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Journal of Family Issues · Famiglia

La natura emotiva delle relazioni con la famiglia d’origine per giovani con esperienza di accoglienza e di adozione: una prospettiva longitudinale

Quali emozioni suscita la famiglia d’origine in giovani che hanno conosciuto l’accoglienza fin dalla prima infanzia? In Irlanda del Nord, Montserrat Fargas-Malet e Dominic McSherry hanno seguito le stesse persone dall’infanzia fino alla prima età adulta. Curiosità, indifferenza, ambivalenza o appagamento: queste emozioni cambiano nel tempo, e il tipo di collocamento non permette di prevederle.

Autrici e autori Montserrat Fargas-Malet (School of Social Sciences, Education and Social Work, Queen’s University Belfast, Regno Unito); Dominic McSherry (School of Psychology, Ulster University, Coleraine, Regno Unito)Prima pubblicazione Journal of Family Issues, 16 dicembre 2020Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di The Emotional Nature of Birth Family Relationships for Care-experienced and Adopted Young People: A Longitudinal Perspective, di Montserrat Fargas-Malet e Dominic McSherry, pubblicato in Journal of Family Issues (SAGE) (2021), doi: 10.1177/0192513x20978439, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le dichiarazioni di fine articolo sono raggruppate nelle note. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Le emozioni di bambine, bambini e giovani verso la famiglia d’origine non erano statiche, ma cambiavano nel tempo.

Montserrat Fargas-Malet e Dominic McSherry

Abstract

La ricerca sulle relazioni e sui contatti con la famiglia d’origine di bambine, bambini e giovani che ne sono stati separati nella prima infanzia ha raramente riconosciuto la natura emotiva e dinamica di queste interazioni. Nella ricerca sull’adozione ha dominato la curiosità. Tuttavia, nel nostro studio longitudinale su giovani il cui percorso di accoglienza è iniziato in tenera età, nei loro racconti sono emersi molti altri sentimenti e combinazioni di sentimenti, tra cui l’appagamento e sentimenti contrastanti come rabbia, affetto, perdita, senso di colpa o preoccupazione. Il tipo di collocamento, cioè il fatto di aver conosciuto l’adozione, di aver vissuto in affido presso parenti o presso una famiglia affidataria non imparentata, non determinava le reazioni emotive verso la famiglia d’origine. Le prospettive e le emozioni di queste persone giovani sono spesso cambiate nel tempo. In questo articolo descriviamo le loro risposte emotive alla famiglia d’origine e mettiamo in luce le implicazioni per la teoria, la ricerca e la pratica.

Parole chiave: emozioni, famiglia d’origine, relazioni familiari, giovani con esperienza di accoglienza, ricerca longitudinale

Introduzione

Il concetto di famiglia è controverso ed è cambiato nel corso degli anni, poiché le famiglie hanno forme e dimensioni di ogni tipo. Attribuiamo significati emotivi alla famiglia e alle relazioni familiari. Le emozioni possono tanto indebolire quanto rafforzare le interazioni familiari e il senso di appartenenza a una famiglia. Per giovani che hanno vissuto la separazione dalla famiglia d’origine in tenera età, i significati emotivi attribuiti alle relazioni familiari e al senso di appartenenza possono essere particolarmente complessi, contraddittori e mutevoli. Gran parte della ricerca su queste persone si è concentrata sulla questione dei contatti con la famiglia d’origine, trascurando in larga misura la natura emotiva e dinamica delle relazioni con essa. Questo articolo presenta i risultati di uno studio longitudinale tuttora in corso su giovani il cui percorso di accoglienza è iniziato nella prima infanzia in Irlanda del Nord. Si concentra sul modo in cui la loro comprensione della famiglia d’origine e le relazioni con essa si sono evolute nel corso degli anni, nonché sulle risposte emotive e sui significati che vi hanno attribuito.

Il contesto della ricerca: il sistema di tutela dell’infanzia e i contatti con la famiglia d’origine

Nel Regno Unito, quando si accerta che bambine e bambini subiscono o rischiano di subire un danno significativo a causa di maltrattamenti o trascuratezza, i servizi sociali li allontanano dalle cure dei genitori biologici e trovano per loro una sistemazione alternativa, inizialmente a breve termine, finché non si possono concludere le procedure giudiziarie (McSherry & Fargas-Malet, 2018). La maggior parte dei minori allontanati finisce per tornare dai genitori biologici (Sinclair et al., 2007). Per alcuni, tuttavia, il ritorno alle cure dei genitori biologici non è considerato possibile e, in tali circostanze, occorre cercare altre soluzioni di collocamento a lungo termine. Queste comprendono l’affido familiare a lungo termine e l’affido presso parenti; l’accoglienza residenziale (soprattutto per adolescenti); l’accoglienza in base a provvedimenti di diritto privato (cioè uno Special Guardianship Order o un Residence Order); e l’adozione. Nel Regno Unito l’adozione può avvenire senza il consenso dei genitori biologici, se si ritiene che il consenso sia negato senza ragione, e ciò accade in circa il 70% delle adozioni (Kelly & McSherry, 2002). In Irlanda del Nord, le famiglie affidatarie, imparentate o no, possono chiedere che il Care Order sia sostituito da un Residence Order (Children Order 1995, articolo 8), che fa uscire il minore dal sistema di tutela e conferisce a chi se ne prende cura una responsabilità genitoriale condivisa con i genitori biologici.

Qualunque sia il tipo di collocamento fuori famiglia, nel Regno Unito e in altri paesi sviluppati i contatti con la famiglia d’origine sono considerati essenziali per il benessere e il senso di identità di bambine e bambini. Questa idea è stata promossa e sancita a livello internazionale dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia del 1989, che stabilisce il diritto dei minori a vivere con i propri genitori o a mantenere i contatti con loro quando ciò non è possibile. Esiste una mole di ricerche sui benefici e sulle insidie dei contatti per i minori in accoglienza e dei contatti post-adozione (per una recente revisione sistematica, si veda Boyle, 2017). Tuttavia, mancano ricerche longitudinali incentrate sulla comprensione che giovani hanno della famiglia d’origine e sulla natura emotiva di queste relazioni.

I significati di «famiglia» nella ricerca con giovani con esperienza di accoglienza

La ricerca contemporanea sulla famiglia ha messo in evidenza trasformazioni significative nella composizione familiare: i nuclei domestici sono diventati estremamente diversificati e i confini della famiglia più flessibili. Questi cambiamenti hanno influito sul modo in cui giovani attribuiscono un significato alla famiglia (per esempio Parker & Mayock, 2019). Hanno inoltre portato ad allontanarsi dalle definizioni normative di «la famiglia» verso nozioni di parentela e verso il riconoscimento della natura dinamica delle relazioni familiari (Boddy, 2019). In questo senso, il concetto di «pratiche familiari» di Morgan (2011) intende «andare oltre» certi modelli di vita familiare, mettendo l’accento sull’idea di «fare famiglia» anziché di «essere» una famiglia. L’attenzione si concentra quindi su una migliore comprensione del modo in cui le persone «fanno» famiglia e dei significati che attribuiscono alle loro pratiche familiari. Finch (2007) ha arricchito questo approccio riconoscendo l’importanza di «mostrare» oltre che di «fare» famiglia. Ha definito il mostrare (display) come la pratica di trasmettere agli altri e a se stessi che le proprie azioni sono effettivamente «pratiche familiari» e che queste relazioni sono davvero relazioni «familiari», distinte da altre forme di relazione.

I concetti di «pratiche familiari» e di «messe in mostra della famiglia» incorporano le nozioni di fluidità, diversità e molteplicità di aspetti che caratterizzano la vita familiare (Finch, 2007). Questi due concetti sono stati ampiamente utilizzati nella ricerca su bambine, bambini e giovani in accoglienza o con esperienza di accoglienza (Boddy, 2019; Holland & Crowley, 2013; Skoglund et al., 2019) e su bambine, bambini e giovani con esperienza di adozione (Jones & Hackett, 2011; MacDonald, 2017). Per esempio, in uno studio qualitativo longitudinale su giovani in uscita dal sistema di accoglienza, Boddy (2019) ha trovato racconti ordinari di pratiche familiari abituali e ha sottolineato l’importanza delle relazioni familiari per comprendere il senso di sé di queste persone, mentre nello studio di Jones e Hackett (2011) sono stati messi in luce, per giovani con esperienza di adozione e per le loro famiglie adottive e d’origine, i significati complessi delle pratiche familiari quotidiane, come lo scambio di biglietti di compleanno e di Natale.

La dimensione emotiva nelle relazioni familiari

Le emozioni svolgono un ruolo fondamentale in tutti i fenomeni sociali, compresa la famiglia. Servono a costruire legami sociali così come a restare legati alle strutture sociali o ad abbatterle (Turner, 2007), e a sua volta la nostra stessa esistenza sociale plasma le nostre emozioni (Jacobsen, 2019). Tuttavia non c’è consenso su che cosa costituisca un’emozione, e dall’inizio del XX secolo sono state sviluppate moltissime teorie psicologiche (Cannon, 1927; James & Lange, 1922; Lazarus & Folkman, 1984; Schachter & Singer, 1962) e sociologiche (per esempio Bericat, 2016; Turner, 2007) per cercare di comprendere questo concetto spesso sfuggente. Le emozioni sono state definite in molti modi, poiché sono altamente complesse e talvolta persino paradossali. Bericat (2016, p. 493) afferma che «le emozioni costituiscono la manifestazione corporea dell’importanza che un evento del mondo naturale o sociale ha per un soggetto». Sebbene questa definizione sembri incentrata sull’individuo, si riconosce che le emozioni sono di fatto relazionali, poiché si producono, sono provate e acquistano significato nel contesto delle nostre relazioni sociali. Inoltre, occorre tenere presente che la nostra vita emotiva è di natura dinamica e che le emozioni non sono mai isolate né restano statiche nel tempo.

La dimensione emotiva e il significato delle pratiche e delle relazioni familiari sono stati spesso trascurati nella ricerca sulle famiglie svantaggiate, e in particolare nella ricerca sul modo in cui giovani con esperienza di accoglienza comprendono la propria famiglia d’origine. Tuttavia, alcuni lavori, come quello di Wilson et al. (2012), sottolineano l’importanza di esplorare le pratiche familiari in circostanze difficili, le risorse su cui queste pratiche si fondano e il loro significato emotivo. Il loro studio verteva sulle esperienze familiari di giovani che hanno vissuto il consumo di sostanze dei genitori. Alcune delle persone partecipanti avevano trascorso periodi in accoglienza. I significati emotivi della famiglia risultavano collegati alle pratiche familiari. Le persone giovani dello studio sembravano cercare di gestire, ripristinare e ridefinire i confini della famiglia. Holland e Crowley (2013), basandosi sui risultati di uno studio qualitativo su giovani con esperienza di accoglienza in Galles, hanno messo in evidenza la co-presenza emotiva della famiglia d’origine (cioè l’esserci emotivamente o mentalmente, pur senza vedersi sempre di persona) per giovani che vivono in accoglienza sostitutiva, e la natura dinamica delle esperienze e delle percezioni delle relazioni familiari lungo il corso della vita.

In Kirghizistan, Sanghera et al. (2012) hanno esaminato le emozioni manifestate da bambine, bambini e giovani separati dai genitori biologici per essere accuditi da parenti in modo informale e poi ricongiunti con i genitori biologici durante l’adolescenza. La loro ricerca ha mostrato quanto i legami emotivi con i genitori biologici incidano sulle relazioni sociali in età successiva. Nel loro studio qualitativo sulla permanenza e la stabilità per giovani in accoglienza, Moran et al. (2019) hanno constatato che queste persone rinegoziavano i legami emotivi con la famiglia d’origine e che le emozioni avevano un ruolo centrale nella comprensione della permanenza e della stabilità. Nel loro studio, alcune persone giovani provavano un senso di abbandono e rabbia verso i genitori biologici, mentre altre si sentivano «divise» tra i genitori biologici e la famiglia affidataria.

In questo articolo presentiamo alcuni dei risultati di uno studio longitudinale su giovani il cui percorso di accoglienza è iniziato nei primi mesi di vita. Nel 2009, quando avevano tra i 9 e i 14 anni, abbiamo esaminato la questione dei contatti con la famiglia d’origine (McSherry et al., 2013). Nella fase attuale dello studio, queste stesse persone sono ora giovani tra i 18 e i 24 anni. In una prospettiva longitudinale, era opportuno continuare a esplorare le relazioni con la famiglia d’origine e il loro significato emotivo.

Lo studio Care Pathways and Outcomes

Lo studio Care Pathways and Outcomes è uno studio prospettico longitudinale che segue una popolazione di bambine e bambini (n = 374) che al 31 marzo 2000 avevano meno di cinque anni ed erano in accoglienza in Irlanda del Nord. Mira a comprendere come se la cavano questi minori, i loro genitori e chi se ne prende cura nel breve, medio e lungo periodo, all’interno dei diversi tipi di collocamento e tra l’uno e l’altro: adozione, affido familiare, affido presso parenti, Residence Order e ritorno presso i genitori biologici.

Finora sono state completate tre fasi dello studio. La fase 1 (minori di età compresa tra meno di 1 anno e 5 anni) mirava a stabilire una base di riferimento sui dati demografici, sui fattori di contesto e sui motivi di ingresso nel sistema di accoglienza per l’intera popolazione dello studio, con dati estratti dai fascicoli del servizio sociale. La fase 2 (minori di 3-8 anni) ha ricostruito il profilo dei collocamenti per l’intera popolazione dello studio e ha inoltre intervistato un sottogruppo di genitori biologici, adottivi e affidatari (n = 110), con metodi sia quantitativi sia qualitativi, per capire come stessero loro e i minori in una serie di ambiti psicosociali (cioè i livelli di stress genitoriale e il funzionamento comportamentale ed emotivo dei minori) e su questioni più ampie, come le esperienze scolastiche e le relazioni con familiari e amicizie. La fase 3 dello studio (minori di 9-14 anni) ha ricostruito il profilo dei collocamenti dell’intera popolazione dello studio in quel momento e ha incluso interviste con un sottogruppo di bambine, bambini e giovani e con i loro genitori o con chi se ne prendeva cura (n = 72). Anche queste interviste hanno applicato una metodologia sia quantitativa sia qualitativa e si sono concentrate su una gamma più ampia di ambiti psicosociali (cioè stress genitoriale, funzionamento emotivo e comportamentale dei minori, attaccamento, concetto di sé e attitudine scolastica dei minori), oltre a questioni più ampie come la scuola e le relazioni con i pari e con la famiglia. I risultati di queste prime tre fasi sono stati presentati altrove (McSherry et al., 2010; 2013; 2016).

La fase 4 dello studio (giovani di 17-25 anni) è in corso. Finora è stato ricostruito il profilo dei collocamenti per l’intera popolazione dello studio (McSherry & Fargas-Malet, 2018) e sono state completate interviste, con una metodologia sia quantitativa sia qualitativa, con un sottogruppo di giovani, con i loro genitori e con chi se ne prende cura. Queste interviste si sono concentrate su una serie di ambiti psicosociali (cioè stress, attaccamento, concetto di sé, appartenenza, sostegno sociale, autocontrollo e funzionamento comportamentale ed emotivo) e su questioni più ampie come istruzione, formazione e lavoro, senso di appartenenza, relazioni chiave, eventi chiave e salute fisica, emotiva e sessuale. Questo articolo si concentra sulle prospettive di giovani sulle relazioni con i membri della famiglia d’origine, raccolte durante le fasi 3 e 4 dello studio.

Metodo

Disegno

Si tratta di uno studio prospettico longitudinale che adotta un approccio a metodi misti per esplorare, sia quantitativamente sia qualitativamente, le prospettive di giovani e dei loro genitori o di chi se ne prende cura sulla propria vita, in una serie di ambiti psicosociali.

Partecipanti

Il campione della fase 4 dello studio è la stessa popolazione di minori seguita nelle tre fasi precedenti. Nella fase attuale è stato ricostruito un profilo dei collocamenti per il 96% (n = 354) della popolazione dello studio, sulla base dei dati sui collocamenti forniti dagli Health and Social Care (HSC) Trusts dell’Irlanda del Nord (equivalenti agli enti locali in Inghilterra e Galles), fino al 31 marzo 2016. A quella data, il 63% (n = 259) aveva 18 anni o più, e il 27% (n = 95) meno di 18 anni (16 o 17 anni). I risultati della prima tappa dello studio sono stati pubblicati altrove (McSherry & Fargas-Malet, 2018). Inoltre, sono attualmente in corso interviste semistrutturate con giovani, con i loro genitori e con chi se ne prende cura, che esaminano una serie di questioni.

Questo articolo si concentra sui dati delle interviste semistrutturate raccolti presso le 41 persone giovani che finora hanno partecipato alle interviste. Per 38 di loro sono stati intervistati anche i genitori o chi se ne prende cura, ma questo articolo si concentra esclusivamente sulle interviste a giovani. La traccia di intervista era strutturata attorno a una serie di questioni, già specificate nella sezione precedente. Trentasei di queste persone avevano partecipato alla fase precedente dello studio (fase 3), quando avevano tra i 9 e i 14 anni. In quella fase erano stati esplorati alcuni di questi stessi temi, tra cui i contatti con la famiglia d’origine e le persone importanti nella loro vita. Quanto al tipo di collocamento, 14 erano state adottate da piccolissime, 8 avevano vissuto in affido familiare a lungo termine, 5 in affido a lungo termine presso parenti, 12 erano state oggetto di un Residence Order (presso una famiglia affidataria) e 2 avevano vissuto con i genitori biologici per la maggior parte della vita. Al momento dell’intervista della fase 4 avevano tra i 18 e i 23 anni.

Analisi dei dati

Tutte le interviste sono state audioregistrate e trascritte integralmente, poi analizzate mediante analisi tematica (Braun & Clarke, 2006). Abbiamo cercato i temi ricorrenti nelle trascrizioni delle fasi 3 e 4, e abbiamo individuato ed elaborato codici dettagliati, inseriti in fogli Excel. Ogni foglio riguardava un tema particolare (per esempio istruzione, salute, ecc.). Per questo articolo abbiamo esaminato specificamente il foglio sui contatti e sulla relazione con la famiglia d’origine. In ogni foglio, le righe rappresentavano la persona giovane nelle due fasi e la sua famiglia, e ogni colonna rappresentava un codice, come il grado di vicinanza del minore alla famiglia d’origine nella fase 3 e i sentimenti della persona giovane verso la famiglia d’origine nella fase 4. Due membri del gruppo di ricerca hanno letto le trascrizioni e discusso i codici. Tutti i nomi riportati nella sezione dei risultati, e quelli presenti nelle citazioni, non sono i veri nomi delle persone giovani o di altre persone, ma pseudonimi attribuiti dal gruppo di ricerca, in modo da garantire la riservatezza.

Risultati

La comprensione e le risposte emotive di queste persone giovani nei confronti della famiglia d’origine erano varie, dinamiche, spesso complesse e contraddittorie, e sembravano dipendere da diversi fattori, tra cui le interazioni passate e presenti con i singoli membri della famiglia, le esperienze e i ricordi del passato e le risorse personali e sociali a loro disposizione. Abbiamo individuato quattro categorie diverse, che non si escludono a vicenda, poiché le persone giovani dello studio rientravano spesso in più di uno di questi gruppi a seconda delle relazioni con specifici membri della famiglia, e passavano anche dall’uno all’altro crescendo. Le categorie individuate nell’analisi sono: la curiosità; l’indifferenza o mancanza di interesse; l’appagamento/la soddisfazione; e l’ambivalenza o i sentimenti contrastanti e tormentati (cioè una combinazione di emozioni come rabbia, senso di colpa, tristezza, vergogna, lutto e preoccupazione).

Curiosità

Le emozioni possono essere una forza motrice dell’azione sociale (Svašek, 2008). Ciò è particolarmente intrinseco al sentimento di curiosità, che motiva la ricerca di informazioni e i comportamenti esplorativi. La curiosità è strettamente legata al sentimento di incertezza e all’essere privati di informazioni essenziali. Per queste persone giovani, la curiosità era anche profondamente legata a sentimenti di perdita. Perciò chi mancava di informazioni sulla propria famiglia d’origine, e/o non l’aveva mai vista o non la vedeva da molto tempo, esprimeva spesso curiosità. Provava il desiderio di sapere. Queste persone giovani agivano per soddisfare tale desiderio: cercavano i parenti biologici sui social network, li contattavano indirettamente, organizzavano un incontro o andavano persino a vivere con loro. Il momento in cui ricordavano l’emergere della curiosità (o in cui avevano agito spinti dalla curiosità) si collocava spesso a metà o alla fine dell’adolescenza.

La curiosità è un concetto ampiamente esplorato nella ricerca sull’adozione (per esempio Jones & Hackett, 2011; Wrobel & Grotevant, 2019), e alcune delle persone giovani che nel nostro studio si dicevano curiose erano effettivamente state adottate, probabilmente perché avevano più probabilità di aver ricevuto meno informazioni e di aver avuto meno contatti diretti con la famiglia d’origine. La somiglianza familiare è un modo di mostrare i legami biologici (Mason, 2008, citato in Welch, 2018), ed era una fonte di curiosità per Julie. Ha cercato per la prima volta il padre biologico su Facebook verso i 14 o 15 anni, poi ha cercato la madre biologica. Tuttavia, la ricerca non l’ha particolarmente soddisfatta:

Penso che fosse più per l’aspetto, penso che volessi vedere [la mia madre biologica] soprattutto perché volevo vedere. . . Ho guardato lui [il padre biologico] e mi sono detta «non gli somiglio», quindi ho pensato «voglio trovare lei perché voglio vedere se allora somiglio a lei», e credo che venisse più dalla curiosità di somigliare alla propria famiglia. Perché mi piace come K e L [sorelle adottive] possono dire «oh, questo l’hai preso dalla mamma» e «questo l’hai preso dal papà», ma è una cosa piccola. Però poi mi chiedevo «chissà da chi ho preso i miei». Non credo che riguardasse loro, credo che fosse più una cosa egoista, volevo sapere a chi somiglio, perché ho questo aspetto. E alla fine non ne ho ricavato niente, perché continuo a pensare di non somigliare a loro.

Per altre persone giovani, la curiosità ha portato a voler entrare in contatto con i genitori biologici. Non tutte quelle che provavano questo desiderio erano state adottate. Janette, che viveva con una famiglia affidataria dall’età di due anni, aveva contatti con i genitori biologici all’inizio del collocamento, ma i contatti con la madre sono durati sei mesi e anche quelli con il padre si sono interrotti poco dopo. Sentiva il desiderio di ottenere qualche risposta dalla madre biologica. Tuttavia, come hanno constatato Greenhow et al. (2016) nel loro studio sulle forme tradizionali e tecnologiche di contatto post-adozione, un contatto virtuale «arrivato dal nulla», senza un precedente contatto accompagnato, come quello vissuto da Janette, può essere difficile, e lei non ha ricevuto alcun sostegno per affrontarlo:

Beh, è ovvio che li cerchi. Cioè, sono sicura che lo fanno tutti. Sì, l’ho fatto. Ho cercato mia mamma e mio papà. Ho trovato mia mamma su Facebook ed è stato l’errore peggiore della mia vita. Perché le ho parlato e ovviamente dovevo chiederle quello che avevo bisogno di sapere. E alla fine è venuto fuori che. . . Cioè, è stata proprio maleducata e [. . .] Allora l’ho bloccata e. . . Non sono più andata a cercarla, perché mi chiedo: che bisogno avevo di farlo? [. . .] Credo che avessi solo bisogno di sapere. Avevo bisogno di chiederle «pensi mai a qualcuno di noi?», tipo «ti penti mai di quello che hai fatto?», beh, comunque non è stata proprio una sua scelta, quindi . . . Credo di essere stata più che altro infastidita dal modo in cui si è comportata, ma da allora non l’ho più cercata.

Anche alcune persone giovani adottate sono entrate in contatto con i genitori biologici, ma nel loro caso sapevano di dover aspettare i 18 anni per farlo. Brendan non ha mai avuto contatti con la famiglia d’origine durante l’infanzia. A 16 o 17 anni ha cominciato a cercare informazioni sulla famiglia d’origine. Alla fine ha trovato la madre, che viveva in un paese vicino, e l’ha contattata. Lo ha detto ai genitori adottivi dopo averla trovata, e in seguito la madre biologica gli ha prenotato i biglietti aerei per andare a incontrarla. Non si è pentito della decisione di cercare la madre biologica. La considerava una cosa che doveva fare. Quando gli è stato chiesto perché l’avesse cercata, ha risposto:

…curiosità, anche la voglia di ficcare il naso, probabilmente. Sa, alla fine sono cose che tutti dovrebbero sapere, e che dovrebbero anche voler sapere. [. . .] Sono stato davvero contento di averlo fatto. È stato un periodo un po’ duro, ma sono stato davvero contento di averlo fatto. Credo che se non l’avessi fatto, sa, starei ancora qui seduto a pentirmi probabilmente di non averlo fatto.

Per altre due persone giovani del nostro studio, il desiderio e la speranza di incontrare un giorno i genitori biologici sono stati spezzati, lasciando sentimenti di perdita e di lutto, quando hanno scoperto che la madre biologica era morta prima che compissero 18 anni. Olivia ricordava vagamente di vedere la madre biologica una volta alla settimana quando era in affido nei primi anni di vita. I contatti si sono interrotti, e poi è stata adottata. Ha continuato ad avere con il padre biologico un contatto per corrispondenza (cioè lui le mandava lettere o biglietti per il compleanno e per Natale) per tutta l’infanzia. Quando è stata intervistata a 10 anni, ha espresso curiosità riguardo ai genitori biologici e li ha inclusi entrambi nella sua famiglia. Li considerava molto vicini a sé, pur non vedendo né l’uno né l’altra. Ci ha anche detto che sarebbe andata a trovare i genitori biologici da grande. Ha espresso tristezza per il suo passato, perché non aveva potuto restare con la madre biologica. Ha detto che la disturbava non conoscerli. La madre biologica di Olivia è morta quando lei aveva 14 anni. In un’intervista più recente, ha descritto questo evento come uno dei più difficili della sua vita. Il suo racconto nell’intervista precedente ha contribuito in modo sostanziale a comprendere le sue emozioni nella fase attuale. Tuttavia, non riusciva a esprimere i suoi sentimenti di perdita a qualcuno che sentisse in grado di capire davvero, poiché non conosceva altre persone giovani adottate. Ha anche raccontato di aver incontrato il padre biologico al compimento dei 18 anni, e ha descritto l’incontro come un’esperienza positiva:

Perché nessuno capisce davvero, è difficilissimo parlarne direttamente con qualcuno perché non riesce a immedesimarsi. [. . .] È stato durissimo perché ovviamente non le ho mai dato la colpa di niente. E ovviamente una parte di me, siccome non potevo vederla prima dei 18 anni, una parte di me lo ha sempre voluto. E rendermi conto che non sarebbe successo è stato duro. Ma . . . ho incontrato mio papà un po’ di tempo fa, poco prima di Natale. È stato strano ma è andata bene.… Ci siamo scambiati delle email ma . . . ovviamente con il mio corso di studi, non volevo . . . Gli ho solo detto che mi sarei fatta sentire in estate, se era disposto a incontrarci di nuovo. Tutto qui.

Altre persone, come Niamh, cresciuta con il nonno paterno e con i fratelli biologici, volevano anch’esse saperne di più sui parenti biologici e forse persino contattarli. Tuttavia, pur non essendo questi deceduti, altre circostanze lo hanno impedito. Nell’intervista del 2009, Niamh diceva di considerare il padre parte della sua famiglia, anche se non lo vedeva da molti anni. Considerava anche la madre biologica parte della sua «famiglia a distanza», pur non vedendo neppure lei. Per Niamh, il significato emotivo dei genitori biologici sembrava essersi mantenuto fino alla prima età adulta. Niamh aveva trovato il padre su Facebook e aveva scoperto che si era fatto una nuova famiglia. Il padre le aveva mandato lettere per tutta l’infanzia, ma qualche anno prima le aveva chiesto di incontrarla da sola, escludendo i fratelli (cioè i due figli di lui). Lei sentiva che sarebbe stato sbagliato e ingiusto verso i fratelli biologici, e quindi non se n’è fatto nulla. Non ha mai trovato nemmeno la madre, ma ha parlato del desiderio di farlo:

Irrintracciabile. Non vuole contatti. E a me piacerebbe conoscerla. Mi piacerebbe davvero tantissimo conoscerla perché, sa, non avere avuto granché una figura materna nella vita, è un po’ . . . e sono sempre molto curiosa di, tipo . . . perché ovviamente ho metà dei tuoi geni, metà dei miei geni sono tuoi, quindi . . . sono curiosa.

Altre persone giovani, in diversi tipi di collocamento (adozione, affido familiare, Residence Order), si sono spinte oltre andando a vivere con i genitori biologici. Come in altri studi (Wilson et al., 2012), i loro racconti riflettevano spesso la forza dei legami reali e idealizzati con la famiglia d’origine, dato che cercavano con slancio di ricostruire le relazioni con i genitori, malgrado le difficoltà presenti o passate. Per William, che era stato adottato, questa esperienza si è rivelata piuttosto difficile, e la sua concezione della famiglia d’origine, così come le sue interazioni con essa, ne sono uscite cambiate.

È stata soprattutto la curiosità a spingermi. Solo per vedere . . . com’era.… È successo e basta. Non riesco nemmeno a descrivere come sia successo, perché è successo così in fretta. [. . .] [Mia madre biologica] continuava ad abusare di alcol. Diceva di essere pulita da tanti anni, ma ci ricadeva sempre. Io non lo sapevo, ma aveva un figlio più piccolo, che all’epoca aveva 14, 15 anni.… All’inizio andavamo d’accordo. Ma per come la vedo io, lui recitava una parte e poi ha cominciato a mostrare il suo vero volto, e da lì è andata sempre peggio, peggio, peggio. [. . .] Ho dovuto chiamare la polizia per farmi portare via. Era arrivata a quel punto. [. . .] a quel punto c’erano gli assistenti sociali del fratello più piccolo. Quindi sono arrivati, e lei non si trovava da nessuna parte. . . L’ho chiamata, lei ha detto: «Va bene, lascia stare. Dille solo di andarsene». Non poteva andarsene. Ho richiamato e lei fa solo «bip, bip, bip», e io faccio «adesso torni subito qui», e lei è tornata ed è scoppiato il finimondo, in pratica.

Allo stesso modo, Rose è andata a vivere per un breve periodo con il padre biologico quando ha compiuto 18 anni. Era cresciuta con una famiglia affidataria, che aveva ottenuto un Residence Order per lei. Aveva contatti con i genitori biologici, ma quando aveva quattro anni e mezzo c’era stato un episodio con la madre biologica, che aveva bevuto e aveva dato fuoco alla casa, e il padre biologico era diventato violento. Quando abbiamo intervistato Rose a 12 anni, ci ha detto che i suoi genitori le facevano paura e ha ricordato questo episodio. Al contrario, quando l’abbiamo intervistata di recente da giovane adulta, includeva la madre biologica nella sua famiglia, anche se era morta 6 anni prima. Riguardo alla sua recente esperienza di convivenza con il padre biologico, Rose ha ricordato come si sia rivelata insoddisfacente:

E poi abbiamo cominciato tipo a costruire un legame, ma da allora è sparito. Perché pensavo che costruire un legame dopo tutti quegli anni avrebbe funzionato, ma no, a lui non importava granché, perché entrava e mi passava dritto davanti.

Quando le è stato chiesto perché volesse costruire un legame con il padre, la sua risposta ha rivelato una nozione idealizzata dei legami con la famiglia d’origine, crollata dopo questa esperienza:

Perché alla fine è mio papà. È così che la vedo. Ma in un certo senso, per tutto quello che è successo in passato e per come si comporta con me, non ho più tanta voglia di costruire un legame. Preferisco lasciare le cose come stanno.

In sintesi, mentre scoprire nuove informazioni è di solito gratificante e costituisce un’esperienza positiva che aiuta a ridurre lo stato di incertezza, alcune di queste persone giovani hanno vissuto la ricerca della famiglia d’origine e l’avvio dei contatti con essa come difficili e spesso angoscianti. A volte, in seguito a queste esperienze, il significato e il contenuto emotivo che attribuivano alle loro relazioni familiari sono cambiati radicalmente. Tuttavia, per quanto difficili, alcune hanno considerato queste esperienze anche positive e si sono dette contente di averle affrontate. Questi racconti hanno mostrato anche la potente «co-presenza emotiva» dei membri della famiglia d’origine, presenti emotivamente o psicologicamente nella vita di queste persone giovani, pur non essendolo sempre fisicamente (Holland & Crowley, 2013; Skoglund et al., 2019).

Indifferenza o mancanza di interesse

All’altro estremo dello spettro della curiosità, alcune persone giovani hanno espresso mancanza di interesse o indifferenza verso la famiglia d’origine. Questo gruppo era eterogeneo. Non tutte, dunque, erano arrivate a questa posizione nello stesso modo. Mentre alcune avevano sempre sentito che la famiglia d’origine non contava nella loro vita e non provavano alcun interesse per essa, altre avevano mostrato in precedenza altre emozioni ma, a causa di esperienze passate, erano diventate indifferenti.

Il gruppo di chi non aveva mai provato interesse per la famiglia d’origine o per specifici membri di essa comprendeva giovani con esperienza di adozione, giovani oggetto di un Residence Order ottenuto da parenti o da persone non imparentate, e giovani che vivevano in affido presso parenti. Queste persone non avevano mai considerato questi parenti biologici parte della loro famiglia, e non avevano quasi alcun contatto con loro. Si sentivano tutte stabilmente inserite nella famiglia con cui erano cresciute fin da piccole. Fionn, adottato da neonato, non aveva contatti di persona con alcun membro della famiglia d’origine. I genitori adottivi gli avevano dato la maggior parte delle informazioni che avevano sulla famiglia d’origine e avevano condiviso con lui lettere e fotografie. Quando è stato intervistato a nove anni, ha detto di non aver mai visto i genitori biologici, ma di avere delle loro foto, e di preferire stare nella famiglia in cui si trovava. Nella fase attuale, ha chiarito di non averli mai incontrati e di non avere nemmeno intenzione di farlo:

Non li ho mai visti.… Non ci ho mai pensato davvero. [. . .] conoscere il proprio passato e i propri genitori biologici non è importante per tutti.…

Mark e Jeremy non erano interessati al padre biologico e, quando quest’ultimo è morto, nessuno dei due è andato al funerale. Mark, che viveva con la madre affidataria (che aveva ottenuto un Residence Order), era particolarmente critico verso lo stile di vita del padre biologico, e la sua morte non ha avuto un grande impatto su di lui:

Probabilmente perché non c’è mai stato, sa.… Non lo conoscevo abbastanza.… Hanno telefonato [a mia madre affidataria] per chiedere se volevo andare, ma . . . ho detto «No», perché non ha senso andarci.

Allo stesso modo, Jeremy non si è mai interessato al padre. Jeremy viveva con la nonna materna fin da piccolissimo, dopo la morte della madre biologica. Non aveva mai visto il padre, che viveva in un paese vicino. Secondo la nonna, si è rifiutato di andare al funerale, e il racconto di Jeremy riflette questa assenza di emozione nei suoi confronti:

No, è morto. Sì, è morto, non l’ho mai conosciuto. È morto forse cinque anni fa, non lo so nemmeno, non m’importa. Ho visto una sua foto.

A volte queste persone giovani avevano espresso in passato sentimenti soprattutto dolorosi verso i parenti biologici, che crescendo si erano trasformati in indifferenza. Anche questo secondo gruppo era eterogeneo quanto ai percorsi di accoglienza. Madeleine, adottata insieme ai fratelli biologici, non aveva mai considerato la madre biologica parte della sua famiglia. Quando è stata intervistata nel 2009, ha espresso rabbia e tristezza per il suo passato e un senso di abbandono da parte dei genitori biologici. Un tempo li incontrava nella casa della famiglia adottiva, ma i contatti si sono interrotti dopo che il padre biologico è stato ucciso, quando lei aveva circa cinque anni, e la madre biologica, dopo la morte di lui, non si è più presentata alle visite. Nella fase attuale dello studio, quando è stata intervistata di nuovo da giovane adulta, i sentimenti di tristezza e di rabbia di Madeleine si erano dissolti e, al loro posto, affermava di non essere più interessata alla madre:

So chi è e tutto il resto, e la riconoscerei se la vedessi e così via, e non m’interessa neanche, lei non è interessata, cioè. Sabato scorso ero in [negozio in città] e c’era lei con il suo ragazzo, lei è solo. [. . .] No, probabilmente [non mi riconosce], cioè sono cambiata un sacco, ma non m’interessa.…

A differenza di Madeleine, Killian ha avuto contatti regolari con i genitori biologici e con i fratelli e le sorelle per tutta l’infanzia. Killian è cresciuto con una famiglia affidataria che aveva ottenuto un Residence Order per lui. Da piccolo considerava la famiglia d’origine parte della sua famiglia, ma non si sentiva molto vicino a loro. Da giovane adulto, i suoi sentimenti erano cambiati e non li considerava più parte della sua famiglia. Non andava a trovarli da qualche anno. Aveva smesso di andarci dopo che la madre aveva ricominciato a bere. Inoltre, la famiglia d’origine era diventata ostile quando lui aveva cambiato cognome:

C’è stato un periodo in cui lei non beveva più e ho pensato, va bene, adesso sei cresciuta, quindi vengo su a trovarti. Così sono salito ed era tutto a posto, poi sono risalito una settimana dopo ed era un delirio totale con il bere, era proprio . . . tutte le situazioni succedevano insieme. Così mi sono detto, va bene, mi tolgo da questa storia. [. . .] questa cosa ha scatenato tutto un putiferio solo perché avevo cambiato cognome, e ho pensato: «Sapete che c’è? Se dovete essere così infantili invece di chiuderla qui dopo tutto questo tempo, allora non parlatemi più». [. . .] Quindi è stato lì che ho smesso di parlare con loro. Mi hanno chiesto di andare su e hanno cercato di contattarmi, ma io non ho voluto.

Anche James ha avuto contatti con i genitori biologici per gran parte dell’infanzia, crescendo in affido familiare, ma da giovane adulto ha espresso indifferenza verso la famiglia d’origine. Quando lo abbiamo intervistato a 13 anni, era triste per il suo passato e desiderava che i genitori «smettessero di bere». Era in ansia prima delle visite con loro, chiedendosi se si sarebbero presentati o no. Da giovane adulto, James ricordava i genitori che non si presentavano alle visite e l’impatto che questo aveva avuto sul suo benessere emotivo:

Sapevo solo che non stavo con mia mamma e mio papà. Ma adesso non me ne importa neanche. Non mi interesso neanche più a quelli lì, non me ne può fregare. . . la maggior parte delle volte non si presentavano e questa cosa qui mi incasinava la testa ancora di più.

Tuttavia, pur sostenendo che non gli importava più, esprimeva rabbia e frustrazione nei loro confronti. La sua risposta emotiva sembrava strettamente legata al fatto che i genitori avevano mancato a quelli che considerava obblighi fondamentali verso di lui, cioè smettere di bere e venire a trovarlo:

E da quel momento lì, mi ha fatto impazzire.… Ti siedi e ci pensi. Vede, adesso, quando sono a letto, ci penso ancora.… L’ho detto a mia mamma e a mio papà e a tutti, eh. Gli ho detto «mi avete f*ttuto la testa». Loro non pensano di aver fatto niente di male.… Bevono ancora, eh. Beh, mio papà adesso è in prigione. A lei hanno dato una scelta: il bere o i figli? E hanno scelto il bere, quindi. . .

Anche Brandon da piccolo si era sentito rifiutato dalla famiglia d’origine, il che aveva inciso sul suo benessere emotivo al punto che, da giovane adulto, affermava di non provare niente per la madre biologica e di non avere alcuna relazione con lei. Quando era stato intervistato nella fase precedente dello studio, a 14 anni, non considerava i genitori biologici parte della sua famiglia, ma vi includeva i fratelli maggiori. Da giovane adulto, Brandon ha spiegato come la madre avesse tenuto con sé uno dei fratelli lasciando lui nel sistema di tutela pubblica, e come questo lo avesse ferito emotivamente:

Fino ai sette anni sarò stato in un po’ di comunità con uno dei miei fratelli. E poi nostra madre se l’è portato a casa e ha lasciato me nel sistema. Penso che sia stata una cosa grossa. Sono stato davvero male dopo quella cosa. Quindi più o meno dai sette ai dieci anni, quando è successo, e poi mi hanno mandato in altre comunità, credo che a quel punto mi sia semplicemente arreso. Quindi dovevo proteggermi da solo da piccolo e così via. [. . .] Verso i dieci anni è successa una cosa. Avevo incontrato mia madre e le avevo parlato. E abbiamo parlato e lei in pratica mi ha rinnegato lì, quel giorno stesso. Sì, e mi ha detto solo di non tornare mai a casa, che non le importava di me e cose così.… Credo che quel giorno mi abbia fatto diventare quello che sono, e dopo, semplicemente non avevo più emozioni né nessuna. . .

In sintesi, le persone giovani che esprimevano mancanza di interesse verso la famiglia d’origine o verso particolari membri di essa avevano spesso un forte senso di appartenenza alla famiglia alternativa (affidataria, adottiva, con Residence Order o parentale) e non sentivano più (o non avevano mai sentito) la famiglia d’origine come parte della propria famiglia. Ciò emergeva soprattutto nelle messe in mostra della famiglia (Finch, 2007), come il cambio di cognome di Killian. Mentre alcune di queste persone non avevano mai provato altro, altre avevano provato in precedenza qualche emozione verso la famiglia d’origine, come tristezza, senso di abbandono e rabbia. Per alcune, come James, una parte di questi sentimenti persisteva in qualche forma.

Ambivalenza o sentimenti contrastanti e tormentati

L’ambivalenza è stata considerata un’«emozione mista» che comprende sentimenti reciprocamente contraddittori verso la stessa persona o lo stesso oggetto (Weigert, 1991, citato da Jacobsen [2019] e Finn [2013]). Alcune persone giovani erano alle prese con sentimenti complessi e contraddittori verso membri della famiglia. Per la maggior parte di loro, le relazioni apparivano problematiche. Come già osservato in racconti come quello di Brandon, riferivano spesso storie di rifiuto e di abbandono, che avevano generato sentimenti di rabbia, risentimento, dolore e perdita. Intervistata per la fase 4 dello studio, Nichole ha parlato di questi sentimenti tormentati verso il padre biologico. Viveva con una famiglia affidataria fin da neonata, che aveva ottenuto un Residence Order per lei. Da bambina andava regolarmente a trovare i genitori biologici, ma le visite si erano interrotte quando era ancora molto piccola. Durante l’intervista ha ricordato il suo primo ricordo: andare a trovare il padre biologico verso i cinque anni e lui che non si presentava. Oggi, pur restando in contatto con alcuni membri della famiglia d’origine, la relazione con il padre restava incostante e difficile, spesso con complicazioni sui social network:

Mio papà mi ha aggiunto su Facebook quando avevo 16 anni. E poi mi hanno aggiunto alcune delle sue sorelle e sua madre e suo padre. Ho avuto un litigio enorme con mio papà, questo lo so. Ho sfogato un sacco di rabbia su di lui. In realtà è stato anche abbastanza bello, però. . . [. . .] Sì, non conoscere davvero nessuno e poi ricevere un mucchio di messaggi «Dio, ci sei mancata», e io sto lì tipo «sapevate dov’ero e io non vi conosco nemmeno». Non la prendo bene, questa cosa. [. . .] È davvero difficile da spiegare, sentimenti contrastanti, non sai cosa provi, e poi ci pensi ed è lì che cominci ad arrabbiarti, quando ci pensi. [. . .] Ogni tanto parlo con mia zia. Prima mi telefonava praticamente tutti i giorni e adesso le parlo solo un giorno sì e uno no. Parlo con alcuni dei miei cugini. Mio papà mi blocca e poi mi sblocca di nuovo su Facebook.

Anche Anna provava rabbia e risentimento verso la madre biologica, quando questa l’ha contattata alla fine dell’adolescenza, dopo un lungo periodo di assenza. Anna è cresciuta in affido familiare con uno dei fratelli biologici. Ha avuto contatti con i genitori biologici fino ai 13 o 14 anni circa, anche se spesso i genitori non si presentavano. Quando l’abbiamo intervistata da bambina, a 12 anni, aveva espresso il desiderio che i genitori smettessero di bere. Quando è rimasta incinta alla fine dell’adolescenza, la madre biologica l’ha avvicinata mostrando interesse per il nipote in arrivo, e questo ha alimentato la sua rabbia. Ha ricordato anche un episodio precedente in cui la madre non l’aveva riconosciuta:

Andavo dalle mie sorelle e così via, e poi una volta sono andata da mia mamma con mia sorella e lei in pratica mi ha teso la mano e si è presentata e ha detto: «Ciao, sono la mamma di [sorella], piacere di conoscerti». E io tipo: «Ciao, sono Anna, tua figlia», capisce? [Mi sono sentita] una schifezza, sì. Pensavo solo, è una vergogna. Quindi credo che più cose succedono, più mi arrabbio. E poi, quando è nato il bambino, pensava di diventare la nonna dell’anno, e non capisce che deve cominciare da me, prima di poter cominciare con mio figlio. [. . .] Appena sono rimasta incinta. E lei si faceva sentire tutta sdolcinata, «gli prendo questo e quello». Ma io le ho detto solo: «Alla fine dei conti, e io? Neanche una volta in tutta questa conversazione mi hai chiesto “come stai? Capisci?” “Cioè, sono tua figlia”».

Tuttavia, malgrado questi sentimenti negativi, Anna esprimeva anche il desiderio di capire la madre biologica e le circostanze che l’avevano portata a essere presa in carico. Era questa la sua motivazione nel cercare di ottenere il proprio fascicolo e nel fare un lavoro sulla propria storia di vita. Nel suo racconto sembrava condurre un dibattito interiore tra ciò che provava (cioè animosità) e ciò che pensava di dover provare (cioè empatia, compassione):

Ma credo che sarà solo, tipo, una cosa per me, perché in questo momento non vedo mia mamma come, cioè nella mia testa non mi piace, ma allo stesso tempo devo capire che anche l’alcolismo è una malattia, capisce cosa intendo? Cioè è una malattia, ma ho solo bisogno di capire il perché delle cose, così forse un giorno potrò perdonarla, capisce? perché se le succedesse qualcosa, probabilmente ci starei comunque male, capisce? ma probabilmente non mi farei nemmeno vedere, capisce?, se le succedesse qualcosa. Credo di aver solo bisogno di scoprirlo per poter . . . per la mia tranquillità.

Anche Mia faticava a capire come la madre biologica non avesse cambiato il suo stile di vita autodistruttivo. Mia aveva vissuto per gran parte dell’infanzia con una famiglia affidataria in base a un Residence Order, ma quella relazione si era interrotta alla fine della sua adolescenza. Vedeva regolarmente i genitori biologici ogni tre settimane, ma i contatti si erano interrotti per circa sei o sette anni durante la scuola secondaria. Da giovane adulta, affermava di non sapere fino in fondo il perché, dato che la madre «non mi racconta mai tutta la storia». Quando l’abbiamo intervistata da bambina, a 12 anni, aveva appena cominciato la scuola secondaria e non vedeva la madre biologica da qualche mese «perché doveva ambientarsi nella nuova scuola». Ci aveva detto allora che l’avrebbe rivista presto e che le piaceva vederla. Da giovane adulta, ha raccontato come avesse ripreso i contatti con la madre biologica e come ora considerasse la famiglia d’origine la sua unica famiglia, non avendo altra famiglia su cui contare. Tuttavia, la relazione con la madre biologica non era di grande sostegno, a causa della dipendenza che la madre aveva da tutta la vita:

Oh, sì, posso andare a parlarle quando voglio, ma adesso è un’alcolizzata fatta e finita, eh. [. . .] I tre bambini più piccoli che ha avuto, ha perso anche loro.

Il racconto di Carl comprendeva una molteplicità di emozioni contrastanti verso la famiglia d’origine, tra cui amore, antipatia e disperazione. Carl ha vissuto con la madre affidataria per molti anni. All’inizio dell’adolescenza manifestava comportamenti problematici e difficoltà emotive causate da lutti ripetuti. Nell’arco di tre anni erano morti il padre affidatario, il fratello biologico e la nonna biologica. A differenza di Mia, nonostante avesse lasciato la casa della famiglia affidataria verso i 15 anni, la relazione con la madre affidataria era continuata, ed entrambi facevano ancora pienamente parte l’uno della vita dell’altra. Dopo la partenza, ha vissuto per qualche settimana in una struttura residenziale, poi è andato a vivere con la zia biologica per circa 18 mesi. In seguito si è trasferito dalla madre biologica, che aveva una lunga storia di abuso di droghe. In quel periodo ha cominciato ad abusare di droghe con la famiglia d’origine. Di recente è riuscito a smettere e a stabilirsi con la sua ragazza e il loro bambino. Quando gli è stato chiesto perché continuasse ad andare a trovare la famiglia d’origine, la sua risposta ha messo a nudo il potente ideale culturale della «famiglia normale» (Wilson et al., 2012):

Perché volevo una famiglia vera, volevo una mamma e un papà come quelli [della mia ragazza] . . . Volevo una famiglia che mi volesse bene e che volesse vedermi stare bene.… Non ho niente di tutto questo. Credo di continuare a tornare per provare a vedere se c’è un cambiamento.… Ma voglio anche vedere mia mamma smettere con le pastiglie, per quanto in realtà non mi piaccia. Le voglio bene ma non mi piace. Non mi piace stare con lei. Probabilmente lo sto dicendo tutto male, ma capisce cosa intendo. [. . .] Mi sento responsabile per mia mamma. Sento di dover fare da madre a mia mamma ogni volta che sono con lei.… Sì, preoccupato per il suo benessere.

Carl faticava a reggere questa posizione ambivalente: cercava di proteggere il proprio benessere e il proprio stile di vita prendendo le distanze dai membri della famiglia, ma allo stesso tempo era trascinato dal desiderio di avere «una famiglia vera» e dai suoi sentimenti di amore, cura e preoccupazione nei loro confronti. Questa ambivalenza sembrava essere all’origine di difficoltà emotive, come il «sentirsi giù» e l’ansia.

Ma mi sento come . . . siccome io lavoro e nessuno di loro riesce a lavorare, e io guido e nessuno di loro guida, sa, hanno sempre qualcosa da dire su ogni minima cosa che fai, e poi ti sembra di essere sempre lo zimbello di tutti . . . Non è bello, davvero non è bello, eh. Ogni volta che sto con loro, me ne vado sconvolto o giù di morale, ogni volta che vedo mia mamma, ho subito l’ansia, subito l’ansia, anche solo a parlarne. Il cuore mi batte forte adesso, anche solo a parlarne. Lo giuro su Dio, non ce la faccio con lei.

Le relazioni tra fratelli e sorelle erano molto importanti per molte delle persone giovani dello studio. Tuttavia, per alcune persone partecipanti, fratelli e sorelle si sono rivelati fonte di emozioni molto complesse e di relazioni difficili. La salute mentale di Eric ha risentito negativamente della scoperta delle sorelle biologiche, al compimento dei 18 anni. Eric era stato adottato in tenera età dalla famiglia che lo aveva accolto in affido da neonato. Intervistato nella fase precedente dello studio, a 11 anni, aveva espresso tristezza per il suo passato perché non ricordava la madre biologica. Da giovane adulto, ci ha raccontato come una delle sorelle biologiche gli avesse riferito di recente storie negative sulla loro madre biologica e come lui non fosse pronto ad ascoltarle:

Beh, quest’anno ho scoperto che avevo due sorelle più grandi, che avevo due sorelle più grandi. [. . .] E poi è stato tipo che quest’anno sono andato in depressione per questo. [. . .] una delle mie sorelle mi ha scaricato addosso un sacco di schifezze per via di, sulla famiglia vera, cose che non volevo proprio sapere. Mi stava facendo male, ce l’avevo in testa. [. . .] Non sono cattive persone, ma non capivano davvero cosa stessi passando in quel momento.

Anche Julie aveva relazioni complesse con i fratelli biologici. Julie, che era stata adottata, si sentiva sopraffatta dalla relazione con la sorella biologica. Da bambina, Julie vedeva il fratello e la sorella tre volte all’anno, quando facevano diverse attività (per esempio andare al bowling, al cinema, ecc.). Intervistata da bambina, li considerava parte della sua famiglia, ma non si sentiva per niente vicina a loro quanto alle sorelle adottive. Da giovane adulta, Julie ha ricordato come avesse smesso di parlare con il fratello biologico, perché lui era tornato a vivere con la loro madre biologica. Sembrava inoltre che la sorella biologica tenesse molto a mantenere viva la loro relazione, attraverso pratiche familiari come lo scambio di biglietti e regali. Julie e la sorella sembravano avere aspettative e concezioni molto diverse di questa relazione. Ciò creava un dilemma emotivo per Julie, che provava un miscuglio di emozioni, tra cui senso di colpa, imbarazzo, timore e pena:

Mi piacerebbe conoscerla, ma tipo piano piano. Mi sento un po’ in colpa, credo, ogni volta che la vedo. [Nostro fratello] adesso l’ha piantata in asso. Non ha mai avuto né una mamma né un papà. Ha litigato con la famiglia che si occupava di lei, eh. Non ha niente. E poi, credo di aver sentito che dovevo fare uno sforzo per andarla a trovare. E poi quando sono andata a trovarla, ho pensato, questa cosa è intensa. Ho cominciato a ricevere regali e biglietti tipo da sorella. Faceva abbastanza paura. E poi sul suo Facebook c’era tipo . . . mia sorella. E la gente diceva: «Chi è questa persona?»

In sintesi, i sentimenti di ambivalenza spesso non si risolvevano. La maggior parte di queste persone giovani faticava ad accettare e a dare un senso ai comportamenti e alle situazioni di vita dei genitori. Desideravano ardentemente l’esistenza di quella che consideravano una «famiglia normale». Tuttavia, questi sentimenti venivano affrontati in modi diversi: evitando o ignorando le situazioni difficili (per esempio facendo meno visite alla famiglia d’origine o non facendone affatto) e persino rifiutando membri della famiglia; affrontando direttamente membri della famiglia d’origine (come ha fatto Nichole con il padre biologico); e cercando di razionalizzare, di capire o di provare empatia verso la famiglia d’origine. A volte queste risposte potevano condurre a una certa armonia o a un certo grado di conflitto (interiore o esteriore) (Connidis & McMullin, 2002).

Soddisfazione/appagamento

La soddisfazione è considerata una delle emozioni primarie (Bericat, 2016). La soddisfazione o l’appagamento è anche un’emozione positiva legata a un evento. La maggior parte delle persone giovani che si dicevano appagate delle relazioni con la famiglia d’origine aveva sempre avuto contatti regolari con essa. Alcune sentivano che la loro famiglia comprendeva membri della famiglia d’origine e della famiglia adottiva, affidataria o parentale, anche se molte erano molto più vicine all’una o all’altra e non le consideravano equivalenti. In ogni caso, queste persone giovani sembravano essere riuscite a negoziare le lealtà e il senso di appartenenza tra la famiglia d’origine e la famiglia con cui vivevano, o con l’una o con l’altra. Gavin è cresciuto in affido familiare, ma ha mantenuto contatti frequenti e regolari con la madre biologica e con i fratelli. Si sentiva parte di entrambe le famiglie:

Anche adesso ho un rapporto sano con entrambe le famiglie. [. . .] Mia mamma è mia mamma, e c’è sempre stata per me, ma anche [la mamma affidataria] c’è sempre stata per me . . . quindi le considero entrambe mie mamme.

La madre affidataria e la madre biologica di Gavin avevano sempre avuto un buon rapporto. Da adolescente, dopo una lite con la mamma affidataria, è andato a vivere per un paio di settimane con la madre biologica, ma ha spiegato di essersi sentito triste, in colpa e pentito, e la madre biologica gli ha detto di tornare indietro e chiedere scusa, cosa che ha fatto. Ha continuato ad andare a trovare la madre biologica, e ora ci andava accompagnato dalla sua ragazza. Provava amore, ma anche senso di colpa e impotenza per la situazione in cui viveva la madre:

Vedevo mia mamma e i miei fratelli in una brutta situazione, e non riuscivo davvero ad aiutarli, perché non ero lì tutto il tempo. È ancora così. I miei fratellini stanno arrivando a quell’età, 15, 16 anni, si mettono nei guai. E io non riesco davvero ad aiutarli. [. . .] È frustrante, perché so che se ci fossi io non sarebbe così, perché a volte mia mamma non riesce proprio . . . è dura per lei. È una mamma sola con due ragazzi di quell’età. . . è difficile tenerli a bada [. . .] Cioè, è una mamma fantastica. Adesso sta bene. Mia mamma adesso è fantastica, ma non è per lei che mi preoccupo. Sono i due ragazzi, sono loro che le danno problemi e la mettono nei guai.

A differenza di Gavin, Chloe non si sentiva affatto vicina alla madre biologica quanto lo era alla madre affidataria, pur essendo soddisfatta della relazione con lei. Chloe era andata a vivere con la famiglia affidataria insieme al fratello biologico maggiore quando aveva solo 14 mesi e lui circa quattro o cinque anni. Metteva a confronto i propri sentimenti con quelli del fratello, che sembrava sentirsi più vicino di lei alla madre biologica:

Lui [il fratello biologico] mantiene ancora un rapporto con la madre biologica e così via, anch’io ho cercato di mantenere un rapporto con lei. Ma per me, lo so che suona orribile, è che proprio non riesco ad arrivarci, capisce. Mia mamma è mia mamma adesso, ed è così. Mentre lui è abbastanza. . . vede la mamma come la mamma adesso, ma. . . la sua madre biologica e così via, la chiama ancora mamma e va a trovarla e. . . [. . .] Lui è molto più vicino [alla madre biologica]. Io non ho davvero quel rapporto.

Per le persone giovani in affido presso parenti, c’erano spesso tensioni e conflitti tra la famiglia affidataria parentale e i genitori biologici. Come nello studio di Welch (2018), i parenti affidatari hanno menzionato tensioni e difficoltà nelle relazioni con i genitori della persona giovane. Alcune persone giovani sceglievano di ignorare queste tensioni nei loro racconti o le minimizzavano, pur essendone in qualche misura consapevoli. Per altre, invece, le tensioni familiari creavano un certo disagio emotivo, che emergeva durante le interviste. Jim viveva con il nonno materno e la moglie di lui, che avevano ottenuto un Residence Order per lui. La madre biologica di Jim è la figlia del marito della madre affidataria, nata dal primo matrimonio di lui. Nel corso della sua vita, Jim ha avuto contatti regolari con i genitori biologici e con i fratelli, ma non molto frequenti. Jim aveva sempre considerato i genitori biologici parte della sua famiglia, ma sentiva che le persone chiave della sua vita erano i genitori affidatari. Di recente ha spiegato che in passato andava a trovare i genitori biologici molto raramente, solo a Natale e ai compleanni, ma che ora li vedeva molto più spesso, soprattutto il padre biologico. I genitori biologici si erano separati. Vedeva più spesso anche i fratelli. Sebbene dicesse di essere soddisfatto della relazione con i genitori biologici, e soprattutto con i fratelli biologici, in passato c’erano state situazioni che aveva trovato emotivamente difficili. Per esempio, il fatto di aver sempre chiamato i genitori affidatari «mamma» e «papà» aveva creato momenti «imbarazzanti» nelle interazioni con i genitori biologici, come ha ricordato:

Ci sono state alcune volte, prima che litigassero tra loro, in cui era una situazione difficile perché dovevi pensarci prima di parlare, perché eri così abituato a dire mamma a [madre affidataria], ma quando c’era la mia mamma biologica era tipo [nome della madre affidataria], e ti sentivi a disagio, non sembrava giusto chiamarla [nome della madre affidataria]. Sentivi questo obbligo di non voler ferire. . . ma usavi le tue piccole strategie per gestirla. [. . .] Sì, è solo trovare il mio modo di affrontare tutto nel miglior modo possibile. Tenermi tutto dentro è stato un grosso problema per molto tempo, tenevo tutto dentro, ma ho cominciato ad aprirmi parecchio quando ho cominciato a uscire con [la mia ragazza], quindi . . . Anche la consulenza psicologica.

Per Sophie, la relazione con il padre biologico è cambiata in seguito alla sua uscita dalla casa dei parenti affidatari. I parenti affidatari, che erano la prozia e il prozio materni, non avevano un buon rapporto con il padre biologico. La relazione tra loro e Sophie si era interrotta quando lei aveva 17 anni e si era trasferita in un appartamento suo. Sophie riconosceva i comportamenti e le decisioni dannose del padre biologico, ma esprimeva empatia nei suoi confronti e sentimenti di affetto e di vicinanza emotiva. Aveva costruito un racconto che dava un senso ai suoi comportamenti dannosi. Sottolineava inoltre le esperienze più recenti di sostegno pratico ed emotivo ricevuto da lui, attraverso pratiche e messe in mostra familiari, come decorarle l’appartamento o comprarle delle cose.

Gli voglio bene. È fantastico, sì.… Gli ho sempre voluto bene e tutto, ma ehm. . . lui non veniva mai. . . beh, a volte veniva, ma la maggior parte delle volte era lui quello che mi deludeva, e la mia mamma c’era. [. . .] quando mi sono trasferita qui, il mio papà era tipo. . . «Grazie a Dio! Adesso posso andare da lei». Perché sentiva di non essere il benvenuto, sa, e mia zia e mio zio lo guardavano dall’alto in basso e lo disapprovavano.… Ma appena mi sono trasferita qui, mi ha decorato tutta la casa, mi ha comprato un sacco di cose, e c’è sempre stato per me, sa. Credo che semplicemente non gli piacesse la parte dei servizi sociali e non riuscisse a gestirla, non sapeva cosa fare. E poi c’era anche il suo problema con l’alcol, era semplicemente più importante. E non riusciva a staccarsene. Ma adesso siamo molto vicini rispetto a quando vivevo con mia zia e mio zio. [. . .] E sono contenta di essergli vicina perché, tipo, perché no? sa. . . adesso non si comporta male con me, sì, ha preso delle decisioni davvero di merda e a volte lo guardo e gli dico: «Tu davvero . . . cioè non so nemmeno se ti conosco, per le cose che hai fatto nella tua vita, cose che io non riuscirei nemmeno a immaginare di fare», ma era il suo stile di vita ed è quello che ha fatto e deve conviverci, sa, e ci convive.

Dunque, anche quando queste persone giovani erano soddisfatte delle relazioni con la famiglia d’origine, provavano spesso altri sentimenti nei suoi confronti, o li avevano provati. Inoltre, non tutte le persone di questo gruppo provavano lo stesso grado di vicinanza o di appartenenza. Tuttavia, sembravano tutte aver elaborato le proprie emozioni verso i membri della famiglia d’origine e verso le famiglie con cui avevano vissuto (cioè famiglie adottive, affidatarie o parentali).

Discussione

In questo articolo sono emersi due risultati principali dello studio. In primo luogo, qualunque sia il percorso di collocamento (cioè adozione, crescita in affido familiare a lungo termine, affido presso parenti, ecc.), le relazioni di bambine, bambini e giovani con esperienza di accoglienza con la famiglia d’origine hanno una chiara dimensione emotiva. In effetti, i significati emotivi attribuiti alla famiglia possono essere estremamente complessi per giovani che hanno vissuto la separazione dai genitori biologici in età molto precoce. In questo studio, le persone partecipanti hanno espresso una varietà di emozioni verso i membri della famiglia d’origine, tra cui curiosità, indifferenza, sentimenti contrastanti e complessi (per esempio rabbia, preoccupazione, pena, tristezza, senso di colpa, ecc.) e appagamento. Queste emozioni si rivelavano spesso attraverso le pratiche familiari (per esempio partecipare o non partecipare a rituali familiari come matrimoni o funerali) e le messe in mostra della famiglia (per esempio cambiare cognome). Come nello studio di Holland e Crowley (2013), abbiamo trovato prove della potente co-presenza della famiglia d’origine nel mondo emotivo di molte persone partecipanti, sebbene la maggior parte non la vedesse dalla più tenera età. Inoltre, diverse persone sembravano semplicemente incapaci di sottrarsi alle relazioni con la famiglia d’origine, pur essendo queste spesso difficili o problematiche (Skoglund et al., 2019).

Come sostengono Wilson et al. (2012), gli incontri emotivi sono plasmati dall’interazione sociale diretta, dai ricordi, dall’immaginazione, dalle aspettative e dalle aspirazioni. In altre parole, la nostra esistenza sociale, comprese le forze sociali, strutturali e culturali, plasma le nostre emozioni (Jacobsen, 2019). In questo studio sono emersi alcuni indizi che le esperienze passate, i ricordi e le interazioni di queste persone giovani con la famiglia d’origine e con la famiglia affidataria o adottiva, le loro aspirazioni e aspettative e la loro situazione di vita attuale (in termini di sostegno sociale, condizione socioeconomica e risorse) plasmavano le emozioni che provavano verso la famiglia d’origine. Tuttavia, le emozioni manifestate non sembravano dipendere dal tipo di collocamento. Per esempio, per alcune persone partecipanti, la curiosità era in parte il prodotto delle lacune di conoscenza riguardo alla famiglia d’origine e/o della qualità della comunicazione con la famiglia adottiva o affidataria, più che del fatto di essere state adottate o collocate in affido familiare a lungo termine. Per altre, l’ambivalenza, i sentimenti complessi o l’indifferenza erano dovuti in parte a incontri e interazioni del passato, e/o al fatto che i membri della famiglia d’origine non corrispondevano alle loro versioni idealizzate della genitorialità. In effetti, i racconti di alcune persone giovani riflettevano l’influenza di nozioni idealizzate della famiglia nucleare e una preoccupazione per la qualità di queste relazioni (Wilson et al., 2012).

In secondo luogo, le emozioni di bambine, bambini e giovani verso la famiglia d’origine non erano statiche, ma cambiavano nel tempo. Le emozioni erano fluide e si spostavano in funzione dei cambiamenti e delle transizioni nella vita di queste persone e delle nuove esperienze. Grazie alla natura longitudinale dello studio, abbiamo potuto mettere in luce questo carattere dinamico e fluttuante delle relazioni familiari e delle emozioni delle persone giovani verso i singoli membri della famiglia (Skoglund et al., 2019). Così, alcune persone che in precedenza provavano curiosità verso la famiglia d’origine erano diventate arrabbiate o disilluse a seguito delle loro esperienze di contatto e di interazione con essa; altre, che in precedenza provavano rabbia e sentimenti di perdita verso membri della famiglia d’origine, erano diventate indifferenti; e alcune che in passato erano curiose erano ora soddisfatte delle relazioni con specifici membri della famiglia.

Lo studio solleva implicazioni per la pratica clinica e per il lavoro sociale, dato che l’aspetto emotivamente dinamico dei contatti con la famiglia d’origine nell’accoglienza fuori famiglia è stato in gran parte ignorato. Come già evidenziato da altre ricerche, è importante che bambine, bambini e giovani con esperienza di accoglienza (indipendentemente dal loro percorso e dal tipo di collocamento, cioè adozione, affido familiare, ecc.) ricevano informazioni sulla famiglia d’origine, e che la loro opinione sul livello di contatto sia raccolta e costantemente riesaminata. Così, per esempio, le persone giovani adottate che desiderano incontrare i genitori biologici non dovrebbero essere costrette ad aspettare i 18 anni, se non ci sono ragioni impellenti per farlo. D’altra parte, le persone giovani non dovrebbero sentirsi obbligate ad avere relazioni che non desiderano o che sono emotivamente dannose per loro, né ad avere conversazioni per cui non sono pronte. Alcune avranno bisogno di aiuto per affrontare le emozioni negative, contrastanti e confuse che derivano dalle esperienze di ricerca, di contatto e di perdita di familiari. È dunque importante che bambine, bambini e giovani siano e si sentano sostenuti emotivamente nelle relazioni con i membri della famiglia d’origine per tutta la vita, poiché queste relazioni sono destinate a cambiare nel tempo.

In sintesi, questo studio sostiene la necessità di riconoscere il significato emotivo delle relazioni di giovani con la propria famiglia d’origine lungo tutto l’arco della vita. Dovremmo evitare una visione binaria della famiglia d’origine come «buona» o «cattiva» (Boddy, 2019; Finn, 2014) e tenere presente che le esperienze e i sentimenti di queste persone sono tutti diversi, e che devono prendere le proprie decisioni, ma con il sostegno e l’orientamento adeguati intorno a sé per farlo.

Complexe Systémique: punti chiave

Ciò che l’articolo porta alla pratica sistemica è il tempo: seguite dall’infanzia fino alla prima età adulta, le emozioni verso la famiglia d’origine si spostano, dalla curiosità alla rabbia, dalla rabbia all’indifferenza, talvolta verso una ritrovata vicinanza. Il tipo di collocamento non predice nulla; contano gli incontri reali, le informazioni disponibili e lo scarto tra i genitori immaginati e quelli che si incontrano. Vi si riconoscono la co-presenza emotiva di una famiglia assente, le lealtà divise tra due famiglie (il «mamma» che non si osa più dire davanti alla madre biologica) e il giovane che sente di dover «fare da madre» a sua madre. Nella pratica, ciò invita a non congelare i contatti in una decisione presa una volta per tutte, a preparare e accompagnare i ricongiungimenti, compresi quelli che irrompono attraverso i social network, e a non rinchiudere la famiglia d’origine nell’alternativa tra «buona» e «cattiva». Limiti: 41 giovani in Irlanda del Nord, un’analisi tematica descrittiva e categorie costruite unicamente a partire dai racconti delle persone giovani. Da leggere insieme all’articolo sulle relazioni di giovani adulti con esperienza di affido con i propri genitori biologici e all’articolo sulle messe in mostra della famiglia nelle famiglie affidatarie.

Note dell’originale

Approvazione etica. L’approvazione etica dello studio è stata concessa dall’Office of Research Ethics Committees in Northern Ireland (ORECNI).

Dichiarazione di conflitto di interessi. Chi firma l’articolo ha dichiarato di non avere potenziali conflitti di interessi in relazione alla ricerca, alla stesura e/o alla pubblicazione di questo articolo.

Finanziamento. Chi firma l’articolo ha dichiarato di aver ricevuto il seguente sostegno finanziario per la ricerca, la stesura e/o la pubblicazione di questo articolo: un finanziamento per la fase 4 dello studio è stato concesso dall’Economic and Social Research Council (ESRC) del Regno Unito.

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Traduzione non ufficiale in italiano di The Emotional Nature of Birth Family Relationships for Care-experienced and Adopted Young People: A Longitudinal Perspective, di Montserrat Fargas-Malet e Dominic McSherry, Journal of Family Issues, vol. 42, no 10 (2021), doi: 10.1177/0192513x20978439, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (dichiarazioni raggruppate nelle note). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Questo è l’articolo originale «The Emotional Nature of Birth Family Relationships for Care-experienced and Adopted Young People: A Longitudinal Perspective», pubblicato in Journal of Family Issues (2021) con licenza CC BY 4.0, in una traduzione italiana non ufficiale realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato in testa a questa pagina. Fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Fargas-Malet, M., e McSherry, D. (2021). The Emotional Nature of Birth Family Relationships for Care-experienced and Adopted Young People: A Longitudinal Perspective. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/the-emotional-nature-of-birth-family-relationships-for-care-experienced-and-adopted-young (Opera originale pubblicata nel 2020 in Journal of Family Issues, 42(10), 2263-2288 (2021); ripubblicata nel 2021 da Journal of Family Issues, https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/0192513X20978439)

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