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Genealogia · Famiglia

«Non sono soltanto adottata»: storie di genealogia nelle famiglie con adozione internazionale

Che cosa trasmettere a una bambina adottata in Cina e cresciuta in Inghilterra? Le politiche sull’adozione chiedono ai genitori di fornirle un’«eredità»: una famiglia biologica, un paese, una cultura. Sarah Richards ha ascoltato nove famiglie e dieci bambine dai cinque ai dodici anni. I genitori raccontano, archiviano, inventano. Crescendo, le bambine chiedono altro: essere più della loro adozione.

Autrice Sarah Richards (School of Education and Psychology, University of Suffolk, Ipswich, UK)Prima pubblicazione Genealogy, 6 agosto 2018Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di “I’m More Than Just Adopted”: Stories of Genealogy in Intercountry Adoptive Families, di Sarah Richards, pubblicato in Genealogy (MDPI) (2018), doi: 10.3390/genealogy2030025, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le cinque figure, disegni delle partecipanti, non sono riprodotte, per rispetto dei diritti delle persone; la loro posizione e la loro didascalia sono indicate nel testo. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Queste storie possono essere intese come un punto di partenza da superare, e non come una presenza costante, come invece si intende comunemente l’adozione.

Sarah Richards

Abstract

In contrasto con l’approccio storico della «tabula rasa» nell’adozione, le politiche attuali pongono un’enfasi notevole sul fornire all’infanzia conoscenze; storia familiare; legami biologici; storie, una genealogia su cui fondare un’identità autentica. L’imperativo di questa genealogia complessa, e spesso incompleta, è esplicito anche nella Convenzione dell’Aja sull’adozione internazionale, istituita nel 1993 per garantire che all’infanzia adottata a livello internazionale venga fornita un’«eredità» genealogica. Eppure, nonostante il ricorrente predominio di questo approccio, l’«eredità» rimane un precetto ambiguo, che porta con sé l’aspettativa che le persone adottate abbiano accesso a qualsiasi informazione disponibile sulla famiglia biologica o prima famiglia e acquisiscano una competenza culturale su un paese di nascita spesso lontano e distante. Fornire tale eredità diventa responsabilità dei genitori adottivi internazionali. Non sorprende quindi che questo ruolo sia diventato parte del modo in cui i genitori adottivi internazionali mettono in scena e mostrano la propria genitorialità e le proprie pratiche familiari prima e dopo l’adozione (Richards 2014a; 2018). Questo lavoro familiare è esplicito nelle storie che genitori e figlie co-costruiscono sulla famiglia biologica, l’abbandono, la Cina e il diritto dell’infanzia adottata ad appartenere anzitutto a un paese di nascita. Utilizzando dati qualitativi forniti da un’assistente sociale, da undici bambine tra i cinque e i dodici anni e dai loro genitori, questo articolo esplora il ruolo e il significato mutevole delle narrazioni come strategie familiari per adempiere a tali obblighi di eredità. In questa discussione si delinea la spinta dei genitori adottivi a fornire un’eredità genealogica, alla quale le loro figlie possono finire per resistere man mano che cercano narrazioni alternative e mutevoli attraverso cui costruire le proprie appartenenze e identità.

Parole chiave: appartenenza, adozione internazionale, Cina, narrazioni, genealogia

1. Introduzione

Nonostante le pratiche contestate e controverse che si svolgono sotto il nome di adozione internazionale, essa continua a essere un’opzione di tutela disponibile per un numero ridotto di minori nel mondo. In quanto pratica, l’adozione internazionale amplia la nostra comprensione dell’adozione e viene definita come il processo legale mediante il quale una persona minore abitualmente residente in un paese o Stato (di origine) viene trasferita in un altro paese o Stato (di accoglienza) in seguito a un’adozione definitiva da parte di una o più persone abitualmente residenti nello Stato di accoglienza (ArcAdoption 2013; Department for Education 2011). Un aspetto ulteriore, e spesso provocatorio, dell’adozione internazionale è la sua dimensione transrazziale. Questo termine viene precisato come l’adozione «di un bambino di una razza da parte di genitori di un’altra» (Triseliotis et al. 1997, p. 160; si vedano anche Barn 2013; Barn and Kirton 2012).

L’adozione internazionale (ICA) è comunemente (ma non esclusivamente) regolata dalla Convenzione dell’Aja sulla tutela dei minori e sulla cooperazione in materia di adozione internazionale, istituita nel 1993. Essa comporta di solito (ma, di nuovo, non esclusivamente) il trasferimento di minori dall’Asia, dall’America latina e dall’Europa orientale verso il Nord America e l’Europa occidentale (Leifsen 2008). Nel 2011 Rotabi e Bunkers (Rotabi and Bunkers 2011) sostenevano che dalla Seconda guerra mondiale circa un milione di minori fosse stato adottato a livello internazionale. Statistiche recenti mostrano tuttavia un calo significativo dell’ICA dal 2004, con numeri dimezzati (Selman 2017). In Inghilterra il numero di adozioni internazionali è sempre stato, e rimane, molto basso: appena 58 domande ricevute dal Department for Education nel 2017 e 60 adozioni. Meno di 5 di queste adozioni provenivano dalla Cina. Nonostante questo numero ridotto, la Cina è stata in passato uno dei paesi di origine più frequenti per il Regno Unito e l’oggetto di diversi studi precedenti, come il British Chinese Adoption Study (Feast et al. 2013; Rushton et al. 2012).

Esiste una ricerca considerevole sul potenziale impatto del prelevare una persona minore da un paese per inserirla in un altro attraverso l’adozione (Juffer 2006; Smolin 2004). Si sa meno sui modi in cui le famiglie adottive internazionali gestiscono concretamente le indubbie sfide che ciò rappresenta (Jacobson 2008; Juffer and Tieman 2012). Allen (2007, p. 125) sostiene che la «mancanza di conoscenza e di comprensione delle questioni razziali e culturali» mostrata da chi adotta a livello internazionale sia un valido motivo di preoccupazione. Eppure, Selwyn e Wijedasa (2008) sostengono che in Inghilterra siano state condotte poche ricerche con le famiglie adottive per individuare come vengano facilitate l’etnicità, la cultura e l’appartenenza. Dati il discorso critico e i dibattiti polarizzati che circondano questa pratica (si veda ad esempio Bartholet and Smolin 2012), non sorprende forse che le voci delle persone più toccate dall’adozione internazionale vengano ascoltate di rado (Gibbons and Rotabi 2012). La mia ricerca esplora il modo in cui le complessità dell’appartenenza vengono gestite, mostrate e messe in scena dalle famiglie adottive (Richards 2014a; 2018). Questa ricerca qualitativa si è concentrata sulle storie di nove famiglie e di dieci bambine tra i cinque e i dodici anni, nonché di un’assistente sociale specializzata in ICA che era intervenuta nel percorso di candidatura di alcune delle famiglie che hanno preso parte a questo studio di dottorato. I dati sono stati raccolti attraverso interviste semistrutturate con i genitori e un’attività di diario creativo con le bambine, in cui potevano raccontare storie, fare disegni, aggiungere foto e altri piccoli oggetti per illustrare le loro narrazioni. Questi metodi si inseriscono in un approccio metodologico centrato sull’infanzia e sono stati sostenuti, nel complesso, da un’etica femminista della cura (Cockburn 2005). Le famiglie vivono in Inghilterra e hanno adottato in Cina. Non era mia intenzione concentrarmi solo sulle bambine, ma tutte le famiglie che si sono proposte per partecipare avevano figlie. Le spiegazioni sulla prevalenza di bambine disponibili per l’adozione in Cina sono complesse e poco studiate, anche se spesso si presume che siano una conseguenza dell’attuazione della politica cinese del figlio unico (oggi abolita). Sono le storie di queste persone adottate così giovani che ho cercato di mettere in luce, in risposta alla mancanza di voce che hanno altrove in questo campo.

Esistono diversi studi pertinenti sull’adozione internazionale che includono riflessioni sull’identità. La ricerca di Volkman (2005, p. 32) con persone adottate transrazzialmente in Svezia illustra le «complesse trasformazioni dell’identità» nel processo adottivo. Dorow (2006, p. 4) ha condotto una ricerca con genitori adottivi e sostiene che le narrazioni identitarie dell’infanzia siano al tempo stesso complesse e «relazionali». La ricerca di Howell (Howell 2006), svolta in Norvegia, include le voci di persone adulte adottate a livello internazionale che affermano che socialmente si pone un’enfasi eccessiva sul loro status di persone adottate. Lo studio di Feast et al. (2013) ha raccolto le testimonianze di persone adulte adottate in Cina e residenti nel Regno Unito, in cui, come nelle ricerche precedenti, emerge una fluidità dell’identità (si veda anche Malhotra 2013). Inoltre, Howell (2006) sostiene che aspetti diversi dell’identità possano essere accentuati in determinati contesti sociali. In linea con i risultati di Howell, anche lo studio di Moinian (2009) sull’identità, pur non riguardando l’adozione, illustra che certi tratti identitari possono essere più salienti in contesti specifici.

Queste ricerche ci ricordano che le nostre narrazioni identitarie non sono fisse, possono essere contestate, si riferiscono al passato e anche a un potenziale «mito delle origini». Queste narrazioni aiutano a spiegare il presente e contengono anche un progetto per il futuro (Yuval-Davis 2011, p. 14). Tuttavia, nella letteratura e nella pratica dell’adozione prevale comunemente una concezione fissa, essenzializzata e naturalizzata dell’identità e dell’appartenenza (Richards 2012; 2014a). Queste appartenenze naturali sono considerate legami primordiali e collocano i legami etnici e biologici come pre-sociali e pre-culturali (Shils 1957). Queste connessioni biologiche e familiari fisse favoriscono un senso di continuità, in cui l’identità si costruisce attraverso narrazioni di successione generazionale (Warner 1991). Queste connessioni fondate sul sangue sono associate all’appartenenza a uno Stato nazione, a un luogo di nascita, e creano legami prescritti tra appartenenza biologica e familiare che sono stati essenzializzati come parte integrante dell’identità (Bartholet 1999). Queste «componenti primordiali» (Yuval-Davis 2011, p. 409) dell’identità dominano il dibattito, le politiche e la pratica dell’adozione (Richards 2012). «La famiglia biologica naturalizzata, con il suo status privilegiato (sia socialmente sia politicamente) come luogo di appartenenza autentica, è un discorso potente che crea una verità particolare su come dovremmo appartenere, e a chi» (Richards 2018, p. 55). Geertz (1963, p. 108) descrive queste «congruenze di sangue» come «soverchianti» e coercitive, al punto che l’obbligo, in una forma o nell’altra, verso questi legami è un’esperienza universale.

Senza «appartenenze di sangue», le persone adottate, in età infantile come in età adulta, vengono costruite socialmente come prive di narrazioni identitarie complete, il che mette a rischio lo sviluppo di un’identità autentica (Richards 2012). Questo «smarrimento genealogico» (Sants, citato in Volkman 2005, p. 26) deve essere compensato (Richards 2018). Nell’adozione internazionale questa compensazione comincia con le storie genealogiche: narrazioni di appartenenza sia alla famiglia biologica sia a quella adottiva, al paese di nascita e al paese di adozione. Queste narrazioni devono anche cercare di andare oltre i confini etnici e razziali. Tali narrazioni genealogiche si intrecciano a partire da una storia personale conosciuta e presunta. Per le bambine adottate in Cina, nozioni come l’abbandono e l’accoglienza in orfanotrofio diventano i punti focali delle loro prime narrazioni. Queste componenti strutturano le genealogie costruite per, con e sulle persone adottate e «sceneggiano» le loro storie di appartenenza (Richards 2018, p. 56).

Le politiche sull’adozione in Inghilterra rendono esplicita la necessità dell’eredità. In nome del principio dell’interesse superiore, la legge inglese consente alle persone adottate di ricercare le proprie origini e la propria famiglia biologica e di accedere ai documenti relativi alla loro adozione (Mignot 2017). I libri della vita sono un’attività accettata e attesa, che utilizza le conoscenze disponibili sulle famiglie biologiche e sulle famiglie adottive (Watson et al. 2015). La pratica del servizio sociale riproduce quindi questo imperativo di eredità primordiale fornendo storie di vita genealogiche e l’accesso a una cultura di nascita, in nome dell’interesse superiore dell’infanzia (Richards 2014b). Di conseguenza, le famiglie adottive, che cercano di sostenere lo sviluppo identitario e l’appartenenza dei loro figli e delle loro figlie, elaborano storie, strategie e pratiche familiari per facilitarne la complessa appartenenza genealogica attraverso la nascita, il sangue, il paese e l’adozione.

Questo articolo illustra l’importanza dell’eredità come diritto di nascita nell’adozione, prima di delinearne il peso nella legislazione pertinente. La centralità di questa attenzione viene poi esplorata utilizzando dati raccolti presso i genitori e le loro figlie, che mettono in luce i modi in cui la conoscenza genealogica viene facilitata in queste famiglie con adozione internazionale.

2. L’imperativo della genealogia come diritto di nascita nell’adozione

Il passaggio da un approccio della «tabula rasa», un tempo dominante nell’adozione, a una posizione secondo cui ci si aspetta che l’infanzia adottata disponga della conoscenza familiare, delle circostanze dell’adozione e dell’eredità culturale, è avvenuto in parte come risultato dell’evoluzione delle idee sull’infanzia e sul suo interesse superiore. Il principio dell’interesse superiore è oggi centrale in tutta la legislazione che riguarda l’infanzia e sostiene il discorso sull’adozione (Aldridge 1994). La crescente enfasi sui discorsi dei diritti continua inoltre a orientare la tutela dell’infanzia e le politiche sull’adozione in Inghilterra. Tuttavia, Roby (2007) contestualizza in modo sintetico l’ambiguità associata a un discorso fondato sui diritti nell’adozione internazionale, distinguendo tre fasi del processo adottivo che si appoggiano sui diritti per giustificare politiche e pratiche. Prima dell’adozione: vengono sottolineati i diritti a una famiglia, alla cultura di nascita e all’accesso a cure sanitarie adeguate, insieme al diritto alla sopravvivenza. Durante l’adozione: la persona minore ha diritto a essere adottata, a essere accudita da una famiglia adeguatamente preparata e valutata, e a poter esprimere il proprio consenso. Dopo l’adozione: sono richiesti l’accesso alla cultura di nascita e ai documenti dell’adozione, l’accettazione sociale e la piena appartenenza familiare nel paese di adozione. Quest’ultimo insieme di diritti rende esplicito il ruolo della genealogia come diritto e, al tempo stesso, come interesse superiore della persona minore (Richards 2014b), e rimanda alla complessità delle narrazioni di appartenenza.

L’aspetto genealogico della formazione dell’identità è particolarmente problematico nell’adozione internazionale, poiché spesso sulla famiglia biologica sono disponibili poche informazioni, o nessuna. In Cina si presume in generale che un certo numero di neonati diventi adottabile in seguito all’abbandono. Per l’infanzia adottata in modo transrazziale e internazionale, questa recisione dei legami genealogici ha comunemente indotto il silenzio, rendendo molto difficile affrontare la famiglia biologica e le origini (Volkman 2005). Una tabula rasa contraddice quindi al tempo stesso il precetto dell’interesse superiore della persona minore, l’ideologia della parentela e i discorsi dei diritti sanciti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (1989) (UNCRC). Sono questi diritti a dare forma alla Convenzione dell’Aja (1993), attraverso la quale sono organizzate le adozioni tra la Cina e l’Inghilterra, e trovano la loro formulazione più sintetica nel principio di sussidiarietà. In conformità con questo principio, l’UNCRC considera l’adozione internazionale un’opzione adeguata solo quando sono state esaurite tutte le opzioni nazionali, compresi l’affido familiare e un’adeguata accoglienza istituzionale.

Il diritto dell’infanzia ad accedere alla propria eredità ricorre con insistenza nelle politiche e nella pratica dell’adozione. Sostengo che in questo contesto l’eredità rimandi a un riconoscimento continuo di identità primordiali ed essenzializzate, attribuite e fissate attraverso la nascita e una famiglia biologica. In questo discorso dominante, la buona riuscita della formazione dell’identità dell’infanzia diventa così inestricabilmente legata, nelle politiche e nella pratica dell’adozione che cercano di proteggere tale identità, a un luogo di nascita etnico e culturale.

3. La presenza dell’eredità nelle politiche

Hollingsworth (1998) ha già messo in luce cinque grandi principi professionali nelle politiche e nella pratica dell’adozione. Tra questi figurano l’importanza dell’eredità etnica; il primato dei genitori e della parentela biologici nel crescere l’infanzia; il principio per cui l’infanzia non dovrebbe perdere la propria famiglia biologica per sole difficoltà economiche; e l’impegno e la preferenza per l’adozione all’interno della stessa razza, con soluzioni alternative (come l’adozione transrazziale e internazionale) accettabili solo se altrimenti la persona minore resterebbe priva di una famiglia e di una casa permanenti. «Questi principi fondamentali sono diventati narrazioni chiave (Bruner 2004) dell’adozione e hanno orientato lo sviluppo delle politiche nazionali e internazionali» (Richards 2018, p. 56). Il ruolo delle politiche sull’adozione è stato quello di consentire all’infanzia di essere reinserita in una struttura familiare e di fornire le cure più appropriate per il suo benessere (Keating 2009). Questa ricostituzione inserisce l’infanzia nell’istituzione della famiglia, ma, come indicano i principi di cui sopra, attraverso attaccamenti inferiori o subordinati, privi di radici genealogiche. Sono appartenenze di carta più che di sangue, di scelta più che di destino. Di conseguenza, si suggerisce che le famiglie adottive, descritte da Gailey (2000, p. 296; si veda anche Schneider 1968), abbiano un «senso di appartenenza» «diluito». Da una prospettiva primordiale, la natura o il sangue saranno sempre privilegiati rispetto all’educazione (Hawkins 2016).

La Convenzione dell’Aja (1993) evoca queste narrazioni chiave dell’appartenenza. Attraverso il principio di sussidiarietà, essa individua l’importanza della preservazione della famiglia biologica e quella dei programmi volti a ricongiungere l’infanzia con la famiglia biologica nei paesi di origine. La Convenzione stabilisce inoltre che, nella maggior parte dei casi, l’interesse superiore della persona minore è meglio tutelato mantenendola all’interno di questo nucleo familiare biologico. In ciò la legislazione riflette il privilegio prevalente accordato alla famiglia biologica come luogo naturale e più appropriato per l’infanzia:

…la filosofia dell’ente deve essere che il suo lavoro sia centrato sull’infanzia e che l’ente [organismo autorizzato] rispetti la priorità data nello Stato di origine alla preservazione della famiglia e al ricongiungimento dell’infanzia con la famiglia biologica.

(Hague Conference on Private Law 2012, capitolo 6, sez. 6.1, p. 47)

Lo status d’eccezione della famiglia biologica è esplicito. L’identità essenzializzata attraverso la nascita e l’origine viene protetta e privilegiata. L’adozione internazionale viene chiamata in causa non solo perché mette a rischio l’identità autentica delle singole persone minori, ma anche perché mette a rischio la preservazione delle «famiglie di origine, della lingua, della cultura e della religione» (Ja Sook Bergquist 2012, p. 46).

Il compito professionale, come individuato dalla legislazione, comprende la valutazione formale delle candidature per assicurare che le persone che adottano siano sufficientemente preparate (Hoffman 2013), che l’abbinamento sia adeguato e che possano offrire un sostegno continuo a un’infanzia separata dalla famiglia e dall’eredità. Tale preparazione comprende un’attenzione al possibile impatto della perdita della famiglia, della cultura e del paese per la persona minore e al modo di favorire la ricostruzione di questi legami. È qui che l’«obbligo» delle connessioni primordiali (Geertz 1963, p. 108) viene trasferito ai genitori adottivi. Jacobson (2008, p. 2) sostiene che l’enfasi sulla «custodia della cultura» occupi ampio spazio nella legislazione sull’adozione e nei consigli professionali, che invitano i genitori a educare i figli e le figlie adottivi sul loro paese e sulla loro cultura di nascita per favorire lo sviluppo di una «solida identità etnica». Tale aspettativa e tale enfasi sono esplicite fin dalle prime fasi del percorso di candidatura, come sottolinea qui sotto l’assistente sociale nei miei dati:

Anne. Iniziare il percorso con una coppia che non conosce il paese, o che magari non l’ha nemmeno mai visitato, è più difficile. Ho sempre cercato di incoraggiare le persone ad andarci; faccio l’esempio di andare in Cina, dove è una cosa difficile: ti arriva tutto in faccia, la confusione, gli odori, la sporcizia, e la cordialità delle persone, le cose enormi che ci sono. Se non conosci il posto, sarebbe un’imprudenza partire per andare a prendere un bambino o una bambina e vedere tutti questi aspetti del paese e della cultura per la prima volta proprio in quel momento.

Faccio colloqui lunghi, e tanti quanti ne servono. Cerco di non trattenermi troppo a lungo con le persone, ma sono certamente disposta a farlo, perché parlo, faccio domande per far aprire le persone, perché se non entri davvero sotto la pelle delle persone non puoi conoscerle veramente. Devo farmi un’idea di come questa persona affronterà gli aspetti pratici e le emozioni del crescere un figlio o una figlia che viene da un’altra cultura e che magari ha un altro colore della pelle, o un’etnia completamente diversa. Ovviamente ci sono alcune domande semplici che bisogna fare, ma penso che si debba sapere di più e scavare più a fondo, e capire come funzionano le persone. Penso di essere piuttosto invadente, non necessariamente nello scavare nei pensieri personali delle persone, ma ho bisogno di sentire di aver conosciuto queste persone.

Durante l’intenso percorso di candidatura, chi adotta viene reso consapevole del complesso intreccio di appartenenze biologiche e adottive che deve costruire per il benessere dei propri figli e delle proprie figlie. Un padre adottivo (qui sotto) parla del suo tentativo di stabilire questa appartenenza. Harry comincia descrivendo le lettere scritte a una figlia non ancora adottata. Queste lettere servono a stabilire un legame con le figlie, ma anche a favorire un senso di «storia» familiare, come lui la descrive.

Sarah. Angela mi ha raccontato che entrambi avete scritto lettere alle vostre figlie prima dell’adozione: può dirmi che cosa vi ha spinto a farlo?

Harry. Avevamo scritto loro delle lettere perché era un modo per fare qualcosa durante l’attesa. Tenevamo anche un diario, la chiamavamo semplicemente «tesoro mio»; ma c’era un livello di coinvolgimento e di attaccamento che nasceva da lì, che rafforzava le cose ed era centrato su di lei.

Sarah. Vi era stato detto che scrivere lettere era una cosa buona da fare, o avete semplicemente sentito la spinta a farlo?

Harry. Non ricordo che ci abbiano detto di farlo; è venuto da quello che siamo come persone e dalle nostre esperienze di vita. Non cerchiamo di compensare la loro enorme perdita personale, perdere assolutamente tutto, ma di capire come potremmo dar loro qualcosa per, non sostituire ciò che avevano perso, ma un senso di appartenenza a una famiglia, suppongo. Avevamo desiderato così a lungo diventare genitori che, una volta avuta la bambina, eri al settimo cielo, davvero, è quello che ho provato io, un’euforia che è durata parecchio, mi sentivo praticamente invincibile. Una volta avuta tua figlia senti di aver scalato l’Everest e di scendere verso un comitato di benvenuto. Le persone che hanno condiviso il viaggio con noi, le amicizie che comparivano nel video dell’adozione e hanno condiviso la storia con noi, è importante averle.

Sarah. Guardate spesso il video?

Harry. Sì, beh, alle bambine piace molto guardarlo; mettiamo il video, che mostra il viaggio mentre eravamo là. Adorano guardarlo da sole e vedere momenti davvero importanti.

Credo che in realtà stiamo seminando per il futuro, facendo questo adesso per poter dar loro una storia, aiutandole adesso ma anche dando loro qualcosa per gli anni a venire. Ho una scatola che apparteneva a mio nonno ed è importante per me; voglio che sentano lo stesso legame con lui che sento io, che lui è il loro bisnonno, e che si sentano legate a lui attraverso la scatola e attraverso me.

Overall (1997) mostra il privilegio accordato alla connessione biologica e genetica attraverso l’identificazione di somiglianze con la propria discendenza, che permette di sentire un senso di continuità e di storia e di costruire un’identità attraverso una «narrazione di successione generazionale» (Warner 1991). L’identità individuale è costruita come inscritta nell’identità familiare (Lawler 2008), e qui Harry articola il rapporto tra un’identità biologica «naturale» e un’appartenenza «culturale o sociale» propria dell’adozione. Egli costruisce attivamente un’appartenenza sociale per le sue figlie e al tempo stesso dichiara l’aspirazione a che anche le sue appartenenze biologiche siano significative per loro. Il suo obbligo verso i legami primordiali e verso quelli adottivi è esplicito.

L’importanza di conservare le informazioni relative alle origini, ai trascorsi e alla storia familiare dell’infanzia è sottolineata in tutta la Convenzione dell’Aja, anche se in pratica queste informazioni possono essere piuttosto limitate e lasciare molte lacune nelle conoscenze che le bambine e i bambini, e le persone adulte che diventeranno, potrebbero cercare. Le persone adulte adottate parlano dell’importanza di possedere queste conoscenze, descritte come le «grandi informazioni», ma anche i dettagli «piccoli e apparentemente insignificanti» sul loro passato (Richards 2014b, p. 9). La Convenzione afferma (2013) che questa conoscenza storica delle origini, dell’identità e della cultura aiuta a stabilire o mantenere legami con un paese e una cultura di nascita. I genitori adottivi sono al tempo stesso incaricati di questo compito e personalmente motivati a sostenere il benessere dei propri figli e delle proprie figlie cercando di offrire tali legami. Con bambine e bambini molto piccoli, questa appartenenza viene sviluppata e inizialmente messa in scena attraverso il racconto.

4. La messa in scena e l’esibizione dell’eredità nelle famiglie

Le storie di adozione sono narrazioni potenti che non solo collegano il genitore adottivo alla persona adottata, e questa a un luogo e a una razza, ma svolgono anche un ruolo nel mantenimento dell’ordine morale e sociale (Yngvesson and Mahoney 2000). Nelle famiglie biologiche, le narrazioni svolgono un ruolo chiave nel perpetuare la discendenza familiare e nel rafforzare il ruolo del sangue e della biologia nella struttura familiare normativa. Nelle famiglie adottive, esse sottolineano l’importanza sociale della famiglia biologica, collocando la persona adottata in quella famiglia prima che si possa raccontare qualsiasi storia di adozione.

4.1. Storie di nascita e di origine biologica

Le storie di nascita cercano di ancorare l’infanzia a una famiglia biologica, a un paese e a una cultura di nascita: un punto di partenza dal quale possono emergere l’identità e appartenenze alternative. Queste storie servono anche a mantenere il primato e il privilegio delle appartenenze biologiche, di sangue, così dominanti nell’ideologia familiare. Lawler (2008) ci ricorda che i legami di sangue non sono legami in sé, ma costruzioni sociali e quindi simboli di connessione. Eppure, come sostiene Shils (1957), a un discorso primordiale viene attribuito uno status di naturale e quindi più potente del sociale. In queste famiglie adottive, tali simboli di connessione vengono creati attraverso relazioni che cominciano in un orfanotrofio (conosciuto o presunto), in una provincia di nascita, in un paese di nascita e in una data di adozione. Il contesto sociale rende il racconto di queste storie una compulsione, e si presume che il benessere delle persone adottate si fondi su tali storie delle origini. Sono le storie articolate nel processo adottivo, che i «buoni» genitori adottivi devono mettere in scena nel «superiore interesse» dei figli e delle figlie (Richards 2018). Esse fanno parte delle attività di produzione culturale in cui queste famiglie si impegnano, e attraverso le quali riconoscono e comprendono le proprie appartenenze.

Parte del ruolo del genitore adottivo consiste nello stabilire un legame familiare biologico, nel facilitare una parentela con una madre e una famiglia biologiche la cui assenza nella vita delle bambine è descritta da Dorow (2006, p. 164) come «assordante». La famiglia biologica è comunemente simboleggiata da una figura materna idealizzata. In questo lavoro di parentela (Traver 2009), la madre adottiva diventa il mezzo attraverso il quale la madre biologica viene mantenuta come figura simbolica. Nel disegno che segue, il lavoro affettivo della madre adottiva ha fornito a una figlia una narrazione sulla madre biologica che lei può utilizzare per costruire una famiglia biologica immaginata e che la aiuta così a familiarizzare con questo legame biologico e con il proprio rapporto con esso. La madre biologica ha la testa più grande ed è il punto di partenza da cui scorre il resto della narrazione: si veda la figura 1.

[Figura 1 (la famiglia biologica immaginata di Amy) — disegno di una partecipante, non riprodotto qui.]

La storia raccontata con questo disegno spiega l’assenza di Amy da questa famiglia biologica immaginata e attribuisce un ruolo chiave alla madre biologica. La madre adottiva di Amy ha scritto la storia sul disegno su richiesta di Amy:

Amy (7 anni) I miei genitori biologici sono stati insieme per poco tempo prima di lasciarsi perché una volta hanno litigato tanto e lui ha deciso di andarsene. La mattina lei ha detto «buongiorno marito» ma non ha risposto nessuno. Si è sentita molto triste e ha pensato: «Che cosa è successo? Gli volevo davvero bene ma credo di averlo ferito». Litigavano perché lui non voleva avere un bambino con lei e lei voleva tanto un bambino e allora si sono lasciati. Potrebbe essere vero, no? [chiede alla madre adottiva]

La storia qui sopra fornisce una famiglia biologica e prepara il terreno per una narrazione dell’abbandono che cerca di spiegare la separazione della bambina dalla famiglia biologica. La costruzione della parentela richiede un’altra attività chiave, comunemente attribuita al ruolo materno nel discorso sull’adozione: cercare di colmare i vuoti che l’assenza di una famiglia biologica può provocare. Dorow indica l’importanza attribuita a questo ruolo:

Il lavoro affettivo di creare un’identità originaria per la persona adottata ci dice come il sangue e la cultura dialoghino tra loro, attraverso la parentela di genere, le fantasie razzializzate e gli immaginari nazionali.

(Dorow 2006, p. 165)

Rosenblum et al. (2006) considerano questo ruolo complesso e specifico delle famiglie adottive. Tuttavia, all’interno delle famiglie adottive questo compito è interpretato come normativo e viene facilitato attraverso il racconto di storie. Si dice che le lacune genealogiche minino l’identità autentica delle persone adottate, e i genitori adottivi hanno il compito di insegnare ai figli e alle figlie a gestire questa perdita e di offrire ciò che possono per colmare i vuoti (Lacher et al. 2005). Qui sotto una madre adottiva sottolinea la rilevanza ricorrente dei legami della figlia con la famiglia biologica, che il suo lavoro affettivo contribuisce a sostenere:

Angela. Abbiamo creato una pagina nel suo libro della vita che è diventata una conversazione sulla genetica e su come sarebbe sempre stata legata alla sua famiglia biologica attraverso i suoi geni.

Lisa (8 anni), la figlia di Angela, conferma questa influenza dei geni nel suo disegno della famiglia biologica, in cui le figure portavano gli occhiali. Mentre disegnava, ha spiegato che è da lì che viene la sua miopia. Si veda la figura 2.

[Figura 2 (il disegno della famiglia biologica di Lisa) — disegno di una partecipante, non riprodotto qui.]

4.2. Storie di abbandono

Si presume comunemente che molte delle bambine adottate in Cina siano state abbandonate prima di essere affidate alle cure degli orfanotrofi locali. Questi dettagli vengono spesso comunicati ai genitori adottivi al momento dell’adozione. Come e quando condividere queste informazioni con le figlie è una decisione che ogni famiglia deve prendere individualmente. Qui sotto Angela parla della sua ansia all’idea di dire alla figlia Lisa che era stata trovata davanti al cancello dell’orfanotrofio in una scatola di cartone:

Angela. Proprio non sapevo come avrei fatto a dirglielo. Poi un giorno, quando aveva circa tre anni, mi ha detto: «Giochiamo a mamme e bambini». Io ho detto: «Va bene», e lei: «Io faccio la bambina e tu puoi essere la mia mamma cinese». Ero un po’ nervosa, ma abbiamo cominciato questo gioco di ruolo e, prima che me ne rendessi conto, stavo recitando il suo abbandono. La tenevo in braccio sul pavimento, la stringevo e le dicevo: «Ti voglio tanto bene ma non posso occuparmi di te, che cosa posso fare? Devo metterti in un posto sicuro perché altre persone si prendano cura di te». Le lacrime mi scendevano sul viso mentre facevo finta di metterla in una scatola, dicendo: «Questa ti riparerà dal vento e dalla pioggia, ti terrà al sicuro». La cosa incredibile è che, mentre recitavo questa parte, la scatola è diventata davvero per lei un rifugio, e non qualcosa da buttare via come avevo sempre pensato. A quel punto piangevo a dirotto. Lisa mi ha messo la mano sulla guancia e mi ha detto: «Non ti preoccupare, mamma, la mia mamma inglese arriva presto e si prenderà cura di me».

Altre famiglie scelgono di seguire le indicazioni su come affrontare questo argomento con le figlie, come sottolinea Ruth:

Ruth. Abbiamo una terminologia che abbiamo deciso in famiglia: madre biologica e padre biologico, il termine britannico convenzionale, quello suggerito nell’adozione. Non usiamo mai il termine «abbandonata»; usiamo sempre il termine «trovata». Non le diciamo bugie ma semplicemente la verità come la conosciamo, con un linguaggio che lei capisce. Puntiamo sugli aspetti positivi più che su quelli negativi, quindi le diciamo: «Eri in un posto sicuro per essere trovata e ti ci ha messa la tua madre biologica». Solo i fatti; e se non conosciamo la risposta allora diciamo che non la sappiamo. È quello che mi hanno consigliato altre persone ed è quello che faremo.

Pur affrontato in modi diversi e personalizzati, ogni famiglia ha una storia dell’abbandono che viene raccontata perché la storia dell’adozione che segue abbia senso come parte delle narrazioni dell’eredità di queste bambine. Si veda la figura 3.

[Figura 3 (Louise (9 anni) raffigura l’importanza che hanno per lei le storie di famiglia) — disegno di una partecipante, non riprodotto qui.]

4.3. Storie di adozione

Il modo in cui queste bambine sono arrivate nelle loro famiglie adottive è una storia di appartenenza fondamentale, che spesso comincia con un primo incontro. Questo primo incontro in Cina è anche il momento in cui la piccola viene affidata per la prima volta alle cure di chi l’adotta. È, comprensibilmente, traumatico. Sally racconta qui sotto la sua storia:

Sally. Siamo arrivati e ci hanno detto che l’avremmo conosciuta il giorno dopo, poi hanno bussato alla porta dell’albergo, c’era la guida e ha detto: «Bebè arriva fra mezz’ora», quindi è stato un po’ uno shock, avevamo il jet lag ed eravamo affamati. E mezz’ora dopo lei era alla porta che urlava. Me l’hanno data in braccio e lei si è fatta tutta silenziosa, si guardava intorno per vedere dov’erano la direzione dell’orfanotrofio e la persona che si occupava di lei, ma non piangeva. Però, dopo che se ne sono andati, si è attaccata a mio marito e ha deciso di andare solo da lui. Per il resto della settimana in cui siamo stati in Cina non voleva venire da me.

Le storie del «primo incontro» vengono raccontate alle bambine per aiutarle a cominciare a comprendere dove e a chi appartengono in seguito all’adozione. Le bambine stesse parlano degli stessi eventi e di figure chiave simili, ma con spiegazioni diverse. Mentre madri come Sally parlano di estraneità e razionalizzano il rifiuto (un’esperienza comune), le bambine si collocano come neonate per spiegare il loro rifiuto iniziale dei genitori adottivi. Wim (la figlia di Sally) racconta la sua versione della stessa storia:

Wim (9 anni). Quando ero in Cina ero piccolissima, quindi non so bene cosa è successo. Non mi piaceva la mamma, quindi il papà doveva tenermi in braccio quando eravamo in Cina. Ma quando siamo tornati a casa, la mamma mi ha dato un biscotto al cioccolato e allora mi è piaciuta [ride]. La mamma pensa che fosse perché il papà aveva gli occhi più scuri e la mamma ha gli occhi azzurro chiaro e forse io ero abituata al colore degli occhi del papà.

Anche Lisa (7 anni) racconta una storia di rifiuto iniziale e, di nuovo, il cibo serve a creare un primo legame. La sorella minore di Lisa, Jane (5 anni), interviene per spiegare il comportamento della sorella maggiore:

Lisa. Ho pianto. Mi ricordo di quando continuavo a rubare i biscotti. Allora, la mamma e il papà mi hanno dato un biscotto e l’ho mangiato e poi hanno dato un biscotto a [la direttrice dell’orfanotrofio] e io gliel’ho preso perché era proprio accanto a me. Erano rosa.

Jane. Non capivi. Eri solo una bimba piccola

Lisa. La mia mamma mi chiama Pesca perché quando mi ha presa avevo un buco sul sedere [apertura nei pantaloni usata tradizionalmente in Cina] e quando mi ha tenuta in braccio la prima volta ha detto che era liscio come una pesca

Essere «piccolissime» spiega l’inspiegabile, il rifiuto dei genitori che ora amano e di cui si fidano. Entrambe le bambine ridono di questa reazione verso i genitori e usano l’umorismo per raccontare come la maggiore abbia ricevuto anche il suo soprannome di famiglia. Lisa rivendica questi racconti come propri ricordi. Forse non sorprende, dato che queste storie le sono state raccontate nei sei anni trascorsi dalla sua adozione e che ha visto spesso il video dell’evento. Ha partecipato al racconto della storia con gli altri membri della famiglia (come fa anche la sorella minore, pur non essendo stata presente, e nemmeno nata, quando l’evento ha avuto luogo).

È comune che i genitori utilizzino materiale d’archivio come spezzoni video. I materiali d’archivio sono stati usati in vari modi durante le interviste per mostrarmi qualcosa o fornire informazioni.

Rosie (7 anni). Guardiamo il video delle nostre adozioni. Abbiamo portato la nostra videocamera e la mia mamma e il mio papà l’hanno filmato. Ero triste quando la mamma e il papà mi hanno adottata

In queste narrazioni, la Cina come spazio domestico immaginato e l’Inghilterra come casa sembrano fluide. Wim parla di tornare «a casa» dopo l’adozione. Nell’estratto qui sopra, Rosie rivela, con l’espressione «abbiamo portato», la proprietà collettiva della videocamera. La frase mostra anche una pluralità, un «noi», e che anche lei ha viaggiato dall’Inghilterra alla Cina. Rosie si colloca come appartenente alla sua famiglia anche mentre parla della sua adozione dal paese di nascita e delle sue emozioni di allora. Le bambine conoscono queste storie perché sono state loro raccontate ripetutamente e, mentre le raccontano, le storie si spostano e vengono ri-narrate (Cresswell 2008).

Un padre parla dell’imperativo di cominciare a raccontare queste storie:

Frank. Una delle cose che abbiamo ricavato da tutto il percorso di candidatura, sia nell’adozione nazionale sia in quella internazionale, è che si parla dell’adozione prima che loro possano parlarne, se ne parla con loro, e non è mai stato un argomento di cui non parliamo.

La moglie di Frank aggiunge poi una storia che conferma quanto detto da Frank, raccontandomi la prima volta in cui la figlia ha detto «adozione»:

Thelma. Aveva circa due anni, era seduta sul seggiolone e ha detto «dottata» per la prima volta con un gran sorriso stampato in faccia, e poi questo è diventato «dottata, Cina»

Le narrazioni della nascita, dell’abbandono e dell’adozione sono utilizzate dai genitori adottivi per collegare le figlie alle famiglie e ai paesi di nascita così come a quelli di adozione. Raccogliere le «grandi informazioni» e i dettagli «piccoli e apparentemente insignificanti» sul loro passato (Richards 2014b, p. 9) fa parte del modo in cui, in queste famiglie, l’appartenenza primordiale e adottiva viene messa in scena e le genealogie vengono create.

4.4. Costruire una genealogia

Creare una narrazione di vita coerente e informata è una necessità per essere un buon genitore adottivo (Richards 2018). Gli archivi, in particolare, possono dare forma a persone e luoghi del passato; individuano anche il nostro legame con queste persone e questi luoghi, e ci aiutano così a capire chi siamo e come apparteniamo nel presente (Meinhof and Galasinski 2005). Posta in questi termini, non sorprende la misura in cui le famiglie del mio studio si dedicavano all’archiviazione. La trascrizione qui sotto descrive l’ampio lavoro di archiviazione di Tina e anche il modo in cui esibisce questo ruolo che le è attribuito:

Tina. Siamo ancora in stretto contatto con il direttore dell’albergo dove abbiamo soggiornato [in Cina] per l’adozione. Faceva colazione con noi ogni mattina; si sedeva e ci raccontava della sua famiglia, dei suoi figli e di sua moglie. Ci scriviamo ancora delle email. Abbiamo detto molto chiaramente che fanno parte di questa storia e che vogliamo che lui resti vicino a noi.

Sarah. Perché per Lei è così importante?

Tina. Perché voglio conservare il più possibile della storia di [nome della figlia] con noi in modo tangibile. Ho tenuto la ricevuta della lavanderia dell’albergo; non so cosa ci sia scritto perché è in mandarino, ma se riesco a conservare queste cose e a mantenere queste relazioni, allora forse, invece di essere solo io a raccontarle la storia, potrà esserci qualcun altro a dire «qual era il mio punto di vista». È tutto in scatole, i gioielli che le sono stati regalati, e ogni biglietto che le è stato mandato, perfino i cartellini dei regali di Natale. Sono nel ramo della registrazione! Dovremo comprare una casa più grande. Non mi sono separata da niente di ciò che ha incrociato il nostro cammino da quando siamo usciti da questa casa per andare a prenderla fino a oggi. Non so ancora bene come metterlo insieme, perché se mi siedo e costruisco una narrazione sarebbe proprio questo, sarei io a parlare attraverso il mio sguardo, e non lo voglio. Voglio che lei veda le prove.

Tina, in veste di archivista, individua ruoli chiave per persone sconosciute che si trovavano per caso sulla scena di questa adozione. Descrive come conservi dettagli e oggetti minuscoli come parte della storia dell’adozione della figlia. Questi dettagli articolano la storia della formazione della sua famiglia. Anagnost (2000, p. 409) sostiene che la «sentimentalizzazione di certi oggetti», come le ricevute della lavanderia e i biglietti di auguri menzionati sopra, sia costruita in previsione di un soggetto che avrà bisogno della traccia di un passato e di un punto di origine, facilmente recuperabile in una forma «già confezionata» per lui o per lei.

I genitori, e in particolare le madri della mia ricerca, mostrano una conoscenza esplicita di questo ruolo di archiviazione. Tuttavia, nei loro discorsi emerge anche l’ansia di non fare abbastanza, come descrive Janet:

Janet. Spero che facciamo abbastanza; conserviamo articoli, teniamo libri della vita e libri di storie e leggiamo tanti libri. Andiamo da CACH [l’organizzazione Children Adopted from China] e alla scuola estiva cinese ogni anno e cerchiamo davvero di stare al passo; ma non è mai troppo tardi per imparare. Usciamo nelle date importanti e guardiamo film sull’adozione e leggiamo libri sull’adozione e sulla Cina. Quindi guardiamo cose del genere e le incoraggiamo ad andare dove è conservato tutto il materiale, e a leggerlo o a guardare i video quando vogliono. Non lo mettiamo nelle loro camere perché pensiamo che sia tutto troppo prezioso. Quindi cerco di tenere tutto dove posso tenerlo d’occhio, perché molto di questo è carico di sentimento e insostituibile. A volte guardiamo anche i loro fascicoli cinesi di adozione con tutto quello che c’è dentro.

Riggs (2012) sostiene che chi adotta faccia troppo poco per comprendere la perdita della famiglia biologica e della cultura di nascita della persona adottata. Cercare di compensare la perdita rappresentata da questa famiglia assente è una delle numerose sfide per chi adotta, in un contesto sociale che già reifica questa famiglia biologica assente eppure mitica. Alcune madri parlano con rimorso di non aver ancora completato l’archiviazione (sempre che sia davvero qualcosa che si completa) o di averla trascurata in qualche modo. Da parte dei genitori adottivi si percepisce un evidente senso di compulsione o di «obbligo» (Shils 1957, p. 108) a costruire un’identità culturale, e l’archiviazione vi corrisponde. Anagnost (2000) afferma che questa attività nasce dall’ansia di questi genitori di favorire un’etnicità sicura che non possono fornire attraverso la biologia. Sostengo tuttavia che essa parli di un punto di partenza, un’origine, un luogo in cui la storia conosciuta può cominciare. Può svilupparsi, e di fatto si sviluppa (forse inevitabilmente), in una storia di identità culturale in queste famiglie, ma è anche semplicemente il racconto della nascita di qualsiasi famiglia. Essa viene modulata (Goffman 1974) nella cornice più ampia del discorso sull’adozione attraverso la sua formalizzazione in ciò che i buoni genitori adottivi dovrebbero fare, anche di fronte alle critiche per le sue insufficienze. Eppure, le origini di questa attività risiedono nell’esibizione normativa di ciò che le famiglie «fanno». L’arrivo imminente di un bebè in una famiglia può dare luogo all’archiviazione di oggetti emblematici di questo evento: l’immagine dell’ecografia, le foto sulla libreria, la registrazione video del parto e la conservazione dei biglietti di congratulazioni. Come sostiene Frank (2010):

Le storie ci accompagnano nella vita dalla nascita alla morte. Non si limitano a intrattenerci, informarci o turbarci: ci mostrano ciò che conta come giusto o sbagliato e ci insegnano chi siamo.

Tutte le famiglie archiviano e raccontano storie usando oggetti legati alle identità familiari. Queste storie sono molteplici, plurali nel racconto e contingenti, ma ci sono sempre storie di famiglia come parte del modo in cui le famiglie vengono costruite e mostrate: le narrazioni della e per la vita familiare in tutta la sua diversità.

5. Narrazioni di appartenenza

5.1. Le storie delle bambine

Come sostiene Frank (2010, p. 5), le storie ci ricordano che dobbiamo convivere con verità complicate. Quando è stato chiesto loro di disegnare la famiglia biologica, molte bambine si sono collocate in questi disegni. Le identità illustrate da questi disegni sono plasmate dalle storie raccontate alle bambine e da loro rimodellate quando le raccontano ad altre persone. Ciò può creare uno spazio complesso e conflittuale in cui stabilire chi si è, a chi e dove si appartiene. Si veda la figura 4.

[Figura 4 (Louise (9 anni)) — disegno di una partecipante, non riprodotto qui.]

Yngvesson e Mahoney (2000, p. 80) sostengono che «le storie come si deve hanno bisogno di inizi come si deve; [l’infanzia] deve essere collocata (nel grembo di una madre/su un suolo natio)». Questo inizio è evidente in molte delle storie delle bambine più piccole. Come si è visto in precedenza, le bambine più piccole creano racconti familiari dettagliati che intrecciano appartenenze alla famiglia immaginata e alla famiglia adottiva. Le loro risposte includono anche strutture narrative chiave, come l’orfanotrofio, e figure chiave come la polizia. Davies e Harre (1990) sostengono che le persone possiedono molteplici identità sociali, variamente preminenti. Tuttavia, mentre alcuni aspetti di queste identità possono essere negoziati, altri attributi vengono imposti dai gruppi dominanti (Geertz 1963). Mentre le bambine più piccole del mio studio accettano e ricostruiscono le narrazioni delle origini, alcune delle partecipanti più grandi oppongono maggiore resistenza alla narrazione creativa e riducono la storia che i genitori hanno loro raccontato a una progressione temporale fino all’adozione e alla loro vita attuale.

La maggior parte delle partecipanti è ancora disposta a ripeterla, ma non sempre ad abbellirla o a creare dettagli fantasiosi:

Louise (9 anni). Mi hanno trovata sulla soglia di una casa e qualcuno mi ha portata alla stazione di polizia del posto. La polizia mi ha mandata all’istituto per l’infanzia. L’istituto mi ha trovato un affido e così sono stata in affido per circa un anno. Un mese prima di essere adottata mi hanno riportata all’istituto. Poi sono stata adottata e portata in Inghilterra

Yngvesson e Mahoney (2000, p. 78) descrivono le storie di adozione come «spezzate», e i tentativi di colmarne le lacune come un modo per «generare ordine dal disordine». Non riuscirci, sostengono, provoca ansia quando «non è possibile fornire un punto di origine fisso». Nella mia ricerca alcune partecipanti hanno lasciato bianche le pagine in cui avrebbero potuto essere raccontate le storie/i disegni delle origini, e questi silenzi sono narrazioni potenti a pieno titolo (Richards 2012; Richards et al. 2015; Richards and Clark forthcoming). Alcune bambine hanno posto domande come quella che segue:

May. (8 anni) Dove sono stata trovata? Chi mi ha trovata? Dove sono stata portata? E chi si è preso cura di me all’orfanotrofio?

Louise (9 anni) Vorrei sapere cosa è successo alla mia mamma biologica e al mio papà biologico e perché non hanno potuto tenermi. Si veda la figura 5.

[Figura 5 (Ricordi di viaggi in Cina) — disegno di una partecipante, non riprodotto qui.]

Queste citazioni illustrano in modo eloquente l’inadeguatezza, per alcune bambine, delle prime storie delle origini «create». Nei dati emerge la formulazione di domande toccanti, insieme a qualche occasionale contestazione del modo in cui le narrazioni delle origini sono state raccontate (si veda Richards 2012). La fluidità di queste narrazioni si manifesta quando sono le bambine stesse a raccontare le proprie storie. Attività come quelle qui descritte pongono inevitabilmente un’enfasi notevole su un’eredità attribuita e su narrazioni genealogiche. Eppure, la mia ricerca con queste bambine suggerisce che, crescendo, esse cercano narrazioni alternative attraverso cui collocare la propria identità. Questi risultati trovano conferma in ricerche precedenti. Howell (2006) riporta testimonianze di persone adottate che contestano tratti identitari essenziali. Anche lo studio di Gray (2009) con giovani persone adulte adottate di origine asiatica in Australia indica che le persone adottate cercano una narrazione identitaria più ampia di quella di «persona adottata transrazziale».

5.2. Narrazioni di appartenenza alternative

Alcune bambine del mio studio indicano che le storie essenzializzate dell’identità, che enfatizzano sempre una narrazione delle origini o vi reinvestono, non bastano più a definire chi sono. Alcune delle storie indicano il desiderio di chi le racconta di andare oltre queste attribuzioni (Richards 2012). Il desiderio di essere vista come una persona più completa dell’«adottata cinese» che le viene attribuita è evidente, ad esempio, nell’affermazione di Mel (10 anni), fatta in risposta alla mia nuova spiegazione della ricerca nell’ambito del suo consenso continuativo:

Non sono soltanto adottata; non mi sento diversa da tutti gli altri solo perché sono stata adottata.

È interessante notare qui il tempo passato che Mel usa per descrivere la sua adozione. Esso contrasta con il presente utilizzato in gran parte della letteratura del servizio sociale sull’adozione. Le persone adottate sembrano gravate non solo da identità attribuite che le marcano come diverse dalla parentela familiare normativa, ma anche dalla presenza duratura dello status di persona adottata. Come sostiene Frank (2010), le storie possono diventare più destino che scelta. Mel ha collocato con eloquenza l’atto dell’adozione nel suo passato e colloca il suo sé attuale nel presente: «non sono soltanto». Tali storie di adozione possono rivelare «il dis-agio di essere costrette a un duro gioco di differenza identitaria nel contesto di narrazioni potenti che ci obbligano a collocarci in un luogo o in un altro» (Yngvesson and Mahoney 2000, p. 78).

Altre attività come il calcio, il nuoto e l’interazione con i maschi, se non altro per infastidirli, emergono anche nelle citazioni che seguono e vengono usate per informarmi delle loro identità:

Jess. (9 anni) Mi piace stare con la mia compagnia e andare a fare shopping. Mi piace andare al club di nuoto e al club di calcio. Mi piace fare cose sportive. Mi piace mettere in scena dei mini spettacoli. Mi piace andare alle prove dello spettacolo degli scout.

Louise (9 anni) La mia amica speciale è Sasha perché è la mia migliore amica ed è molto carina. Ci piace stare insieme e inseguire e infastidire i maschi.

Anche le amicizie diventano narrazioni di appartenenza importanti:

Mel. (10 anni) Adoro la scuola! Mi piacciono le mie amicizie e il corpo docente e non mi piacciono molto le vacanze di metà trimestre perché non vedi la tua compagnia ogni minuto della giornata come succederebbe in un normale giorno di scuola.

Jenny. (12 anni) La scuola è divertente perché tutta la nostra compagnia, le mie amicizie, andiamo in giro in un grande gruppo a parlare, giocare e ridere.

Jess. (9 anni) La scuola va bene perché ti danno un sacco di compiti ma è anche divertente perché lì c’è quasi tutta la tua compagnia.

6. Abbiamo calibrato bene l’enfasi genealogica?

Le narrazioni genealogiche nell’adozione internazionale sono complesse, comunemente attribuite, e sembrano comportare per questi genitori un elemento di compulsione o di obbligo (Shils 1957) a costruirle. Crescendo, le bambine di questo studio cercano occasioni per resistere a queste narrazioni delle origini e cercano invece di creare altre storie sui modi in cui appartengono. Permettere a queste bambine di decidere come e quando le narrazioni genealogiche siano importanti sembra contraddire al tempo stesso gli imperativi delle politiche, le pratiche familiari e i presupposti primordiali. Ma sostengo che un’enfasi eccessiva sulla narrazione genealogica metta a rischio le appartenenze in divenire e la formazione dell’identità. La necessità di conformarsi alle politiche attuali, ispirate ai discorsi dei diritti e all’interesse superiore dell’infanzia, fa sì che l’enfasi su tali narrazioni delle origini domini la vita di queste giovani persone adottate. Per garantire la formazione dell’identità e il benessere delle figlie, i genitori raccontano e riraccontano queste storie per collocarne e ancorarne l’appartenenza. Del resto, nelle famiglie sorgono tensioni quando le figlie cominciano a rifiutare queste storie o a opporvi resistenza, come ho evidenziato altrove (si veda Richards 2012; 2018). Gilbert (2005, p. 65) ci ricorda che:

L’identità non può essere descritta, spiegata o categorizzata… ciò che si dovrebbe comprendere è che l’identità può essere strategica, irregolare, instabile, frammentata, eterogenea, sempre in un processo di cambiamento, mai statica, sempre in uno stato di «divenire». Anzi, qualsiasi tentativo di risolvere la questione dell’identità è un errore.

Il resoconto che segue è di Sue, una madre che dichiara il desiderio che l’identità genealogica nell’adozione sia più pragmatica e che le persone adottate abbiano la capacità di essere più protagoniste nella formazione della propria identità:

Sue. Le adozioni di oggi vengono dopo quelle prime adozioni transrazziali in cui alle persone adottate non si diceva niente, il che era davvero, davvero sbagliato, così loro [la professione del servizio sociale] hanno riscritto il manuale e si sono assicurati che ora venga detto tutto. Ma questo dove le lascia, rispetto al luogo a cui appartengono davvero? Forse è ora di riscrivere di nuovo il manuale. Mio padre era australiano, mia madre americana; io mi considero spagnola perché è lì che sono cresciuta ed è la lingua che parlavo. Dovremmo essere la generazione di genitori adottivi che dice: «Beh, in realtà permetteremo ai nostri figli e alle nostre figlie di andare e venire, tra l’una e l’altra cosa, così che vada bene se non parlano della loro madre biologica tutti i giorni, che sappiano quello che hanno bisogno di sapere quando vogliono saperlo».

Le categorie normative di appartenenza attraverso la biologia, l’etnicità e il paese sono categorie dominanti dello spazio culturale occupato da queste bambine, e il loro status, quando è definito attraverso tali categorie tradizionali, diventa ambiguo e difficile da classificare. L’incastro difficile delle appartenenze delle bambine è talvolta evidente nelle loro storie. Indubbiamente l’adozione marca queste bambine come diverse e, a volte, crescendo, questa differenza può entrare in conflitto con il loro desiderio di essere uguali a coetanee e coetanei (Friedlander 2003). I genitori possono sentirsi spinti a ridurre per le figlie questo carattere di alterità delle appartenenze adottive attraverso storie che collegano l’infanzia ad appartenenze normative ed essenzializzate di nascita, biologia e paese. Ma sostengo che queste storie genealogiche finiscano per diventare le narrazioni che esemplificano la differenza invece di ridurla, e alcune delle bambine sono diventate meno disposte a mettere in scena queste narrazioni identitarie. L’aspettativa di raccontare tali storie e di collocare le persone adottate nell’«ordine sociale» è esplicita nella letteratura sull’adozione (Yngvesson and Mahoney 2000: 71). La liminalità dell’adozione è qualcosa che la società in generale impone a queste persone adottate e poi un ruolo che si aspetta che esse interpretino. Sii una persona adottata se desideri appartenere: è questa, dunque, l’appartenenza sociale e politica dell’adozione imposta alle persone adottate e alle loro famiglie. Tuttavia, queste bambine non sono soltanto prodotte dal contesto sociale, sono anche produttive, e non devono necessariamente essere vincolate dai limiti di queste narrazioni o dall’assenza di appartenenza normativa che esse rivelano. Queste storie possono essere intese come un punto di partenza da superare, e non come una presenza costante, come invece si intende comunemente l’adozione. «Sono stata adottata» dovrebbe forse essere l’espressione linguistica che permettiamo a queste bambine e ad altre persone di rivendicare. L’appartenenza può anche essere vista come uno stato di soglia in cui si formano nuove identità e nuova cultura ed emergono nuove strutture sociali, un confine da cui qualcosa può cominciare invece di finire (Bhabha 1994).

Le nostre narrazioni di appartenenza non devono essere fisse né dovrebbero vincolare le nostre identità; dovremmo piuttosto percepirle come in continua evoluzione, portatrici non solo delle eredità della nostra nascita, della nostra biologia e della nostra cultura, ma anche delle nostre scelte e delle nostre esperienze, che plasmano chi siamo, chi desideriamo essere e dove apparteniamo. Come ha detto Wim (9 anni), con eloquenza, con forza, eppure con dolcezza:

«Non sono soltanto adottata»

Complexe Systémique: punti chiave

Questo articolo fa sentire ciò che raramente si sente: le voci di bambine adottate molto piccole, accanto a quelle dei loro genitori. Mostra un paradosso ben noto nella pratica dell’adozione. In nome dell’interesse superiore dell’infanzia, le politiche e il servizio sociale hanno fatto del racconto delle origini un obbligo, e i genitori lo adempiono con zelo: lettere pre-adottive, libri della vita, video, archivi minuziosi, giochi di ruolo in cui si rimette in scena l’abbandono. Eppure questa narrazione genealogica, protettiva all’inizio, può finire per fissare la persona adottata in un’identità di «adottata» e marcare proprio la differenza che doveva lenire. Per una lettura sistemica, la lezione è trattare il racconto delle origini come una co-costruzione viva piuttosto che come un dovere: lasciare che sia la bambina o il bambino a decidere quando le origini contano, accogliere le domande senza risposta, fare spazio ad altre appartenenze come la scuola, le amicizie e lo sport. I limiti risiedono nel numero ridotto di famiglie, tutte in Inghilterra, e in un gruppo di minori esclusivamente femminile. Da leggere insieme a l’articolo sull’identità adottiva ricostruita attraverso gli artefatti e a l’articolo sul contatto con i genitori biologici.

Note dell’originale

Conflitti di interesse. L’autrice dichiara di non avere conflitti di interesse.

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Traduzione non ufficiale di “I’m More Than Just Adopted”: Stories of Genealogy in Intercountry Adoptive Families, di Sarah Richards, Genealogy, vol. 2, n. 3, articolo 25 (2018), doi: 10.3390/genealogy2030025, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale — l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (disegni delle partecipanti non riprodotti). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione dell’articolo originale «“I’m More Than Just Adopted”: Stories of Genealogy in Intercountry Adoptive Families», pubblicato in Genealogy (2018) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo dell’autrice è stato tradotto in italiano e la presentazione è stata adattata alla lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina.

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Come citare questo articolo

Richards, S. (2018). “I’m More Than Just Adopted”: Stories of Genealogy in Intercountry Adoptive Families. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/i-m-more-than-just-adopted-stories-of-genealogy-in-intercountry-adoptive-families (Opera originale pubblicata nel 2018 in Genealogy, 2(3), 25 (2018); ripubblicata nel 2018 da Genealogy, https://www.mdpi.com/2313-5778/2/3/25)

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