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Contemporary Family Therapy · Terapia familiare

Psilocibina e MDMA nella terapia di coppia: indagare il trattamento dei disturbi da uso di sostanze e della codipendenza

E se la dipendenza di un membro della coppia e la codipendenza dell’altro venissero trattate insieme? Questa revisione narrativa, firmata da due persone che fanno ricerca alla Texas Tech University, riunisce i dati sulla psilocibina nelle dipendenze e sull’MDMA nel disturbo da stress post-traumatico, poi propone un protocollo mai sperimentato che combina le due sostanze con la terapia di coppia. Un’ipotesi di ricerca, da leggere con cautela.

Autrici e autori Samuel Hosford e Heather Austin-Robillard (Texas Tech University, Lubbock, Texas, Stati Uniti)Prima pubblicazione Contemporary Family Therapy, 11 dicembre 2025Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Psilocybin and MDMA in Couples Therapy: Investigating Treatment for Substance Use Disorders and Codependency, di Samuel Hosford e Heather Austin-Robillard, pubblicato in Contemporary Family Therapy (Springer) (2026), doi: 10.1007/s10591-025-09766-8, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Sebbene la ricerca sull’MDMA per il PTSD sia abbondante, attualmente non esistono dati clinici sull’uso dell’MDMA per altri disturbi o condizioni, come la codipendenza.

Samuel Hosford e Heather Austin-Robillard

Abstract

I disturbi da uso di sostanze (DUS) sono sempre più diffusi negli Stati Uniti e, se da un lato possono rappresentare un dilemma per chi ne fa uso, dall’altro creano problemi anche alle persone che le stanno intorno. Nelle coppie in cui è presente un abuso di droghe, nel partner che non ne fa uso possono emergere in modo indipendente caratteristiche codipendenti negative, con un effetto dannoso sulla dinamica di coppia. Si tratta di una revisione narrativa volta a individuare come la terapia assistita con psilocibina (PAT) sia stata impiegata per trattare i DUS e la 3,4-metilendiossimetanfetamina (MDMA) per disturbi come il PTSD, esaminando in che modo l’MDMA potrebbe anche trattare la codipendenza in un coniuge colpito in modo particolare dalla dipendenza del partner. Utilizzando la combinazione di queste due sostanze con la terapia di coppia, si potrebbe ottenere una riduzione delle caratteristiche di dipendenza nel membro della coppia con un DUS e, al tempo stesso, un cambiamento dei comportamenti codipendenti nel partner. Vengono discusse le implicazioni cliniche e i limiti della ricerca attuale, insieme a ulteriori proposte per la terapia di coppia assistita con psichedelici [149].

Parole chiave: psichedelici, dipendenza, codipendenza, terapia di coppia assistita con psichedelici

Quando DUS e codipendenza coesistono in una coppia, le logiche della codipendenza possono, di conseguenza, spingere il partner a continuare a usare sostanze (Vederhus et al., 2019). I sintomi del partner che usa sostanze possono rafforzare pensieri e comportamenti disadattivi presenti nella persona con codipendenza. Ad esempio, le persone codipendenti possono farsi carico delle conseguenze del consumo di droghe del partner per minimizzare la gravità del suo disturbo (Bortolon et al., 2016). Si ritiene che, per controllare chi fa uso di sostanze, la persona con codipendenza sviluppi una dipendenza dal partner (Lampis et al., 2017). Sebbene questi due disturbi sembrino aggravarsi a vicenda, pare che si completino anche in un modo meno evidente, il che impone di sottolineare l’importanza e la gravità di questa relazione malsana.

Tali dinamiche di coppia possono essere spiegate nel quadro della teoria dei sistemi familiari, un modello concettuale che considera la famiglia come un sistema comportamentale sensibile a forze legate al mantenimento della stabilità (morfostatiche) e al cambiamento e all’organizzazione (morfogenetiche) (Steinglass, 1985). La teoria dei sistemi sottolinea che un disturbo in un membro della coppia influisce su ciascuna persona e quindi sulla dinamica morfostatica di una relazione sentimentale o di una famiglia. Due disturbi possono scardinare un sistema familiare, come mostrano i coniugi codipendenti di persone alle prese con una dipendenza (Lampis et al., 2017).

In questa revisione, chi firma l’articolo ha raccolto conoscenze aggiornate su come la psilocibina possa trattare i DUS e su come l’MDMA abbia il potenziale per trattare la codipendenza, in un intervento comunemente noto come terapia assistita con psichedelici (PAT). In particolare, la psilocibina può ridurre i sintomi della dipendenza (sia chimica sia percettiva) e favorire cambiamenti duraturi per la guarigione, mentre l’MDMA può affrontare la radice dei comportamenti codipendenti negativi per permettere alla persona di prendere coscienza dei propri problemi e della dipendenza del coniuge. Si propone che ciascuna modalità di trattamento possa accelerare la guarigione da problemi sistemici in cui nella coppia coesistono codipendenza e uso di sostanze. Attraverso la ricerca sulle proprietà farmacologiche della psilocibina e dell’MDMA e le conoscenze attuali sulla loro efficacia clinica, il gruppo di ricerca presenta un’opportunità terapeutica che utilizza questi psichedelici a supporto della terapia di coppia.

Nel 2023, il 3,1% della popolazione (8,9 milioni di persone) aveva fatto un uso improprio di oppioidi nell’ultimo anno, un dato simile a quello del 2022 e del 2021. Tra le persone dai 12 anni in su, 134,7 milioni hanno consumato alcol nel 2023 e 61,4 milioni (ossia il 45,6%) avevano avuto episodi di binge drinking nell’ultimo mese (SAMHSA, 2023). In particolare, le persone native americane, native dell’Alaska e multietniche avevano maggiori probabilità rispetto ad altri gruppi razziali o etnici di aver fatto uso di sostanze o di aver avuto un disturbo da uso di sostanze (DUS) nell’ultimo anno (SAMHSA, 2023). Un DUS è inteso come la prosecuzione del consumo nonostante le conseguenze biologiche, sociali o psicologiche, che porta a una perdita di controllo su un uso improprio rischioso e a una dipendenza chimica o percettiva (American Psychiatric Association (APA), 2023). I DUS sono uno dei problemi di salute mentale più comuni negli Stati Uniti, e molte persone sono restie a sottoporsi a un trattamento (SAMHSA, 2023). Di conseguenza, i DUS incidono negativamente sulla vita di molte persone senza che queste riconoscano nemmeno la gravità della propria situazione. I DUS non solo compromettono la salute fisica e mentale, ma contribuiscono anche a notevoli difficoltà sociali e relazionali, aggravando ulteriormente il benessere complessivo della persona. L’imprevedibilità e l’instabilità tipiche dei DUS portano spesso a conflitti, isolamento e una comunicazione tesa, rendendo difficile mantenere legami sani e di sostegno (West & Brown, 2013). L’abuso di sostanze ha dunque una dimensione ulteriore, che va oltre la lotta individuale.

La codipendenza nasce spesso da esperienze della prima infanzia, in particolare in famiglie con modelli disfunzionali come la trascuratezza o l’abuso emotivo, dove la persona impara a dare priorità ai bisogni altrui rispetto ai propri per ottenere un senso di valore personale e di sicurezza emotiva. Questo schema comportamentale può svilupparsi per far fronte a un ambiente, o sopravvivere in un ambiente, in cui amore e approvazione sono condizionati (Orbon et al., 2021). Nel contesto delle relazioni monogame, soprattutto in presenza di DUS, le persone alle prese con la codipendenza incidono direttamente sul benessere del partner. La terapia sistemica è un approccio solido alla dinamica problematica tra DUS e codipendenza, e la psicoterapia assistita con psichedelici potrebbe rivelarsi promettente come catalizzatore del processo terapeutico.

Gli psichedelici sono un gruppo di droghe che alterano la percezione, la cognizione e la coscienza, provocando spesso esperienze personali mistiche o di profondo stupore, e potrebbero costituire un trattamento efficace per i DUS e altri disturbi psichiatrici (Aixala et al., 2018; DiVito & Leger, 2020; Dos Santos et al., 2016). La psilocibina, il composto psicoattivo presente in quelli che sono comunemente noti come «funghi magici», mostrò un successo iniziale nel trattamento di problemi psichiatrici come l’ansia e la depressione negli anni Sessanta, quando fu commercializzata con il nome di Indocybin® negli Stati Uniti e in numerosi altri Paesi (Johnson et al., 2014). Una legislazione successiva classificò la psilocibina come droga illecita della Tabella I (Schedule I), impedendo alla comunità scientifica di esaminare le applicazioni cliniche di questa sostanza di origine naturale (DiVito & Leger, 2020). Dopo molti anni, la psilocibina ha cominciato a profilarsi come possibile trattamento non solo per la depressione e l’ansia, ma anche per i DUS (Johnson et al., 2017).

La 3,4-metilendiossimetanfetamina (MDMA) sta parimenti dando prova di efficacia nel trattamento dei sintomi del disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e lascia intravedere la possibilità di affrontare l’insieme dei disturbi e della sintomatologia legati al trauma (Edut et al., 2011; Sessa et al., 2019). Al contempo, la psichiatria sottolinea sempre più il ruolo delle avversità psicologiche e ambientali precoci in una serie di disturbi mentali che vanno oltre il PTSD (Sessa et al., 2019). Sebbene la ricerca sull’MDMA per il PTSD sia abbondante, attualmente non esistono dati clinici sull’uso dell’MDMA per altri disturbi o condizioni, come la codipendenza. Julie Holland, medica, racconta in uno dei suoi best-seller, Good Chemistry: The Science of Connection, From Soul to Psychedelics (2020), una situazione aneddotica in cui una moglie si sottopose a un trattamento assistito con MDMA per comprendere meglio i problemi psicologici del marito, e la successiva trasformazione della relazione. La moglie, che in precedenza presentava sintomi di codipendenza, appariva emotivamente inibita prima dell’esperienza; tuttavia, queste inibizioni sembrarono attenuarsi dopo la somministrazione di MDMA, portando a un cambiamento duraturo nella coppia (Holland, 2020). Man mano che i resoconti aneddotici e la ricerca clinica si ampliano, il potenziale per trattare i DUS e altre condizioni psichiatriche continua a crescere, il che sottolinea la necessità di ulteriori approfondimenti scientifici e teorici.

Dinamiche familiari dei comportamenti di dipendenza e della codipendenza

L’abuso di sostanze è un grave problema di salute pubblica che contribuisce al carico globale di malattia incidendo negativamente sul benessere, sulla salute e sulla sicurezza di chi ne fa uso. Sharma et al. (2019) stimano che oltre 100 milioni di persone siano toccate dall’uso di sostanze di un familiare e soffrano di uno stress considerevole e di traumi derivanti da danni psicosociali e fisici. Ólafsdóttir et al. (2020) hanno rilevato che il DUS di un familiare porta coniugi, fratelli e sorelle a provare disperazione o rabbia, oltre ai danni psicosociali, fisici e comportamentali generali. È interessante notare che i partner che vivono sentimenti di isolamento e solitudine presentano una maggiore vulnerabilità a coinvolgersi con il partner per soddisfare i propri bisogni di connessione (Naylor & Lee, 2011). Questi studi, in particolare, indicano che i partner delle persone che fanno uso di sostanze affrontano una molteplicità di difficoltà che incidono sul benessere complessivo, e in molti sostengono che possano costituire esperienze traumatiche.

Un disturbo da uso di sostanze in famiglia è associato a cambiamenti nelle dinamiche di potere, nelle regole, nei ruoli e nella struttura familiare – tra gli altri adattamenti – che incidono negativamente sulla salute e sul benessere dei membri della famiglia (Bradshaw et al. 2016). La teoria dei sistemi familiari suggerisce che la famiglia sia un sistema di influenze complesse, interrelate e interconnesse. Pertanto, il comportamento problematico di uso di sostanze di un familiare può gettare la famiglia in uno stato di squilibrio e perturbarne il funzionamento. I membri della famiglia tentano di ristabilire l’equilibrio, il che può comportare compromissioni della salute fisica ed emotiva. Inoltre, si producono cambiamenti nelle relazioni personali che incidono negativamente sulla loro qualità di vita (Bortolon et al, 2016), manifestando un fenomeno noto come codipendenza.

La codipendenza e i comportamenti codipendenti si muovono su una linea sottile tra positivo e negativo. I comportamenti codipendenti positivi possono essere concepiti come naturali tendenze empatiche o altruistiche che non intaccano il benessere generale altrui, mentre i comportamenti codipendenti negativi possono essere visti come azioni che non solo riducono la sostenibilità del benessere, ma mettono anche a rischio i propri bisogni. Le persone con codipendenza negativa (d’ora in poi indicata come «codipendenza») mostrano spesso difficoltà a porre limiti e/o a esprimere i propri bisogni a causa di una bassa autostima, della disregolazione emotiva e dell’autocolpevolizzazione (Bortolon et al., 2016). In particolare, consapevolmente o meno, molte persone alle prese con la codipendenza cercano di trarre un senso di scopo dalle relazioni (Lampis et al., 2017). La codipendenza può quindi indurre chi usa droghe e i suoi familiari ad adottare abitudini reciprocamente distruttive e strategie di coping disadattive per mantenere un senso di equilibrio o di omeostasi.

Dennis e Champlin (2021) hanno esaminato l’effetto dell’uso di sostanze sulla famiglia e hanno rilevato che esso perturba ciascun membro della famiglia in modo specifico; è emerso che le difficoltà nello stabilire dei limiti e una minore soddisfazione di vita sono effetti avvertiti dal partner che non usa sostanze. Evgin e Sümen (2021) hanno indagato (n=292) la relazione tra i comportamenti di trascuratezza e abuso vissuti durante l’infanzia e la codipendenza, e le caratteristiche che si manifestano sono quelle di attributi codipendenti. I risultati dello studio hanno rivelato una relazione positiva tra i comportamenti di trascuratezza e abuso che hanno provocato traumi infantili e una codipendenza che si traduce in bassa autostima e depressione. Un altro studio ha concluso che la codipendenza negativa o disadattiva compromette l’integrità della dinamica di coppia, soprattutto quando l’altro partner è alle prese con l’abuso di sostanze (Bortolon et al., 2016). Nel complesso, secondo Happ et al. (2023), si può affermare che più una persona è codipendente, più problematiche risultano le sue relazioni intime. I risultati del gruppo di ricerca sostengono inoltre l’idea che la codipendenza sia un atteggiamento specifico, in larga misura stabile, che determina la percezione e il comportamento di una persona nei confronti degli altri in un sistema familiare. A sua volta, questo fenomeno rafforza forme di coping negative e si traduce in una minore soddisfazione di vita.

Pochissime persone con codipendenza ricevono un trattamento, perché raramente la codipendenza è concettualizzata come un disturbo e, di conseguenza, raramente viene diagnosticata (Bacon & Conway, 2023). I principali trattamenti della dipendenza si concentrano sulla persona in difficoltà, utilizzando i familiari come sistema di sostegno sociale (Kourgiantakis & Ashcroft, 2018); tuttavia, c’è una domanda che richiede una risposta: se i familiari possono essere sofferenti quanto, se non più, delle persone che usano sostanze, quale sarà la qualità della cura o del sostegno offerti all’intera famiglia? E ancora: questo può migliorare gli esiti del trattamento? Combinando la PAT per la persona con un DUS e per la persona che presenta sintomi codipendenti, il personale curante può trattare l’intero sistema, il che offre al sistema maggiori possibilità di cambiamento, poiché il tutto è più della somma delle sue parti (Von Bertalanffy, 1972). Detto questo, il trattamento efficace dei DUS che include la famiglia e il partner è sottoutilizzato, nonostante la sua utilità nel promuovere la trasparenza, mantenere l’aderenza al trattamento e sostenere la guarigione (SAMHSA, 2021). Ciò rende necessario offrire un trattamento globale che si prenda cura di entrambi i membri di una coppia.

La psilocibina e il trattamento dei disturbi da dipendenza

La storia dell’uso cerimoniale degli psichedelici è lunga, e la psilocibina ha continuato a suscitare un fascino particolare tra le sostanze allucinogene classiche. La psilocibina (4-fosforilossi-N,N-dimetiltriptamina) è l’estere fosforilato e il composto psicoattivo essenziale contenuto nei «funghi magici» (Dos Santos et al., 2016; Moliner et al., 2023; Tagliazucchi et al., 2014). La psilocibina potrebbe rappresentare un rimedio stimolante per la sua capacità di ricablare e riconnettere regioni del cervello un tempo inibite da una disfunzione neurologica (Johnson et al., 2017). Gli allucinogeni serotoninergici producono modificazioni della percezione, della cognizione e del comportamento, e hanno proprietà antidepressive, ansiolitiche e anti-dipendenza (Carhart-Harris, 2007; Carhart-Harris and Nutt, 2014; Dos Santos et al., 2016; Roseman et al., 2014). Sebbene non sia del tutto chiaro quali basi neuronali siano legate a questi fenomeni indotti dalla sostanza, è noto che i fattori extrafarmacologici detti set e setting (disposizione e contesto) plasmano in larga misura le esperienze (Borkel et al., 2024). Prove convergenti suggeriscono che il valore di un’esperienza psichedelica dipende dalle circostanze, tra cui la mentalità, le aspettative e le influenze ambientali (Griffiths et al., 2011; Madsen et al., 2019; Preller et al., 2018; Smigielski et al., 2019).

La psilocibina è inserita nella Tabella I (Schedule I) delle sostanze, il che indica un’elevata propensione alla dipendenza, sebbene non sia stato segnalato alcun rischio reale di dipendenza (Rucker et al., 2016). Se da un lato le prove disponibili indicano che gli attuali trattamenti farmacologici dei DUS hanno un’efficacia limitata (Oliva et al., 2011), dall’altro numerosi rimedi (disulfiram, naltrexone, nalmefene e acamprosato) sono stati approvati dalla FDA per il trattamento del disturbo da uso di alcol (DUA) e sono disponibili nella maggior parte dei Paesi del mondo (Heikkinen et al., 2021). Uno degli obiettivi generali di questa revisione è sottolineare la necessità di un intervento innovativo che possa dimostrare una maggiore efficacia con lo stesso principio: usare una sostanza per aiutare a trattare un DUS.

Le prove disponibili mostrano che la psilocibina è efficace nel trattamento di diverse condizioni, come la depressione e l’ansia (Carhart-Harris et al., 2016; Carhart-Harris et al., 2018; Griffiths et al., 2016). In particolare, l’abuso e la dipendenza da sostanze presentano tendenze neurocognitive simili a quelle osservate in condizioni come il disturbo depressivo maggiore, che esacerbano le inclinazioni percettive e neurologiche all’uso di sostanze: di qui l’elevato tasso di comorbilità (Calarco & Lobo, 2021; De Veen et al., 2017). Studi recenti (Carhart-Harris et al., 2018; Griffiths et al., 2016; Noorani et al., 2018) hanno confermato la sicurezza e l’efficacia della psilocibina come coadiuvante della terapia nel trattamento sia della depressione maggiore sia dei disturbi da dipendenza. Al di là dei dati esperienziali sull’efficacia della psilocibina sui sintomi di dipendenza e depressivi (Carhart-Harris et al., 2018; De Veen et al., 2017), esiste un parallelismo nel modo in cui la psilocibina agisce farmacologicamente sulla depressione e sulla disfunzione cognitiva derivante dall’uso di sostanze, il che rafforza la capacità della psilocibina di affrontare disturbi concomitanti che possono derivare anche da relazioni problematiche (De Veen et al., 2017; Yücel et al., 2007). Ciò potrebbe aprire un dibattito futuro sul ruolo della psilocibina dopo una diagnosi differenziale e di fronte a sintomatologie che non soddisfano i criteri di una diagnosi.

Sono stati conclusi diversi studi pubblicati sul trattamento dei DUS mediante PAT con psilocibina, incentrati su una serie di sostanze d’abuso (ad esempio alcol, nicotina, oppioidi, cocaina e altre anfetamine), che mostrano cambiamenti significativi nel consumo (van der Meer, et al., 2023). Ad esempio, Johnson et al. (2017) hanno riferito che il 67% delle persone partecipanti confermava l’astinenza dal fumo rispettivamente a 12 e a 30 mesi dalla somministrazione di psilocibina associata a psicoterapia, a indicare l’efficacia della psilocibina nella cessazione del fumo. Uno studio pilota sulla psilocibina come coadiuvante nel trattamento per smettere di fumare ha prodotto tassi di astinenza notevoli (80% al follow-up di 6 mesi) (Johnson et al., 2014). Analogamente, uno studio proof-of-concept ha rilevato un aumento significativo dell’astinenza nelle persone con dipendenza da alcol 36 settimane dopo l’assunzione di psilocibina (Bogenschutz et al. 2015). Ciò ha confermato l’utilità clinica della psilocibina nel trattamento di condizioni psichiatriche (James et al., 2020; Sessa, 2019), portando a raccomandare che gli Stati valutino di riclassificare gli psichedelici fuori dalla Tabella I per consentirne l’uso in contesti clinici e naturalistici. Chi firma l’articolo ritiene in questo caso che la psilocibina potrebbe essere il miglior trattamento per i disturbi da dipendenza, considerate le variabili della farmacologia attuale. Diversi gruppi di ricerca hanno riferito che tale trattamento non ha avuto effetti collaterali gravi tali da richiedere assistenza medica (Carhart-Harris et al., 2018; Carhart-Harris et al., 2016), e le analisi non hanno mostrato alcun pericolo reale per la sicurezza sotto supervisione clinica (Meshkat et al., 2025). Qualsiasi effetto avverso sarebbe piuttosto il risultato di un’alterazione delle basi di set e setting menzionate in precedenza.

L’MDMA in terapia

La 3,4-metilendiossimetanfetamina (MDMA) agisce come agonista serotoninergico indiretto (Roseman et al., 2014), inducendo il rilascio di serotonina dalle terminazioni neuronali e inibendone la ricaptazione. Inoltre, l’MDMA è un potente induttore del rilascio di ossitocina, dopamina e noradrenalina (McGregor & Bowen, 2012). Non altera la coscienza allo stesso modo degli psichedelici classici (psilocibina, mescalina, dietilamide dell’acido lisergico, N,N-dimetiltriptamina) e induce un’euforia acuta (Roseman et al., 2014). L’MDMA non è considerata uno psichedelico classico. Tuttavia, come per la psilocibina, è noto che i suoi effetti soggettivi sono in larga parte mediati da meccanismi serotoninergici.

Sebbene la psilocibina abbia effetti più profondi sul funzionamento cerebrale globale, l’MDMA ha comunque effetti marcati sulla connettività funzionale del cervello, che potrebbero essere associati alla ricettività di una coppia all’intervento proposto (Dos Santos et al., 2016; Holland, 2020; Sessa et al., 2019), o almeno a quella della persona con codipendenza. È stato riferito che l’MDMA, in combinazione con la psicoterapia, ha un potenziale terapeutico significativo nel ridurre i sintomi del disturbo da stress post-traumatico (PTSD) (Amoroso & Workman, 2016; Riaz et al., 2023). Chi firma l’articolo ipotizza che l’MDMA possa essere efficace nel trattamento delle persone con codipendenza, in particolare in presenza di traumi pregressi, e possa essere utilizzata per promuovere la resilienza sistemica nel contesto dei sistemi familiari (Sessa et al., 2019; Holland, pp. 39−46, 2020). Esploriamo come questa sostanza, insieme alla terapia, potrebbe ridurre i tratti codipendenti nel coniuge di una persona alle prese con un DUS. L’ipotesi che l’MDMA possa trattare la codipendenza deriva dall’idea che i comportamenti codipendenti si sovrappongano ai problemi psicosociali associati al PTSD e alle persone adulte cresciute con genitori alcolisti (ACoA, Adult Children of Alcoholics) (Bacon et al., 2018; Haverfield & Theiss, 2014). Secondo Sessa et al. (2019), venti pazienti con PTSD resistente al trattamento hanno ricevuto due o tre sedute di MDMA oppure un placebo. Ai follow-up a 2 e a 12 mesi, «l’83% del gruppo sperimentale non soddisfaceva più i criteri del PTSD, contro appena il 25% delle persone del gruppo placebo». Dopo il follow-up non sono stati riferiti effetti neurocognitivi. I sintomi del PTSD sono scomparsi per un periodo fino a 6 anni senza ulteriori dosi di MDMA.

L’MDMA: una soluzione alla codipendenza

Nel DSM-5-TR (APA, 2022) non esistono definizioni universali né criteri diagnostici per la codipendenza, sebbene alcune ricerche la considerino simile ai disturbi correlati al trauma o la identifichino con sintomi traumatici (Almond and Allan, 2019; Bacon et al., 2018; Haverfield & Theiss, 2014). In queste persone sono frequenti una scarsa comprensione di sé e un debole senso di sé, un modello persistente di forte squilibrio sul piano relazionale, emotivo e lavorativo, e l’attribuzione dei problemi attuali all’abbandono e al controllo genitoriali vissuti nell’infanzia (Bacon et al., 2018). Questo senso di abbandono e di controllo finisce per far sentire la persona divisa o scissa, provocando un iperadattamento agli ambienti e alle relazioni per raggiungere un senso di sicurezza e di appartenenza (Bacon et al., 2018). Le esperienze di vita, comprese le più sottili, plasmano il modo in cui ciascuna persona definisce il mondo e sé stessa. Sintomi simili si riscontrano nelle persone cresciute da genitori con problemi di uso di sostanze, dette anche persone adulte cresciute con genitori alcolisti (ACoA), e questa educazione può provocare esperienze traumatiche prolungate che perturbano lo sviluppo e la percezione del mondo, portando a tendenze codipendenti (Haverfield & Theiss, 2014). Ha senso estendere l’efficacia dell’MDMA in terapia al trattamento di altri disturbi correlati al trauma, poiché i sintomi della codipendenza tendono a coincidere con i problemi psicosociali del PTSD (Almond and Allan, 2019). Tuttavia, le eziologie della codipendenza sono diverse e non comprendono esclusivamente esperienze traumatiche.

I comportamenti codipendenti e la disregolazione emotiva che ne derivano rendono difficile il legame di coppia, il che rappresenta una sfida per le persone sopravvissute a un trauma, poiché relazioni solide sono essenziali per la resilienza (Almond & Allan, 2019). In un articolo, Johnson (2012) sostiene che la sicurezza del legame in una relazione crea una sorta di rifugio che facilita la regolazione emotiva nelle persone sopravvissute a un trauma, soprattutto quando emozioni come la rabbia e la paura incontrano una risposta che rafforza il sé e la relazione. Pertanto, «se il legame di una persona con le figure significative non fa parte del processo di coping e di guarigione, inevitabilmente diventa parte del problema», e ciò può essere alla base di una ritraumatizzazione (Almond & Allan, 2019; Johnson,2012).

Gran parte dei problemi della codipendenza sopra menzionati potrebbe essere attenuata con la psicoterapia assistita con MDMA nelle giuste condizioni. Facendo riferimento ad alcune proprietà farmacologiche dell’MDMA e ai loro riflessi psichici, l’occupazione dei recettori 5-HT1A e 5-HT1B riduce i sentimenti di depressione e di ansia e attenua la risposta di paura dell’amigdala (Green et al., 2003; Roseman et al., 2014). Così, un maggiore livello di fiducia in sé può rendere tollerabile ritornare su ricordi che suscitano reazioni emotive. In altre parole, ritornare su ricordi e situazioni che di solito innescano reattività emotiva diventa possibile non solo in presenza della persona terapeuta, ma di conseguenza anche con il proprio partner. L’umore positivo può essere attribuito a un aumento della sensazione di vicinanza, a una maggiore empatia e a una maggiore compassione verso sé stessi e verso gli altri (Hysek et al., 2013). Inoltre, l’aumento dei livelli di noradrenalina e dopamina induce uno stato di attivazione e di vigilanza (Rothman et al., 2001), che motiva il coinvolgimento nella terapia e favorisce l’estinzione della paura (Sessa et al., 2019). I recettori alfa-2 (molto densi nel sistema nervoso simpatico) contribuiscono agli effetti dell’MDMA sulla termoregolazione e svolgono un ruolo nell’effetto paradossale di rilassamento/sedazione (Giovannitti et al., 2015), il che potrebbe essere utile rispetto all’ipervigilanza indotta dal trauma. La breve durata dell’esperienza ne rende l’uso clinicamente gestibile e quindi interessante. Rafforza il legame e gli stati di empatia, permettendo di avvicinare ed elaborare intenzionalmente ricordi emotivamente traumatici (Almond & Allan, 2019; Sessa et al., 2019).

Rievocare ricordi emotivi dolorosi è difficile e può produrre un affetto negativo travolgente, accompagnato da evitamento per sottrarsi al peso di questi sentimenti. Se non vengono elaborati, questi problemi possono intensificare le difficoltà personali e aggravare i problemi esistenti in un sistema familiare (Bacon et al., 2018). I segni del trauma, come la disregolazione emotiva, l’ipervigilanza e gli scoppi d’ira o l’irritabilità, incidono, com’è prevedibile, sul rapporto con gli altri e sulla comprensione di sintomi come l’uso problematico di sostanze del partner (Lampis et al., 2017). Se un giorno l’MDMA si dimostrerà un intervento praticabile per trattare la codipendenza e la psilocibina per i DUS, un sistema familiare potrebbe avere l’opportunità di essere ristabilito in modo unico attraverso pratiche cliniche individuali integrabili, come coppia, nella terapia.

Implicazioni cliniche

Nel processo terapeutico, l’MDMA potrebbe essere usata come supporto per facilitare l’elaborazione e la condivisione di ricordi, eventi, percezioni ed emozioni con la persona terapeuta e infine con il partner (Wagner et al., 2017). Questo processo di abbattimento delle barriere emotive può rispecchiare la caduta delle barriere relazionali, favorendo una connessione più significativa all’interno del sistema familiare o della coppia. La ricerca attuale ha dimostrato che «l’MDMA può catalizzare l’elaborazione terapeutica permettendo alle persone partecipanti di rimanere emotivamente coinvolte mentre rivisitano esperienze traumatiche senza essere sopraffatte dall’ansia o da altre emozioni dolorose» (Wagner et al., 2017), consentendo l’esperienza condivisa e l’espressione aperta della paura, del lutto e della rabbia come parte del processo terapeutico (Almond and Allan, 2019). Diverse voci della clinica e della ricerca hanno sottolineato che l’MDMA ha prodotto una maggiore empatia verso sé stessi e verso gli altri, con meno difensività e un rafforzamento dell’alleanza terapeutica (Almond and Allan, 2019). Nel loro insieme, i fattori sopra descritti potrebbero offrire l’occasione di un’esperienza emotiva curativa che sembra integrarsi con una metodologia focalizzata sulle emozioni. Il modello della terapia focalizzata sulle emozioni (EFT), così come la teoria dei sistemi familiari, ha obiettivi terapeutici specifici: regolare l’affetto, creare momenti di condivisione delle vulnerabilità affinché si possa raggiungere un nuovo significato attraverso un’esperienza correttiva di connessione sicura, e integrare la visione rivista di sé e dell’altro (Johnson, 2012). Sembra che l’MDMA possa catalizzare il processo di raggiungimento di questi obiettivi in modo nuovo e al tempo stesso diretto.

Carbonaro et al (2016) hanno rilevato che, a seconda della dose, le persone che si iniettano psilocibina possono subire effetti negativi, come aggressività o comportamenti violenti, che possono richiedere assistenza medica. Va però precisato che tali effetti negativi non sono stati riscontrati negli studi condotti in laboratorio, il che conferma l’importanza del «setting». Ciò suggerisce inoltre che la somministrazione di psilocibina sotto supervisione medica sarebbe sicura (Carhart-Harris et al., 2018; Carhart-Harris et al., 2018). Inoltre, quanto esposto sottolinea che la psilocibina non solo è più sicura degli attuali farmaci, ma che l’assenza di dipendenza e la riduzione significativa degli interventi necessari per raggiungere lo stesso obiettivo (astinenza o controllo del consumo) la rendono interessante dal punto di vista medico. Così come l’MDMA aiuta a raggiungere gli obiettivi del modello EFT e dei sistemi familiari, anche gli effetti empatogeni della psilocibina potrebbero catalizzare la guarigione in questo senso (Pokorny et al., 2017). Chi firma questo articolo suggerisce che tale opportunità terapeutica comporterebbe per ciascun membro della coppia sedute psicoterapeutiche individuali – uno assumendo psilocibina per la propria dipendenza, l’altro MDMA per la codipendenza – per poi ritrovarsi in terapia di coppia per l’integrazione. Infine, va osservato che i servizi individuali, i servizi di coppia e la PAT in generale possono risultare costosi al di fuori della ricerca clinica se non coperti da assicurazione, il che pone diversi dilemmi etici, come quelli della disponibilità e dell’accessibilità.

Incoerenze nella letteratura

Sebbene la ricerca sulla terapia di coppia e sul trattamento assistiti con psichedelici non sia abbondante, restano alcune lacune nelle informazioni disponibili che andrebbero colmate. In particolare, la mancanza di disegni in aperto e le piccole dimensioni dei campioni impediscono di considerare definitiva l’efficacia della psilocibina. Inoltre, dal punto di vista della persona assistita, il livello di motivazione è un fattore di confondimento (Johnson et al., 2017). Gli effetti soggettivi sono mediati anche dalla personalità, dalle aspettative e dalle dinamiche socio-ambientali di chi assume la sostanza, e non interamente dalla farmacologia della psilocibina (Studerus et al., 2012). Inoltre, prevenire le avversità può essere piuttosto difficile, poiché gli effetti collaterali o il disagio causati dalla psilocibina dipendono dalle aspettative e dal contesto (De Veen et al., 2017). L’MDMA continua a mostrare efficacia per disturbi come il PTSD, con poche lacune quanto alla causalità, e le recenti questioni etiche relative ai dati degli studi clinici sulla terapia assistita con MDMA rendono necessario ristrutturare la metodologia degli studi. Un altro problema è che non esistono studi clinici né molta letteratura sull’uso dell’MDMA per la codipendenza, sebbene il gruppo di ricerca ipotizzi che l’MDMA sia efficace nel trattamento della maggior parte, ma non della totalità, dei disturbi indotti dal trauma o a esso correlati. Chi firma l’articolo rafforza questa idea raccomandando di condurre ricerche sull’efficacia dell’MDMA nel trattamento della codipendenza. La Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies (MAPS) ha recentemente concluso i suoi studi sulla psicoterapia assistita con MDMA per il PTSD (Edut et al., 2011; Sessa et al., 2019). Tuttavia, sono emerse alcune preoccupazioni etiche relative alla metodologia e all’analisi, che hanno sollevato interrogativi sulla sua reale efficacia, costringendo la comunità scientifica a ripartire da zero e a rivalutare se l’MDMA sarà un intervento affidabile per il PTSD.

Contrariamente ai risultati degli studi sopra citati, Meinhardt et al. (2020), utilizzando modelli animali per testare l’effetto della psilocibina sulla ricaduta nell’alcol, hanno rilevato che la psilocibina non aveva un impatto duraturo sull’effetto di deprivazione da alcol. Ciò indica che il trattamento assistito con psilocibina potrebbe non incidere così tanto sulle neurocognizioni legate al disturbo da uso di alcol (DUA) e ad altri DUS. Tuttavia, le incoerenze nei dati clinici possono essere attribuite alle differenze metodologiche. Ad esempio, mentre tutti gli studi riportati in precedenza hanno utilizzato campioni umani, Meinhardt et al. (2020) hanno utilizzato modelli animali e non hanno impiegato alcun intervento psicosociale oltre alla psilocibina per contrastare le norme sociali con i soggetti partecipanti. Si potrebbe quindi sostenere che la riduzione persistente dei sintomi del disturbo da uso di sostanze sia favorita dagli interventi psicosociali utilizzati in combinazione con il trattamento psichedelico, e non dai soli effetti degli psichedelici. La frequenza delle sedute di psicoterapia assistita con psilocibina andrebbe ulteriormente studiata, così come la profondità delle sedute preliminari e di integrazione. Nonostante le restrizioni all’uso degli psichedelici, le prove provenienti da studi vecchi e recenti indicano la loro utilità clinica nel trattamento di diverse condizioni psichiatriche. Le prove disponibili che ne suggeriscono l’efficacia richiedono che la comunità scientifica continui a esaminarne le funzioni specifiche per comprendere meglio gli effetti empatogeni e anti-dipendenza della psilocibina.

La codipendenza implica una percezione di vicinanza che, per molti aspetti, può essere piuttosto un legame disadattivo e invischiato. Inoltre, la codipendenza può essere associata a un eccesso di fiducia nel partner, che porta ad accordare fiducia quando questa non è giustificata. Occorrerebbe quindi approfondire la natura della relazione codipendente e le radici specifiche e influenti di ciascuna dinamica. Se è vero che una maggiore empatia e compassione sono probabilmente un bene, la codipendenza è stata associata anche a ciò che potrebbe essere considerato un «altruismo patologico» (Oakley, 2011). Questo andrebbe definito chiaramente prima di valutare la codipendenza e di etichettare le persone partecipanti alla ricerca clinica.

Ricerche cliniche: rischi e considerazioni

I futuri gruppi di ricerca che intendano mettere in atto l’intervento proposto potrebbero considerare quanto segue: l’alleanza terapeutica nel contesto di una terapia di coppia con sedute individuali corrispondenti e il ruolo degli psichedelici nella relazione tra paziente e terapeuta; l’impatto delle esperienze psichedeliche avverse nelle sedute individuali e il conseguente effetto sulla narrazione e sulla traiettoria delle sedute di terapia di coppia; e il dosaggio appropriato di psilocibina e MDMA, la frequenza delle somministrazioni (se pertinente), insieme alle sedute di preparazione e di integrazione che accompagnano le sedute di PAT, oltre ai protocolli generali che regolano il «set» e il «setting».

Può essere emotivamente impegnativo o estenuante se non è la stessa persona terapeuta a condurre ogni seduta, qualora non sia coinvolta in ogni fase, soprattutto quando gli elementi relazionali (cioè bisogni, difficoltà e obiettivi) non vengono mantenuti per tutto il trattamento. Costruire questa alleanza è essenziale per una cura efficace, e i protocolli appropriati insistono sul mantenimento degli elementi relazionali nel corso della seduta, sul coinvolgimento della stessa persona terapeuta in tutte le sedute e sull’integrazione, in ogni processo, della persona terapeuta abituale di chi è in trattamento (Villiger, 2024). Dovrebbe esserci anche spazio per riconoscere qualsiasi impatto negativo dei servizi individuali assistiti con psichedelici e la loro influenza sulla continuità della cura, nonché per ipotizzare l’impatto degli interventi congiunti assistiti con psichedelici. Inoltre, per quanto i concetti presentati siano senz’altro stimolanti, esiste il rischio che l’MDMA aumenti involontariamente una fiducia ingiustificata, i legami invischiati e aspetti simili all’altruismo patologico? E che dire del paradosso di usare uno psichedelico (pur sempre una sostanza, nonostante la scarsa propensione a creare dipendenza) per trattare un DUS, e dei rischi legati alla mancanza di informazione sull’uso «corretto» della psilocibina? Va inoltre osservato che i dosaggi comuni di psilocibina nella ricerca clinica vanno in genere dal microdosaggio (1–5 mg) a 20–40 mg/70 kg, mentre i dosaggi di MDMA si aggirano intorno ai 75–125 mg negli studi clinici di fase 3 più recenti (Meshkat et al., 2025; Wolfgang et al., 2025). Sulla base delle revisioni degli studi clinici, lo schema dei servizi dovrebbe prevedere diverse sedute di preparazione incentrate sugli obiettivi e sull’alleanza terapeutica, poi una seduta con il farmaco, seguita da diverse sedute di integrazione dedicate all’applicazione e al prolungamento degli effetti e dei benefici di una seduta di PAT (Chisamore et al., 2024). Detto questo, non esiste un’associazione statisticamente significativa tra le ore di terapia e gli esiti del trattamento, per cui occorre approfondire la ricerca sulla componente terapeutica del trattamento (Hultgren et al., 2025). L’attuazione di questo intervento nella ricerca clinica ricadrebbe sotto le linee guida della FDA per la ricerca sulle sostanze psichedeliche contenute nel documento di orientamento «Psychedelic Drugs: Considerations for Clinical Investigations» (Center for Drug Evaluation and Research, 2023), che comprende numerosi protocolli essenziali per condurre questo tipo di ricerca.

Conclusione

Uno degli scopi di questa revisione della letteratura era mettere in luce le proprietà medicinali e i benefici della psilocibina e dell’MDMA, sostanze un tempo stigmatizzate al punto che la semplice ricerca sugli psichedelici era vista con sospetto. Oggi l’MDMA ha superato lo studio di fase 3 per il trattamento del PTSD e continua a sottolineare la necessità di guardare verso altri disturbi, come la codipendenza (Edut et al., 2011; Sessa et al., 2019). Sebbene la psilocibina non sia ancora arrivata a studi clinici su larga scala, i risultati promettenti degli studi su piccoli campioni (Johnson et al., 2014; Johnson et al., 2017) dovrebbero incoraggiare la comunità scientifica a continuare a studiare questo composto per diversi problemi psichiatrici. Lo scopo più ampio di questa revisione era sottolineare il potenziale di un intervento terapeutico assistito con psichedelici nel contesto della terapia di coppia, che andrebbe ulteriormente studiato e sperimentato. Gli psichedelici in terapia sono di per sé complessi e poco ortodossi, e potrebbe essere giustificato ipotizzare forme di terapia dei sistemi familiari altrettanto innovative, poco ortodosse e basate sulle evidenze, capaci di accogliere la scienza psichedelica. Chi firma l’articolo suggerisce che il processo, dal punto di vista clinico, comporterebbe per ciascun membro della coppia sedute psicoterapeutiche individuali – uno assumendo psilocibina per la propria dipendenza, l’altro MDMA per la codipendenza – per poi ritrovarsi in terapia di coppia per l’integrazione lungo tutto il processo terapeutico. Sulla base delle informazioni fornite sulla teoria dei sistemi familiari, l’idea potrebbe essere un’opzione praticabile per affrontare i problemi dei sistemi familiari in un periodo ridotto ma trasformativo.

Con il progredire della ricerca, l’integrazione degli psichedelici nella terapia dei sistemi familiari potrebbe catalizzare le pratiche terapeutiche, offrendo una via per interrompere modelli di disfunzione profondamente radicati e promuovere, attraverso la pratica, una guarigione relazionale duratura. Sfruttando le proprietà specifiche della psilocibina e dell’MDMA in psicoterapia e in terapia familiare, il personale clinico potrebbe facilitare connessioni intime e comprensione reciproca tra i partner, in linea con gli obiettivi morfogenetici della teoria dei sistemi familiari per promuovere un cambiamento adattivo. Gli studi futuri dovrebbero dare priorità a studi clinici rigorosi per stabilire protocolli standardizzati, garantendo che questi interventi contemporanei siano al tempo stesso sicuri ed efficaci per popolazioni diverse alle prese con le sfide intrecciate dei DUS e della codipendenza.

Complexe Systémique: l’essenziale

Questa revisione narrativa avanza un’ipotesi, non un protocollo convalidato: nessuno studio ha testato la combinazione che propone (psilocibina per il partner che usa sostanze, MDMA per l’altro, poi integrazione in terapia di coppia). La psilocibina e l’MDMA restano sostanze controllate, vietate in Francia e in Brasile e inserite nella Tabella I (Schedule I) negli Stati Uniti; al di fuori degli studi clinici autorizzati, il loro uso è illegale e l’automedicazione comporta rischi reali. Nel 2024 la FDA ha rifiutato di approvare la terapia assistita con MDMA per il PTSD e ha chiesto un ulteriore studio di fase 3, sullo sfondo dei dubbi metodologici che l’articolo stesso menziona. Diverse affermazioni del testo (assenza di rischio di dipendenza, superiorità rispetto ai trattamenti esistenti) vanno oltre ciò che i dati consentono di stabilire, e la «codipendenza» non è una diagnosi riconosciuta. L’interesse sistemico sta altrove: pensare la dipendenza come un problema della coppia e non di un singolo individuo, e ricordare, con set e setting, che gli effetti dipendono dalla cornice relazionale tanto quanto dalla molecola. Da leggere insieme a l’articolo sul trattamento relazionale della tossicodipendenza e l’articolo su ciò che il gergo terapeutico fa alle relazioni.

Note dell’originale

Conflitto di interessi. Chi firma l’articolo dichiara di non avere interessi in conflitto.

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Traduzione non ufficiale in italiano di Psilocybin and MDMA in Couples Therapy: Investigating Treatment for Substance Use Disorders and Codependency, di Samuel Hosford e Heather Austin-Robillard, Contemporary Family Therapy, vol. 48, n. 3 (2026), doi: 10.1007/s10591-025-09766-8, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Questo è l’articolo originale «Psilocybin and MDMA in Couples Therapy: Investigating Treatment for Substance Use Disorders and Codependency», pubblicato in Contemporary Family Therapy (2026) con licenza CC BY 4.0. Tradotto in italiano da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: una traduzione non ufficiale, adattata per la lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina.

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Come citare questo articolo

Hosford, S., e Austin-Robillard, H. (2026). Psilocybin and MDMA in Couples Therapy: Investigating Treatment for Substance Use Disorders and Codependency. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/psilocybin-and-mdma-in-couples-therapy-investigating-treatment-for-substance-use-disorders (Opera originale pubblicata nel 2025 in Contemporary Family Therapy, 48(3), 249-258 (2026); ripubblicata nel 2026 da Contemporary Family Therapy, https://link.springer.com/article/10.1007/s10591-025-09766-8)

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