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Adoption & Fostering · Lutto
Per decenni l’Irlanda ha sottratto a migliaia di madri non sposate i loro bambini, nel segreto e nella vergogna. Sei di queste «prime madri» raccontano il parto disumanizzante, la dissociazione che ne è seguita e, anni dopo, il momento in cui parole terapeutiche hanno dato al loro dolore il nome di lutto. Lo studio mostra come rompere il silenzio e ritrovare la persona messa al mondo, ormai adulta, le abbia aiutate a riconquistare autonomia e legame.
Traduzione non ufficiale in italiano di ‘My scar is called adoption’: The lived experiences of Irish mothers who have lost a child through closed adoption, di Deborah McNamara, Jonathan Egan e Pádraig McNeela, pubblicato in Adoption & Fostering (SAGE) (2021), doi: 10.1177/03085759211011734, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La tabella è presentata sotto forma di elenco; le dichiarazioni di fine articolo sono raggruppate nelle note; le biografie non sono riprodotte. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Pensavo che dovesse morire qualcuno per essere in lutto.
Sarah, partecipante, citata da Deborah McNamara, Jonathan Egan e Pádraig McNeela
Abstract
La ricerca precedente ha costantemente individuato la necessità di un modello organico di lavoro con le prime madri nell’ambito dell’adozione. Questa lacuna conoscitiva ha ostacolato lo sviluppo dei servizi, a scapito della qualità della vita e del benessere di questo gruppo. Il presente studio si propone di colmare tale carenza esplorando le esperienze vissute di madri irlandesi che hanno perso un figlio o una figlia a causa di un’adozione chiusa. Intende ampliare la comprensione dell’impatto di tale perdita, esplorando in particolare il modo in cui essa incide sul loro percorso di riavvicinamento e ricongiungimento con la persona messa al mondo, ormai adulta. Sono state condotte interviste semistrutturate con sei donne irlandesi che avevano perso così la propria creatura, e i loro racconti sono stati analizzati mediante l’analisi fenomenologica interpretativa (IPA). Dai dati sono emersi due temi superordinati: «Maternità nascosta: la perdita di autonomia e di connessione» e «Maternità rivelata: un percorso verso l’autonomia e la riconnessione». All’interno di ciascun tema superordinato ne sono stati individuati due subordinati: «Disumanizzate, private di potere e ignorate», «Far fronte attraverso la disconnessione», «Rompere il silenzio» e «Ricongiungimento e riconnessione». I primi due racchiudono la perdita di autonomia personale e di connessione derivante dalla perdita della propria creatura e il modo in cui le partecipanti vi hanno fatto fronte. Gli altri due descrivono le esperienze di crescita dell’autonomia personale e della capacità di agire vissute dalle partecipanti attraverso il processo di rottura del silenzio sulla loro maternità nascosta e di riconnessione e ricongiungimento con le persone, ormai adulte, che avevano messo al mondo. I risultati indicano che il ricorso a servizi terapeutici e/o al supporto tra pari in ambito adottivo consente alle partecipanti di esprimere i propri sentimenti di lutto e di passare da strategie di coping dominate dalla disconnessione ad altre segnate dall’elaborazione autonoma delle emozioni e da nuovi schemi di coping. Il processo di ricongiungimento con la prole svolge un ruolo significativo in questa transizione.
Parole chiave: prime madri, adozione chiusa, perdita, analisi fenomenologica interpretativa, Irlanda
La perdita di un figlio o di una figlia a causa di un’adozione chiusa è un’esperienza profondamente unica, spesso carica di intensi sentimenti di lutto, perdita, vergogna, colpa, rimorso e isolamento (Madden, et al., 2018). Comporta spesso conseguenze fisiche, psicologiche e socio-interpersonali che durano tutta la vita per le persone coinvolte (Henney, et al., 2007). Una reazione di lutto prolungata e complicata, aggravata dalla sua natura non riconosciuta e ambigua, è uno di questi effetti costantemente riportati in letteratura (Coleman and Garratt, 2016; Madden, et al., 2016). Sebbene la risposta di ciascuna prima madre sia personale e individuale, è stato rilevato che diverse variabili incidono sull’adattamento post-adozione. Tra queste figurano la coercizione (DeSimone, 1996; Madden, et al., 2016), la disponibilità di sostegno (Krahn and Sullivan, 2015; Triseliotis, Feast and Kyle, 2005; Wiley and Baden, 2005) ed eventi di vita successivi, come le relazioni intime e la genitorialità nei confronti di altri figli (Henney, et al., 2007; Krahn and Sullivan, 2015). Anche la qualità e la quantità dei contatti tra una prima madre e la persona adottata, ormai adulta, diversi decenni dopo possono avere un peso (Ge, et al., 2008; McRoy, et al., 2007).
Il linguaggio dell’adozione è cambiato negli ultimi decenni. In particolare, la terminologia usata per descrivere le esperienze delle madri che hanno perso la propria creatura a causa dell’adozione è stata oggetto di un ampio dibattito. Sebbene termini come «madre biologica» e «madre naturale» siano stati ampiamente utilizzati, c’è chi li considera etichette riduttive e stigmatizzanti imposte da figure professionali ignoranti e insensibili (Wilson, Lordan and Mullender, 2004). Analogamente, termini come «rinuncia» e «collocamento» riferiti alle circostanze dell’adozione chiusa sono stati criticati perché non rappresentano fedelmente le esperienze di madri che si sono sentite costrette alla decisione (Wiley and Baden, 2005). Dopo essere state consultate sulla formulazione che, a loro avviso, rifletteva con precisione e rispettava il modo in cui sceglievano di definirsi, le donne che hanno partecipato a questo studio hanno indicato come più appropriati i termini «prima madre» e «madri che hanno perso un figlio o una figlia a causa di un’adozione chiusa». Lo studio utilizzerà quindi questi termini in tutto il testo.
L’adozione chiusa da parte di estranei, talvolta chiamata adozione riservata, si definisce come la situazione in cui un bambino o una bambina viene adottato da una famiglia sconosciuta ai suoi parenti biologici, senza che le due parti si scambino alcuna informazione identificativa sulla famiglia d’origine o sulla famiglia adottiva e senza alcun contatto prima o dopo l’adozione (Coleman and Garratt, 2016).
L’adozione in Irlanda ha una storia complessa e controversa. Fu disciplinata per la prima volta dalla legge sull’adozione del 1952 (Adoption Act). All’epoca la Chiesa cattolica romana esercitava una forte influenza sullo Stato irlandese e poté imporre nei confronti delle madri non sposate un atteggiamento e un trattamento pressoché indiscussi (Wilson, Lordan and Mullender, 2004). Mettere al mondo un figlio fuori dal matrimonio era considerato dalla società uno scandalo indicibile: queste madri venivano condannate come peccatrici e la loro prole come contaminata (Milotte, 1997). L’adozione era quindi vista come la soluzione «completa», che proteggeva le madri dallo stigma sociale e dalla vergogna di una gravidanza fuori dal matrimonio e preservava la prole dallo stigma dell’«illegittimità», rispondendo al tempo stesso ai bisogni delle coppie che non potevano avere figli propri (McCaughren and Lovett, 2014). Per diversi decenni le pratiche adottive furono in larga misura chiuse e caratterizzate dalla segretezza. Questo clima sociale portò, nel 1967, a un picco del 97% di bambini nati fuori dal matrimonio dati in adozione (Adoption Authority of Ireland, 2012) e a una media di mille adozioni chiuse all’anno nei due decenni successivi. Da allora diversi fattori hanno contribuito a un cambiamento significativo delle tendenze dell’adozione in Irlanda, principalmente l’introduzione nel 1973 di un sussidio per le «madri non sposate» (Considine and Dukelow, 2009), l’abolizione dello status di illegittimità nel 1987 (Farren, 1998) e il declino dell’influenza della Chiesa sullo Stato (Wilson, Lordan and Mullender, 2004).
Più di recente sono emersi diversi scandali legati all’adozione, che hanno portato a un esame più attento delle pratiche adottive negli istituti e nelle agenzie gestiti dalla Chiesa (Department of Children, Equality, Disability, Integration and Youth, 2021). La scoperta nel 2018 di una fossa comune e di resti di neonati in una fossa settica presso la casa per madri e bambini di Tuam, nella contea di Galway, ha messo in luce la natura storicamente disumanizzante del sistema adottivo irlandese (BBC News, 2018). Inoltre, molte prime madri che per decenni avevano taciuto le proprie esperienze hanno cominciato a esprimere la loro frustrazione e la loro sofferenza per il trattamento subito (Kelly, 2005; Redmond, et al., 2012).
Sebbene vi siano alcuni segnali di cambiamento, le tensioni esistenti tra le basi legislative storiche e attuali dell’adozione nazionale minacciano le possibilità di progresso (McCaughren and Lovett, 2014). Il percorso verso una riforma legislativa in materia di ricerca e ricongiungimento, sotto forma del disegno di legge Adoption Information and Tracing Bill 2016, è stato particolarmente lungo. Presentato per la prima volta nel 2001, il disegno di legge avrebbe reso un reato per le persone adottate stabilire un contatto diretto con membri della famiglia d’origine senza il loro previo consenso espresso (O’Brien and Mitra, 2018). Accantonato nel 2003 dopo un’efficace azione di pressione delle organizzazioni del settore adottivo e infine pubblicato 14 anni dopo, nel 2016, il disegno di legge non è ancora stato approvato. Il diritto delle persone adottate al proprio certificato di nascita originale resta una questione controversa.
Al centro della perdita della propria creatura a causa di un’adozione chiusa si trova, per la prima madre, l’esperienza del lutto non riconosciuto, ossia un lutto che non è apertamente riconosciuto, socialmente convalidato o pubblicamente vissuto (Doka, 2008). La segretezza e lo stigma che circondavano la gravidanza fuori dal matrimonio in Irlanda hanno intensificato il processo di lutto e negato alle madri il riconoscimento dei propri sentimenti e il sostegno altrui (Cowie, 2011; Davidson, 2010; DeSimone, 1996). Al tempo stesso, la creatura – pur fisicamente assente – resta psicologicamente presente, non solo nelle ricorrenze significative ma anche nella vita quotidiana (Boss, 1999; Fravel, McRoy and Grotevant, 2000). Ricorrendo al concetto di perdita ambigua, Boss (1999; 2007) sostiene che si tratta di uno dei tipi di perdita più stressanti, a causa della mancanza di una conferma ufficiale e di rituali di sostegno e dell’impossibilità di una risoluzione (Boss, 2016). Di conseguenza, la persona resta spesso isolata e lasciata sola ad affrontarla, sospesa tra speranza e disperazione, con un lutto persistente che rischia di essere patologizzato (Boss, 1999, 2006, 2007).
Le reazioni di lutto delle prime madri descritte in letteratura comprendono un insieme di reazioni fisiche, psicologiche e socio-interpersonali (Henney, et al., 2007). Le risposte psicologiche, spesso represse, includono sentimenti di vergogna, colpa, rabbia, tristezza, rimorso e rimpianto (Kelly, 2005; Namerow, Kalmuss and Cushman, 1997; Triseliotis, Feast and Kyle, 2005). Possono manifestarsi come sintomi di ansia e depressione, dipendenza da sostanze, calo dell’autostima, sintomi somatici, infertilità secondaria e disturbo da stress post-traumatico (Andrews, 2009; Bouchier, Lambert and Triseliotis, 1991; Brodzinsky, 1990; Christian, et al., 1997; Deykin, Campbell and Patti, 1984; Fessler, 2006; Jones, 1993; Kavanagh, 2015; Sorosky, Baran and Pannor, 1978). Tra i fattori associati al disagio psicologico figurano il sentirsi costrette alla decisione di adozione, la mancanza di sostegno da parte della famiglia e delle figure professionali, le scarse occasioni di parlare delle proprie esperienze, la soppressione delle emozioni e gli esiti negativi della ricerca e del ricongiungimento (Cushman, Kalmuss and Namerow, 1997; De Simone, 1996; Logan, 1996). Anche le relazioni sociali ne risentono, comprese quelle delle prime madri con i genitori, le persone coetanee, i partner e gli altri figli (Rynearson, 1982). In particolare, riferiscono di essersi imposte standard genitoriali irraggiungibili e un atteggiamento iperprotettivo verso gli altri figli, con una certa riluttanza a favorirne il passaggio all’indipendenza (Howe, Sawbridge and Hinings, 1992).
Una questione chiave che emerge da questa situazione è se tale lutto possa risolversi e, in caso affermativo, in quali circostanze. Sebbene la natura non riconosciuta e ambigua della perdita renda probabilmente più difficile la ripresa (Lauderdale and Boyle, 1994; Weinreb and Konstam, 1995), uno studio qualitativo di Kane (2018) suggerisce che per le prime madri è possibile un lutto sano se viene data loro l’opportunità di condividere le proprie esperienze nella loro interezza e se tali esperienze vengono riconosciute e i loro sentimenti convalidati. Più specificamente, il processo di ricongiungimento e di riconnessione con la persona adottata in età adulta è particolarmente significativo. Le prime madri che hanno accettato o avviato il contatto descrivono un senso di sollievo nel conoscere le condizioni di vita del figlio o della figlia (Kelly, 2005; March, 2014) e sottolineano che avrebbero comunque avviato e accettato il contatto, qualunque fosse l’esito (Silverman, et al., 1988). Tra i principali benefici individuati nello studio di Triseliotis e del suo gruppo di ricerca (2005) figuravano la diminuzione dei sentimenti di colpa, tristezza, lutto e confusione, nonché un aumento dell’autostima e un miglioramento dello stato emotivo. Inoltre, le madri che avevano intrapreso la ricerca avevano maggiori probabilità di aver seguito un percorso di counselling e/o di aver partecipato a gruppi di sostegno in ambito adottivo rispetto a quelle che non l’avevano fatto (Affleck and Steed, 2001; Triseliotis, Feast and Kyle, 2005). Pertanto, indipendentemente dall’esito, il contatto aiuta di solito la prima madre offrendole una guarigione emotiva e il sollievo di conoscere le condizioni di vita della propria creatura.
Sono state condotte interviste semistrutturate con sei madri che avevano perso un figlio o una figlia attraverso il processo dell’adozione chiusa. Per analizzare le informazioni è stato utilizzato il quadro dell’analisi fenomenologica interpretativa (IPA) (Pietkiewicz and Smith, 2014; Smith, Flowers and Larkin, 2009). Questo approccio attribuisce un’importanza centrale al significato individuale conferito alle esperienze salienti (Smith and Rhodes, 2015) e richiede a chi conduce la ricerca di dare un senso alle risposte di ciascuna persona partecipante, che a sua volta cerca di dare un senso a sé stessa (Osborn and Smith, 2008). Data la delicatezza dei dati, sono state applicate ampie misure di tutela della protezione dei dati e l’approvazione etica è stata rilasciata dal Comitato etico per la ricerca della National University of Ireland, Galway.
L’impegno dell’IPA verso un’indagine idiografica incoraggia lo studio di campioni piccoli, selezionati intenzionalmente e ragionevolmente omogenei (Charlick, et al., 2016). In linea con queste indicazioni, sei madri che avevano vissuto la perdita di un figlio o di una figlia a causa di un’adozione chiusa hanno accettato di partecipare. Al momento dell’intervista avevano tra i 47 e i 67 anni (M = 56 anni) e il tempo trascorso dall’adozione variava da 30 a 44 anni. Al momento dell’adozione le partecipanti avevano tra i 17 e i 32 anni (M = 20.5 anni). Cinque donne avevano cercato la propria creatura in età adulta e una era stata cercata. Cinque avevano vissuto incontri di ricongiungimento, e quattro di loro erano rimaste in contatto con il figlio o la figlia. I dati sociodemografici sono riportati nella tabella 1.
Tabella 1 — Dati sociodemografici delle partecipanti
L’analisi IPA ha individuato due temi superordinati, «Maternità nascosta: la perdita di autonomia e di connessione» e «Maternità rivelata: un percorso verso l’autonomia e la riconnessione». All’interno di ciascuno sono stati sviluppati due temi subordinati: «Disumanizzate, private di potere e ignorate», «Far fronte attraverso la disconnessione», «Rompere il silenzio» e «Ricongiungimento e riconnessione». Verranno ora discussi in dettaglio.
Questo tema superordinato racchiude la perdita di autonomia personale e di connessione imposta alle partecipanti dall’esperienza di perdere un figlio o una figlia a causa di un’adozione chiusa.
Questo sottotema illustra la perdita di autonomia personale e di connessione descritta da tutte e sei le partecipanti. Si è prodotta in un contesto culturale di segretezza e vergogna che all’epoca circondava la maternità da nubile; ciò aiuta a spiegare la sensazione delle madri di essere state «disumanizzate, private di potere e ignorate» dalla famiglia e dalle figure professionali che avevano incontrato. Il loro destino e quello dei loro neonati venivano decisi senza il loro coinvolgimento, senza tener conto dei loro desideri né dei loro bisogni emotivi.
Questa esperienza disumanizzante emerge dal racconto di Niamh:
Avevi partorito. Non lo faresti nemmeno a un cane. Strappare il bambino alla madre a pochi giorni dalla nascita, consegnarlo e pretendere che la madre lo consegni. Dirle: «Buona vita, vattene e non parlarne mai più, perché sei un essere umano orribile». Cioè, era una cosa contro natura.
La sua esperienza è in netto contrasto con l’immagine sociale della maternità cattolica come ruolo rispettato e celebrato, dotato di autonomia decisionale e di uno stretto legame emotivo. L’analogia che stabilisce tra la propria esperienza e un trattamento che non si infliggerebbe nemmeno a «un cane» sottolinea il contrasto con l’esperienza tradizionale del parto. Non era vista come una persona con sentimenti e bisogni emotivi, ed era stata esclusa dalle normali convenzioni sociali.
Anche Sarah ha scelto una metafora animale per dare forma alla propria esperienza di disumanizzazione:
Sono diventata il bersaglio privilegiato delle visite, al punto che un giorno sono crollata e ho detto: «Dovete smettere. Dovete smettere e basta». La porta della stanza non si fermava mai… quella sfilata di camici bianchi. E lo so che dovevano imparare, ma mi sentivo una cavia. Questo l’ho detto, sa, qualcuno dovrà risponderne. Ero completamente traumatizzata.
Sottolinea la propria angoscia per le ripetute visite fisiche da parte del personale medico e di chi studiava, e la metafora della «cavia» trasmette la sensazione di essere considerata meno che umana, un animale da laboratorio su cui si sperimenta, vulnerabile e alla mercé altrui. Ne è rimasta «completamente traumatizzata» e, ancora una volta, la sua esperienza è del tutto in contrasto con l’aspettativa sociale di un’assistenza alla maternità che tratti le madri con dignità, rispetto e compassione.
Nel contesto familiare, cinque delle sei partecipanti hanno raccontato di essere state escluse dalla pianificazione e dal processo decisionale sul proprio destino. La loro passività e la mancanza di potere sulla propria vita si manifestano nei tentativi di esercitare un controllo sul destino del proprio neonato. Il tema della privazione di potere rappresenta queste esperienze, come mostra il racconto di Jane:
Ho chiamato mia madre per dirle che volevo tenerlo, sa. E lei semplicemente… semplicemente mi dice: «Be’, non aspettarti di ricevere nessun aiuto qui a casa». E io ho pensato: «Ah». E le dico: «Be’, magari potrei tenerlo qui?». Ma certo. E cosa diranno tutti i parenti là? Sa. E le ho riattaccato il telefono in faccia. E lei ha richiamato e, santo cielo, se mi ha detto di non riattaccarle mai più per nessun motivo. Sa, era proprio… era così ostile.
Il desiderio naturale di Jane di tenere con sé il suo bambino si è scontrato immediatamente con l’opposizione e con il ritiro del sostegno di cui aveva bisogno. Il suo bisogno innato di neomadre di restare accanto al proprio piccolo è stato ignorato e contrapposto alla disapprovazione attesa da parte della parentela. Anche questo contrasta con le aspettative sociali di nascite accolte con gioia e dell’affiancamento premuroso di nonne e nonni felici.
Questo tema della disumanizzazione e della privazione di potere ha dominato i racconti di cinque delle madri, che hanno fornito molti esempi sconvolgenti: partorire da sole, indifferenza verso i sintomi fisici, rifiuto di alleviare il dolore e disprezzo generale per la loro situazione. L’unica eccezione è stata Jane, che ha descritto un’esperienza molto diversa di assistenza alla maternità, caratterizzata da compassione e sostegno. Attribuisce alla gentilezza ricevuta, e al ricordo del tempo prezioso trascorso con suo figlio, un ruolo essenziale nel far fronte al dolore di perderlo negli anni successivi:
… il personale infermieristico ti incoraggiava. Ti dicevano: non avere paura di parlargli, su, e così via. Ed erano bravissime. Cioè, quelle della terapia intensiva con i neonati sono semplicemente adorabili, sa, e si vede che vogliono bene ai bambini, sa. È stato bellissimo.
Sebbene ci si possa attendere una certa variabilità nelle esperienze delle madri, ciò che conta è che l’atteggiamento ostile verso le madri non sposate e la natura degradante dei servizi erano politiche deliberate.
Di fronte al trauma di dover perdere i propri neonati, le madri hanno descritto di aver fatto fronte alla situazione attraverso diverse forme di disconnessione, come la dissociazione, la soppressione dei pensieri e la rimozione dei ricordi. Meave descrive il processo inconscio di coping attraverso la dissociazione:
C’erano tantissime cose della vita che non sapevo. Mi sarebbe piaciuto morire, ma non sapevo come. Quindi semplicemente non c’ero. Semplicemente non ero presente. Stava succedendo tutto a qualcun altro.
La sua immagine della morte riflette in modo vivido i suoi sforzi per far fronte alla situazione. La disconnessione definitiva e lo spegnimento del dolore offerti dalla morte le sembravano preferibili al sopportare l’angoscia di perdere la sua creatura. Ma, non essendo la morte una possibilità, Meave ha fatto fronte attraverso la dissociazione, staccandosi dai propri pensieri, sentimenti, ricordi e senso di identità. Lo illustra la sua affermazione «Stava succedendo tutto a qualcun altro», che minimizza la sua sofferenza e la rende più tollerabile. Particolarmente significativo è il fatto che il suo distacco non riguardava solo sé stessa («semplicemente non c’ero»), ma anche il mondo circostante («semplicemente non ero presente»).
La seconda strategia di coping descritta è stata la soppressione, ossia il tentativo consapevole e deliberato di sopprimere pensieri e sentimenti angoscianti. Il racconto di Jane illustra questa esperienza:
Quando ho firmato le carte definitive. Mmm…. Ricordo di aver pensato consapevolmente. Era quasi come se avessi alzato un cancello. Ed era come se non riuscissi proprio a reggerlo. Ho semplicemente chiuso… credo… adesso credo di essermi spenta, sa. Al momento non lo sapevo. Ma mi sono spenta del tutto.
La metafora del «cancello» trasmette l’erezione di una barriera mentale, qualcosa di solido per chiudere fuori o tenere a distanza sentimenti angoscianti o dolorosi nel breve e nel lungo periodo. Descrive la propria mente conscia come quella che determina l’azione di soppressione, cioè alzare «un cancello», e la mente inconscia – «al momento non lo sapevo» – come quella che determina la reazione di «spegnimento».
Il processo consapevole di sopprimere pensieri, ricordi e sentimenti indesiderati trova eco nel commento lapidario di Julia: «Mi sono allenata. Ho proprio imparato a non pensare, a non ricordare le cose dolorose».
La terza strategia di coping, la soppressione dei ricordi, si riferisce all’oblio o al blocco inconscio di ricordi angoscianti ed è un sintomo di dissociazione. Tutte le partecipanti hanno riferito occasioni in cui non riuscivano a ricordare aspetti della propria esperienza. Come spiega Sarah:
È tutto un vuoto per me. Va e viene, sa. Non c’è niente di solido. È come un puzzle: tiri fuori i pezzi e cerchi di incastrarli.
Il vuoto di questi ricordi contrasta direttamente con le emozioni travolgenti provate dalle madri al momento della perdita. La fluidità della sua memoria fa sì che Sarah abbia ben poco in cui confidare e credere: «non c’è niente di solido». Il processo di cercare di ricollegare queste parti frammentate della memoria per formare un quadro più completo o integro della propria storia personale diventa un compito molto delicato, ma importante.
Per altre, il desiderio di recuperare i ricordi rimossi entra in conflitto con il timore dell’impatto del ricordare. Alison esprime le sue riserve sull’avere un ricordo completo delle proprie esperienze:
A volte vorrei farmi ipnotizzare e tornare indietro e ricordare letteralmente ogni minima cosa. Ma poi penso che mi farebbe uscire di testa.
Questo commento mette in luce il conflitto interiore che circonda i suoi ricordi rimossi; per lei trattenerli è una forma di sicurezza, perché l’idea di ricordare «ogni minima cosa» fa emergere la minaccia di non riuscire a reggere. Inoltre, i suoi timori sono probabilmente radicati nelle esperienze di depressione vissute negli anni successivi alla perdita della sua creatura.
Il secondo tema superordinato riguarda un periodo più recente della vita delle madri ed esplora il percorso verso la riconquista dell’autonomia e della connessione attraverso il processo di ricerca e ricongiungimento.
Questo tema subordinato descrive il percorso delle partecipanti verso la riconquista di un senso di autonomia sulla propria esperienza attraverso il processo di rottura del silenzio sulla loro maternità nascosta. Cinque delle donne hanno riferito di essersi rivolte a servizi professionali di counselling o di psicoterapia. Sebbene ciò che le aveva spinte a scegliere la terapia variasse, la possibilità di parlare delle proprie esperienze ha facilitato il processo di riconquista dell’autonomia e di riconnessione con il figlio o la figlia.
Dopo anni di coping attraverso la dissociazione, la soppressione e la rimozione, le madri hanno indicato gli effetti trasformativi del sostegno ricevuto, che ha spiegato il loro dolore come un lutto riconosciuto e ha dato loro uno spazio per esprimerlo. Sarah lo descrive già a partire dalla prima seduta con il suo terapeuta:
Lui gli ha dato un nome. Mi dice: «Lei è stata in lutto». Pensavo che dovesse morire qualcuno per essere in lutto. Non lo capivo, sa, finché lui non l’ha detto. È stato come se qualcuno mi avesse tolto di dosso tonnellate. Ricordo che piangevo e basta, perché non lo sapevo. Semplicemente non sapevo che cosa fosse.
Il riconoscimento del suo dolore e il fatto di chiamarlo «lutto» hanno offerto a Sarah una comprensione e una prospettiva alternative sulla propria esperienza. Le hanno tolto un peso enorme dalla mente.
Mentre Sarah ha usato l’analogia di un peso che viene sollevato, Jane descrive il potente flusso di emozioni che è sgorgato quando ha lasciato uscire le emozioni «intrappolate». La chiave, ancora una volta, è stata riformulare l’esperienza come un’esperienza di lutto. La sicurezza dello spazio terapeutico le ha permesso di confrontarsi con il luogo «spaventoso» occupato dalla sua maternità nascosta. È diventata parte attiva e ha riconquistato autonomia sulla propria esperienza.
Oltre ad accedere al sostegno terapeutico, tutte le partecipanti hanno cercato aiuto presso reti del settore adottivo. Questo contributo si è rivelato affidabile e utile nella ricerca delle persone, ormai adulte, che avevano messo al mondo e nel ricongiungimento. Come dice Jane:
Non ho mai, mai provato a cercarlo, perché non ho mai sentito di averne il diritto. E poi, al gruppo delle madri biologiche, sa, mi dicevano: «Be’, perché non lo fai?». Sa, e io ero… Il mio modo di pensare ha cominciato a cambiare ed era tipo: Dio, forse penserà che non mi importa, se non cerco attivamente di mettermi in contatto.
Descrive il sostegno del gruppo come determinante per passare da una posizione di impotenza, in cui non aveva il «diritto» di cercare, a una posizione autonoma di ricerca attiva del figlio. Meave sviluppa ulteriormente questa crescita dell’autonomia personale e della capacità di agire prodotta dalla ricerca:
In tutta la rete del settore adottivo, qualcuno mi ha contattata e mi ha detto: «Non lo diciamo a tutti, ma sappiamo che sei una persona… sai, che avrebbe l’intelligenza e la pazienza di non creare problemi. Ok. Quindi ti diremo come rintracciare tua figlia».
Ha scoperto che, cercando contatti, poteva stabilire legami utili. Con il passare del tempo il sostegno era diventato accessibile e disponibile, e altre persone coinvolte nel percorso adottivo la riconoscevano come una persona integra. Ricevendo questo sostegno, Meave diventa autonoma all’interno della propria esperienza di adozione e cerca attivamente sua figlia.
Il passaggio dalla passività all’azione favorisce anche la sensazione di avere il potere di influire sul sistema. Niamh descrive come ha pianificato ed esercitato un controllo per ottenere le informazioni che voleva:
Sono stata davvero manipolatrice nel modo in cui l’ho affrontata. E ho girato intorno a cosa vuoi e come lo vuoi e tutto il resto, e ci ho lavorato e basta. Ho sbrogliato tutta la faccenda poco a poco finché non ho ottenuto la data del provvedimento di adozione. Era l’unica cosa che volevo, e una volta ottenuta sapevo che avrei avuto l’identità di mio figlio entro 24 ore.
I termini «manipolatrice», «lavorato» e «sbrogliato» sottolineano il suo passaggio dall’impotenza e dalla vulnerabilità all’essere parte attiva, capace di influire sulla situazione e di ottenere ciò di cui ha bisogno.
Questo tema subordinato amplia le esperienze di crescita dell’autonomia personale e della capacità di agire delle madri esaminando il successivo ricongiungimento e la riconnessione con le persone, ormai adulte, che avevano messo al mondo. La loro esperienza è stata di catarsi, reintegrazione e guarigione. Cinque partecipanti si erano ricongiunte con la persona adottata e tutte hanno descritto l’esperienza come estremamente positiva. Julia ricordava il primo incontro con il figlio adulto:
Tremavo come una foglia e un attimo dopo l’ho visto venirmi incontro, con un sorriso enorme, enorme. E quel ricordo resterà con me per sempre. Anche se tutto va a rotoli, quel momento resterà con me per sempre. È stato semplicemente il momento più fantastico della mia vita.
Significativo è qui il contrasto tra le strategie di coping adottate in precedenza, la soppressione e la rimozione, e la loro elevazione alla mente conscia per gestire il disagio futuro. Questo cambiamento è ribadito nel racconto di Sarah riportato di seguito:
Sa, quello che ho dovuto fare all’inizio è che devi tornare indietro, perché non sono più il bambino ma l’adulto, e devi procedere a ritroso. Devi ripercorrere tutti gli anni di, sa, e lavorarci in quel modo. E quando arrivi dall’adulto al neonato, allora riparti dal neonato verso l’alto. Ed è incredibile quello che impari in tutto quel percorso.
Per Sarah, riconnettersi con il figlio ha rappresentato un’occasione per un’ulteriore elaborazione emotiva. Descrive uno sforzo deliberato e consapevole di coinvolgersi attivamente con le proprie emozioni per elaborare e integrare queste esperienze traumatiche. Questo percorso, che richiede un adattamento psicologico per accettare la realtà del figlio ormai adulto, è al tempo stesso un processo autonomo e trasformativo che porta a una nuova comprensione e a una crescita personale.
Quattro delle cinque partecipanti che avevano vissuto un ricongiungimento mantenevano una relazione positiva e relativamente stabile con la persona adottata, e tutte hanno parlato della necessità di negoziare per mantenere la relazione dopo il ricongiungimento. Come spiega Niamh:
Gli avrei detto: «Devi davvero decidere che cosa vuoi e che cosa ti aspetti. Io non posso farlo. E se ti serve tempo per farlo, va bene. Io non vado da nessuna parte, eh. Sono qui. Va bene». Sa, in quel modo? Quindi cerco davvero di lasciare spazio se serve o che so io. Ma non lo coccolerò nemmeno. Non sarò. Non sarò uno zerbino solo per… Sa, quindi si tratta di cercare di trovare quell’equilibrio, davvero.
Descrive un processo di negoziazione all’interno della relazione caratterizzato da una comunicazione aperta e dalla necessità di stabilire confini e aspettative chiari e reciprocamente accettabili. La sua descrizione trasmette un forte senso di capacità di agire e di autonomia personale nel suo sforzo di raggiungere l’obiettivo dell’«equilibrio».
Tuttavia, non tutte le partecipanti hanno vissuto la negoziazione della relazione come Niamh, poiché alcune hanno sottolineato che la dinamica di potere all’interno della relazione era particolarmente difficile. È stata l’esperienza di Alison:
A dirle la verità, chiunque, l’abbiamo sempre detto, qualunque persona adottata tiene le redini. Sa, sono loro a comandare nella relazione, sa. Non puoi costringerli a far parte della tua vita se non vogliono.
L’aspetto della relazione tra persona adottata e prima madre viene qui presentato come un limite alla capacità di agire che la madre aveva riconquistato, perché resta influenzata da un’altra parte. A differenza del racconto di Niamh, l’equilibrio di potere pende a favore della persona adulta adottata, che «tiene le redini» e «comanda». Ciò inibisce il senso di capacità di agire della prima madre all’interno della relazione, espresso nella frase «Non puoi costringerli». È paragonabile all’esperienza descritta da Julia, che parla di uno squilibrio minaccioso nella relazione: dover accettare la persona adottata alle sue condizioni o rischiare di non averla nella propria vita.
Meave accettava più delle altre questo rapporto di potere e lo ha spiegato al suo counsellor:
Mi ha detto: «Come fa a reggere, sa, le sue regole e il fatto che non si presenti, e come fa a reggere il non avere quanto vorrebbe?». Gli ho detto: «Credo che quello che Lei non capisce sia che ogni secondo che lei mi concede è un regalo. Dico davvero, è un regalo. Sa, anni e anni senza sapere se fosse viva o morta…».
Coglie l’idea dell’amore incondizionato proprio del legame tra genitore e figli, ma con una completa accettazione dei bisogni e dei desideri della figlia, integrata nella sua percezione della nuova relazione come un «regalo».
Sebbene lo studio sia riuscito a individuare diversi temi comuni, è importante sottolineare il percorso diverso vissuto da Jane. Suo figlio è morto prima che lei potesse riconnettersi con lui. Ciò ha dato luogo a un processo di disconnessione che contrasta con l’esperienza di reintegrazione descritta dalle altre madri. Riflette sull’impatto di aver perso suo figlio una seconda volta:
Tutto il resto va avanti normalmente e io sentivo che tutta la mia vita era crollata. Come ho detto, davvero distrutta. Credo di essermi spenta di nuovo, perché so che avrei chiamato i ragazzi ogni settimana, sa, e non riuscivo a chiamarli. Lo sento un po’ anche adesso, ancora. È come se non riuscissi a connettermi del tutto.
La sua precedente strategia di coping di fronte al trauma di aver perso il figlio a causa dell’adozione si riattiva con questa seconda perdita. Il trauma viene rivissuto ed è di nuovo disconnessa da sé stessa e dalle altre persone.
Questo studio ha esplorato le esperienze soggettive di sei prime madri irlandesi che molti anni fa hanno perso un figlio o una figlia a causa di un’adozione chiusa. Per quanto risulta a chi firma l’articolo, si tratta del primo studio IPA su madri irlandesi in queste circostanze. Sono emersi i due temi superordinati «Maternità nascosta: la perdita di autonomia e di connessione» e «Maternità rivelata: un percorso verso l’autonomia e la riconnessione» e quattro temi subordinati, che verranno ora organizzati in un quadro teorico per ampliare la comprensione attuale della perdita e dei suoi effetti.
I racconti delle partecipanti indicano un’esperienza dell’adozione vissuta come una privazione di potere e spesso come disumanizzante. Molte hanno citato episodi in cui la famiglia e le figure professionali incontrate non le avevano considerate come esseri umani. Diversi studi qualitativi precedenti su prime madri coinvolte in adozioni chiuse riportano risultati simili (Jones, 2004; Lauderdale and Boyle, 1994; Lewis, 1983; Logan, 1996; Rynearson, 1982; Weinreb and Konstam, 1995). L’impotenza della posizione della madre era ulteriormente rafforzata dalla sua esclusione dalle decisioni sul proprio destino e sul futuro del suo neonato. Questa esclusione era spesso imposta da membri della famiglia, in particolare dalle madri, che negavano alla prima madre il ruolo di parte principale nella vita della propria creatura. Questi risultati riflettono gli atteggiamenti punitivi che circondavano la maternità da nubile nell’Irlanda di quell’epoca, nonché l’esistenza di forti pressioni ad accettare decisioni favorevoli all’adozione (Howe, Sawbridge and Hinings, 1992; Kelly, 2005).
Come negli studi qualitativi precedenti (Davis, 1994; Jones, 2004; Lauderdale and Boyle, 1994; Lewis, 1983; Rynearson, 1982), le partecipanti a questa ricerca hanno descritto, in misura diversa, di aver fatto fronte alla perdita della propria creatura attraverso la dissociazione, la soppressione e la rimozione. Radicati in una reazione di lutto prolungata e complessa, questi meccanismi di coping iniziano durante la gravidanza e si estendono in molti casi oltre la decisione di intraprendere la ricerca. Il dato secondo cui la dissociazione è una risposta di coping fondamentale al trauma psicologico delle partecipanti è particolarmente significativo, poiché conferma i risultati che indicano livelli elevati di sintomi di disturbo da stress post-traumatico tra le prime madri (Kavanagh, 2015; Kenny, et al., 2012).
Tutte le madri hanno riferito di aver vissuto un lutto non riconosciuto. Il counselling, il lavoro psicoterapeutico e/o la partecipazione a gruppi di sostegno in ambito adottivo hanno dato loro l’opportunità di esprimere il proprio lutto in modo socialmente accettabile, di viverlo apertamente e di vederlo riconosciuto e accettato da altre persone in un contesto empatico e premuroso. Questi risultati confermano ricerche precedenti (Brodzinsky and Smith, 2014) secondo cui le prime madri possono cominciare a riprendersi dalla perdita se dispongono di un sostegno che favorisca la piena espressione dell’esperienza, convalidi i sentimenti e riconosca la perdita (Kane, 2018). Tutte le partecipanti che si erano rivolte a servizi terapeutici e/o a reti di sostegno in ambito adottivo hanno svolto un ruolo attivo nella ricerca del figlio o della figlia, un risultato che replica quello di altri studi sulla ricerca e sul contatto di ricongiungimento delle prime madri (Affleck and Steed, 2001; Triseliotis, Feast and Kyle, 2005).
Per tutte le partecipanti, il processo di ricongiungimento con la persona, ormai adulta, che avevano messo al mondo ha comportato perdite oltre che guadagni. Per molte vi è stato un cambiamento significativo: dalle precedenti strategie di coping, segnate dalla soppressione e dalla rimozione, a un’elaborazione più autonoma delle emozioni, sia prima sia dopo il ricongiungimento. Tutte coloro che avevano incontrato la persona adottata, ormai adulta, lo descrivono come un’esperienza positiva, qualunque ne fosse l’esito, in linea con ricerche precedenti che hanno messo in luce i sentimenti di euforia e sollievo delle madri nell’avviare o accettare il contatto (Farrar, 2005; Kane, 2018; Silverman, et al., 1988). Ma le cose non sono sempre andate lisce. Le madri hanno constatato che la relazione successiva al ricongiungimento richiedeva una notevole negoziazione per definire e soddisfare le aspettative reciproche. La maggior parte ha accettato i limiti posti dalla persona adulta adottata per garantire la continuità del contatto; tuttavia, in alcune persisteva una paura di fondo di poterla perdere di nuovo. Come ha mostrato March (2014, 2015), il ricongiungimento richiede un adattamento psicologico per affrontare la realtà di incontrare una persona adulta sconosciuta, invece di ritrovare il neonato che erano state costrette a lasciare.
Questa esplorazione della perdita vissuta dalle prime madri a causa dell’adozione chiusa nel contesto irlandese è innovativa sia per la metodologia qualitativa sia per aver isolato questa particolare esperienza da altre forme di adozione. Tuttavia, la strategia di campionamento ha limitato la partecipazione alle donne coinvolte in gruppi di sostegno in ambito adottivo e desiderose di riconnettersi con il figlio o la figlia. L’analisi si è inoltre basata sul ricordo retrospettivo di esperienze vissute dalle madri tra 30 e 45 anni prima.
Mentre le pratiche adottive cambiano in tutto il mondo, questo studio offre risultati di ricerca e raccomandazioni pratiche a chi lavora con prime madri che hanno perso la propria creatura a causa di un’adozione chiusa. Mostra che molte sono state private di sostegno emotivo e hanno vissuto segretezza, silenzio e stigmatizzazione in un momento estremamente significativo della loro vita, e come gli effetti di tutto ciò possano essere duraturi, con una ripresa che avviene molti anni dopo, di solito nel periodo in cui pensano di cercare il figlio o la figlia o cominciano a farlo. I risultati indicano inoltre che, per elaborare efficacemente il lutto per la propria perdita, le madri hanno bisogno di comprensione, convalida e sostegno ben informati e sensibili a quanto è accaduto. In particolare, le linee guida per la pratica devono integrare gli elementi noti per promuovere i valori fondamentali di rispetto, affidabilità, responsabilità, correttezza, equità, onestà, veridicità e autonomia, e riconoscere che l’apertura necessaria va oltre il contatto e lo scambio di informazioni, fino a includere rispetto non giudicante, fiducia e compassione. Poiché è probabile che le madri abbiano subito un trattamento duro e spesso crudele, ciò potrebbe influenzare i loro atteggiamenti e le loro risposte nei confronti dei servizi offerti.
Infine, il valore di un sostegno terapeutico in cui le prime madri possano incontrarne altre in un luogo sicuro e ricevere un’empatia e una convalida autentiche è attestato in tutti i racconti. Tutte le partecipanti hanno sottolineato che trovare reciprocità nella propria esperienza le ha aiutate a normalizzare i propri sentimenti e a ridurre il senso di isolamento.
In molti paesi permangono gravi lacune nell’aiuto alle persone in materia di ricerca e ricongiungimento. Questo studio mette in luce la complessità di accedere alle informazioni e di cercare le persone adottate. Le informazioni sono spesso strettamente controllate dalle agenzie per l’adozione e, in alcuni casi, dal personale dei servizi sociali. Andrebbe quindi incoraggiata una riforma legislativa che affronti questo problema. In Scozia e nel Regno Unito il diritto, sancito per legge, delle persone adottate e delle famiglie d’origine ad accedere liberamente ai propri fascicoli di adozione e certificati di nascita esiste rispettivamente dal 1930 e dal 1975.
Questo studio amplia la conoscenza e la comprensione delle esperienze vissute delle prime madri che hanno perso un figlio o una figlia a causa di un’adozione chiusa. I risultati suggeriscono che la ripresa dai sentimenti di perdita e di lutto è possibile, ma avviene in genere molti anni dopo, nel periodo in cui la prima madre comincia a pensare di cercare la propria creatura o inizia a farlo. I risultati indicano inoltre che, per elaborare efficacemente il lutto per la propria perdita, le madri hanno bisogno di comprensione, convalida e reti formali di sostegno, insieme a una terapia individuale e a interventi di gruppo ben informati e sensibili alle questioni legate all’adozione chiusa.
Complexe Systémique: punti chiave
In una prospettiva sistemica, questo testo ricorda che l’adozione chiusa non fa scomparire un legame: lo rende clandestino. La creatura assente resta presente, e la madre porta da sola una perdita di cui nessuno le consente il lutto, ciò che Boss chiama perdita ambigua e Doka lutto non riconosciuto. Per la clinica spiccano due movimenti. Anzitutto nominare: per Sarah, la sola parola «lutto», pronunciata in una prima seduta, sposta decenni di dissociazione. Poi collegare: i gruppi di pari e le reti del settore adottivo trasformano la vergogna in una storia condivisa e aprono la strada alla ricerca del figlio o della figlia. Il ricongiungimento non chiude tutto; richiede di negoziare una relazione con una persona adulta sconosciuta che «tiene le redini». I limiti sono reali: sei donne reclutate attraverso gruppi di sostegno, ricordi risalenti a trenta-quarantacinque anni prima e un’adozione vista solo dal lato delle madri. Da leggere insieme a l’articolo sull’identità adottiva ricostruita attraverso gli artefatti e a l’esplorazione dei segreti di famiglia come porte d’ingresso in terapia.
Note dell’originale
Dichiarazione di conflitto di interessi. Chi firma l’articolo ha dichiarato l’assenza di potenziali conflitti di interessi in relazione alla ricerca, alla paternità e/o alla pubblicazione di questo articolo.
Finanziamenti. Chi firma l’articolo non ha ricevuto alcun sostegno finanziario per la ricerca, la paternità e/o la pubblicazione di questo articolo.
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Traduzione non ufficiale in italiano di ‘My scar is called adoption’: The lived experiences of Irish mothers who have lost a child through closed adoption, di Deborah McNamara, Jonathan Egan e Pádraig McNeela, Adoption & Fostering, vol. 45, n. 2 (2021), doi: 10.1177/03085759211011734, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale — l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (traduzione in italiano, tabella sotto forma di elenco, dichiarazioni raggruppate nelle note). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Questa è una traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «‘My scar is called adoption’: The lived experiences of Irish mothers who have lost a child through closed adoption», pubblicato in Adoption & Fostering (2021) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
McNamara, D., Egan, J., e McNeela, P. (2021). ‘My scar is called adoption’: The lived experiences of Irish mothers who have lost a child through closed adoption. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/my-scar-is-called-adoption-the-lived-experiences-of-irish-mothers-who-have-lost-a-child (Opera originale pubblicata nel 2021 in Adoption & Fostering, 45(2), 138-154 (2021); ripubblicata nel 2021 da Adoption & Fostering, https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/03085759211011734)
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