Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
International Journal of Mental Health Nursing · Violenza
Per quindici anni June ha cercato aiuto, al pronto soccorso come nei servizi per le dipendenze; alla fine Peter l’ha uccisa. A partire da questo racconto composito, costruito su 28 revisioni di decessi in Nuova Zelanda, il gruppo di Jacqueline Short mostra come il quadro dell’autonomia e dell’empowerment lasci le vittime sole con la propria sicurezza, e propone di pensare la violenza nelle relazioni di intimità come un intrappolamento sociale, plasmato anche dalla colonizzazione.
Traduzione non ufficiale in italiano di Thinking differently: Re‐framing family violence responsiveness in the mental health and addictions health care context, di Jacqueline Short, Fiona Cram, Michael Roguski, Rachel Smith e Jane Koziol-McLain, pubblicato in International Journal of Mental Health Nursing (Wiley) (2019), doi: 10.1111/inm.12641, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Invece che la violenza di Peter, il problema è diventato June.
Jacqueline Short, Fiona Cram, Michael Roguski, Rachel Smith e Jane Koziol-McLain
Abstract
Gli alti tassi di violenza da partner intimo (IPV) e di maltrattamento e trascuratezza dei minori in Aotearoa Nuova Zelanda indicano la chiara necessità di sviluppare, e dotare di risorse, pratiche eque nei servizi di salute mentale e dipendenze che rispondano sia alle persone che subiscono violenza sia a quelle che la agiscono, e alle loro famiglie. Le attuali risposte alla IPV nei contesti di salute mentale e dipendenze di Aotearoa Nuova Zelanda richiedono una riformulazione critica: da un quadro individualista di autonomia ed empowerment, che vincola la pratica professionale, a una comprensione della IPV come forma di intrappolamento sociale. Attraverso un racconto composito costruito a partire da 28 revisioni approfondite di decessi per violenza familiare in Nuova Zelanda, mettiamo in luce le pratiche problematiche attuali e discutiamo risposte alternative che potrebbero rendere più sicura la vita delle persone e delle famiglie. Riformulare la IPV come forma di intrappolamento sociale significa riconoscerla come un problema sociale complesso che richiede passi collettivi per garantire la sicurezza e il benessere delle persone. È importante sottolineare che il quadro dell’intrappolamento sociale comprende forme di violenza interpersonali e strutturali, come il trauma storico e intergenerazionale della colonizzazione e i suoi legami con le persistenti disuguaglianze strutturali che colpiscono i Māori (il popolo indigeno di Aotearoa) in Aotearoa Nuova Zelanda.
Parole chiave: violenza da partner intimo, servizi di salute mentale, Nuova Zelanda, razzismo, servizi per le dipendenze da sostanze
La violenza contro le donne è un problema di salute pubblica globale rilevante e tuttavia prevenibile (World Health Organization, 2013). Come afferma Kaseba‐Sata (2014), «quasi tutte le vittime di violenza di genere finiscono sulla soglia del settore sanitario», perché il settore sanitario è l’istituzione con cui le vittime hanno più probabilità di entrare in contatto, e più spesso. Ciononostante, la risposta alla violenza familiare nei contesti sanitari è in genere scarsa, poiché viene trattata, e finanziata, come una questione sanitaria marginale (Breckenridge & Salter, 2012). Ciò è particolarmente problematico nei servizi di salute mentale e dipendenze (SM&D), a causa della relazione significativa tra disturbi mentali e uso problematico di sostanze nelle persone che subiscono e agiscono violenza (Breckenridge & Salter, 2012; Trevillion, Corker, Capron, & Oram, 2016).
L’effetto cumulativo delle risposte inadeguate del sistema sanitario aggrava il rischio di subire danni multipli e crea un «fallimento evolutivo e prolungato» di natura sistemica (Vincent & Amalberti, 2016) nelle cure che le persone ricevono. Questo schema di fallimento è illustrato dalla storia di June e Peter (riquadro 1). La loro è una storia composita, che si basa su casi reali e su citazioni letterali tratte dalle cartelle dei servizi, e che riflette le conoscenze acquisite dal Comitato neozelandese di revisione dei decessi per violenza familiare (FVDRC) attraverso 28 revisioni qualitative approfondite di decessi condotte tra il 2011 e il 2018. Nel corso dell’articolo, istantanee delle esperienze di June, di Peter e dei loro figli e figlie servono a mettere in luce le pratiche problematiche e a discutere risposte alternative che potrebbero rendere più sicura la vita di tutte le persone coinvolte. L’articolo si concentra sulla violenza da partner intimo (IPV) e sul suo intreccio con il maltrattamento e la trascuratezza dei minori (CAN).
Riquadro 1 — June e Peter
June si è rivolta per la prima volta al pronto soccorso dopo che Peter l’aveva colpita ripetutamente alla testa con il tubo di plastica di un aspirapolvere. Era incinta di sei mesi del loro primo figlio. Peter non credeva che «quello» fosse suo.
Nei 15 anni successivi June, Peter e la loro prole, quattro in tutto, hanno avuto contatti continui con servizi sanitari che coprivano quasi l’intero sistema sanitario. Tuttavia, il rapporto più importante e duraturo di June e Peter è stato con i servizi di salute mentale e dipendenze, per il loro uso di sostanze e per le overdose, la depressione di lunga durata e l’ansia di June.
June raccontava che Peter era molto geloso e controllante, e che questo «alimentava la sua violenza». Qualsiasi cosa poteva farlo scattare; non gli serviva un motivo per «perdere le staffe». June ha detto ai servizi sanitari che Peter era altrettanto cattivo da sobrio, ma che se beveva era quasi certo che sarebbe successo qualcosa. Se non c’era violenza fisica ogni settimana, c’era continuamente violenza emotiva e psicologica da parte di Peter.
Quando Peter si arrabbiava distruggeva la casa e lanciava il cibo dappertutto. Una volta ha bruciato tutti i vestiti di lei. June si consolava bevendo. La prole odiava vederla bere e sapeva che ci sarebbero state conseguenze.
Nel corso degli anni June ha espresso a figure professionali della salute le sue preoccupazioni per il benessere e la sicurezza propri e della prole. Anche Peter ha chiesto aiuto a figure professionali della salute per il suo «temperamento violento» e i suoi «problemi di rabbia». Nonostante le molteplici occasioni per rispondere in modo proattivo, i servizi sanitari non hanno avviato strategie di sicurezza che avrebbero potuto contribuire a impedire che Peter uccidesse June, 15 anni dopo quel primo accesso al pronto soccorso.
Il Comitato neozelandese di revisione dei decessi per violenza familiare (FVDRC) è uno dei cinque comitati di revisione della mortalità ospitati dalla Health Quality & Safety Commission (la Commissione). La Commissione ha assunto la responsabilità della revisione della mortalità in Aotearoa Nuova Zelanda a seguito del New Zealand Public Health and Disability Amendment Act 2010. L’obiettivo generale del FVDRC è contribuire alla prevenzione della violenza familiare e dei decessi per violenza familiare (Family Violence Death Review Committee Terms of Reference, 2015).
Il FVDRC ha sviluppato un sistema pensato per raccogliere un insieme minimo di informazioni su tutti i decessi per violenza familiare in Aotearoa Nuova Zelanda, selezionando al tempo stesso alcuni di questi eventi per un’ulteriore revisione multisettoriale approfondita. Queste revisioni approfondite esaminano le informazioni qualitative e le narrazioni contenute nei fascicoli, passati e attuali, di diversi servizi, allo scopo di vedere come il sistema della violenza familiare abbia risposto alle persone coinvolte nei decessi e alle loro famiglie e whānau (gruppo familiare allargato dei Māori, popolo indigeno della Nuova Zelanda). Le revisioni sono svolte con comitati regionali che comprendono rappresentanti dei principali enti coinvolti nella risposta alla violenza familiare, insieme a persone esperte di violenza familiare e di questioni culturali. La preparazione della revisione comprende: (i) un traumagramma per mappare le esperienze traumatiche delle famiglie e whānau coinvolte (spesso su quattro generazioni), (ii) la raccolta delle storie di vita delle persone coinvolte e (iii) una cronologia multipla degli eventi chiave, delle pratiche degli enti e del lavoro di collaborazione. L’analisi è orientata a comprendere la risposta come un sistema adattivo complesso (Braithwaite, Churruca, Long, Ellis, & Herkes, 2018; Davidson‐Knight, Lowe, Brossard & Wilson, 2017). Ulteriori dettagli sulla metodologia di revisione sono disponibili nei rapporti e nelle pubblicazioni del Comitato (Family Violence Death Review Committee, 2016, 2017; Tolmie, Wilson, & Smith, 2017).
In Aotearoa Nuova Zelanda, per comprendere la sovrarappresentazione dei Māori (il popolo indigeno di Aotearoa) tra le persone colpite dalla violenza familiare e nel sistema dei SM&D (Rangihuna, Kopua, & Tipene‐Leach, 2018), occorre riconoscere le conseguenze storiche e attuali della colonizzazione. La violenza contro le wāhine (donne) e i mokopuna (figli e nipoti) Māori non fa parte della cultura Māori tradizionale (Te Puni Kōkiri, 2010). Il livello di violenza che si osserva oggi all’interno delle whānau riflette piuttosto le norme patriarcali della cultura colonizzatrice britannica, nonché il trauma storico e intergenerazionale derivante dalla frammentazione diffusa e persistente delle strutture sociali Māori, imposta durante e dopo la colonizzazione di Aotearoa Nuova Zelanda (Family Violence Death Review Committee, 2017).
Il trauma storico e intergenerazionale collega le persistenti disuguaglianze strutturali, nate dalle confische su vasta scala e dal furto di terre e di altre risorse Māori da parte dei colonizzatori e dalla conseguente stigmatizzazione ed emarginazione dei Māori (Reid & Cram, 2005; Wirihana & Smith, 2014), agli esiti attuali di salute fisica e mentale legati al trauma (Walters et al., 2011). Comprendere i contesti sociali, politici e storici che incidono sui Māori è fondamentale per qualsiasi risposta della pratica nei SM&D.
Le risposte del sistema sanitario alla violenza familiare in Aotearoa Nuova Zelanda si sono tradizionalmente fondate su un quadro di empowerment secondo cui le vittime che hanno già chiesto aiuto ai servizi sanitari diventano poi responsabili di cercare ulteriore aiuto presso i servizi per la violenza familiare (Wilson, Smith, Tolmie, & de Haan, 2015). Questa risposta si accorda con il discorso neoliberale dell’autogestione individualista (Beddoe & Keddell, 2016; Woodall, Warwick‐Booth, & Cross, 2012). Una simile «risposta» espone donne e minori al rischio di ulteriori danni, individualizzando un problema sociale complesso che richiede passi collettivi per garantire la sicurezza delle persone e ripristinarne il benessere (Family Violence Death Review Committee, 2016).
Nei servizi di SM&D queste «risposte» risultano ancora più conflittuali, poiché l’autonomia è un principio fondamentale della pratica medica etica (O’Neill, 2002) e il personale della salute mentale è giustamente attento a non adottare pratiche coercitive o paternalistiche. La legislazione neozelandese sulla salute mentale (come il Mental Health (Compulsory Assessment and Treatment) Act 1992) è stata oggetto di crescenti critiche perché non rispecchia gli approcci moderni ai diritti umani, al processo decisionale assistito e al consenso informato (Government Inquiry into Mental Health & Addiction, 2018). Non sorprende quindi sentire chi lavora nella salute mentale affermare che, se da un lato può dare consigli di sicurezza alle vittime, dall’altro spetta alle vittime scegliere se seguirli o meno. Proponiamo di riformulare la IPV come forma di intrappolamento sociale: è un modo di pensare la IPV nei contesti di SM&D che può sostenere risposte diverse nella pratica verso chi subisce o agisce violenza (riquadro 2).
Riquadro 2 — La IPV come forma di intrappolamento sociale
La IPV è uno schema di danno connotato dal genere che opera come una forma di intrappolamento sociale (Ptacek, 1999). Presenta tre dimensioni:
Questa lettura della IPV rende visibile lo schema specifico di comportamenti di controllo coercitivo del partner e il modo in cui hanno limitato la capacità di lei di autodeterminarsi (ad es., lui la accompagna a tutti gli appuntamenti sanitari), rivelando al tempo stesso l’inadeguatezza delle risposte dei servizi alla sua richiesta di aiuto (ad es., consigli di sicurezza di routine) e il più ampio funzionamento del potere e del privilegio nella sua vita (ad es., il razzismo istituzionale).
Comprendere la IPV come forma di intrappolamento sociale, con dimensioni individuali, collettive e strutturali, produce diversi spostamenti nel nostro modo di pensare (Family Violence Death Review Committee, 2016; Tolmie, Smith, Short, Wilson, & Sach, 2018):
Le revisioni approfondite del FVDRC rivelano che le vittime cercano attivamente aiuto. Tuttavia, i loro tentativi di chiedere aiuto sfuggono spesso a figure professionali della salute sotto pressione per mancanza di tempo, che trattano i problemi di superficie che sono state formate a vedere (riquadro 3). Le revisioni documentano un eccessivo affidamento su uno screening di routine, basato su regole e sulle «caselle da spuntare», per identificare le vittime. Processi di questo tipo possono far sì che il personale sanitario non veda la complessità di ciò che si cela dietro gli accessi, i segni e i sintomi delle vittime (Wilson, 2000), e non risponda in modo terapeutico (Sampson & Read, 2017).
Riquadro 3 — Vedere senza vedere
Incinta di sedici settimane del terzo figlio, June si è presentata di nuovo al pronto soccorso. Aveva assunto una dose eccessiva di farmaci prescritti. Il servizio sociale ospedaliero del pronto soccorso ha inviato una segnalazione di preoccupazione all’ente pubblico per la tutela dei minori. Il motivo dell’overdose di June è stato registrato come «fattori di stress sociale, cioè finanze». Nella segnalazione si annotava che Peter collaborava pienamente ed era «aperto e onesto» riguardo a un’udienza in tribunale pendente per «aggressione di un uomo a una donna». Entrambi seguivano una consulenza di coppia per «problemi di violenza familiare». Il servizio di salute mentale materna (MMH) (un servizio per future e neo-madri) avrebbe seguito le preoccupazioni relative al benessere emotivo di June e alla sua gravidanza.
L’ente per la tutela dei minori ha fatto visita alla famiglia e i due minori sono stati «visti». Il fascicolo dell’ente riportava che le preoccupazioni erano state risolte, poiché il partner si trovava a casa al momento dell’episodio. «La madre ha detto di aver perso la testa per le finanze e di essere stata molto impulsiva e sciocca. In futuro ne parlerà». Nel fascicolo dell’ente erano annotati i seguenti supporti come disponibili per June:
«I minori sono al sicuro, poiché in casa c’è una figura adulta protettiva (il padre) oltre alla famiglia allargata». Caso chiuso.
Il MMH ha seguito June. Le è stato fatto lo screening per la IPV, ma quando non ha risposto verbalmente non le è stato più chiesto.
Nella pratica, identificare le vittime è un «processo complesso che richiede più che porre domande e seguire i passaggi di un protocollo» (Goicolea, Hurtig, San Sebastian, Vives‐Cases, & Marchal, 2015). Il personale sanitario avrebbe dovuto chiedere a June della sua storia sociale e prestare molta attenzione alle molteplici forme di comunicazione presenti contemporaneamente: ascoltare i sentimenti dietro le sue parole, sentire ciò che diceva e ciò che non diceva, ed essere consapevole del linguaggio corporeo di lei e del proprio (World Health Organization, 2014, p. 17).
Raccogliere un’anamnesi completa in un contesto di SM&D implica un’indagine delicata sugli aspetti della vita delle persone, sui contesti in cui queste vite si svolgono, sulle esperienze di sofferenza psichica e di cattiva salute, e sul trauma e sulla violenza (interpersonali e strutturali). Si raccolgono informazioni sulle whānau e sulle famiglie per disporre di un contesto più ampio, nella consapevolezza che tali informazioni vanno rispettate e custodite in modo sicuro e riservato. Rivelare il trauma e la violenza in un ambiente clinicamente e culturalmente sicuro, in cui le esperienze vengono riconosciute attraverso un processo di valutazione della salute mentale e di raccolta anamnestica, è un primo passo importante per creare un contesto di pratica in cui una vittima possa cominciare a sentirsi rispettata, sostenuta e davvero ascoltata.
Un tema chiave delle revisioni approfondite è il presupposto che le vittime siano in qualche modo responsabili di gestire la propria sicurezza (riquadro 4). I concetti di autonomia e di empowerment sono particolarmente problematici quando si lavora con vittime esposte a una violenza letale, che spesso subiscono anche gravi svantaggi strutturali. Questi concetti possono far sembrare che l’incapacità di una vittima di proteggere sé stessa o i propri figli e figlie sia il risultato di sue decisioni e scelte sbagliate (Wilson et al., 2015).
Riquadro 4 — La sicurezza come esercizio di autogestione
Una sera tardi, nell’anno della sua morte, June ha lasciato un messaggio telefonico disperato a un’infermiera del servizio per le dipendenze con cui aveva lavorato in passato. Il giorno dopo l’infermiera ha richiamato June. June sembrava ubriaca e piangeva molto mentre raccontava anni di abusi subiti da Peter. Ha detto: «qualcosa bolle in pentola da un po’». Peter aveva sempre avuto un «caratteraccio», ma lei aveva notato un aumento dei suoi modi intimidatori, come fingere di darle un pugno in faccia per spaventarla. La loro prole viveva presso dei parenti e la famiglia di lei «se ne era lavata le mani».
L’infermiera ha dato a June il numero del servizio locale per la violenza familiare. È stato annotato che June sapeva di poter chiamare la polizia, «ma non lo farà». June ha garantito la propria sicurezza, negando espressamente pensieri di fare del male a sé stessa o ad altre persone. Poiché aveva ricominciato a bere ogni giorno e non era al momento in carico al servizio, è stata incoraggiata a cercare un trattamento per il consumo di alcol. È stato annotato che conosceva i recapiti del servizio per le dipendenze.
Il giorno successivo l’infermiera ha richiamato June. Nessuna risposta. Una settimana dopo June si è rivolta di sua iniziativa al servizio per le dipendenze. Con lei è stata effettuata una valutazione del rischio di violenza familiare ed è stato fatto un invio al servizio locale per la violenza familiare.
Nei mesi successivi June ha avuto contatti sporadici con il servizio per le dipendenze. È cominciato un ciclo in cui June chiamava per annullare gli appuntamenti perché si «vergognava» dei lividi, il corpo le faceva male e non aveva mezzi di trasporto. Il servizio per le dipendenze la chiamava per ricordarle gli appuntamenti. Lei continuava a riferire le aggressioni ripetute di Peter e a dire che non voleva chiamare la polizia. A un certo punto stava valutando di rivolgersi a Women’s Refuge: «Sto leggendo il loro opuscolo proprio adesso».
Il servizio per le dipendenze, preoccupato, ha chiamato il servizio locale per la violenza familiare, che aveva incontrato June una volta. Era ubriaca e non era in grado di seguire i loro consigli. Dal servizio hanno detto: «June è alcolista. Avevamo fissato un incontro per quando fosse sobria, ma non si è presentata. Se June non vuole il nostro aiuto, non possiamo fare niente». Hanno sconsigliato di mandarle messaggi o di farle visita, perché ciò le avrebbe reso la vita più difficile. Hanno suggerito di chiamare e riattaccare se avesse risposto Peter.
Le risposte centrate sull’autonomia e sull’empowerment ignorano qualsiasi responsabilità dei servizi, compresi i SM&D, di intraprendere azioni che rendano possibile la sicurezza e che aiutino davvero le vittime. È chiaro che June non era in grado di «mettersi al sicuro» dalla violenza di Peter: per questo chiedeva aiuto. Invece che la violenza di Peter, il problema è diventato June. La sua mancanza di «coinvolgimento» rispetto al poco che le veniva offerto l’ha fatta considerare una persona che non voleva aiuto e che, di fatto, «sceglieva» di subire violenza.
Le risposte dei servizi sanitari alle vittime consistono di solito nel ripassare una lista di sicurezza standard (ad es., tenere una borsa pronta, del denaro, chiamare la polizia e rivolgersi a Women’s Refuge), senza considerare che cosa le vittime abbiano già tentato, che cosa sia servito (o no), come abbia reagito il partner e a quali supporti sociali, economici e culturali abbiano effettivamente accesso. A June non è mai stato chiesto perché non volesse chiamare la polizia, benché le fosse stato ripetutamente detto di farlo. Quali erano le sue paure e le sue esperienze precedenti? Dare consigli senza prima comprendere le configurazioni particolari dell’intrappolamento che operano nella vita di una vittima ne mina la dignità e non la rafforza (Stark, 2012).
Per avviare passi verso la sicurezza, il personale deve agire come alleato per la sicurezza delle vittime (Family Violence, Sexual Violence & Violence within Whānau: Workforce Capability Framework, 2017). Ciò richiede di «creare relazioni di dignità e rispetto, gettare un ponte per incontrare la persona là dove si trova» (Reynolds, 2019, p. XII). A partire da qui, le persone possono fare scelte laddove hanno scelte reali e accesso al potere, ma non sono ritenute responsabili della violenza di un’altra persona, di creare sicurezza per sé e per la propria prole, né della lotta quotidiana di una vita segnata dalla precarietà e dall’emarginazione.
L’attenzione a senso unico del sistema sanitario verso le vittime ha ostacolato lo sviluppo di risposte rivolte agli uomini che agiscono violenza, a seguito delle rivelazioni delle vittime e di questi stessi uomini. Si perdono così occasioni preziose perché il personale sanitario aiuti gli uomini a comprendere e cambiare i propri comportamenti (Tarzia, Forsdike, Feder, & Hegarty, 2017).
Nelle revisioni approfondite, gli uomini che agivano violenza venivano inviati ai servizi di salute mentale perché il personale riteneva che il loro comportamento abusante avesse origine in un disturbo mentale, oppure a causa della loro ideazione suicidaria o della depressione. Altri uomini si erano rivolti di propria iniziativa ai servizi territoriali per droghe e alcol, o vi erano stati inviati come condizione di una pena da scontare sul territorio. Nei servizi di SM&D non esistono approcci organizzativi formali che sostengano il personale che lavora con uomini che agiscono violenza; di conseguenza molti dei contatti con questi uomini non hanno affrontato il loro uso della violenza in modi che rafforzassero le risposte di sicurezza per le vittime, minorenni e adulte (riquadro 5).
Riquadro 5 — Fraintendere l’uso della violenza da parte degli uomini
Peter si è rivolto di sua iniziativa a un servizio per l’abuso di sostanze il mese prima di uccidere June, dopo aver passato gran parte della vita a cercare di evitare i SM&D. Oranga Tamariki (l’ente pubblico neozelandese per la tutela dei minori) si occupava ora della loro prole. Questo intervento e i ricordi della propria infanzia avevano spinto Peter a cercare aiuto. Ha chiesto di essere ammesso a un programma residenziale e gli è stato detto che potevano volerci alcune settimane.
La settimana successiva Peter e la persona che lo seguiva in consulenza hanno cominciato a valutare la sua idoneità per un posto. Peter ha detto che June lo definiva un uomo arrabbiato. Era sicuro che lei stesse progettando di lasciarlo, perché aveva trovato un opuscolo di Women’s Refuge nascosto in casa. È stato valutato come dipendente da alcol e metanfetamina. Nella valutazione si annotava che l’abuso di sostanze lo rendeva abbattuto, arrabbiato, frustrato e pieno di odio. L’astinenza scatenava irritabilità, umore depresso e rabbia. «A volte riesco a uscirne, altre volte no», ha detto. Come problemi sono stati elencati la dipendenza, le strategie di coping e i problemi relazionali.
Nell’attesa di un posto in struttura residenziale, è stato elaborato con Peter un piano di sicurezza. Peter doveva «andarsene» da June, dalla famiglia e dalle amicizie se si accorgeva di stare per esplodere o di diventare violento. Sia Peter sia chi lo seguiva consideravano l’aumento dell’uso di sostanze come il fattore scatenante della sua rabbia e del suo temperamento violento verso June e verso altre persone.
In assenza di processi specifici di valutazione dei bisogni e di gestione del rischio in materia di violenza familiare che orientino i percorsi di cura nei servizi di SM&D, le risposte dipendono dalle conoscenze e dalle competenze di ogni singola figura professionale. Chi si è occupato di Peter ha minimizzato la sua violenza e l’ha fraintesa come un sintomo dei suoi problemi con l’alcol e le droghe, non cogliendo così il rischio potenziale che rappresentava per June e per la loro prole.
Il racconto di Peter stesso è stato la principale fonte di informazioni per il processo di valutazione. Storicamente, il personale dei SM&D può aver avuto difficoltà a comunicare informazioni per timore di violare la normativa sulla privacy. Tuttavia, le disposizioni sulla condivisione delle informazioni del New Zealand Family Violence Act 2018 stabiliscono chiaramente che gli enti che si occupano di violenza familiare (tra cui i district health boards, i venti organismi regionali neozelandesi che finanziano ed erogano i servizi sanitari) possono richiedere informazioni personali su una vittima o su una persona che agisce violenza ai fini di una valutazione del rischio o dei bisogni in materia di violenza familiare, per contribuire a una risposta alla violenza familiare e/o per proteggere una vittima dalla violenza familiare (Family Violence Act 2018). Per quanto riguarda chi agisce violenza familiare, i processi di valutazione dei SM&D devono cercare informazioni presso terzi e verificare quanto riferito dalla persona con altri servizi, come l’ente pubblico per la tutela dei minori, la polizia e i servizi di sostegno locali.
Per Peter, l’intervento suggerito per i momenti di rabbia era allontanarsi dalla situazione. Era responsabilità di Peter, senza alcun supporto aggiuntivo da parte degli enti. Per garantire sicurezza alle vittime e sostenere cambiamenti realistici nel comportamento degli uomini che agiscono violenza, i servizi di SM&D devono lavorare in partenariato con i servizi specializzati in violenza familiare e contribuire ai processi locali di revisione multi-ente sulla violenza familiare, che definiscono strategie di sicurezza e di benessere per le persone, le whānau e le famiglie.
Promuovere e rispettare la capacità degli uomini di cambiare e di assumersi la responsabilità delle proprie azioni deve essere compito di tutte le figure professionali e di tutte le organizzazioni. Invece di lavorare in modo isolato o di «chiudere la pratica» dopo l’invio, i servizi di SM&D hanno bisogno di un sostegno allo sviluppo delle competenze per collaborare con i servizi pubblici e territoriali specializzati che lavorano con uomini che agiscono violenza (Victoria State Government, 2017). Ciò richiede di sviluppare relazioni reciproche con le iniziative locali di risposta multi-ente alla violenza familiare, poiché spesso lavorano con le stesse persone. Per esempio, una revisione di 12 settimane su 129 casi dell’Integrated Safety Response (un progetto pilota governativo di risposta multi-ente alla violenza familiare che coinvolge i servizi sanitari) ha individuato la dipendenza da droghe e alcol come fattore di rischio per il 60 % delle persone che agivano e subivano violenza. Il sostegno per la salute mentale era un bisogno individuato per il 21 % delle vittime e per il 41 % delle persone che agivano violenza (Ryan & Block, 2019).
Nel riquadro seguente sono proposte domande di riflessione sulla risposta alla IPV per chi opera nei SM&D.
Esiste una base di evidenze sempre più ampia sugli esiti di salute fisica, mentale, sessuale e riproduttiva, a breve e a lungo termine, del subire violenza familiare nel corso della vita (Webster, 2016). In confronto, molta meno attenzione è stata dedicata a comprendere come i «carichi di salute» vissuti, individuali e collettivi, siano plasmati e aggravati da risposte organizzative inadeguate e dal radicamento delle disuguaglianze strutturali. Un simile approccio cerca di interrogare e affrontare le ragioni per cui le vittime che ricevono risposte negative alla loro richiesta di aiuto hanno maggiori probabilità di ricevere una diagnosi di disturbo mentale (Richardson & Wade, 2010); per cui le donne con depressione preesistente o con disturbi mentali gravi sono più vulnerabili alla vittimizzazione e alla rivittimizzazione da IPV (Khalifeh et al., 2015; Trevillion et al., 2016); e per cui le whānau Māori che chiedono aiuto continuano a subire razzismo istituzionale (Dhunna, Lawton, & Cram, 2018; Government Inquiry into Mental Health & Addiction, 2018; Inquiry into Mental Health & Addiction, 2019; Wilson & Webber, 2014).
I dati delle revisioni approfondite indicano che, se June o Peter fossero stati Māori e di basso livello socioeconomico, avrebbero avuto maggiori probabilità di subire stigmatizzazione, atteggiamenti razzisti e indifferenza verso la loro sofferenza. Queste risposte si sarebbero prodotte nella società in generale, nel loro accesso alle risorse di quella società e ai determinanti della salute, e quando avessero chiesto aiuto ai SM&D e ad altri enti (riquadri 6 e 7) (Family Violence Death Review Committee, 2017).
Riquadro 6 — Domande per chi opera nei servizi di salute mentale e dipendenze
Riquadro 7 — La normalizzazione del razzismo
Quando era bambina, il Department of Social Welfare (DSW) ha allontanato June dalla sua whānau e l’ha collocata in una casa famiglia gestita da una coppia pākehā (neozelandesi bianchi), Fred ed Ethel. I suoi fratelli sono stati mandati in un riformatorio. Il DSW sosteneva che i minori non erano lavati, avevano vestiti sporchi e della taglia sbagliata e vivevano in condizioni di privazione. Gli enti avevano cercato di lavorare con la madre e il padre, che però erano stati giudicati non idonei ad averne la cura e la custodia.
Per anni Fred ha abusato sessualmente di June e delle altre ragazze della casa, per lo più Māori. Il DSW faceva visita raramente, e il legame di June con la sua whānau e la sua whakapapa (genealogia Māori) è stato completamente ignorato. Il suo fascicolo del DSW riportava che aveva un rendimento inferiore alle sue possibilità, scarse abilità sociali e che era una «candidata a una gravidanza precoce». I suoi fratelli, per sopravvivere alle condizioni di abuso cronico del riformatorio, sono entrati in una gang, alla ricerca di un senso di appartenenza e di autoprotezione di cui avevano un gran bisogno.
Decenni dopo, una persona kaimanaaki (persona Māori con un ruolo di protezione e sostegno) di un servizio di salute mentale ha svolto una valutazione con June. Riguardo al suo Te Taha Wairua (benessere spirituale), June ha detto: «Mi sento confusa per le cose che mi sono successe. Credo che il mio wairua (spirito) si sia spezzato».
Il piano di gestione proposto dai servizi territoriali di salute mentale (CMHS) non prevedeva alcuna risposta di sicurezza, culturale o riparativa. L’attenzione era posta sulla riduzione del danno (verso sé stessa) e sui farmaci. Chi era coinvolto dava per scontato che la sua vita sarebbe sempre stata «gang, droga e botte».
June non accettava che quella fosse la sua vita; aveva chiesto aiuto più volte. Non si sentiva presa «sul serio» dai CMHS. «Mi giudicavano solo dal mio aspetto. Avevo davvero bisogno di aiuto nella mia testa. Non si stavano comportando da brave persone».
Le revisioni approfondite, come mostrano le esperienze di June descritte sopra, mettono in luce la diffusione di storie di trauma e violenza intergenerazionali e di abusi nell’infanzia (compresi gli abusi subiti in strutture dello Stato). In assenza di risposte sociali di sostegno, non era raro che queste donne e questi uomini si automedicassero con droghe e alcol per far fronte al trauma e anestetizzare le esperienze di abuso. Le loro esperienze riecheggiano ciò che molte persone hanno raccontato alla Government Inquiry into Mental Health and Addiction del governo neozelandese nel 2018. L’aver subito CAN era all’origine della sofferenza psichica di molte persone e il «fattore scatenante» di «meccanismi di coping controproducenti come la dipendenza» (Government Inquiry into Mental Health & Addiction, 2018). L’inchiesta ha sottolineato l’importanza degli approcci informati sul trauma, che non chiedono «che cosa c’è che non va», ma piuttosto «che cosa ti è successo?» (Hopper, Bassuk, & Olivet, 2010; Substance Abuse & Mental Health Services Administration, 2014; Te Pou o te Whakaaro Nu, 2018). Tuttavia il trauma può derivare anche da «ciò che non è stato fatto per te», per esempio quando i sistemi di SM&D non rispondono alla violenza familiare e alle disuguaglianze strutturali e le vittime subiscono ulteriori carichi di salute e conseguenze sociali dannose (Varcoe, Wathen, Ford‐Gilboe, Smye, & Browne, 2016).
Per i Māori, un approccio di «equità» trae origine dalla garanzia di cittadinanza sancita dal Trattato di Waitangi, il documento fondativo di Aotearoa firmato dalla Corona e da rappresentanti Māori nel 1840. Le figure di riferimento Māori contemporanee affermano che il sistema dei SM&D poggia su «un razzismo istituzionale e ingiustizie verso i popoli indigeni non riconosciuti» e che è «in stato di emergenza per i tangata whenua [il popolo della terra, ossia i Māori]» (Tumu Whakarae (National Reference Group of Māori Health Strategy Managers within District Health Boards), 2018). Questo mancato rispetto della garanzia del Trattato di Waitangi pone sulle organizzazioni sanitarie l’onere di rimuovere gli ostacoli che impediscono ai Māori di percorrere bene il cammino verso le cure e al loro interno.
In modo significativo, le concezioni indigene della salute sono olistiche e «costituiscono più del benessere fisico e mentale o dell’assenza di malattie. Comprendono uno stato di equilibrio tra mente, corpo e spirito, e di armonia con la natura» (International Labour Office, 2003, p. 58). Quando l’Health Practitioners Competence Assurance Act 2004 chiede una pratica clinicamente e culturalmente competente, si riferisce alla comprensione di una visione del mondo Māori che permei e modelli l’erogazione dei servizi sanitari in modo che rispondano ai bisogni dei Māori.
Affrontare il razzismo istituzionale e gli effetti persistenti della colonizzazione richiede di cambiare i contesti dei SM&D e il privilegio accordato ai sistemi occidentali di produzione della conoscenza su cui si fondano le risposte della pratica (Borell, Barnes, & McCreanor, 2018), compreso il passaggio da una pratica informata sul trauma a una pratica informata sul trauma e sulla violenza (TVI). È importante sottolineare che gli approcci TVI pongono un’attenzione esplicita: alle disuguaglianze strutturali, per non vedere il trauma come qualcosa che accade solo «nella mente delle persone» ma anche nel loro contesto sociale; alla violenza in corso, poiché per molte persone la violenza è intergenerazionale e legata alla violenza della colonizzazione; e alla responsabilità delle organizzazioni di cambiare, poiché i sistemi perpetuano il danno (ad es., il razzismo istituzionale) (Came, 2014; Varcoe et al., 2016).
In Aotearoa Nuova Zelanda lo sviluppo di approcci TVI deve fondarsi su approcci specificamente Māori, nati dalle esperienze collettive proprie dei Māori e dei popoli indigeni in materia di trauma storico e intergenerazionale (Cavino, 2016; McClintock, Haereroa, Brown, & Baker, 2018; Pihama et al., 2017). Inoltre, per rispondere alle persone più duramente colpite dalla violenza e dal trauma coloniali di genere, è essenziale un approccio TVI storico di mana wāhine (autorità, dignità e potere delle donne Māori) (Simmonds, 2011) (Cavino, 2019). Le persone non vivono vite fatte di un solo problema, quindi non possiamo avere comprensioni o risposte centrate su un solo problema. Molti problemi di giustizia sociale, come il razzismo e il sessismo, si sovrappongono, creando molteplici livelli di ingiustizia sociale.
Nel riquadro 8 sono proposte domande di riflessione per promuovere una risposta equa alla IPV da parte di chi opera e delle organizzazioni nei SM&D.
Riquadro 8 — Domande per chi opera nei servizi di salute mentale e dipendenze
Il FVDRC ha confermato che il rischio di morte per violenza familiare è connotato dal genere: le donne e la loro prole sono le principali vittime e gli uomini gli aggressori prevalenti. Il FVDRC è consapevole dell’orientamento potenzialmente eteronormativo del proprio lavoro e vigila contro l’imposizione di un sistema di classificazione che potrebbe oscurare i decessi per violenza familiare nelle relazioni tra persone dello stesso sesso e non cisgender.
Le attuali risposte del sistema sanitario alla violenza familiare sono modellate sull’affrontare un problema semplice, anziché un problema sociale complesso (Rees & Silove, 2014) che richiede una risposta globale ed equa del sistema sanitario. La storia composita di June e Peter illustra come le risposte del sistema sanitario alla IPV che si concentrano solo sull’empowerment delle vittime (tra cui la terapia cognitivo-comportamentale, la consulenza per migliorare l’autoefficacia e l’autostima, e i consigli di sicurezza) siano inefficaci nell’affrontare i gravi problemi di sicurezza, le disuguaglianze strutturali e i carichi di salute vissuti a cui molte vittime sono esposte (Jewkes, 2013; Wilson et al., 2015). Non c’è da sorprendersi. Se i servizi di SM&D non collaborano con i servizi specializzati in violenza familiare per affrontare l’uso della violenza da parte degli uomini e i bisogni persistenti di sicurezza e di benessere delle vittime, delle loro famiglie e whānau, la violenza non si fermerà e il danno continuerà. Per i Māori ciò include il danno causato dall’imposizione dei paradigmi occidentali di produzione della conoscenza e di trattamento. «Te Tiriti o Waitangi [il Trattato di Waitangi] deve essere al centro di tutte le soluzioni» che riguardano i SM&D (Inquiry into Mental Health & Addiction, 2019, p. 3).
I sistemi sanitari devono cambiare per incontrare le persone là dove si trovano. Le domande che questo articolo rivolge a chi opera e alle organizzazioni nei SM&D offrono l’occasione di riflettere su come le diverse comprensioni della IPV plasmino le risposte della pratica, e su quanto queste risposte siano «utili». Riconoscere e affrontare le molteplici forme di violenza e le disuguaglianze strutturali che molte persone, le loro whānau e le loro famiglie vivono ogni giorno richiederà approcci di pratica sistemici, informati sul trauma e sulla violenza, autenticamente sensibili sul piano culturale e collettivo (Cram, 2019; Inquiry into Mental Health & Addiction, 2019), olistici e integrati.
Complexe Systémique: punti chiave
Questo articolo conta per la pratica sistemica perché sposta l’attenzione dalla vittima al sistema che le risponde. Niente nella storia di June indica una mancanza di richiesta di aiuto: chiama, si presenta, ritorna. Sono le risposte a fallire, ciascuna per ragioni locali fondate (il rispetto dell’autonomia, un protocollo di screening, i consigli di sicurezza standard, un caso chiuso perché è presente «una figura adulta protettiva»). Il quadro dell’intrappolamento sociale impone di tenere insieme tre livelli: il controllo coercitivo del partner, l’inerzia istituzionale e le disuguaglianze strutturali ereditate dalla colonizzazione. Invita inoltre a vedere le reazioni delle vittime come atti di resistenza piuttosto che come mancanza di coinvolgimento. Nella pratica, le due serie di domande di riflessione si prestano bene alla supervisione d’équipe. Va notato che qui le voci arrivano attraverso fascicoli e un racconto ricostruito, e che il lavoro con gli uomini resta da costruire. Da leggere insieme a l’intervista ad Allan Wade sulla dignità e la resistenza alla violenza e a l’articolo sull’abuso di sostanze e la violenza da partner intimo.
Note dell’originale
Dichiarazione sui contributi: Tutte le persone che firmano l’articolo hanno contribuito in modo sostanziale allo sviluppo del lavoro, alla stesura e alla revisione critica del manoscritto. Tutte hanno approvato la versione finale e accettano di rispondere di ogni aspetto del lavoro.
Dichiarazione sui conflitti di interesse: Nulla da dichiarare.
Ringraziamenti. Ringraziamo tutte le persone che fanno parte del Family Violence Death Review Committee e la segreteria con sede presso la Health Quality & Safety Commission New Zealand.
Bibliografia
Beddoe, L. & Keddell, E. (2016). Informed outrage: tackling shame and stigma in poverty education in social work. Ethics and Social Welfare, 10, 149–162.
Borell, B., Barnes, H. M. & McCreanor, T. (2018). Conceptualising historical privilege: The flip side of historical trauma, a brief examination AlterNative . An International Journal of Indigenous Peoples, 14, 25–34.
Braithwaite, J., Churruca, K., Long, J. C. (2018) When complexity science meets implementation science: a theoretical and empirical analysis of systems change. BMC Medicine, 16, 63.
Breckenridge, J. & Salter, M. (2012). Gender, use and abuse: Sexually abused women in alcohol and drug treatment In: Nakray J. (Ed.), Gender‐Based Violence and Public Health: International Perspectives on Budgets and Policies (pp. 108–122). London & New York, NY: Routledge;.
Came, H. (2014). Sites of institutional racism in public health policy making in New Zealand. Social Science and Medicine, 106, 214–220.
Cavino, H. M. (2016). Intergenerational sexual violence and Whānau in Aotearoa/New Zealand ‐ pedagogies of contextualisation and transformation. Sexual Abuse in Australia & New Zealand, 7, 4–17.
Cavino, H. M. (2019). Holding space: Centering mana wahine ethics in historical trauma research In: Smith C. & Tinirau R. (Eds). He Rau Murimuri Aroha: Wāhine Māori Insights into Historical Trauma and Healing (pp. 49–62). Whanganui, New Zealand: Te Atawhai o Te Ao: Independent Māori Institute for Environment & Health.
Cram, F. (2019). Measuring Māori children’s wellbeing: A discussion paper. MAI Journal, 8(1), 16–32. 10.20507/MAIJournal.2019.8.1.2.
Davidson‐Knight, A., Lowe, T., Brossard, M. & Wilson, J. (2017). A Whole New World:Funding and Commissioning in Complexity. London, UK: Collaborate and Newcastle University.
Dhunna, S., Lawton, B. & Cram, F. (2018). An affront to her mana: Young Maori Mothers' experiences of intimate partner violence. Journal of Interpersonal Violence, [Epub ahead of print], 886260518815712 10.1177/0886260518815712.
Family Violence Act (2018). New Zealand: [Cited 14 August 2019]. Available from: URL: [http://www.legislation.govt.nz/act/public/2018/0046/24.0/DLM7159322.html].
Family Violence Death Review Committee (2016). Fifth Report: January 2014 to December 2015. Wellington: [Cited 14 August 2019]. Available from: URL: [http://www.hqsc.govt.nz/assets/FVDRC/Publications/FVDRC-5th-report-Feb-2016.pdf].
Family Violence Death Review Committee (2017). Fifth Report Data: January 2009 to December 2015. Wellington: [Cited 14 August 2019]. Available from: URL:[https://www.hqsc.govt.nz/assets/FVDRC/Publications/FVDRC_2017_10_final_web.pdf].
Family Violence Death Review Committee Terms of Reference (2015). Wellington: [Cited 14 August 2019]. Available from: URL: [https://www.hqsc.govt.nz/our-programmes/mrc/fvdrc/about-us/terms-of-reference/].
Family Violence, Sexual Violence and Violence within Whānau: Workforce Capability Framework (2017). Wellington, New Zealand: [Cited 14 August 2019]. Available from: URL: [https://www.justice.govt.nz/assets/Documents/Publications/family-violence-workforce-capability-framework.pdf].
Goicolea, I., Hurtig, A. K., San Sebastian, M., Vives‐Cases, C. & Marchal, B. (2015). Developing a programme theory to explain how primary health care teams learn to respond to intimate partner violence: a realist case‐study. BMC Health Services Research, 15, 228.
Government Inquiry into Mental Health and Addiction (2018). He Ara Oranga: Report of the Government Inquiry into Mental Health and Addiction. Wellington, New Zealand: [Cited 14 August 2019]. Available from: URL: [https://mentalhealth.inquiry.govt.nz/assets/Summary-reports/He-Ara-Oranga.pdf].
Hopper, E. K., Bassuk, E. L. & Olivet, J. (2010). Shelter from the storm: Trauma‐informed care in homelessness services settings. The Open Health Services and Policy Journal, 3, 80–100.
Inquiry into Mental Health and Addiction (2019). Oranga Tāngata, Oranga Whānau: A Kaupapa Māori Analysis of Consultation with Māori for the Government Inquiry into Mental Health and Addiction. Wellington, New Zealand: [Cited 14 August 2019]. Available from: URL: [https://mentalhealth.inquiry.govt.nz/assets/Uploads/Summary-of-submissions-featuring-Maori-voice.pdf].
Jewkes, R. (2013). Intimate partner violence: the end of routine screening. Lancet, 382, 190–191.
Kaseba‐Sata, C. (2014). Address by Her Excellency Dr Christine Kaseba‐Sata, First Lady of the Republic of Zambia to the Sixty‐seventh World Health Assembly. Geneva, Switzerland: World Health Organization; [Cited 14 August 2019]. Available from: URL: [http://apps.who.int/gb/ebwha/pdf_files/WHA67/A67_DIV5-en.pdf].
Khalifeh, H., Moran, P., Borschmann, R. et al. (2015). Domestic and sexual violence against patients with severe mental illness. Psychological Medicine, 45, 875–886.
Kōkiri, Te Puni (2010). Arotake Tūkino Whānau: Literature review on family violence. Wellington, New Zealand: [Cited 14 August 2019]. Available from: URL: [http://www.tpk.govt.nz/documents/download/262/tpk-family-violence-literature-review.pdf].
McClintock, K., Haereroa, M., Brown, T. & Baker, M. (2018). Kia hora te marino ‐ Trauma Informed Care for Māori. Wellington, New Zealand: [Cited 14 August 2019]. Available from: URL: [https://teraumatatini.com/file/921/download?token=x-IRGkhC].
Ministry of Health (2014). Equity of health care for Māori: A framework. Wellington: [Cited 14 August 2019]. Available from: URL: [https://www.health.govt.nz/publication/equity-health-care-maori-framework].
O'Neill, O. (2002). Autonomy and Trust in Bioethics. Cambridge, UK: Cambridge University Press.
Pihama, L., Smith, L. T., Evans‐Campbell, T. et al. (2017). Investigating Māori approaches to trauma informed care. Journal of Indigenous Wellbeing, 2, 18–31.
Pitama, S., Huria, T. & Lacey, C. (2014). Improving Maori health through clinical assessment: Waikare o te Waka o Meihana. New Zealand Medical Journal, 127, 107–119.
Ptacek, J. (1999). Battered Women in the Courtroom: The Power of Judicial Responses. Boston, MA: Northeastern University Press.
Rangihuna, D., Kopua, M. & Tipene‐Leach, D. (2018). Mahi a Atua: a pathway forward for Maori mental health? New Zealand Medical Journal, 131, 79–83.
Rees, S. & Silove, D. (2014). Why primary health‐care interventions for intimate partner violence do not work. Lancet, 384, 229.
Reid, P. & Cram, F. (2005). Connecting Health, People, and Country in Aotearoa New Zealand Health and Society in Aotearoa New Zealand (pp. 33–48). Melbourne, Vic.: Oxford University Press.
Reynolds, V. (2019). Justice-Doing at the Intersections of Power: Community Work, Therapy and Supervision. Adelaide, Australia: Dulwich Centre Publications.
Richardson, C. & Wade, A. (2010). Islands of safety: Restoring dignity in violence‐prevention work with indigenous families. First Peoples Child & Family Review, 5, 137–145.
Ryan, J. & Block, M. (2019). 12 Week Review of Cases Referred to the Family Violence Integrated Safety Response (ISR) pilot (Draft): Review of 129 Cases Active with ISR from May to August 2018. Wellington, New Zealand: ISR National Team.
Sampson, M. & Read, J. (2017). Are mental health staff getting better at asking about abuse and neglect? International Journal of Mental Health Nursing, 26, 95–104.
Simmonds, N. (2011). Mana wahine : decolonising politics. Women's Studies Journal, 25, 11–25.
Stark, E. (2012). Re‐presenting Battered Women: Coercive Control & the Defense of Liberty. Paper presented at the Violence Against Women: Complex Realities and New Issues in a Changing World, Quebec, Canada: [Cited 14 August 2019]. [https://www.stopvaw.org/uploads/evan_stark_article_final_100812.pdf].
Substance Abuse and Mental Health Services Administration (2014). Trauma‐informed care in behavioral health services. Rockville, MD: Substance Abuse and Mental Health Services Administration.
Tarzia, L., Forsdike, K., Feder, G. & Hegarty, K. (2017). Interventions in health settings for male perpetrators or victims of intimate partner violence. Trauma Violence Abuse, [Epub ahead of print], 1524838017744772 10.1177/1524838017744772.
Te Pou o te Whakaaro Nu (2018). Trauma‐informed Care: Literature Scan. Auckland, New Zealand: [Cited 14 August 2019]. Available from: URL: [https://www.tepou.co.nz/resources/trauma-informed-care-literature-scan/876].
Tolmie, J., Wilson, D. & Smith, R. (2017). New Zealand. In: Dawson M. (Ed.), Domestic homicides and death reviews: An international perspective (pp. 159-198). Toronto, Canada: Palgrave.
Tolmie, J., Smith, R., Short, J., Wilson, D. & Sach, J. (2018). Social entrapment: A realistic understanding of the criminal offending of primary victims of intimate partner violence New Zealand Law Review. New Zealand Law Review, 2018, 181–217.
Trevillion, K., Corker, E., Capron, L. E. & Oram, S. (2016). Improving mental health service responses to domestic violence and abuse. International Review of Psychiatry, 28, 423–432.
Tumu Whakarae (National Reference Group of Māori Health Strategy Managers within District Health Boards) (2018). Submission to the government inquiry into mental health and addiction. [Cited x14 August 2019]. Available from: URL: [https://www.bopdhb.govt.nz/media/61843/final-submission_tumu-whakarae_govt-inquiry-mha_august-2018-3-.pdf].
Varcoe, C., Wathen, C. N., Ford‐Gilboe, M., Smye, V. & Browne, A. J. (2016). EGA briefing note on trauma‐ and violence‐informed care. [Cited 14 August 2019]. Available from: URL: [https://vegaproject.mcmaster.ca/docs/default-source/pdf/briefing-note-trauma-and-violence-informed-care.pdf?sfvrsn=e9e58971_0].
Victoria State Government (2017). Building from Strength: 10‐Year Industry Plan for Family Violence Prevention and Response. Melbourne, Vic.: Victoria State Government.
Vincent, C. & Amalberti, R. (2016). Safer Healthcare: Strategies for the Real World. Cham (CH): Springer.
Walters, K. L., Mohammed, S. A., Evans‐Campbell, T., Beltran, R. E., Chae, D. H. & Duran, B. (2011). Bodies don't just tell stories, they tell histories: Embodiment of historical trauma among American Indians and Alaska natives. Du Bois Review: Social Science Research on Race, 8, 179–189.
Webster, K. (2016) A preventable burden: Measuring and addressing the prevalence and health impacts of intimate partner violence in Australian women. ANROWS Compass (07/2016 ed.). Sydney: ANROWS.
Wilson, D. (2000). Care and advocacy: moral cornerstones or moral blindness when working with women experiencing partner abuse? Journal of Nursing Law, 7, 43–51.
Wilson, D. & Webber, M. (2014). The People's Report ‐ the People's Inquiry into Addressing Child Abuse and Domestic Violence. Auckland, New Zealand: [Cited 14 August 2019]. Available from: URL: [http://ndhadeliver.natlib.govt.nz/delivery/DeliveryManagerServlet?dps_pxml:id=IE21610016&dps_custom_att_1=ilsdb].
Wilson, D., Smith, R., Tolmie, J. & de Haan, I. (2015). Becoming better helpers: Rethinking language to move beyond simplistic responses to women experiencing intimate partner violence. Policy Quarterly, 11, 25–31.
Wirihana, R. & Smith, C. (2014). Historical Trauma, healing and well‐being in Māori communities. MAI Journal, 3, 197–210.
Woodall, J. R., Warwick‐Booth, L. & Cross, R. (2012). Has empowerment lost its power? Health Education Research, 27, 742–745.
World Health Organization (2013). Global and Regional Estimates of Violence Against Women: Prevalence and Health Effects of Intimate Partner Violence and Non‐partner Sexual Violence (ISBN 978 92 4 156462 5). Geneva, Switzerland: World Health Organization; [Cited 14 August 2019]. Available from: URL: [http://apps.who.int/iris/bitstream/10665/85239/1/9789241564625_eng.pdf].
World Health Organization (2014). Health Care for Women Subjected to Intimate Partner Violence or Sexual Violence: A Clinical Handbook. Geneva, Switzerland: WHO Document Production Services.
Traduzione non ufficiale in italiano di Thinking differently: Re‐framing family violence responsiveness in the mental health and addictions health care context, di Jacqueline Short, Fiona Cram, Michael Roguski, Rachel Smith e Jane Koziol-McLain, International Journal of Mental Health Nursing, vol. 28, n. 5, pp. 1209-1219 (2019), doi: 10.1111/inm.12641, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale – l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Questa è una traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «Thinking differently: Re‐framing family violence responsiveness in the mental health and addictions health care context», pubblicato in International Journal of Mental Health Nursing (2019) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e impaginato per la lettura online, come indicato in testa a questa pagina; fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Short, J., Cram, F., Roguski, M., Smith, R., e Koziol-McLain, J. (2019). Thinking differently: Re‐framing family violence responsiveness in the mental health and addictions health care context. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/thinking-differently-re-framing-family-violence-responsiveness-in-the-mental-health (Opera originale pubblicata nel 2019 in International Journal of Mental Health Nursing, 28(5), 1209-1219 (2019); ripubblicata nel 2019 da International Journal of Mental Health Nursing, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/inm.12641)
Per approfondire