Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
The British Journal of Social Work · Servizio sociale
Videochiamate, app di messaggistica, social network: dalla pandemia, il legame tra l’infanzia in affido o in adozione e la famiglia d’origine passa anche dagli schermi. Il gruppo di Mandi MacDonald, tra Belfast e Sydney, si rifiuta di definire «virtuale» questo contatto e rilegge Bronfenbrenner per proporre un’ecologia sociale digitale fondata su tre R: relazionalità, diritti, resilienza.
Traduzione non ufficiale in italiano di Digital Relationality, Rights, Resilience: Conceptualising a Digital Social Ecology for Children’s Birth Family Relationships When in Care or Adopted, di Mandi MacDonald, Amy Conley Wright, Amanda Taylor-Beswick, Kathryn Gillespie e Susan Collings, pubblicato in The British Journal of Social Work (Oxford University Press) (2023), doi: 10.1093/bjsw/bcac140, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le dichiarazioni di fine articolo sono raggruppate nelle note. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Sebbene il contatto mediato dalla tecnologia sia definito «virtuale», le relazioni che rende possibili e le emozioni che suscita sono molto reali nell’ecologia sociale dell’infanzia.
Mandi MacDonald, Amy Conley Wright, Amanda Taylor-Beswick, Kathryn Gillespie e Susan Collings
Abstract
L’uso delle tecnologie di comunicazione digitale da parte di minori in accoglienza fuori dalla famiglia d’origine o in adozione dopo un affido è stato affrontato perlopiù con esitazione e secondo un paradigma del rischio. La pandemia di Covid-19 ha catalizzato molte intersezioni tra digitale e servizio sociale, comprese le pratiche di contatto con la famiglia d’origine, in cui le visite in presenza sono state integrate o sostituite da un contatto «virtuale» tramite dispositivi digitali. Sebbene il contatto mediato dalla tecnologia sia definito «virtuale», le relazioni che rende possibili e le emozioni che suscita sono molto reali nell’ecologia sociale dell’infanzia. L’onnipresenza del digitale nella vita sociale e il ritmo rapido del cambiamento tecnologico generano tensioni etiche e pratiche rilevanti. Per aiutare chi opera nel servizio sociale a orientarsi in questa complessità del «contatto nella realtà» e a favorire un uso sicuro ed etico delle tecnologie di comunicazione digitale per il contatto con la famiglia d’origine, colleghiamo la comprensione delle dinamiche di tale contatto alla letteratura sull’uso della tecnologia digitale da parte dell’infanzia e ai concetti ecologici della persona nel suo ambiente, così da offrire un’euristica di ecologia sociale digitale per la pratica del servizio sociale. Tre aspetti chiave attraversano tutti i sistemi e i livelli, qui chiamati le tre R digitali: relazionalità digitale, diritti digitali e resilienza digitale. Sono necessarie ulteriori ricerche per comprendere come si dispiegano queste dinamiche.
Prima della pandemia di Covid-19, il coinvolgimento del servizio sociale con le tecnologie online era poco sviluppato, nonostante le considerevoli evidenze a sostegno della sua pertinenza (per es. LaMendola, 1987; Rafferty, 1997). Gli appelli alla professione perché colmasse il proprio divario di competenze digitali erano stati in gran parte ignorati (Taylor, 2017; Zgoda and Shane, 2018) e mancava una comprensione di come la tecnologia si intrecci con il sociale e sostenga la pratica (Susskind and Susskind, 2015). Per contenere la diffusione del Covid-19, i governi del Regno Unito e dell’Australia, dove lavora chi firma l’articolo, e di altri paesi hanno imposto regole come il distanziamento fisico. La riduzione delle occasioni di interazione in presenza ha portato a una notevole accelerazione della pratica supportata dalla tecnologia (Yadav and Yadav, 2022), anche per sostituire o integrare le attività in presenza di tutela dei minori, di pianificazione degli interventi e di verifica; tuttavia, è nel contatto con la famiglia d’origine nell’affido e nell’adozione che il suo uso è fiorito (Copson et al., 2022). Questo cambiamento di pratica, reattivo e contingente più che proattivo e lungimirante, ha accresciuto l’accettazione della tecnologia, ma ha anche fatto emergere le difficoltà di muoversi nell’iperconnessione contemporanea. Mentre il servizio sociale aveva in gran parte affrontato con esitazione e secondo un paradigma del rischio l’uso di telefoni cellulari e social media da parte di minori in affido o in adozione (Hammond et al., 2018), i benefici delle tecnologie digitali nel sostenere le relazioni sono diventati più evidenti e apprezzati nell’era del Covid-19, a condizione che le pratiche digitali si sviluppino in modo sicuro ed etico (Neil et al., 2020; Barnett-Jones and Manning, 2021; Ciftci et al., 2022).
Questo articolo collega la letteratura sull’uso delle tecnologie di comunicazione digitale da parte di bambine, bambini e giovani alla comprensione delle dinamiche del contatto con la famiglia d’origine nell’affido e nell’adozione, alla luce delle nostre ricerche precedenti (MacDonald, 2018, 2021; Collings et al., 2022), per concettualizzare le realtà del contatto digitale come parte dell’ecologia sociale della persona minorenne. Il nostro obiettivo è offrire a chi opera nel servizio sociale e partecipa alla pianificazione, alla verifica e al sostegno del contatto un quadro concettuale che aiuti a orientarsi in questo nuovo terreno, sottolineando come il digitale abbia trasformato l’ecologia sociale e concentrandoci su tre questioni chiave legate al contatto: relazionalità digitale, diritti digitali e resilienza digitale.
Le tecnologie digitali permeano ormai tutti gli aspetti dell’ecologia sociale di una persona (Crawford and Schultz, 2019; Fuchs, 2021), al punto che è praticamente impossibile non far parte del mondo digitale iperconnesso, in cui ogni tasto premuto o scorrimento del dito ha conseguenze (Eubanks, 2017; Noble, 2018; Benjamin, 2019). L’onnipresenza delle tecnologie di comunicazione digitale impone di ripensare alcuni presupposti fondamentali del servizio sociale, per rispecchiare meglio l’interazione sociale umana nel contesto sociotecnico contemporaneo, in cui persone e tecnologie si intrecciano e interagiscono, e per considerare il ruolo del digitale nei sistemi socioecologici (Bronfenbrenner, 1979).
Nel servizio sociale, il pensiero ecologico viene spesso tradotto in pratica attraverso la prospettiva della persona nel suo ambiente. Questo paradigma risale al lavoro di Richmond (1922), che sottolineava come la pratica debba tener conto dell’ambiente in cui la vita è vissuta. La prospettiva della persona nel suo ambiente è stata accolta come fondamentale per la base di conoscenze del servizio sociale e alimenta le concezioni ecologiche della resilienza (Ungar, 2011). Per favorire esiti positivi per bambine, bambini e giovani con esperienza di affido o di comunità, occorre concentrarsi sull’interconnessione tra le loro capacità e caratteristiche individuali, il loro accesso alle risorse sociali e il modo in cui interagiscono con tali risorse nel loro mondo sociale (van Breda, 2018).
Riflettendo su come il digitale stia rimodellando l’ecologia sociale, la concettualizzazione proposta si fonda sulla prospettiva della persona nel suo ambiente e offre il «contatto nella realtà» come la lente attraverso cui analizzare e sostenere la connessione, che ormai coinvolge necessariamente la tecnologia. L’orientamento sociotecnico mette in luce la bidirezionalità delle interazioni tra persone e tecnologie, riconoscendo che tali interazioni non sono sempre guidate dalle persone, centrate su di esse o concordate reciprocamente. Ciò estende il concetto di «dualismo digitale» (Jurgenson, 2012, p. 83), che contesta l’idea diffusa secondo cui i mondi sociali online sarebbero in qualche modo meno reali (Rettie, 2004), o le interazioni mediate dalla tecnologia sarebbero un simulacro, come suggerisce il termine «virtuale».
Per minori in affido o in adozione dopo un affido, le complessità relazionali e il peso emotivo delle interazioni con la famiglia d’origine non vanno minimizzati (Neil et al., 2020; MacDonald, 2021; Collings et al., 2022). Ogni modalità di contatto, in presenza o a distanza, deve essere attenta al modo in cui può riattivarsi l’eventuale eredità del trauma. Il trauma comporta risposte emotive a esperienze minacciose; quando un bambino o una bambina vive una minaccia proveniente da una figura di attaccamento, come accade nel maltrattamento e nella trascuratezza, ciò può interferire con la regolazione emotiva e l’elaborazione cognitiva (van der Kolk, 2003). Sebbene il contatto mediato dalla tecnologia sia stato comunemente definito «virtuale», le emozioni che suscita sono molto reali, come lo sono le relazioni che intende favorire (Neil et al., 2020). Il termine «virtuale» ha ostacolato la nostra comprensione delle opportunità, delle difficoltà e delle realtà soggettive delle interazioni che coinvolgono le tecnologie di comunicazione digitale e che fanno parte dell’ecologia sociale di bambine, bambini e giovani in affido, in comunità o in adozione; questo articolo esamina che cosa significhi questa concettualizzazione del «contatto nella realtà» per il contatto con la famiglia d’origine.
Per quanto riguarda il contatto, il ruolo del servizio sociale consiste spesso nel mediare e negoziare le interazioni all’interno dei diversi sistemi sociali della persona minorenne e tra di essi. L’«ecologia sociale digitale per il contatto con la famiglia d’origine», fondata sulla teoria dei sistemi ecologici (Bronfenbrenner, 1979), concepisce la tecnologia digitale come parte integrante dei diversi sistemi sociali e come ponte tra di essi, per aiutare a orientarsi nelle implicazioni della tecnologia per la pratica.
Considerando la realtà del contatto oggi, appare evidente che le tecnologie di comunicazione sono un elemento principale del mesosistema e un mezzo attraverso cui le relazioni possono attuarsi all’interno dei microsistemi della famiglia d’origine e della famiglia adottiva o affidataria e tra di essi, nonché tra la persona minorenne e questi due microsistemi di cui fa parte. In quanto tale, la tecnologia può modificare e prescrivere la natura di tale comunicazione, sia imponendo vincoli specifici di ciascuna tecnologia, sia aprendo nuove possibilità di interazione all’interno dei sistemi e tra di essi. Le interazioni che coinvolgono la tecnologia sono anche una parte sempre più essenziale del macrosistema, per quanto riguarda l’infrastruttura di comunicazione e le leggi, le pratiche di governance, le politiche sociali e le risorse economiche ed educative che determinano l’accesso a tale infrastruttura e il suo uso (Crawford and Schultz, 2019). Chi opera nel servizio sociale, elemento chiave dell’esosistema, vede a sua volta il proprio ruolo limitato e reso possibile dalle realtà del funzionamento del digitale ai livelli del macro- e del microsistema.
Questa breve sintesi mostra che il contatto con la famiglia d’origine nell’era digitale è un sistema complesso, con molteplici forze interconnesse che plasmano profondamente le relazioni tra l’infanzia e le famiglie. Proponiamo quindi l’ecologia sociale digitale per il contatto con la famiglia d’origine (figura 1) come euristica per chi opera nel servizio sociale e si confronta con la proliferazione e la pervasività del digitale nel contesto specifico del contatto con la famiglia d’origine. Per aiutare ulteriormente a orientarsi in questa realtà, l’ecologia si concentra su tre aspetti chiave che attraversano tutti i sistemi e i livelli, ossia le tre R digitali: relazionalità, diritti e resilienza digitali.

Lo scopo del contatto è favorire relazioni significative e durature tra bambine, bambini e giovani e la loro famiglia d’origine. Una domanda da porsi sulla tecnologia digitale è se possa sostenere le complesse dinamiche relazionali associate al contatto. Gran parte dell’infanzia e della gioventù sa interagire e mantenere relazioni attraverso la tecnologia. Alcuni studi indicano che i mezzi digitali possono facilitare l’apertura personale o le conversazioni delicate (Vincent, 2015; Chan, 2016; Gibson and Trnka, 2020), poiché riducono gli inibitori non verbali (Best et al., 2014), mentre altri rilevano una preferenza per la comunicazione in presenza quando si tratta di parlare delle proprie preoccupazioni e di risolvere disaccordi (Children’s Commissioner, 2018). Anche negli spazi digitali, l’infanzia e la gioventù possono preferire scambiarsi sostegno con persone che conoscono offline e di cui si fidano (Gibson and Trnka, 2020).
La comunicazione digitale tra familiari è diventata una pratica familiare quasi obbligatoria (Holmes and Wilding, 2019), per cui le famiglie d’origine, adottive e affidatarie non sono le sole a cercare, attraverso la tecnologia, relazioni emotivamente significative con persone che vivono altrove. Gli studi sulle famiglie transnazionali mostrano come le tecnologie di comunicazione digitale consentano a familiari separati geograficamente di partecipare a distanza alle pratiche familiari, arrivando persino a esercitare e delegare ruoli genitoriali tramite smartphone (Waruwu, 2022). I tipi di interazione diretta che avvengono in uno spazio fisico condiviso possono svolgersi anche attraverso le tecnologie di comunicazione: per esempio, parlare su piattaforme di videoconferenza permette alle persone di essere visibilmente copresenti nello spazio digitale condiviso. Anche quando non partecipano a una comunicazione sincrona diretta, i membri della famiglia possono raggiungere una copresenza che implica una percezione di attenzione reciproca e di coinvolgimento emotivo (Campos-Castillo and Hitlin, 2013) e un senso di vicinanza emotiva, di unione e di presenza reciproca nonostante la separazione fisica (Urry, 2002; Baldassar et al., 2016).
Bambine e bambini più grandi possono esercitare la propria capacità di agire in questi scambi a distanza avviando e gestendo gruppi familiari, o usando la tecnologia in modo creativo per costruire narrazioni familiari (Kędra, 2021). Per giovani con esperienza di rifugio, l’uso creativo della tecnologia permette una copresenza immaginaria attraverso immagini modificate digitalmente che rappresentano simbolicamente come potrebbero essere le relazioni se le circostanze fossero diverse, a significare un’esperienza familiare immaginata che non può realizzarsi ma che, nondimeno, costruisce un senso di famiglia (Robertson et al., 2016).
Il contatto offre possibilità di sviluppo identitario, permettendo alla persona minorenne di comprendere le proprie origini, e dobbiamo capire in che modo le tecnologie di comunicazione digitale incidano su questo processo. Per la gioventù, i social media possono essere una piattaforma di confronto sociale (Hur and Gupta, 2013) e uno strumento di formazione dell’identità (Swist et al., 2015). Scattare «selfie», per esempio, dà all’infanzia il controllo editoriale sull’immagine (Phippen, 2017) e permette di sperimentare l’autorappresentazione e di scoprire come ci percepiscono le altre persone (Vincent, 2015).
Il ritocco digitale delle fotografie può tuttavia incidere negativamente sull’immagine di sé di bambine e bambini (McCrory et al., 2020) e solleva interrogativi sulla loro capacità di leggere e valutare criticamente le autorappresentazioni online altrui. Ciò è particolarmente pertinente per chi non dispone di un patrimonio di ricordi o di dettagli sulla propria storia di vita con cui valutare l’autenticità delle autorappresentazioni online dei familiari d’origine, il che rischia di lasciare queste persone poco attrezzate per compiere scelte informate sulla natura della relazione.
Il modo in cui si pratica la prossimità mediata digitalmente deve riconoscere che le relazioni strette possono comportare aspetti positivi e negativi (Holmes and Wilding, 2019) e che un legame stretto con i familiari d’origine può essere emotivamente ambiguo o apertamente doloroso (Boyle, 2017). Le relazioni condotte attraverso la tecnologia sono plasmate dalla loro specifica storia sociale, emotiva e culturale (Baldassar et al., 2016); la tecnologia rende possibile ciò che già esiste, ma è un veicolo inadeguato per risolvere le difficoltà relazionali (Madianou, 2016).
Le applicazioni e i dispositivi digitali offrono diverse modalità di comunicazione, con livelli diversi di prossimità e modi diversi di essere copresenti. Nella gamma delle scelte comunicative, o polimedia, le videochiamate possono offrire l’esperienza più intima e immersiva (Waruwu, 2022), poiché sentirsi e/o vedersi può aggiungere profondità di significato (Shier, 2021). Tra le alternative alla conversazione sincrona figurano mezzi non verbali come la condivisione di foto, la chat scritta o lo scambio di emoji, che consentono di esprimere informazioni ed emozioni. I biglietti d’auguri digitali e la condivisione di foto rendono possibili una copresenza visiva e una condivisione informale delle esperienze (Cabalquinto, 2020), che possono favorire una partecipazione ravvicinata alla vita quotidiana (Kędra, 2021). Rispetto alle lettere, queste diverse modalità di comunicazione asincrona possono rendere più facile per l’infanzia e i familiari d’origine condividere pensieri e sentimenti in modo più contestuale (Barnett-Jones and Manning, 2021).
La tecnologia può offrire all’infanzia modi meno intensi e gravosi di entrare in contatto con i familiari d’origine quando queste relazioni sono complesse o emotivamente impegnative (Simpson, 2020; Waruwu, 2022). Il carattere effimero delle funzioni di messaggistica di alcune piattaforme social (Quinn, 2019) offre un modo utilmente fugace di restare in contatto, e la funzione «mi piace» sui post offre un mezzo spontaneo e istantaneo per connettersi senza l’attenzione concentrata del contatto in presenza, alleviando la pressione di dover dare una risposta lunga (Shier, 2021). I molteplici usi possibili dei dispositivi possono contemporaneamente aiutare la gioventù a gestire la noia o le interazioni scomode (Vincent, 2015), rendendoli una risorsa preziosa durante le chiamate vocali o le videochiamate. La gamma delle applicazioni di comunicazione può dare alla gioventù la capacità di controllare il ritmo, la frequenza e i tempi delle interazioni, e la possibilità di usare le funzioni della piattaforma per imporre regole di comunicazione accettabile (Kędra, 2021).
Restare in contatto attraverso la tecnologia richiede tuttavia tempo e impegno e può essere emotivamente estenuante (Kędra, 2021). Richiede a chi partecipa di mostrare cura e sensibilità per l’esperienza emotiva della persona con cui comunica (Alinejad, 2019). Se la persona minorenne non riesce a restare concentrata sull’interazione o non ha competenze tecnologiche, possono nascere malintesi, stress o conflitti, con un conseguente ampliamento della distanza emotiva tra le persone (Waruwu, 2022).
Un principio chiave della pratica sensibile al trauma è che occorre promuovere la sicurezza relazionale con le figure di accudimento principali ed evitare intrusioni o tensioni inutili nella vita familiare (Purvis et al., 2015). Bisogna gestire le realtà emotive della comunicazione mediata dalla tecnologia ed equilibrare il lavoro per ottenere una copresenza significativa con un lavoro sui confini. L’uso eccessivo della tecnologia digitale in casa e i disaccordi sul controllo genitoriale possono generare conflitti familiari (UNICEF, 2017). Altre preoccupazioni circa la possibile intrusione nella vita familiare della gioventù in affido o in adozione dopo un affido riguardano la possibilità che sia la persona giovane stessa o siano i suoi familiari d’origine ad avviare un nuovo contatto non mediato, con possibili ripercussioni sulla stabilità del collocamento (Children’s Commissioner, 2017), spesso senza che la famiglia affidataria o adottiva ne sia a conoscenza o possa mediare. Ciò può risultare destabilizzante o comportare rischi per la tutela, soprattutto nella prima adolescenza, quando le competenze digitali della gioventù possono superarne la maturità emotiva.
La gestione dei confini non dipende interamente da chi usa la tecnologia, poiché l’ecosistema digitale ha molto da guadagnare dal promuovere la connessione. Le applicazioni digitali sono sviluppate principalmente da grandi aziende commerciali globali (Fuchs, 2021). Molte applicazioni servono ad ampliare e accrescere le reti sociali di chi le usa e sono guidate da algoritmi che individuano e suggeriscono nuove connessioni (Crawford and Schultz, 2019), indipendentemente da qualsiasi preoccupazione di sicurezza o di privacy delle persone e operando in gran parte al di fuori del loro controllo (Eubanks, 2017; Keddell, 2019).
Le applicazioni social operano anche per mantenere chi le usa agganciato alle reti esistenti, per esempio attraverso «feed di notizie» continuamente aggiornati. Queste funzioni commerciali non sono sviluppate tenendo conto dei bisogni di bambine, bambini e giovani con esperienza di affido o di comunità. In assenza di tecnologie su misura, queste persone e le loro famiglie possono usare soltanto prodotti guidati da logiche commerciali, le cui funzioni possono portare l’infanzia a essere «sempre connessa» (Simpson, 2020; Shier, 2021). Questa consapevolezza periferica, costante e pervasiva di amicizie e familiari online può offrire una certa rassicurazione emotiva nelle relazioni solide, ma nelle relazioni fragili può portare a conflitti e a una sorveglianza indesiderata (Madianou, 2016).
Alcune funzioni tecnologiche possono però essere usate per favorire confini più chiari e un maggiore controllo attraverso le impostazioni della privacy o le funzioni di silenziamento (Greenhow et al., 2017; Simpson, 2020; Shier, 2021). I messaggi di testo, per esempio, permettono a chi scrive di limitare la divulgazione di informazioni personali come la posizione o l’aspetto, in particolare quando le interazioni rischiano di essere intensamente emotive o conflittuali (Waruwu, 2022). La gioventù può adottare pratiche di disconnessione senza abbandonare del tutto le applicazioni (Zhao, 2019), scegliendo modalità e momenti di connessione e disconnessione per mantenere un equilibrio tra autonomia, privacy e prossimità.
In sintesi, la comunicazione digitale può servire a consentire all’infanzia di interagire positivamente con i membri della famiglia d’origine, contribuendo alla costruzione della relazione e alla formazione dell’identità, quando chi opera nel servizio sociale incoraggia l’attenzione alle diverse opportunità offerte dai vari mezzi e tecnologie, ai confini, nonché alle risposte emotive e alla sicurezza dell’infanzia e dei membri della famiglia.
Nel complesso, gli approcci alla mediazione dell’uso della tecnologia digitale da parte dell’infanzia si sono concentrati sui danni potenziali (Livingstone et al., 2017; Global Kids Online, 2019), ma di recente l’accento si è spostato sui diritti. Nel marzo 2021 il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza ha fornito indicazioni sui diritti dell’infanzia in relazione all’ambiente digitale (UNCRC, Commento generale n. 25). Il documento chiede ai governi di garantire che le famiglie siano sostenute nella comprensione del mondo digitale, che i servizi digitali siano accessibili a tutta l’infanzia e che la progettazione digitale tenga conto dei bisogni dell’infanzia. Un approccio fondato sui diritti mette in discussione il predominio di un paradigma del rischio e sottolinea l’importanza della parità di accesso dell’infanzia a dispositivi, applicazioni, reti e orientamento, considerando l’accesso a Internet come un diritto fondamentale (Berners-Lee and Leith, 2021) da realizzare in modo etico e sicuro.
Per bambine, bambini e giovani la tecnologia digitale è vitale, e ne conoscono sia le opportunità sia i rischi (Third et al., 2017). Sostenere l’autonomia nascente della persona minorenne significa quindi superare le barriere socioeconomiche, geografiche, educative, linguistiche e legate all’età che possono generare disuguaglianze digitali (UNICEF, 2017; Brosch, 2019), e fornirle le competenze per mantenere i propri legami significativi in un ambiente digitale. La mancanza di accesso alla tecnologia e/o della sicurezza necessaria per usarla può ledere i diritti della gioventù con esperienza di affido o di comunità (McGhee and Roesch-Marsh, 2020), compreso il diritto di mantenere i contatti con i genitori quando ciò sia compatibile con il suo benessere (articolo 9 della CRC) (UN General Assembly, 1989). Lo svantaggio digitale lascia alcuni familiari d’origine senza accesso a dispositivi connessi a Internet, a un Wi-Fi efficiente o a credito telefonico, il che ostacola la loro partecipazione significativa al contatto (Copson et al., 2022). Promuovere l’inclusione delle reti familiari richiederà probabilmente di dotare di risorse e sostenere tanto l’infanzia quanto le persone adulte.
L’inclusione digitale dell’infanzia va considerata attraverso la doppia lente della partecipazione e del benessere (McGhee and Roesch-Marsh, 2020). L’infanzia ha diritto alla libertà di espressione e all’accesso all’informazione (articoli 13 e 17 della CRC), e a essere protetta nell’esercitarli. Famiglie e governi si trovano di fronte alla tensione di dover bilanciare il diritto dell’infanzia a partecipare al mondo digitale e quello a esservi protetta, per massimizzarne i benefici senza aggravare le vulnerabilità esistenti né l’esposizione al danno (Livingstone et al., 2017; Brosch, 2019). Questi diritti possono sembrare in conflitto, per esempio quando il diritto dell’infanzia a conoscere le proprie origini crea al tempo stesso la possibilità che i familiari d’origine la contattino in modo imprevedibile (Aroldi and Vittadini, 2017).
Il sostegno e l’orientamento delle persone adulte devono essere adeguati allo sviluppo e riconoscere la crescente capacità della persona minorenne di compiere le proprie scelte (articolo 5 della CRC), poiché un’eccessiva avversione al rischio può compromettere lo sviluppo della resilienza e dell’autonomia (Phippen, 2017). Il progetto di legge britannico che obbliga le aziende a tutelare online chi usa i loro servizi è stato criticato perché potrebbe limitare la libertà di espressione. Tuttavia, la mancanza di orientamento è una sfida cruciale, poiché i nuovi sviluppi tecnologici superano la regolamentazione e la loro adozione da parte dell’infanzia è più rapida di quella delle famiglie (Livingstone et al., 2018). Queste tensioni emergono dalla capacità dell’infanzia di aggirare i limiti di età delle piattaforme social, talvolta all’insaputa dei genitori, e dalla sua abilità digitale nel nascondere l’attività online. Per rafforzare i diritti dell’infanzia negli spazi digitali, le piattaforme dovrebbero adottare una progettazione «adeguata all’età» (Children’s Commissioner, 2018); tuttavia, l’approccio abituale sono progettazioni «cieche all’età», che non verificano l’età di chi le usa e non sono calibrate sui diversi livelli di competenza (Brosch, 2019). Ciò significa che è necessario un giudizio critico informato per stabilire l’adeguatezza di ciascuna applicazione o piattaforma per la singola persona. Chi opera nel servizio sociale deve possedere competenze tecnologiche per promuovere l’inclusione dell’infanzia, dei genitori e delle famiglie affidatarie attraverso il sostegno e la formazione (Taylor-Beswick, 2021), eppure spesso è la gioventù a diventare l’esperta di tecnologia della famiglia (Copson et al., 2022).
Elemento chiave del senso di privacy della gioventù è il controllo sui contenuti pubblicati online che la riguardano e sull’accesso ai propri post (Sen, 2016). Molti genitori inseriscono figlie e figli nei propri post sui social attraverso la pratica dello «sharenting», talvolta senza che ne siano a conoscenza o vi acconsentano (Steinberg, 2017), suscitando sentimenti di turbamento, imbarazzo e impotenza (UNICEF, 2017; Bessant, 2018; Children’s Commissioner, 2018). Vi sono implicazioni per la sicurezza se vengono incluse informazioni identificative, mentre il tagging e la ricondivisione conferiscono alle informazioni condivise online una portata e una durata di cui le famiglie stesse possono non essere consapevoli (Bessant, 2018; NSPCC, 2021), e per l’infanzia e la gioventù ciò rappresenta una perdita di controllo sulle proprie narrazioni online. I precedenti giuridici sottolineano il ruolo dei genitori nell’esercitare il controllo sulla persona minorenne (Steinberg, 2017), in quanto garanti della privacy della prole (Bessant, 2018), lasciando all’infanzia scarse possibilità di contestare le pratiche di sharenting.
Le visite di contatto possono essere un’occasione per la famiglia d’origine per scattare o ricevere fotografie della bambina o del bambino, con la possibilità che vengano poi pubblicate sui propri account social. Condividere in questo modo i traguardi dell’infanzia può accrescere il senso di connessione della famiglia d’origine e, se fatto in modo appropriato, contribuire a costruire una narrazione positiva e coesa (Bessant, 2018). Tuttavia, scattare e pubblicare immagini avviene talvolta di nascosto o in violazione di specifici accordi sul contatto, e sono state espresse preoccupazioni sulla possibile mancanza di impostazioni della privacy negli account social dei familiari d’origine e sulla misura in cui le immagini dell’infanzia potrebbero essere ricondivise (MacDonald, 2021). Tutte le famiglie, d’origine, affidatarie o adottive, dovrebbero essere consapevoli del possibile impatto della condivisione online, e andrebbero negoziati e ribaditi accordi espliciti. Il presupposto secondo cui le persone adulte hanno il diritto di pubblicare immagini dell’infanzia andrebbe messo in discussione (Phippen, 2017), mentre andrebbero incoraggiati la consultazione di bambine e bambini e il loro consenso sull’uso delle loro immagini e informazioni (NSPCC, 2021).
La tecnologia digitale può incidere sul diritto dell’infanzia alla riservatezza (articolo 16 della CRC) in vari modi: la privacy fisica può essere violata quando l’uso del tracciamento o del tagging rivela l’immagine o la posizione della persona minorenne; la privacy delle comunicazioni può essere violata quando i post sono visti da persone a cui non erano destinati; e la privacy delle informazioni può essere violata quando i dati personali dell’infanzia vengono raccolti o trattati senza che li comprenda o vi acconsenta (UNICEF, 2018), talvolta a scopo di lucro aziendale. Per una parte dell’infanzia che ha subito maltrattamenti, tutelare la privacy è importante per la sicurezza e per il senso di protezione. La gioventù può essere informata sulle impostazioni della privacy e aiutata a limitare i propri contatti e a scegliere con attenzione piattaforme e pubblico (Vincent, 2015). Tuttavia, tutte le pratiche sui social hanno una rilevante dimensione materiale: producono tracce digitali che possono essere raccolte per creare un profilo della persona, la sua impronta o ombra digitale, che diventa difficile da controllare. Le linee guida europee indicano che gli Stati devono proteggere il diritto dell’infanzia alla riservatezza e alla protezione dei dati e garantire che i soggetti interessati, compresi i genitori o le persone che se ne prendono cura, facciano altrettanto (Council of Europe, 2018). Ciò include il «diritto all’oblio» (Bunn, 2019), un diritto in gran parte sconosciuto o raramente esercitato nel lavoro dei servizi per l’infanzia, sul quale genitori, famiglie affidatarie e giovani hanno bisogno di formazione. Poiché l’attenzione ai diritti dell’infanzia sui propri dati è relativamente recente, servono ulteriori ricerche e regolamentazioni per comprendere e soddisfare i suoi bisogni di accesso digitale e di privacy (Livingstone et al., 2018).
È generalmente riconosciuto il diritto dell’infanzia e della gioventù a partecipare alla comunicazione digitale, ma questo diritto va bilanciato con il diritto alla sicurezza. Chi opera nel servizio sociale può incoraggiare le famiglie affidatarie e i familiari a tutelare la privacy digitale dell’infanzia e della gioventù e a consultarla prima di condividere pubblicamente online immagini o informazioni personali che la riguardano.
Lo sviluppo della resilienza è un ambito sempre più centrale delle iniziative per il benessere online rivolte all’infanzia e alla gioventù (UK Council for Internet Safety, 2019). Un approccio ecologico alla resilienza considera l’interazione tra le capacità e le caratteristiche della persona e le circostanze dei suoi mondi sociali (Ungar, 2011). Promuovere la resilienza digitale dell’infanzia comprende quindi lo sviluppo della capacità critica e della competenza tecnica, l’orientamento di pratiche genitoriali costruttive e il miglioramento delle competenze digitali del personale professionale coinvolto (Livingstone et al., 2017).
L’alfabetizzazione digitale richiede competenze specifiche per comunicare e interpretare il significato, in particolare il contenuto emotivo. Gran parte dell’infanzia e della gioventù ha sviluppato una certa alfabetizzazione emotiva online e una certa consapevolezza del rischio (Vincent, 2015; Livingstone et al., 2017; Gibson and Trnka, 2020), applicando giudizi critici simili a quelli che userebbe nelle relazioni offline (Wang and Edwards, 2016). È emerso che fa un uso responsabile di dispositivi e applicazioni, con consapevolezza dei propri bisogni di privacy e di sicurezza emotiva e di quelli altrui (Gibson and Trnka, 2020), e che ricorre a strategie di coping dopo essersi imbattuta in un rischio online, come parlarne con un’amica, un amico o un genitore, bloccare contatti, modificare le impostazioni della privacy o abbandonare il sito. Tuttavia, chi è vulnerabile ai rischi offline ha meno probabilità di essere resiliente online (Livingstone et al., 2017).
L’alfabetizzazione digitale è influenzata dal sostegno familiare (Chaudron, 2015; Phippen, 2017) ed è particolarmente efficace quando valorizza al massimo le competenze dell’infanzia e della gioventù e ne riconosce i punti di forza (Swist et al., 2015). Se le influenze adulte possono orientare le risposte al rischio, alla gioventù vanno concessi capacità di agire e spazio per sviluppare in autonomia strategie e resilienza, attraverso l’accesso all’apprendimento esperienziale (Swist et al., 2015; Wang and Edwards, 2016), come parte del suo percorso verso l’autonomia digitale (Hammond et al., 2018). Sebbene poche iniziative educative siano state valutate (Livingstone et al., 2017), gli elementi chiave dell’apprendimento dovrebbero affrontare la pressione dei pari, le strategie di disconnessione e la comprensione degli algoritmi digitali, oltre ad aiutare l’infanzia e la gioventù a concettualizzare le realtà astratte del mondo digitale e a sviluppare il pensiero critico, in particolare per distinguere tra immagini selezionate o ritoccate digitalmente e la vita reale delle persone (Children’s Commissioner, 2018).
L’alfabetizzazione digitale, la sicurezza e la capacità dei genitori e delle famiglie affidatarie di orientare e incoraggiare l’infanzia costituiscono un sostegno cruciale (Chaudron, 2015), che può essere indebolito da rilevanti lacune di conoscenza sulla tecnologia digitale e sulla privacy online (Livingstone et al., 2018). Con la rapida evoluzione delle nuove tecnologie digitali, le famiglie non sempre conoscono la gamma delle attività online dell’infanzia e possono trovare più facile anticipare i rischi che individuare i benefici (Kumpulainen and Gillen, 2017). Le misure passive di restrizione genitoriale, come l’imposizione di filtri, non eliminano necessariamente il rischio di danni online (Livingstone et al., 2017). Si raccomandano invece strategie attive di educazione e di mediazione. Uno stile genitoriale restrittivo riduce i rischi, ma limita anche le opportunità, mentre una mediazione di sostegno e una negoziazione attiva possono favorire una partecipazione online più sicura e incoraggiare comportamenti protettivi sani e risposte di coping (Livingstone et al., 2018). La gioventù può esprimere preferenze sul controllo genitoriale e individuare motivazioni fondate per consentire ai genitori di vedere la propria posizione, i contatti e la cronologia delle ricerche, ma trova meno accettabile che i genitori controllino le funzioni del dispositivo, per esempio limitando l’uso della fotocamera (McNally et al., 2018). Genitori e famiglie affidatarie possono accedere a risorse per formarsi e prepararsi alle conversazioni con l’infanzia (Hur and Gupta, 2013), ma anche il personale professionale svolge un ruolo chiave come fonte di informazione (Chaudron, 2015; Livingstone et al., 2017).
Le relazioni di sostegno, favorite e rafforzate dalle reti online, possono essere un aspetto cruciale dello sviluppo della resilienza per l’infanzia e la gioventù con esperienza di affido o di comunità (McGhee and Roesch-Marsh, 2020). Tuttavia, il predominio di un paradigma del rischio può costituire un ostacolo in tal senso (Hammond et al., 2018), ed è cruciale una formazione che permetta a chi opera nel servizio sociale di sviluppare la propria competenza digitale (Taylor, 2017) e di comprendere i bisogni digitali dell’infanzia.
È probabile che la competenza digitale segua traiettorie di sviluppo simili a quelle di altre competenze, ma le evidenze sull’uso delle tecnologie di comunicazione nella prima infanzia sono limitate. Verso i nove o dieci anni, bambine e bambini possono percepire il possesso di uno smartphone come essenziale per la vita sociale (Vincent, 2015). Tuttavia, i primi incontri con i dispositivi digitali avvengono spesso prima dei due anni, di solito tramite il dispositivo di un genitore (Chaudron, 2015), e talvolta si permette alla prima infanzia di usare l’account di un genitore, in contraddizione con i messaggi sulla sicurezza e con il rischio di esporla involontariamente a contenuti inappropriati (Children’s Commissioner, 2018). L’apprendimento digitale per tentativi ed errori avviene in casa fin dalla più tenera età, in gran parte attraverso l’osservazione e la riproduzione delle pratiche altrui, per cui le competenze possono essere più avanzate di quanto le famiglie immaginino e, anche con un’alfabetizzazione limitata, nella prima infanzia si possono usare il completamento automatico delle parole e il riconoscimento vocale e delle immagini per comunicare online (Chaudron, 2015; Kumpulainen and Gillen, 2017).
Si ritiene che l’infanzia e la gioventù con disabilità intellettiva siano più vulnerabili ai danni online, dove ci sono meno confini o segnali visivi, il che rende più difficile riconoscere comportamenti inappropriati e distinguere la fantasia dalla realtà (Livingstone et al., 2017). Ciò può essere particolarmente difficile per chi ha difficoltà nelle abilità sociali o tende a interpretare alla lettera perfino le interazioni sociali offline. Chadwick et al. (2019) osservano che, sebbene una parte della gioventù con disabilità intellettiva dimostri la capacità di gestire i rischi online, e anche di aggirare le restrizioni, può andare incontro a un maggiore controllo genitoriale, che forse riduce i rischi, ma riduce anche i benefici e indebolisce la partecipazione digitale, con il rischio di un accesso diseguale e di una minore alfabetizzazione.
Il Commento generale n. 25 dovrebbe rafforzare gli appelli affinché l’ambiente digitale sia sicuro per tutta l’infanzia fin dalla progettazione e per impostazione predefinita, soggetto a un monitoraggio della sicurezza rigoroso quanto quello applicato agli ambienti fisici, come i parchi giochi (si veda per es. 5 Rights Foundation https://5rightsfoundation.com/). Fino ad allora, dobbiamo tenere presente che la tecnologia digitale non è progettata pensando alle capacità dell’infanzia, e ancor meno a quelle della prima infanzia, dell’infanzia con disabilità o di chi ha vissuto un trauma
Nel contesto del contatto con la famiglia d’origine, resilienza digitale significa concentrarsi sull’alfabetizzazione digitale della bambina, del bambino o della persona giovane, sui rischi potenziali e sulle risorse di tutela presenti nella sua ecologia sociale digitale, e sul modo in cui la persona e la sua famiglia sono attrezzate per orientarvisi. Chi opera nel servizio sociale può offrire strategie per mediare il rischio, promuovendo al tempo stesso strategie attive di coping e occasioni per la gioventù di diventare digitalmente autonoma, man mano che assume gradualmente la responsabilità di mantenere le relazioni con la famiglia d’origine.
Questo articolo ha esaminato come l’euristica dell’ecologia digitale proposta per il contatto con la famiglia d’origine (figura 1) possa orientare chi opera nel servizio sociale e in altre professioni a sostegno dell’infanzia in affido, in comunità o in adozione dopo un affido e delle famiglie, e strutturare un programma di ricerca. Suggerisce che gli sforzi per rafforzare la resilienza dovrebbero essere rivolti alla singola persona minorenne e alle sue reti di sostegno, ma che a essi devono corrispondere sforzi per garantire sicurezza e privacy fin dalla progettazione nello sviluppo delle tecnologie e delle applicazioni digitali, nonché nelle leggi e nelle politiche che ne regolano l’uso (Livingstone et al., 2017). La maggior parte della pratica del servizio sociale si colloca al livello dell’esosistema, e la progettazione dei prodotti o la regolamentazione globale delle multinazionali esulano dalle possibilità della maggior parte di chi opera nel servizio sociale. Questa figura professionale ha tuttavia un ruolo importante nel promuovere la relazionalità, i diritti e la resilienza digitali dell’infanzia, in quanto incidono sulle relazioni più strette all’interno dei microsistemi.
La comunicazione digitale ha un notevole potenziale per favorire le relazioni tra l’infanzia in adozione o in affido e la famiglia d’origine, ma è fondamentale tenere presente la dimensione di «contatto nella realtà» dell’esperienza vissuta, nonché la natura emotivamente reale e il possibile impatto delle interazioni digitali. Chi opera nel servizio sociale dovrebbe considerare la funzione aggiuntiva del contatto online (Greenhow et al., 2017), senza ritenerlo meno reale delle visite in presenza. Date le scarse possibilità di risolvere difficoltà o tensioni relazionali in un ambiente digitale, una pratica sensibile al trauma richiede di investire nella costruzione della relazione e nella mediazione al di fuori di tutte le comunicazioni tra l’infanzia e i familiari, e a loro sostegno (MacDonald, 2021; Collings et al., 2022).
Chi opera nel servizio sociale dovrebbe promuovere attivamente i diritti di partecipazione dell’infanzia. Deve esercitare secondo codici deontologici che sottolineano sia la riservatezza sia l’autodeterminazione (Reamer and Siegel, 2021), il che nel mondo digitale significa formarsi sui protocolli di cybersicurezza del proprio ente e rispettarli, dare l’esempio di buone pratiche nell’ottenere il consenso informato alla condivisione delle informazioni e mantenere aggiornata la conoscenza delle leggi e delle linee guida di settore pertinenti. In quanto «genitore istituzionale» dell’infanzia in affido, il servizio sociale ha anche la responsabilità di migliorare la propria alfabetizzazione digitale e di essere una risorsa di sostegno per i genitori e le famiglie affidatarie. Ciò richiederà un servizio sociale digitalmente alfabetizzato (Taylor, 2017), in grado di selezionare criticamente tecnologie e piattaforme online tutelando al contempo il superiore interesse dell’infanzia.
La comunicazione digitale modifica l’ecologia sociale del contatto con la famiglia d’origine, introducendo nuove considerazioni sulle relazioni, i diritti e la resilienza digitali dell’infanzia. Una parte della mediazione svolta dal servizio sociale può essere assunta dalle famiglie e dalla gioventù stesse, ma ciò richiederà probabilmente una negoziazione accompagnata sul tipo di piattaforma scelta per il contatto, su come e quando verrà usata e su quali contenuti saranno condivisi. Migliorare le competenze e le conoscenze in materia di social media e di privacy online di genitori, famiglie affidatarie, infanzia e personale professionale offre la possibilità di rafforzare una presenza online di sostegno e strategie alternative di costruzione della storia di vita (Aroldi and Vittadini, 2017). Sono necessarie ulteriori ricerche per comprendere come si dispiegano queste dinamiche e come il servizio sociale favorisca l’uso della tecnologia digitale per mantenere l’infanzia in contatto con la famiglia d’origine quando vi è una separazione fisica.
Complexe Systémique: punti chiave
L’articolo riporta il digitale là dove vive la bambina o il bambino: non accanto al legame, ma al suo interno. Rileggere qui Bronfenbrenner aiuta a vedere che la piattaforma non è un semplice canale tra la famiglia d’origine, la famiglia affidataria o adottiva e la persona minorenne, ma un terzo attivo, con i suoi algoritmi, i suggerimenti di contatti e le notifiche, che incide sui confini del sistema. Per la pratica, si può trattenere l’idea di negoziare il contatto digitale come un rituale relazionale esplicito: quale mezzo, con quale ritmo, quali contenuti, quale spazio per le foto e la loro pubblicazione, chi svolge la mediazione, e come la bambina o il bambino possa disconnettersi senza rompere il legame. Occorre però una certa cautela: si tratta di un articolo concettuale, privo di dati propri, la cui euristica non è stata messa alla prova; mancano le voci dell’infanzia e dei genitori d’origine, e c’è il rischio di scaricare sulle famiglie affidatarie una mediazione che i servizi non finanziano. Il quadro giuridico è britannico e australiano. Da leggere insieme all’articolo sull’esperienza delle famiglie adottive rispetto al contatto con i genitori d’origine e all’articolo sulle relazioni genitori-figli sostenute dalla tecnologia digitale.
Note dell’originale
Finanziamento. Questo lavoro è stato sostenuto da una British Academy / Leverhulme Small Research Grant SRG1920/101614.
Dichiarazione sul conflitto di interessi. Nessuno dichiarato.
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Traduzione non ufficiale di Digital Relationality, Rights, Resilience: Conceptualising a Digital Social Ecology for Children’s Birth Family Relationships When in Care or Adopted, di Mandi MacDonald, Amy Conley Wright, Amanda Taylor-Beswick, Kathryn Gillespie e Susan Collings, The British Journal of Social Work, vol. 53, n. 1, pp. 216-235 (2023), doi: 10.1093/bjsw/bcac140, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Questa è una traduzione dell’articolo originale «Digital Relationality, Rights, Resilience: Conceptualising a Digital Social Ecology for Children’s Birth Family Relationships When in Care or Adopted», pubblicato in The British Journal of Social Work (2023) con licenza CC BY 4.0. Pubblicata da Complexe Systémique: il testo è stato tradotto in italiano con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e la presentazione è stata adattata alla lettura online, come indicato in apertura di questa pagina.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
MacDonald, M., Wright, A. C., Taylor-Beswick, A., Gillespie, K., et Collings, S. (2023). Digital Relationality, Rights, Resilience: Conceptualising a Digital Social Ecology for Children’s Birth Family Relationships When in Care or Adopted. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/digital-relationality-rights-resilience-conceptualising-a-digital-social-ecology (Opera originale pubblicata nel 2022 in The British Journal of Social Work, 53(1), 216-235 (2023); ripubblicata nel 2023 da The British Journal of Social Work, https://academic.oup.com/bjsw/article/53/1/216/6651766)
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