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Qualitative Social Work · Tutela dell’infanzia

Genitori in guerra: un’analisi del posizionamento su come i genitori negoziano la propria perdita dopo l’allontanamento dei figli da parte dello Stato

Tredici genitori norvegesi, dieci dei quali madri, descrivono il collocamento dei propri figli disposto su iniziativa dei Servizi di tutela dell’infanzia. Marte Tonning Otterlei ed Eivind Engebretsen leggono nei loro racconti una guerra di posizioni: contro l’etichetta di genitore fallito, queste persone si presentano come vittime, contrattaccano o diventano giudici di sé stesse, e vivono un lutto che nessuno riconosce.

Autrice e autore Marte Tonning Otterlei (Department of Social Studies, University of Stavanger, Norway) ed Eivind Engebretsen (Faculty of Medicine, University of Oslo, Norway)Prima pubblicazione Qualitative Social Work, 22 settembre 2021Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Parents at war: A positioning analysis of how parents negotiate their loss after experiencing child removal by the state, di Marte Tonning Otterlei ed Eivind Engebretsen, pubblicato in Qualitative Social Work (SAGE) (2022), doi: 10.1177/14733250211048546, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Un procedimento di collocamento potrebbe costituire, per sua stessa natura, un rifiuto delle posizioni dei genitori e della loro genitorialità.

Marte Tonning Otterlei ed Eivind Engebretsen

Abstract

Questo studio esplora come i genitori coinvolti in procedimenti di collocamento in Norvegia percepiscano il modo in cui i Servizi di tutela dell’infanzia (CWS) li posizionano in questo processo, come negozino tali posizioni e se la loro perdita sia percepita come legittima o illegittima di fronte alle aspettative sociali sulla genitorialità. I dati consistono in interviste qualitative con 13 genitori che hanno vissuto l’allontanamento dei figli su iniziativa dei CWS. Basandosi sulla teoria del posizionamento, l’articolo propone un’analisi delle esperienze genitoriali di posizionamento da parte dei CWS e indaga come le rappresentazioni culturali possano influire sulle loro percezioni. L’analisi ha mostrato che i genitori si sentivano in guerra contro CWS estremamente potenti, che a loro avviso li disumanizzavano e li posizionavano come fallimentari. Inoltre, i genitori contestavano tali posizioni introducendo spiegazioni alternative che li presentavano come vittime. Tuttavia, l’analisi ha anche mostrato che i genitori assumevano posizioni in cui diventavano giudici di sé stessi e interiorizzavano lo stigma. Vivevano il proprio lutto come delegittimato, perché la loro perdita era percepita come illegittima. Ciononostante, diversi genitori rivendicavano la posizione di una figura genitoriale rinnovata, trasformando il precedente fallimento genitoriale in una linea narrativa di crescita e prosperità. L’articolo conclude che i genitori, attraverso il linguaggio, contestano le posizioni stigmatizzanti per negoziare il fallimento genitoriale, il che potrebbe essere interpretato come un lavoro di valorizzazione della propria identità e della propria genitorialità.

Parole chiave: tutela dell’infanzia, famiglie d’origine, stigma, allontanamento dei figli, provvedimento di collocamento, posizionamento

Introduzione

Questo articolo indaga come i genitori che hanno vissuto l’allontanamento di un figlio o di una figlia da parte dello Stato percepiscano il modo in cui i Servizi di tutela dell’infanzia norvegesi (CWS) li posizionano in questo processo, e come si confrontino con tali posizioni e le negozino. In questo modo esplora se i genitori percepiscano la perdita della cura quotidiana del proprio figlio o della propria figlia come legittima o illegittima nel contesto del fallimento genitoriale e delle aspettative sociali sulla genitorialità. Il termine «genitorialità» può essere inteso come una pratica sociale influenzata dalle strutture della società (Juhl, 2016). Il collocamento dei minori fuori casa incide sul futuro delle famiglie (Broadhurst and Mason, 2017; Featherstone et al., 2014; Morriss, 2018) e, inoltre, mette in discussione la genitorialità (Salem and De Wilde, 2021) e l’identità (Nixon et al., 2013; Schofield et al., 2011) dei genitori. I servizi di tutela dell’infanzia possono presentare caratteristiche negative dei genitori quando argomentano a favore di un allontanamento (Burns et al., 2018; Masson, 2012). Di conseguenza, poiché si fondano su un’idea di genitorialità inadeguata, gli allontanamenti implicano che la colpa sia dei genitori (Morriss, 2018; Schofield et al., 2011). Gli allontanamenti sono quindi fortemente legati alla vergogna e allo stigma (Broadhurst and Mason, 2017; Featherstone et al., 2014; Morriss, 2018; Schofield et al., 2011).

Secondo Memarnia et al. (2015), quando i genitori vivono l’allontanamento di un figlio, pochi rituali sociali offrono sostegno nel processo del lutto. Inoltre, le persone che vivono perdite culturalmente o socialmente non riconosciute o non convalidate possono soffrire di un lutto delegittimato, sentendosi così private del «diritto di soffrire il lutto» (Doka, 2002: 5). In questi casi, quando la perdita non suscita compassione, lo stigma può influire sul processo del lutto e sull’adattamento psicologico della persona alla perdita (Doka, 1989, 2002). Attig (2004) ha sostenuto che la delegittimazione del lutto può essere intesa come un fallimento sociale dell’empatia e dell’etica, nonché come un fallimento politico attraverso l’abuso di potere e l’abbandono di chi è in lutto. Inoltre, chi è in lutto può anche soffrire di un lutto autodelegittimato, poiché percepisce la propria perdita come stigmatizzata e indegna di compassione e di sostegno (Kauffman, 2002). Le perdite primarie, come la perdita della cura quotidiana di un figlio, possono inoltre comportare perdite secondarie (Rando, 1993). Broadhurst e Mason (2017: 54) hanno mostrato, per esempio, come gli allontanamenti possano avere per i genitori conseguenze collaterali formali e informali, come il lutto, lo stigma sociale, effetti a catena su terzi, la stigmatizzazione giuridica e la riduzione dei diritti alle prestazioni sociali. Tuttavia, Broadhurst e Mason (2017: 49) hanno sottolineato la mancanza di studi che «colgano esplicitamente, sul piano empirico, lo stigma sociale» e hanno auspicato «ricerche che offrano spunti su come le persone gestiscono lo stigma sociale e sulle strategie di sopravvivenza o di autodefinizione». Indagando come i genitori vivono un intervento di collocamento e come negoziano le posizioni percepite, il presente studio empirico fa dunque luce sulle implicazioni sociali degli allontanamenti. Può inoltre accrescere la consapevolezza dei rapporti di potere e fornire conoscenze sulle difficoltà dei genitori nei procedimenti di collocamento. Queste conoscenze possono infine contribuire a migliorare gli esiti per i genitori che vivono quello che è considerato un intervento «delicato e controverso» da parte dello Stato (Burns et al., 2017: 1).

Contesto

Il sistema norvegese dei provvedimenti di collocamento

I CWS norvegesi dovrebbero intervenire il meno possibile, agire nell’interesse superiore del minore e rispettare i legami biologici (NOU, 2016). Tuttavia, quando i minori sono a rischio di abuso o trascuratezza o ne sono vittime, o quando la sicurezza, la salute o lo sviluppo del minore sono minacciati, i CWS possono avviare un procedimento di collocamento (Child Welfare Act (CWA), 1992: 4–12, a–d). Il termine provvedimento di collocamento (care order) «si riferisce agli allontanamenti dei minori dalla famiglia d’origine disposti da un tribunale» (Burns et al., 2017: 13). In Norvegia i provvedimenti di collocamento sono pensati come temporanei (NOU, 2016). Nel 2016, in Norvegia, 13,80 minori su 1000 (di età compresa tra 0 e 17 anni) erano collocati fuori dalla propria casa (Nordic Statistics Database, 2021). I provvedimenti di collocamento sono decisi dalle Commissioni provinciali per i servizi sociali (CWA, 1992). Rispetto ad altri paesi nordici, i tassi di collocamento in Norvegia sono sensibilmente più elevati (Hestbæk et al., 2020), anche se negli ultimi anni sono leggermente diminuiti (Bufdir, 2020). Ciononostante, le autorità norvegesi sono state criticate a livello internazionale per l’invasività in materia di collocamenti, e numerosi casi sono stati esaminati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (Falch-Eriksen and Skivenes, 2019).

Le esperienze dei genitori con gli allontanamenti

In generale, le esperienze dei genitori di fronte ai sistemi di tutela dell’infanzia sono contrastanti: i genitori riferiscono sia esperienze positive sia esperienze negative (Smithson and Gibson, 2017; Tembo and Studsrød, 2019). Per quanto riguarda in particolare gli allontanamenti, però, i genitori hanno messo in evidenza soprattutto emozioni negative, come dolore, shock, crisi, lutto, rabbia, impotenza, disperazione, colpa e vergogna (Salem and De Wilde, 2021; Smeeton and Boxall, 2011; Syrstad and Slettebø, 2020). Inoltre, possono essere privi di sostegno sociale (De Wilde and Vanobbergen, 2020) e subire una condanna sociale (Schofield et al., 2011). Alcuni studi (Broadhurst and Mason, 2020; Morriss, 2018; Nixon et al., 2013) hanno mostrato che le madri possono vivere una tensione e uno stigma profondi legati agli allontanamenti, perché si discostano dalle norme della maternità. Sebbene le aspettative di genere possano far pensare a esperienze diverse degli allontanamenti, le ricerche sulle esperienze dei padri (Baum and Negbi, 2013; Clapton, 2007; Clifton, 2012) hanno mostrato che anche gli uomini provano lutto, colpa e vergogna quando perdono la cura quotidiana dei figli.

Ricerche precedenti hanno mostrato che i genitori cercano nuovi modi di esercitare e definire la propria genitorialità quando i figli vivono in affido familiare (Salem and De Wilde, 2021). Lo studio di Morriss (2018) ha mostrato come le madri contestino lo stigma percepito proponendo successive rinarrazioni delle proprie possibilità. Angel (2016) ha rilevato che i genitori norvegesi modificano la gestione di sé e i propri dialoghi interiori, cambiando la percezione del «sé» attraverso un lavoro di normalizzazione. Juhasz (2018) ha esaminato come vengono presentate in tribunale le argomentazioni giuridiche dei genitori norvegesi. Ha constatato che, per difendere la propria genitorialità, i genitori ricorrono all’attribuzione di colpe e all’affermazione di essere cambiati, a giustificazioni morali o a scuse etiche legate all’età e alla storia di vita. Secondo Midjo (2010), il lavoro identitario dei genitori potrebbe essere percepito come una protezione inappropriata della propria immagine di sé e una mancanza di consapevolezza, oppure come un’opposizione distruttiva ai CWS norvegesi. In particolare nei procedimenti di collocamento, la ricerca ha indicato (Tonning Otterlei and Studsrød, 2021) che il personale dei CWS norvegesi che segue i casi può essere meno sensibile al dolore dei genitori, concentrandosi piuttosto sul beneficio e sull’obiettivo dei CWS, cioè la protezione del minore.

Questo articolo contribuisce alla ricerca esplorando l’interazione tra norme sociali ed esperienze personali degli allontanamenti e delle perdite connesse, e il modo in cui tali esperienze sono socialmente condizionate. Ci chiediamo come i genitori percepiscano il modo in cui i CWS norvegesi li posizionano nei procedimenti di collocamento e, più in generale, come percepiscano la propria perdita come legittima o illegittima nel contesto del fallimento genitoriale e delle aspettative sociali sulla genitorialità.

Quadro teorico

La teoria del posizionamento

L’analisi si ispira alla teoria del posizionamento e si basa sul concetto foucaultiano di posizione del soggetto, che respinge l’idea dell’identità come entità fissa al di fuori del linguaggio e sostiene che i soggetti sono costantemente creati e ricreati attraverso processi discorsivi (Foucault, 1999). In questa prospettiva, Davies e Harré (1990: 48) hanno definito il posizionamento come «il processo discorsivo mediante il quale i sé vengono collocati nelle conversazioni come partecipanti osservabilmente e soggettivamente coerenti di linee narrative prodotte congiuntamente». Le persone costituiscono le proprie posizioni nel mondo attraverso diritti e doveri attribuiti, rivendicati o assunti (Harré et al., 2009). La teoria del posizionamento cerca di mostrare come le identità percepite e i criteri morali siano condizionati da metanarrazioni o linee narrative sociali. Secondo Harré et al. (2009), la teoria del posizionamento si concentra sugli incontri interpersonali e sul modo in cui le cornici normative e i criteri morali influiscono sul modo in cui le persone percepiscono le situazioni, vivono, pensano, sentono e agiscono. In breve, la teoria del posizionamento si occupa dei diritti e dei doveri che le persone percepiscono (ciò che possono o non possono fare) in relazione alle posizioni loro attribuite o al rifiuto di tali posizioni. Ci serviamo di questa teoria per esplorare come i genitori percepiscano le posizioni loro attribuite quando sono privati della custodia quotidiana dei figli, e come queste posizioni siano condizionate da metanarrazioni o linee narrative sociali relative a esperienze di perdita legittime o illegittime.

Lo stigma

Ci basiamo sul concetto di stigma di Goffman (1963) per esplorare se le posizioni percepite dai genitori siano influenzate da etichette stigmatizzanti. Goffman (1963: 3) ha definito lo stigma come «un attributo profondamente screditante». Il concetto di Goffman (1963) descrive come le persone, a causa di tratti personali negativi, siano considerate devianti rispetto alle norme sociali. Lo stigma designa una caratteristica percepita come negativa in un determinato contesto o in una determinata interazione ed è fortemente legato a etichette prodotte socialmente (Goffman, 1963). Per esempio, le persone possono essere stigmatizzate da etichette screditanti relative all’origine etnica, alla nazionalità o alla religione, così come a disabilità fisiche o a carenze psicologiche, come la malattia mentale, i tentativi di suicidio o la tossicodipendenza (Goffman, 1963). Lo stigma è inoltre strettamente legato all’ansia e alla vergogna (Goffman, 1963). Il concetto di stigma di Goffman è stato tuttavia criticato da Tyler (2020: 100) perché «privo di mordente, e dunque svuotato di potere». Tyler (2020: 22) ha sostenuto che Goffman non è riuscito a comprendere lo stigma come legato sia alle interazioni sociali quotidiane sia ai più ampi rapporti di potere strutturali e strutturanti della società. Secondo Tyler (2020), lo stigma va inteso anche come una funzione politica, in quanto strumento di coercizione statale.

Metodologia

Reclutamento e campione

Per questo studio i genitori sono stati reclutati tramite i CWS, un’organizzazione di sostegno ai genitori (OBF) e i Consultori familiari. È stato sottolineato il carattere volontario della partecipazione. I criteri di partecipazione erano due: i genitori dovevano aver vissuto un allontanamento, e l’esperienza doveva risalire ad almeno due anni prima. Quest’ultimo criterio rispondeva a una considerazione etica volta a evitare danni dovuti a una ritraumatizzazione, partendo dal presupposto che i genitori avrebbero avuto bisogno di tempo per elaborare l’esperienza.

Il campione era composto da 13 genitori: 10 madri e tre padri. Due genitori erano immigrati. Sebbene il genere e il contesto culturale non fossero gli aspetti principali dell’analisi, era auspicabile una variazione massima mediante un campionamento intenzionale (Palinkas et al., 2015), per includere un’eterogeneità in grado di riflettere prospettive diverse sulla genitorialità. I genitori sono stati reclutati tramite inviti diffusi dai CWS, dal Servizio per il benessere familiare e dall’OBF. Nel complesso, i genitori avevano avuto esperienza con 16 uffici dei CWS in Norvegia e con l’allontanamento di 31 minori. Da allora due minori sono tornati a casa. La maggior parte degli allontanamenti è avvenuta tra il 2000 e il 2015, ma alcune esperienze risalivano alla metà degli anni Novanta. In questi casi, i genitori avevano vissuto anche collocamenti successivi di fratelli e sorelle più piccoli.

Disegno delle interviste e raccolta dei dati

Le interviste individuali sono state condotte nel 2018–2019. Hanno seguito una traccia tematica semistrutturata (Brinkmann and Kvale, 2014) e sono durate da 1 a 1,5 ore. Sono state audioregistrate e successivamente trascritte. I genitori sono stati invitati a parlare liberamente di come avevano vissuto il momento in cui il personale dei CWS li aveva informati della decisione di avviare un procedimento di collocamento. Durante le interviste, tuttavia, i genitori hanno anche condiviso esperienze di collocamento in posizioni stigmatizzanti e hanno raccontato conseguenze collaterali legate alla perdita di un figlio. Ciò ci ha portato a esplorare la comprensione che i genitori hanno delle posizioni, della vergogna, dello stigma e dell’eventuale delegittimazione del lutto legati agli allontanamenti.

Analisi

Le interviste sono state analizzate secondo i principi dell’analisi del discorso e della teoria del posizionamento descritti sopra (Harré et al., 2009). La teoria dello stigma di Goffman (1963) e le teorie sul lutto delegittimato (Doka, 2002; Kauffman, 2002) hanno inoltre costituito lo sfondo analitico. Le trascrizioni sono state lette più volte e sono state annotate le impressioni immediate. Dopo le letture sono state individuate sei posizioni (Tabella 1).

Tabella 1 — Sei posizioni individuate nei dati.

  • In guerra. Impotenti; Senza risorse; Senza diritti; Sopravvissuti.
  • Genitori fallimentari. Devianti; Pericolosi; Incompetenti; Egocentrici; Sprovveduti; Peccatori.
  • Disumanizzati. Animali; Mostri; Gruppo di persone stigmatizzato.
  • Vittime (di). Trattamento ingiusto; Propria infanzia; Droghe; Partner violento; CWS; Menzogne.
  • Giudicati (da). CWS; I propri figli; La società; Sé stessi.
  • Divenire. Crescita e prosperità; Genitorialità rinnovata.

Le posizioni sono state discusse con il coautore, che le ha convalidate. Ci siamo poi chiesti se queste posizioni fossero considerate legittime o illegittime e quali possibili esperienze di stigma derivassero da linee narrative collettive. In terzo luogo, ci siamo chiesti se e come i genitori percepissero il proprio lutto come legittimo o illegittimo nel contesto del fallimento genitoriale.

Nel presentare i risultati abbiamo omesso alcune parole riempitive nelle citazioni per renderle più leggibili.

Questioni etiche

Lo studio ha seguito le linee guida di etica della ricerca (ALLEA, 2017; NESH, 2016) ed è stato approvato dal Centro norvegese per i dati della ricerca. Poiché il tema della ricerca è considerato particolarmente delicato (Liamputtong, 2007), le considerazioni etiche hanno avuto grande importanza in tutte le fasi del processo di ricerca, in particolare per quanto riguarda le possibili conseguenze indesiderate per i genitori che hanno partecipato volontariamente. I dati sono stati inoltre accuratamente anonimizzati, e alle persone intervistate sono stati attribuiti nomi fittizi nella sezione dei risultati.

Risultati

Genitori in guerra

Di fronte a un sistema potente

L’analisi ha mostrato che le persone partecipanti percepivano i CWS come un sistema estremamente potente e tenace. Simon ha detto: «È una macchina incomprensibile, inarrestabile». Inoltre, i genitori descrivevano il procedimento di collocamento con metafore belliche, che rivelavano la sensazione di essere posizionati in una «battaglia». Simon ha osservato:

Dobbiamo difenderci dai CWS: attacco, difesa, attacco, difesa. Non abbiamo parlato normalmente con nessuno in questo sistema… C’è stata una guerra tra noi, che siamo destinati a perdere. Loro hanno mille miliardi nella manica, e noi non abbiamo nemmeno un miliardo.

Simon descriveva una situazione impari contro un sistema che ha percepito come estremamente potente. Ha inoltre espresso come si sia sentito privo di risorse pur essendo fisicamente forte: «Questa Gestapo sta lì e decide. Io sono un tipo grande e forte che deve lasciar andare suo figlio, l’ultima cosa che vorrei fare, e consegnarlo alla camera di tortura».

Come Simon, molte persone partecipanti hanno condiviso l’esperienza di trovarsi in guerra e di sentirsi impotenti di fronte a un sistema autoritario. Thomas ha affermato: «I CWS funzionano come un tribunale… Decidono e basta». Karen ha osservato: «Pensavo che i CWS dovessero rispettare le stesse regole, ma non è così. Ho visto che si sono fatti regole proprie, che vanno bene a loro». Inoltre, i genitori sentivano che i CWS limitavano i loro diritti riducendo il dialogo e prestando poca attenzione al loro punto di vista, cosa che Adam contestava: «Bisogna cambiare atteggiamento… prima di una decisione del genere… Ci deve essere un dialogo, qualcosa di cui… si possa parlare».

Resistere alle etichette di fallimento

L’analisi ha mostrato che le persone partecipanti si sentivano posizionate come genitori fallimentari, devianti e pericolosi attraverso giudizi severi sulle loro capacità genitoriali. Anna ha raccontato di essere stata descritta come rischiosa, egocentrica e incompetente: «Ero una madre pericolosa. Penso solo a me stessa e non so niente. Non ho capacità genitoriali quando si tratta di prendersi cura dei bambini». Inoltre, i genitori percepivano il personale dei CWS come paternalistico, come ha espresso Karen: «[L’operatrice] parla… con un tono di superiorità, come se io fossi completamente sprovveduta, come se non sapessi niente».

Una dicotomia tra «noi» e «loro» era ampiamente presente nei dati. I genitori percepivano che il personale dei CWS si posizionava come l’opposto dei genitori fallimentari: come infallibile. Adam ha affermato: «Era un po’ lo stile in cui il peccatore siede da quella parte [del tavolo], e noi sediamo qui e non abbiamo mai sbagliato in nulla». Anche l’uso di «noi» e «loro» da parte di Sonja mostra posizioni opposte: «Abbiamo fatto degli errori, ma… siamo persone, non mostri. Devono parlare… non come se fossimo un cane. Siamo persone, non coccodrilli e serpenti». Sonja si è sentita disumanizzata, come si vede dai suoi paragoni con mostri e animali. Pur ammettendo il fallimento genitoriale e gli «errori», collegava anche il fallimento alla natura umana attraverso la parola «persone», il che potrebbe essere interpretato come un tentativo di resistere alle etichette disumanizzanti. Anche Hermine combatteva la sensazione di essere posizionata come non umana: «Avrebbero potuto trattarmi come una persona, con dei sentimenti, con un valore, con rispetto». Adam paragonava le sue esperienze di trattamento disumano alla persecuzione degli ebrei e dei poveri: «Faccio un parallelo con la persecuzione degli ebrei, detto in modo un po’ estremo… Occuparsi dei poveri [in passato] faceva parte della tutela dell’infanzia. Credo che molti atteggiamenti siano rimasti: vecchie scorie e potere».

Attraverso questi paragoni, le persone partecipanti utilizzavano metafore forti già legate allo stigma, il che potrebbe essere interpretato come una forma di contropotere da parte dei genitori, che contestano lo stigma decostruendolo.

Ciononostante, l’analisi ha mostrato che per i genitori era difficile confrontarsi con il personale dei CWS, che da figure di aiuto erano diventate giudici. Molti genitori avevano avuto lunghe relazioni con il personale dei CWS e ora si sentivano ingannati. Karen ha affermato: «Per quanto mi riguarda, possono crepare, cazzo… Non ho più niente per loro». Tuttavia, attraverso il linguaggio, i genitori esercitavano una forma di contropotere, collocando le figure che prima li aiutavano in posizioni meno lusinghiere, come persone ingannevoli, incompetenti, autoritarie e arroganti. Ciò potrebbe essere interpretato come un tentativo di imporre le proprie linee narrative alternative (Harré et al., 2009), in cui i genitori sono vittime di un trattamento disumano e crudele da parte di un sistema doppio, disumano e ingannevole.

Rinegoziare la colpa

I genitori esprimevano in misura diversa la propria responsabilità per la situazione che aveva portato al collocamento, e diversi cercavano di negoziare la colpa. Alcuni, come Simon, affermavano che i CWS avevano esagerato la situazione: «I problemi che avevamo a casa non sono mai stati così gravi». Adam descriveva l’allontanamento come infondato ed esprimeva sfiducia nei confronti delle motivazioni dei CWS, il che potrebbe essere interpretato come una linea narrativa che mette in discussione la gestione del caso da parte dei CWS: «Mi hanno accusato di avere pensieri complottisti… ma in quel sistema credo che sia molto sano… Queste persone [il personale dell’istituto] avevano un compito… da parte dei CWS… trovare elementi che permettessero loro di portarci via nostro figlio». Anche Thomas esprimeva sfiducia: «In realtà ci siamo sentiti un po’ raggirati… C’era stato un dialogo tra i CWS e nostra figlia per un certo periodo, in cui l’insegnante e i CWS avevano, in un certo senso, cospirato insieme. E poi questo è arrivato dal nulla».

Amanda era confusa e incerta sulle ragioni dell’allontanamento da parte dei CWS e si posizionava come innocente: «Non so cosa ho fatto di sbagliato… ma so che non ho fatto niente. Non ho picchiato, non ho fatto del male alla bambina». Mia, invece, ammetteva in parte il fallimento genitoriale, pur sostenendo una responsabilità condivisa e richiamando i doveri dell’istituzione (Harré et al., 2009) di aiutarla:

È stato molto ingiusto che tutto venisse addossato a me… [Ero impegnata] 24 ore al giorno, sette giorni su sette… C’erano incontri con psicologi… terapia familiare… Correvo di qua e di là come un cane bastonato, e le cose funzionavano malissimo tra le autorità… comunicazione scarsa… molto disordinata.

Altri genitori indicavano una causalità (Harré et al., 2009), posizionandosi come vittime di circostanze sfavorevoli. Karen ha detto: «Non è colpa mia se i miei genitori hanno divorziato. Non è colpa mia se lui ha scelto di tradirmi mentre eravamo sposati… Alla fine sono stata punita io». Hermine esprimeva disaccordo al momento dell’allontanamento, ma accettazione in seguito: «Quando ci ripenso… capisco… È stato per il meglio». Il riferimento di Hermine al fallimento genitoriale nel passato potrebbe essere interpretato come una scusa o come una possibile strategia per evitare lo stigma. Potrebbe inoltre essere inteso come un rafforzamento della sua posizione di madre ora presente, mediante la contrapposizione tra la sua maternità di prima e quella di adesso. Melinda, invece, giustificava la perdita dell’affidamento dei figli richiamando la propria infanzia, posizionandosi come vittima e i CWS come complici: «Aveva molto a che fare con la mia infanzia… Su questo non posso fare molto. Ma sento anche che [i CWS] hanno in parte la colpa, che la mia infanzia sia stata com’è stata, per cui mi sono sentita molto giudicata… per cose di cui non ero responsabile o su cui non avrei potuto fare niente». Tuttavia, Melinda considerava possibili errori genitoriali, aprendo alla probabilità che la definizione che i CWS davano di lei potesse essere esatta: «Di sicuro ho fatto errori di cui non sono consapevole, però… Non sono riuscita a svolgere del tutto il compito».

L’analisi ha mostrato che in particolare le persone con una passata tossicodipendenza si identificavano come genitori fallimentari. Come mostra la citazione seguente, Ruth è diventata giudice di sé stessa, posizionandosi come responsabile e interiorizzando la posizione di genitore fallimentare: «Prima stavo male… adesso le cose sono diverse… Soprattutto, penso di essere io la responsabile del fatto che le cose siano andate come sono andate». La linea narrativa di Ruth, tuttavia, non è del tutto coerente. Indica anche una causalità, posizionandosi come vittima della tossicodipendenza. Ma, come si è già sostenuto, richiamare il passato può anche essere interpretato come un modo di evitare lo stigma. Dicendo «prima», Ruth si posiziona come qualcos’altro «oggi».

L’analisi ha rilevato che l’essere posizionati come genitori fallimentari era fortemente legato alla vergogna e che, a volte, i genitori attribuivano la colpa non solo ai CWS ma anche ai figli o al coniuge. I figli venivano accusati di esagerare la situazione o addirittura di mentire. Adam ha affermato: «Mio figlio aveva detto che lo picchiavo… ma ho la coscienza pulitissima». Qui Adam si posiziona come innocente, sebbene il figlio avesse svalutato la sua posizione di padre davanti ai CWS. Thomas assumeva la stessa posizione di innocenza di Adam, ma in modo più indiretto, attribuendo la colpa alla figlia per non essere abbastanza resistente e alla moglie per essere troppo severa: «Quindi la bambina è probabilmente un po’ sensibile, e la mamma è piuttosto rigida, per cui lei non riusciva a reggere del tutto il modo in cui la mamma la trattava». Nel complesso, l’analisi ha mostrato un insieme di posizioni in cui i genitori negoziavano la colpa e alternavano l’assunzione di responsabilità per la situazione all’introduzione di spiegazioni esterne.

Identità minacciate

L’impatto della perdita

Essere privati della custodia quotidiana del proprio figlio era doloroso, come ha espresso Adam: «È… terribilmente… schiacciantemente negativo. Ogni singolo giorno». Come si è visto, i genitori cercavano di contestare la propria posizione di genitori fallibili negoziando la colpa. Ciononostante, la perdita della cura quotidiana era un dato di fatto, e i genitori ne erano ancora segnati molti anni dopo. Diverse persone partecipanti si posizionavano come sopravvissute. Come Adam, anche Simon lo faceva paragonandosi alle esperienze degli ebrei: «Ci si può abituare a tutto; si può sopravvivere anche in un campo di concentramento. Dobbiamo sopravvivere».

L’analisi ha mostrato che gli allontanamenti mettevano in discussione l’identità delle persone partecipanti. Melinda ha spiegato: «Perdi una parte di te, sento. Non puoi… essere la mamma che vorresti essere. Devi… essere mamma da lontano… Ti perdi tante cose». Inoltre, le persone partecipanti descrivevano perdite secondarie (Rando, 1993) dovute all’allontanamento, come la perdita del diritto di partecipare ai normali eventi familiari, come compleanni o feste. Karen ha spiegato come l’assenza dei figli incidesse su diversi aspetti della sua vita: «Sto lì come una persona senza abitudini… La mia routine quotidiana era con i bambini. Non sentire più la parola “mamma” [piange], un abbraccio, sentire ridere, fare passeggiate insieme. Non ho più niente di tutto questo».

L’analisi ha rilevato che la perdita dell’affidamento ha colpito duramente i genitori, sia fisicamente sia emotivamente. Inoltre, i genitori esprimevano il proprio lutto come un lutto delegittimato (Doka, 1989, 2002). Descrivevano la sensazione di non avere il diritto di soffrire il lutto o di ricevere sostegno, poiché gli allontanamenti erano legati a fallimenti genitoriali. Mia ha affermato: «È proprio una specie di tabù… Sento fortemente che è un dolore che non ti è permesso avere… Sei stata un genitore di merda, quindi… non hai nessun diritto di soffrire il lutto o di stare male».

L’impatto dello stigma

L’analisi ha mostrato che, nonostante i tentativi dei genitori di contestare o negoziare le posizioni, le motivazioni addotte dal personale dei CWS per l’allontanamento incidevano negativamente sulla loro autostima. Le persone partecipanti si sentivano svalutate, e diverse interiorizzavano la posizione di genitore fallimentare. Eva ha affermato: «Era tutto sbagliato. Che non avevamo abbastanza amici… non partecipavamo ad abbastanza attività… Mangiavamo in modo sbagliato… Dopo aver letto [il rapporto], ci siamo detti che, se siamo genitori così terribili, allora [i bambini] staranno probabilmente meglio da un’altra parte». Come nel caso di Eva, i genitori diventavano giudici di sé stessi e interiorizzavano la vergogna e lo stigma. Ruth ha spiegato: «C’è tanta vergogna, ti vergogni; hai la coscienza così sporca. È la parte peggiore. Il disprezzo di sé è intenso».

Inoltre, i genitori temevano il giudizio della società, e diversi tenevano nascosto l’allontanamento a familiari, amici e colleghi. In questo modo, i genitori possono soffrire di un lutto autodelegittimato (Kauffman, 2002), chiudendosi nel segreto, poiché percepiscono la perdita come stigmatizzata e indegna di compassione e di sostegno. Melinda ha affermato: «Avevo paura che la gente mi guardasse dall’alto in basso e mi giudicasse… Ho amiche e amici con figli, e avevo paura che non mi lasciassero stare vicino a loro».

Sebbene anche i padri esprimessero vergogna e imbarazzo, l’analisi ha mostrato che le madri percepivano l’allontanamento come particolarmente stigmatizzante, poiché il genere stesso rappresenta uno specifico dovere genitoriale. Hermine ha espresso: «Hai fallito come mamma… una delle cose femminili. È scontato che dobbiamo essere brave mamme». Le partecipanti percepivano che i padri collaboravano con i CWS contro di loro, e alcune ritenevano che i padri potessero sottrarsi più facilmente alla responsabilità genitoriale, come si vede in questo scambio con Hermine:

Hermine: Ho molti amici uomini che hanno i figli nel fine settimana e cose così… ma non è normale essere mamma in quel modo.

Intervistatrice: [È] più vergognoso per una donna…?

Hermine: Sì.

Intervistatrice: Perché l’ideale di essere donna e quello di essere madre sono strettamente legati?

Hermine: … Sì, la società è così.

Ruth sentiva che i figli punivano lei più dei loro padri per l’allontanamento: «Mi chiedo… rispetto ai padri… che non ci hanno provato… [ma] possono… farne parte [della vita dei figli]… [I figli] non si aspettano affatto la stessa cosa».

Lo stigma e il tabù erano ampiamente presenti nella vita delle persone partecipanti. Per alcune, tuttavia, la vergogna e il disprezzo di sé sono diventati più facili da gestire con il tempo, come ha espresso Hermine: «Prima mi vergognavo molto a dirlo alla gente… All’inizio è stato molto difficile… Provavo molta vergogna… ma adesso non più». Pur vivendo lo stigma e la vergogna nella società in generale, i genitori sperimentavano un alleggerimento dello stigma condividendo la propria storia con altri genitori nella stessa situazione. Rebecca ha affermato: «Incontrare altri genitori nella stessa situazione… è stato incredibilmente positivo. Conoscevano… lo stesso dolore, la stessa vergogna, lo stesso lutto… Essere privati dell’affidamento è un grande tabù… Incontrare… altre persone… è stato… un sollievo».

Dare valore a posizioni genitoriali anomale

Le persone partecipanti contrapponevano alle loro posizioni retrospettive di genitori fallimentari linee narrative di crescita e prosperità, collocandosi in posizioni genitoriali rinnovate. Ruth ha descritto come ha scoperto una forza interiore: «Quando hanno collocato [la bambina], ho pensato che non fosse possibile… respirare, ma io… sono andata avanti… ho fatto quello che facevo di solito… sono andata al lavoro… Ho scoperto di avere dentro di me una forza che non sapevo di avere». Diverse altre persone sottolineavano l’allontanamento come una svolta positiva, che le aveva portate a smettere con la droga, a lasciare un partner violento, a cambiare lavoro o a intraprendere un percorso di studi. Hermine trovava un senso nelle sue dure esperienze: «Quello che mi è successo è che il tempo ha contribuito a formarmi e mi ha resa la persona che sono. Rialzarmi, disintossicarmi, prendermi un titolo di studio, essere una buona madre per i miei figli». Anche Thomas metteva in luce cambiamenti positivi: «Quello che è successo da allora è che la mamma e io comunichiamo e dialoghiamo meglio e ci prendiamo cura l’uno dell’altra in un modo completamente diverso».

Attraverso linee narrative rinnovate e positive della propria genitorialità, le persone partecipanti contestavano le posizioni negative. Rivendicavano una posizione cambiata ma ancora preziosa nella vita dei figli. Hermine ha affermato: «Sono una mamma molto brava, anche se a distanza. Ho un ottimo rapporto con i miei figli». Eva valorizzava il modo in cui era diventata una buona madre prendendosi cura di sé: «Bisogna essere socievoli… Non bisogna chiudersi in casa… Uscire dalla porta e cercare di vivere normalmente… Ci sono comunque tanti modi di essere una buona madre. Restare attive, trovare qualcosa in cui si è brave». Melinda dava valore alla possibilità di partecipare a distanza alla vita della figlia: «[Ricevo] foto durante l’anno, ricevo messaggi quando c’è un compleanno. La madre affidataria è molto aperta sulla famiglia biologica, e la bambina sa di avere due mamme ed è contenta così». Le linee narrative dei genitori potrebbero essere intese come una forma di lavoro identitario o di valorizzazione per rinarrare la propria genitorialità. Ciononostante, pur presentando posizioni genitoriali preziose e rinnovate, i genitori continuavano a sentirsi in una posizione genitoriale anomala, come ha espresso Mia: «Non l’ho persa. Lei è lì [in affido]… Sì, ti trovi in una situazione strana».

Discussione

Il potere del posizionamento

Lo studio ha rilevato che gli allontanamenti erano percepiti dai genitori come fortemente squalificanti e stigmatizzanti. I genitori si sentivano posizionati come genitori fallimentari, si sentivano disumanizzati e percepivano il personale dei CWS come sprezzante e giudicante, perché attribuiva loro etichette negative e poco lusinghiere. Anche Smithson e Gibson (2017) hanno rilevato che i genitori possono sentirsi disumanizzati di fronte al sistema di tutela dell’infanzia. Non sorprende che gli allontanamenti accrescano spesso il conflitto vissuto dai genitori con i CWS e il loro caos emotivo (Baum and Negbi, 2013; Smeeton and Boxall, 2011; Syrstad and Slettebø, 2020). Poiché i CWS devono argomentare il fallimento genitoriale per raggiungere la soglia richiesta per decidere un allontanamento (Burns et al., 2018; Masson, 2012), un procedimento di collocamento potrebbe costituire, per sua stessa natura, un rifiuto delle posizioni dei genitori e della loro genitorialità. La svalutazione dei genitori potrebbe quindi essere un dato inevitabile nei casi di collocamento (Tonning Otterlei and Studsrød, 2021). Ciononostante, i risultati indicano che i provvedimenti di collocamento diventano una minaccia per l’identità e la genitorialità dei genitori, a conferma di ricerche precedenti (De Wilde and Vanobbergen, 2020; Nixon et al., 2013; Salem and De Wilde, 2021; Schofield et al., 2011). Featherstone et al. (2014: 1–18) hanno messo in guardia dal modo in cui le categorie o la retorica istituzionali possono creare distanza o «alterizzazione» (othering), capaci di amplificare la vergogna e il danno. Il modo in cui il personale dei CWS interagisce con i genitori (Smithson and Gibson, 2017; Tonning Otterlei and Studsrød, 2021), li caratterizza o li etichetta (Burns et al., 2018; Masson, 2012) può quindi infliggere vergogna e stigma.

Ciononostante, i risultati mostrano come i genitori, attraverso il linguaggio, contestino le posizioni percepite, a conferma di studi precedenti (Juhasz, 2018; Morriss, 2018). Ciò potrebbe essere inteso come un esercizio di contropotere. Le persone partecipanti cercavano di riposizionare come nemici gli operatori e le operatrici che prima li aiutavano. Inoltre, i genitori contestavano le posizioni percepite di genitori fallimentari mediante linee narrative alternative (Harré et al., 2009), per riposizionarsi come vittime e innocenti, come figure genitoriali rinnovate o rafforzate, il che potrebbe essere interpretato come una forma di lavoro di valorizzazione. Strategie di questo tipo sono state rilevate anche da Juhasz (2018), che ha mostrato come i genitori, nelle loro argomentazioni giuridiche, includessero tentativi di attribuire la colpa, affermazioni di cambiamento, giustificazioni morali, scuse etiche e normalizzazione. Tali negoziazioni potrebbero essere, come ha osservato Juhasz (2018), una strategia di difesa o, come ha sostenuto Midjo (2010), un lavoro identitario. Angel (2016) aveva già descritto come la percezione di sé dei genitori potesse essere modificata attraverso un lavoro di normalizzazione, mediante percorsi volti a contraddire l’idea convenzionale dell’incapacità dei genitori di contribuire alla vita dei figli. Un simile accento sulla trasformazione dell’individuo potrebbe tuttavia essere criticato come una comprensione individualizzata delle difficoltà della famiglia o come un progetto politico volto a rendere le persone personalmente responsabili. Nel nostro studio intendiamo la negoziazione delle posizioni da parte dei genitori come un tentativo di creare un contropotere rispetto al potere dei CWS di definirli e posizionarli e, inoltre, come una forma di lavoro di valorizzazione, che consiste nel prendere la parola contro posizioni svalutate e contro lo stigma inflitto per creare valore in un’identità fortemente minacciata.

Il potere della stigmatizzazione

In linea con il concetto di stigma di Goffman (1963), i risultati mostrano come i genitori percepiscano la propria deviazione dalle norme sociali a causa del fallimento genitoriale. Essere etichettati come genitori carenti espone alla stigmatizzazione sociale, come indica la teoria dello stigma di Goffman (1963). Lo stigma è inoltre strettamente legato alla vergogna (Goffman, 1963). Vivere un allontanamento è stato descritto come doloroso e vergognoso, a conferma di ricerche precedenti sulle esperienze dei genitori con i provvedimenti di collocamento (Baum and Negbi, 2013; Morriss, 2018; Smeeton and Boxall, 2011; Syrstad and Slettebø, 2020). Inoltre, nonostante la contestazione delle posizioni attraverso metanarrazioni, i risultati hanno mostrato che i genitori si percepivano impotenti di fronte alle definizioni che i CWS davano di loro. Ciò conferma la tesi di Tyler (2020), secondo cui lo stigma va compreso in relazione al potere. Inoltre, nonostante i tentativi di rinegoziare le posizioni attraverso linee narrative alternative (Harré et al., 2009), vivere un allontanamento incideva negativamente sull’autostima delle persone partecipanti, poiché i genitori sembravano interiorizzare le posizioni e lo stigma. I risultati indicano inoltre che i provvedimenti di collocamento potrebbero essere particolarmente stigmatizzanti per le madri, a conferma di risultati di ricerche precedenti (Broadhurst and Mason, 2020; Morriss, 2018; Nixon et al., 2013). Secondo Nixon et al. (2013), l’essere donna è strettamente intrecciato con la maternità. Le aspettative sociali sulla maternità sono elevate; discostarsi da tali norme può quindi avere conseguenze ampie sull’identità delle donne (Nixon et al., 2013). È interessante notare che anche i pochi padri che hanno partecipato al nostro studio indicavano le madri come causa dell’allontanamento. Le partecipanti, al contrario, percepivano che i padri sfuggivano più facilmente alla responsabilità o alla colpa per via del loro ruolo e del loro genere. Tuttavia, alcuni studi (Baum and Negbi, 2013; Clapton, 2007; Clifton, 2012) hanno mostrato che anche i padri possono provare vergogna negli allontanamenti.

Lo studio ha rilevato che i genitori percepivano il proprio lutto, socialmente non riconosciuto o non convalidato, come delegittimato (Doka, 1989, 2002), il che trova conferma in risultati analoghi di studi precedenti (Baum and Negbi, 2013; Morriss, 2018; Nixon et al., 2013; Schofield et al., 2011). Inoltre, i presenti risultati hanno mostrato che i genitori possono soffrire anche di un lutto autodelegittimato (Kauffman, 2002). Le persone partecipanti hanno poi descritto perdite secondarie (Rando, 1993), come la perdita delle riunioni familiari o delle celebrazioni delle feste, intrecciate con la perdita primaria (Rando, 1993) del figlio. Una probabile conseguenza collaterale dell’allontanamento è che i genitori vengono tagliati fuori da ambiti sociali legati alla genitorialità, come la scuola dell’infanzia, la scuola e le attività. Inoltre, se lo stigma inflitto riduce il sostegno sociale, come ha indicato la ricerca (De Wilde and Vanobbergen, 2020), i genitori rischiano un’ulteriore alienazione, poiché vengono privati al tempo stesso del figlio, degli ambiti sociali e della propria genitorialità nel suo insieme. Per riprendere le argomentazioni di Attig (2004), che intende il lutto delegittimato come un fallimento sociale, lo stigma inflitto da un allontanamento sembra limitare le possibilità dei genitori nel processo del lutto, così come la loro possibilità di superare la sofferenza e di partecipare alla vita della società.

Conclusioni

Questo studio offre conoscenze importanti su come le rappresentazioni culturali della genitorialità influiscano sulla percezione che i genitori hanno di un allontanamento, su come vivano il posizionamento da parte dei CWS in un procedimento di collocamento e su come contestino tali posizioni. Lo studio fa inoltre luce sulle esperienze dei genitori di delegittimazione del proprio lutto a causa del fallimento genitoriale e delle aspettative sociali sulla genitorialità. I risultati concordano con ricerche precedenti (Baum and Negbi, 2013; Morriss, 2018; Nixon et al., 2013; Smeeton and Boxall, 2011; Syrstad and Slettebø, 2020), che mostrano come gli allontanamenti siano strettamente intrecciati con la vergogna e lo stigma. I risultati indicano tuttavia che i genitori cercano di contestare e negoziare le posizioni stigmatizzanti attraverso linee narrative e argomentazioni alternative, a conferma di ricerche precedenti (Juhasz, 2018; Morriss, 2018). Facendo luce sugli aspetti stigmatizzanti dell’allontanamento, lo studio intende accrescere la consapevolezza delle implicazioni non intenzionali dei processi sociali e contribuire, in ultima analisi, a migliorare gli esiti per i genitori che vivono un intervento invasivo da parte dello Stato.

Complexe Systémique: punti chiave

La teoria del posizionamento parla una lingua familiare alla pratica sistemica: non si è «fallimentari», si viene messi nella posizione di chi fallisce, all’interno di una relazione e di un racconto. Lo studio mostra l’escalation che ne deriva: quando i servizi si collocano dalla parte dell’infallibilità, i genitori rispondono con la guerra, con la squalifica di chi prima li aiutava o con l’autocondanna. Il passaggio dall’aiuto al giudizio, compiuto dalle stesse persone, è un nodo che le équipe farebbero bene a nominare. Emergono due lezioni cliniche: il lutto dei genitori il cui figlio o la cui figlia è collocato fuori casa è reale e raramente riconosciuto, e i gruppi tra pari allentano lo stigma laddove il discorso professionale lo stringe; la posizione di «genitore a distanza» merita di essere costruita, e non soltanto tollerata. Una nota di cautela: racconti raccolti anni dopo i fatti, un reclutamento in parte attraverso gli stessi servizi e la sola voce dei genitori. Da leggere insieme con l’articolo sul lavoro sistemico con i genitori i cui figli sono collocati fuori casa e l’articolo sulla terapia familiare con i genitori dopo l’allontanamento forzato dei figli.

Note dell’originale

Ringraziamenti. Desideriamo ringraziare le persone partecipanti che hanno contribuito a questo studio.

Dichiarazione di approvazione etica. Il progetto è stato approvato dal Centro norvegese per i dati della ricerca. Il Codice europeo di condotta per l’integrità della ricerca (ALLEA, 2017) è stato applicato nella progettazione e nella raccolta dei dati.

Dichiarazione di consenso. Le persone partecipanti hanno firmato moduli di consenso prima di partecipare allo studio. Autorizzazione a riprodurre materiale da altre fonti: non applicabile a questo studio.

Dichiarazione sui conflitti di interesse. Chi firma l’articolo dichiara di non avere potenziali conflitti di interesse in relazione alla ricerca, alla stesura e/o alla pubblicazione di questo articolo.

Finanziamento. Chi firma l’articolo dichiara di aver ricevuto il seguente sostegno finanziario per la ricerca, la stesura e/o la pubblicazione di questo articolo: questo studio ha ricevuto un sostegno finanziario dall’Università di Stavanger (Norvegia).

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Traduzione non ufficiale di Parents at war: A positioning analysis of how parents negotiate their loss after experiencing child removal by the state, di Marte Tonning Otterlei ed Eivind Engebretsen, Qualitative Social Work, vol. 21, no 4 (2022), doi: 10.1177/14733250211048546, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale — l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione dell’articolo originale «Parents at war: A positioning analysis of how parents negotiate their loss after experiencing child removal by the state», pubblicato in Qualitative Social Work (2022) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo dell’articolo è stato tradotto in italiano e la presentazione è stata adattata alla lettura online, come indicato in testa a questa pagina.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

Tonning Otterlei, M., et Engebretsen, E. (2022). Parents at war: A positioning analysis of how parents negotiate their loss after experiencing child removal by the state. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/parents-at-war-a-positioning-analysis-of-how-parents-negotiate-their-loss (Opera originale pubblicata nel 2021 in Qualitative Social Work, 21(4), 765-782 (2022); ripubblicata nel 2022 da Qualitative Social Work, https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/14733250211048546)

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