Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
International Journal of Environmental Research and Public Health · Tutela dell’infanzia
Perché alcuni genitori picchiano il proprio figlio o la propria figlia, e come si può curarli senza recidere il legame? Anna Maria Rosso, dell’Università di Genova, ripercorre mezzo secolo di studi psicoanalitici, da Selma Fraiberg ai trattamenti basati sulla mentalizzazione. Ne emergono due fili conduttori: la trasmissione transgenerazionale del maltrattamento e la fragilità narcisistica delle figure genitoriali. E un dato: i genitori più feriti nella propria infanzia hanno bisogno di una psicoterapia genitore-bambino a lungo termine, non di un intervento breve.
Traduzione non ufficiale in italiano di Psychoanalytic Interventions with Abusive Parents: An Opportunity for Children’s Mental Health, di Anna Maria Rosso, pubblicato in International Journal of Environmental Research and Public Health (MDPI) (2022), doi: 10.3390/ijerph192013015, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La dichiarazione sulla disponibilità dei dati (non applicabile) non è riprodotta; le dichiarazioni di fine articolo sono raggruppate nelle note. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Ogni volta che è possibile, dunque, gli interventi dovrebbero mirare a riparare la relazione.
Anna Maria Rosso
Abstract
La ricerca ha ampiamente dimostrato che la maggior parte delle persone che subiscono maltrattamenti nell’infanzia sviluppa disturbi mentali e problemi di adattamento psicosociale e, in molti casi, diventa a sua volta un adulto maltrattante. Prevenire il maltrattamento infantile e curare i bambini e le bambine maltrattati e i genitori maltrattanti sono, quindi, questioni urgenti di salute pubblica. Come stabilito dal Children Act britannico del 1989, lo sviluppo del bambino o della bambina è favorito dalla permanenza in famiglia ogni volta che la sua sicurezza è garantita. Sviluppare programmi di prevenzione e di intervento volti a riparare, quando possibile, la relazione genitore-figlio dovrebbe dunque essere una priorità sociale. Questa rassegna narrativa si concentra sugli studi psicoanalitici relativi alle dinamiche intrapsichiche e all’intervento terapeutico con i genitori che maltrattano fisicamente. Il ruolo della trasmissione transgenerazionale del maltrattamento e della fragilità narcisistica delle figure genitoriali è cruciale. Gli interventi psicoanalitici mirano ad aiutare il genitore a elaborare le proprie esperienze dolorose passate e la propria vulnerabilità narcisistica. Sono risultati prevalenti la psicoterapia genitore-bambino e il trattamento basato sulla mentalizzazione, mentre la letteratura sul trattamento psicoanalitico individuale intensivo è scarsa. Nel quadro della teoria dell’attaccamento sono stati sviluppati interventi brevi; tuttavia, questi non si sono dimostrati efficaci per i genitori che avevano subito nell’infanzia esperienze di maltrattamento o di grave trascuratezza, per i quali è risultata più efficace la psicoterapia genitore-bambino a lungo termine.
Parole chiave: maltrattamento fisico infantile, intervento psicoanalitico, trasmissione transgenerazionale del maltrattamento, psicoterapia genitore-bambino
Un consistente corpus di ricerche ha ampiamente dimostrato che gli effetti a lungo termine del maltrattamento infantile sono devastanti: molte persone maltrattate nell’infanzia sviluppano in seguito disturbi mentali, manifestano problemi di adattamento psicosociale e, in molti casi, diventano a loro volta adulti maltrattanti [1,2]. Prevenire il maltrattamento infantile e curare i bambini e le bambine maltrattati e i genitori maltrattanti sono, quindi, questioni urgenti di salute pubblica.
Quando un bambino o una bambina è a rischio di maltrattamento in famiglia, o quando il maltrattamento è già avvenuto, è della massima importanza valutare se debba essere allontanato dalla famiglia o se un intervento nella famiglia possa prevenire futuri maltrattamenti. Anche nei casi in cui il minore viene inizialmente allontanato dalla famiglia per la sua stessa protezione, è necessario valutare se un intervento con i genitori sarà sufficiente a consentirgli di rientrarvi in seguito. Si tratta, quindi, di valutare quanto le figure genitoriali siano motivate a intraprendere un percorso di cambiamento e quale intervento sia più appropriato in ciascuna situazione specifica.
Nella mia esperienza, quando non sono disponibili programmi di intervento per genitori maltrattanti o a rischio di maltrattamento, purtroppo accade spesso che il minore venga allontanato dalla famiglia per essere collocato in strutture residenziali o in famiglie affidatarie, senza che si consideri attentamente il potenziale danno a lungo termine derivante dalla rottura della relazione con la sua famiglia, sebbene questi effetti siano ampiamente evidenziati in letteratura [3,4,5]. Infatti, se da un lato l’allontanamento dalla famiglia protegge il minore dal rischio di maltrattamento, dall’altro lo espone a compromettere definitivamente la possibilità di riparare la relazione con i genitori, intesi sia come persone reali sia come sue rappresentazioni interne. Come la psicoanalisi ci ha ampiamente insegnato, convivere con oggetti interni cattivi implica una lotta e una sofferenza costanti, insieme a un rischio molto maggiore di sviluppare disturbi psicopatologici e difficoltà di adattamento nelle relazioni interpersonali. Inoltre, come hanno affermato Novick e Novick [6], i genitori, quando la relazione con loro è sufficientemente buona, sono una risorsa per tutta la vita. Ogni volta che è possibile, dunque, gli interventi dovrebbero mirare a riparare la relazione [3,5], e chi opera nei servizi sociali dovrebbe evitare di lasciarsi trascinare dallo stile impulsivo e orientato all’azione delle famiglie con cui lavora, scegliendo soluzioni rapide e drastiche che possono risultare dannose per il minore nel lungo periodo [7].
Come stabilito anche dal Children Act del 1989 [8], lo sviluppo del bambino o della bambina è favorito dalla permanenza in famiglia ogni volta che la sua sicurezza è garantita, e i servizi sociali dovrebbero trovare un equilibrio tra la protezione dei minori e la garanzia che possano restare con le loro famiglie [9]. Sviluppare nei servizi sanitari pubblici programmi di prevenzione e di intervento volti a riparare, quando possibile, la relazione genitore-figlio dovrebbe essere una priorità sociale.
Gli studi psicoanalitici hanno cercato di comprendere il mondo interno dei genitori maltrattanti e di individuare quali interventi potrebbero aiutarli a diventare più competenti. Studiare e comprendere il mondo interno dei genitori inclini a maltrattare fisicamente i propri figli può essere utile anche per capire le motivazioni più profonde del loro comportamento e, quindi, per ideare interventi volti non solo a modificarlo, ma anche a intervenire sulle dinamiche inconsce che li conducono al comportamento maltrattante.
A partire dal lavoro pionieristico di Selma Fraiberg [10] nel Child Development Project dell’Università del Michigan, negli anni Settanta, altri psicoanalisti e psicoanaliste hanno lavorato allo sviluppo di modelli di intervento fondati su una comprensione psicoanalitica del funzionamento mentale dei genitori che maltrattano i propri figli o rischiano di farlo. È stato il lavoro innovativo di psicoanalisti come Richard Galdston [11], Brandt Steele [12] e della stessa Selma Fraiberg [10,13] a mettere in luce quanto il maltrattamento infantile possa essere considerato una sindrome curabile ed effetto di una rottura nella relazione genitore-figlio, il che ha permesso lo sviluppo di programmi di intervento volti a riparare la relazione.
L’obiettivo di questo articolo è presentare una rassegna narrativa degli studi psicoanalitici in questo campo, concentrandosi specificamente sulle dinamiche intrapsichiche dei genitori che maltrattano fisicamente i figli e sugli interventi terapeutici sviluppati dalla psicoanalisi per curare i genitori maltrattanti.
L’articolo si concentra specificamente sul maltrattamento fisico, seguendo la raccomandazione [14] di non accorpare diversi tipi di maltrattamento, poiché è noto da tempo che, per esempio, l’abuso sessuale è una questione completamente distinta dal maltrattamento fisico [3]. Poiché si rivolge solo agli studi che hanno affrontato le dinamiche intrapsichiche e il trattamento dei genitori fisicamente maltrattanti da una prospettiva esclusivamente psicoanalitica, la rassegna non esamina altri tipi di trattamento, anche se si sono dimostrati efficaci.
Allo scopo di condurre una rassegna narrativa che offrisse un quadro d’insieme degli studi pubblicati finora, mettesse in evidenza i temi emergenti e individuasse le future direzioni di ricerca, i termini “child abuse or neglect or maltreatment or mistreatment” e “psychoanalysis or psychoanalytic or psychodynamic” oppure “infant–parent psychotherapy” e “parent*” sono stati ricercati nei titoli, negli abstract e nei testi principali, utilizzando le banche dati Psycarticles, Psychinfo, Psychology and Behavioral Sciences Collection, Medline e Pep-web. I criteri di inclusione comprendevano articoli originali pubblicati in lingua inglese in riviste con revisione paritaria prima del giugno 2022. In base ai criteri di esclusione, non sono state prese in considerazione tesi e capitoli di libri. Dopo l’applicazione dei criteri di esclusione sono stati individuati 386 articoli potenzialmente pertinenti e, infine, dopo l’esame degli abstract e delle bibliografie di ciascun articolo, sono stati selezionati 23 lavori per la presente rassegna. Piuttosto sorprendentemente, solo il 5% circa degli abstract esaminati indicava studi incentrati su genitori che avevano maltrattato i propri figli. Gli articoli sono stati esclusi dalla rassegna per i seguenti motivi: 41 trattavano il tema dei genitori autori di abusi sessuali; 10 si riferivano agli aspetti storici e/o sociologici della genitorialità; 23 riguardavano altri tipi di maltrattamento (trascuratezza, maltrattamento psicologico, sindrome di Munchausen per procura); 2 riguardavano madri con malattie mentali che avevano ucciso i propri figli; 1 riguardava la mancata adesione dei genitori a un trattamento pediatrico; in 2 casi non è stato possibile reperire gli articoli; e nei casi restanti gli articoli si limitavano a menzionare interventi psicoanalitici o psicodinamici senza trattarli, oppure riguardavano il trattamento psicoanalitico di persone maltrattate dai propri genitori.
Piuttosto sorprendentemente, è stato solo negli anni Sessanta che il maltrattamento infantile è diventato oggetto di attenzione nelle politiche sociali e negli studi psicologici [15]. Steele [12] ha messo in evidenza quanto il genitore maltrattante, strettamente identificato con una madre dura e rifiutante e con un’immagine negativa di sé risalente all’infanzia, sottoponesse il figlio o la figlia a esperienze simili a quelle subite da piccolo. Nella sua esperienza clinica, ha osservato che questi genitori ricorrevano spesso in prevalenza ai meccanismi di difesa della negazione, della proiezione, dell’identificazione con l’aggressore e dell’inversione dei ruoli. Green [15] ha condotto il primo studio empirico su un gruppo di 60 madri maltrattanti, utilizzando un gruppo di confronto di 30 madri trascuranti e un gruppo di controllo di 30 genitori non maltrattanti. Ha trovato una conferma dell’esperienza clinica di Steele e ha sottolineato quanto fosse cruciale, per le madri maltrattanti, il ricorso all’inversione dei ruoli, nell’aspettativa che i figli soddisfacessero bisogni insoddisfatti di dipendenza e di conferma della propria bontà. È più probabile che il bambino o la bambina venga maltrattato quando non è gratificante per la madre, quindi quando è più esigente, bisognoso e irritato. Probabilmente per questo motivo, ipotizza Green [15], il maltrattamento è più frequente nei primi due anni di vita e quando il bambino o la bambina presenta difetti fisici o uno sviluppo atipico. Il bambino che piange spesso e non gratifica la madre con comportamenti affettuosi e accondiscendenti viene vissuto dalle madri maltrattanti come una conferma della propria inadeguatezza e risveglia in loro il rifiuto percepito da parte dei propri genitori durante l’infanzia.
Studi recenti [2,16] hanno confermato che l’aver subito maltrattamenti nell’infanzia è un importante fattore di rischio; tuttavia, gli studi sulla trasmissione transgenerazionale del maltrattamento hanno di fatto mostrato che non tutti i bambini e le bambine maltrattati diventano genitori maltrattanti, e hanno messo in luce alcuni fattori protettivi che interrompono il ciclo del maltrattamento: aver ricevuto sostegno emotivo e sociale da adulti significativi, aver ricevuto una psicoterapia ed essere in grado di riconoscere i propri sentimenti di rabbia per il maltrattamento subito [17]. Occorre inoltre tenere presente che il maltrattamento è il risultato dell’interazione tra fattori individuali, familiari, sociali e culturali [18] e che l’aver subito maltrattamenti nell’infanzia è, quindi, solo uno dei fattori individuali che possono essere in gioco. Wilkes [19] ha riscontrato, in un gruppo di genitori maltrattati che non erano diventati maltrattanti, che essi riconoscevano chiaramente quanto fosse sbagliato il comportamento dei propri genitori e non si attribuivano alcuna colpa per quanto accaduto, e ha ipotizzato che questi fossero due fattori di resilienza cruciali. Già Selma Fraiberg [13] aveva osservato che la possibilità di provare il dolore legato alla propria storia infantile è un deterrente cruciale contro la ripetizione del maltrattamento verso i propri figli, e uno studio recente [20] ha mostrato che conservare buoni ricordi dell’infanzia modera la trasmissione transgenerazionale del maltrattamento. Una recente meta-analisi [21] ha confermato che relazioni sensibili, stabili e sicure possono interrompere il ciclo del maltrattamento. Quando non ha la possibilità di contare su altri adulti sensibili e premurosi, il bambino o la bambina è per lo più costretto a negare la malevolenza del genitore maltrattante per proteggere la propria immagine genitoriale interna. Spesso si attribuisce la colpa del comportamento maltrattante del genitore, e questo sembra svolgere una duplice funzione: da un lato, vedersi cattivo salva l’immagine del genitore; dall’altro, lo fa sentire attivo e in controllo della situazione. Ciò può portarlo a mettere in atto comportamenti disturbanti [22].
Inoltre, come afferma Galdston [23], la relazione tra genitore maltrattante e figlio è caratterizzata da un’intensa ambivalenza e da un profondo attaccamento. La forza di questo attaccamento rende la gestione clinica più complicata rispetto ai casi in cui i genitori sono indifferenti verso il figlio. «Genitori e figli che sono stati in larga misura indifferenti gli uni agli altri possono separarsi con poco rimpianto. Hanno sofferto il freddo dell’indifferenza piuttosto che il calore della rabbia» [23] (p. 392). Inoltre, il bambino o la bambina maltrattato che ha preso su di sé la malevolenza del genitore per mantenere una buona immagine interna di sé soffrirà di bassa autostima, potrà avere scarsa autonomia e mancherà della capacità di differenziare sé dall’altro [22].
Steele e Pollock [24] hanno intervistato 60 famiglie maltrattanti e hanno riscontrato che pochi genitori erano stati fisicamente maltrattati dai propri genitori; piuttosto, tutti i genitori maltrattanti intervistati si erano sentiti molto criticati dai propri genitori, indesiderati e non amati.
I meccanismi attraverso cui avviene la trasmissione transgenerazionale del maltrattamento sono stati messi in luce più chiaramente di recente dagli studi osservativi sulla relazione genitore-bambino e dagli studi empirici nell’ambito della teoria dell’attaccamento e della mentalizzazione.
Seligman [25] riporta un’osservazione particolarmente eloquente dell’interazione tra un padre ripetutamente maltrattato da bambino e suo figlio, un neonato di tre giorni.
«In questo breve episodio, tiene il suo bambino in modo molto goffo, appena sotto il collo, e avvicina con forza il viso del neonato al proprio, con uno sguardo che sembra trasmettere una certa tenerezza insieme a molta ansia. Poi il padre cerca di costringere Daniel a bere dal biberon mentre il bambino mostra disperatamente di essere sazio, prima non succhiando e tenendo la bocca chiusa, poi irrigidendosi e infine afflosciandosi; durante questa sequenza, il padre respinge i tentativi della moglie e di una terapeuta-osservatrice di fargli notare la resistenza di Daniel alle sue brutali cure, restando indifferente ai ripetuti segnali del figlio. Il padre avvicina di nuovo il viso, in modo intrusivo, a quello del figlio, lo chiama “Babbeo!” e dice con fare da pugile: “Vuoi raccontarmi com’è andata?”. Solleva il bambino in alto, come se stesse facendo la lotta per gioco con un ragazzino molto più grande. Infine, quando il bambino sembra crollare in uno stato floscio e ritirato, il padre esclama: “Basta con le tue schifezze!”» [25] (p. 138).
Seligman [25] osserva che, per quanto caratteristico possa diventare questo tipo di interazione nella sua esperienza interpersonale, questo bambino, che ha vissuto nella propria esperienza corporea la sensazione molto angosciante di essere strattonato, sballottato e privato di ogni conforto e di ogni controllo sul proprio corpo, sentirà l’impotenza e l’incapacità come modalità fondamentali dell’esperienza di sé.
L’osservazione di questa interazione consente anche di comprendere il concetto di identificazione proiettiva patologica. Il padre ignora i segnali del figlio, trattandolo con ostilità pur sentendo di amarlo (l’ostilità è percepita da chi osserva). In questo modo esternalizza il proprio sé «cattivo», impotente e ostile attribuendolo al figlio, e lo mette in atto senza alcun pensiero riflessivo. In queste condizioni, Daniel non solo non può fare altro che identificarsi con questi stati emotivi e relazionali, compreso il senso di impotenza che il padre tiene fuori dalla propria consapevolezza riversandolo sul figlio, ma può anche interiorizzare uno schema secondo cui il modo per gestire il proprio sentimento di impotenza è far sentire impotente l’altra persona.
Questo esempio mostra anche come possa essere proprio il sentimento di fragilità suscitato dal bambino molto piccolo a stimolare il comportamento maltrattante nei genitori che non hanno sentito rispettata la propria fragilità e che, quindi, non hanno potuto sviluppare sentimenti di accettazione e di tenerezza verso la fragilità propria e altrui.
Gli studi empirici condotti nel quadro della teoria dell’attaccamento hanno pienamente dimostrato che i Modelli Operativi Interni (MOI) di sé e dell’altro si trasmettono da una generazione all’altra insieme alle strategie difensive per affrontare l’angoscia di fronte a un pericolo percepito. Le madri con modelli di attaccamento sicuri aiutano i figli a sviluppare buone strategie di regolazione emotiva, mentre le madri con modelli di attaccamento distanzianti enfatizzano l’autonomia e minimizzano l’angoscia, e le madri con modelli di attaccamento preoccupati sono imprevedibili. Queste ultime, alternando risposte sintonizzate a risposte trascuranti o inappropriate, favoriscono la disregolazione emotiva, così come le madri che hanno sviluppato modelli disorganizzati [26,27]. È interessante notare che questi studi hanno evidenziato il ruolo cruciale della mentalizzazione, operazionalizzata come funzione riflessiva, nella trasmissione della sicurezza dell’attaccamento: i figli di madri che avevano vissuto esperienze infantili negative, ma che erano riuscite a farci i conti riconoscendo la propria sofferenza e cercando di comprendere i propri comportamenti e quelli dei propri genitori come motivati da stati mentali, sviluppavano più frequentemente un attaccamento sicuro. Questi studi hanno fornito un importante sostegno empirico a quanto era stato già verificato nel lavoro clinico [27].
Diversi studi hanno indagato specificamente la qualità dei modelli di attaccamento e della funzione riflessiva nei genitori maltrattanti [28,29,30,31], mettendo in evidenza la prevalenza di stati mentali distanzianti e disorganizzati. Ammaniti e colleghi [28] hanno riscontrato che l’87,5% dei genitori maltrattanti mostrava uno stato mentale insicuro rispetto all’attaccamento e che il 47% di questi genitori insicuri presentava specificamente stati mentali non integrati, come gli stati mentali Irrisolto o Non classificabile, in conseguenza di stati dissociativi sviluppatisi in seguito a precoci esperienze traumatiche di perdita e/o di maltrattamento. Rosso [30] ha riscontrato che, nel suo campione, i genitori maltrattanti non avevano conosciuto nella loro infanzia povertà, scarsa istruzione, mancanza di sostegno sociale o malattie fisiche, ma avevano subito alti livelli di conflittualità familiare associati a significative esperienze di trascuratezza, soprattutto da parte della madre, risultati già riportati in studi precedenti [32,33].
Nello studio di Rosso [30], oltre il 90% dei genitori maltrattanti mostrava uno stato mentale insicuro rispetto all’attaccamento, con una prevalenza (66,7%) della classificazione distanziante. Rispetto al gruppo di controllo di genitori non maltrattanti, mostravano un forte ricorso alle strategie difensive dell’idealizzazione delle esperienze infantili, della svalutazione dei bisogni di attaccamento e della mancanza di ricordi, oltre a una passività nei processi di pensiero e a stati mentali disorganizzati rispetto al lutto e/o alle esperienze di maltrattamento. Rosso sostiene che la marcata tendenza alla svalutazione mostrata da questi genitori possa spiegare in modo specifico come la svalutazione delle relazioni e dei bisogni di attaccamento, probabilmente acquisita nella loro storia infantile per difendersi escludendo dalla consapevolezza il dolore emotivo e le esperienze di fragilità e di impotenza, renda loro molto difficile prendersi cura dei bisogni emotivi dei figli. In questo studio, lo stato mentale distanziante e svalutante è risultato associato a gravi deficit di mentalizzazione, spesso a un particolare tipo di deficit chiamato Funzione Riflessiva Negativa, che comporta la tendenza a evitare e a rifiutare di assumere una posizione riflessiva. Lo studio ha rilevato che i genitori che avevano inflitto ai figli i maltrattamenti più gravi presentavano questo specifico deficit di mentalizzazione. Come Fraiberg [10] aveva già osservato nel suo lavoro clinico, questi genitori non erano stati in grado di elaborare le loro dolorose esperienze infantili e non erano consapevoli né del proprio dolore emotivo né di quello inflitto ai figli. I risultati di questa ricerca hanno stimolato lo sviluppo di interventi specifici centrati sull’attaccamento e sulla mentalizzazione, discussi più avanti.
Molti autori e autrici sottolineano come i genitori che maltrattano i figli soffrano di una significativa fragilità narcisistica. Eldridge e Finnican [34] hanno evidenziato che i genitori che maltrattano i figli desideravano inconsapevolmente diventare genitori allo scopo di avere finalmente qualcuno che mantenesse il loro equilibrio narcisistico; in altre parole, che sostenesse la loro integrità psichica sostenendo la loro fragile autostima.
Le prime esperienze di buone cure permettono al bambino o alla bambina di sentirsi al sicuro e di idealizzare chi se ne prende cura, percependolo come molto potente e desideroso di condividere e trasmettere la propria forza. Questa fiducia di base gli permette in seguito di tollerare le inevitabili frustrazioni, purché siano dosate in modo progressivo e adeguato alle sue capacità di farvi fronte. La relazione precoce con un genitore empatico, capace di comprendere quanta frustrazione il bambino possa tollerare, gli permette di sviluppare un sé nucleare coeso [35], il che implica possedere un senso interno di importanza e di valore stabile nel tempo, che aiuta a consolarsi nei momenti difficili e a porsi ambizioni e ideali equilibrati.
Secondo Eldridge e Finnican, la personalità del genitore maltrattante presenta una particolare forma di disturbo evolutivo in cui il bambino o la bambina, suo malgrado, è chiamato a svolgere il ruolo di chi deve sostenere il genitore narcisisticamente fragile aiutandolo a mantenere un senso di sé. Inoltre, il genitore narcisisticamente fragile incontra difficoltà particolarmente intense nell’affrontare la genitorialità, perché i suoi bisogni infantili insoddisfatti vengono stimolati dal compito di occuparsi dei bisogni del figlio o della figlia. Il bambino piccolo pretende che i propri bisogni siano soddisfatti e non gratifica quelli del genitore, soprattutto quando piange e quando è esigente. Il genitore narcisisticamente fragile, quando i suoi bisogni sono frustrati, può avere scoppi di rabbia e maltrattare il figlio o la figlia.
Deficit narcisistici sono stati osservati anche da Blumberg [3], Crivillé [36], Rosen [37] e Purcell [38]. Quest’ultimo, durante il suo decennale lavoro presso Children’s Charter con bambini e bambine maltrattati, ha osservato che queste famiglie sono spesso descritte come «capovolte», in quanto caratterizzate da inversione dei ruoli, proiezione e attaccamento disturbato: i genitori rimettono in scena i bisogni insoddisfatti della propria infanzia costringendo i figli ad assumere il ruolo di chi deve sostenere la loro autostima. Quando i figli non riescono a soddisfare i bisogni dei genitori, diventano oggetto della loro rabbia. Purcell [38], in accordo con Eldridge e Finnican [34], ipotizza che la reazione dei genitori maltrattanti derivi da fallimenti e inversioni nella fase evolutiva precoce della grandiosità, a causa dell’incapacità del genitore di generare nel bambino un iniziale sentimento di onnipotenza e graduali disillusioni adatte a sopportare le frustrazioni e i limiti imposti dalla realtà.
Steele [39] riferisce che la sua ampia esperienza clinica con genitori maltrattanti gli ha permesso di constatare che questi, anche quando non erano stati maltrattati fisicamente nell’infanzia, avevano sofferto della mancanza di un adeguato sostegno emotivo e, in generale, di una profonda trascuratezza dei propri bisogni emotivi. Come afferma Steele, «la trascuratezza è più difficile (del maltrattamento) da definire, da dire quanto amore manca: un po’ come cercare di descrivere il contenuto di un vuoto» [39] (p. 1006). Egli evidenzia in particolare quanto sia devastante per il bambino o la bambina l’assenza di risposte materne di convalida, un’assenza che non gli permette di sviluppare la fiducia di base essenziale per sostenere e mantenere l’equilibrio narcisistico. Il genitore privo della capacità di essere empatico non è in grado di riconoscere e convalidare l’esperienza emotiva del figlio o della figlia [40].
Galdston [23] ha sottolineato che è proprio la fragilità narcisistica del genitore a impedirgli di affrontare in modo adeguato i comportamenti emancipativi del bambino o della bambina, innanzitutto durante la precoce fase di separazione-individuazione, quando questi, attraverso comportamenti assertivi, manifesta il proprio bisogno di individuazione. Il genitore maltrattante confonde l’assertività con un attacco aggressivo rivolto al suo fragile sé e può avere reazioni di rabbia incontrollate. Il genitore comunica così al figlio o alla figlia di non tollerare l’aggressività e di percepirla come violenza. L’aggressività, intesa qui come pulsione vitale orientata all’individuazione, non può essere tollerata e viene punita. Al tempo stesso, Galdston [23] ha osservato nel suo lavoro con 75 famiglie maltrattanti che il genitore maltrattante trova molto difficile vietare al bambino le azioni scorrette, perché teme che al divieto segua la violenza (intollerabile) del bambino. La madre non riesce a sopportare la minaccia dell’aggressività del proprio bambino. Nella sua ampia esperienza, Galdston ha riscontrato che scoppi di rabbia e maltrattamenti si alternano all’incapacità di porre limiti appropriati al comportamento dei figli. Riferisce, per esempio, di una madre che spostava continuamente gli oggetti del soggiorno nel vano tentativo di tenerli fuori dalla portata della figlia di 3 anni, senza mai riuscire a dirle direttamente che non voleva che li toccasse. Un’altra madre lamentava quanto le fosse difficile entrare in un negozio con la figlia, perché si sentiva obbligata a comprarle tutto ciò che voleva, per paura che, se avesse rifiutato, la bambina avrebbe fatto una scenata mettendola in imbarazzo. Un’altra madre riferiva di avere paura di incontrare altri bambini per timore che la figlia vedesse i loro giocattoli e li volesse per sé, e che lei non sarebbe stata capace di dire «no». Tra i più piccoli, che cominciavano appena a camminare, Galdston ha osservato che l’interazione con le madri era caratterizzata da una descrizione della loro aggressività del tutto sproporzionata rispetto ai fatti. Le madri parlavano dei figli come se si sentissero minacciate dalla loro mobilità. «Selvaggio», «incontrollabile», «distruttivo» e «aggressivo» erano tra i termini più usati per descrivere bambini e bambine che riuscivano appena a muovere i primi passi. Di solito questi aggettivi accompagnavano il termine «mostro», l’epiteto più spesso usato per etichettare i figli. Le madri rispondevano alle prime espressioni di aggressività dei figli o evitandole attraverso la negazione o con violenti maltrattamenti fisici. Entrambe queste modalità di risposta lasciavano ai figli la stessa impressione, cioè di essere portatori di un’aggressività pericolosa, ingestibile per gli altri e per sé stessi a causa del suo potenziale di violenza.
La prima domanda che si pone è come intervenire nei casi di maltrattamento garantendo la sicurezza del bambino o della bambina e, al tempo stesso, senza compromettere l’alleanza terapeutica con i genitori. Tuohy [22] osserva che talvolta l’allontanamento del minore può avere un effetto di sostegno all’Io se chi opera nei servizi sociali non assume un atteggiamento punitivo; al contrario, questo effetto si può ottenere mostrando un atteggiamento autenticamente protettivo, comunicando al genitore che non gli si può permettere di fare del male a sé stesso e/o al figlio e che si intende proteggere la sua famiglia da tale pericolo prendendosi cura di tutti i suoi membri, genitori e figli. In ogni caso, si raccomanda ampiamente di evitare l’allontanamento del minore ogni volta che è possibile offrire un trattamento ai genitori [41].
Un intervento pionieristico è descritto da Galdston [11], che nel 1969 fondò in Massachusetts The Parents’ Center Project con il duplice scopo di proteggere i bambini e le bambine da ulteriori maltrattamenti e di rafforzare l’integrità delle loro famiglie. Nei primi 7 anni, il Centro ha trattato 46 famiglie con 73 figli, potendo seguire 15 famiglie alla volta. Il trattamento, che consisteva in un centro diurno terapeutico per i figli e in un gruppo terapeutico settimanale per i genitori, per un periodo compreso tra quattro settimane e cinque anni, si è rivelato molto efficace per i figli, che hanno mostrato un buon recupero evolutivo, ed è stato utile per prevenire ulteriori maltrattamenti, verificatisi solo in due casi lievi e per un breve periodo. Galdston ha notato che i cambiamenti nei genitori (per lo più erano le madri a maltrattare) non erano profondi; tuttavia, prendersi cura contemporaneamente dei genitori e dei figli ha permesso di stabilire una buona alleanza terapeutica e quindi una volenterosa accettazione delle cure offerte ai figli. Galdston non approfondisce le difficoltà incontrate con i genitori; si limita a descriverne il funzionamento mentale, dominato da una profonda ambivalenza verso sé stessi e verso i figli, da sentimenti di profonda insoddisfazione nelle relazioni con i propri genitori e con il partner e da una pervasiva incapacità di desiderare e realizzare una vita soddisfacente, sostenuta da intensi sentimenti di colpa e da una scarsa immagine di sé.
Blumberg [42] riferisce di aver incontrato, nella sua esperienza, prevalentemente madri maltrattanti di bambini spesso molto piccoli (di meno di un anno) e, in ogni caso, di solito non oltre i tre anni, e lo attribuisce al fatto che di solito sono le madri a occuparsi del bambino piccolo per gran parte della giornata e quindi a essere più frequentemente esposte alle sue richieste. Quanto al trattamento, suggerisce di considerare non solo il genitore maltrattante ma anche l’altro genitore, poiché il maltrattamento è un problema familiare e segnala una crisi del nucleo familiare. Raccomanda inoltre di cercare di non separare le madri dai figli e di accoglierli insieme in strutture residenziali dove professionisti formati possano prendersi cura sia del genitore sia del bambino. Questo intervento, secondo Blumberg, dovrebbe precedere una psicoterapia a lungo termine del genitore. A questo proposito, sottolinea che chi conduce la terapia dovrebbe innanzitutto fare i conti con il proprio controtransfert negativo verso il genitore maltrattante e concentrarsi sui conflitti intrapsichici del genitore piuttosto che sulla relazione genitore-figlio, per evitare che il genitore narcisisticamente fragile si senta trascurato dalla terapia e sviluppi quindi sentimenti ostili verso il trattamento. La psicoterapia psicoanalitica sarebbe la forma di terapia migliore per il genitore maltrattante, che di solito ha un’immagine negativa di sé e soffre di debolezza dell’Io, insieme al trattamento dell’altro genitore, che nel migliore dei casi non è stato in grado di offrire il sostegno necessario al genitore maltrattante. Quando l’ostilità dei genitori è troppo elevata e non consente un’alleanza terapeutica sufficiente, può essere molto utile offrire loro la possibilità di partecipare a gruppi di auto-aiuto in cui confrontarsi con altri genitori maltrattanti senza sentirsi giudicati e senza timore di essere puniti. Blumberg ritiene inoltre molto utile che siano disponibili «linee telefoniche» attive ventiquattro ore su ventiquattro, gestite da personale formato, per accogliere le richieste dei genitori in crisi.
Per quanto riguarda le dinamiche di coppia, un contributo molto interessante è quello di Freedman [41], che sottolinea quanto sia necessario considerare il maltrattamento una questione di coppia, evitando di attribuirne l’intera responsabilità al genitore maltrattante. Evidenzia che, nella sua esperienza, l’identificazione proiettiva caratterizza molto spesso in modo considerevole la relazione di coppia, e che ciò implica che il genitore maltrattante sia spesso il depositario delle proiezioni del genitore non maltrattante e che siano proprio queste proiezioni a risultare decisive nello scatenare il comportamento maltrattante. La raccomandazione di Freedman andrebbe presa sul serio, considerata la diffusione della pratica di allontanare dal nucleo familiare il genitore maltrattante senza considerare il contributo del genitore non maltrattante. Freedman sconsiglia di colludere con la tendenza della coppia ad attribuire le difficoltà a un solo genitore, tendenza molto spesso sostenuta dal bisogno del genitore non maltrattante di non affrontare i propri conflitti intrapsichici per evitare un dolore emotivo intollerabile. Freedman propone un modello di valutazione articolato che comprende colloqui di coppia, colloqui individuali e colloqui di coppia alla presenza del figlio o della figlia, allo scopo di giungere a una comprensione psicodinamica della coppia genitoriale che permetta di mettere a fuoco le dinamiche profonde che hanno contribuito al comportamento maltrattante e di valutare la possibilità di coinvolgere la coppia in un lavoro terapeutico per affrontare le difficoltà.
Dallo studio degli articoli inclusi in questa rassegna sono emersi tre tipi principali di trattamento psicoterapeutico basati sulla psicoanalisi: la psicoterapia genitore-bambino, il trattamento psicoanalitico individuale classico e il trattamento basato sulla mentalizzazione.
La pioniera della psicoterapia genitore-bambino nelle situazioni familiari di maltrattamento o ad alto rischio di maltrattamento è stata Selma Fraiberg [10,13]. Molte di queste famiglie, al momento della valutazione, si rivelano famiglie multiproblematiche, difficili da raggiungere e chiaramente poco motivate a intraprendere un trattamento. Selma Fraiberg [10] sviluppò un programma specifico presso il Child Development Project dell’Università del Michigan, in cui lavoravano due psicoanalisti, tre psicologi clinici, due assistenti sociali e un pediatra, tutti a tempo parziale, per un equivalente a tempo pieno di 3,5 unità di personale. L’équipe era in grado di seguire più di 140 famiglie all’anno. Riferendo dei primi 50 casi, Fraiberg sottolinea che il loro metodo combinava principi e tecniche psicoanalitici con le pratiche tradizionali del servizio sociale e con le conoscenze teoriche della psicologia dello sviluppo.
Innanzitutto, Fraiberg sottolinea la necessità di comprendere le dinamiche di transfert e gli apparati difensivi di questi genitori. Evidenzia che il transfert, inteso come ripetizione inconscia del passato nel presente, in cui le persone del presente vengono percepite con le qualità di figure significative di un passato non ricordato, non è suscitato soltanto dalla situazione psicoanalitica, ma è presente nella vita quotidiana e si manifesta soprattutto nelle situazioni emotivamente conflittuali; perciò, le operatrici e gli operatori sociali, che di solito incontrano i loro pazienti in momenti della vita in cui vivono gravi conflitti emotivi, possono essere aiutati a comprenderli se prestano attenzione alle dinamiche di transfert. Fraiberg, per esempio, descrive una giovane madre che, dopo essere stata inviata all’ospedale, non rispondeva alle convocazioni e si presentò solo un mese dopo, come una donna presumibilmente molto spaventata all’idea di incontrare l’assistente sociale, che immaginava come una donna pericolosa. Quando la ragazza si presentò, appariva arrabbiata, esigente, oppositiva e continuava a ripetere che nessuno la aiutava e nessuno la capiva. La terapeuta decise di interpretare immediatamente il transfert negativo, dicendo alla paziente che comprendeva bene la sua rabbia verso chi cercava di aiutarla, se non si sentiva capita; desiderava capirla, ma se la paziente non si sentiva capita avrebbe avuto motivo di essere arrabbiata con lei e avrebbe potuto dirglielo. In un altro esempio, una madre si presentava agli appuntamenti ma non parlava. La terapeuta ipotizzò che il silenzio della paziente fosse una difesa contro affetti dolorosi e, dopo lunghi silenzi, le disse che pensava fosse molto arrabbiata con lei: veniva agli appuntamenti per essere aiutata senza ricevere alcun aiuto! Non c’era da stupirsi che non si fidasse di lei; perché avrebbe dovuto?
In entrambi i casi, l’interpretazione del transfert negativo è stata cruciale per favorire l’alleanza terapeutica. In seguito è apparso chiaro che entrambe le pazienti trasferivano fin dall’inizio sulla terapeuta l’immagine interna dei propri genitori del passato. Il rischio, in questi casi, è che il transfert negativo di chi è in cura susciti un controtransfert negativo in chi conduce la terapia, compromettendo l’esito del trattamento. Fraiberg sottolinea quanto sia necessario chiedersi che cosa motivi il comportamento maltrattante dei genitori ed evitare di limitarsi a usare etichette. Scrive: «Un’etichetta non è una diagnosi. È un indirizzo postale» [10] (p. 96), intendendo che se ci si limita a etichettare una madre, per esempio, come rifiutante, e la madre non smette di esserlo, il prossimo indirizzo sarà il tribunale, e dopo il tribunale madre e figlio potrebbero avere indirizzi diversi. D’altra parte, comprendere che cosa porta una madre a rifiutare il proprio bambino può rendere possibile il trattamento della madre e della relazione madre-bambino, favorendo lo sviluppo psicologico di entrambi. A questo proposito, Fraiberg riferisce quanto sia stato illuminante, nel caso di una madre che rifiutava in modo evidente la figlia di quattro mesi, comprendere che la donna aveva una paura inconscia così grande di fare del male alla figlia che il rifiuto era il modo migliore che aveva trovato per proteggerla da sé stessa. In questo caso, la psicoterapia condotta durante visite domiciliari una o due volte alla settimana ha permesso alla madre di riconoscere il proprio dolore vissuto nelle esperienze di maltrattamento infantile e di avere meno paura di identificarsi con l’aggressore e di agire contro la figlia.
L’identificazione con l’aggressore è una difesa usata di frequente dai genitori maltrattanti che sono stati a loro volta maltrattati nell’infanzia: è la difesa che ha permesso loro di proteggersi dall’angoscia e dalla disintegrazione dell’Io attraverso una sorta di fusione psicologica inconscia con chi li maltrattava. Se chi conduce la terapia resta accanto alla persona in cura e le permette di vivere, nella sicurezza della relazione terapeutica, il dolore che a suo tempo non ha potuto provare, il rischio di agire comportamenti maltrattanti verso il figlio o la figlia diminuisce considerevolmente, mentre la persona in cura riesce gradualmente a disidentificarsi dall’oggetto maltrattante.
Il modello di lavoro di Fraiberg ha continuato nel tempo a orientare l’organizzazione dei servizi pubblici che si occupano di genitori o di bambini ad alto rischio. Lieberman e Pawl [7] riportano un esempio clinico del trattamento di una madre maltrattante e del suo bambino che mostra quanto possa essere efficace l’integrazione di guida evolutiva, psicoterapia genitore-bambino, sostegno emotivo e assistenza pratica. Sottolineano come, nei casi inviati al trattamento dal tribunale, sia necessario condurre per alcune settimane un intervento di valutazione, con visite domiciliari e in studio, per valutare la possibilità di costruire l’alleanza terapeutica con il genitore ed evitare di imporre all’improvviso un trattamento psicoterapeutico. Lieberman e Pawl raccomandano inoltre di interpretare il transfert negativo fin dalle prime sedute e propongono una riflessione sull’opportunità di includere il bambino o la bambina nelle sedute con la madre: da un lato, partecipare alle sedute con la madre espone il minore a materiale altamente carico; dall’altro, se è stato maltrattato, le sedute congiunte con la madre possono aiutarlo molto ad affrontare queste situazioni in un contesto protetto e sicuro, in cui i comportamenti disturbanti della madre possono trovare accoglienza ed essere riconosciuti nel loro significato più profondo. Gli interventi terapeutici possono aiutare il bambino o la bambina ad affrontare meglio le situazioni vissute con la madre.
Selma Fraiberg ha poi lavorato all’Infant–Parent Program del San Francisco General Hospital—University of California, in seguito diretto da Seligman, che ha integrato la psicoterapia genitore-bambino con una guida evolutiva non didattica e con un sostegno concreto. Il Programma poteva seguire circa 60 famiglie all’anno con figli fino a tre anni di età [43]. L’intervento iniziava di solito con una valutazione della famiglia di quattro-sei settimane, per conoscere il livello evolutivo del bambino o della bambina, la psicodinamica della relazione genitore-figlio e della relazione di coppia, se presente, nonché le problematiche psicosociali ed economiche della famiglia. Molti casi richiedevano la collaborazione con i servizi di tutela dei minori e con i tribunali. In alcuni casi è stata introdotta anche la videoregistrazione delle interazioni genitore-bambino, da rivedere poi con la famiglia. Il trattamento si svolgeva di solito in una visita settimanale di 60–90 minuti a domicilio. Il fuoco era la relazione madre-bambino; tuttavia, quando indicato, altri membri della famiglia venivano inclusi nel programma di trattamento. Secondo Seligman, la visita domiciliare permette di conoscere meglio la relazione e fa sentire il genitore più compreso rispetto al compito impegnativo che affronta, anche sul piano pratico, nel crescere il figlio. Al tempo stesso, chi conduce la terapia deve confrontarsi con situazioni diverse da quelle che incontra nel proprio studio, comprese nuove configurazioni di transfert e controtransfert, e talvolta può essere difficile mantenere il setting terapeutico; eppure questo è spesso l’unico modo per raggiungere le famiglie. Molti sforzi terapeutici sono volti a stabilire e mantenere l’alleanza terapeutica, il che talvolta implica continuare a recarsi a casa di pazienti che non si presentano, continuando così a mantenere la fiducia e la speranza che la relazione terapeutica possa iniziare e proseguire. Lavorare con queste famiglie implica anche fornire loro un sostegno diretto, aiutandole nei contatti con altri servizi sociali. Il consueto lavoro interpretativo analitico si svolge quindi in contesti non convenzionali. La costruzione di una relazione di sostegno fornisce la base per un lavoro analitico interpretativo che si concentra sulla ripetizione nel transfert verso la figura terapeutica e verso il bambino, per aiutare i genitori a rendersi conto di quanto stiano rimettendo in scena il proprio passato. All’interno della relazione terapeutica, la guida evolutiva non didattica viene trasmessa con tecniche non direttive volte ad aiutare il genitore a comprendere gli stati mentali del figlio o della figlia evitando la distorsione delle proprie esperienze infantili negative. Seligman sottolinea quanto spesso, in questi casi, si debba affrontare ciò che egli chiama transfert burocratico, cioè le aspettative che il genitore ha sviluppato a partire da precedenti esperienze con i servizi sociali con cui può essere già entrato in contatto. Molto spesso, infatti, i genitori maltrattanti arrivano in terapia dopo essere stati inviati ad altri servizi sociali e talvolta hanno già avuto contatti con il tribunale.
Seligman sottolinea quanto possa essere efficace la psicoterapia precoce madre-bambino proprio perché i neogenitori sono particolarmente sollecitati dalla loro condizione a ricordare le proprie esperienze infantili e a riflettere sulla relazione con i propri genitori. Le loro rappresentazioni interne e le loro difese sono molto evidenti e molto più facili da comprendere per chi conduce la terapia rispetto a una consueta psicoterapia con una persona adulta. La recente maternità o paternità può essere una preziosa occasione di cambiamento: se da un lato può risvegliare vecchi conflitti, dall’altro può essere un’opportunità di elaborazione profonda e di cambiamento. L’aiuto terapeutico può favorire nel bambino o nella bambina risposte positive che possono smentire le aspettative del genitore e permettergli così di vivere un nuovo inizio, scoprendo in sé risorse inattese e una nuova e più felice possibilità di relazione genitore-figlio, che può liberarlo dall’impatto inconscio delle proprie esperienze infantili negative. La relazione terapeutica, con il contenimento e la rassicurazione, aiuta i genitori a contrastare le rappresentazioni interne negative che avevano cominciato a deteriorare la relazione con il figlio o la figlia e fornisce la base per il lavoro interpretativo. La qualità della relazione terapeutica e del lavoro interpretativo permette gradualmente lo sviluppo di una maggiore fiducia in sé e la disidentificazione dagli oggetti cattivi interni ed esterni.
Arons [44] ritiene che la psicoterapia madre-bambino si organizzi attorno a obiettivi comuni alla psicoanalisi e alla teoria dell’attaccamento, ossia la possibilità di riconoscere, nominare e metabolizzare sentimenti che contengono angoscia e paura. Chi conduce la terapia considera simultaneamente la relazione tra madre e bambino, tra sé e la madre, tra sé e il bambino, e tra bambino, madre e sé. Il bambino comunica attraverso il linguaggio corporeo e l’affetto con l’analista, il cui compito è lasciarsi raggiungere emotivamente e, successivamente, trasformare le comunicazioni affettive simbolizzandole in parole. L’analista cerca di ascoltare ciò che il bambino esprime, di nominarne le comunicazioni affettive per tenere a mente il bambino, la madre e la relazione con entrambi, prestando attenzione a ciò che il bambino suscita nella madre, a ciò che la madre suscita nel bambino e a ciò che entrambi suscitano nel bambino. Arons nota che l’analista si trova stretto tra le spinte evolutive del bambino e il conflitto della madre tra la ripetizione del passato e la speranza di un futuro nuovo e diverso.
Ludwig-Korner [45] si chiede se la psicoterapia genitore-bambino sia un metodo psicoanalitico. Esistono molte differenze tra il consueto trattamento psicoanalitico e la psicoterapia madre-bambino. In quest’ultima, chi conduce la terapia adotta un approccio bifocale, che talvolta include altri membri della famiglia; il setting può cambiare sia per la durata delle sedute sia per il luogo, che è talvolta lo studio e talvolta la casa del genitore. Inoltre, l’obiettivo è ridurre i sintomi il più rapidamente possibile; talvolta terapeuta e genitore possono discutere di interazioni concrete e videoregistrarne alcune per discuterle in seguito. Chi conduce la terapia è molto coinvolto nell’interazione madre-bambino; cerca di cogliere le comunicazioni affettive e di offrire loro contenimento, cercando così di aiutare madre e bambino a sviluppare alcune funzioni specifiche dell’Io, in primo luogo una maggiore capacità di regolazione emotiva. Ludwig-Korner si chiede se questo tipo di psicoterapia comporti gli aspetti costitutivi del lavoro psicoanalitico, come l’analisi delle fantasie inconsce, delle rappresentazioni relazionali e del transfert. Il bambino non ha sviluppato fantasie relazionali rappresentate simbolicamente, ma mostra all’analista, attraverso le proprie reazioni emotive, quali sono le sue rappresentazioni delle esperienze relazionali, e talvolta mette in atto lo stato emotivo del genitore che sta parlando in seduta. L’autrice conclude non solo che la psicoterapia madre-bambino è un trattamento psicoanalitico, ma aggiunge che la psicoanalisi ha tratto grande beneficio dai contributi empirici dell’infant research e della teoria dell’attaccamento, giungendo per esempio a comprendere che gli scambi emotivi non verbali sono importanti nel trattamento analitico almeno quanto lo scambio verbale, che un obiettivo cruciale del trattamento è aiutare la persona in cura a sviluppare funzioni dell’Io autoregolative, e che ciò si realizza innanzitutto attraverso un ascolto sensibile e responsivo.
Anche Amanda Jones [46] sottolinea che la psicoterapia precoce madre-bambino può offrire alla madre una preziosa opportunità per affrontare conflitti più profondi legati alla dipendenza, alla vulnerabilità e alle esperienze di impotenza, proprio perché questi vengono evocati con tanta intensità dal neonato. I fondamenti psicoanalitici si ritrovano nel compito di dare significato al comportamento osservato, nelle ipotesi sull’influenza dei processi inconsci e nel lavoro interpretativo svolto per costruire una narrazione. Il bambino «ricorda» attraverso le proprie azioni; il genitore mostra come si difende dal contatto emotivo con emozioni intollerabili a cui il bambino lo espone. La psicoterapia madre-bambino aiuta il genitore a potersi permettere di soffrire il dolore emotivo in compagnia di una relazione terapeutica affidabile e aiuta il bambino a non identificarsi con le difese usate dal genitore. Chi conduce la terapia può osservare come sia la madre sia il bambino si difendano attraverso l’uso dell’identificazione proiettiva e come ciò possa alimentare un’escalation distruttiva. La capacità terapeutica di contenere l’angoscia provata dal bambino e dal genitore aiuta entrambi a sviluppare maggiori capacità di regolazione emotiva e riduce il bisogno, per entrambi, di ricorrere all’uso difensivo dell’identificazione proiettiva. L’angoscia del bambino può trovare un’adeguata risposta di rispecchiamento da parte del genitore se questi riesce a non esserne sopraffatto. Se invece il genitore non ci riesce, fornirà al bambino una versione amplificata della propria angoscia, alimentandola ulteriormente e costringendo il bambino a mettere in atto difese disadattive. La capacità terapeutica di contenere l’angoscia di entrambi e di mettere in parole gli accadimenti emotivi vissuti permette al genitore di diventare più consapevole della propria angoscia e delle proprie difese [46]. Jones ricorre anche alla videoregistrazione per mostrare al genitore i processi difensivi in azione e per aiutare la madre a comprendere gli stati mentali del bambino e a tradurli in parole, aumentando così la sua capacità di mentalizzare. Videoregistra alcuni minuti di interazione tra madre e bambino per rivederli con la madre nella seduta successiva, invitandola ad associare liberamente su ciò che vede. L’osservazione del video può permettere di vedere che il genitore attribuisce al bambino stati mentali che questi non sta vivendo, aiutando il genitore a rendersi conto che il bambino li fa propri e che si tratta proprio di stati mentali che il genitore non tollera in sé stesso. Per esempio, un genitore può attribuire intenzioni ostili a un bambino che desidera avvicinarsi giocosamente, e il bambino, di conseguenza, si arrabbia [46]. Nell’esempio clinico presentato, Jones mostra come una madre si accorga, guardando il video, di quanto appaia spaventata dal figlio, rendendosi conto che non può essere davvero un bambino così piccolo a spaventarla. In seguito la madre si rende conto di confondere emotivamente l’esperienza con il figlio con l’esperienza vissuta in passato con chi l’aveva maltrattata. Lavorando in questo modo, è possibile dare senso ai comportamenti osservabili collegandoli ai processi inconsci che li causano, liberando così madre e bambino dalla coazione a mettere in atto comportamenti distruttivi che prendono il posto di ciò che non può essere sopportato e, quindi, pensato. Anche Jones sottolinea l’importanza di accogliere il transfert negativo, perché è necessario che il setting terapeutico consenta innanzitutto la libertà di esprimere sentimenti negativi, affinché i sentimenti d’amore possano emergere davvero [46].
La ricerca nella letteratura ha rivelato una notevole scarsità di contributi sul trattamento psicoanalitico individuale dei genitori che hanno maltrattato i propri figli. Solo Steele [39] ha riferito la propria esperienza clinica con genitori di classe media trattati in un contesto privato. Presumibilmente, la scarsità di contributi in quest’area dipende anche dal fatto che il maltrattamento infantile è una questione di salute pubblica e impegna quindi i servizi sanitari pubblici nello sviluppo di specifici programmi di trattamento, ma i servizi pubblici non possono sostenere i costi di un trattamento psicoanalitico ad alta frequenza. Tuttavia, data invece la considerevole produzione di articoli sul trattamento psicoanalitico intensivo di pazienti maltrattati, è anche plausibile chiedersi se sia improbabile che il genitore maltrattante richieda un trattamento psicoanalitico e/o se psicoanalisti e psicoanaliste siano riluttanti a offrire un trattamento psicoanalitico intensivo a persone che hanno maltrattato i propri figli.
In effetti, alcuni articoli evidenziano quanto possa essere difficile, per chi conduce la terapia, fare i conti con il transfert e il controtransfert negativi con questi pazienti.
Tuohy [22] nota che lavorare con genitori maltrattanti è narcisisticamente svuotante per chi conduce la terapia, dato che queste famiglie hanno bisogni molto profondi, crisi frequenti e intense reazioni di transfert negativo. Tuohy riferisce che Altshul [47] ha evidenziato come, in queste situazioni, chi conduce la terapia possa mettere in atto alcune difese: negare la propria stanchezza e, attraverso la formazione reattiva, raddoppiare gli sforzi o identificarsi eccessivamente con la persona in cura, così da sentire di ricevere ciò che dà. Il rischio di burnout è molto elevato nel trattamento di questi pazienti e, per contrastarlo, Tuohy [22] suggerisce la presenza costante di una supervisione, il sostegno tra pari attraverso frequenti presentazioni di casi e la possibilità di dedicarsi ad altre attività professionali, come la progettazione di interventi, l’insegnamento, la ricerca e la formazione. La rabbia della persona in cura può mettere a dura prova la capacità terapeutica di resistere senza ritorsioni; al tempo stesso, per aiutare il genitore maltrattante, è cruciale rendergli più facile tollerare i sentimenti ambivalenti nel trattamento, permettendogli di fare l’esperienza di poter esprimere la propria rabbia senza la minaccia della distruzione o della perdita della figura terapeutica. Tuohy osserva che chi conduce la terapia rischia di negare la parte maltrattante del genitore quando non affronta i sentimenti di rabbia che la persona in cura comunica.
Green [15] nota che i genitori maltrattanti sono spesso provocatori e masochisti a causa del loro profondo e inconscio bisogno di trasformare la situazione di trattamento in una ripetizione delle loro precoci esperienze di rifiuto. Chi conduce la terapia dovrebbe essere preparato ad affrontare il controtransfert negativo, che comprende la naturale tendenza a indignarsi per il comportamento insensibile e crudele del genitore maltrattante verso il figlio o la figlia. Inoltre, il genitore maltrattante, che spesso mostra ostilità verso la figura terapeutica e scarsa collaborazione, salta gli appuntamenti e arriva in ritardo, costituisce un attacco all’equilibrio narcisistico di chi conduce la terapia, che non si sente riconosciuto nei propri sforzi.
L’analista deve prepararsi a vestire i panni di un oggetto controllante, critico e punitivo, di cui è difficile fidarsi [39]. I ruoli inconsci sia di vittima sia di aggressore vengono ricreati tanto nelle relazioni intime quanto nel transfert, e una visione paranoide del mondo, associata all’evitamento del contatto emotivo e alle difese contro i sentimenti di impotenza e di mancanza di valore, domina le prime fasi del trattamento, caratterizzando scambi transfert-controtransfert dominati da sentimenti di odio [48].
Alcuni psicoanalisti e psicoanaliste che hanno affrontato il tema del trattamento psicoanalitico di pazienti maltrattati hanno messo in evidenza la difficoltà di lavorare con il loro odio e con la struttura perversa che hanno sviluppato erotizzando l’odio.
Come afferma Milton [49], è l’identificazione con un oggetto maltrattante che disprezza i sentimenti del bambino spaventato ed erotizza sadicamente il dolore e l’odio a rendere più difficile il trattamento della persona in cura, che deve anche fare i conti con la profondità della propria corruzione, del proprio odio e della propria dipendenza dall’eccitazione perversa. Al tempo stesso, la struttura perversa può fornire stabilità e può essere la migliore soluzione psichica di compromesso, svolgendo molte funzioni: trasforma le esperienze dolorose in esperienze gratificanti e le stabilizza creando una dipendenza dall’eccitazione stimolata dalla crudeltà e dal sentimento di onnipotenza che l’accompagna; inoltre, quando l’area perversa del funzionamento è sufficientemente circoscritta e scissa, può consentire gradi tollerabili di funzionamento normale, proteggendo dal crollo psicotico [49].
L’esperienza con pazienti maltrattati insegna anche che l’analista deve fare attenzione a mostrare loro sia amore sia odio, avendo cura di mostrarli entrambi a piccole dosi: l’odio fa sentire la persona in analisi al sicuro, ma distrugge, mentre l’amore la fa sentire meno perseguitata, ma solo per un po’; poi può scatenare persecuzione. È un continuo dare e avere. Quando la temperatura emotiva è troppo alta, può essere talvolta utile, anche per instaurare una dimensione «come se» nella coppia analitica, osservare le dinamiche analoghe (di amore e di odio) che la persona in analisi vive al di fuori della coppia analitica [50].
Winnicott [51] scrisse che «qualunque sia il suo amore per i suoi pazienti, egli (l’analista) non può evitare di odiarli e di temerli, e quanto più se ne rende conto, tanto meno lascerà che l’odio e la paura determinino ciò che fa ai suoi pazienti» (p. 235).
Gabbard [52] si è occupato ampiamente di questo tema, evidenziando come l’odio della persona in analisi possa indurre nell’analista la tentazione di contrattaccare (attraverso azioni o interpretazioni usate come azioni ostili), il desiderio di ritirarsi in un’indifferenza distaccata o la negazione dell’odio stesso. Avverte che l’odio diventa persecutorio e distruttivo nel trattamento, in particolare quando è nascosto e negato, cosicché l’analista che cerca di offrire amore come antidoto all’odio non fa che spingere l’odio nella clandestinità e intensificarne la qualità persecutoria. È necessario che l’analista si chieda quali manovre difensive mette in atto per evitare di odiare la persona in analisi, consapevole del suo bisogno di un analista che le mostri di essere capace di provare odio e anche di tollerare di provarlo. La persona in analisi potrà tollerare il proprio odio solo se anche l’analista può permettersi di odiarla [52].
Un’altra tendenza difensiva è la tentazione di colludere con la scissione della persona in analisi, concentrandosi solo sui suoi aspetti buoni e amorevoli. Ferenczi [53,54] insegna molto sulle difficoltà dell’analista nell’accogliere il transfert negativo e su come il tentativo di andare incontro alla persona in analisi con infinita pazienza porti l’analista a riconoscere il proprio odio verso di essa. Come aveva già evidenziato Ferenczi, è un’approfondita analisi personale che può aiutare l’analista a sopportare il transfert negativo, il che implica innanzitutto sentirlo e soffrirlo sulla propria pelle, prima di trasformarlo in pensiero e poi in parole per la persona in analisi.
Gabbard [55], a questo proposito, osserva come gli analisti e le analiste, inconsapevoli del proprio odio, possano commettere violazioni dei confini a diversi livelli, razionalizzate considerando chi è in analisi una persona che ha subito gravi carenze e che ha bisogno, per migliorare, di una relazione reale con l’analista; e ci mette in guardia aiutandoci a riconoscere che ciò che fornisce un ambiente di holding è affrontare più apertamente l’odio piuttosto che offrire «amore», considerando che la persona maltrattata in analisi chiede di fare i conti con un attaccamento a un oggetto di odio e non di amore [55].
Al contrario, gli psicoanalisti e le psicoanaliste di formazione kohutiana, molto più ottimisti riguardo al trattamento del genitore maltrattante, sottolineano le potenzialità dello sviluppo di un transfert oggettuale-sé nella relazione analitica.
Secondo Green [15], nel pianificare il trattamento è necessario intervenire su tre livelli: ridurre i fattori di stress ambientali fornendo sostegno alla madre (per esempio, attraverso un programma di visite domiciliari e la disponibilità di servizi diurni per il bambino o la bambina), così che possa occuparsi del figlio secondo le proprie possibilità in attesa che queste aumentino; aiutare il bambino a essere meno angosciato; e offrire sostegno alla madre. L’idea di Green è che sia importante per il genitore vivere un’esperienza emotiva correttiva con un adulto accogliente, non critico e gratificante. Sottolinea inoltre che nel trattamento dei genitori maltrattanti vanno affrontate alcune difficoltà specifiche: come si può costruire un’alleanza terapeutica se chi conduce la terapia è coinvolto nelle segnalazioni al tribunale? Come può un genitore così fragile nell’autostima accettare un aiuto senza sentirsi criticato?
Green sottolinea che è necessario gratificare il genitore prima di avanzare richieste nei suoi confronti e che occorre cautela nel proporre un trattamento psicoterapeutico per il figlio o la figlia, perché il genitore, prima che si sia stabilita un’alleanza terapeutica con l’équipe curante, può vivere la terapeuta o il terapeuta del bambino come un rivale e sabotare così il trattamento [15].
Data la fragilità narcisistica di cui soffrono di solito i genitori che mettono in atto comportamenti maltrattanti, da una prospettiva kohutiana è cruciale lo sviluppo di un transfert oggettuale-sé. Le persone narcisisticamente vulnerabili hanno bisogno che la loro angoscia venga lenita per evitare di rivolgerla verso i figli. Eldridge e Finnican [34] raccomandano da parte di chi conduce la terapia un atteggiamento non critico, unito alla comprensione del fatto che il comportamento maltrattante indica un tentativo di mantenere la coesione del sé. Ciò favorirebbe lo sviluppo del transfert. Raccomandano di dare alla persona in cura il tempo di cui ha bisogno per mostrare il sé scisso e dolorosamente bisognoso, nonché il tempo necessario per sanare la scissione, e di non fornire interpretazioni nelle prime fasi del trattamento, perché potrebbero sopraffarla. Suggeriscono di rafforzare le funzioni di oggetto-sé evitando però di incoraggiare la regressione, fornendo interpretazioni dei desideri e delle aspirazioni della persona in cura, così che possa fare esperienza delle parti del sé murate dalla paura del rifiuto o della punizione. Secondo Eldridge e Finnican, questo modo di procedere in terapia, offrendosi come oggetto-sé, permette alla persona in cura di sentirsi intera e integrata, il che la porta a ridurre i comportamenti maltrattanti. Dall’esame della letteratura considerata per questa rassegna è emerso un solo contributo che riferisce in dettaglio il trattamento psicoanalitico individuale di madri maltrattanti nel contesto di un servizio pubblico [9]. Nell’esperienza di Brennan, quando i figli sono seguiti dai servizi di tutela dell’infanzia, raramente gli operatori si impegnano con i genitori per comprendere le origini delle loro difficoltà genitoriali e aiutarli davvero ad affrontarle. Secondo Brennan, la terapia psicoanalitica è il trattamento più appropriato perché è l’unico che affronta le origini profondamente inconsce dell’ostilità che i genitori agiscono contro i figli. Tuttavia, occorre tenere presenti alcune questioni: non tutti i genitori maltrattanti accettano la proposta di un trattamento psicoanalitico; non esistono studi empirici che dimostrino che la psicoterapia psicoanalitica sia efficace nel ridurre il rischio di comportamenti maltrattanti e, anche quando si rivela efficace, occorre molto tempo perché avvengano cambiamenti profondi nel genitore; infine, è possibile che nelle prime fasi del trattamento aumenti il rischio di agire sentimenti precedentemente rimossi [9]. Nonostante queste importanti questioni, Brennan decise di organizzare un servizio di psicoterapia psicoanalitica per genitori maltrattanti, mossa dal desiderio di aiutare sia i genitori sia i figli. Osservò che i genitori che non accettavano il trattamento o lo interrompevano precocemente erano quelli che soffrivano di un profondo senso di impotenza e sembravano rassegnati alla perdita. Ritiene che questi genitori avessero scoperto che il modo migliore per affrontare il proprio dolore mentale fosse abbandonare ogni fiducia e speranza, per evitare il rischio di un’ennesima insopportabile delusione: una manovra difensiva descritta da Symington [56] come il rifugiarsi nel bozzolo.
Brennan presenta alcune esemplificazioni cliniche: con madri che non si sono mai presentate agli appuntamenti, con madri che hanno interrotto prematuramente il trattamento e con madri che invece lo hanno proseguito per diversi anni. Evidenzia quanto spesso l’ostinato rifiuto dei genitori maltrattanti di iniziare un trattamento possa rivelare il loro desiderio inconscio di non occuparsi dei figli per proteggerli dalla propria ostilità, nella speranza che vengano affidati a famiglie più competenti. Quando le pazienti riescono a iniziare e a proseguire un trattamento a lungo termine, il precoce danno narcisistico subito non ha distrutto del tutto la loro speranza, probabilmente grazie ad alcune buone relazioni che hanno vissuto. Ciononostante, durante la terapia, Brennan ha fatto esperienza del terrore delle pazienti di diventare emotivamente vicine e di percepire la propria dipendenza, portando in primo piano anche la questione del transfert e del controtransfert negativi [9]. Nel corso della psicoterapia psicoanalitica con madri maltrattanti è apparso evidente che dai figli ci si aspettava che fossero potenziali salvatori, ma che venivano presto vissuti come persecutori: coloro che dimostrano la malvagità del genitore, la quale, essendo intollerabile, deve essere proiettata. Per effetto del transfert, nella relazione terapeutica la terapeuta assume il ruolo del persecutore e, al tempo stesso, si sente intensamente perseguitata dalla paziente, soffrendo sia il dolore di sentirsi privata sia il dolore di sentirsi privata. Questa esperienza emotiva, trasmessa attraverso l’identificazione proiettiva, permette alla terapeuta di «diventare la paziente» che ha subito privazioni nella propria infanzia e che, suo malgrado, ha inflitto maltrattamenti ai figli [9].
Brennan si chiede quanto queste pazienti possano spaventare chi conduce la terapia a causa delle intense pressioni transferali e in che misura ciò porti a evitare di approfondire il transfert. Aggiungerei: è forse anche a causa di questa paura che non vengono offerti trattamenti intensivi, ma, nel migliore dei casi, trattamenti settimanali? Brennan si chiede ancora se molti dei fallimenti delle terapie psicoanalitiche con queste pazienti non siano dovuti proprio alla resistenza inconscia di chi conduce la terapia a stare in contatto profondo, nella relazione di transfert e controtransfert, con livelli così alti e intensi di distruttività. I genitori maltrattanti si trovano spesso di fronte al compito impossibile di dover soddisfare i bisogni profondi dei figli senza riuscirci, perché nessuno ha mai soddisfatto i loro bisogni profondi, e l’analista, osserva Brennan, si trova controtransferalmente intrappolato nella posizione di chi cerca di soddisfare i bisogni opposti di due generazioni di famiglie pericolosamente deprivate. È comprensibile che, in questa situazione emotiva, chi conduce la terapia non se la senta di intraprendere e proseguire una relazione terapeutica a lungo termine che comporta livelli di dolore emotivo difficili da sopportare [9]. La relazione terapeutica è efficace se i bisogni profondi della persona in cura vengono soddisfatti, ma in casi simili la lotta contro le istanze distruttive può essere troppo dura.
Il lavoro psicoterapeutico nel servizio pubblico è ulteriormente complicato dal fatto che la persona in cura vive un transfert non solo verso chi conduce la terapia, ma anche verso l’istituzione, e chi conduce la terapia non può garantire una riservatezza assoluta, dovendo, quanto meno, segnalare se la persona si presenta o meno alle sedute.
Brennan conclude il suo lavoro con una riflessione su una questione molto complessa: la terapia genitoriale è per i genitori o per i figli? Quanto l’analista ha in mente la persona in cura e quanto ha in mente la protezione dei suoi figli? Come può la persona in cura sentire di essere nella mente dell’analista se sente che l’analista ha in mente prima di tutto i suoi figli? Come può l’analista gestire le relazioni con gli altri professionisti coinvolti nella tutela dell’infanzia? Come può usare le informazioni sulla persona in cura che provengono da altri professionisti e non dalla persona stessa?
Nonostante tutte queste importanti domande e tutte queste difficoltà, Brennan conclude che, nella sua esperienza, il servizio di psicoterapia psicoanalitica offerto ai genitori maltrattanti è un’opportunità unica per persone che altrimenti non avrebbero mai la possibilità di essere aiutate a fare i conti con il proprio lutto, la propria rabbia e la propria disperazione: persone spesso vittime di un passato di maltrattamenti e spietatamente esposte al rischio di diventare a loro volta genitori maltrattanti [9].
I risultati degli studi citati in precedenza sostengono lo sviluppo di interventi terapeutici basati sulla mentalizzazione, adeguatamente calibrati sui bisogni specifici di una genitorialità compromessa. I trattamenti basati sulla mentalizzazione, sviluppati inizialmente dal gruppo di ricerca dello psicoanalista Peter Fonagy presso lo University College London, possono essere considerati estensioni del lavoro pionieristico di Selma Fraiberg. Rosso [30] ha suggerito che le politiche di prevenzione dei servizi di welfare dovrebbero tenere conto del deficit di mentalizzazione, soprattutto se associato a uno stato mentale svalutante rispetto ai bisogni di attaccamento, come importante fattore di rischio di fallimento genitoriale. Berthelot e colleghi [32] hanno suggerito che concentrarsi sulla mentalizzazione può essere cruciale per individuare tempestivamente le persone con una storia di maltrattamento infantile in attesa di un figlio, poiché intervenire dopo il parto con le diadi genitore-bambino può essere già un passo troppo tardivo: i risultati [57] mostrano infatti che un impatto intergenerazionale del maltrattamento infantile può essere osservato poco dopo la nascita.
Alcuni studi sui trattamenti basati sulla mentalizzazione si sono concentrati specificamente sull’intervento con genitori maltrattanti. Schechter e Willheim [58] ritengono che sia necessario permettere alla persona in cura di sperimentare che cosa significhi considerare in sicurezza la mente di un’altra persona, mostrandole di saper riflettere sui suoi sentimenti senza disregolarsi. In questo modo, chi conduce la terapia fornisce una regolazione esterna e il sostegno necessario per cominciare a considerare la mente dei propri figli. Tenendo a mente la figura terapeutica, la persona in cura sviluppa gradualmente la capacità di tollerare i propri sentimenti quando si confronta con l’angoscia dei figli. L’azione mutativa non dipende da indicazioni didattiche, ma dallo sviluppo della capacità di considerare la mente dei figli, senza ritirarsi per paura di provare di nuovo affetti negativi sentendosi impotente e ritraumatizzata. Se la terapia ha aiutato il genitore a sviluppare una maggiore capacità di tollerare e regolare i propri affetti negativi suscitati dai figli, il genitore sarà più in grado di regolare le proprie emozioni e quindi più disposto a considerare gli stati mentali dei figli [58].
Intervenire sulla regolazione emotiva è cruciale, poiché deficit di regolazione affettiva sono stati ampiamente riscontrati nei genitori maltrattanti [59], e un recente studio empirico [60] ha confermato che le madri fisicamente maltrattanti hanno una difficoltà specifica nel riconoscere le emozioni negative, in particolare la tristezza. L’ipersensibilità e l’irritabilità del genitore indicano che lo sviluppo di una normale barriera agli stimoli è stato compromesso, presumibilmente in conseguenza di una relazione primaria che non ha protetto dagli stimoli. Nei casi in cui il genitore maltrattante sia stato a sua volta maltrattato, sua madre non solo non ha funzionato da barriera supplementare agli stimoli, proteggendolo da stimoli che non era ancora in grado di tollerare, ma lo ha sottoposto a una sovrastimolazione traumatica che ha compromesso lo sviluppo della capacità di regolazione emotiva [22]. Anche i deficit di regolazione emotiva si trasmettono da una generazione all’altra: se la madre non protegge il proprio bambino da stimoli che lei stessa non riesce a tollerare, il bambino non svilupperà le normali funzioni integrative dell’Io, piangerà facilmente in modo inconsolabile, soffrirà di disturbi del sonno e dell’alimentazione e mostrerà un’irrequietezza generale. Sarà quindi un bambino o una bambina difficile da gestire, che scatenerà ulteriormente la rabbia del genitore, alimentando così un circolo vizioso [22].
Il trattamento basato sulla mentalizzazione nasce dall’osservazione che i genitori maltrattanti che sono stati a loro volta bambini maltrattati sviluppano difese inefficaci contro il dolore mentale legato alle esperienze di maltrattamento subite in passato, e che queste difese non permettono lo sviluppo della capacità di mentalizzare ed elaborare il loro dolore emotivo. Al contrario, ricorrono difensivamente all’identificazione con l’aggressore [26,27]. Ensink e colleghi [61] hanno riscontrato che a compromettere la genitorialità è specificamente la capacità di mentalizzare le proprie esperienze traumatiche, più che la capacità generale di mentalizzare.
Negli ultimi 20 anni sono stati sviluppati diversi programmi per genitori basati sulla mentalizzazione [62,63], fondati su interventi sia individuali sia di gruppo.
Sadler, Slade e Mayes [64] hanno sviluppato un programma manualizzato di visite domiciliari per giovani madri primipare chiamato Minding the Baby (MTB), condotto alternativamente da personale infermieristico e da assistenti sociali una volta alla settimana dal terzo trimestre di gravidanza fino al primo anno di vita del bambino o della bambina, e ogni due settimane fino al secondo anno. Il personale infermieristico si occupava principalmente delle cure prenatali e dell’educazione sanitaria, mentre le assistenti sociali e gli assistenti sociali si dedicavano soprattutto alla salute mentale e alle questioni psicologiche riguardanti sia le madri sia i figli; entrambe le figure, tuttavia, utilizzavano tecniche specifiche per migliorare la mentalizzazione degli stati mentali propri e del figlio.
Baradon e colleghi [65] hanno sviluppato un trattamento di gruppo manualizzato a breve termine chiamato “New Beginnings”, rivolto a madri detenute con figli. Ogni gruppo, condotto da una o un esperto psicoterapeuta psicodinamico, comprendeva fino a sei madri con i loro neonati e durava quattro settimane consecutive, con due sedute settimanali di due ore. In ogni seduta veniva affrontato un tema scelto per attivare il sistema di attaccamento (per esempio, la gravidanza, le proprie esperienze infantili, le esperienze legate alla maternità); si dedicava del tempo al gioco con i bambini; e poi le madri venivano invitate a parlare dei loro figli, con particolare riferimento ai loro stati mentali.
Suchman e colleghi [66,67,68] hanno sviluppato il Mother and Toddler Program (MTP), rivolto a madri con abuso di sostanze e figli fino a 3 anni di età. L’obiettivo del programma, composto da 12 sedute individuali settimanali che includevano anche l’uso della videoregistrazione e una guida sullo sviluppo psicologico del bambino o della bambina, era aiutare le madri a prendere consapevolezza delle situazioni vissute con il figlio che suscitavano in loro difficoltà e a comprenderne con maggiore precisione gli stati mentali.
Nessuno di questi studi, tuttavia, ha affrontato specificamente il trattamento dei genitori maltrattanti. Solo due articoli recenti [69,70] riferiscono di trattamenti individuali, di coppia e di gruppo centrati sulla mentalizzazione con genitori maltrattanti. Hoffman e Prout [69] sottolineano l’importanza di un intervento genitoriale individuale o di gruppo nell’aiutare i genitori a padroneggiare le emozioni negative verso i figli, assumendo nei confronti del genitore una posizione riflessiva e non giudicante e concentrandosi su quali sentimenti portino il genitore a maltrattare i figli e quali emozioni dolorose scatenino il comportamento dirompente del bambino. Lo sculaccione viene pensato come il risultato di sentimenti di impotenza e di vulnerabilità da cui il genitore si difende, sentendosi inadeguatamente potente nel punire fisicamente il figlio. Lo sculaccione viene quindi concettualizzato come un comportamento manifesto derivante dal bisogno del genitore di evitare emozioni dolorose, e potrebbe essere evitato se il genitore venisse aiutato a comprendere quali stati mentali propri e del figlio causino il comportamento problematico, passando così da una posizione reattiva automatica a una posizione riflessiva [69].
La curiosità di chi conduce la terapia per le motivazioni dei comportamenti del bambino e del genitore aiuta il genitore a essere, a sua volta, curioso di comprendere quali stati mentali stiano alla base di questi comportamenti. Questo intervento, basato su principi psicoanalitici, si discosta dagli interventi cognitivo-comportamentali, in quanto la terapia non si limita a istruire il genitore su come agire, ma si sforza prima di tutto di comprendere il dolore del genitore e di dargli senso, anche attraverso l’attenta considerazione delle dinamiche di transfert e controtransfert. Accogliere e contenere le emozioni negative del genitore dando loro significato aiuta il genitore stesso a sviluppare gli strumenti per padroneggiare le emozioni da cui prima era sopraffatto [69].
Uno studio recente [70] descrive un intervento di gruppo chiamato Group Attachment-Based Intervention (GABI ©), rivolto a genitori molto isolati socialmente e a rischio, con figli fino a 5 anni. I genitori possono partecipare a tre gruppi alla settimana, ma possono anche scegliere di partecipare meno spesso. Ogni seduta di gruppo dura due ore: nella prima ora, ciascun genitore viene aiutato da una figura terapeutica a osservare gli stati mentali propri e del figlio nell’interazione di gioco, a sintonizzarsi su di essi e a rifletterci, mentre nella seconda ora i bambini restano in una sala giochi con le figure terapeutiche e i genitori partecipano a un gruppo genitori condotto da una figura terapeutica. Il gruppo genitori è centrato sulla riflessione sui propri stati mentali, sulla propria storia infantile e sugli stati mentali dei figli. Genitori e figli si ritrovano negli ultimi 15 minuti. La funzione riflessiva è considerata il segno distintivo di questo intervento, che in alcuni casi è integrato da una psicoterapia individuale intensiva a lungo termine e da altri interventi di sostegno [70].
In una rassegna sugli interventi con genitori maltrattanti volti a migliorare la relazione genitore-figlio promuovendo la sicurezza dell’attaccamento, Valentino [71] distingue tra interventi a breve termine (5–16 settimane) e a lungo termine (20 settimane–1 anno), con visite settimanali e il coinvolgimento della diade madre-bambino. Gli interventi a breve termine volti a migliorare la sensibilità materna sono stati valutati positivamente dai genitori, ma non sono disponibili dati sull’effettivo nuovo coinvolgimento di questi genitori nel sistema di tutela dell’infanzia.
Per quanto riguarda gli interventi a lungo termine, uno studio controllato randomizzato (RCT) [72] ha rilevato che la psicoterapia genitore-bambino era più efficace sia del Psychoeducational Parenting Intervention (PPI) sia degli interventi standard della comunità, normalmente disponibili tramite il Department of Social Services, nel favorire la sicurezza dell’attaccamento del bambino o della bambina. Inoltre, la psicoterapia genitore-bambino era più efficace nel mantenerla un anno dopo la fine dell’intervento. Come evidenziato in precedenza, la psicoterapia genitore-bambino è un intervento non direttivo volto a stabilire una solida alleanza terapeutica con il genitore, che, nel contesto di una relazione sicura con la figura terapeutica, può elaborare le esperienze passate in modo che non si ripetano più negativamente nella relazione attuale con il figlio o la figlia. Il PPI, invece, è un intervento educativo volto a insegnare ai genitori come avere interazioni più positive con i figli e abilità specifiche finalizzate a ridurre i comportamenti negativi.
Nell’organizzare gli interventi offerti dai servizi sociali e sanitari pubblici, tuttavia, è inevitabile tenere conto dei costi. I genitori maltrattanti hanno spesso bisogno di molteplici interventi, di cui quello psicologico è solo uno tra tanti. Vivono spesso in povertà e hanno bisogno di sostegno economico per provvedere ai propri bisogni di base; inoltre, hanno bisogno di un aiuto pratico nella gestione e nella cura dei figli finché le loro risorse psicologiche non conferiscano loro una maggiore capacità di occuparsene per un tempo più lungo. La riduzione delle risorse dei servizi sociali e sanitari porta allo sviluppo di interventi a breve termine e meno costosi, anche in termini di formazione del personale. Al tempo stesso, sul piano delle politiche sociali, è necessario considerare quali possano essere le conseguenze devastanti della mancanza di un intervento precoce centrato sulla diade genitore-bambino. I risultati degli studi in questo campo [73] indicano che l’intervento tipicamente offerto ai genitori maltrattanti, basato sulla gestione del caso, è insufficiente a evitare le conseguenze negative del maltrattamento, che comprendono disturbi della condotta, disturbi di personalità e disadattamento sociale, nonché la perpetuazione del ciclo del maltrattamento nelle generazioni successive.
Nel quadro della teoria dell’attaccamento sono stati recentemente sviluppati diversi programmi di intervento a breve termine rivolti a genitori maltrattanti o a rischio di maltrattamento, che si sono dimostrati efficaci, ma solo per i genitori che non hanno vissuto esperienze infantili traumatiche e che non sono particolarmente vulnerabili sul piano narcisistico [74].
Moss e colleghi [73] riferiscono che un intervento basato sull’attaccamento, composto da otto visite domiciliari settimanali, è stato efficace nel migliorare la sensibilità in un gruppo di genitori maltrattanti; tuttavia, un esame attento dello studio mostra che il 72% dei genitori era stato segnalato per trascuratezza e non per maltrattamento fisico, e che il follow-up è stato condotto solo 10 settimane dopo. Moran e colleghi [75] hanno riferito che gli interventi a breve termine basati sull’attaccamento non erano efficaci nel favorire la sicurezza dell’attaccamento o la sensibilità materna nelle madri adolescenti che avevano stati mentali disorganizzati rispetto alle proprie esperienze infantili di attaccamento e/o che avevano subito abusi fisici o sessuali nell’infanzia. Anche Steele e colleghi [76] hanno osservato che l’aver vissuto esperienze infantili negative modera l’effetto del GABI ©, che si rivela meno efficace in questi casi. Van der Asdonk e colleghi [74] notano che i genitori che hanno subito maltrattamenti nell’infanzia rappresentano un gruppo specifico di genitori con cui è più difficile intervenire efficacemente. Lo studio ha inoltre rilevato che i genitori maltrattanti che hanno vissuto esperienze più traumatiche rispondono meno bene all’intervento breve, e questi risultati indicano che è necessario individuare precocemente questi genitori per offrire loro l’intervento più appropriato, volto a elaborare il prima possibile le loro esperienze traumatiche.
Va infine notato che questa rassegna mette in luce l’assenza di studi che valutino l’efficacia dei trattamenti specificamente psicoanalitici, e pertanto gli studi citati non rientrano tra i programmi di trattamento basati sulle evidenze per i genitori maltrattanti.
La ricerca ha ampiamente evidenziato che la maggior parte delle persone che hanno subito maltrattamenti nell’infanzia sviluppa disturbi mentali, manifesta problemi di adattamento psicosociale e, in molti casi, diventa a sua volta un adulto maltrattante [1,2]. Prevenire il maltrattamento infantile e curare i bambini e le bambine maltrattati e i genitori maltrattanti sono quindi questioni urgenti di salute pubblica.
Quando un bambino o una bambina è a rischio di maltrattamento in famiglia, o quando il maltrattamento è già avvenuto, una questione cruciale riguarda la valutazione dell’opportunità di allontanarlo dalla famiglia o della possibilità che un intervento nella famiglia prevenga futuri maltrattamenti. Come stabilito dal Children Act del 1989 [8], lo sviluppo del bambino o della bambina è favorito dalla permanenza in famiglia ogni volta che la sua sicurezza è garantita, e i servizi sociali dovrebbero trovare un equilibrio tra la protezione dei minori e la garanzia che possano restare con le loro famiglie [9]. Sviluppare nei servizi sanitari pubblici strategie di prevenzione e di intervento volte a riparare, quando possibile, la relazione genitore-figlio dovrebbe essere una priorità sociale.
Gli studi psicoanalitici si sono concentrati sulla comprensione del mondo interno dei genitori maltrattanti e sull’individuazione degli interventi che possono aiutarli a diventare genitori più competenti. Questo articolo cerca di presentare una rassegna narrativa degli studi psicoanalitici in questo campo, concentrandosi specificamente sulle dinamiche intrapsichiche dei genitori fisicamente maltrattanti e sui trattamenti sviluppati dalla psicoanalisi per curarli.
L’articolo si concentra specificamente sul maltrattamento fisico, seguendo la raccomandazione [14] di non accorpare diversi tipi di maltrattamento, poiché è noto da tempo che, per esempio, l’abuso sessuale è una questione completamente distinta dal maltrattamento fisico [3].
È stata condotta una rassegna narrativa allo scopo di presentare un quadro d’insieme degli studi psicoanalitici in questo campo, concentrandosi sulle dinamiche intrapsichiche dei genitori che maltrattano fisicamente i figli e sull’intervento terapeutico.
Per quanto riguarda le dinamiche intrapsichiche, la rassegna ha messo in luce il ruolo predominante della trasmissione transgenerazionale del maltrattamento e della fragilità narcisistica. Non tutte le persone maltrattate diventano a loro volta maltrattanti, e ciò dipende da quanto l’esperienza del maltrattamento sia stata elaborata e accettata senza ricorrere a difese svalutanti o fondate sull’identificazione con l’aggressore. Non tutti i genitori maltrattanti sono stati maltrattati fisicamente nell’infanzia, ma anche quelli che non hanno subito maltrattamenti hanno sofferto di una mancanza di riconoscimento e di convalida da parte dei propri genitori, una mancanza che ha prodotto una profonda vulnerabilità narcisistica che li porta, quando a loro volta diventano genitori, ad aver bisogno che i figli sostengano il loro fragile equilibrio narcisistico. Sono quindi davvero psichicamente impreparati a sostenere i bisogni dei figli e non riescono a comprendere l’aggressività dei bambini come una pulsione vitale. Il maltrattamento fisico, in questi casi, segue sentimenti di impotenza e di vulnerabilità suscitati dalle richieste dei figli, per loro intollerabili.
I trattamenti terapeutici sviluppati nella clinica psicoanalitica si concentrano quindi sull’aiutare il genitore a fare i conti con le esperienze passate e con la propria vulnerabilità narcisistica. Sono risultati prevalenti gli interventi basati sulla psicoterapia madre-bambino e sulla mentalizzazione, mentre la letteratura sul trattamento psicoanalitico individuale intensivo è molto scarsa.
La ricerca sull’efficacia dei trattamenti ha mostrato che, mentre gli interventi terapeutici brevi volti a migliorare la sensibilità genitoriale sono efficaci in molti altri casi, i genitori che hanno vissuto esperienze infantili traumatiche hanno bisogno di interventi terapeutici intensivi a lungo termine.
La ricerca psicoanalitica ha evidenziato quanto l’intervento psicoanalitico in questi casi sia molto difficile, poiché presenta difficoltà specifiche nella gestione del transfert e del controtransfert negativi. Non è stato trovato alcun articolo centrato sull’efficacia del trattamento psicoanalitico individuale a lungo termine, e la rassegna ha mostrato anche che gli interventi sono rivolti quasi sempre alle madri, sebbene diversi autori e autrici abbiano sottolineato la necessità di coinvolgere entrambi i genitori.
Questa rassegna mette in luce anche un altro importante limite degli studi psicoanalitici sul trattamento dei genitori fisicamente maltrattanti, ossia l’assenza di studi controllati sulla loro efficacia. Come già detto, gli studi psicoanalitici qui citati non rientrano tra i trattamenti basati sulle evidenze. Si ritiene che la ricerca futura debba innanzitutto colmare questa lacuna. Come è noto, la questione della ricerca sugli esiti in psicoanalisi è molto complessa, eppure sforzi in questa direzione sono necessari perché l’efficacia degli interventi psicoanalitici possa essere dimostrata.
In particolare, nell’ambito del trattamento dei genitori fisicamente maltrattanti, la ricerca può essere ulteriormente complicata dal fatto che i servizi sanitari pubblici lamentano spesso di non disporre dei mezzi finanziari per offrire trattamenti a lungo termine e che questi genitori, soprattutto se provengono da famiglie a basso reddito, non possono accedere a trattamenti in contesti privati.
Questa rassegna ha inoltre evidenziato che gli studi individuati erano per lo più datati. Ciò porta a chiedersi perché la psicoanalisi si sia a lungo occupata molto meno della comprensione dei genitori fisicamente maltrattanti e del loro trattamento, mentre abbondano gli studi recenti sui bambini e sulle bambine maltrattati e sul loro trattamento. Dal mio punto di vista, sarebbe auspicabile che la ricerca futura in questo campo riprendesse vigore e che psicoanalisti e psicoanaliste fossero incoraggiati a scrivere e pubblicare i propri studi in quest’area, considerando che, nonostante l’assenza di studi controllati, il contributo della comprensione psicoanalitica può essere utile e può contribuire al trattamento dei genitori favorendo una crescita più sana dei figli.
Questa rassegna si è concentrata sul contributo della psicoanalisi alla comprensione delle dinamiche intrapsichiche dei genitori maltrattanti e allo sviluppo di interventi terapeutici specifici. Per quanto riguarda il maltrattamento fisico, è emerso che solo il 5% circa degli studi si occupa della valutazione e dell’intervento terapeutico con i genitori, mentre la maggior parte degli studi riguarda i bambini e le bambine maltrattati. Eppure, vi sono ampie prove che un intervento precoce con i genitori è necessario per evitare conseguenze devastanti e interrompere il ciclo del maltrattamento.
La letteratura sulla relazione padre-figlio è del tutto assente: quasi tutti i lavori sull’intervento si concentrano sulla relazione madre-bambino. Sono inoltre pochissimi gli studi centrati sul trattamento psicoanalitico individuale. La quasi assenza di letteratura sul trattamento psicoanalitico individuale e la scarsità di contributi sul trattamento dei genitori maltrattanti portano a chiedersi se queste persone suscitino in chi fa terapia reazioni controtransferali negative così gravi da indurre a evitare di prenderle in cura. In effetti, la questione del transfert e del controtransfert negativi è stata affrontata nella maggior parte degli articoli esaminati.
La rassegna mette in luce anche l’assenza di studi controllati volti a sostenere l’efficacia degli interventi psicoanalitici rivolti ai genitori fisicamente maltrattanti. Si raccomanda che la ricerca futura si muova in questa direzione.
Complexe Systémique: punti chiave
Questa rassegna ricorda qualcosa che la tutela dell’infanzia dimentica spesso: allontanare il minore protegge dai colpi, ma non dalla relazione interiorizzata con un genitore rimasto «cattivo». Da qui la scommessa di riparare il legame ogni volta che la sicurezza è garantita. Vengono descritti con precisione due meccanismi: la ripetizione transgenerazionale, che si interrompe quando il dolore dell’infanzia può essere sentito invece che negato, e la fragilità narcisistica del genitore, che vive i bisogni, il pianto o l’affermazione di sé del figlio come un attacco. Per la pratica sistemica contano tre punti. Il maltrattamento viene pensato come una questione di coppia, in cui anche il genitore non maltrattante ha una parte. Il controtransfert negativo potrebbe spiegare perché a questi genitori vengano offerte così poche cure intensive. E gli interventi brevi falliscono proprio con i genitori più traumatizzati. Limiti: una rassegna narrativa, fonti spesso datate, nessuno studio sulla psicoanalisi individuale e padri quasi assenti. Da leggere insieme alla rassegna sistematica sulle psicoterapie diadiche genitore-bambino per il trauma evolutivo e all’articolo sulla mentalizzazione nei genitori vulnerabili.
Note dell’originale
Dichiarazione del comitato etico. Non applicabile.
Dichiarazione di consenso informato. Non applicabile.
Conflitti di interesse. L’autrice dichiara di non avere conflitti di interesse.
Finanziamenti. Questa ricerca non ha ricevuto finanziamenti esterni.
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Traduzione non ufficiale di Psychoanalytic Interventions with Abusive Parents: An Opportunity for Children’s Mental Health, di Anna Maria Rosso, International Journal of Environmental Research and Public Health, vol. 19, n. 20, 13015 (2022), doi: 10.3390/ijerph192013015, con licenza CC BY 4.0. Traduzione in italiano e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
L’articolo originale, «Psychoanalytic Interventions with Abusive Parents: An Opportunity for Children’s Mental Health», è stato pubblicato in International Journal of Environmental Research and Public Health (2022) con licenza CC BY 4.0. Traduzione non ufficiale di Complexe Systémique, realizzata con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Rosso, A. M. (2022). Psychoanalytic Interventions with Abusive Parents: An Opportunity for Children’s Mental Health. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/psychoanalytic-interventions-with-abusive-parents-an-opportunity-for-children-s-mental (Opera originale pubblicata nel 2022 in International Journal of Environmental Research and Public Health, 19(20), 13015 (2022); ripubblicata nel 2022 da International Journal of Environmental Research and Public Health, https://www.mdpi.com/1660-4601/19/20/13015)
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