul bambino interiore, sulla rabbia e sui fattori scatenanti: più o meno tutto ciò su cui avevo bisogno di aiuto» (ID13, Padre; Inizio).
«Lavorare sulla rabbia che mi porto dall’infanzia è stato davvero utile» (ID02; Padre; Post-intervento).
Diversi genitori hanno descritto come, grazie all’intervento, abbiano sviluppato nuove competenze e pratiche genitoriali che speravano avrebbero garantito alla propria prole di non crescere a sua volta in una casa segnata dall’abuso. Diverse madri hanno descritto di aver sviluppato migliori strategie di coping e di aver imparato a riconoscere i propri sentimenti ed emozioni e a comunicarli ai figli e alle figlie:
«Perché adesso vedo un po’ di luce in fondo al tunnel. Prima pensavo: “Perché ho avuto questo bebè?” E: “Perché sono incinta?” Mettere al mondo un altro bebè in una vita così. E adesso riesco davvero a cominciare a farcela un pochino, e c’è più sostegno in giro» (ID11; Madre; Inizio).
«Ridiamo tanto e ci divertiamo un sacco in casa, ma non siamo sempre così, e quindi ci ha aiutati entrambi [madre e padre] a essere molto aperti, tipo: “Oh, oggi la mamma era un po’ di cattivo umore”, e l’ho detto a [figlio o figlia]: “Oh, stamattina ero un po’ di cattivo umore, vero? Oh, scusa. È per questo, ma non va bene, e mi impegnerò davvero a non essere di cattivo umore.” Sa, ne abbiamo parlato […] Ho notato che [la prima figlia] riesce a riconoscere di più le sue emozioni, e anche [la seconda figlia], piccolissima. Se leggiamo un libro, nota quando qualcuno è triste e dice: “Oh, è triste, piange.” Quindi ci ha aiutati semplicemente a essere più sinceri e aperti sulle nostre emozioni con le bambine» (ID28; Madre; Post-intervento).
Grazie all’intervento i padri avevano imparato ad accrescere la propria consapevolezza di sé e le proprie strategie di regolazione emotiva. Questo, insieme all’apprendimento di competenze legate a pratiche genitoriali positive, caratterizzate da affetto, sicurezza e calore, li ha aiutati nei loro tentativi di evitare una genitorialità dura e/o trascurante:
«Non puoi essere il miglior genitore possibile se non guardi dentro di te, se non analizzi e non migliori il tipo di persona che sei. Quindi penso che sia una conseguenza: il miglioramento come genitore è una conseguenza del fatto di guardare me stesso e il modo in cui sono» (ID28; Padre; Post-intervento).
«Sono diventato molto meno irascibile. Penso davvero che molto di questo dipenda anche dal fatto che c’è [nome del bebè] e che volevo, più di ogni altra cosa al mondo, essere un buon papà, ma sì, sicuramente, ho acquisito alcuni strumenti [da For Baby’s Sake] che mi hanno aiutato a farlo» (ID02; Padre; Post-intervento).
Sia le madri sia i padri hanno riferito di sentirsi sicuri delle proprie capacità genitoriali dopo aver visto, nelle videoregistrazioni, i legami che erano riusciti a sviluppare con la propria prole. Queste interazioni genitore-bebè erano state registrate nell’ambito dell’intervento For Baby’s Sake:
«Lei [l’operatrice] puntava più che altro a tirarmi su come madre. Parlava di fare la cosa del video, perché mi diceva: “Sa, da mamma a volte si ha la sensazione di non fare bene il proprio lavoro, ma vedendolo in video vedrà che non è poi così male e potrà riconoscersi un po’ di merito”. E penso che sarà piuttosto utile» (ID07; Madre; Inizio).
Lo scopo del presente lavoro era esplorare in che modo le donne che subiscono DVA e gli uomini che la agiscono percepiscono l’impatto delle esperienze precoci sulle relazioni con la propria prole e con l’altro genitore, e in che modo un intervento psicologico sulla DVA possa plasmare le loro pratiche genitoriali. Attraverso l’analisi di 56 interviste sono stati individuati cinque temi.
Le persone partecipanti hanno descritto le proprie ACE come fortemente traumatiche, al punto che queste esperienze potevano essere concettualizzate come un fattore di rischio per il subire violenza e abuso in età adulta. Sia le madri sia i padri hanno descritto come il fatto di crescere in un ambiente violento abbia normalizzato l’uso della violenza nelle relazioni intime. Di conseguenza, questa analisi ha messo in luce una trasmissione intergenerazionale della violenza in diversi racconti delle persone partecipanti. Questo risultato concorda con altri lavori condotti con padri che agiscono DVA (Domoney & Trevillion, 2021). Inoltre, è importante precisare che per alcune persone partecipanti aprirsi sulle proprie ACE ha segnato una svolta significativa nel percorso di guarigione. Ha permesso loro non solo di condividere le proprie esperienze, ma anche di riprendere il controllo sulla propria narrazione. Questo passaggio dall’essere destinatari passivi della propria storia al guidarla attivamente può essere profondamente emancipante per le persone che hanno vissuto un trauma. D’altra parte, è importante riconoscere che per altre persone addentrarsi in queste dolorose esperienze passate può essere un compito difficile, carico di sofferenza emotiva. Ciò sottolinea la natura complessa e profondamente personale della guarigione dal trauma. Sottolinea anche il ruolo cruciale delle figure professionali nel creare un ambiente sicuro e di sostegno. Comprendere e rispettare i bisogni e le preferenze specifici di ciascuna persona è fondamentale per offrire una presa in carico efficace del trauma. Ciò implica riconoscere quando la comunicazione verbale può non essere l’approccio più adatto o più agevole. In questi casi, forme alternative di espressione, come la scrittura (Frattaroli, 2006; Pennebaker & Beall, 1986), possono offrire uno sbocco prezioso per elaborare e articolare le emozioni complesse associate al trauma.
Se si considera il genere, è risultato evidente che sia i padri sia le madri che hanno parlato di un’esperienza di violenza tra i genitori durante l’infanzia riferivano che la violenza era agita dal padre. Questo risultato sembra in linea con la letteratura che sostiene una prospettiva di genere sulla trasmissione intergenerazionale della violenza (Radford et al., 2019): quando un bambino o una bambina assiste in casa alla violenza del padre sulla madre, gli effetti possono essere duraturi. Per i figli maschi, ciò può contribuire a una maggiore probabilità di usare violenza nelle proprie relazioni intime più avanti nella vita. Per le figlie femmine, invece, può aumentare la possibilità di subire vittimizzazione nelle relazioni intime adulte. È fondamentale riconoscere che strutture patriarcali e squilibri di potere possono essere alla base di queste configurazioni intergenerazionali della violenza. I padri possono essere visti come figure di autorità e di potere all’interno del nucleo familiare che, in queste dinamiche di potere, possono ricorrere a comportamenti controllanti o aggressivi. Osservando e interiorizzando queste dinamiche, i figli maschi possono, consapevolmente o inconsapevolmente, riprodurle nelle proprie relazioni da adulti. Questi comportamenti e atteggiamenti appresi possono manifestarsi nelle relazioni adulte, perpetuando il ciclo della violenza (McCormack & Lantry, 2022; Mihalic & Elliott, 1997). Inoltre, alcuni padri sembravano usare le proprie esperienze sfavorevoli infantili come mezzo per razionalizzare la propria violenza. Questa interpretazione si basa sul lavoro di Hearn (1998) e su altri studi recenti (per esempio Kelly & Westmorland, 2016; Seymour et al., 2021), secondo cui gli uomini, quando parlano di violenza, cercano spesso di accreditarsi agli occhi di chi li intervista, offrendo spiegazioni, scuse e giustificazioni per il proprio comportamento aggressivo. Di conseguenza, alcuni di loro «giustificavano» le proprie azioni violente tracciando paralleli con la condotta di uomini del proprio passato. In questa prospettiva, si può sostenere che la cultura fornisca lo sfondo della violenza o ne costruisca la norma. In questo senso, trovavano «sostegno» o persino legittimazione in quegli uomini e nelle narrazioni e nei ricordi a essi associati. Per queste persone, la violenza agita da altri uomini può essere vista come parte integrante di una traiettoria e di una cultura dell’aggressività che finisce per estendersi alla violenza contro le donne (Hearn, 1998). È fondamentale notare che questo schema non vale sempre: alcuni uomini dello studio hanno dimostrato di comprendere il proprio comportamento violento e si sono assunti la responsabilità delle proprie azioni. Pur non essendo questo l’obiettivo principale dello studio, è essenziale riconoscerlo e tenere conto del linguaggio usato dagli uomini per descrivere il comportamento violento, poiché può rappresentare un indicatore di cambiamento terapeutico (Seymour et al., 2021).
Inoltre, le madri hanno espresso di essere alle prese con sentimenti di autocolpevolizzazione per le proprie esperienze infantili negative. L’autocolpevolizzazione consiste nell’attribuire un evento alle proprie azioni (Rancher et al., 2022) ed è un’esperienza diffusa tra le donne che hanno subito violenza. Le ricerche indicano che questo senso di colpa potrebbe fungere da meccanismo di coping, permettendo alle donne di razionalizzare e di trovare una ragione agli eventi traumatici vissuti (Ullman et al., 2007). Inoltre, le reazioni negative altrui, come gli atteggiamenti di colpevolizzazione della vittima, possono aggravare o persino innescare questa autocolpevolizzazione (Taccini & Mannarini, 2023; Ullman et al., 2007). Ciò può avere un effetto dannoso sul benessere mentale delle donne e ostacolare la loro capacità di chiedere aiuto, alimentando così un circolo vizioso che peggiora il benessere psicologico delle donne (Beck et al., 2011; McLean & Foa, 2017). Alcune madri che partecipavano al programma For Baby’s Sake hanno osservato che l’intervento ha avuto un impatto positivo sui loro sentimenti di autocolpevolizzazione. In particolare, l’essere informate, attraverso sedute di psicoeducazione, su come la violenza colpisce l’infanzia non solo ha migliorato la loro comprensione dell’ambiente in cui volevano crescere la propria prole, ma ha anche fatto luce su alcuni dei loro comportamenti ed emozioni riconducibili alle loro ACE. Ciò ha ridotto il loro senso di colpa per quegli eventi traumatici. Inoltre, il contesto del programma For Baby’s Sake ha contribuito a ridurre i sentimenti di colpa. Di fatto, la creazione di un ambiente inclusivo e non giudicante all’interno del programma ha avuto un ruolo significativo nel permettere alle persone partecipanti di parlare apertamente delle proprie esperienze negative e del proprio ruolo di persone che hanno subito violenza, offrendo loro uno spazio in cui sentirsi al sicuro e sostenute. Vivere un’atmosfera libera dal giudizio è particolarmente importante per le donne che hanno subito DVA, poiché in un contesto simile è più probabile che si sentano a proprio agio nel condividere le proprie esperienze senza il timore di essere ritenute responsabili della violenza subita. Questo ambiente non giudicante è inoltre in linea con le buone pratiche della presa in carico informata sul trauma (Raja et al., 2015), che si «basa sulla consapevolezza che la maggior parte delle persone in contatto con i servizi alla persona ha vissuto un trauma, e questa consapevolezza deve permeare le relazioni di servizio e l’erogazione delle prestazioni» (Sweeney et al., 2016, p. 174). Di conseguenza, durante il programma si è riconosciuta la natura complessa e delicata della DVA e il lavoro ha dato priorità al benessere emotivo e all’autonomia delle donne. Creando uno spazio in cui le donne possono parlare delle proprie esperienze senza timore di essere colpevolizzate, il programma le mette in condizione di riprendere il controllo delle proprie narrazioni e di avviare il processo di guarigione e di ripresa.
Allo stesso modo, i padri hanno sottolineato l’impatto profondo di un ambiente non giudicante. Questo contesto ha permesso loro di confrontarsi con la violenza inflitta alle proprie partner. L’enfasi sull’importanza di un simile ambiente evidenzia che addentrarsi in discussioni sul comportamento violento richiede uno spazio privo di condanna o di giudizio sociale. Ciò, a sua volta, può favorire un ambiente in cui gli uomini che hanno agito DVA si sentano più inclini a confrontarsi con le proprie azioni e a elaborarle, giungendo a una comprensione più profonda e a una possibilità di cambiamento. Il programma ha quindi raggiunto un attento equilibrio tra l’essere non giudicante e il continuare a mettere in discussione le convinzioni dannose degli uomini circa l’accettabilità della violenza. Questo delicato equilibrio ha avuto un ruolo centrale nel creare un ambiente di sostegno in cui le persone partecipanti si sentivano al tempo stesso riconosciute e responsabili delle proprie azioni. Favorendo un clima di comprensione e di confronto costruttivo, il programma mirava a facilitare un processo trasformativo in cui le persone potessero confrontarsi con le radici del proprio comportamento violento. Ciò, a sua volta, potrebbe aprire la strada a un cambiamento più profondo e duraturo verso modalità non violente nelle loro relazioni. Questo risultato è in linea con ricerche precedenti (per esempio Knight & Modi, 2014; Morrison et al., 2019). Per esempio, Morrison et al. (2019) hanno intervistato 76 uomini che avevano agito violenza nella relazione intima (IPV, intimate partner violence) e partecipavano a un intervento volto a ridurre l’abuso, per conoscere il loro punto di vista sulle figure facilitatrici che conducevano il programma. Uno dei sei temi principali emersi dal loro studio era l’esperienza di figure facilitatrici non giudicanti. L’espressione indicava figure facilitatrici che mostravano un approccio aperto e privo di condanna nei confronti dei partecipanti. Un simile atteggiamento era riconosciuto come un elemento cruciale per favorire un senso di sicurezza, che permetteva ai partecipanti di sentirsi a proprio agio nell’esprimersi durante le sedute e nel ricevere riscontri da chi conduceva il gruppo.
Sia le madri sia i padri si sono interrogati sul fatto che esperienze infantili così negative rappresentassero anche un fattore di rischio per lo sviluppo di disturbi mentali o di problemi di uso di sostanze. Ciò è in linea con le evidenze di ricerca (per esempio Dube et al., 2003; He et al., 2022; Merrick et al., 2017), che mostrano che quanto più alto è il numero di eventi traumatici vissuti nell’infanzia, tanto più alta è la probabilità di avere problemi di salute mentale e di uso di sostanze in età adulta. È tuttavia importante notare che subire violenza e abusi nell’infanzia non implica in modo causale subire violenza e abusi in età adulta. Di fatto, la violenza e l’abuso nell’infanzia sono uno dei molti fattori di rischio per il subire violenza e abuso in età adulta. Per esempio, altri fattori di rischio per l’agire violenza e abuso comprendono lo stress economico, le condizioni psichiche, compresi i disturbi di personalità (come il disturbo antisociale di personalità), e i problemi di uso di alcol e di droghe (Capaldi et al., 2012; Schluter et al., 2008; Slep et al., 2010).
Va riconosciuto che questo campione era composto da genitori che partecipavano a un programma terapeutico intensivo e che, di conseguenza, le riflessioni delle persone partecipanti potrebbero non rispecchiare la più ampia popolazione colpita dalla DVA, dato che il programma affronta esplicitamente l’impatto della violenza e dell’abuso. Inoltre, sembra che il linguaggio e il tipo di discorso non giudicante usati nel programma abbiano aiutato le persone partecipanti ad aprirsi con il personale e abbiano favorito la comprensione del ricorso a comportamenti abusanti e lo sviluppo di consapevolezza.
Le madri e i padri di questo studio hanno indicato il loro forte impegno a spezzare il ciclo della violenza e a proteggere la propria prole dal vivere, direttamente o indirettamente, la DVA come motivazione principale per partecipare a For Baby’s Sake. Hanno espresso la speranza che la partecipazione all’intervento permettesse loro di acquisire strategie sane per proteggere i figli e le figlie dagli eventi sfavorevoli.
Le persone partecipanti hanno collegato le proprie esperienze infantili di genitorialità ricevuta con le proprie pratiche genitoriali attuali, descrivendo un concetto di trasmissione intergenerazionale della genitorialità (Madden et al., 2015). Avevano sviluppato una crescente consapevolezza dell’impatto degli stili e dei comportamenti genitoriali vissuti da piccoli sulla formazione dei propri stili genitoriali attuali. Questa consapevolezza ha contribuito a rafforzare la loro determinazione a impedire che la propria prole vivesse gli stessi traumi da loro vissuti nell’infanzia. Di conseguenza, nel corso dell’intervento For Baby’s Sake sia le madri sia i padri hanno descritto l’uso di tecniche genitoriali positive caratterizzate da cura, calore genitoriale, sicurezza, affetto e coinvolgimento con la prole. Inoltre, nell’intervista di follow-up a due anni, la maggior parte delle madri descriveva la propria relazione con la prole come caratterizzata da attenzione alla socializzazione delle emozioni, che può essere definita come un processo complesso e multiforme volto a sviluppare e/o migliorare la comprensione, l’espressione e la regolazione dei sentimenti e delle emozioni nell’infanzia (Eisenberg et al., 1998).
Per quanto riguarda i padri, questo studio ha rilevato negli uomini una maggiore attenzione alla propria regolazione emotiva e all’uso di strategie adattive e positive di regolazione emotiva in presenza della prole. La regolazione emotiva è caratterizzata da «(a) consapevolezza e comprensione delle emozioni, (b) accettazione delle emozioni, (c) capacità di controllare i comportamenti impulsivi e di comportarsi in accordo con gli obiettivi desiderati quando si provano emozioni negative, e (d) capacità di usare in modo flessibile strategie di regolazione emotiva adeguate alla situazione per modulare le risposte emotive come desiderato, al fine di soddisfare gli obiettivi individuali e le richieste della situazione» (Gratz & Roemer, 2004, pp. 43–44). Sebbene la letteratura sul ruolo dei padri nella regolazione delle emozioni della prole sia scarsa, i dati suggeriscono che l’esperienza di un padre emotivamente disregolato può influire negativamente sulla regolazione delle emozioni nell’infanzia (Bariola et al., 2011). Di conseguenza, la regolazione emotiva di entrambi i genitori è fondamentale per la socializzazione emotiva della prole (Bariola et al., 2011; Eisenberg et al., 1998; Morelen et al., 2016). A questo proposito, i padri hanno sottolineato l’importanza di acquisire nuove competenze per riconoscere e regolare la propria rabbia, così da spezzare il ciclo della violenza e non perpetuarla con le proprie partner e con la prole. Inoltre, i padri hanno raccontato che la psicoeducazione sullo sviluppo infantile ha rafforzato la loro motivazione a spezzare il ciclo della violenza, perché ha permesso loro di comprendere le conseguenze che l’esperienza della violenza in ambito familiare può avere sull’infanzia.
Adottare un approccio informato sul trauma con persone che hanno vissuto un trauma dovrebbe cominciare dalla comprensione dei loro bisogni specifici (Anyikwa, 2016; Campbell et al., 2019; Wilson et al., 2015). L’analisi ci ha permesso di individuare quali aspetti dell’intervento For Baby’s Sake fossero considerati più utili dalle persone partecipanti e quali bisogni volessero affrontare per riprendersi dalla DVA e migliorare le proprie relazioni genitoriali.
In particolare, le persone partecipanti a questo studio hanno espresso il bisogno di vivere un ambiente sicuro e non giudicante, in cui poter parlare liberamente delle esperienze sfavorevoli della genitorialità ricevuta e in cui poter cambiare prospettiva su sé stesse e sulle proprie competenze genitoriali. A questo proposito, i dati suggeriscono che il senso di colpa e la vergogna, fortemente associati al disturbo da stress post-traumatico e alla depressione (McLean & Foa, 2017; Owens et al., 2009; Taccini et al., 2022), dovrebbero essere affrontati in modo particolare in qualsiasi intervento psicologico. I padri hanno sottolineato l’utilità di acquisire nuovi modi di regolare la rabbia.
L’intervento si occupava anche delle pratiche genitoriali e la maggior parte delle persone partecipanti a questo studio ha trovato utile il video-feedback sulle interazioni tra genitore e bebè per migliorare i propri comportamenti genitoriali e la sintonizzazione con la propria prole. Il video-feedback ha anche contribuito a migliorare la loro autostima e il loro senso di autoefficacia come genitori. Autostima e autoefficacia sono state rafforzate anche dalla psicoeducazione sullo sviluppo della prole, poiché le persone partecipanti sentivano di avere uno spazio sicuro in cui acquisire informazioni utili sullo sviluppo infantile e porre domande sulla genitorialità. Di conseguenza, il video-feedback sulle interazioni tra genitore e bebè e la psicoeducazione sullo sviluppo infantile sono stati individuati come tecniche utili sia per i padri sia per le madri che vivono la DVA.
Occorre indicare alcuni limiti di questa ricerca. In primo luogo, sebbene il numero di interviste qualitative raccolte nell’ambito della valutazione fosse elevato, in particolare per quanto riguarda le interviste con persone che hanno agito comportamenti abusanti, sono state condotte più interviste con le madri che con i padri. Ciò può essere legato al fatto che meno padri si sono iscritti al programma For Baby’s Sake, con un conseguente numero inferiore di partecipanti di sesso maschile. In secondo luogo, nelle interviste di follow-up a due anni si sono registrati abbandoni (N = 20). Nello specifico, all’intervista di follow-up a due anni è stato raggiunto un tasso di follow-up del 47%. In terzo luogo, questo studio non mirava a indagare i cambiamenti nel tempo in una prospettiva longitudinale. Lavori futuri affronteranno tuttavia questo aspetto.
Un punto di forza fondamentale di questo studio è l’ampio approccio longitudinale adottato, con interviste ripetute alle persone partecipanti su un arco di tempo considerevole (nello specifico, 2 anni in totale). Questo approccio non solo rafforza la solidità della ricerca, ma offre anche ad altri interventi sulla DVA l’opportunità di trarne indicazioni preziose. La più ampia applicabilità deriva dall’idea che indagare la violenza e la genitorialità nel tempo può offrire una valutazione complessiva di come evolvono le relazioni tra genitori e prole. Inoltre, un’analisi così estesa facilita l’individuazione di benefici potenzialmente duraturi dell’intervento, contribuendo così a una comprensione più sfumata della sua efficacia a lungo termine.
La presente ricerca si è concentrata sull’esplorare in che modo madri in gravidanza che subiscono DVA e uomini che la agiscono, partecipanti a un programma terapeutico sulla genitorialità, percepissero l’impatto delle ACE sui propri comportamenti e stili genitoriali.
I risultati hanno mostrato che le persone partecipanti consideravano gli eventi traumatici infantili un fattore di rischio per il subire violenza e abuso nelle relazioni intime in età adulta. Inoltre, diverse persone partecipanti hanno riferito di aver sviluppato problemi di salute mentale e di abuso di sostanze come conseguenza delle proprie esperienze infantili negative.
Per quanto riguarda gli stili e i comportamenti genitoriali, la maggior parte delle madri ha riferito che l’intervento ha rafforzato le loro pratiche genitoriali positive e la loro attenzione alla socializzazione delle emozioni della prole. La maggior parte dei padri ha riferito una crescente attenzione all’uso di strategie adattive di regolazione emotiva davanti alla prole e l’impatto positivo che ciò ha avuto sulla relazione con i figli e le figlie. Sia le madri sia i padri si sono dichiarati fortemente motivati a spezzare il ciclo della violenza e a evitare che la loro prole vivesse gli stessi eventi traumatici che avevano vissuto loro.
Un insegnamento chiave di For Baby’s Sake è che gli interventi volti a interrompere la continuità della violenza dovrebbero concentrarsi sullo sviluppo di strategie di regolazione emotiva da parte delle persone partecipanti, sul rafforzamento della loro consapevolezza di sé e delle loro pratiche genitoriali positive. Inoltre, gli interventi dovrebbero includere formazione, educazione e rafforzamento terapeutico sul piano dello sviluppo psicologico infantile, per aiutare i genitori a sintonizzarsi meglio con i bisogni della prole e a comprendere l’impatto dell’ambiente familiare sullo sviluppo infantile.
Complexe Systémique: punti chiave
Lo studio ha il raro merito di ascoltare, all’interno di uno stesso programma, sia le madri che subiscono la violenza sia i padri che la agiscono, e di farlo intorno alla nascita, il momento in cui la famiglia si riorganizza e la storia di ciascun genitore torna in primo piano. For Baby’s Sake lavora con entrambi i genitori, separatamente, senza chiedere loro di restare insieme o di separarsi, e fa leva sulla creatura in arrivo come motore di cambiamento. Per la clinica emergono tre elementi: l’autocolpevolizzazione delle madri, che si attenua man mano che comprendono ciò che la violenza fa allo sviluppo infantile; la regolazione della rabbia nei padri; e il video-feedback sulle interazioni con il bebè, che restituisce fiducia. Il gruppo di ricerca segnala anche un rischio ben noto sul campo: la storia infantile può diventare una scusa, e una postura non giudicante non deve esonerare nessuno dal confrontarsi con la propria responsabilità. La sicurezza delle donne e dell’infanzia resta la condizione preliminare di questo lavoro. I limiti risiedono in un campione coinvolto in un programma intensivo, in un numero minore di interviste con i padri e in un tasso di follow-up del 47%. Da leggere insieme all’articolo sull’AEAI per spezzare il ciclo del trauma intergenerazionale e all’articolo sugli uomini condannati per violenza nella coppia in Turchia.
Note dell’originale
Ringraziamenti. Desideriamo ringraziare tutte le famiglie che hanno partecipato a questo studio. KT, MH, NS e JD sono stati finanziati dalla Stefanou Foundation per svolgere lo studio di valutazione indipendente. Le altre autrici e gli altri autori non hanno ricevuto alcun finanziamento specifico per questo studio. Dr Josephine Ocloo, King’s College London, riceve il sostegno del National Institute for Health and Care Research (NIHR) Applied Research Collaboration South London (NIHR ARC South London) presso il King’s College Hospital NHS Foundation Trust. Le opinioni espresse sono di chi firma l’articolo e non necessariamente del NIHR o del Department of Health and Social Care. Dr Harriet MacMillan riceve il sostegno dalla Chedoke Health Chair in Child Psychiatry. Ai fini dell’accesso aperto, chi firma l’articolo ha applicato una licenza Creative Commons Attribution (CC BY) a qualsiasi versione Accepted Author Manuscript derivante da questa proposta.
Finanziamento. The For Baby’s Sake Trust (noto come The Stefanou Foundation all’epoca del finanziamento).
Conflitto di interessi. Non applicabile.
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Traduzione non ufficiale in italiano di ‘It’s so Beneficial to be Able to Stop the Cycle’: Perceptions of Intergenerational Transmission of Violence and Parenting Practices Among Pregnant Women and their Abusive Partners, di Federica Taccini, Jill Domoney, Josephine Ocloo, Margaret Heslin, Sarah Byford, Debra Bick, Louise M. Howard, Harriet MacMillan, Stefania Mannarini, Paul Ramchandani, Nicky Stanley e Kylee Trevillion, Journal of Family Violence, vol. 40, no 6 (2025), doi: 10.1007/s10896-024-00685-0, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (tabella presentata sotto forma di elenco). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Traduzione non ufficiale dell’articolo originale «‘It’s so Beneficial to be Able to Stop the Cycle’: Perceptions of Intergenerational Transmission of Violence and Parenting Practices Among Pregnant Women and their Abusive Partners», pubblicato in Journal of Family Violence (2025) con licenza CC BY 4.0. Tradotto e impaginato da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Taccini, F., Domoney, J., Ocloo, J., Heslin, M., Byford, S., Bick, D., Howard, L. M., MacMillan, H., Mannarini, S., Ramchandani, P., Stanley, N., e Trevillion, K. (2025). ‘It’s so Beneficial to be Able to Stop the Cycle’: Perceptions of Intergenerational Transmission of Violence and Parenting Practices Among Pregnant Women and their Abusive Partners. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/it-s-so-beneficial-to-be-able-to-stop-the-cycle-intergenerational-transmission-of-violence (Opera originale pubblicata nel 2024 in Journal of Family Violence, 40(6), 1091-1107 (2025); ripubblicata nel 2025 da Journal of Family Violence, https://link.springer.com/article/10.1007/s10896-024-00685-0)
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