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Nordic Studies on Alcohol and Drugs · Servizio sociale

«Il mio consiglio è di non farlo entrare»: come le concezioni professionali dei problemi di alcol e altre droghe plasmano il sostegno alle persone significative coinvolte

Bisogna aiutare le persone vicine a comprendere la dipendenza, a proteggersene o a restare in relazione? Analizzando venti interviste con terapeute e terapeuti per alcol e droghe e con consulenti per il sostegno familiare dei servizi sociali svedesi, un gruppo di ricerca dell’Università di Stoccolma mostra come si combinino il discorso della malattia e quello dei limiti. Entrambi sollevano le famiglie dalla colpa, ma fanno della cura un sintomo, della codipendenza una diagnosi e della presa di distanza una norma.

Autrici e autori Hans Fagerström, Lisa Skogens e Ninive von Greiff (Department of Social Work, Università di Stoccolma, Svezia)Prima pubblicazione Nordic Studies on Alcohol and Drugs, 29 ottobre 2025Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di “My Advice is to not let him in”: How Support for Concerned Significant Others is Shaped by Professionals’ Understandings of Alcohol and Other Drug Problems, di Hans Fagerström, Lisa Skogens e Ninive von Greiff, pubblicato in Nordic Studies on Alcohol and Drugs (SAGE) (2025), doi: 10.1177/14550725251388554, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Lungi dall’essere un effetto collaterale involontario, la marginalizzazione delle CSO veniva attivamente promossa.

Hans Fagerström, Lisa Skogens e Ninive von Greiff

Abstract

Obiettivo. Lo studio esamina come le figure professionali del welfare svedese costruiscano e legittimino linguisticamente il sostegno alle persone significative coinvolte (concerned significant others, CSO) di persone con problemi di alcol e altre droghe (AOD, dall’inglese alcohol and other drugs). L’indagine passa attraverso il modo in cui queste figure professionali intendono i problemi AOD e il modo in cui i rapporti di potere iscritti nel loro linguaggio plasmano il ruolo delle CSO.

Metodi. Interviste semistrutturate con 10 persone che esercitano la terapia AOD e 10 consulenti per il sostegno familiare in Svezia sono state analizzate con l’analisi critica del discorso di Fairclough.

Risultati. I risultati mettono in luce tre logiche chiave attraverso cui le CSO vengono comprese. In primo luogo, le figure professionali si posizionano come educatrici, con l’obiettivo di far comprendere alle CSO i problemi AOD «correttamente». In secondo luogo, i problemi AOD sono descritti come una forza maligna, che fa apparire le CSO passive e reattive. In terzo luogo, dominano i discorsi medico e di resistenza, che rappresentano il problema AOD come una malattia incontrollabile e legittimano strategie come la definizione di limiti e la cura di sé. Se da un lato si sostiene che l’uso di questi discorsi riduca lo stigma e metta in discussione i ruoli tradizionali di cura, dall’altro esso patologizza le CSO, rafforzando l’autorità professionale, limitando la capacità che si riconosce alle CSO di agire in modo autodeterminato e imponendo un’aspettativa di autosufficienza.

Conclusioni. Lo studio evidenzia come la medicalizzazione influenzi il sostegno alle CSO descrivendo la cura come disfunzionale, il che legittima l’intervento professionale e limita la capacità di agire delle CSO. I risultati sottolineano la necessità di un approccio integrato che bilanci i discorsi medico e di resistenza con prospettive relazionali che valorizzino il sostegno sociale.

Parole chiave: problemi AOD, analisi critica del discorso, CSO, servizi sociali, Svezia

Introduzione

Le persone significative coinvolte (CSO) di persone con problemi di alcol e altre droghe (AOD) si trovano spesso in una posizione difficile, nella quale devono gestire la propria relazione con la persona che ha problemi AOD. Oltre alla letteratura che mette in luce l’impatto emotivo, fisico e psicologico sulle CSO (D’Aniello et al., 2022; Hellum et al., 2022), diversi studi hanno esplorato strategie di sostegno volte ad aiutare le CSO ad affrontare le difficoltà legate alla loro posizione (Di Sarno et al., 2021; Orford, 2017). Le CSO svolgono un ruolo cruciale nella vita delle persone con problemi AOD: vengono sia accusate di contribuire ai problemi AOD sia riconosciute come fattore che facilita la guarigione (Orr et al., 2014). Considerando le CSO come risorse, alcuni studi hanno sostenuto un loro maggiore coinvolgimento nel trattamento e nella cura (Ventura & Bagley, 2017), compresi interventi di coppia e familiari che forniscono alle CSO strategie di coping per motivare la persona con problemi AOD a intraprendere un trattamento. Al tempo stesso, l’influenza delle CSO è stata usata come argomento per sostenere un sostegno separato, sulla base dell’idea che le CSO possano contribuire al problema AOD e non abbiano la capacità di controllarlo. Il sostegno alle CSO ha così posto sempre più l’accento sui loro bisogni, con l’obiettivo di ridurre i sentimenti di responsabilità e di colpa e di favorire autonomia e cura di sé (Selbekk et al., 2018).

Il modo in cui le figure professionali descrivono i problemi AOD non è un processo neutro, ma fa parte di una pratica discorsiva più ampia. Sulla scia di Fairclough (1992), i discorsi sono qui intesi come modi di usare il linguaggio che rappresentano e plasmano le pratiche sociali costruendo significati particolari e posizionando persone e problemi in modi specifici. In questo articolo, le costruzioni indicano le descrizioni e interpretazioni specifiche espresse dalle figure professionali, intese come situate all’interno di questi discorsi più ampi. Come sostiene Fairclough, il linguaggio non è solo uno strumento di comunicazione, ma una pratica sociale che al tempo stesso riflette e rafforza i rapporti di potere. Nel contesto dei servizi di welfare, ciò suggerisce che le figure professionali, attraverso costruzioni linguistiche, contribuiscono a plasmare l’autorità e a definire tanto i problemi quanto le soluzioni. I modi contrastanti in cui le figure professionali valutano il coinvolgimento delle CSO possono essere intesi come parte di costruzioni sociali più ampie, che plasmano i presupposti su ciò che i problemi AOD rappresentano e su quanto siano intesi come condizioni individuali o come iscritti in dinamiche sociali e relazionali. I modi in cui le figure professionali costruiscono linguisticamente i problemi AOD – per esempio come disturbo neuropsichiatrico nell’ambito del modello della dipendenza come malattia cerebrale (BDMA, dall’inglese brain disease model of addiction) (Volkow et al., 2016), oppure come conseguenza di ambienti domestici sfavorevoli e di stili genitoriali (Lander et al., 2013) – influenzano non solo il ruolo assegnato alle CSO, ma anche il tipo di sostegno che ricevono. Tuttavia, nonostante il ruolo centrale che le figure professionali svolgono nel plasmare sia la comprensione dei problemi AOD sia il posizionamento delle CSO, la ricerca su come le loro descrizioni dei problemi AOD influenzino il sostegno disponibile per le CSO è limitata.

Basandosi sull’analisi critica del discorso (ACD) sviluppata da Fairclough (1992), questo studio intende comprendere meglio come le concezioni discorsive dei problemi AOD proprie delle figure professionali del welfare plasmino il sostegno offerto alle CSO. Esaminando i discorsi dominanti nelle descrizioni professionali, lo studio esplora come questi discorsi posizionino sia le figure professionali sia le CSO in termini di potere e di capacità di agire, e come legittimino determinate pratiche di sostegno. In particolare, lo studio si chiede: 1) come parlano dei problemi AOD le figure professionali e come li costruiscono nel loro lavoro con le CSO; 2) come vengono posizionate le CSO all’interno di queste costruzioni; 3) come queste costruzioni influenzano il tipo di sostegno fornito alle CSO?

Il sostegno alle CSO nel contesto svedese

Nel 2009 la legge svedese sui servizi sociali è stata precisata per obbligare i servizi sociali locali a sostenere le CSO che si prendono cura di persone anziane, persone con disabilità e persone con malattie di lunga durata, compresi i problemi AOD. L’obiettivo è ridurre il carico e i rischi per la salute delle CSO, garantendo che ricevano un sostegno a pieno titolo e che siano coinvolte nella pianificazione della cura (Ministry of Health and Social Affairs [MHSA], 2022). Oltre al sostegno subordinato alla valutazione del bisogno, come l’assistenza domiciliare e varie forme di sollievo decise da chi gestisce il caso per il comune, il sostegno psicosociale alle CSO può essere attuato in modi diversi e la sua organizzazione varia da una zona all’altra del paese. Questa variabilità riguarda il tipo di sostegno (sedute individuali e/o di gruppo), l’intervento specifico utilizzato e la professione di chi eroga il servizio (MHSA, 2022). Nell’ambito della cura di persone con problemi AOD, due professioni principali sono responsabili del sostegno psicosociale nei comuni svedesi: la terapia AOD e la consulenza per il sostegno familiare (Fagerström, H., Skogens, L., & von Greiff, N., 2025; Winqvist, 2016). La terapia AOD è specializzata nel sostegno alle persone con problemi AOD1, mentre la consulenza per il sostegno familiare offre un approccio più generale, sostenendo non solo le CSO di persone con problemi AOD, ma anche altre CSO che prestano cura. All’interno dell’organizzazione dei servizi sociali, consulenza familiare e terapia AOD sono di solito separate. La terapia AOD opera nei servizi di assistenza individuale e familiare, mentre la consulenza familiare opera al di fuori di questo contesto, in «centri per CSO» o in strutture equivalenti. Attraverso il loro ruolo nella valutazione dei bisogni e nella realizzazione degli interventi, queste figure professionali non si limitano a fornire sostegno, ma plasmano anche la comprensione dei problemi AOD e il modo in cui le CSO vengono posizionate rispetto a tali problemi.

Il ruolo delle CSO nell’ambito AOD

Tradizionalmente, il sostegno alle CSO si è concentrato sul mantenimento del loro ruolo di cura piuttosto che sui loro bisogni propri, rafforzando le aspettative sociali legate alla cura (Manthorpe et al., 2015; Twigg & Atkin, 1995). Questa dinamica è particolarmente rilevante nell’ambito AOD, dove storicamente i problemi AOD sono stati intesi come questioni individuali, il che ha spesso marginalizzato il coinvolgimento delle CSO o ha portato a utilizzarle solo come risorsa, senza riconoscerne i bisogni, e al tempo stesso ad attribuire loro la colpa dei problemi AOD (Selbekk et al., 2018). Per esempio, Richert et al. (2021) hanno rilevato che madri e padri in Svezia vivevano aspettative contraddittorie da parte delle autorità: erano oggetto di critiche per un coinvolgimento eccessivo, ma ci si aspettava anche che sostenessero figlie e figli quando mancava un’assistenza post-trattamento e che li motivassero verso l’astinenza e un cambiamento dello stile di vita.

Considerata l’esperienza di trascuratezza e di disattenzione da parte delle autorità vissuta dalle CSO, si è diffusa sempre più la richiesta di approcci relazionali nei contesti di trattamento AOD. Sottolineando l’importanza del coinvolgimento attivo delle CSO nel processo di trattamento e di guarigione, sono stati auspicati approcci centrati sul ruolo relazionale delle CSO e sulla loro influenza sulla persona con problemi AOD (Selbekk et al., 2018; Tambling et al., 2022). Il paradigma della recovery è un esempio di approccio alla guarigione individuale che sottolinea il ruolo significativo della rete sociale, in particolare della cerchia familiare più stretta (Hennessy et al., 2022). Valorizzando le risorse relazionali della persona, ci si aspetta che le CSO prendano parte attiva al processo di guarigione. Interventi come il Community Reinforcement and Family Training (CRAFT) esemplificano questa prospettiva: forniscono alle CSO competenze comunicative e strategie comportamentali per influenzare positivamente la persona con problemi AOD, motivandola a intraprendere un trattamento e riducendo al tempo stesso lo stress relazionale (Meyers et al., 2002). Anche altri interventi familiari o di coppia hanno dimostrato il valore del favorire la comprensione reciproca e del migliorare la comunicazione, con l’obiettivo di riparare dinamiche relazionali che potrebbero contribuire al mantenimento dei problemi AOD, pur riconoscendo la vulnerabilità delle CSO (Kourgiantakis et al., 2021). Queste visioni relazionali pongono maggiormente l’accento sull’interdipendenza all’interno delle famiglie, considerando il comportamento delle CSO parte integrante sia del problema AOD sia della guarigione. Tuttavia, l’attuazione di queste pratiche continua a incontrare difficoltà, perché i servizi lamentano spesso una mancanza di chiarezza su come gestire il coinvolgimento delle CSO (Lee et al., 2012).

È stato sostenuto anche un approccio opposto, più centrato sull’individuo. La ricerca ha mostrato che il sostegno alle CSO viene di solito spiegato soltanto come una questione di coinvolgimento, senza tenere conto dei bisogni individuali delle CSO. Anche se le linee guida politiche nazionali enunciano esplicitamente sia il coinvolgimento sia il sostegno a pieno titolo, gli interventi incentrati principalmente sul benessere delle CSO sono descritti di rado (Copello & Templeton, 2012). Eppure la ricerca ha evidenziato la necessità di un sostegno volto a ripristinare il senso di identità e la capacità di agire delle CSO al di là del ruolo di cura (Friedrich et al., 2023; McCann & Lubman, 2018). Questo tipo di approccio incoraggia le CSO a non cercare di controllare o gestire i problemi AOD della persona cara, poiché tali sforzi sono considerati inefficaci e potenzialmente dannosi. Si promuovono invece strategie di ritiro (per esempio costruire la propria indipendenza, dedicarsi ad attività personali) come modi per attenuare il danno causato dai ruoli di cura (Orford, 2017). Riorientando l’attenzione sul proprio benessere, le CSO vengono sostenute nell’allontanarsi da schemi che perpetuano il danno emotivo e fisico. Queste strategie di cura di sé mirano anche ad alleviare il senso di colpa e l’autoaccusa che le CSO vivono spesso, in particolare nei contesti in cui gli stili genitoriali e le teorie dell’attaccamento sono chiamati in causa come fattori che contribuiscono ai problemi AOD (Baumrind, 1991; Lander et al., 2013).

Malattia familiare e codipendenza

I confini tra cura di sé e approcci relazionali sono spesso fluidi, e concetti chiave come la malattia familiare e la codipendenza illustrano come queste prospettive si intreccino. Il termine «malattia familiare», che si fonda sulla teoria dei sistemi familiari, mette in luce l’impatto sistemico dei problemi AOD e suggerisce che ogni membro della famiglia si adatti in modi che possono perpetuare il ciclo (Gudžinskienė & Gedminienė, 2011). Pur sottolineando le dinamiche relazionali, questo concetto evidenzia anche la necessità di strategie individuali per gestire l’impatto dei problemi AOD. Considerare la famiglia come un sistema che cerca stabilità ed equilibrio permette di capire come il coinvolgimento delle CSO si applichi ai problemi AOD, mostrando come le CSO possano involontariamente sostenere schemi di dipendenza nel loro sforzo di mantenere l’equilibrio (Lander et al., 2013). Allo stesso modo, la codipendenza, spesso descritta come uno stato simile a una malattia, fa da ponte tra prospettive relazionali e individuali. Racchiude comportamenti di cura disfunzionali che aggravano i problemi AOD ed erodono l’autonomia e il benessere delle CSO (Beattie, 1992). Pur riconoscendo intrinsecamente l’interdipendenza relazionale all’interno delle famiglie, il concetto di codipendenza richiede spesso interventi centrati sull’individuo per aiutare le CSO a svincolarsi dai comportamenti che favoriscono il consumo e a riappropriarsi della propria capacità di agire.

Sia la malattia familiare sia la codipendenza sono termini spesso integrati nel BDMA, che descrive i problemi AOD come una condizione cerebrale cronica e recidivante, caratterizzata da cambiamenti strutturali e funzionali che influenzano la sensibilità alla ricompensa, la motivazione e l’autocontrollo (Volkow et al., 2022). Per le CSO, questa comprensione biologica può offrire sollievo dalla colpa sottolineando la natura incontrollabile dei problemi AOD, ma rischia di trascurare le dinamiche relazionali e strutturali che plasmano le loro esperienze. Inoltre, le critiche al BDMA sostengono che esso semplifichi eccessivamente la natura multiforme dei problemi AOD e rischi di marginalizzare i fattori sociali e ambientali che incidono in modo significativo sia sulle persone sia sulle loro famiglie (Meurk et al., 2016).

Metodi

Reclutamento e partecipanti

Le persone reclutate per questo studio esercitavano la terapia AOD o la consulenza per il sostegno familiare in diversi servizi sociali svedesi. Il reclutamento si è basato su una precedente indagine nazionale, alla quale avevano partecipato complessivamente 220 dei circa 290 servizi sociali comunali della Svezia, che aveva mappato il sostegno disponibile per le CSO di persone con problemi AOD e le professioni che forniscono sostegno psicosociale (Fagerström, H., Skogens, L., & von Greiff, N., 2025). È importante osservare che terapia AOD e consulenza per il sostegno familiare potrebbero essere considerate concettualmente forme di sostegno diverse, a causa della rispettiva collocazione organizzativa, dentro e fuori l’ambito AOD. Questo studio, tuttavia, ha considerato entrambe le professioni come forme di sostegno specifico alle CSO in un contesto istituzionale, che potevano quindi essere analizzate come professioni simili.

Per garantire la diversità geografica e comunale (in base alla popolazione), tutti i 220 servizi sociali dello studio precedente sono stati contattati tramite indirizzi e-mail centrali e/o con un contatto diretto con chi esercita la terapia AOD e la consulenza per il sostegno familiare. Per partecipare allo studio occorreva fornire regolarmente sostegno psicosociale a CSO adulte di persone con problemi AOD. Il processo di reclutamento ha portato 15 consulenti per il sostegno familiare e 64 persone attive nella terapia AOD ad accettare di partecipare. È stata poi effettuata un’ulteriore selezione mirata per garantire varietà nelle dimensioni dei comuni, nella distribuzione geografica nel paese e almeno 1 anno di esperienza nel sostegno alle CSO. Un campione finale di 20 partecipanti (10 in terapia AOD e 10 in consulenza per il sostegno familiare) è stato ritenuto sufficiente, poiché le ultime interviste confermavano i risultati già emersi, il che indicava che ulteriori interviste non avrebbero prodotto nuove conoscenze significative. Complessivamente, il campione comprendeva 17 donne e tre uomini. L’esperienza di lavoro con CSO di persone con problemi AOD andava da 4 a 30 anni. La maggior parte delle persone partecipanti aveva una laurea in servizio sociale, mentre una parte del personale di consulenza familiare aveva una formazione professionale diversa, in ambiti come le scienze comportamentali, l’assistenza sanitaria o la pedagogia sociale. La maggior parte aveva inoltre ricevuto una formazione in CRAFT e/o in programmi ispirati ai dodici passi.

Interviste

Le interviste sono state condotte in forma semistrutturata e per telefono, per consentire la partecipazione di figure professionali di diverse regioni della Svezia, data la varietà di organizzazione dei servizi sociali. Le interviste sono durate tra i 40 e i 70 min e sono state registrate e trascritte integralmente. Le domande vertevano principalmente sul modo in cui le figure professionali sostenevano le CSO di persone con problemi AOD e sul perché tale sostegno sia necessario. Inoltre, sono state interrogate sulla loro visione della traiettoria dei problemi AOD, con particolare attenzione al ruolo e alla responsabilità delle CSO, e sull’opportunità e sul momento di coinvolgere le CSO nel trattamento insieme alla persona con problemi AOD. Le domande hanno esplorato anche le dinamiche organizzative: in particolare, come le figure professionali percepivano il proprio ruolo nel sostegno alle CSO all’interno dei servizi sociali e come il loro lavoro si collegava a quello di altre figure professionali che si occupavano anch’esse di CSO.

Analisi/approccio

Le trascrizioni sono state codificate manualmente con NVivo (https://lumivero.com/products/nvivo) e l’analisi è stata condotta da chi firma per primo l’articolo, in regolare consultazione con il resto del gruppo di ricerca, per convalidare e affinare le interpretazioni emergenti. L’analisi si è ispirata all’ACD (Fairclough, 1992), che sottolinea l’interazione dialettica tra il discorso e le strutture sociali circostanti. In questo studio, le costruzioni linguistiche dei problemi AOD e del sostegno alle CSO sono state intese come manifestazioni di discorsi più ampi, e il metodo di Fairclough ha fornito un approccio strutturato per esaminare come le figure professionali costruiscono il sostegno alle CSO a partire dalla loro comprensione dei problemi AOD e dalle dinamiche di potere iscritte nel loro linguaggio. Inoltre, l’ACD mostra come il linguaggio contribuisca alla creazione di identità sociali e di relazioni tra le persone, nonché di sistemi di conoscenza e di significato. L’analisi si basa sul modello tridimensionale di Fairclough delle pratiche testuali, discorsive e socioculturali (Fairclough, 1992; si veda anche Jørgensen & Phillips, 2002), nel quale i tratti linguistici non sono stati trattati come discorsi in sé, ma come indicatori testuali utilizzati per rintracciare e identificare gli schemi discorsivi sottostanti. Tali schemi sono stati poi interpretati in relazione alle pratiche socioculturali. Il primo livello si è concentrato principalmente su modalità, transitività e nominalizzazione, per esaminare come le figure professionali costruivano i problemi AOD e i comportamenti delle CSO. La modalità rivelava il grado di certezza e il modo in cui si esprimeva l’autorità. La transitività ha permesso di analizzare come veniva attribuita la capacità di agire (per esempio quando i problemi AOD erano descritti come una forza maligna che agiva sulle CSO), facendo così del problema, anziché della persona, l’agente che dà avvio all’azione. La nominalizzazione è servita a esaminare come processi o azioni venissero ridotti a concetti statici, oscurando la capacità di agire e creando una rappresentazione più astratta (per esempio «codipendenza») invece di descrivere il processo dinamico di intreccio relazionale e di influenza reciproca. Il secondo livello si è concentrato sull’analisi delle pratiche discorsive utilizzate dalle figure professionali. Si trattava di identificare i discorsi dominanti e di esaminare come venissero utilizzati per descrivere i problemi AOD e gli approcci al sostegno alle CSO, suggerendo determinate posizioni ideologiche. Infine, il terzo livello di analisi è presentato nella discussione. Esso colloca le descrizioni professionali in un contesto socioculturale più ampio ed esamina come il loro linguaggio rifletta e potenzialmente rafforzi determinate prospettive sui problemi AOD e sulle CSO. Mettendo in relazione questi discorsi con le politiche svedesi di welfare, questo livello di analisi ha permesso di comprendere come le norme organizzative, le aspettative sociali e le responsabilità professionali influenzino gli approcci adottati per sostenere le CSO di persone con problemi AOD.

Considerazioni etiche

Lo studio è stato approvato dall’Autorità svedese per la revisione etica (n. 2021-06165-01 & 2022-06087-02). Tutte le persone partecipanti hanno ricevuto informazioni scritte e orali sullo studio prima delle interviste e hanno dato il loro consenso informato. La partecipazione era volontaria e le persone partecipanti sono state informate che potevano ritirarsi in qualsiasi momento senza fornire motivazioni. Per garantire la riservatezza, tutte le trascrizioni sono state anonimizzate e i dettagli identificativi sono stati rimossi.

Considerazioni metodologiche

Per quanto riguarda le interviste, si è cercato di chiarire alle persone partecipanti che lo studio verteva sulle concezioni professionali e non sulla prestazione individuale. Tuttavia, la delicatezza di questi temi potrebbe comunque aver influenzato il modo in cui hanno scelto di presentare il proprio punto di vista. È anche possibile che abbiano partecipato più volentieri le figure professionali più sicure delle proprie prospettive, il che potrebbe aver introdotto un certo bias di selezione. Inoltre, l’uso di interviste telefoniche potrebbe aver limitato l’accesso ai segnali non verbali e ridotto in parte la ricchezza dei dati, aspetto di cui tenere conto nel valutare i risultati. Sebbene le interviste telefoniche limitino l’accesso ai segnali non verbali e possano produrre trascrizioni un po’ meno dettagliate (Johnson et al., 2021), ricerche precedenti hanno mostrato che possono anche accrescere la percezione di anonimato e ridurre le dinamiche di potere tra chi partecipa e chi conduce la ricerca (Holt, 2010).

Risultati

I risultati sono presentati in tre temi: come le figure professionali costruiscono i problemi AOD come qualcosa che le CSO devono comprendere, come queste costruzioni posizionano le CSO come reattive e con un’autonomia limitata, e come i discorsi medico e di resistenza legittimano determinate forme di sostegno. Nel loro insieme, i risultati mostrano come tali costruzioni plasmino le condizioni del sostegno alle CSO all’interno dei servizi sociali.

Comprendere i problemi AOD nel modo giusto

Sia nella terapia AOD sia nella consulenza per il sostegno familiare si sottolineava l’importanza di comprendere i problemi AOD. Le CSO venivano descritte come vittime che avevano provato varie strategie per gestire o controllare la persona con problemi AOD, strategie generalmente descritte però come disfunzionali. Questa descrizione giustifica un approccio educativo e pedagogico in cui chi esercita la terapia AOD detiene il sapere esperto e mira ad aiutare le CSO a sviluppare una comprensione chiara dei problemi AOD come fenomeno:

Dedichiamo molto tempo a descrivere la dipendenza2 – come nasce, che cosa comporta (…) parliamo molto del potere della dipendenza, del fatto che è una malattia cerebrale grave e mortale. (Terapeuta AOD)

(L)a mia competenza sta nel sostenere le CSO, dare consigli e orientamento, informarle sugli interventi disponibili, magari indirizzarle verso altre risorse, offrire un accompagnamento sul modo in cui possono porsi rispetto alla loro situazione. Ma no, quando si tratta – forse soprattutto – di abuso di sostanze, non è il mio campo. Non sono terapeuta; non ho quella competenza. (Consulente per il sostegno familiare)

Il primo estratto qui sopra esemplifica una posizione tipica in cui i problemi AOD vengono spiegati anziché interpretati. Espressioni come «come nasce, che cosa comporta» e «una malattia cerebrale grave e mortale» mostrano una forte modalità oggettiva, che lascia poco spazio a prospettive alternative o alla negoziazione e rafforza l’autorità professionale nel ruolo educativo. Inoltre, questa affermazione illustra come l’approccio educativo plasmi l’agenda del sostegno, dato che in terapia si dedica «molto tempo» a spiegare la natura dei problemi AOD. La CSO, dal canto suo, è posizionata come partecipante a un processo di apprendimento predeterminato anziché come co-creatrice attiva di significato. La persona che si occupa di consulenza familiare descrive il proprio ruolo come di consiglio e di orientamento e afferma esplicitamente che sostenere le CSO alle prese con problemi AOD richiede una competenza specialistica che non possiede. A differenza di chi esercita la terapia AOD, esprime incertezza sul proprio ruolo nel sostegno alle CSO alle prese con problemi AOD, affermando «Non sono terapeuta» e sottolineando la propria mancanza di competenza specialistica. Questo uso di una modalità incerta legittima la divisione dei ruoli, posizionando la terapia AOD come autorità principale in questo contesto.

Anche se i problemi AOD sono di solito descritti come un dato di fatto, alcune figure professionali esprimono meno certezza e adottano una comprensione più negoziabile e situazionale. L’estratto seguente, tratto da un’intervista nell’ambito della terapia AOD, spiega perché il sostegno alle CSO debba restare separato da quello della persona con problemi AOD, pur riconoscendo che talvolta possono essere necessarie sedute congiunte:

Quando ho una persona in trattamento (una persona con problemi AOD) che in pratica lo chiede (di invitare una CSO), spesso è perché sente che la sua CSO non capisce la malattia. Se vediamo l’abuso di sostanze come una malattia, cosa che secondo me, molte volte, si dovrebbe fare, allora probabilmente quello che posso offrire è più informazione. (Terapeuta AOD)

Pur condividendo la visione dei problemi AOD come malattia, il linguaggio di questa persona riflette una modalità più soggettiva. Espressioni come «Se vediamo l’abuso di sostanze come una malattia» e «cosa che secondo me, molte volte, si dovrebbe fare» segnalano che integra la propria prospettiva, lasciando spazio a flessibilità e adattamento a seconda del contesto. Sottolinea tuttavia che coinvolgere le CSO non significa favorire la comprensione reciproca tra loro e la persona in trattamento, ma piuttosto assicurarsi che le CSO afferrino la natura dei problemi AOD. Terapeuta e persona in trattamento sono collocati in una comprensione condivisa, mentre la CSO viene descritta come priva di questa consapevolezza. Questa dinamica legittima la decisione terapeutica di includere le CSO in sedute congiunte: non necessariamente per incoraggiare il dialogo, ma per convincerle di ciò «contro cui si trovano a lottare».

Ciò mette in luce una sfida più ampia che le figure professionali affrontano quando lavorano con CSO che possono opporsi alla concezione dominante dei problemi AOD. L’estratto seguente illustra come una persona che esercita la terapia AOD gestisca questa resistenza, sottolineando la necessità di spiegare e di persuadere le CSO scettiche per colmare il divario di comprensione:

Penso che sia una malattia familiare. Vedo l’abuso di sostanze, l’alcolismo o qualunque cosa sia, come una malattia. Quando lo dici, loro (le CSO) si irritano – «Come diavolo puoi chiamarla una malattia familiare?» (…) Allora devi spiegare che cosa intendi. Quindi c’è sempre qualcosa. «Non puoi dare la colpa a una malattia e basta», ma quando hai una malattia te ne devi occupare, e si diffonde ad altre persone. «Ma io non bevo, non mi drogo.» No, ma questo è il tuo comportamento; hai cominciato a mentire. Si diffonde perché il suo comportamento ti condiziona. (Terapeuta AOD)

Questo estratto illustra come la posizione personale di chi fa terapia sui problemi AOD plasmi il suo approccio educativo verso le CSO. L’espressione «Penso che sia una malattia familiare» introduce una forte modalità soggettiva, suggerendo che l’intera famiglia sia colpita e disfunzionale. Tuttavia, si passa rapidamente a modalità oggettive più forti con affermazioni come «si diffonde» e «hai cominciato a mentire», che considerano i comportamenti delle CSO come conseguenze del problema AOD. Oltre a rafforzare questa convinzione, l’estratto mostra come la convinzione costruisca il sostegno educativo fornito alle CSO. Le obiezioni delle CSO sono presentate come un ostacolo previsto–come si vede nelle espressioni «Quando lo dici» e «Allora devi spiegare che cosa intendi»–il che suggerisce una retorica che tratta lo scetticismo come una sfida di routine che la terapia AOD deve superare. Affermando che i problemi AOD sono una «malattia» e una «malattia familiare», si legittima un’interpretazione di comportamenti delle CSO come il «mentire» quali sintomi dell’influenza AOD, rafforzando la necessità di un intervento professionale.

Le CSO, reattive anziché proattive di fronte ai problemi AOD

Partendo dall’approccio educativo e dalla modalità forte, questo tema esamina come i problemi AOD vengano costruiti come una forza maligna superiore che plasma le persone e le relazioni. Le affermazioni categoriche delle figure professionali presentano il problema AOD come un fatto innegabile, ponendo le basi per attribuirgli una capacità di agire. La transitività mette in luce come tale capacità di agire venga attribuita linguisticamente, posizionando il problema AOD come l’attore centrale che detta le dinamiche e riduce il ruolo di tutte le altre persone. Le CSO appaiono reattive e passive, ingannate non dalla persona con problemi AOD, ma dal problema AOD stesso. Costruendo il problema AOD come una forza dominante, le figure professionali legittimano il proprio ruolo di mediazione indispensabile, plasmando il modo in cui le CSO comprendono le proprie esperienze. L’estratto seguente esemplifica come il problema AOD venga costruito come una forza autonoma che influenza la persona con problemi AOD, la CSO e la loro relazione:

Spiegare un po’ che cosa fa la dipendenza a una persona e, diciamo, questo lavaggio del cervello – come subiscono quasi un lavaggio del cervello e diventano manipolatorie, e si potrebbe pensare che la persona con dipendenza manipoli anche sé stessa, in un certo senso. Inserire le cose in una sorta di contesto, perché spesso la CSO fa fatica a capire: «Prima non era così. Non capisco come si sia arrivati a questo punto». Quindi, in realtà, si tratta di creare comprensione – non come scusa, ma comunque una comprensione, credo. (Terapeuta AOD)

L’espressione «che cosa fa la dipendenza» costruisce il problema AOD come una forza indipendente che fa il lavaggio del cervello e manipola. La nominalizzazione della «dipendenza» diventa evidente perché chi parla non descrive l’atto di bere o di assumere droghe, ma attribuisce queste azioni a una forza esterna che ha preso il controllo della persona. Questa costruzione rappresenta il problema AOD come qualcosa che priva la persona della propria capacità di agire, trasformandola in una versione inautentica di sé. Ciò rafforza la necessità che le CSO comprendano la corruzione inconsapevole causata dal problema AOD. Tuttavia, la precisazione «non come scusa» introduce una tensione: mentre la spiegazione mira a ridurre la colpa attribuita alla persona con problemi AOD, sottolinea al tempo stesso che questa comprensione non deve giustificare comportamenti dannosi. La CSO deve piuttosto riconsiderare le dinamiche relazionali e porre dei limiti per delimitare ciò che è accettabile. Questa doppia descrizione–che bilancia comprensione e responsabilità–illustra come la capacità di agire attribuita ai problemi AOD interagisca con le responsabilità relazionali delle CSO.

Partendo da questa dualità, le figure professionali usano spesso la parola «codipendenza» per descrivere l’intreccio delle CSO con il problema AOD e il modo in cui esso ridefinisce le relazioni:

La codipendenza diventa un concetto più ampio – descrive qualcuno che subisce le conseguenze dell’abuso di sostanze di un’altra persona (…). È lì che entra davvero in gioco il termine codipendenza, nel senso di chi favorisce il consumo, più che di semplice CSO. (Terapeuta AOD)

È questo: non sei solo una CSO, puoi finire intrappolata nella codipendenza. Cambiare il tuo modo di essere, riuscire a concentrarti su te stessa. (Consulente per il sostegno familiare)

Analogamente alla nominalizzazione della «dipendenza» o dell’«abuso di sostanze» di una persona, le CSO vengono descritte come persone che cadono o sono intrappolate nella «codipendenza», il che suggerisce che il loro ruolo, per esempio di genitore o di partner, venga ridotto o sostituito. Il concetto di codipendenza rafforza la costruzione delle CSO come agenti smarrite, le cui azioni sono rappresentate come reattive anziché autodirette. Gli sforzi per gestire il problema AOD, come mentire, prestare denaro o tentare di controllare il problema, sono descritti come qualcosa che sostiene involontariamente proprio le dinamiche da cui le CSO cercano di uscire. Le figure professionali si riferiscono a questi comportamenti come conseguenze del problema AOD anziché come azioni indipendenti. Questa descrizione non solo sposta l’origine attribuita a tali comportamenti, ma offre anche una comprensione che allevia la colpa e la vergogna, spesso indicate come difficoltà centrali per le CSO, attribuendo la disfunzione unicamente al problema AOD stesso.

La capacità di agire dominante del problema AOD legittima un sostegno che incoraggia le CSO a prendere le distanze e a riappropriarsi del proprio sé autentico. Ciò richiede spesso dispositivi di sostegno separati, per evitare che le CSO siano viste unicamente come risorse per la persona con problemi AOD. Tuttavia, le figure professionali descrivono anche la capacità di agire del problema AOD come fluida, il che sposta la posizione della CSO nel tempo.

A volte è come se la dipendenza andasse e venisse. Ci sono aperture in cui si può lavorare di più, diciamo, sul rafforzare la sobrietà e sull’aiutare la persona con dipendenza a scegliere. Che si può avere l’obiettivo di aiutarla a scegliere la sobrietà. (Terapeuta AOD)

L’espressione «andasse e venisse» illustra come le figure professionali gestiscano i ruoli dinamici delle CSO, in particolare quando distinguono tra codipendenza e occasioni di coinvolgimento. Come già discusso, le CSO sono descritte come codipendenti quando tentano di controllare il problema AOD, il che riflette una capacità di agire reattiva. Tuttavia, la natura transitoria del problema AOD crea delle «aperture» in cui il suo dominio si indebolisce, permettendo alla persona con problemi AOD di riacquistare un certo grado di capacità di agire.

In questi momenti, la CSO è posizionata come potenziale alleata che può «rafforzare la sobrietà» e «aiutarla a scegliere la sobrietà». Così, il ritiro temporaneo del problema AOD consente alla CSO di passare da una posizione reattiva, passiva e codipendente a un ruolo più coinvolto e proattivo. Questa comprensione dinamica riconosce che la capacità di agire della CSO è condizionata e dipende dal contesto, e oscilla con la presenza o l’assenza percepita dell’influenza del problema AOD. Distinguendo questi stati, le figure professionali delimitano quando si applica l’etichetta di codipendenza e quando emergono occasioni di sostegno relazionale, il che orienta i loro approcci di intervento mirati.

Bilanciare discorso medico e discorso di resistenza

Partendo dall’approccio educativo delle figure professionali e dalla rappresentazione del problema AOD come forza autonoma, emergono pratiche discorsive attraverso le sue costruzioni linguistiche. Come mostrano gli estratti precedenti, le figure professionali descrivono spesso il problema AOD come una malattia insieme individuale e familiare, rafforzando un discorso medico. In questa prospettiva, la codipendenza è descritta come una condizione con caratteristiche distintive, simile a una diagnosi per le CSO. Tuttavia, le figure professionali sottolineano anche i limiti del discorso medico. Un’enfasi eccessiva sulla codipendenza rischia di sollevare la persona con problemi AOD dalla responsabilità, facendo ricadere un peso indebito sulla CSO. Una persona che si occupa di consulenza familiare illustra questo equilibrio:

Penso che sia davvero importante comunicare che si tratta di una malattia (…). Si sente dire spesso: «Come ha potuto scegliere di bere invece di vedere suo figlio?». E sì, è assolutamente terribile. Ma forse non è una scelta in quel senso; è una malattia. Detto questo, non significa che si debba trattare questa persona con i guanti e assecondarla solo perché ti fa pena che abbia una malattia. Non è questo il messaggio che si vuole dare. (Consulente per il sostegno familiare)

Questo estratto illustra un limite fondamentale del discorso medico nel sostegno alle CSO: se da un lato riduce lo stigma descrivendo i problemi AOD come una malattia, dall’altro rischia di favorire un atteggiamento più accudente che può mantenere relazioni disfunzionali. Il timore che le CSO possano provare «pena» o «assecondarla» riflette come un’enfasi eccessiva sul discorso medico possa sollevare la persona con problemi AOD dalla responsabilità, incoraggiando le CSO ad assumere un ruolo eccessivamente protettivo. Per attenuare questo rischio, le figure professionali integrano un discorso di resistenza complementare che pone l’accento sulla definizione di limiti e sulla cura di sé, spostando l’attenzione dalla cura dell’altro al benessere delle CSO. Insieme, questi discorsi bilanciano attivamente la riduzione dello stigma con il rafforzamento della capacità delle CSO di resistere a schemi relazionali dannosi. L’estratto seguente illustra ulteriormente il discorso di resistenza come elemento centrale del sostegno alle CSO.

Ero in contatto con lei da molto tempo, e mi ha chiesto: «Che cosa devo fare? Mio figlio è tornato dal centro di trattamento. È scappato e adesso è nel paese dove viviamo». Aveva paura – a volte doveva allontanarsi da casa in macchina perché aveva paura quando lui era intossicato. Mi ha chiesto: «Devo andare stasera a questa cena di gamberetti con le mie amicizie?». E le ho detto: «Sì, penso che dovresti andarci». «Che cosa faccio se mi contatta?» «Non farlo entrare, non farlo entrare.» Naturalmente sempre partendo dal presupposto che le scelte le fa lei. Fai quello che vuoi, ma mi hai chiesto un consiglio, e il mio consiglio sarebbe di non farlo entrare. Così è andata alla cena. Il figlio riesce a raggiungere i nonni, che alla fine aprono la porta e lo fanno entrare. E il risultato è che va in overdose sul divano del nonno e muore mentre sua madre è alla cena di gamberetti. E chi le ha detto «Chiudi la porta» sono io. Lei continua a venire ai miei incontri di sostegno. È morto quando aveva 26 anni (…). Quindi sì, è importante parlare in modo diretto e chiaro, e penso che sia per questo che le persone si fidano di me. La madre è stata via 60 minuti (alla cena di gamberetti) per aver chiuso la porta. Ho un ottimo rapporto con lei. Ero presente anche al funerale. (Terapeuta AOD)

Al di là della realtà straziante e da incubo di una CSO che vede il proprio figlio morire di overdose, questo estratto mostra come i discorsi medico e di resistenza plasmino il sostegno alle CSO. La frase «mi hai chiesto un consiglio, e il mio consiglio sarebbe di non farlo entrare» esemplifica come la definizione di limiti e la priorità data al benessere delle CSO diventino raccomandazioni standardizzate, derivanti dalla descrizione dei problemi AOD come malattia incontrollabile. Espressioni come «non farlo entrare» e «chiudi la porta» rientrano in una strategia «diretta e chiara», in contrasto con gli approcci di cura, e legittimano l’idea che il coinvolgimento, la preoccupazione e gli sforzi di cura della madre non gioveranno al suo benessere. Andando alla cena, la madre mette in atto la resistenza, allontanandosi da un ruolo di cura guidato dalla responsabilità, il che viene interpretato come un obiettivo fondamentale del sostegno. Attraverso questo caso fatale, chi esercita la terapia AOD sottolinea l’imperativo di dare priorità a sé e di porre limiti, dato che la malattia e le azioni della persona con il problema AOD restano al di fuori del controllo della CSO.

Discussione

Il presente studio ha esaminato come le figure professionali del sistema di welfare costruiscano e legittimino il sostegno alle CSO attraverso la loro comprensione dei problemi AOD, mettendo in luce tre temi interconnessi che plasmano tale sostegno. Le figure professionali intervistate si posizionavano come educatrici, sottolineando l’importanza di creare una comprensione condivisa dei problemi AOD per aiutare le CSO a orientarsi nelle relazioni e nel loro ruolo di CSO. Il problema AOD era costruito come una forza autonoma dotata di una propria capacità di agire, il che dava luogo a una CSO non sana, che fatica a dare priorità al proprio benessere o a mantenere relazioni funzionali con la persona colpita da problemi AOD, sottolineando la necessità di una guida professionale per aiutarla a riacquistare capacità di agire e stabilità. Il discorso medico intreccia le concezioni educative e quelle centrate sulla capacità di agire, presentando i problemi AOD come una malattia incontrollabile che si «diffonde» anche alle CSO attraverso concetti come la codipendenza e la malattia familiare. Ciò legittima strategie di resistenza come la definizione di limiti e la cura di sé, che incoraggiano le CSO a rinunciare alle responsabilità di cura e a dare priorità al proprio benessere.

Analogamente a studi precedenti che hanno esaminato come le figure professionali descrivono i problemi AOD, questo studio conferma il predominio del discorso medico, anche all’interno di istituzioni di welfare esterne al settore sanitario (Barnett et al., 2018; Volkow et al., 2016). La costruzione della vulnerabilità individuale restava strettamente legata alla terminologia medica, rafforzando la gravità dei problemi AOD e mettendo al tempo stesso in discussione i presupposti morali su un comportamento autoinflitto e un carattere indebolito (Frank & Nagel, 2017). Un’osservazione degna di nota è stata il modo in cui questo sostegno alle CSO, che ci si sarebbe aspettati fondato su un approccio sistemico e interpersonale, era stato rimodellato da processi di medicalizzazione, spostando l’attenzione verso soluzioni individualizzate. La medicalizzazione, «un processo attraverso il quale problemi non medici vengono definiti e trattati come problemi medici, di solito in termini di malattie e disturbi» (Conrad, 2007), patologizza le relazioni e l’atto di prendersi cura ricostruendoli come disturbi, o come inclini al disturbo, attraverso etichette come malattia familiare e codipendenza. La medicalizzazione rafforza l’autorità professionale e al tempo stesso dequalifica le CSO, rendendole incapaci di prendere le proprie decisioni in materia di salute. Man mano che la cura passa da un approccio relazionale a uno individualizzato, le CSO venivano descritte come bisognose di essere «aggiustate» attraverso l’autoregolazione e l’indipendenza. La loro capacità di perseguire valori interpersonali, come l’appartenenza e lo stare insieme, diventava subordinata alle valutazioni professionali del problema AOD, rafforzando l’autorità professionale, limitando la capacità di agire delle CSO e minando involontariamente la loro capacità decisionale.

Al tempo stesso, il discorso di resistenza delle figure professionali tendeva a operare all’interno di una complessa rete di norme culturali. Esso mette in discussione i ruoli tradizionali di cura problematizzando le aspettative sociali, in particolare quelle che spesso confinano madri e padri in ruoli di cura privi di capacità di agire propria (D’Aniello et al., 2022). Guardando alle CSO attraverso questa lente, il discorso di resistenza va oltre i semplici interventi e riflette narrazioni più ampie sull’autonomia e sull’autoregolazione (Friedrich et al., 2023), che possono essere emancipanti, in particolare attraverso strategie di ritiro che favoriscono l’indipendenza (Orford, 2017). Tuttavia, una simile enfasi rischia anche di confondere indipendenza e autosufficienza (Weiss, 2002), rafforzando l’aspettativa che ogni persona debba gestire il proprio benessere senza contare su altri. Il prendersi cura tende a essere costruito come una risposta emotiva o come il risultato del proprio ruolo, trascurandone le dimensioni relazionali e interdipendenti più ampie, compresi il legame con un’altra persona, un’idea o un progetto e l’investimento in essi. La nozione di buona salute finisce per essere guidata dalla responsabilità individuale–la responsabilità di ciascuna persona di gestire il proprio corpo e la propria mente–e da una «buona» CSO ci si aspetta che ponga limiti fermi. Non farlo è considerato dannoso non solo per sé, ma anche per la persona con problemi AOD. In questo senso, la mancanza di resistenza può rafforzare i sensi di colpa.

Studi precedenti suggeriscono che il discorso medico marginalizzi le CSO rappresentando i problemi AOD come questioni individuali, limitandone il coinvolgimento (Selbekk et al., 2018). I presenti risultati indicano che il discorso medico, in particolare attraverso la definizione di limiti, funge da contrappeso discorsivo al coinvolgimento. Lungi dall’essere un effetto collaterale involontario, la marginalizzazione delle CSO veniva attivamente promossa. Ciò contrasta con il paradigma della recovery, che valorizza le reti sociali e il sostegno relazionale (Hennessy et al., 2022). Questa tensione potrebbe riflettere uno scontro ideologico tra concezioni individualistiche e concezioni più collettiviste della guarigione, in cui le figure professionali si muovono tra il favorire la partecipazione sociale e il proteggere l’indipendenza delle CSO. Poiché le stesse CSO hanno citato argomenti a favore del modello di malattia come controargomenti alla sua applicazione (Meurk et al., 2016), questo modello–in particolare quando applicato alla persona con problemi AOD–può limitare la guarigione, negare la responsabilità e accrescere la stigmatizzazione. Per le CSO, questo approccio individualistico può porre un’enfasi eccessiva sulla propria guarigione, incoraggiando il ritiro dai ruoli di sostegno, il che può essere visto come prevalente rispetto agli aspetti relazionali che potrebbero facilitare un cambiamento significativo.

Sintesi dei risultati, conclusioni e implicazioni

Lo studio mostra che le figure professionali del welfare tendevano a costruire i problemi AOD principalmente all’interno di un discorso medico, posizionando le CSO come reattive o codipendenti rispetto al problema AOD stesso, con una capacità di agire percepita limitata. Per contrastare questa tendenza, un discorso di resistenza complementare insisteva sulla definizione di limiti e sulla cura di sé, con l’obiettivo di rafforzare le CSO e mettere in discussione le norme di cura. Questi discorsi riflettono anche uno scontro ideologico più ampio tra approcci individualizzati e medicalizzati, che valorizzano l’autoregolazione e l’autonomia, e concezioni più relazionali o collettive della cura, evidenziando come l’autorità e le pratiche di sostegno vengano negoziate nei contesti di welfare.

Vi è motivo di ritenere che le esperienze delle CSO non siano uniformi e varino in funzione di fattori come i livelli di stress, il sostegno disponibile e le strategie di coping. Inoltre, la relazione delle CSO con la persona con problemi AOD e la responsabilità che percepiscono nei suoi confronti incidono sul loro benessere (Dennis & Champlin, 2021; van Namen et al., 2024). Rispondere a questi bisogni diversi richiede un approccio integrato che unisca i punti di forza del discorso medico–come la riduzione dello stigma–al paradigma della recovery, che dà priorità alla crescita relazionale e alla connessione sociale. Sviluppare strumenti e un linguaggio capaci di fare da ponte tra queste prospettive potrebbe preparare meglio le figure professionali a rispondere ai bisogni complessi sia delle CSO sia delle persone con problemi AOD.

Questo studio suggerisce anche una linea di riflessione non ancora esaminata a fondo: se sia auspicabile sviluppare un sostegno specificamente pensato per le CSO che sostengono persone con problemi AOD. Si potrebbe sostenere che questo gruppo trarrebbe beneficio da un approccio educativo che trasmetta una comprensione dei problemi AOD come malattia, per contrastare lo stigma e i pregiudizi rivolti sia alla persona con problemi AOD sia alle CSO. Tuttavia, i presenti risultati suggeriscono il rischio che un simile approccio patologizzi ulteriormente le esperienze delle CSO e accresca involontariamente il loro senso di colpa o di responsabilità.

Complexe Systémique: punti chiave

Per la pratica sistemica, l’interesse di questo studio sta nel mostrare come una nozione nata dal pensiero sistemico familiare, la «malattia familiare», possa ritornare in forma individualizzante: il sistema diventa luogo di contagio, la cura diventa codipendenza e l’unica risposta proposta è la distanza. La storia del figlio morto di overdose mentre la madre seguiva il consiglio di chiudere la porta, raccontata senza distanza critica da chi aveva dato quel consiglio, ricorda che la definizione di limiti applicata come regola può recidere il legame proprio nel momento in cui conta di più. Il gruppo di ricerca non sostiene un ritorno alla colpevolizzazione delle famiglie, ma la necessità di tenere insieme la riduzione della vergogna e il lavoro relazionale: sedute con la persona e con chi le sta vicino, attenzione alle lealtà, spazio lasciato alla scelta di ciascuna persona. I limiti sono chiari: venti interviste telefoniche, il solo punto di vista professionale e un contesto svedese in cui il sostegno alle persone vicine e il trattamento sono separati dalla stessa organizzazione dei servizi. Da leggere insieme all’articolo sulla resilienza familiare vista dalle persone vicine a chi ha una dipendenza da sostanze e all’articolo sullo stigma e sulla colpa vissuti dalle madri.

Note dell’originale

1. Nel sistema di welfare svedese, il trattamento delle persone con problemi AOD ispirato alla filosofia dei 12 passi, o che la segue rigorosamente, è un trattamento psicosociale diffuso (Bodin, 2006), e chi esercita la terapia AOD ha quindi familiarità con questa prospettiva.

2. I termini «dipendenza» [beroende] e «abuso di sostanze» [missbruk] sono entrambi usati nelle politiche e nella pratica svedesi, come riflettono le linee guida del Consiglio nazionale della salute e del welfare (National Board of Health and Welfare, 2019), che formulano raccomandazioni per entrambi i termini.

ORCID iD: Hans Fagerström https://orcid.org/0009-0009-9443-2253 Lisa Skogens https://orcid.org/0000-0001-9345-8667

Finanziamento: Chi firma l’articolo ha ricevuto il seguente sostegno finanziario per la ricerca, la stesura e/o la pubblicazione di questo articolo: l’articolo è finanziato da Forte, numero 2021-01731.

Dichiarazione di conflitto di interessi: Nessun potenziale conflitto di interessi in relazione alla ricerca, alla stesura e/o alla pubblicazione di questo articolo.

Disponibilità dei dati: I dati generati e analizzati nel corso di questo studio non sono accessibili al pubblico.

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Traduzione non ufficiale in italiano di “My Advice is to not let him in”: How Support for Concerned Significant Others is Shaped by Professionals’ Understandings of Alcohol and Other Drug Problems, di Hans Fagerström, Lisa Skogens e Ninive von Greiff, Nordic Studies on Alcohol and Drugs, vol. 42, no 5-6 (2025), doi: 10.1177/14550725251388554, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «“My Advice is to not let him in”: How Support for Concerned Significant Others is Shaped by Professionals’ Understandings of Alcohol and Other Drug Problems», pubblicato in Nordic Studies on Alcohol and Drugs (2025) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato in testa a questa pagina; fa fede la versione originale.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

Fagerström, H., Skogens, L., e von Greiff, N. (2025). “My Advice is to not let him in”: How Support for Concerned Significant Others is Shaped by Professionals’ Understandings of Alcohol and Other Drug Problems. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/my-advice-is-to-not-let-him-in-how-support-for-concerned-significant-others-is-shaped (Opera originale pubblicata nel 2025 in Nordic Studies on Alcohol and Drugs, 42(5-6), 388-402 (2025); ripubblicata nel 2025 da Nordic Studies on Alcohol and Drugs, https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/14550725251388554)

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