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Social Sciences · Tutela dell’infanzia

Partenariato con i genitori, advocacy e coinvolgimento: la strada da seguire

In Inghilterra, genitori con esperienza della tutela dell’infanzia e persone alleate hanno risposto insieme alla revisione nazionale dei servizi sociali per l’infanzia. La loro consultazione individua sette ambiti di cambiamento: povertà, partenariato, rappresentanza legale, sostegno nei procedimenti di tutela, adozione aperta, violenza domestica, disabilità. E una riflessione su che cosa significhi la coproduzione quando due madri firmano l’articolo come coautrici.

Autrici e autori Simon Haworth (Department of Social Work & Social Care, School of Social Policy, University of Birmingham, UK), Andy Bilson (School of Social Work, Care and Community, University of Central Lancashire, Preston, UK), Taliah Drayak e Tammy Mayes (ricercatrici indipendenti) e Yuval Saar-Heiman (Department of Social Work, Royal Holloway, University of London, Egham, UK)Prima pubblicazione Social Sciences, 8 agosto 2022Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Parental Partnership, Advocacy and Engagement: The Way Forward, di Simon Haworth, Andy Bilson, Taliah Drayak, Tammy Mayes e Yuval Saar-Heiman, pubblicato in Social Sciences (MDPI) (2022), doi: 10.3390/socsci11080353, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le dichiarazioni di fine articolo sono raggruppate nelle note. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

la ricerca critica sulla tutela dell’infanzia può, e forse dovrebbe, essere un atto politico consapevole

Simon Haworth, Andy Bilson, Taliah Drayak, Tammy Mayes e Yuval Saar-Heiman

Abstract

Questo articolo, scritto insieme a genitori in qualità di coautrici, ha due obiettivi: (1) offrire uno sguardo critico sul sistema inglese di tutela dell’infanzia fondato sui punti di vista dei genitori e collocare questi punti di vista nel quadro degli studi contemporanei sulla tutela dell’infanzia; (2) presentare il valore trasformativo della coproduzione nel contesto degli studi sulla tutela dell’infanzia, sia come forma di ricerca critica sia come mezzo per influire sulle politiche e sulla pratica. L’attuale sistema di servizio sociale per l’infanzia in Inghilterra non produce buoni esiti per le famiglie, e molti bambini, bambine e genitori lo vivono spesso come stigmatizzante, disumano e dannoso. L’articolo presenta l’esperienza e le raccomandazioni di cambiamento elaborate da genitori con un’ampia varietà di esperienze con i servizi di tutela dell’infanzia in Inghilterra. Il Parents, Families and Allies Network ha lavorato con cinque organizzazioni alleate, all’interno delle quali i genitori hanno individuato l’ampia gamma di problemi posti dal sistema attuale e le vie da percorrere per giungere a una pratica più solidale, umana e inclusiva con le famiglie. Sono emersi sette temi principali: una migliore definizione del bisogno e una migliore risposta al bisogno; partenariato, partecipazione e pratica umana; il miglioramento della rappresentanza legale e del sostegno nei procedimenti giudiziari; un migliore sostegno nei procedimenti di tutela; una stabilità di collocamento che mantenga i legami; una migliore risposta alla violenza domestica; la mancanza di sostegno all’infanzia con disabilità. L’articolo discute cinque caratteristiche del progetto che hanno favorito una coproduzione significativa: assumere una posizione politica, scegliere obiettivi chiari e realizzabili, integrare una pluralità di saperi, la partecipazione di genitori con esperienza vissuta a tutte le fasi del progetto e non accontentarsi della sola produzione di conoscenza.

Parole chiave: advocacy genitoriale, partecipazione, tutela dell’infanzia, coproduzione

1. Introduzione

Un consistente corpus di ricerca critica sulle esperienze di genitori e minori entrati in contatto con il sistema di tutela dell’infanzia, prodotto negli ultimi 20 anni, indica che spesso vivono il processo come intimidatorio, confuso, umiliante e fonte di vergogna (Ghaffar et al. 2012; Gupta et al. 2018; Gibson 2020; Warner 2015). Portare in primo piano nella ricerca le voci dei genitori e dell’infanzia si è rivelato prezioso, e queste voci costituiscono una componente cruciale dello sviluppo di un corpus critico di conoscenze sul benessere dell’infanzia. Tuttavia, la maggior parte degli studi in questo campo esamina la vita di genitori, bambini, bambine e giovani senza prestare attenzione al loro coinvolgimento nel processo (Flinders et al. 2016). In questi studi, dunque, le prospettive dei genitori e dell’infanzia vengono raccolte e fatte sentire, ma chi le esprime è a malapena coinvolto nella formulazione delle domande di ricerca, nella raccolta o nell’analisi dei dati, nell’interpretazione dei risultati e nella formulazione delle raccomandazioni. Inoltre, una volta condivise le proprie prospettive e conoscenze, le persone partecipanti alla ricerca vengono spesso escluse dalle fasi successive e non vedono l’impatto di questi studi sulla realtà (Critchley and Mitchell 2020).

In questo articolo presentiamo un progetto che cerca di esemplificare e concettualizzare come e perché la coproduzione possa essere una componente essenziale degli studi critici sulla tutela dell’infanzia. Il progetto, che nell’articolo chiamiamo «consultazione», è nato in risposta alla Independent Review of Children’s Social Care (IRCSC) in Inghilterra (d’ora in poi «Care Review»). Avviata dal Parents, Families and Allies Network (PFAN), la consultazione ha riunito genitori e persone alleate di diverse organizzazioni per coprodurre un rapporto che, da un lato, evidenzia le carenze del sistema dei servizi sociali per l’infanzia e, dall’altro, offre raccomandazioni chiare sui cambiamenti necessari. La consultazione fa parte di un progetto più ampio del PFAN che mira a realizzare cambiamenti di fondo, passando dagli attuali discorsi di protezione e salvataggio dell’infanzia a discorsi centrati sui diritti dell’infanzia e sul rafforzamento delle famiglie e delle comunità. Il rapporto è stato pubblicato online il 14 febbraio 2022 ed è stato presentato alla Care Review. Ha avuto risonanza nei media e nelle riviste di servizio sociale.

Questo articolo si basa su quel rapporto ed è stato scritto nel 2022 da un gruppo di genitori (Taliah Drayak e Tammy Mayes) e di persone alleate (Simon Haworth, Andy Bilson e Yuval Saar-Heiman) del PFAN. L’idea di trasformare il rapporto in un articolo per questo numero speciale, suggerita da una delle persone alleate, ha suscitato una discussione sul valore e sull’impatto di una pubblicazione in una rivista accademica. Da un lato, riconosciamo il valore di consolidare i punti di vista dei genitori nel discorso accademico. Dall’altro, siamo consapevoli sia dell’influenza insufficiente che un articolo del genere avrebbe sulle politiche, sia della sua limitata rilevanza per le famiglie seguite dai servizi. Questa ambivalenza è proseguita man mano che il lavoro andava avanti. La necessità di adattare i messaggi del rapporto, volutamente netti e semplici, a un articolo accademico ha creato una tensione tra l’aspirazione a mantenere l’articolo il più vicino possibile al rapporto, cioè concentrato unicamente sulla presentazione delle voci dei genitori, e l’obiettivo di usare il rapporto come punto di partenza per discussioni più ampie, cioè discutere il processo di coproduzione. Com’è naturale, le madri temevano che un percorso accademico relegasse sullo sfondo le voci dei genitori, che costituiscono il cuore del rapporto.

Dopo varie discussioni, bozze e commenti di chi ha svolto la revisione, abbiamo potuto formulare due obiettivi per questo articolo: (1) offrire uno sguardo critico sul sistema inglese di tutela dell’infanzia fondato sui punti di vista dei genitori e collocare questi punti di vista nel quadro degli studi contemporanei sulla tutela dell’infanzia; (2) presentare il valore della coproduzione nel contesto degli studi sulla tutela dell’infanzia, sia come forma di ricerca critica sia come mezzo per influire sulle politiche e sulla pratica.

L’articolo si apre dunque con una descrizione del contesto in cui è stata avviata la Care Review. Descrive poi la consultazione: chi vi ha preso parte e come è stata condotta. Presenta quindi sette ambiti chiave del sistema che le persone partecipanti alla consultazione hanno indicato come bisognosi di cambiamento. Ogni sezione si apre riportando i punti di vista condivisi nella consultazione, li mette poi in relazione con la letteratura accademica e si chiude con le nostre raccomandazioni di cambiamento verso modi di lavorare più umani e solidali. Nella discussione sosteniamo che la coproduzione dovrebbe essere una componente essenziale della ricerca critica sulla tutela dell’infanzia e riflettiamo sulle possibilità trasformative della coproduzione nella ricerca critica, tratto chiave di questo articolo e della consultazione stessa.

Il contesto della consultazione: il «Case for Change» (CfC)

La Care Review è la più recente delle numerose revisioni dei servizi sociali per l’infanzia condotte nel Regno Unito negli ultimi 30 anni. Nel giugno 2021, cinque mesi dopo il suo avvio, la Care Review ha pubblicato il rapporto Case for Change (CfC) (IRCSCE 2021), descritto come un «…primo tentativo di sintetizzare ciò che abbiamo ascoltato finora e di esporre con trasparenza quelli che riteniamo essere i problemi più gravi dei servizi sociali per l’infanzia» (IRCSCE 2021, p. 5). Il rapporto si proponeva di delineare le principali questioni da cambiare nel sistema dei servizi sociali per l’infanzia. Afferma che «[l]e esperienze e gli esiti di bambini, bambine e famiglie ci dicono che i servizi sociali per l’infanzia devono cambiare» (IRCSCE 2021, p. 10) e indica che «il sistema è sottoposto a una pressione notevole: si indaga su più famiglie, più minori sono collocati fuori famiglia e i costi crescono vertiginosamente, poiché il denaro viene speso sempre più per interventi di crisi» (IRCSCE 2021, p. 10). Il CfC ha ribadito gli appelli a un cambiamento sostanziale lanciati negli ultimi vent’anni dalla ricerca britannica sul servizio sociale (per es. Bywaters, Featherstone, Gupta, Morris, Parton e White).

Le questioni chiave che il CfC ha indicato come bisognose di cambiamento erano:

  • Il sostegno offerto alle famiglie: occorre offrire più aiuto alle famiglie e alle comunità, abbandonando una cultura della valutazione e dell’indagine sulle famiglie a favore di una cultura del sostegno e dell’aiuto di comprovata efficacia;
  • Riequilibrare il sistema: i servizi sociali per l’infanzia sono attualmente concentrati sull’estremità acuta del sistema, cioè la tutela dell’infanzia e i procedimenti di tutela. Il sistema va riequilibrato per offrire alle famiglie un sostegno efficace e tempestivo;
  • Cambiamento culturale: i servizi sociali per l’infanzia sono attualmente burocratici, vincolati dalle regole e conflittuali, e lasciano poco o nessuno spazio al lavoro di sostegno basato sulla relazione, che è fondamentale per aiutare le famiglie;
  • Un sistema con uno scopo chiaro: i servizi sociali per l’infanzia hanno bisogno di uno scopo chiaro e di un coordinamento molto migliore tra servizi e organizzazioni, a livello nazionale e locale, per sostenere le famiglie e le comunità e agire con decisione per garantire la sicurezza dell’infanzia;
  • Decisioni chiare e basate sulle evidenze: attualmente il processo decisionale è incoerente e spesso non è all’altezza. Decisioni chiare prese da assistenti sociali competenti e adeguatamente supportati sono la chiave di un sistema efficace;
  • Tempo diretto con le famiglie: le e gli assistenti sociali devono essere sostenuti affinché possano dedicare più tempo al lavoro diretto con i minori e le loro famiglie. Attualmente c’è troppa burocrazia e troppa avversione al rischio;
  • Le relazioni dell’infanzia e della gioventù: l’infanzia e la gioventù collocate fuori famiglia devono essere sostenute nel mantenere e costruire relazioni positive e affettuose, ma attualmente i sistemi finiscono spesso per spezzare o recidere i loro legami importanti;
  • Povertà e altri svantaggi: le disuguaglianze e gli svantaggi sociali hanno un ruolo rilevante nel maltrattamento dell’infanzia e nell’intervento dello Stato nella vita familiare, ma i sistemi non prestano un’attenzione efficace a questo ruolo. Questo deve cambiare.

Benché gran parte di quanto contenuto nel CfC sia risultato convincente per chi fa parte del PFAN, compresa la descrizione degli effetti delle pratiche e dei sistemi attuali, sono emerse preoccupazioni riguardo a questioni trascurate o non approfondite e al modo in cui le conclusioni sarebbero state portate avanti. In primo luogo, il ciclo di indagini crescenti e di colpevolizzazione dei genitori potrebbe proseguire: un cambiamento trasformativo è quindi urgente e necessario, e passare da una cultura della colpevolizzazione dei genitori e del salvataggio dell’infanzia a un autentico partenariato e a un’autentica partecipazione è fondamentale per fare progressi. In secondo luogo, le famiglie sono sottoposte a uno stress e a una pressione enormi e crescenti, e l’aumento della povertà, della disuguaglianza e dell’intervento dello Stato nella vita familiare genera tutta una serie di problemi. Queste preoccupazioni hanno portato alla consultazione descritta di seguito e alla successiva individuazione, nel rapporto del PFAN (2022) citato sopra, di sette ambiti chiave in cui sono necessari cambiamenti urgenti (si veda https://www.pfan.uk/response-to-case-for-change-by-parents-families-and-allies-network-pfan/).

È importante ricordare che le questioni qui individuate continuano a creare ostacoli significativi al coinvolgimento delle famiglie, poche delle quali si sentono coinvolte o rispettate nel rapporto con i servizi sociali per l’infanzia (Dale 2004; Wilkins and Forrester 2021). Il livello di soddisfazione nei confronti di questi servizi è basso, e le famiglie provano spesso vergogna a causa del contatto con essi (Gibson 2020; Wilkins and Forrester 2021). Al di là del figlio o della figlia, che il sistema isola come oggetto di un’attenzione incessante, ci sono i suoi genitori, che spesso si sentono sacrificabili e messi da parte. I genitori si sentono giudicati, ridotti al silenzio e puniti, e perdono la propria identità nel rapporto con sistemi poveri di umanità e di cura (Clapton 2020).

2. La consultazione

La pubblicazione del CfC ha suscitato molte reazioni tra chi lavora per un cambiamento del sistema di tutela dell’infanzia. Chi fa parte del PFAN era particolarmente scettico riguardo al peso che la revisione attribuiva alle voci e ai punti di vista delle persone esperte per esperienza. Ne è nata una discussione tra Andy Bilson, Taliah Drayak e Tammy Mayes, che firmano questo articolo, conclusasi con la decisione di avviare il lavoro su una risposta coprodotta al CfC. Nella prima fase, il gruppo esecutivo del PFAN (Simon Haworth, Andy Bilson, Taliah Drayak e Tammy Mayes) ha condotto una serie di conversazioni esplorative e ha convenuto che un’autentica coproduzione fosse cruciale, nella consapevolezza che avremmo tutte e tutti dovuto condividere il potere e lavorare per un empowerment reale. Questi obiettivi hanno richiesto diverse pratiche lungo il percorso, tra cui tornare regolarmente sulle questioni della comprensione condivisa e del coinvolgimento informato, nonché riprogrammare con regolarità le riunioni per garantire a ciascuna persona di partecipare pienamente.

Il lavoro interno al PFAN ha portato all’elaborazione di una serie di domande guida per la consultazione e di un elenco di organizzazioni e gruppi di genitori potenzialmente interessati a partecipare alla coproduzione di una risposta basata su una consultazione strutturata. Il PFAN si è rivolto a 13 organizzazioni che contavano genitori resi protagonisti e che erano impegnate a cambiare il sistema di tutela dell’infanzia attraverso l’innovazione e un’autentica partecipazione, chiedendo loro di contribuire alla consultazione. Cinque organizzazioni hanno risposto all’invito. I dettagli delle organizzazioni partecipanti sono riportati nel riquadro 1. I genitori di questi gruppi hanno un’esperienza ampia e varia dei servizi sociali per l’infanzia. Tra loro c’erano genitori i cui figli e figlie erano stati allontanati per un affidamento di lunga o breve durata o per l’adozione, in alcuni casi alla nascita; genitori che avevano bisogno di servizi a causa di una disabilità; genitori che erano stati oggetto di indagini di tutela dell’infanzia; e genitori con minori a carico in situazione di bisogno.

Tra le organizzazioni partecipanti figuravano:

  • Una che offre sostegno terapeutico ai genitori segnalati ai servizi sociali per l’infanzia per sospetti maltrattamenti sull’infanzia;
  • Una che adotta un approccio rivolto all’intera famiglia per offrire un sostegno olistico e che fornisce servizi di salute mentale e servizi sociali sia all’infanzia sia alla popolazione adulta;
  • Un organismo nazionale che si batte per l’advocacy tra pari e la promuove;
  • Una rete di genitori di bambini e bambine con disabilità;
  • Due progetti nati con il sostegno di un servizio sociale per l’infanzia per offrire consulenza su politiche e pratiche, che propongono sostegno tra pari ai genitori.

A partire dall’aspirazione iniziale di elaborare una risposta che evidenziasse le carenze del sistema dei servizi sociali per l’infanzia e proponesse raccomandazioni chiare sui cambiamenti necessari, il gruppo del PFAN ha formulato i seguenti punti come base per le discussioni all’interno di ciascuna organizzazione:

  • I principali problemi vissuti dalle famiglie con i servizi sociali per l’infanzia;
  • Esempi di come questi problemi siano stati o potrebbero essere superati o attenuati;
  • Eventuali ambiti in cui i servizi sociali per l’infanzia o altri servizi si sono rivelati utili;
  • Eventuali idee su cambiamenti specifici dei servizi sociali per l’infanzia che farebbero la differenza rispetto ai problemi individuati.

Per preparare la consultazione si sono tenute riunioni tra il gruppo del PFAN e rappresentanti di ciascuna organizzazione. Ogni gruppo ha svolto la propria consultazione e ha fornito risposte scritte al PFAN. Data la diversa natura delle organizzazioni partecipanti, le modalità di raccolta delle informazioni sono state varie: ogni gruppo ha cercato il modo più compassionevole per sostenere genitori e persone alleate nel condividere i propri punti di vista. Quattro delle organizzazioni erano piccole realtà che hanno tenuto delle riunioni; l’altra ha utilizzato questionari online che hanno raccolto diverse centinaia di risposte. Le consultazioni si sono svolte tra gennaio e marzo 2022, e tutte le organizzazioni hanno restituito quanto condiviso dai rispettivi gruppi di genitori e persone alleate.

Una volta ricevute le risposte, Andy Bilson ne ha condotto una prima analisi tematica, mettendo in evidenza i temi chiave e i legami tra di essi (Braun and Clarke 2019). È stata quindi redatta una bozza di rapporto con i principali risultati, diffusa all’interno del PFAN e caricata in una cartella di Google Drive che consentiva a chi ne faceva parte di modificare il documento. Un commento di una delle madri che ha influito in modo significativo sul rapporto finale è stato che alcune parti del rapporto usavano un gergo professionale e che il rapporto andava scritto in modo semplice e accessibile. Sulla base di questi commenti è stata prodotta un’altra bozza, fatta circolare tra tutte le persone che avevano contribuito. Si è poi tenuta una riunione con rappresentanti dei gruppi partecipanti per mettere a punto il rapporto, concordare le raccomandazioni, pianificarne la presentazione alla Care Review e renderlo ampiamente disponibile a chi ha responsabilità nei servizi sociali per l’infanzia.

Il rapporto è stato trasmesso alla Care Review e successivamente presentato, in una riunione online, ai vertici della revisione, compreso il presidente. Dopo varie discussioni, le persone rappresentanti dei gruppi hanno deciso di limitare il numero di partecipanti alla riunione per consentire una conversazione efficace con la revisione. La partecipazione è stata limitata a tre persone per gruppo, dando priorità alla presenza dei genitori. La riunione è stata presieduta da Tammy Mayes, una madre con esperienza vissuta. Oltre alla riunione con la Care Review, la diffusione del rapporto ha incluso un’intervista alla televisione nazionale a Taliah Drayak, che rappresentava le persone partecipanti alla consultazione. Infine, tutte le organizzazioni hanno concordato di realizzare un webinar in cui presentare il rapporto. Le persone rappresentanti di ciascuna organizzazione hanno illustrato alcune delle riflessioni emerse dalla consultazione. Il webinar è stato una parte importante del processo, perché ha permesso alla comunità di persone impegnate a cambiare la tutela dell’infanzia di riunirsi, di essere fiera del proprio lavoro e delle proprie conoscenze e di rafforzare i legami al suo interno.

La consultazione era orientata all’azione, all’ascolto di voci emarginate e alla richiesta di cambiamento, e non era uno studio empirico finanziato. È stata intrapresa come risposta alla Care Review. Per questo non si è ritenuta necessaria un’approvazione etica accademica formale. Tuttavia, in linea con il «Code of ethics for social work and social care research» di Butler (2002), la consultazione ha comportato uno sforzo costante per realizzare un’autentica coproduzione e un autentico empowerment. Abbiamo inoltre adottato un’etica della cura centrata su relazioni di sostegno, sulla costruzione della fiducia e sulla cura (Held 2007). Questa consapevolezza etica è stata mantenuta lungo tutto il processo e ha portato a privilegiare una trasparenza che ha permesso a tutte le persone partecipanti di essere realmente informate delle possibili implicazioni della loro partecipazione. Per esempio, abbiamo avuto diverse discussioni con partecipanti che temevano che la Care Review potesse appropriarsi dei risultati del lavoro o usarli in modo puramente simbolico. Un’altra questione etica che ha ricevuto grande attenzione è stata il benessere delle persone partecipanti. Una delle principali sfide per chi ha un’esperienza vissuta è comunicare con pubblici diversi per diffondere più ampiamente i propri messaggi (Beresford 2007). Come gruppo, abbiamo sempre prestato attenzione e ci siamo assicurati che chi aveva un’esperienza vissuta ricevesse sostegno nel condividere la propria esperienza e le proprie conoscenze. L’empowerment è stato centrale nella consultazione e nel modo in cui è stata condotta, come processo organico fondato sui punti di vista e sui diritti dei genitori, culminato con due madri coautrici di questo articolo.

Riquadro 1 — Gruppi partecipanti

Parents, Families and Allies Network promuove i diritti e migliora la vita e le opportunità di vita dei genitori e dei minori seguiti dal servizio sociale per l’infanzia nel Regno Unito. Il nostro obiettivo è trasformare le politiche e la pratica affinché i punti di vista e le esperienze dei genitori siano ascoltati attraverso la partecipazione a ogni decisione che riguarda loro e le loro figlie e i loro figli. Rendiamo possibile la partecipazione promuovendo, sviluppando e sostenendo l’advocacy genitoriale e le persone che la praticano, attraverso pubblicazioni, workshop, convegni, gruppi di sostegno, formazione, consulenza, ricerca, scambio di informazioni, programmi di advocacy e campagne.

Contatto: admin@pfan.uk.

Sito web: https://pfan.uk.

Love Barrow Together è un’équipe di operatrici e operatori sanitari e sociali che condividono la stessa sede e lavorano sia con l’infanzia sia con la popolazione adulta. Crediamo che, per aiutare davvero le famiglie che affrontano problemi complessi e che spesso ricevono servizi frammentati e caotici, occorra ascoltare e comprendere davvero. Crediamo anche che sia giunto il momento di abbandonare servizi pubblici che stabiliscono di che cosa le famiglie hanno bisogno e di considerare invece le persone stesse come partecipanti attive, capaci di chiedere ciò di cui hanno bisogno e portatrici di risorse e competenze da condividere. Cerchiamo di offrire ciò che le famiglie stesse hanno chiesto, cioè un servizio per l’intera famiglia che unisca salute mentale e servizi sociali per l’infanzia e per la popolazione adulta, compassione e comprensione; una figura di riferimento principale che funga da figura di attaccamento transitoria, un aiuto precoce da parte della comunità locale e la capacità di essere chiari e onesti con le famiglie quando ci sono problemi di tutela dell’infanzia.

Contatto: info@lovebarrowfamilies.co.uk.

Sito web: https://www.lovebarrowfamilies.co.uk/.

La missione di New Beginnings è lavorare in modo olistico con le famiglie conosciute dai servizi sociali per l’infanzia per sospetti di trascuratezza o di maltrattamento emotivo, fisico o sessuale.

Abbiamo imparato che i genitori che si trovano in questa situazione hanno molto probabilmente vissuto, in un qualche momento della loro vita, episodi prolungati di trauma, come abusi fisici, sessuali ed emotivi, spesso all’interno delle mura domestiche. Questi eventi traumatici possono portare a problemi di malattia mentale e di salute, nonché all’abuso di droghe e alcol.

La nostra visione è lavorare a stretto contatto con i genitori nel percorso di tutela dell’infanzia affinché possano sviluppare la forza, le conoscenze e il potere per diventare i genitori che desiderano essere e, a loro volta, insegnare ad altri genitori a fare lo stesso.

Contatto: info@newbeginningsgm.com.

Sito web: https://www.newbeginningsgm.com/.

The Parent and Carer Alliance C.I.C. mira a fare in modo che le famiglie i cui figli e figlie hanno bisogni aggiuntivi possano condividere esperienze, sentirsi meno sole, essere meglio preparate e informate, accedere a servizi essenziali e sollevare le proprie preoccupazioni per ottenere cambiamenti positivi.

Contatto: info@parentandcareralliance.org.uk.

Sito web: www.parentandcareralliance.org.uk.

Southwark Family Council riunisce genitori, caregiver e altri familiari per condividere i loro punti di vista sui servizi per l’infanzia di Southwark e partecipare alla definizione dei servizi e della pratica.

Contatto: Southwark.familycouncil@southwark.gov.uk.

Sito web: www.southwark.gov.uk/familycouncil.

Southwark Parent to Parent Peer Advocacy mette a disposizione advocate con esperienza diretta dei servizi per l’infanzia per sostenere altri genitori nelle Child Protection Conferences (riunioni di tutela dell’infanzia).

Contatto: Parentadvocacy@southwark.gov.uk.

Sito web: www.southwark.gov.uk/parentadvocacy.

3. Problemi chiave e vie da percorrere

La consultazione ha individuato sette ambiti chiave in cui sono necessari cambiamenti urgenti. Questa sezione esamina ciascun ambito e le vie proposte per andare avanti. In ogni sottosezione si riportano i punti di vista condivisi nella consultazione, che vengono poi messi in relazione con la letteratura accademica pertinente, ancorando così la letteratura alla complessità del mondo reale.

3.1. Una migliore definizione del bisogno e una migliore risposta al bisogno

Una delle principali preoccupazioni emerse nella consultazione è che i servizi sociali per l’infanzia si concentrano soprattutto sulla tutela dell’infanzia e sull’allontanamento verso l’affidamento o l’adozione. I genitori che hanno partecipato alla consultazione hanno sostenuto che, invece di concentrarci sul rischio e su servizi individualizzati, dovremmo formulare una definizione più ampia del bisogno e del sostegno. Hanno indicato i seguenti ambiti come cruciali per creare ambienti sicuri per l’infanzia e le famiglie: un alloggio sicuro e accessibile, sussidi adeguati, un lavoro stabile e ben retribuito e comunità solide. Sono inoltre importanti, in questo contesto, i servizi di salute mentale, l’istruzione, i nidi e i servizi per la prima infanzia, parchi e biblioteche inclusivi e accessibili e gli approcci di salute pubblica al maltrattamento dell’infanzia. Le persone partecipanti hanno affermato che, sebbene il servizio sociale dovrebbe sostenere le famiglie in povertà, la povertà viene spesso considerata un ulteriore indicatore di rischio anziché un fattore che amplifica la crisi e un motivo per offrire sostegno. Lo ha dimostrato il seguente esempio, riportato da una persona partecipante alla consultazione:

Una madre si trovava in un alloggio d’emergenza e, in attesa del primo pagamento dello Universal Credit, si era rivolta a un banco alimentare per sfamare sé stessa e il proprio figlio o figlia. Nell’udienza per l’allontanamento, il ricorso al banco alimentare è stato considerato prova di un ulteriore rischio per la figlia o il figlio ed è stato usato a sostegno della richiesta di allontanamento presentata dall’ente locale.

Sebbene l’impatto dell’austerità e della povertà sul coinvolgimento delle famiglie nel sistema di tutela dell’infanzia sia sempre più riconosciuto (Bywaters et al. 2022), la ricerca indica che il sistema attuale tende a ignorare la povertà e le sue dure ripercussioni sulla vita delle persone, mentre i servizi generali per le famiglie si concentrano su prestazioni individualizzate (Featherstone et al. 2018a; Morris et al. 2018). Inoltre, l’attenzione ai rischi percepiti a livello individuale può impedire agli e alle assistenti sociali di occuparsi dell’ambiente in cui vive la famiglia (Taylor 2017).

Sulla base della consultazione, sosteniamo che sostenere le famiglie in queste dimensioni della loro vita dovrebbe essere parte integrante dei servizi per l’infanzia. Questi servizi dovrebbero essere adeguatamente finanziati e realizzati attraverso partenariati con l’infanzia, i genitori, le famiglie, i quartieri e le comunità. Proponiamo che le organizzazioni valutino (insieme alle famiglie) quanto le loro pratiche tengano conto della povertà e si pongano l’obiettivo di rendere le politiche e le pratiche locali «a prova di povertà». Questo processo dovrebbe portare all’erogazione di un sostegno economico e pratico per aiutare l’infanzia e le famiglie, con linee guida accuratamente elaborate sulle modalità di applicazione di tale aiuto.

3.2. Partenariato, partecipazione e pratica umana

I genitori che hanno partecipato alla consultazione hanno espresso profonde preoccupazioni per il fatto di sentirsi svergognati, umiliati ed esclusi nel rapporto con i servizi sociali per l’infanzia. Era condivisa l’opinione che l’intervento del servizio sociale mancasse degli elementi essenziali del partenariato, della partecipazione e dell’umanità. Inoltre, tale intervento è centrato sui rischi e sui problemi, e non sulla coproduzione e sulle comunità. Infine, l’instabilità del sistema e l’elevato turnover del personale ostacolano il partenariato. Per esempio, i genitori hanno condiviso quanto segue:

Il problema è che sono tutte riunioni e nessuna prestazione. Il personale non ha tempo, chi fa servizio sociale deve scappare via dalle riunioni e non ha tempo da dedicare alle famiglie né per affrontare i problemi che si presentano.

La consultazione ha rilevato che in tutto il Regno Unito i gruppi di advocacy genitoriale e i programmi di partenariato con i genitori degli enti locali stanno nascendo dal bisogno e dalla consapevolezza che il sistema di tutela dell’infanzia non funziona quando non sosteniamo i genitori e impediamo loro di partecipare attivamente ai sistemi di welfare e di tutela dell’infanzia.

Questi gruppi emergenti offrono sostegno e orientamento online e in presenza. Alcuni genitori che sono passati attraverso il sistema svolgono il ruolo di advocate per altre famiglie che partecipano alle riunioni. Un esempio del lavoro svolto senza retribuzione da una persona del PFAN (una madre con esperienza vissuta) mostra l’impatto che l’advocacy genitoriale può avere:

In un caso recente su cui ho lavorato, la madre era seguita dal servizio sociale da sette anni. Il caso si era arenato e l’opinione sulla mamma si era cristallizzata. Dopo otto mesi di lavoro insieme a me, l’ultima relazione del servizio sociale riporta che la mamma ha avuto una «crescita personale significativa e inattesa e mostra una reale comprensione dei bisogni dei suoi figli». Per la prima volta, l’ente locale è disposto ad accordare incontri non supervisionati e ritiene che la mamma non rappresenti più un rischio per i suoi figli.

I punti di vista dei genitori nella consultazione concordano con la ricerca sul coinvolgimento dei genitori nei sistemi di tutela dell’infanzia (Clapton 2020; Dale 2004; Muench et al. 2017).

L’advocacy genitoriale offre un modello efficace di sostegno ai genitori in queste riunioni (Tobis 2013). La ricerca mostra che promuovere l’advocacy genitoriale e affiancarla ai servizi è un modo potente per cambiare le culture organizzative nei sistemi di welfare per l’infanzia (Lalayants 2017). Inoltre, i programmi di advocacy genitoriale mostrano effetti positivi sia sugli esiti prossimali, come l’empowerment dei genitori e il loro coinvolgimento nei servizi (per es. Berrick et al. 2011; Summers et al. 2012), sia sugli esiti distali, come il ricongiungimento familiare e la stabilità del collocamento (per es. Enano et al. 2016; Lalayants 2017). Una recente revisione sistematica di 13 studi sperimentali su interventi di advocacy genitoriale negli Stati Uniti ha rilevato che gli esiti della ricerca sono «…prevalentemente favorevoli, in particolare per i tassi di ricongiungimento, l’incidenza di maltrattamenti successivi, l’utilizzo di risorse e servizi e le pratiche genitoriali» (Acri et al. 2021, p. 19).

Sosteniamo che si dovrebbe sviluppare nel Regno Unito un sistema nazionale di advocacy tra pari per i genitori, con advocate che abbiano un’esperienza vissuta dei servizi sociali per l’infanzia. I loro servizi dovrebbero essere a disposizione dei genitori in tutte le fasi dei servizi sociali e di welfare per l’infanzia, per sostenerli, aiutarli a comprendere i propri diritti e responsabilità e orientarli. Inoltre, le politiche governative dovrebbero essere modificate per promuovere la partecipazione dei genitori e contestare l’attuale narrazione del salvataggio dell’infanzia. Queste politiche dovrebbero includere un’affermazione chiara del diritto dei genitori all’advocacy e al sostegno ed esprimere l’aspettativa che i servizi sociali e le organizzazioni di welfare per l’infanzia garantiscano la disponibilità di servizi indipendenti di advocacy tra pari per i genitori coinvolti in questi sistemi. Infine, il partenariato e la coproduzione con l’infanzia e i genitori, la famiglia allargata e la comunità dovrebbero essere promossi per tutta l’infanzia in situazione di bisogno.

3.3. Migliorare la rappresentanza legale e il sostegno nei procedimenti giudiziari

Le persone partecipanti alle consultazioni hanno descritto i tribunali come luoghi spesso estranei e intimidatori per le famiglie, che tendono a schierarsi con i servizi per l’infanzia. Hanno affermato che una rappresentanza legale di buona qualità è vitale. Tuttavia, nella consultazione, i genitori ritenevano spesso che gli studi legali del posto non li rappresentassero adeguatamente e non li consideravano indipendenti dall’ente locale. Per questo i genitori hanno sostenuto la necessità di un albo di rappresentanti legali indipendenti, impegnati a sostenere con forza le cause per conto dei genitori e dei minori. L’esperienza di questa madre illustra il problema:

Susan si opponeva al progetto dell’ente locale di dare in adozione sua figlia e si convinse che lo studio legale del posto che la rappresentava fosse condizionato dai suoi rapporti con la dirigenza e con il personale del servizio sociale della città. L’ente locale la criticò per aver cambiato due volte rappresentanza legale a causa di queste preoccupazioni. Alla fine si rivolse a uno studio legale indipendente di fuori zona. Il tribunale finì per restituirle la figlia, che da allora è rimasta a casa con lei.

L’aumento dei tagli al gratuito patrocinio negli ultimi anni ha fatto sì che migliaia di persone in più si trovino ad affrontare da sole i tribunali per la famiglia, in particolare quando cercano di ottenere la revoca dei provvedimenti di affidamento all’ente locale. Questi tagli fanno sì che alcune delle persone più vulnerabili della nostra società siano prive di un’adeguata consulenza legale nei momenti più decisivi della loro vita e di quella delle loro famiglie (Cobb 2013). I tagli hanno effetti di vasta portata sulle famiglie, come dimostra il racconto di questa madre che ha vinto una battaglia legale per riavere con sé il proprio figlio o la propria figlia:

Il primo colpo è stato dover spendere tutti i nostri risparmi in spese legali prima di poter accedere al gratuito patrocinio. Anni di duro lavoro e di risparmi spariti quasi da un giorno all’altro. Poi da famiglia con due stipendi siamo passati a vivere di sussidi. È stato un cambiamento enorme per noi come famiglia, ma per continuare ad avere diritto al gratuito patrocinio non potevamo permetterci di lavorare. Se lavoravamo, non avremmo mai potuto guadagnare abbastanza per pagare le spese legali. È devastante, e le autorità spendono somme enormi per cercare colpevoli, non una soluzione o un sostegno.

Negli Stati Uniti esistono sistemi, in particolare a New York, in cui la rappresentanza legale delle famiglie è affidata a un’équipe composta da una figura legale, una figura del servizio sociale e una figura di advocacy genitoriale. È stato dimostrato che questo tipo di rappresentanza aiuta i genitori a confrontarsi meglio con il sistema giudiziario, fa sì che meno minori restino collocati fuori famiglia e, quando è necessario accogliere un figlio o una figlia lontano dai genitori, permette di ottenerlo in tempi più brevi (Courtney and Hook 2016; Family Justice Initiative 2019). Un simile sostegno legale olistico non è disponibile per le famiglie nel Regno Unito.

Sosteniamo la creazione di équipe olistiche di difesa delle famiglie simili a quelle del modello descritto, affinché professionisti e professioniste del diritto, del servizio sociale e dell’advocacy genitoriale possano offrire il sostegno olistico, compassionevole e avvolgente di cui le famiglie hanno bisogno durante i procedimenti giudiziari. Inoltre, per promuovere l’indipendenza della difesa legale dei genitori, occorre istituire albi di studi legali impegnati a restare indipendenti dall’ente locale. Infine, e questo è vitale, le attuali restrizioni, dannose e severe, sull’accesso al gratuito patrocinio devono essere riviste con urgenza per migliorare l’accesso dei genitori nella fase precontenziosa, nei ricorsi e nelle istanze di revoca dei provvedimenti di affidamento.

3.4. Un migliore sostegno nei procedimenti di tutela

Al di là delle enormi difficoltà nel confrontarsi con il sistema giudiziario, le persone partecipanti alla consultazione hanno segnalato la mancanza di investimenti in servizi terapeutici per i genitori coinvolti nei procedimenti di tutela. Questa carenza è aggravata dai tempi brevi (26 settimane in Inghilterra) entro i quali i genitori possono realizzare i cambiamenti richiesti per evitare che il figlio o la figlia venga collocato fuori famiglia. E, cosa ancora più importante, le persone partecipanti hanno indicato che, se ricevono un sostegno adeguato, le famiglie possono realizzare i cambiamenti richiesti. Una delle partecipanti di New Beginnings ha descritto quanto segue:

Molti dei nostri genitori sono stati accusati di non capire le preoccupazioni del servizio sociale, di interrompere chi parlava, di mancare di rispetto, di non guardare negli occhi (e quindi di nascondere qualcosa), di non riuscire a tenere la casa in ordine, di iniziare le cose senza riuscire a finirle, di distrarsi facilmente o di non riuscire a concentrarsi e di automedicarsi con cannabis o anfetamine. Sono visti come il problema. Eppure quello che abbiamo scoperto è che molti di loro hanno un ADHD o un autismo non diagnosticati. Abbiamo visto che, non appena i genitori sono stati sostenuti, smettendo di cercare di automedicarsi e ricevendo il farmaco giusto per l’ADHD, la vita si è calmata, le preoccupazioni di tutela si sono ridotte e in casa è tornata l’armonia.

Facendo eco a questa affermazione, il giudice Sir Andrew McFarlane ha dichiarato quanto segue (citato dal The Guardian) (Butler 2018):

Si può ben dire che siamo giunti a un punto in cui la soglia per ottenere un provvedimento giudiziario di diritto pubblico è notevolmente bassa, mentre, senza dubbio a causa dell’attuale clima finanziario, la soglia perché una famiglia possa accedere a servizi di sostegno specialistici sul territorio è, al contrario, molto alta.

Esiste tutta una serie di misure ragionevoli che si possono adottare. Sosteniamo che servano investimenti mirati nel sostegno terapeutico ai genitori e nel sostegno specialistico alle famiglie con bisogni complessi. Dobbiamo riconoscere che, quando i problemi diventano più cronici, un cambiamento rapido probabilmente non sarà realizzabile. Pertanto il termine di 26 settimane sopra ricordato dovrebbe essere prolungato, e i servizi dovrebbero essere resi disponibili rapidamente quando i genitori stanno realizzando i cambiamenti necessari. Servizi e comunità devono essere ricollegati. Abbiamo quindi bisogno di servizi radicati nei quartieri, che offrano un senso di appartenenza alle famiglie socialmente isolate. Le e gli assistenti sociali devono saper riconoscere e affrontare i segnali di problemi come l’ADHD, l’autismo e altre difficoltà di salute mentale e legate al trauma. Inoltre, è indispensabile una formazione in ambiti chiave come la violenza domestica, la povertà e la disabilità.

3.5. Una stabilità di collocamento che mantenga i legami

Ogni adozione comincia con la perdita più grande che un genitore e una creatura possano vivere. Lo hanno espresso in modo chiaro e potente i genitori nella consultazione, molti dei quali hanno visto i propri figli allontanati e poi dati in adozione. I genitori che hanno partecipato alla consultazione hanno espresso gravi preoccupazioni per essere stati abbandonati senza sostegno, per il modo in cui una comunicazione carente aveva aggravato il danno subito e per il fatto che aspetti legati alle origini e all’identità non fossero stati valorizzati e sostenuti.

I punti di vista condivisi dai genitori nella consultazione sono simili a quelli emersi negli studi sull’adozione e sul modo in cui viene vissuta. Molti bambini e bambine adottati perdono ogni legame con la famiglia biologica e con le proprie origini: non solo con i genitori, ma anche con nonne e nonni, zie e zii e con la fratria (Featherstone et al. 2018a; Neil 2002). Sebbene l’adozione sia considerata la soluzione di riferimento per l’accoglienza alternativa, i fallimenti adottivi si verificano. Smith (2014) ha rilevato un tasso di interruzione del 9,5%, con almeno il 5–10% dei minori rientrati in accoglienza dopo il provvedimento di adozione negli Stati Uniti. Nel Regno Unito, Selwyn, Wijedasa e Meakings hanno rilevato che tra il 2% e il 9% delle adozioni si interrompe dopo il provvedimento di adozione (Selwyn et al. 2014).

Negli ultimi dieci anni si è registrato un aumento del 50% del numero di minori che vivono separati dai genitori biologici (PFAN 2022): esiste dunque una popolazione notevolmente più ampia di cui dobbiamo comprendere e soddisfare i bisogni. Vi sono differenze significative tra gli enti locali inglesi quanto ai tassi di adozione. Dove i tassi di adozione sono aumentati, sono cresciuti anche il numero di indagini di tutela, di minori in situazione di bisogno e di minori collocati fuori famiglia (Bilson and Hunter Munro 2019). Tutto ciò suggerisce che la promozione dell’adozione sia associata a una crescente cultura del salvataggio e della colpevolizzazione dei genitori.

Un numero crescente di studi in tutto il mondo mostra i benefici di forme di adozione più «aperte» e rivela che queste possono rispondere meglio ai bisogni di identità e di sviluppo della persona adottata, permettendole di elaborare pensieri e sentimenti sulla propria adozione, costruire la propria identità, sviluppare l’autostima e cercare risposte alle proprie domande (Brodzinsky 2006; Del Pozo de Bolger et al. 2021; Neil 2010). L’apertura nelle forme di adozione tende a essere vantaggiosa non solo per le persone adottate, ma anche per gli altri membri della famiglia adottiva (Smith et al. 2020). Forse sorprendentemente per qualcuno, può rafforzare il legame dei genitori adottivi con il figlio o la figlia adottati e consolidare il loro ruolo di custodi dei ricordi d’infanzia e degli oggetti che rappresentano i primi anni di vita del bambino o della bambina (Brodzinsky 2014).

Il modo di lavorare attuale può quindi essere considerato dannoso per tutte le parti coinvolte. Sosteniamo che l’adozione dovrebbe essere riservata ai minori orfani e che, quando è necessaria un’accoglienza alternativa permanente, si dovrebbe ricorrere alla special guardianship (tutela speciale), favorendo forme di contatto più aperte. Affermiamo inoltre che le adozioni e le special guardianship dovrebbero essere prevalentemente aperte, per i benefici di questo tipo di soluzione evidenziati sopra. Le e gli assistenti sociali che desiderano spingersi verso soluzioni più aperte devono essere pronti a investire tempo, impegno ed energia emotiva per facilitare quello che è un processo continuo (Townsend 2003). Nel servizio sociale, l’elaborazione dei progetti di accoglienza deve abbandonare il carattere rigido, stereotipato o persino «invisibile» (Kempenaar 2015) di molti di questi progetti e considerare invece che dovrebbero essere fondati sulle risorse, flessibili e mediati in modo proattivo tra tutte le parti coinvolte.

3.6. Una migliore risposta alla violenza domestica

Il legame problematico tra violenza domestica e tutela dell’infanzia è stato richiamato più volte nel corso della consultazione. Le persone partecipanti hanno affermato che, collegando la violenza domestica al rischio per l’infanzia, il sistema opprime doppiamente le donne. Queste subiscono contemporaneamente la violenza domestica e la minaccia, o la realtà, dell’allontanamento dei figli. Inoltre, le persone partecipanti hanno rivelato che, una volta stabilito che una madre ha subito violenza domestica, si ritiene non solo che abbia esposto i figli a un danno in passato, ma anche che rappresenti un rischio futuro, poiché la si considera incline a intraprendere in futuro un’altra relazione dannosa. Una delle persone partecipanti alla consultazione ha condiviso quanto segue:

A una madre, i cui tre figli maggiori erano stati allontanati sette anni prima della sua recente gravidanza, è stato detto in tribunale che «era stata esclusa come possibile figura di accudimento» per la creatura che doveva nascere. Senza nemmeno completare una valutazione prenatale, l’ente locale ha ritenuto che i precedenti bastassero a escludere questa donna per sempre. Per fortuna, la battaglia di una advocate tra pari per ottenere per lei un inserimento in una struttura madre-bambino alla fine è andata a buon fine, e tutte le valutazioni attuali mostrano una crescita e un cambiamento enormi. Questa donna, esclusa per ciò che era quasi dieci anni prima, oggi fa la madre con successo, senza alcun ulteriore intervento dello Stato.

Inoltre, le persone partecipanti alla consultazione hanno descritto il personale dei servizi come privo di una comprensione approfondita della natura delle relazioni di controllo e del modo in cui i partner maltrattanti possono usare il sistema per proseguire il controllo e l’abuso. La ricerca ha dimostrato che questa mancanza di comprensione si riflette in una politica uguale per tutti, che ostacola una comprensione approfondita delle questioni in gioco in ciascuna famiglia (Daniel 2017; Ferguson et al. 2020; Masson and Parton 2020). Inoltre, una simile politica ignora un vasto corpus di conoscenze che indica l’esistenza di diversi tipi di violenza domestica, ciascuno dei quali richiede una risposta diversa, e il fatto che, sebbene specifici atti violenti possano sembrare simili, i rischi variano a seconda del tipo (Alaggia et al. 2015).

Sosteniamo che si dovrebbe sviluppare l’advocacy genitoriale con un’attenzione specifica ad advocate con esperienza vissuta sia dei servizi sociali per l’infanzia sia della violenza domestica. Inoltre, occorre sviluppare conoscenze sui diversi tipi di violenza domestica nella pratica e servizi su misura che rispondano in modo differenziato ai diversi bisogni delle famiglie.

3.7. Infanzia con disabilità

I bambini e le bambine con disabilità e le loro famiglie sono tra i gruppi più gravemente svantaggiati della società. Di conseguenza, la legislazione vigente nel Regno Unito stabilisce che tutta l’infanzia con disabilità è in situazione di bisogno e che i servizi sociali hanno il dovere di tutelarne e promuoverne il benessere. Ciononostante, i genitori che hanno contribuito alla consultazione hanno condiviso esperienze in cui, dopo aver chiesto sostegno, si sono visti trascinare in un processo incentrato sul rischio, sulla protezione e sulla tutela dell’infanzia. Hanno riferito che, quando non emergeva alcun problema di protezione, restavano senza sostegno per i bisogni che li avevano spinti a chiedere aiuto e spesso erano troppo traumatizzati dal processo per chiederlo di nuovo. Hanno anche raccontato di aver dovuto ricorrere a un’assistenza legale o portare il caso davanti a un tribunale amministrativo anche solo per ottenere una valutazione dei bisogni del proprio figlio o della propria figlia. L’esperienza di un genitore ha illustrato molte di queste questioni:

Ho trovato aggressiva la persona del servizio sociale. Il processo è stato invadente e per niente di sostegno. Provavamo confusione e impotenza in un processo che ha peggiorato la nostra situazione. Spesso non rispettava le scadenze e non ci ha mai dato alcuna informazione per spiegare il percorso che stavamo affrontando o dove trovare un sostegno e informazioni migliori. Ci hanno fatto sentire dei genitori falliti, come se mia figlia fosse un peso per l’ente locale perché i suoi bisogni sono così grandi, e come se non fossimo in grado di rispondere ai suoi bisogni.

Una questione chiave individuata dai genitori nella consultazione è stata la scarsa conoscenza della disabilità da parte del servizio sociale. I punti di vista condivisi dai genitori nella consultazione delineavano problemi significativi e preoccupanti incontrati nel tentativo di accedere al sostegno:

Abbiamo avuto in tutto 18 assistenti sociali. Solo due avevano un’esperienza di disabilità. Il piano per il minore in situazione di bisogno è stato finalmente completato quattro anni dopo, quando ho deciso di ricorrere alle vie legali.

I genitori hanno rivelato di aver trovato il servizio sociale fatto di sole riunioni e nessuna prestazione. Le famiglie hanno descritto come ci fosse moltissima attività (riunioni, valutazioni, relazioni), ma come questa attività si traducesse raramente in qualcosa di utile, in qualsiasi modo, per i figli o per le famiglie stesse. Un genitore ha condiviso quanto segue:

I bisogni vengono individuati, ma non c’è modo di far sì che vengano soddisfatti se non si trova un sostegno. Ci dicono continuamente che abbiamo diritto a un’assistenza personale, ma il servizio sa benissimo che nella nostra zona non ci sono assistenti personali disponibili. Ora abbiamo perso anche il nostro centro di sollievo e ci dicono soltanto che il comune sta cercando un’altra soluzione, ma da oltre un anno non ci è stato proposto nient’altro.

Ancora una volta, i punti di vista dei genitori nella consultazione sono in linea con i temi della ricerca sul sostegno ai genitori di bambini e bambine con disabilità. Clements e Aiello (2021) definiscono questo approccio inquisitorio una istituzionalizzazione della colpevolizzazione dei genitori. Nella loro ricerca hanno rilevato che la colpevolizzazione dei genitori era istituzionalizzata nelle procedure e nelle politiche nazionali e locali del Regno Unito e radicata nei protocolli di valutazione che orientano l’azione del personale in prima linea. In pratica, a molti minori con disabilità viene negata la valutazione dei bisogni a causa di criteri di valutazione che creano barriere illegittime (Clements and Aiello 2021) all’accesso ai loro diritti al sostegno sanciti dalla legge, aggiungendo ulteriori e severe definizioni di che cosa costituisca un «minore con disabilità». In effetti, le statistiche raccolte da uno degli autori, Andy Bilson (2022), attraverso una serie di richieste di accesso agli atti, mostrano un rapido aumento delle valutazioni dei minori con disabilità incentrate sulla tutela.

I genitori di bambini e bambine con disabilità sono particolarmente esposti all’accusa di fabbricare o indurre le malattie dei propri figli (FII, dall’inglese fabricated or induced illness). Il termine FII e l’approccio per individuarla e affrontarla sono stati duramente criticati per l’assenza di qualsiasi base di evidenze (Gullon-Scott and Long 2022). I gruppi che rappresentano i genitori di figli con disabilità riferiscono che molte delle persone che ne fanno parte sono state accusate ingiustamente di FII, in particolare quando chiedevano un aiuto supplementare o un secondo parere, oppure a causa di un disaccordo tra il personale medico sulle condizioni del figlio o della figlia (si vedano, per es., Autism Eye 2018; Colby 2014; Siret 2019; Ehlers Danlos Support UK 2017; Not Fine in Schools 2018). Quando accuse di questo tipo vengono mosse sul modo in cui questi genitori si prendono cura dei figli, l’impatto può essere profondo e duraturo.

Sosteniamo che sia necessario modificare le linee guida nazionali e locali che sostengono questo approccio colpevolizzante verso i genitori. Perché ciò avvenga, strumenti amministrativi come i protocolli di valutazione dovrebbero concentrarsi sul sostegno alle famiglie anziché sul rischio e sul danno. Sosteniamo che servano linee guida distinte per la valutazione e le prestazioni destinate all’infanzia con disabilità. Inoltre, il servizio sociale e chi vi opera devono acquisire conoscenze sulle condizioni specifiche di ciascun minore quando svolgono valutazioni con le famiglie. Infine, è evidente la necessità di migliorare i finanziamenti destinati all’infanzia con disabilità.

Di seguito discutiamo come le azioni intraprese nella consultazione, e il fatto che fosse autenticamente coprodotta, possano ispirare una ricerca critica orientata al cambiamento nel mondo reale.

4. Discussione

Fino a questa sezione, l’articolo si è concentrato sull’obiettivo di offrire uno sguardo critico sul sistema inglese di tutela dell’infanzia fondato sui punti di vista dei genitori. In questa discussione speriamo di raggiungere il secondo obiettivo, cioè presentare il valore della coproduzione nel contesto degli studi sulla tutela dell’infanzia, sia come forma di ricerca critica sia come mezzo per influire sulle politiche e sulla pratica. A tal fine discutiamo anzitutto il valore della coproduzione per la ricerca critica sulla tutela dell’infanzia. Proponiamo poi cinque caratteristiche della consultazione che, a nostro avviso, hanno favorito un processo di coproduzione significativo e critico.

Adottando un approccio strutturale, la ricerca critica sulla tutela dell’infanzia riconosce che i sistemi di tutela hanno funzioni di governo, di controllo e normative che riflettono e mantengono norme politiche, culturali e sociali (Keddell 2021). Gli studi critici sulla tutela dell’infanzia richiedono quindi di riconoscere l’impatto enorme dell’ingiustizia sociale e della disuguaglianza sulle famiglie e sull’infanzia. Come dimostra questo numero speciale, sono aumentati gli studi che applicano un’analisi critica al sistema di tutela dell’infanzia. Tuttavia, lo sviluppo di concetti paradigmatici e metodologici in grado di contribuire a questo corpus di conoscenze è scarso. Proponiamo che gli studi critici sulla tutela dell’infanzia debbano «correggere le disuguaglianze dando la precedenza… alle voci dei gruppi più svantaggiati della società» (Mertens et al. 2009, p. 89). Dovrebbero quindi incoraggiare l’uso della ricerca a fini di giustizia sociale, il che include rendere tale ricerca accessibile per l’educazione pubblica, l’elaborazione delle politiche sociali e la trasformazione delle comunità.

Pur con la dovuta cautela nel presentare la consultazione come un processo di coproduzione riuscito (la questione di che cosa renda riuscito un simile processo esula dall’ambito di questo articolo), la nostra esperienza collettiva, insieme ai riscontri di chi ha partecipato alla consultazione, indica cinque caratteristiche che hanno reso significativo questo processo e hanno sostenuto la ricerca critica: assumere una posizione politica, scegliere obiettivi chiari e realizzabili, integrare una pluralità di saperi, la partecipazione di genitori con esperienza vissuta a tutte le fasi della consultazione e non accontentarsi della produzione di conoscenza.

Assumere una posizione politica: in linea con l’affermazione di Hyslop e Keddell (2018) secondo cui una pratica e una ricerca progressiste nella tutela dell’infanzia richiedono un’azione di advocacy politica accanto alle riforme della pratica, è importante riconoscere che il processo di consultazione è stato esplicitamente inquadrato come un atto etico e politico. Nella consapevolezza che «i valori radicali della coproduzione possono essere sostituiti da quelli del mercato, nella fretta di spuntare la casella “partecipativa” per ottenere finanziamenti per la ricerca» (Critchley and Mitchell 2020, p. 2300), la consultazione ha deliberatamente assunto una posizione politica. Lo ha fatto in due modi principali: in primo luogo, evidenziando la natura oppressiva dell’attuale sistema di tutela dell’infanzia e impegnandosi a lavorare per trasformare le politiche e la pratica; in secondo luogo, affermando che portare le voci dei genitori nell’ambito dell’elaborazione delle politiche è una questione di diritti umani e di potere sociale. Rendere esplicite queste due premesse è la chiave per utilizzare la coproduzione in modo trasformativo.

Scegliere obiettivi chiari e realizzabili: è interessante notare che la questione se collaborare o meno con la Care Review ha suscitato un’importante discussione sulle strade da percorrere per promuovere il cambiamento. Alcune persone del PFAN erano restie a collaborare con il gruppo della revisione e temevano che tale collaborazione potesse essere usata per strumentalizzare le voci dei genitori. Ciò che ha aiutato a risolvere la discussione è stato accordarsi su una missione precisa: presentare alla revisione i punti di vista dei genitori e renderli ampiamente disponibili a chi è responsabile dei servizi sociali per l’infanzia. Formulare gli obiettivi della consultazione in termini di misure realizzabili, e assicurarsi che consentisse un certo accesso a chi elabora le politiche, è stato quindi cruciale sia per il processo sia per i risultati della consultazione.

Integrare una pluralità di saperi: come descritto sopra, la consultazione ha coinvolto una pluralità di partecipanti con percorsi e posizioni sociali diversi. Fondare il rapporto su questa combinazione unica di persone mette in luce il fatto che la consultazione e il più ampio progetto del PFAN sono radicati in una chiara epistemologia sociale, che riconosce il sapere esperienziale delle persone che resistono all’oppressione sociale nella vita quotidiana e il ruolo chiave che svolgono nell’agire efficacemente contro l’esclusione sociale. L’importanza della pluralità delle voci si riflette nella varietà di ambiti specifici affrontati dalle persone partecipanti, per es. la povertà, la violenza domestica e l’infanzia con disabilità.

Partecipazione di genitori con esperienza vissuta a tutte le fasi della consultazione: sebbene il concetto di coproduzione sia molto diffuso, che cosa costituisca la coproduzione resta ampiamente dibattuto (Carpentier 2016; Oliver et al. 2019). Esistono inoltre diversi livelli di collaborazione e di coproduzione, che vanno da quelli puramente simbolici a quelli autentici e capacitanti. Come osservano Oliver, Kothari e Mays (Oliver et al. 2019), «[e]sistono molte forme di pratiche di ricerca collaborativa, tra cui la coproduzione, la coprogettazione, la cocreazione, il coinvolgimento degli stakeholder e del pubblico, la partecipazione/coinvolgimento e la traduzione integrata delle conoscenze…» (ibid., p. 17). Un tratto importante della nostra consultazione è che, oltre ai vari gruppi e alle persone con esperienza vissuta che vi hanno contribuito, la consultazione è stata co-avviata e co-facilitata dal gruppo del PFAN, che comprende sia genitori sia persone alleate. Questo nucleo è stato coinvolto in ogni fase della consultazione: le discussioni sugli obiettivi, l’elaborazione delle domande della consultazione, l’analisi dei contributi ricevuti dai gruppi, la stesura di diverse parti del rapporto finale, le campagne legate al rapporto e, infine, la stesura e la revisione di questo articolo. È importante sottolineare che non vogliamo offrire un’immagine edulcorata del processo. Questo tipo di lavoro è pieno di questioni di potere e, alla fine, gran parte della stesura effettiva del rapporto è stata svolta dalle persone del mondo accademico presenti nel gruppo. Tuttavia, tutte e tutti noi abbiamo la convinzione che questo lavoro rifletta i nostri sforzi comuni e i nostri diversi contributi a un’autentica coproduzione.

Non accontentarsi della produzione di conoscenza: come descritto sopra, la stesura del rapporto è stata solo un primo passo della consultazione e del più ampio progetto del PFAN. Fondati su un profondo impegno per la giustizia sociale e per la riforma del sistema di tutela dell’infanzia, entrambi aspirano a incidere sulla realtà sociale dell’infanzia e delle famiglie. La diffusione del rapporto è stata quindi una parte integrante e cruciale della consultazione e mirava a promuovere una migliore comprensione dei punti di vista e delle esperienze dei genitori rispetto al sistema. La campagna che ha seguito la pubblicazione del rapporto ha percorso diverse strade, ciascuna rivolta a pubblici diversi e con obiettivi diversi. Il rapporto è stato presentato al gruppo della Care Review, con l’obiettivo di influire direttamente su chi elabora le politiche e sulle sue decisioni. È stato presentato anche su BBC Radio Four, un’emittente radiofonica nazionale del Regno Unito. Poiché le politiche sociali sono fortemente influenzate dal discorso pubblico, fare campagna attraverso i media è una parte cruciale di qualsiasi lavoro per il cambiamento sociale. Ciò è particolarmente rilevante nel contesto della tutela dell’infanzia, dove il discorso pubblico sui genitori è profondamente stigmatizzante e colpevolizzante (Clapton 2020; Featherstone et al. 2018b). Il rapporto è stato promosso anche attraverso il lavoro con la stampa di settore del servizio sociale, con la pubblicazione di articoli su Community Care e Professional Social Work e di un post su un blog dedicato alla ricerca applicata alla pratica. Il PFAN ha organizzato un webinar in cui i diversi gruppi che hanno contribuito alla consultazione hanno presentato il proprio lavoro e lo hanno condiviso con la comunità più ampia, nel tentativo di tradurre in pratica la missione del servizio sociale «lavorando oltre i confini accademici, professionali e di classe per … costruire una pedagogia della resistenza che consenta una rilettura del mondo e una nuova visione del futuro» (Kina and Gonçalves 2018, p. 373).

5. Conclusioni

I genitori e le persone alleate che hanno partecipato alla consultazione hanno individuato sette ambiti chiave di cambiamento nell’attuale sistema dei servizi sociali per l’infanzia e hanno avanzato proposte costruttive di trasformazione. Accogliamo con favore il fatto che la Care Review abbia raccomandato di rendere disponibile l’advocacy genitoriale ai genitori coinvolti nel sistema di tutela dell’infanzia in Inghilterra e abbia proposto finanziamenti significativi per la sua attuazione. Tuttavia, siamo anche consapevoli delle più ampie strutture politiche, sociali ed economiche su cui poggiano le politiche e le pratiche attuali, che la revisione non ha affrontato e che potrebbero minacciare l’attuazione di questa raccomandazione. Le nostre proposte sono state infatti formulate in un contesto di disuguaglianze crescenti, di un sistema di servizi sociali sulla difensiva, in cui il sostegno alle famiglie si è costantemente inaridito, l’aiuto rimasto è stato dirottato verso le indagini sulle famiglie e sono aumentati gli allontanamenti di minori verso l’affidamento e l’adozione. Questo articolo e la consultazione hanno cercato di mostrare come la ricerca critica sulla tutela dell’infanzia possa, e forse debba, essere un atto politico consapevole volto a promuovere un cambiamento collaborativo verso modi di lavorare con le famiglie più umani, compassionevoli e socialmente giusti.

Complexe Systémique: punti chiave

Questo testo non è uno studio in senso classico, ma un documento di advocacy scritto insieme a genitori che sono passati attraverso la tutela dell’infanzia, ed è proprio questo a renderlo prezioso. Mostra come un sistema di aiuto possa produrre ciò che dichiara di combattere: la povertà letta come rischio, una richiesta di aiuto trasformata in indagine, una madre che ha subito violenza domestica trattata come un pericolo futuro, il genitore di una creatura con disabilità sospettato di fabbricare una malattia. Per una lettura sistemica, il richiamo resta prezioso: l’istituzione fa parte del problema che osserva, e la posizione che assegna ai genitori (da valutare, colpevolizzare, sostituire) plasma le loro risposte. Advocacy genitoriale, adozione aperta che preserva i legami con la famiglia di origine, difesa familiare multidisciplinare: altrettanti modi per rimettere la famiglia al centro del sistema di aiuto. Il testo ha i suoi limiti: un contesto inglese, testimonianze senza un metodo di analisi dettagliato, un tono apertamente militante. Invita chi fa terapia in contesti di aiuto imposto a interrogarsi sulla propria posizione. Da leggere insieme a l’articolo che scardina il paradigma della partecipazione nella tutela dell’infanzia e a l’articolo sulle riunioni decisionali guidate dalla famiglia in Inghilterra.

Note dell’originale

Contributi di autrici e autori. Concettualizzazione, S.H., A.B., T.D., T.M. e Y.S.-H.; stesura della bozza originale, S.H., A.B., T.D. e Y.S.-H.; stesura, revisione e editing, S.H., A.B., T.D., T.M. e Y.S.-H. Tutte le persone firmatarie hanno letto e approvato la versione pubblicata del manoscritto.

Finanziamenti. Questa ricerca non ha ricevuto finanziamenti esterni. Il lavoro di Yuval Saar-Heiman sull’articolo è stato tuttavia finanziato dalle azioni Marie Skłodowska-Curie di H2020 (890262–PCPPP).

Dichiarazione del comitato etico istituzionale. Non applicabile.

Dichiarazione di consenso informato. Non applicabile.

Conflitti di interesse. Chi firma l’articolo dichiara di non avere conflitti di interesse.

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Traduzione non ufficiale in italiano di Parental Partnership, Advocacy and Engagement: The Way Forward, di Simon Haworth, Andy Bilson, Taliah Drayak, Tammy Mayes e Yuval Saar-Heiman, Social Sciences, vol. 11, n. 8, articolo 353 (2022), doi: 10.3390/socsci11080353, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale — l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (traduzione in italiano, dichiarazioni raggruppate nelle note). Né chi firma l’articolo né l’editore sono responsabili di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Si tratta di una traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «Parental Partnership, Advocacy and Engagement: The Way Forward», pubblicato in Social Sciences (2022) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Haworth, S., Bilson, A., Drayak, T., Mayes, T., e Saar-Heiman, Y. (2022). Parental Partnership, Advocacy and Engagement: The Way Forward. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/parental-partnership-advocacy-and-engagement-the-way-forward (Opera originale pubblicata nel 2022 in Social Sciences, 11(8), 353 (2022); ripubblicata nel 2022 da Social Sciences, https://www.mdpi.com/2076-0760/11/8/353)

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