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Clinical Child Psychology and Psychiatry · Famiglia
A Montreal, un’équipe clinica specializzata segue minori con un genitore che aderisce all’estremismo violento: religioso, di estrema destra, maschilista o complottista. Ventitré cartelle cliniche e le testimonianze della stessa équipe rivelano un’infanzia in profonda sofferenza, presa in conflitti di lealtà, e un duplice sguardo istituzionale: sospetto verso le famiglie musulmane, punto cieco sull’estremismo della maggioranza.
Traduzione non ufficiale in italiano di Children of extremist parents: Insights from a specialized clinical team, di Cécile Rousseau, Diana Miconi, Janique Johnson-Lafleur, Christian Desmarais e Ghayda Hassan, pubblicato in Clinical Child Psychology and Psychiatry (SAGE) (2024), doi: 10.1177/13591045231192340, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Pur restando sincero e astenendosi dal costruire un’alleanza su false premesse, il personale clinico può aver bisogno di sospendere il giudizio e talvolta l’incredulità per stabilire una relazione centrata sul benessere del minore e della famiglia.
Cécile Rousseau, Diana Miconi, Janique Johnson-Lafleur, Christian Desmarais e Ghayda Hassan
Riassunto
Contesto. I dati sui minori che crescono con genitori aderenti all’estremismo violento sono scarsi. Ciò rende estremamente delicato orientare le politiche e i servizi clinici volti a proteggere questi minori da possibili danni fisici e psicologici.
Obiettivo. Questo articolo esplora la condizione di minori le cui figure di accudimento sono state segnalate a un’équipe clinica specializzata di Montreal (Canada) per timori legati al rischio di coinvolgimento, o a un coinvolgimento effettivo, in processi di estremismo violento.
Metodi. L’articolo adotta un disegno a metodi misti di triangolazione concorrente. I dati quantitativi sono stati ottenuti tramite una revisione delle cartelle cliniche (2016–2020). I dati qualitativi sono stati raccolti mediante interviste semistrutturate e un focus group con il personale dell’équipe.
Risultati. Il personale clinico ha riferito la presenza, nella rete dei servizi sanitari e sociali, di stereotipi che rappresentavano spesso i genitori aderenti all’estremismo religioso come potenzialmente pericolosi o privi di adeguate competenze genitoriali, minimizzando invece la percezione del rischio per i genitori aderenti all’estremismo politico. I minori mostravano livelli elevati di sofferenza psicologica, legata soprattutto alla separazione familiare, alla psicopatologia dei genitori e ai conflitti di lealtà derivanti dall’alienazione familiare o sociale.
Conclusioni. Formare chi opera nei servizi a riconoscere i propri pregiudizi personali e istituzionali può aiutare a comprendere la condizione dei figli e delle figlie di genitori estremisti e ad attuare interventi sistemici, informati sul trauma e sull’attaccamento.
Nel 2021 il Relatore speciale delle Nazioni Unite ha affermato che «l’interazione tra regolazione della famiglia e antiterrorismo sta accelerando, con profonde implicazioni per entrambi» (Human Rights Council, 2021). Sebbene la regolazione giuridica della vita familiare in nome della sicurezza nazionale emerga come un ambito di preoccupazione attuale, bilanciare le implicazioni politiche e cliniche per tutelare il superiore interesse dei minori e proteggerli da danni fisici e psicologici è un compito estremamente difficile e delicato, data la scarsità di dati disponibili sui minori che crescono con genitori aderenti a una forma di estremismo violento. Nel tentativo di cominciare a colmare questa lacuna conoscitiva, questo articolo esplora la condizione di minori le cui figure di accudimento sono state segnalate a un’équipe clinica specializzata di Montreal (Canada) per timori legati al rischio di coinvolgimento, o a un coinvolgimento effettivo, in processi di estremismo violento.
Nonostante la sua rilevanza, l’impatto dell’ideologia dei genitori e del loro impegno nella violenza sull’infanzia resta un ambito ampiamente poco studiato. Dopo la Seconda guerra mondiale, gli studi sulla prole dei nazisti (Bar-On, 1989) hanno suggerito che la trasmissione delle ideologie naziste da una generazione all’altra era spesso attenuata dalla normalizzazione del passato e dal silenzio sul coinvolgimento dei genitori. In un raro studio empirico sull’influenza di ex genitori estremisti sulla radicalizzazione della prole (Sikkens et al., 2017), genitori e prole, nel complesso, non riconoscevano un’influenza diretta dei genitori sui processi di radicalizzazione della generazione successiva. Questi risultati, tuttavia, possono riflettere lo stesso tipo di minimizzazione e di negazione osservato dopo la Seconda guerra mondiale, e chi ha condotto lo studio non ha indagato possibili conseguenze sullo sviluppo o sulla salute mentale della prole dei genitori estremisti. Data la complessità di questi processi, si può ipotizzare che tali altre conseguenze varino in funzione del significato collettivo attribuito all’impegno dei genitori, della loro psicopatologia, delle dinamiche familiari (compresa la violenza domestica) e dei modelli di attaccamento. È quanto suggerisce una recente ricerca sulla prole di bambini soldato in Africa (Burundi). Lo studio ha mostrato che il trauma si trasmetteva dai genitori alla prole attraverso i modelli culturali di genitorialità e di educazione chiamati «Indero», nonché attraverso effetti comunitari e la psicopatologia dei genitori (Song et al., 2014). Al di là dei genitori e delle famiglie stesse, le organizzazioni estremiste possono incoraggiare i propri membri ad avere prole e a crescerla secondo l’ideologia del gruppo per accrescerne le risorse e l’influenza (Koehler, 2020). L’ideologia del gruppo può essere inculcata attraverso una disciplina severa, valori d’odio e diverse forme di indottrinamento, sia nei movimenti suprematisti bianchi (Simi, 2010) sia nelle organizzazioni terroristiche jihadiste (Horgan et al., 2017; Riany et al., 2019). La ricerca empirica deve ancora indagare queste possibilità, ma le difficoltà di condurre ricerche con persone difficili da raggiungere e diffidenti hanno finora limitato le conoscenze disponibili.
Di recente, l’interesse per i minori con genitori estremisti è stato risvegliato dal reclutamento di massa di giovani adulti da parte di DAESH e dalla propaganda del Califfato sull’educazione impartita all’infanzia (Spyra, 2020). Grande attenzione politica e mediatica è stata rivolta ai figli e alle figlie dei combattenti stranieri, nei campi o dopo il rimpatrio, descritti come traumatizzati (Weine et al., 2020) e/o come potenziali aggressori (Pašagić, 2019). Ciò ha portato molti Paesi a rifiutare il rimpatrio di questi minori, nonostante tale posizione violasse numerose convenzioni internazionali, e in particolare la Convenzione sui diritti dell’infanzia (CRC, 1989; MacVicar, 2020). In uno studio unico condotto in Francia su 47 minori, tutti separati dai genitori, Mapelli et al. (2019) riferiscono che i minori (il 66% sotto i 6 anni) presentavano disturbo da stress post-traumatico (PTSD), problemi di attaccamento, ansia, depressione, difficoltà del sonno e dell’alimentazione. Il personale clinico si è trovato in difficoltà di fronte al mandato istituzionale ricevuto dal governo, che interferiva con le cure abituali e con il processo decisionale nel superiore interesse del minore (Guerin Franchitto, 2021). Ha inoltre sottolineato la difficoltà di prendersi cura di questi minori senza un’anamnesi adeguata (Klein et al., 2020). Nel complesso, sebbene la prole dei combattenti stranieri rappresenti un numero relativamente ridotto di minori, la loro condizione politicamente sensibile ha portato alla produzione di diverse linee guida per chi opera nel settore (Weine et al., 2020). Tuttavia, data la scarsità di dati nel campo, tali linee guida si basano su evidenze empiriche di ambiti affini (ad esempio il trauma infantile e i bambini soldato) e non ne è ancora stata valutata l’efficacia per questa specifica utenza. Alla luce di un’ampia letteratura che associa l’attuazione delle politiche di contrasto all’estremismo violento (CVE) (Weine et al., 2020) a una profilazione dannosa delle famiglie musulmane (genitori e minori), il pericolo potenziale di queste politiche per le famiglie è stato recentemente denunciato da organizzazioni internazionali (Human Rights Council, 2021). Si sa ancora meno delle nuove forme «autoctone» di radicalizzazione violenta in crescita nelle società occidentali, compresi i gruppi legati all’estrema destra, come i suprematisti bianchi, i neonazisti e alcuni gruppi libertari e antisistema che sostengono il ricorso alla violenza.
Per quanto ci risulta, non esiste finora alcuna ricerca o letteratura clinica che descriva la situazione dei minori con genitori aderenti alle nuove forme di estremismo violento associate alla maggioranza in Nord America e in Europa, nonostante siano oggi riconosciute come una grave minaccia sociale negli Stati Uniti (Allam and Nakashima, 2021) e in Canada.
In sintesi, si sa ancora molto poco sui minori con genitori estremisti, e l’attuale polarizzazione del campo può introdurre un bias che rischia di esagerare i rischi nelle minoranze prese di mira e di minimizzarli o ignorarli nei gruppi che si identificano con la maggioranza, rispecchiando i punti ciechi e le conseguenze dannose delle prime politiche CVE, che hanno portato alla stigmatizzazione di gruppi minoritari (in particolare le comunità musulmane).
Analizzando le prospettive del personale clinico e i dati della revisione delle cartelle cliniche relative a minori con genitori estremisti raccolti da un’équipe specializzata di Montreal, in Québec, questo articolo a metodi misti si propone di descrivere le conseguenze del coinvolgimento dei genitori estremisti per i loro figli e figlie, in età infantile e giovanile, e di individuare alcune delle principali sfide cliniche e giuridiche che richiederanno attenzione in futuro.
Nel 2016 il Québec ha introdotto un modello di intervento innovativo per le persone estremiste che comprende: (1) un sistema a molteplici punti di accesso; (2) il coordinamento di servizi specialistici locali con competenze in psichiatria culturale e nella valutazione e gestione del rischio di violenza; e (3) un forte coordinamento con i servizi di prossimità, compreso un programma di mentoring incentrato sull’integrazione sociale e sulle competenze di vita. Questo modello clinico è pensato per essere flessibile e adattarsi a popolazioni con caratteristiche diverse e alle risorse locali. L’équipe clinica di Montreal, chiamata Polarization, offre servizi a persone estremiste, alle persone a loro vicine e ad alcune vittime di crimini d’odio. Polarization, in collaborazione con un gruppo di ricerca esterno, ha avviato una ricerca valutativa a metodi misti per documentare diversi aspetti del proprio lavoro clinico.
Questo articolo adotta un disegno a metodi misti di triangolazione concorrente (Creswell and Plano Clark, 2007) per integrare i dati quantitativi disponibili sui minori con genitori estremisti con dati qualitativi raccolti presso il personale clinico di un’équipe specializzata.
Tabella 1 — Caratteristiche delle persone partecipanti nel campione totale e per fascia d’età (N = 23).
I comitati etici per la ricerca del Centre intégré universitaire en santé et services sociaux de l’Ouest-de-l’Île-de-Montréal hanno approvato lo studio di revisione delle cartelle cliniche e lo studio sulla prospettiva del personale. La partecipazione del personale è stata informata, volontaria e anonima. Tutti i dati sono stati esaminati con cura per garantirne la riservatezza.
In totale, 23 cartelle su 160 soddisfacevano i criteri di inclusione (14%). L’età media dei minori era di 7,5 anni (DS = 3.87, intervallo 3–17 anni) (tabella 1). Quanto al genere, il 43% erano maschi e il 57% femmine.
Per quanto riguarda l’estremismo dei genitori, 14 casi sono stati segnalati per estremismo religioso e 9 per altre forme di estremismo: estrema destra, suprematismo bianco, maschilismo e complottismo. Di questi 23 minori, dieci sono entrati in un percorso clinico a seguito di un provvedimento giudiziario di tutela minorile, e in tutti questi casi i genitori presentavano un estremismo religioso. In quattro casi il sostegno è stato offerto alla famiglia allargata di figli e figlie di combattenti stranieri, senza contatto diretto con i genitori né con i minori stessi.
La diagnosi era disponibile per 17 genitori, che talvolta avevano ricevuto più diagnosi. Le diagnosi più frequenti tra i genitori erano i disturbi di personalità (borderline e narcisistico), la psicosi (deliroide o affettiva), il disturbo da stress post-traumatico complesso (C-PTSD) e il disturbo da stress post-traumatico (PTSD).
La diagnosi era disponibile per 10 minori, con una prevalenza di disturbi correlati allo stress (ansia/disturbo dell’adattamento/PTSD) e di disturbi dell’attaccamento.
I risultati dei test del chi quadrato hanno mostrato che la proporzione di minori valutati dall’équipe era più elevata tra i genitori con estremismo religioso (n = 10) che tra i genitori aderenti a forme di estremismo non religioso (n = 0) (χ2 (df) = 8.65 (1); p = .003, V di Cramer = .61). Non sono emerse differenze di età significative tra i tipi di estremismo (χ2 (df) = 2.10 (2); p = .349, V di Cramer = .30) né tra i tipi di presa in carico clinica dei minori (χ2 (df) = 2.75 (2); p = .253, V di Cramer = .35).
Il personale clinico ha riferito che la maggior parte dei genitori diffidava inizialmente dei servizi sanitari e accettava che la prole venisse valutata e seguita solo perché non aveva scelta (se era coinvolta la tutela minorile), o nella speranza di apparire in buona luce nei procedimenti giudiziari o davanti alle agenzie di sicurezza, essendo convinta che l’équipe avrebbe riferito a queste ultime, nonostante le fosse stato detto il contrario. Secondo il personale clinico, i genitori oscillavano spesso tra posizioni opposte. A volte assumevano un atteggiamento remissivo, cercando di conformarsi o di sedurre chi li seguiva presentandosi come vittime indifese. In altri momenti esprimevano rabbia, dicevano di sentirsi trattati ingiustamente e si opponevano a qualsiasi forma di aiuto per la prole (valutazione logopedica, test neuropsicologici o sostegno nei compiti). Altri genitori evitavano soprattutto gli incontri clinici dimenticando e annullando ripetutamente gli appuntamenti. Infine, due genitori investivano positivamente il setting terapeutico e lo usavano per consolidare una posizione di potere nei confronti dell’altro genitore, che accusavano di essere più radicalizzato, e in un caso per psicopatologizzare la sofferenza del figlio o della figlia, con la diagnosi che svolgeva un ruolo protettivo alleviando la colpa legata a un attaccamento molto insicuro.
Quando i genitori erano diffidenti, il personale clinico percepiva che i minori vivevano con ambivalenza la valutazione o la terapia, presi in un conflitto di lealtà. In questa situazione la maggior parte dei minori in età scolare e adolescenziale evitava con cura gli argomenti delicati, in particolare parlare della casa o dei genitori. A volte riconoscevano quanto fosse difficile, come Mary che ha confidato: «I miei genitori sono proprio un bel tipo… Ma io gli voglio bene». I bambini e le bambine più piccoli (4–7 anni) rivelavano molto della propria situazione personale attraverso il gioco simbolico, talvolta svelando informazioni e venendo per questo rimproverati da fratelli e sorelle, nel caso delle sedute di terapia congiunte. Una bambina ha presentato un mutismo selettivo per mesi prima di cominciare a impegnarsi nella terapia. Infine, secondo due persone dell’équipe, il gioco simbolico permetteva ai minori di esprimere indirettamente il loro attaccamento alla persona terapeuta senza sentirsi in colpa di tradire i genitori.
Il personale ha riferito che il lavoro clinico con le figure di accudimento dei figli e delle figlie di combattenti stranieri (in età prescolare) era gratificante quando aveva l’impressione di poter contribuire a destigmatizzare la situazione e a sostenere il ripristino di un ambiente sicuro e premuroso per il minore. In alcuni casi, tuttavia, il dolore e la disperazione di queste figure di accudimento, incapaci di accelerare le procedure di ricongiungimento e di proteggere il minore, erano fonte di impotenza per il personale clinico.
Il personale clinico ha commentato anche il proprio ruolo sfaccettato e la gamma di strategie impiegate per coinvolgere i genitori e i minori. Fin dall’inizio, tutta l’équipe concordava sull’importanza di essere chiari sui solidi sbarramenti giuridici che esistono in Canada tra le professioni sanitarie e le agenzie di sicurezza, insistendo sul fatto che nessuna informazione sarebbe stata trasmessa alle agenzie di sicurezza salvo in caso di minaccia diretta e immediata per la vita. Riferiva di sapere che ciò non bastava a costruire la fiducia, che spesso richiedeva mesi o anni. Venivano sempre proposte visite domiciliari. Alcuni genitori erano lieti di ricevere l’équipe, come modo per stabilire una relazione più equilibrata attraverso i rituali dell’ospitalità. Altri si sentivano minacciati da quella che percepivano come un’ulteriore intrusione nella loro vita. Infine, alcuni genitori accettavano la visita domiciliare, ma facevano in modo che l’équipe non vedesse i minori, per sottrarsi a una valutazione ritenuta inaccettabile. Talvolta emergevano altri spazi sociali come terreno intermedio. Per esempio, in due casi i genitori hanno accettato che la prole ricevesse la terapia a scuola, ma non in un contesto clinico. La scuola era percepita come un ambiente meno stigmatizzante. I genitori cercavano anche su internet i profili del personale clinico e leggevano le pubblicazioni dell’équipe e la copertura mediatica delle sue prese di posizione pubbliche e del suo lavoro. In alcuni casi, la posizione antirazzista e contro l’islamofobia dell’équipe ha contribuito a rafforzare l’alleanza, ma in altri ha accresciuto la diffidenza perché l’équipe era considerata troppo «woke».
Quanto alle conseguenze della situazione genitoriale e familiare per i minori, la maggior parte del personale clinico ha sottolineato sia il rilievo della parentificazione (e della pseudomaturità) sia gli episodi di regressione, in cui il minore si comportava in modo molto dirompente per attirare l’attenzione delle persone adulte. I comportamenti a rischio erano molto frequenti. Un clinico ha avuto l’impressione che un bambino lo provocasse consapevolmente vantandosi dei contenuti per adulti che guardava online, identificandosi, attraverso l’orgoglio della trasgressione, con il genitore. Un’altra persona dell’équipe ha riferito che una bambina di 9 anni pubblicava foto a sfondo sessuale sui social e mostrava comportamenti promiscui. In alcuni casi erano centrali questioni identitarie contraddittorie: una madre aveva dato un nome femminile al figlio, dicendogli al tempo stesso che era figlio di un eroe di guerra defunto. Secondo il terapeuta o la terapeuta che lo seguiva, questo bambino molto resiliente cercava di risolvere la situazione usando un soprannome maschile e dando un ruolo centrale a una figura maschile nelle sedute di gioco con la sabbia. Alcuni minori hanno attraversato periodi di affido familiare e talvolta la separazione da genitori fuggiti all’estero. Il personale clinico ha osservato che questi affidi introducevano spesso ulteriori forme di insicurezza e di rottura nella vita dei minori. Nel complesso, la tristezza e talvolta i desideri di morte colpivano molto il personale clinico, che riteneva la deprivazione affettiva, l’imprevedibilità dei genitori e l’alienazione parentale importanti fattori di stress per molti minori, e la separazione dai genitori spesso aggravante dei problemi di attaccamento e della sofferenza psicologica.
Alcune delle conseguenze riferite dal personale clinico erano legate alle pratiche educative dei genitori: un bambino di sei anni doveva studiare 2 ore di arabo prima di poter giocare; a un bambino di tre anni era vietato giocare e poteva guardare solo video di propaganda, molto violenti. In quest’ultimo caso il bambino, che non parlava, era terrorizzato, si nascondeva sotto il lavello e mostrava evidenti reazioni di trasalimento. Sebbene inizialmente coinvolta per accuse di violenza coniugale, la tutela minorile si è ritirata rapidamente dopo che la madre aveva dichiarato di aver mentito perché arrabbiata. La famiglia è stata poi persa di vista. Secondo il personale clinico, molti genitori aderenti all’estremismo religioso (convertiti o no) erano piuttosto critici verso alcune pratiche scolastiche (legate soprattutto al cibo o alla limitata possibilità di osservare le pratiche religiose), ma in generale non criticavano l’insegnamento. Sebbene l’équipe non abbia mai potuto valutare la loro prole a causa del loro rifiuto, non era così per i genitori aderenti all’alt-right o ai movimenti suprematisti bianchi, che parlavano a lungo del fatto che la scuola facesse il lavaggio del cervello alla loro prole: «Evira e castra i loro ragazzi, e prepara le loro figlie a essere stuprate dagli immigrati». Uno di questi genitori faceva istruzione parentale a tutta la prole, e altri avrebbero voluto farlo ma non potevano per l’opposizione del coniuge. Tutto il personale clinico riteneva che l’ambiente scolastico fosse nel complesso molto protettivo per i minori, grazie alle relazioni tra pari, alla possibilità di sottrarsi a un ambiente familiare tossico o carente e alle relazioni significative con altre persone adulte. Tuttavia, i cattivi rapporti tra la scuola e i genitori erodevano chiaramente questa protezione. In alcuni casi, con il consenso dei genitori, per i quali era più comodo, la terapia si è svolta a scuola, il che ne ha aumentato l’accessibilità per i minori e ridotto il possibile stigma e il conflitto di lealtà.
Il personale clinico ha insistito sulle difficoltà di riunire gli attori istituzionali attorno ai minori e di costruire un consenso tra loro: tutela minorile, scuola, altri servizi sanitari e (talvolta) agenzie di sicurezza. Scissioni e conflitti erano frequenti, alimentati dalle forti emozioni suscitate dalle rappresentazioni della radicalizzazione. Per esempio, il personale clinico dell’équipe riteneva che la relazione tra genitore e minore fosse relativamente positiva e che la separazione sarebbe stata dannosa, mentre il personale della tutela minorile e la magistratura ritenevano questi genitori tossici e pericolosi e collocavano i minori in affido familiare. In altri casi lo scenario si capovolgeva, ed era l’équipe a esprimere una preoccupazione molto maggiore rispetto agli attori professionali esterni (scuola, asilo nido e DYP). Il personale clinico dell’équipe ha osservato che altre figure professionali tendevano ad avere reazioni nettamente più negative verso l’estremismo religioso dei genitori (considerati «terroristi») che verso altre forme di estremismo politico e di genere. Nei casi di estremismo religioso tendevano a minimizzare l’importanza dell’attaccamento o gli aspetti protettivi della famiglia, mentre nel caso di famiglie appartenenti alla maggioranza e aderenti a discorsi alt-right, suprematisti bianchi e maschilisti tendevano piuttosto a minimizzare il rischio potenziale per i minori di vivere in un ambiente che demonizza la scuola e legittima la violenza. In questi casi era particolarmente difficile ottenere l’intervento della tutela minorile, e il personale clinico percepiva un punto cieco riguardo alle possibili conseguenze delle forme di estremismo maggioritarie, che il personale della tutela minorile considerava parte della normale varietà delle pratiche educative tra cui i genitori possono scegliere, e dunque rientranti nei diritti genitoriali.
Sebbene i numeri siano ridotti, colpisce la differenza tra il frequente invio ai servizi sociali e sanitari, da parte delle scuole e/o delle agenzie di sicurezza, di minori con genitori aderenti all’estremismo religioso, e le difficoltà nel raggiungere minori e giovani di altri genitori radicalizzati appartenenti alla maggioranza. Il personale clinico conferma la presenza di stereotipi culturali e sociali che accentuano la rappresentazione delle famiglie di minoranza come potenzialmente pericolose o inadeguate e minimizzano la percezione del rischio per i genitori appartenenti alla maggioranza. Questi risultati confermano l’affermazione del Relatore speciale delle Nazioni Unite secondo cui «l’iperregolazione e la visibilità di alcune famiglie (…) agli occhi dello Stato securitario operano in larga misura lungo linee razziali, etniche e religiose radicate» (p. 6). Queste osservazioni possono destare preoccupazione per la tutela dei minori, sia di minoranza sia di maggioranza. Nel caso delle famiglie di minoranza, la profilazione e lo stigma possono frantumare il nucleo familiare e sconvolgere l’ambiente del minore, mentre per le famiglie di maggioranza la normalizzazione di certe forme di estremismo può esporre il minore a maltrattamento psicologico e a una cultura dannosa dell’odio che lo allontana dalla società. Dopo aver analizzato una serie di casi di radicalizzazione giunti davanti ai tribunali per la famiglia del Regno Unito, Ahdash (2018; Ahdash, 2020) sostiene che l’interazione tra diritto di famiglia e antiterrorismo è preoccupante, perché può diventare un modo per regolare le espressioni culturali, politiche e ideologiche dell’islam. Ma se il danno potenziale di questa interazione per la natura protettiva della famiglia è accertato e va chiaramente evitato, molto meno si sa delle possibili conseguenze dannose, per i minori, dei punti ciechi del personale clinico e degli agenti di sicurezza appartenenti alla maggioranza riguardo alle forme maggioritarie di estremismo. Man mano che le nostre società si polarizzano, è urgente saperne di più per trovare, nel superiore interesse del minore, un equilibrio tra intervenire e farsi da parte.
Il personale clinico ha riferito che i minori valutati o seguiti presentavano nel complesso livelli elevati di sofferenza psicologica. Questa sofferenza psicologica era legata soprattutto a tre ordini di problemi: la separazione familiare, la psicopatologia dei genitori e i conflitti di lealtà derivanti dall’alienazione familiare o sociale.
Arresti, divorzi e decisioni della tutela minorile hanno provocato ripetute e dolorose separazioni dei minori dalle loro figure di accudimento. Queste separazioni, anche in presenza di attaccamenti ambivalenti, erano fonte di ansia e spesso di ritiro emotivo o di dissociazione nei minori. Ciò coincide con le osservazioni sui figli e le figlie di combattenti stranieri rientrati in Europa, separati con la forza dai genitori al loro arrivo, che presentavano forte sofferenza e segni di disorganizzazione (Mapelli et al., 2019).
I problemi di attaccamento e le difficoltà associate a carenze genitoriali erano in primo piano nei minori con genitori radicalizzati che presentavano una psicopatologia concomitante. Non sorprende, poiché la letteratura ha ben documentato l’associazione tra diverse forme di disturbo mentale nei genitori e l’ansia, la deprivazione e talvolta il trauma nell’infanzia. È quanto riferito, per esempio, da Song et al. (2014) nel caso della prole di bambini soldato che soffriva del PTSD dei genitori. Va tuttavia tenuto presente che questo campione è un campione clinico, quindi distorto, e non può essere considerato rappresentativo della maggioranza dei genitori aderenti a idee radicalizzate.
Le diagnosi che rappresentavano la sofferenza del minore erano spesso accettate con ambivalenza e negoziate tra minori, genitori e personale clinico. In alcuni casi i genitori cercavano attivamente una diagnosi (disturbo da deficit di attenzione e iperattività o disturbo dello spettro autistico) che rappresentava la proiezione del problema familiare sul minore, nel ruolo di paziente designato. In altri, i minori e i giovani lasciavano intendere che una diagnosi di disturbo correlato allo stress aveva un effetto rassicurante, in quanto riconosceva il danno che avevano subito o continuavano a subire. È interessante notare che il personale clinico, pur affrontando le questioni relazionali tra genitori e minori, si asteneva spesso dall’usare l’etichetta di disturbo dell’attaccamento (preferendo l’ampia categoria dei disturbi correlati allo stress), per la colpa che poteva far ricadere sui genitori e per la necessità di preservare l’alleanza terapeutica con loro. Nel complesso, le diagnosi non erano in primo piano nella presa in carico clinica e venivano talvolta usate dal personale clinico come strumenti strategici per offrire un modello esplicativo non minaccioso delle difficoltà dei minori.
I conflitti di lealtà erano un’altra importante fonte di sofferenza per i minori. Spesso implicavano conflitti tra i genitori e un’alienazione parentale il cui impatto dannoso sull’infanzia è ben documentato. Erano in primo piano anche i conflitti con la scuola, descritta come tossica e dannosa dai genitori e investita con ambivalenza dal minore. Poiché la scuola appariva al personale clinico anche come un ambiente relativamente protettivo per i minori, e come un contesto in grado di monitorare, in una certa misura, il loro benessere, la questione riveste particolare importanza e suggerisce che la formazione del personale scolastico sia un bisogno urgente.
Il numero di minori in istruzione parentale in Canada e in Québec è in costante aumento (Van Pelt, 2015). Sebbene il fenomeno abbia molteplici cause, questi numeri possono anche riflettere il fatto che un numero crescente di genitori estremisti antisistema in Nord America ritira la prole dalla scuola per istruirla a casa, perché in disaccordo con i valori e i fatti insegnati a scuola. Le possibili conseguenze di quella che potrebbe essere intesa come una forma di alienazione sociale stanno diventando una questione sociale che richiede attenzione immediata.
I risultati mostrano che la costruzione di un’alleanza terapeutica con i genitori e con i minori è irta di difficoltà. Le rappresentazioni di un’omogeneità istituzionale e dell’assenza di confini tra istituzioni sanitarie e di sicurezza costituiscono ostacoli importanti, a causa dei numerosi casi storici e internazionali in cui il personale clinico ha dovuto rinunciare alla riservatezza in nome della sicurezza nazionale. Il timore di un’intrusione della tutela minorile nella famiglia e del giudizio del personale clinico sulle ideologie dei genitori sono altre importanti fonti di diffidenza. Pur restando sincero e astenendosi dal costruire un’alleanza su false premesse, il personale clinico può aver bisogno di sospendere il giudizio e talvolta l’incredulità (Witzum, 1999) per stabilire una relazione centrata sul benessere del minore e della famiglia.
Questo studio presenta diversi limiti metodologici importanti. Innanzitutto, il campione ridotto non consente alcuna generalizzazione. Questo campione clinico è chiaramente distorto in termini di psicopatologia dei genitori e non può essere considerato rappresentativo di tutte le situazioni di minori con genitori estremisti. Inoltre, date le ridotte dimensioni del campione, i casi non hanno potuto essere presentati in modo approfondito per ragioni di riservatezza, e non è stato possibile condividere dati non aggregati. Il fatto che lo studio si basi su dati delle cartelle cliniche e sulle percezioni del personale non dà accesso diretto alla prospettiva dei minori e dei genitori e comporta dati limitati (e in parte mancanti). Nonostante tutti questi limiti, data la scarsità di studi nel campo, i nostri risultati offrono la possibilità di sollevare questioni importanti e aprono la strada a ulteriori ricerche.
Implicazioni per le politiche: i risultati confermano la necessità di partenariati che privilegino una prospettiva multi-attore (istruzione, tutela minorile, salute mentale dell’età evolutiva, organizzazioni comunitarie, agenzie di sicurezza, giustizia) per affrontare la condizione dei minori con genitori estremisti. La futura concertazione nel settore dovrà interrogare la giurisprudenza in materia ed esplorare i possibili rischi e benefici delle diverse interazioni tra diritto di famiglia e questioni di sicurezza nazionale. Esaminare le possibili conseguenze dell’alienazione sociale garantendo un approccio fondato sui diritti dell’infanzia, e considerare alcuni dei rischi potenziali dell’istruzione parentale nelle famiglie estremiste (Pašagić, 2019), sono alcune delle principali sfide che richiedono attenzione immediata.
Implicazioni per la pratica: è urgente formare chi opera nella tutela minorile e nella salute mentale dell’età evolutiva a riconoscere i propri pregiudizi personali e istituzionali, a comprendere la condizione dei minori e a formulare un piano di intervento sistemico, informato sul trauma e sull’attaccamento. Inoltre, è opportuno formare il personale scolastico per preservare la capacità protettiva della scuola. Ciò comporterebbe, ad esempio, la promozione di un’accoglienza calorosa dei minori e di un’attenzione ai loro bisogni individuali, riducendo al minimo i conflitti di lealtà attraverso un’alleanza di lavoro non giudicante con i genitori. Quando la famiglia di un minore desta preoccupazione per possibili tendenze estremiste dei genitori, può essere consigliabile che il personale scolastico consulti prima i servizi di salute mentale e la tutela minorile anziché le agenzie di sicurezza, per ridurre al minimo gli stereotipi e la perdita di fiducia della comunità e preservare il superiore interesse del minore. Infine, con le organizzazioni comunitarie, può essere utile esplorare opportunità di socializzazione in contesti diversi (attorno alla scuola ma coinvolgendo anche la famiglia allargata e la comunità) per prevenire l’isolamento dei minori e offrire loro sistemi normativi diversi.
Implicazioni per la ricerca: sono urgentemente necessari studi trasversali e longitudinali sull’evoluzione a medio e lungo termine dei minori con genitori estremisti per orientare interventi e politiche. Tali studi dovrebbero concentrarsi sulle nuove forme sociali e politiche di estremismo maggioritario che fioriscono oggi nelle nostre società polarizzate e documentarle.
Complexe Systémique: punti chiave
Questo articolo ha il merito di guardare all’estremismo dei genitori dalla posizione del minore, e di trovarvi meno ideologia che ciò che l’ideologia fa ai legami: separazioni ripetute, conflitti di lealtà, parentificazione, diagnosi che servono ora a indicare il minore come paziente designato, ora a riconoscere ciò che ha subito. Per la pratica sistemica emergono diverse mosse: separare chiaramente la cura dalla sicurezza, offrire terreni intermedi come il domicilio o la scuola, sospendere il giudizio senza mentire e trattare la scuola come una risorsa protettiva da sostenere anziché da aggirare con una segnalazione ai servizi di sicurezza. L’osservazione più inquietante riguarda le istituzioni stesse: l’estremismo religioso di minoranza innesca allontanamenti e sospetti, mentre l’estremismo di maggioranza passa per una variante delle scelte educative. I limiti sono rilevanti: ventitré cartelle, nessun accesso diretto alla voce dei minori e dei genitori, un campione clinico carico di psicopatologia e una nozione di alienazione parentale usata senza discussione. Da leggere insieme a l’articolo sul maltrattamento istituzionale nelle politiche di tutela dell’infanzia e a l’articolo sui timori dei genitori transgender nei confronti dei servizi sociali.
Note dell’originale
Nota di autrici e autori: I comitati etici per la ricerca del Centre intégré universitaire en santé et services sociaux de l’Ouest-de-l’Île-de-Montréal hanno approvato lo studio di revisione delle cartelle cliniche e lo studio sulla prospettiva del personale. La partecipazione del personale è stata informata, volontaria e anonima. Tutti i dati sono stati esaminati con cura per garantirne la riservatezza.
Contributi di autrici e autori: Cecile Rousseau ha ideato lo studio, analizzato i risultati, redatto il manoscritto e lo ha rivisto; Diana Miconi ha svolto l’analisi quantitativa e rivisto il manoscritto; Janique Johnson-Lafleur ha svolto l’analisi qualitativa e rivisto il manoscritto; Christian Desmarais ha rivisto e corretto il manoscritto; Ghayda Hassan ha rivisto e corretto il manoscritto.
Chi firma l’articolo ha dichiarato l’assenza di potenziali conflitti di interesse in relazione alla ricerca, alla stesura e/o alla pubblicazione di questo articolo.
Finanziamento: Chi firma l’articolo ha dichiarato di aver ricevuto il seguente sostegno finanziario per la ricerca, la stesura e/o la pubblicazione di questo articolo: lo studio è stato sostenuto da un finanziamento del Canadian Resilience Fund (Governo federale del Canada) e di Public Safety Canada (8000-21042).
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Traduzione non ufficiale di Children of extremist parents: Insights from a specialized clinical team, di Cécile Rousseau, Diana Miconi, Janique Johnson-Lafleur, Christian Desmarais e Ghayda Hassan, Clinical Child Psychology and Psychiatry, vol. 29, n.o 2 (2024), doi: 10.1177/13591045231192340, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale — l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Questa è una traduzione dell’articolo originale «Children of extremist parents: Insights from a specialized clinical team», pubblicato in Clinical Child Psychology and Psychiatry (2024) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo di autrici e autori è stato tradotto in italiano e la presentazione è stata adattata alla lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Rousseau, C., Miconi, D., Johnson-Lafleur, J., Desmarais, C., et Hassan, G. (2024). Children of extremist parents: Insights from a specialized clinical team. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/children-of-extremist-parents-insights-from-a-specialized-clinical-team (Opera originale pubblicata nel 2023 in Clinical Child Psychology and Psychiatry, 29(2), 687-699 (2024); ripubblicata nel 2024 da Clinical Child Psychology and Psychiatry, https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/13591045231192340)
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