Questa versione è stata tradotta dal francese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Scheda di lettura · Red Sistémica
Denise Najmanovich vi pensa la soggettività come un intreccio di legami più che come una proprietà degli individui, e il corpo come un corpo incarnato, situato, storico. Elina Dabas ne rende conto nell’unico modo che le sembra onesto per un libro simile: raccontando dove si trovava quando l’ha letto. Un albergo del nord-ovest argentino, centotrenta persone giunte da comunità lontane e una donna che non aveva finito di parlare con suo figlio.
Il commento si apre con una scena in taxi. Una ventina di giorni prima, mentre andavano a una riunione, Denise Najmanovich ha consegnato a Elina Dabas la prima copia del suo libro, appena uscito: voleva che fosse lei la prima ad averlo. Nessuna delle due ha saputo, in quel momento, mettere in parole tutto l’affetto, i racconti scambiati, le conversazioni avute e quelle promesse che quel gesto racchiudeva. Quando l’autrice le chiede, due settimane dopo, di scrivere un commento, Dabas comincia col misurarne la difficoltà: mettere ordine in un testo tra le immagini e le associazioni che il libro suscita significherebbe toglier loro il sapore e la polivocità.
Accetta allora di collocarsi, provvisoriamente, nel ruolo di «commentatrice», sapendo che il piacere come l’angoscia stanno nel lasciarsi inondare dall’opera. E sceglie di ripercorrere l’itinerario del loro incontro piuttosto che riassumere delle tesi.
Il giorno dopo, il libro parte nella sua valigia verso Tucumán. Tre giorni e tre notti, centotrenta persone di quella provincia e di Jujuy, per parlare dei bambini, delle bambine e delle famiglie delle loro località e di ciò che ne favorisce la crescita. Persone lontane dalle parole «soggettività», «paradigma», «complessità», «corpo incarnato», ma vicinissime alla propria vita e ai propri silenzi. Molte avevano viaggiato per ore; per diverse di loro era la prima volta che si allontanavano dalla propria comunità e dalla propria famiglia.
La prima sera, nell’ampia sala da pranzo dell’albergo, Dabas nota una donna dai tratti incaici, a capo chino, con il piatto intatto davanti. La crede indisposta, si avvicina, si presenta, le chiede il nome, poi che cosa non va. La risposta arriva a voce bassissima, senza che alzi gli occhi: «è che non sono riuscita a finire di parlare con mio figlio». Dabas pensa dapprima a una telefonata interrotta. Poi arriva la spiegazione: avevano chiamato tutti a cena. Le occorre qualche istante per capire, e reagisce con vergogna davanti alla propria efficienza organizzativa, fatta di orari e dinamiche pensati a Buenos Aires, in una lingua concepita come universale. Riesce soltanto a proporle di accompagnarla a richiamare il figlio dopo cena. Rosalía alza la testa, sorride appena, mormora un «grazie» e avvicina la sedia al tavolo.
Quella sera Dabas apre il libro. Fin dal prologo una frase la cattura: il gioco dei legami consisterebbe nel creare forme senza congelarle, nel far esistere. Poi il primo capitolo la interpella chiedendo di che cosa parliamo quando parliamo del corpo, e lei rivede il corpo piegato di Rosalía mentre il suo percorreva sicuro lo spazio di un’organizzazione pensata con cura. Non l’ha soltanto aiutata: è stata Rosalía ad aiutare lei su uno dei suoi punti ciechi.
«Siamo ciechi della nostra cecità. Siamo incapaci di vedere che non vediamo.»
Denise Najmanovich, citata da Elina Dabas
La commentatrice misura allora quante biforcazioni avrebbe potuto prendere: non vedere Rosalía; vederla senza avvicinarsi; avvicinarsi, interrogarla e attribuire la sua reazione a una sottomissione ancestrale. Ciò che ha fatto, invece, è stato ripensare l’organizzazione «efficiente» di un incontro che produceva disaccordi con gli affetti singolari di ciascuna persona.
La lettura così condotta mette in luce il gesto inaugurale del libro: esige, come punto di partenza, che si specifichi il luogo da cui si parla. Di qui tre dimensioni che attraversano tutta la scrittura di Najmanovich, così come Dabas le individua: una dimensione etica, per la decisione di chi parla di farsi carico del proprio discorso; una dimensione estetica, che riconosce l’importanza del contenuto della forma e dei legami che essa crea; una dimensione politica, perché quel discorso rivendica un posto nel tessuto relazionale contemporaneo.
Ne discende una tesi sulla traduzione, che Dabas sottolinea perché illumina la sua disavventura di Tucumán: i linguaggi sono incommensurabili tra loro e non si passa mai meccanicamente dall’uno all’altro, ma attraverso una traduzione parziale, metaforica e creativa, anche tra il linguaggio verbale e l’esperienza corporea.
La sezione dedicata al «corpo della modernità» è quella che suscita nella commentatrice più sorpresa e ammirazione: vi vede descritte le sottili e profonde «inoculazioni» che abbiamo ricevuto e di cui è difficile liberarsi. Il capitolo si chiude, ricorda, sull’idea che il soggetto incarnato gode del potere della creatività e della scelta, ma deve farsi carico del mondo che ha co-creato.
Che cosa offre il libro
Uno strumentario concettuale per pensare la soggettività in termini di legami e di reti più che di individui, utile a chi lavora con comunità, istituzioni o dispositivi collettivi. E un richiamo esigente per la clinica: il luogo da cui si parla non è mai neutro, e l’efficienza di un setting può produrre proprio i disaccordi che pretende di evitare.
Chi è Denise Najmanovich
Dottore di ricerca della PUC di San Paolo, è docente di Epistemologia delle scienze sociali e di Epistemologia della psicologia sociale all’Università CAECE, nonché docente di Soggettività e organizzazione nel master in Psicologia delle organizzazioni. È consulente accademica della Fondazione per lo sviluppo e la promozione delle reti sociali (FUNDARED).
Red Sistémica pubblica solo un frammento di questo commento; il testo integrale di Elina Dabas è apparso in Perspectivas Sistémicas n. 88. I passi del libro che la scheda cita ampiamente non sono riprodotti qui: se ne è restituito il contenuto.
Questa scheda di lettura è la traduzione italiana non ufficiale, dallo spagnolo, di «Comentando “El juego de los vínculos”, de Denise Najmanovich», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Perspectivas Sistémicas, n. 88). Tradotta da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e ripubblicata con l’accordo della rivista.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Dabas, E. (2022). Le jeu des liens. Subjectivité et réseaux : figures en mutation (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/le-jeu-des-liens-subjectivite-et-reseaux-figures-en-mutation (Opera originale pubblicata nel 2022 in Perspectivas Sistémicas, n. 88; ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/08/01/comentando-el-juego-de-los-vinculos-de-denise-najmanovich/)
Per approfondire
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