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Australian and New Zealand Journal of Family Therapy · Terapia familiare

Rompere la «cultura del silenzio»: il punto di vista delle figure terapeutiche sulla psicoterapia sistemica culturalmente sensibile in contesti sociopolitici contesi – uno studio di caso in Irlanda del Nord

In Irlanda del Nord, decenni di conflitto settario hanno insegnato a tacere la propria identità. Christiana Young e Suzanne Mooney, della Queen’s University Belfast, hanno intervistato cinque persone che esercitano la psicoterapia sistemica sul loro lavoro con famiglie razzializzate: il silenzio si trasferisce nelle sedute, la Bianchezza resta poco esplorata e alcuni principi sistemici frenano il discorso sulla «razza». Le autrici sostengono la necessità di andare oltre la sensibilità culturale verso una pratica antirazzista.

Autrici Christiana Young e Suzanne Mooney (School of Social Sciences, Education and Social Work, Queen’s University Belfast, Regno Unito)Prima pubblicazione Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, 10 luglio 2024Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Breaking the ‘culture of silence’: exploring therapist perspectives of culturally sensitive systemic psychotherapy in contested sociopolitical contexts – a Northern Ireland case study, di Christiana Young e Suzanne Mooney, pubblicato in Australian and New Zealand Journal of Family Therapy (Wiley) (2024), doi: 10.1002/anzf.1599, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le tabelle sono presentate come elenchi; le informazioni supplementari online (guida all’intervista) non sono riprodotte. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Esplorare la Bianchezza e il privilegio Bianco è indicato come un requisito cruciale per una pratica antirazzista.

Christiana Young e Suzanne Mooney

Riassunto

Recenti eventi nazionali e internazionali hanno puntato i riflettori sulle disuguaglianze strutturali e sul razzismo istituzionalizzato, accendendo una lotta contemporanea per l’uguaglianza e spingendo la comunità sistemica del Regno Unito ad affermare il proprio impegno per la giustizia sociale e l’antirazzismo. Questo articolo delinea il quadro esaminando come la teoria e la ricerca sistemiche abbiano storicamente affrontato la disuguaglianza razziale e la pratica interculturale, prima di descrivere un piccolo ma pionieristico studio qualitativo che ha esplorato la pratica della sensibilità culturale attraverso interviste approfondite con cinque persone esperte nella psicoterapia sistemica in Irlanda del Nord (IdN). Pur confermando alcune somiglianze con altre regioni del Regno Unito, sono emerse differenze sfumate, provvisorie ma importanti, nel contesto nordirlandese, data la sua lunga storia di divisione settaria, conflitto politico e immigrazione più limitata. Il «silenzio» autoimposto riguardo alla propria identità religiosa/culturale nel contesto del conflitto politico nordirlandese è emerso come tema chiave, insieme alla Bianchezza poco esplorata di chi fa terapia; ai paradossi teorici che alimentano la reticenza terapeutica; e ai benefici terapeutici percepiti dell’esplorare le differenze culturali e l’esperienza vissuta del razzismo. Vengono discussi i limiti e le implicazioni dello studio, individuando la necessità di ulteriori ricerche e di rinnovati sforzi (nella teoria, nella formazione e nella pratica) per aiutare chi fa terapia a rompere la «cultura del silenzio» nel proprio contesto sociopolitico locale e ad affrontare le più ampie iniquità sociali.

Punti chiave

  • Comprendere l’impatto pervasivo delle disuguaglianze strutturali sulla vita delle comunità Nere ed etnicamente minorizzate è essenziale per una psicoterapia familiare e sistemica etica.
  • Nella teoria e nella pratica sistemiche si è teso a considerare le questioni di «razza» ed etnia principalmente come questioni di «differenza» nello scambio interculturale, con un’attenzione più limitata alle disuguaglianze strutturali.
  • Una formazione esperienziale, radicata nel contesto sociodemografico locale delle persone in formazione, è considerata essenziale per promuovere la comprensione dell’intersezionalità e dei rapporti di potere e per sviluppare una capacità di riflessività critica e di sintonizzazione socioculturale.
  • Esplorare la Bianchezza e il privilegio Bianco è indicato come un requisito cruciale per una pratica antirazzista.
  • Essere pronti a riconoscere direttamente l’esperienza del razzismo e dell’ingiustizia sociale nella pratica clinica offre alle persone assistite Nere e minorizzate spazi terapeutici che esplorano le possibilità di cambiamento anziché rafforzare involontariamente l’oppressione.

INTRODUZIONE

Questo articolo si basa su un piccolo ma pionieristico studio di master che ha esplorato la pratica della sensibilità culturale nella psicoterapia sistemica in Irlanda del Nord (IdN), una giurisdizione contesa all’interno del Regno Unito, con una lunga storia di divisione settaria e conflitto politico e un’esperienza di immigrazione più limitata rispetto alle altre giurisdizioni del Regno Unito (Inghilterra, Scozia, Galles). La sensibilità culturale è una questione rilevante per la pratica psicoterapeutica contemporanea, poiché recenti eventi nazionali e internazionali hanno riportato i riflettori sulla storia britannica di schiavitù, colonialismo e razzismo sistemico. Tra questi eventi figurano l’uso esplicito di una retorica xenofoba in vista del referendum del 2016 sull’appartenenza del Regno Unito all’UE, che ha portato a un aumento dei crimini d’odio contro le comunità Nere ed etnicamente minorizzate1 nel Regno Unito (Booth, 2019), e lo scandalo Windrush, in cui cittadine e cittadini britannici Neri, provenienti soprattutto dai Caraibi e arrivati nel Regno Unito tra il 1948 e il 1973 per colmare la carenza di manodopera del secondo dopoguerra, si sono visti negare illegalmente il diritto al lavoro, all’alloggio, all’assistenza sanitaria e alla previdenza sociale, e in alcuni casi sono stati trattenuti o espulsi (Williams, 2020). La pandemia globale di COVID-19 ha ulteriormente messo in luce l’impatto delle disuguaglianze strutturali e del razzismo sistemico, con le comunità Nere, asiatiche ed etniche minoritarie2 sovrarappresentate nei tassi di infezione e di mortalità (Patel et al., 2020) e colpite in modo sproporzionato dalle sanzioni per violazione del confinamento (Currenti & Flatley, 2020). Questi eventi, uniti alla rinascita del movimento Black Lives Matter (BLM) in tutto il mondo dopo l’omicidio razzista di George Floyd sotto la custodia della polizia negli Stati Uniti (USA), visto da milioni di persone in tutto il pianeta nel maggio 2020, hanno spinto molte persone e organizzazioni, compresa la comunità sistemica britannica, a confermare il proprio impegno per la giustizia sociale e l’antirazzismo (AFT statement BLM, 2023; Dreyer et al., 2020; Joseph-Salisbury et al., 2020; Kelly et al., 2020; Lebow, 2020). Ma come si esprimono questi impegni nella teoria e nella pratica sistemiche?

LA RISPOSTA DELLA TEORIA SISTEMICA ALLA PRATICA INTERCULTURALE E ALLA DISUGUAGLIANZA RAZZIALE NEL TEMPO

La teoria sistemica si confronta da tempo con la differenza culturale e la disuguaglianza razziale: dallo studio etnografico di Bateson sul popolo Iatmul della Nuova Guinea negli anni Venti (Bateson, 1958) fino al fondamentale passaggio di paradigma dal primo al secondo ordine tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta (Goolishian & Anderson, 1992; Hoffman, 1985). Questi sviluppi teorici hanno sottolineato l’importanza cruciale del contesto culturale nelle relazioni sociali, con un’attenzione crescente al sé di chi fa terapia, alle disuguaglianze sociali e ai differenziali di potere nell’impresa terapeutica, tra cui «razza», cultura e classe sociale (Krause, 1995; McIntosh, 1998; Waldegrave & Tamasese, 1993; White & Epston, 1990). La teoria critica della razza riconosce la «razza» come un costrutto politico e sociale (Delgado & Stefancic, 2000); in tutto l’articolo le virgolette segnalano questa contestazione.

Finora la pratica interculturale è stata affrontata soprattutto attraverso l’evoluzione di alcuni quadri di riferimento chiave. La prima grande risposta teorica è stata l’elaborazione del concetto di «competenza culturale», messo in evidenza dapprima nella letteratura del servizio sociale negli Stati Uniti (Green, 1982; McKenzie, 2008) e adottato dalla comunità sistemica per descrivere un importante obiettivo formativo, in cui la consapevolezza culturale si insegna acquisendo conoscenze sulle tradizioni e sulle pratiche di vari gruppi culturali (Hardy & Laszloffy, 1995). Questo quadro è stato in seguito criticato perché non coglieva la complessità culturale, ritraeva le comunità Nere e minorizzate come largamente omogenee (Kourgiantakis & Bogo, 2017) e definiva la disuguaglianza semplicemente come «differenza», senza sviluppare una coscienza critica delle origini e del mantenimento dei sistemi discriminatori (Kelly et al., 2020; Krause, 2022). Inoltre, il gruppo etnico dominante (di solito Bianco3) tendeva a essere rappresentato come privo di etnia, riducendo così il conseguimento della competenza culturale all’apprendimento delle altre culture anziché all’esercizio dell’autoriflessività (Kumas-Tan et al., 2007). Si riteneva che questa «alterizzazione» delle persone Nere ed etnicamente minorizzate rischiasse di diventare una pratica colonizzatrice, che rafforza, consolida e riproduce involontariamente i differenziali di potere della società (Lago, 2006; Nolte, 2007; Ryde, 2009). In risposta a queste critiche è emerso un secondo concetto, la «sensibilità culturale», per descrivere la capacità affettiva di chi fa terapia di rispondere «emotivamente agli stimoli con rispetto e delicatezza» (Hardy & Laszloffy, 1995, p. 228). I modelli di pratica collaborativa hanno sottolineato il bisogno cruciale di autoconsapevolezza terapeutica per consentire l’esplorazione delle differenze culturali da una posizione di autoriflessività (Halevy, 1998; Hardy & Laszloffy, 1995; McGoldrick & Hardy, 2008). In effetti, l’autoriflessività terapeutica è ritenuta centrale nelle concettualizzazioni recenti della sensibilità culturale, che chiedono a chi fa terapia di «rivolgersi a [sé] nel tentativo di orientarsi su come posizionarsi verso gli altri» (Krause, 2012, p. xxii). Gabb e Singh (2015, p. 210) propongono che chi fa terapia eserciti una «riflessività critica» su somiglianza e differenza, mentre Daniel (2012) invoca una «riflessività culturale» che consenta di confrontarsi con «aspetti di “alterità” e di differenza» (p. 92).

Il quadro sociale GGRRAAACCEEESSS di Burnham (Burnham, 1993, 2012) è stato adottato dalla comunità sistemica britannica per considerare le molteplici dimensioni sociali dell’esperienza vissuta sia della persona assistita sia di chi fa terapia. Esse comprendono aspetti come genere, geografia, «razza», religione, età, abilità, aspetto, cultura, classe/casta, istruzione, occupazione, etnia, spiritualità, sessualità e orientamento sessuale, che si intrecciano nel plasmare le identità e agiscono come fonti di marginalizzazione o di privilegio nella vita delle persone: è ciò che la letteratura sociologica chiama intersezionalità (Crenshaw, 2017). Il persistente abuso di potere e di privilegio nella società ha però portato teoriche e teorici sistemici recenti a sostenere che occorra fare di più (Krause, 2022), formulando un approccio trasformativo di terzo ordine in cui l’aspirazione alla giustizia sociale è integrata esplicitamente nel discorso terapeutico attraverso una sintonizzazione socioculturale accresciuta (McDowell et al., 2017, 2019).

RICERCA SISTEMICA E SENSIBILITÀ CULTURALE

Se questi dibattiti danno un’idea dell’attenzione riservata alla teoria e alla pratica della sensibilità culturale nella psicoterapia sistemica, le ricerche nelle banche dati elettroniche mostrano una notevole scarsità di ricerca empirica nel Regno Unito. Una revisione esplorativa iniziale (Arksey & O’Malley, 2005), condotta con tre gruppi di concetti («family therapy»; «culturally sensitive therapy»; «ethnic minorities») su un periodo di 15 anni (2007–22), ha individuato soltanto 10 studi pubblicati (Collins, 2022; Cottrell-Boyce, 2022; Fox et al., 2017; Pakes & Roy-Chowdhury, 2007; Pandya & Herlihy, 2009; Singh, 2009; Teh & Lek, 2018; Ugazio et al., 2022; Wallis & Singh, 2014; Yon et al., 2018). Va notato che tutti gli studi si sono svolti in Inghilterra, senza alcuna ricerca empirica individuata in Galles, Scozia o Irlanda del Nord. Inoltre, in 9 studi su 10 almeno una delle persone autrici proveniva essa stessa da un contesto Nero ed etnicamente minorizzato, il che solleva la questione se questi temi restino una preoccupazione di minoranza. Gli studi inclusi erano tutti di natura qualitativa e tendevano a essere di piccola scala (massimo 11 partecipanti), con tre studi di caso singolo. La maggior parte degli articoli si concentrava in generale su come la differenza culturale tra chi fa terapia e la persona assistita influisca sull’alleanza terapeutica e sul coinvolgimento, mentre due esaminavano le costruzioni e le messe in atto della Bianchezza e del privilegio Bianco in terapia (Cottrell-Boyce, 2022; Wallis & Singh, 2014). L’analisi degli articoli inclusi ha individuato una serie di temi pertinenti (vedi la Tabella 1 per una sintesi).

Tabella 1 — Tabella sinottica degli articoli inclusi.

  • Welcome to the motherland. An exploration into how experience is storied through generations of African Caribbean immigrants, Collins, J. (2022), Regno Unito (Inghilterra). Obiettivo dello studio. Esplorare i modi in cui le famiglie afrocaraibiche comunicano tra loro e con il mondo esterno nel contesto post-migratorio. Metodologia di ricerca. Approccio qualitativo–narrativo. Interviste semistrutturate. Partecipanti e criteri di inclusione. Partecipanti (n = 16): 7 famiglie di due generazioni migrate dai Caraibi (tra cui Giamaica, Trinidad, Saint Vincent, Antigua) che avevano cresciuto figlie e figli in Inghilterra. Risultati rilevanti/Temi individuati. Le persone partecipanti non nominavano esplicitamente il razzismo, l’oppressione o la politica, nonostante il contesto razzializzato e culturale fosse parte integrante della loro vita: spetta quindi a chi esercita la professione farlo. Importanza di esplorare il colonialismo con le persone assistite Nere segnate dal trauma del dominio coloniale. Chi pratica l’approccio sistemico deve assumere una «posizione anticoloniale», il che richiede una sorta di «autoriflessività potenziata».
  • Addressing White privilege in family therapy: a discourse analysis, Cottrell-Boyce, J. (2022), Regno Unito (Grande Londra). Obiettivo dello studio. Esplorare il pensiero e il posizionamento del personale clinico rispetto al privilegio Bianco e interrogarsi su come la lente del privilegio Bianco possa influenzare il significato che attribuiamo alla vita delle persone assistite, la nostra pratica clinica e la relazione terapeutica. Metodologia di ricerca. Qualitativa. 4 interviste semistrutturate. Analisi del discorso foucaultiana. Partecipanti e criteri di inclusione. Figure terapeutiche partecipanti (n = 4): 2 uomini bianchi britannici; una donna bianca nordamericana; una donna nera britannica. Risultati rilevanti/Temi individuati. La «cecità al colore» e il «virtue signalling», sostenuti dall’«ansia razziale», sono individuati come vincoli che ostacolano l’affrontare il privilegio Bianco nell’ambito terapeutico. Quando era chi fa terapia, se bianco, ad aprire il tema del privilegio Bianco, ciò aiutava a «creare connessione» e «comprensione reciproca». È essenziale nominare ed esplorare la «razza» attraverso l’«assunzione di rischi relazionali» come mezzo per sfidare il privilegio Bianco.
  • The role of cultural factors in engagement and change in multisystemic therapy (MST), Fox, S., Bibi, F., Millar, H. & Holland, A. (2017), Regno Unito (Grande Londra). Obiettivo dello studio. Esplorare l’esperienza della MST da parte di caregiver appartenenti a minoranze etniche e comprendere come ciò possa incidere sul coinvolgimento, sui problemi presentati e sul processo di cambiamento. Metodologia di ricerca. Qualitativa–grounded theory. Interviste individuali semistrutturate a domicilio. Figure terapeutiche e caregiver non erano abbinati per etnia. Partecipanti e criteri di inclusione. Caregiver che avevano ricevuto la MST da 2 servizi londinesi. 7 caregiver (n = 7): 6 donne e 1 uomo; fascia d’età: 40–60 anni. Paesi d’origine dei caregiver: Giamaica (1); Ruanda (1); Israele (1); Ghana (2); Cina (1); Irlanda (1). Risultati rilevanti/Temi individuati. Sentirsi «culturalmente compresi» favoriva il coinvolgimento dei caregiver e facilitava l’alleanza terapeutica. Le figure terapeutiche riuscivano a essere culturalmente sensibili verso i caregiver considerando le differenze intra- e interculturali. Chi fa terapia può agire come «mediatore culturale», mediando tra le due culture della famiglia (ad esempio aiutando i genitori a vedere la prospettiva della figlia o del figlio e viceversa) e negoziando le differenze culturali. Le figure terapeutiche aiutavano a normalizzare il comportamento adolescenziale in termini di ciò che era culturalmente accettabile nel contesto britannico. Ai caregiver erano indifferenti l’etnia e la cultura di chi faceva terapia, purché l’approccio fosse rispettoso, anche se avere una figura terapeutica proveniente da un’altra comunità etnica minoritaria (al di fuori della maggioranza bianca dominante) li aiutava, a loro dire, a sentirsi culturalmente compresi.
  • Culturally sensitive therapy? Examining the practice of cross-cultural family therapy, Pakes, K. & Roy-Chowdhury, S. (2007), Regno Unito (Grande Londra). Obiettivo dello studio. Esaminare che cosa costituisca una seduta di terapia familiare interculturale culturalmente sensibile con famiglie BME (Black minority ethnic). Metodologia di ricerca. Studio di caso qualitativo–analisi del discorso. Studio di caso singolo di sedute di terapia familiare interculturale. Famiglia e figura terapeutica non erano abbinate per etnia. Partecipanti e criteri di inclusione. 1 famiglia sudanese – 4 componenti donne (la madre, 2 figlie giovani adulte e una figlia più giovane). Risultati rilevanti/Temi individuati. Decostruire con la famiglia il significato di «cultura» era considerato fondamentale per far emergere i discorsi culturali pertinenti alla vita familiare, come la transizione culturale, cioè i conflitti sui valori culturali che possono insorgere nelle famiglie migranti. L’autoriflessività terapeutica era considerata centrale nella pratica di una terapia culturalmente sensibile, esaminando i presupposti culturali e restando consapevoli di come orientano la pratica.
  • An exploratory study into how a sample of the British South Asian population perceive the therapeutic alliance in family therapy, Pandya, K. & Herlihy, J. (2009), Regno Unito (Grande Londra). Obiettivo dello studio. Riferire come le persone britanniche di origine sudasiatica che frequentano la terapia familiare percepiscono l’alleanza terapeutica e confrontarlo con i costrutti di uno strumento di recente elaborazione, il System for Observing Family Therapy Alliances. Metodologia di ricerca. Qualitativa. Interviste individuali semistrutturate. Analisi tematica induttiva. Partecipanti e criteri di inclusione. Persone partecipanti di origine sudasiatica che avevano frequentato almeno tre sedute di terapia familiare in quattro servizi, nell’ambito dei servizi di salute mentale per l’infanzia e l’adolescenza o per adulti. 9 partecipanti (n = 9): 2 uomini, 7 donne; età compresa tra 23 e 51 anni. 6 si identificavano come pakistani o musulmani; 2 come indiani britannici; e 1 di origine mista pakistana, indiana e iraniana. Risultati rilevanti/Temi individuati. Stabilire un senso di sicurezza in terapia era considerato fondamentale per costruire l’alleanza terapeutica. Le persone partecipanti che dicevano di sentirsi al sicuro e di fidarsi della figura terapeutica riuscivano a parlare di questioni culturali. Alcune dicevano di non sentirsi al sicuro quando non sapevano che cosa sarebbe stato discusso, comprese le questioni culturali.
  • Constructing ‘the family’ across culture, Singh, R. (2009), Regno Unito (Grande Londra). Obiettivo dello studio. Esplorare come «la famiglia» viene costruita e nominata nelle sedute cliniche sistemiche interculturali e intraculturali. Metodologia di ricerca. Qualitativa – disegno di ricerca socio-costruzionista. Analisi del discorso delle trascrizioni di 11 sedute di terapia familiare videoregistrate. Partecipanti e criteri di inclusione. Famiglie in terapia familiare in due contesti clinici. 7 famiglie (n = 7): 4 famiglie sudasiatiche e 3 famiglie bianche britanniche. Risultati rilevanti/Temi individuati. Le famiglie sudasiatiche e quelle bianche britanniche costruivano «la famiglia» in modo diverso. Le famiglie sudasiatiche definivano i confini della famiglia includendo i legami della famiglia allargata e i modelli di parentela, mentre le famiglie bianche britanniche si concentravano su una famiglia nucleare di due generazioni. Tutte le figure terapeutiche privilegiavano un discorso eurocentrico sulla famiglia come unità nucleare di due generazioni e due genitori, fondata su criteri biologici, sia che lavorassero in modo intraculturale sia interculturale. Si raccomanda a chi fa terapia di esaminare i propri pregiudizi e presupposti culturali sul modo in cui pensa la «famiglia».
  • Culture and reflexivity: systemic journeys with a British Chinese family, Teh, Y.Y. and Lek, E. (2018), Regno Unito (Grande Londra). Obiettivo dello studio. Descrizione di due distinti percorsi terapeutici sistemici compiuti da una famiglia cinese britannica, i Chan, in relazione alla salute mentale. Metodologia di ricerca. Descrivere il processo riflessivo dei percorsi terapeutici. Partecipanti e criteri di inclusione. 1 famiglia cinese britannica: madre, padre e 2 figli adolescenti. Risultati rilevanti/Temi individuati. Una terapia culturalmente specifica ha aiutato la famiglia a sentirsi compresa e ascoltata. La famiglia ha riferito che la nazionalità cinese della figura terapeutica l’ha aiutata a impegnarsi nella terapia. L’importanza della riflessività, anche in presenza di somiglianze e differenze di nazionalità, genere, etnia e valori culturali, ha contribuito a rafforzare l’alleanza terapeutica.
  • The ‘Arab spring’ within an intercultural couple: Does the unmentioned ‘racial difference’ matter?, Ugazio, V., Singh, R. and Guarnieri, S. (2022)., Regno Unito (Grande Londra). Obiettivo dello studio. Utilizzare un’analisi semantica, fondata sul modello delle polarità semantiche familiari (FSPM) di Ugazio e Castiglioni (1998) e di Ugazio (2013), per dare senso all’aspro conflitto della coppia. Metodologia di ricerca. Qualitativa – studio di caso singolo con una coppia – analisi semantica. Partecipanti e criteri di inclusione. Coppia: donna nera marocchina e uomo bianco danese. Risultati rilevanti/Temi individuati. In quattro occasioni è emerso il tema della «razza», ma la coppia non lo ha identificato come differenza razziale tra i partner né ha espresso che alcune interazioni della partner con altre persone nel Regno Unito fossero dovute a discriminazione razziale. La figura terapeutica non è riuscita a dare voce alle visibili differenze razziali all’interno della coppia. Chi firma l’articolo sostiene che è responsabilità di chi fa terapia incarnare la prospettiva di terzo ordine e dare voce al non detto, come la «razza» e il razzismo, con le coppie interculturali.
  • Constructions and enactments of whiteness: a discursive analysis, Wallis, J. & Singh, R. (2014), Regno Unito (Grande Londra). Obiettivo dello studio. Esplorare i discorsi con cui formatrici, formatori e persone in formazione bianche in psicoterapia sistemica costruiscono la Bianchezza e gli effetti di tali discorsi sulla terapia. Metodologia di ricerca. Qualitativa – ricerca-azione. Focus group: 2 con persone in formazione; 1 con il corpo docente. 2 conversazioni riflessive con un gruppo di consultazione di persone in formazione (di etnie diverse). Analisi del discorso foucaultiana. Partecipanti e criteri di inclusione. Persone in formazione (n = 8) e docenti (n = 3) del corso MSc Systemic Psychotherapy. Numero totale di partecipanti (n = 11): 6 persone «White British» e 5 «White Other»; 9 donne e 2 uomini. Risultati rilevanti/Temi individuati. La Bianchezza è stata definita una «norma invisibile». Le persone partecipanti sono state descritte come caratterizzate da un «vuoto» rispetto alla propria identità Bianca. Il privilegio Bianco era percepito come invisibile dalle persone partecipanti «White British». Chi rientrava nella categoria «White Other» si dissociava dall’idea di avere un privilegio Bianco a causa del proprio status di minoranza e delle proprie esperienze di pregiudizio. L’«autocontrollo» e l’«ansia razziale» portavano al «politicamente corretto»: alcune persone in formazione e alcune figure docenti evitavano di menzionare il colore per paura di arrecare danno. Si riteneva che ciò incoraggiasse un «approccio cieco al colore» nella pratica. Concetti teorici milanesi come la neutralità erano visti come fattori che contribuivano a un approccio «cieco al colore» e limitavano le conversazioni sulla Bianchezza. I discorsi sistemici postmoderni, come il dilemma sapere/non sapere e il timore delle persone partecipanti di «usare una posizione di potere» per stabilire l’agenda, venivano citati come tensioni per una pratica interculturale efficace, con incertezza sull’uso della competenza terapeutica per avviare conversazioni sul colore.
  • Challenging core cultural beliefs and maintaining the therapeutic alliance: a qualitative study, Yon, K., Malik, R., Mandin, P. & Midgley, N. (2018), Regno Unito (Grande Londra). Obiettivo dello studio. Esplorare come le figure terapeutiche di un servizio culturale specialistico di Londra, nel Regno Unito, siano riuscite a mettere in discussione il sistema di credenze culturali centrali di una famiglia costruendo e mantenendo al tempo stesso una solida alleanza terapeutica. Metodologia di ricerca. Qualitativa – studio di caso singolo di terapia familiare con una famiglia – analisi tematica. Intervista congiunta semistrutturata assistita da video (con l’uso dell’interpersonal process recall). Partecipanti e criteri di inclusione. Padre (sui 40 anni) e figlia adolescente di origine pakistana in terapia familiare con altri membri della famiglia. Risultati rilevanti/Temi individuati. La famiglia ha riferito che l’esplorazione dei valori culturali individuali e familiari da parte delle figure terapeutiche era stata importante. Le figure terapeutiche hanno riconosciuto nel lavoro clinico con la famiglia dei «fattori di stress legati alla cultura», come la discriminazione che la famiglia sentiva da parte dei servizi (in particolare in un contesto di tutela dei minori) e le difficoltà conflittuali legate alla doppia cultura tra genitori e figli. Le figure terapeutiche hanno descritto tolleranza e accettazione delle convinzioni della famiglia diverse dalle proprie. Si riteneva che ciò aprisse uno spazio di esplorazione e di confronto. La «riflessività culturale» è stata individuata come chiave per favorire la consapevolezza delle proprie costruzioni e del proprio posizionamento culturali. Le figure terapeutiche hanno saputo usare la consapevolezza delle somiglianze e delle differenze culturali per coinvolgere la famiglia. Autenticità, rispetto e curiosità terapeutiche erano essenziali per affrontare con sensibilità le questioni culturali.

QUESTO STUDIO

Lo studio al centro di questo articolo intendeva rispondere a questi limiti della ricerca esplorando il punto di vista delle figure terapeutiche sulla psicoterapia sistemica culturalmente sensibile in Irlanda del Nord, una regione del Regno Unito in cui non era stato condotto alcuno studio precedente, segnata da una storia di prolungato conflitto politico, da una persistente divisione settaria e da un’immigrazione limitata. Si prevedeva che questo contesto unico potesse portare nuovi apprendimenti, data la sua ampia maggioranza bianca e il fatto che l’identità culturale vi resta una questione contesa. Lo studio è stato realizzato come tesi finale del MSc Systemic Psychotherapy della Queen’s University Belfast della prima autrice, Christiana Young (Young, 2018). La seconda autrice, Suzanne Mooney, fa parte del corpo docente sistemico della Queen’s University Belfast e ha supervisionato lo studio.

Contesto dello studio: l’Irlanda del Nord

In Irlanda del Nord le identità religiose, nazionali e culturali sono spesso confuse tra loro. L’Irlanda del Nord, giurisdizione distinta all’interno del Regno Unito, fu creata nel 1921 da una legge britannica in risposta alla guerra d’indipendenza irlandese (1919–21), che mirava a porre fine al dominio britannico in Irlanda. Il confine fu tracciato attorno a sei contee nord-orientali, la parte più industrializzata dell’Irlanda, con una maggioranza protestante/unionista che si identificava come britannica a seguito della colonizzazione del XVII secolo (Bardon, 2011). Queste contee avevano però anche una consistente minoranza cattolica/nazionalista/repubblicana, che si identificava in gran parte come irlandese e aspirava a un’Irlanda unita (Bardon, 2011). La formazione dell’Irlanda del Nord fu quindi sempre contestata e accompagnata dalla violenza, sia a favore sia contro la partizione, e tra le due comunità principali persistette una segregazione reciproca informale (McKittrick & McVea, 2002, p. 18). I successivi governi unionisti devoluti furono accusati di discriminazione sistematica nell’alloggio, nell’occupazione e nel voto nei confronti della minoranza cattolica/nazionalista/repubblicana (McKittrick & McVea, 2002). Le tensioni crescenti culminarono in un conflitto violento che si intensificò e degenerò in trent’anni di violenza protratta, noti come «the Troubles», che costarono più di 3.500 vite e ferirono oltre 50.000 persone (Fay et al., 1999; Schiaparelli et al., 2015), con la quota più alta di morti nelle zone con i livelli più elevati di segregazione e di deprivazione (Cunningham & Gregory, 2014; Mesev et al., 2009). Un processo di pace mediato dagli Stati Uniti portò all’Accordo di Belfast/del Venerdì Santo del 1998 tra i governi britannico e irlandese e la maggior parte dei partiti politici nordirlandesi. Tuttavia, nonostante un ampio disarmo paramilitare e la riforma della polizia nordirlandese, il settarismo, i disaccordi politici e la violenza comunitaria (seppure a un livello ridotto) persistono nell’Irlanda del Nord del dopo-conflitto (Goeke-Morey et al., 2009; McAlister et al., 2013; Nolan, 2018).

Il panorama sociodemografico nordirlandese sta però cambiando: nel censimento del 2021, pubblicato di recente, la popolazione cattolica ha superato per la prima volta la maggioranza protestante (NISRA, 2022). I risultati del censimento indicano tuttavia questioni più sfumate legate all’identità culturale e nazionale, con tre grandi raggruppamenti distinti: il 32% si identifica solo come britannico; il 29% solo come irlandese; e il 20% solo come nordirlandese (NISRA, 2022). Questi dati risuonano con i risultati della Northern Ireland Life and Times Survey (NILT, 2021) sull’identità comunitaria/religiosa autoattribuita e sugli orientamenti politici unionisti/nazionalisti, che mostrano segni di mutamento, soprattutto nelle fasce d’età più giovani (ad esempio, il 51% delle persone tra i 21 e i 34 anni non si considera né nazionalista né unionista). Ciononostante, la segregazione su base religiosa (oltre che di classe sociale) resta un tratto significativo della società nordirlandese, particolarmente marcato nell’istruzione e nell’edilizia sociale (Hughes et al., 2007; McClements, 2018; Roulston & Hansson, 2021), con alti tassi di deprivazione sociale e problemi associati come uso di sostanze, disturbi mentali, suicidio e violenza (domestica, paramilitare, criminale) (Black, 2021; Bunting et al., 2012, 2013; Cummings et al., 2009; Doyle & McWilliams, 2018; McAlister et al., 2013; Muldoon, 2004). Alti muri noti come «peace lines», che separano i quartieri cattolici/nazionalisti/repubblicani da quelli protestanti/unionisti/lealisti, soprattutto nelle zone urbane di confine, eretti negli anni Settanta a seguito di disordini o attacchi, esistono ancora e sono anzi aumentati di numero a più di vent’anni dall’Accordo di Belfast del 1998 (Irish Times, 2022; Shirlow & Murtagh, 2006).

Quanto alle popolazioni Nere ed etnicamente minorizzate, l’Irlanda del Nord non ha conosciuto, dopo la seconda guerra mondiale, livelli di immigrazione paragonabili al resto del Regno Unito. Tuttavia, negli anni successivi all’Accordo di Belfast, e in particolare dall’ingresso degli Stati baltici nell’Unione europea (Gilligan, 2019), la popolazione nordirlandese di 1,9 milioni di persone è diventata più diversificata, partendo da una base molto bassa. Sebbene il 96,6% della popolazione si identifichi come bianca, le popolazioni etnicamente minorizzate sono raddoppiate, dall’1,8% nel 2011 (32.400 persone) al 3,4% (65.900 persone)4 nel censimento del 2021 (NISRA, 2022), con un corrispondente aumento degli episodi razzisti registrati (Gilligan, 2019). Il censimento del 2021 ha registrato il numero più alto di sempre di persone residenti in Irlanda del Nord nate fuori dal Regno Unito e dall’Irlanda, passate dal 4,5% al 6,5% della popolazione (NISRA, 2022), mentre le nascite da madri nate fuori dal Regno Unito e dall’Irlanda rappresentano ormai oltre il 13,3% di tutte le nascite nordirlandesi (NISRA, 2020). Si sostiene che le comunità Nere ed etnicamente minorizzate siano state trascurate in Irlanda del Nord: il sistema politico istituito dall’Accordo di Belfast per garantire che le due comunità principali condividano il potere di governo e la mancanza di un monitoraggio etnico contribuiscono all’invisibilità di queste popolazioni nell’elaborazione delle politiche (House of Commons NI Affairs Committee, 2022).

La psicoterapia sistemica in Irlanda

La psicoterapia sistemica è praticata sull’isola d’Irlanda dalla metà degli anni Settanta: la sezione nordirlandese dell’Association for Family Therapy (AFT UK) e la Family Therapy Network of Ireland (FTAI) sono state fondate entro il 1980, rispettivamente a nord e a sud del confine (Carr, 2013). Attualmente esistono in tutto tre istituti di formazione in psicoterapia sistemica, due accreditati dalla FTAI (University College Dublin; Clanwilliam Institute) e uno dall’AFT (UK), presso la Queen’s University Belfast (Boland et al., 2020). Sebbene vi siano circa 70 persone iscritte all’albo della psicoterapia sistemica in Irlanda del Nord e 300 nella Repubblica d’Irlanda, molte di loro lavorano nei ruoli dell’assistenza infermieristica, del servizio sociale e della psicologia per mancanza di posti dedicati (Boland et al., 2020; Carr, 2013). In Irlanda del Nord il principale datore di lavoro della psicoterapia sistemica è il settore pubblico dei servizi di salute mentale per l’infanzia e l’adolescenza (CAMHS), mentre un piccolo numero di organizzazioni del terzo settore impiega figure di psicoterapia sistemica a prestazione, a tempo parziale o a tempo pieno.

Motivazione dello studio

Nata da genitori sierraleonesi emigrati nel Regno Unito negli anni Settanta, Young è cresciuta nel nord di Londra con un’esperienza vissuta del razzismo. La giustapposizione di origini sierraleonesi e nascita britannica le ha fatto vivere uno status di minoranza sia in Sierra Leone sia in Inghilterra: vista come parte della diaspora sierraleonese, e quindi chiamata inglese quando si trovava in Sierra Leone, era invece vista come una donna Nera in Inghilterra. La complessità del vivere tra due culture è qualcosa con cui si è confrontata fin da piccola e che ha contribuito a plasmare la sua idea di identità. Trasferitasi da Londra a Belfast, Young ha incontrato un contesto comunitario molto diverso, in cui era l’unica persona Nera in formazione, mentre tutte le altre persone del corso provenivano da un contesto bianco irlandese o britannico ed erano cresciute in Irlanda del Nord o nella Repubblica d’Irlanda. Nell’ambito della sua formazione sistemica abilitante in Irlanda del Nord, ha riflettuto sulla propria esperienza vissuta e inizialmente ha faticato a capire quale «posto» avessero le persone Nere e minorizzate nell’attuale contesto nordirlandese, con la sua storia segnata da divisioni settarie, conflitto politico e complesse questioni identitarie. Era consapevole del proprio status minorizzato in Irlanda del Nord, della propria nazionalità britannica e del proprio colore, il che la lasciava incerta su come affrontare con sensibilità le conversazioni su «razza» ed etnia in questo nuovo contesto culturale. Con il procedere della formazione, Young ha scoperto che mantenere con delicatezza la posizione terapeutica della curiosità (Cecchin, 1987), insieme alla riflessività culturale (Daniel, 2012) e all’assunzione di rischi relazionali (Mason, 2018), le offriva l’occasione di creare lo spazio per far emergere, con buoni risultati, gli aspetti razziali, etnici e culturali del proprio «sé» negli incontri terapeutici con le famiglie e nel suo gruppo di formazione. Queste esperienze cumulative del dare «voce» al proprio vissuto di donna Nera britannica di origine sierraleonese in Irlanda del Nord hanno rafforzato l’interesse di Young a esplorare la pratica della sensibilità culturale come tema centrale della sua tesi finale di master. La seconda autrice, Mooney, ha supervisionato lo studio e ha portato al progetto una conoscenza approfondita del contesto sociodemografico nordirlandese. Anche lei aveva vissuto sfide identitarie complesse. Cresciuta in Irlanda del Nord in un ambiente comunitario Bianco protestante/unionista/lealista/britannico, ha studiato in Scozia (dove era percepita come irlandese) prima di tornare in Irlanda del Nord e di impegnarsi, da giovane adulta, in progetti intercomunitari e in formazioni terapeutiche che miravano a esplorare e ad ampliare il dialogo e lo scambio antisettari, con l’aspirazione a una nuova Irlanda. Oggi si identifica come donna irlandese Bianca e atea. La supervisione della ricerca è stata utilizzata per avviare conversazioni sul posizionamento della ricercatrice e della supervisora (Wilson et al., 2022) e sull’intersezione delle loro identità sociali in relazione al contesto nordirlandese («razza», cultura, religione, etnia, nazionalità), consentendo così una posizione critica, autoriflessiva e socialmente situata per tutto il processo di ricerca.

Metodologia

Come mostrato sopra, le discussioni su che cosa costituisca una pratica culturalmente sensibile sono complesse, sfumate e socialmente situate. Per esplorare la pratica della sensibilità culturale nella psicoterapia sistemica in Irlanda del Nord è stata quindi adottata un’epistemologia di ricerca socio-costruzionista, con la sua posizione critica verso il sapere ricevuto e la sua attenzione al linguaggio e al contesto sociale (Burr, 2015; Gergen, 1985). Le interviste qualitative semistrutturate con partecipanti mirati sono state scelte come il metodo di raccolta dei dati più appropriato per generare dati ricchi di dettagli (Braun & Clarke, 2013) e facilitare una comprensione approfondita e contestualizzata di prospettive uniche fondate sull’esperienza vissuta (Kvale, 1996). L’approvazione etica è stata concessa dalla School of Social Sciences, Education and Social Work della Queen’s University Belfast. Una strategia di campionamento ragionato (Campbell et al., 2020) ha cercato di reclutare figure di psicoterapia sistemica impiegate nel terzo settore, così da raggiungere partecipanti idonei entro i tempi ristretti della tesi, dato il lungo iter di approvazione etica richiesto per il reclutamento nel settore pubblico. Le direzioni generali delle principali organizzazioni del terzo settore nordirlandese note per impiegare figure di psicoterapia sistemica sono state contattate per diffondere il materiale di reclutamento. Cinque partecipanti che rispondevano ai criteri di inclusione hanno fornito il consenso informato. Dopo la compilazione di un breve profilo sociodemografico, la ricercatrice ha utilizzato una guida d’intervista appositamente elaborata (Patton, 2002) (vedi Appendice S1) per invitare le persone partecipanti a riflettere sulle proprie origini razziali, etniche e culturali; a descrivere esperienze di lavoro terapeutico con famiglie Nere ed etnicamente minorizzate in Irlanda del Nord; a decostruire l’espressione «pratica culturalmente sensibile»; e a esplorare le risorse e i vincoli degli incontri terapeutici culturalmente sensibili. Tutte le interviste sono state audioregistrate e trascritte integralmente. È stata condotta un’analisi tematica «induttiva» dei dati (Frith & Gleeson, 2004), basata sulla guida in sei fasi all’analisi tematica di Braun e Clarke (2006). Le trascrizioni sono state lette e rilette per consentire l’immersione nei dati, seguite da una codifica manuale per individuare possibili schemi e temi (Hardy & Bryman, 2004). È stata utilizzata una mappatura visiva per esplorare i temi sovraordinati e i sottotemi emergenti nell’insieme dei dati. È proseguito un processo ricorsivo tra i dati e la mappatura tematica, con temi e sottotemi rinominati di conseguenza, nello sforzo di fornire una narrazione analitica concisa e coerente che cogliesse l’essenza delle prospettive delle persone partecipanti (Braun & Clarke, 2006). In questo modo i temi sono stati scoperti anziché inseriti «in un quadro di codifica preesistente» (Braun & Clark, 2006:83). Come indicato sopra, è stato compiuto un attento sforzo per rafforzare la credibilità, la trasferibilità, l’affidabilità e la confermabilità dello studio (Lincoln & Guba, 1985), compresi un confronto critico in supervisione (Severinsson, 2015) e un processo di autoriflessività (Berger, 2015) lungo tutto il percorso.

Riflessioni su «razza» ed etnia nel processo di ricerca

Young era consapevole della propria identità di donna Nera britannica mentre conduceva le interviste e temeva che le persone partecipanti potessero interrogarsi sulle sue motivazioni. Per ridurre la probabilità che la sua identità agisse involontariamente da ostacolo alla partecipazione, durante il reclutamento ha chiarito esplicitamente che non cercava di far emergere opinioni pregiudizievoli né di criticare indebitamente la pratica delle persone partecipanti. Nonostante questi sforzi, si riconosce che la sua identità Nera ha inevitabilmente avuto una certa influenza sulle risposte, limitando potenzialmente le informazioni condivise (Gerson & Horowitz, 2002). È però anche possibile che la differenza visibile di Young abbia arricchito le conversazioni. È interessante notare che tutte le persone partecipanti hanno fatto riferimento, nelle rispettive interviste, alla sua identità di donna Nera britannica. La sua identità Nera e il suo status di «esterna» rispetto all’Irlanda del Nord possono aver indotto le persone partecipanti a diventare più consapevoli della propria Bianchezza e aver offerto un’occasione unica per riflettere sulla pratica interculturale nel contesto nordirlandese.

RISULTATI DELLO STUDIO

In totale sono state intervistate cinque persone, tre donne e due uomini, di età superiore ai 45 anni. Sebbene tutte fossero cresciute in Irlanda del Nord, due si identificavano come bianche irlandesi e tre come bianche britanniche. Due avevano completato la formazione sistemica abilitante in Irlanda del Nord, due nella Repubblica d’Irlanda e una in Inghilterra, con un’esperienza post-abilitazione compresa tra 8 e 15 anni nella pratica pubblica, del terzo settore e privata, in contesti di assistenza sociale, salute mentale e giustizia (non sempre in posti di psicoterapia sistemica dedicati). Al momento del reclutamento, le persone partecipanti erano impiegate come psicoterapeute sistemiche (a prestazione o a tempo pieno) in quattro diverse organizzazioni del terzo settore che offrivano servizi terapeutici legati alla salute mentale, all’uso di sostanze e al sostegno relazionale. Due riferivano anche un’attività privata. Nonostante questa ampia esperienza clinica, tre persone riferivano una pratica interculturale molto limitata (stimata a meno del 2% della clientela), molto probabilmente a causa della popolazione Nera ed etnicamente minorizzata relativamente ridotta in Irlanda del Nord. Solo una aveva lavorato con interpreti. La persona con maggiore esperienza interculturale (stimata tra il 30% e il 40% della clientela) aveva lavorato in zone note per ospitare comunità Nere ed etnicamente minorizzate più numerose grazie alle opportunità di lavoro per le persone migranti (NISRA, 2020). Dall’analisi dettagliata delle interviste sono emersi quattro temi sovraordinati interconnessi: la «cultura del silenzio» in Irlanda del Nord; la «Bianchezza come norma invisibile»; i paradossi teorici che alimentano la reticenza terapeutica; i benefici percepiti dell’esplorare le differenze culturali e l’esperienza vissuta del razzismo (vedi la Tabella 2 per una sintesi dei temi e dei sottotemi).

Tabella 2 — Temi principali e temi costitutivi.

Tema principale, poi temi costitutivi.

  • La «cultura del silenzio» in Irlanda del Nord. La persistenza del settarismo; Il settarismo visto come forma primaria di discriminazione; Minaccia alla sicurezza personale; Paura di un trattamento iniquo; Senso di paura nel rivelare apertamente la propria identità etnica/nazionale; Non parlare esplicitamente del contesto sociopolitico; Sintonia con le norme culturali del non parlare di sé nel contesto sociopolitico; Non essere abituati a parlare degli aspetti di sé legati alle identità culturali ed etniche.
  • La Bianchezza come norma invisibile. L’Irlanda del Nord «chiusa in sé»; I «Troubles» come deterrente alla migrazione; Società bianca monoculturale; Mancanza di diversità razziale visibile; Identità etniche, unioniste/nazionaliste, razziali e nazionali dominanti bianche britanniche/irlandesi; Diversità razziale/etnica non rappresentata nei corsi di formazione sistemica in Irlanda del Nord e nella Repubblica d’Irlanda; Attenzione centrata sulla religione e sulle identità nazionali; La mancanza di opportunità di formazione continua.
  • Paradossi teorici che alimentano la reticenza terapeutica. Il dilemma tra «sapere», «non sapere» e «sapere» informato; Preoccupazioni sull’uso del potere e della competenza; Ridurre al minimo il potere terapeutico; Privilegiare la collaborazione; Assumere una «posizione one-down»; La posizione dell’umanità condivisa; Paura di sollevare con le famiglie l’esperienza o le convinzioni culturali, razziali o etniche; Attenzione alle convinzioni e alle pratiche culturali della persona assistita.
  • Benefici percepiti dell’esplorare le differenze culturali e l’esperienza vissuta del razzismo. Umanità condivisa; Il settarismo visto come forma primaria di discriminazione; Crescente consapevolezza del razzismo; L’importanza di assumere una posizione antirazzista; Considerare l’esperienza vissuta del razzismo per rafforzare l’alleanza terapeutica.

Tema 1: la «cultura del silenzio» in Irlanda del Nord

Data la lunga storia di conflitto politico, violenza settaria e discriminazione dell’Irlanda del Nord, tutte le persone partecipanti hanno commentato una norma culturale di protezione della propria identità religiosa e culturale, dovuta a un senso diffuso di minaccia alla propria sicurezza personale o a un trattamento equo, preoccupazioni che, come si osserva, esistono ancora oggi nonostante l’Accordo di Belfast (1998) e la fine apparente del conflitto (Morrow, 2019). Di conseguenza, quattro persone partecipanti su cinque si sono chieste se il perdurare di una «cultura del silenzio» e il sentirsi «sulla difensiva» riguardo alla propria identità culturale ed etnica le rendessero reticenti e poco attrezzate per avviare conversazioni su «razza», cultura ed etnia con persone assistite Nere ed etnicamente minorizzate:

… quanto sentiamo di poter cominciare a parlare di lavoro multietnico e cose del genere, quando siamo ancora così sulla difensiva e divisi sulle nostre questioni settarie. (Partecipante 1)

È interessante notare che ogni persona partecipante ha esitato e si è presa molto tempo per definire le proprie origini culturali ed etniche, come se fossero questioni di rado richieste o espresse esplicitamente. Il non essere abituati, e l’essere «sulla difensiva», nel rivelare la propria identità culturale ed etnica è stato individuato come un vincolo allo sviluppo di una pratica culturalmente sensibile. Per una persona partecipante, questa differenza è diventata evidentissima di fronte alla disponibilità percepita a nominare esplicitamente la propria identità culturale ed etnica durante eventi formativi sistemici in Inghilterra:

se vai in Inghilterra a degli incontri dove le persone … si presentano come bianche di classe media … E noi lì a pensare ma di che stanno parlando, tutto quello che fai è dire il tuo nome, però è anche vero … forse siamo a disagio con quell’identità dichiarata subito, questo è ciò che sono, perché potresti dover nominare cose che noi non nominiamo in quella cultura del silenzio. (Partecipante 1)

Le risposte delle persone partecipanti hanno quindi sollevato la questione se, nel contesto sociopoliticamente conteso dell’Irlanda del Nord, fosse necessario che le persone in formazione e chi fa terapia «rompessero il silenzio» e cominciassero esplorando la storia sociopolitica locale, il contesto, le identità culturali e le disuguaglianze, come via per orientarsi verso l’incontro con altri popoli e con disuguaglianze più ampie.

Tema 2: la «Bianchezza come norma invisibile»

Era notevole che la parola «insulare» fosse usata da tutte e cinque le persone partecipanti per descrivere il contesto nordirlandese e illustrare come fosse stato segnato dalla mancanza di immigrazione:

Siamo stati insulari qui … siamo una comunità molto insulare … siamo al largo della costa dell’Inghilterra e della Gran Bretagna e nessuno è mai davvero … venuto qui. (Partecipante 4)

Si riteneva che la relativa assenza di immigrazione avesse contribuito a fare dell’Irlanda del Nord un «paese ripiegato su sé stesso», con l’attenzione rivolta alle divisioni settarie e politiche piuttosto che alle questioni di «razza» ed etnia. Quattro persone partecipanti su cinque hanno riferito che vivere in una società dominata dalla considerazione delle identità religiose e nazionali aveva attivamente scoraggiato la riflessione sulla propria identità etnica, con la Bianchezza percepita come una «monocultura» onnicomprensiva, facendo così eco al risultato di Wallis e Singh sulla «Bianchezza come norma invisibile» come tema dominante nel discorso terapeutico (Wallis & Singh, 2014, p. 46). L’aumento più recente di persone Nere ed etnicamente minorizzate nella più ampia comunità nordirlandese avrebbe portato una persona partecipante a riflettere sulla propria identità razziale e in particolare sulla propria Bianchezza, suscitando un senso nuovo di esplorazione:

Credo di vedermi come una persona caucasica … bianca in quel senso americano … è solo di recente che ci ho fatto caso … perché stando in una monocultura non hai davvero bisogno di pensarti in quei termini. È quando … interagisci con persone di culture diverse che allora cominci a riflettere, be’, io dove sono, a che punto sono. (Partecipante 5)

Le persone partecipanti hanno colto l’occasione per segnalare i limiti esperienziali delle rispettive formazioni: una sola ha menzionato esplicitamente il termine «autoriflessività» quando le è stato chiesto di decostruire l’espressione «sensibilità culturale». Abilitate tra 8 e 15 anni prima, quattro persone partecipanti ritenevano che la formazione sistemica in Irlanda (del Nord o del Sud) avesse involontariamente ostacolato lo sviluppo di una pratica culturalmente sensibile, perché i gruppi di apprendimento non erano, a loro dire, abbastanza diversificati etnicamente da suscitare la discussione:

nel mio gruppo [di formazione] eravamo tutte persone bianche e non c’era nessuno di un altro paese o di un’altra razza, quindi non credo che si abbia una conversazione ricca. (Partecipante 5)

Una persona partecipante che aveva completato la formazione nella Repubblica d’Irlanda ha osservato che in quel periodo nessuna famiglia Nera o etnicamente minorizzata si era presentata in terapia, il che era percepito come un limite all’opportunità di sviluppare competenze per lavorare con la differenza culturale. Al contrario, l’unica persona partecipante che si era formata in Inghilterra riteneva che il proprio apprendimento fosse stato arricchito dalla diversità etnica rappresentata sia nel gruppo di formazione sia nelle famiglie in terapia. Più in generale, per questa persona le premesse della psicoterapia sistemica andavano riconsiderate alla luce delle sue origini Bianche:

… la terapia familiare è stata in gran parte sviluppata come un modello bianco, caucasico … basato su idee bianche di chi siamo, di cosa siamo … di come comunichiamo e di che cosa sia una comunicazione buona e utile e che cosa non lo sia, quindi la sfida è un po’ cercare di mettere tutto questo da parte. (Partecipante 3)

Anche le opportunità di formazione professionale continua erano in genere percepite come limitate nel contesto nordirlandese, e la partecipazione a eventi formativi in contesti geografici più diversificati etnicamente era considerata essenziale per lo sviluppo professionale.

Tema 3: i paradossi teorici che alimentano la reticenza terapeutica

Sebbene tutte le persone partecipanti abbiano indicato l’esplorazione dell’esperienza vissuta della persona assistita come importante per una pratica terapeutica efficace, appariva evidente un’enfasi diversa sull’inclusione delle considerazioni culturali e della disuguaglianza sociale, con posizioni contraddittorie che rivelavano una certa reticenza terapeutica nel sollevare questo tema. Nel decostruire l’espressione «pratica culturalmente sensibile», le risposte sottolineavano l’attenzione a come le convinzioni e le pratiche culturali della persona assistita incidessero sulla sua vita:

Pratica culturalmente sensibile significa che io abbia una consapevolezza o una sensibilità del fatto che la cultura di un’altra persona è sua e influisce su come vive la propria vita, su come vede il mondo, e quindi bisogna essere consapevoli di questo fatto e poi cercare di … lavorarci con sensibilità. (Partecipante 2)

Nonostante questo apparente riconoscimento dell’importanza cruciale della cultura e dell’etnia per l’esperienza vissuta e la visione del mondo di una persona, paradossalmente quattro persone partecipanti su cinque hanno espresso riluttanza a sollevare con le famiglie la questione dell’esperienza o delle convinzioni culturali, razziali o etniche, vedendovi un esercizio di potere sulle persone assistite attraverso la definizione dell’agenda terapeutica. Le persone partecipanti hanno invece sottolineato la propria preferenza per una «posizione one-down» e un approccio di «non sapere informato» (Anderson & Goolishian, 1992; Laird, 1998) nel loro impegno terapeutico con famiglie etnicamente minorizzate, come modo per bilanciare competenza e incertezza (Mason, 1993). Tre persone partecipanti hanno inoltre espresso la preoccupazione che concentrarsi sulla cultura potesse portare anche a un’inutile «reificazione della cultura» (Pakes & Roy-Chowdhury, 2007 p. 286) nel contesto terapeutico; una di loro ha affermato:

… [la famiglia] non è lì perché ha una certa etnia … è lì perché ha bisogno di aiuto per riflettere su ciò che succede nella sua vita e su ciò che deve cambiare … io la prendo dal punto di vista che sono qui per uno scopo … e quel motivo non ha niente a che fare con dove hanno vissuto prima, o con chi sono o cosa sono in quel senso … faccio molta più attenzione all’ansia che entra nella stanza e alla paura che entra nella stanza … piuttosto che al fatto che la persona sia croata, polacca, nigeriana o qualsiasi altra cosa, davvero … forse non è la risposta giusta, ma questa è la mia prima preoccupazione; dopo, sì, cercherò di sintonizzarmi, perché le differenze ci sono e non vuoi mancare di tatto o dire qualcosa di inopportuno o di stupido. (Partecipante 4)

Va notato che tutte le persone partecipanti hanno anche espresso l’opinione che le difficoltà vissute dalle famiglie «trascendano» la cultura e hanno riferito come i concetti di universalità e di «umanità condivisa» (Rober & De Haene, 2014) fungessero da guide importanti nel lavoro terapeutico con le famiglie:

Amo davvero l’umanità comune … attraversa e trascende la cultura … vuol dire che può essere più facile non preoccuparsi della cultura, perché è solo umanità e non una questione culturale. (Partecipante 2)

Chiaramente questo approccio rischiava di relegare in secondo piano l’importanza di questioni specifiche legate alla «razza» e all’etnia, poiché le persone partecipanti sembravano pensare alla cultura come legata solo a certi aspetti della vita delle persone, anziché comprendere le identità razzializzate e minorizzate come radicate in ogni esperienza vissuta e connesse in modo cruciale alle strutture di potere dominanti della società. Potrebbe però anche indicare il timore che un’attenzione esplicita di chi fa terapia alla «razza», alla cultura o all’etnia possa essere percepita dalla famiglia come discriminatoria. Ciò potrebbe suggerire un discorso di «politicamente corretto», individuato da Wallis e Singh (2014) come un fattore che frena il personale clinico bianco dal sollevare questioni di «razza» nell’ambito terapeutico, a causa di sentimenti di «ansia razziale» e di «autocontrollo» (p. 51).

Tema 4: i benefici percepiti dell’esplorare le differenze culturali e l’esperienza vissuta del razzismo

Sebbene le citazioni precedenti indichino il rischio di negare la considerazione di «razza», cultura ed etnia nell’ambito terapeutico o di ridurla a una semplice «differenza» (anziché a una disuguaglianza), quattro persone partecipanti su cinque hanno comunque riferito di non permettere che l’attenzione all’«umanità condivisa» delle persone impedisse loro di riconoscere come la cultura e l’etnia incidano sull’esperienza vissuta in modi numerosi e spesso svantaggiosi. Sono stati forniti esempi di come un’attenzione alle differenze culturali fosse stata benefica per l’impresa terapeutica:

… [la conversazione precedente] ha portato in modo naturale a come la famiglia potesse arricchirsi rafforzando alcune delle proprie pratiche culturali all’interno di questa cultura [nuova, nordirlandese] … [oppure] c’erano modi in cui la famiglia poteva prendere in prestito qualcosa da questa cultura [nordirlandese] per aiutarsi con altri ostacoli che stava affrontando? … questo ha portato [nel dialogo terapeutico] in modo molto aperto tutta la questione della cultura … ha reso la cultura davvero parte della conversazione. Per me è stata una delle esperienze più arricchenti. (Partecipante 2)

La mancanza di immigrazione in Irlanda del Nord e l’attenzione al settarismo come sistema discriminatorio primario avrebbero, secondo alcune persone, limitato la consapevolezza sociale del razzismo. Sebbene le considerazioni sul razzismo e sulle disuguaglianze strutturali fossero un tema relativamente minore nell’insieme delle interviste, tutte e cinque le persone partecipanti hanno descritto una crescente consapevolezza del razzismo in Irlanda del Nord, percepito come in aumento man mano che la presenza delle comunità etnicamente minorizzate diventava più visibile:

è come con la comunità polacca quando è arrivata … non c’era nessun problema, ma una volta che [la comunità] ha cominciato a crescere … all’improvviso c’è stata tutta questa reazione contro di loro … (Partecipante 3)

Si riteneva che tali esperienze, quando portate nella stanza di terapia, richiedessero a chi fa terapia di assumere una posizione antirazzista:

se qualcuno porta il razzismo che sta vivendo, serve quella sensibilità in più per … lavorarci e fare in modo che per quella persona vada bene capire che non è colpa sua, ma della cultura in cui purtroppo si trova. (Partecipante 2)

Si riteneva che questa posizione consentisse di prendere in considerazione l’esperienza vissuta del razzismo da parte delle persone assistite, descritta come un rafforzamento dell’alleanza terapeutica e una facilitazione dell’ulteriore dialogo:

Ho sentito di sicuro che quando abbiamo parlato [dell’esperienza di razzismo delle persone assistite] … c’era un’alleanza terapeutica più forte, e questo ci ha permesso di parlare di altre cose. (Partecipante 5)

Pertanto, nonostante quadri teorici che potrebbero involontariamente scoraggiare l’esplorazione della differenza culturale e la relativa mancanza di formazione esperienziale, la maggior parte delle persone partecipanti a questo studio ha riconosciuto i benefici terapeutici dell’esplorare le differenze culturali e l’esperienza del razzismo.

DISCUSSIONE

Eventi recenti come la pandemia di COVID-19 e il movimento BLM hanno puntato i riflettori sull’impatto del razzismo e delle disuguaglianze strutturali nella vita quotidiana delle persone Nere e minorizzate nel Regno Unito. Nella comunità sistemica britannica si è rinvigorita una lotta contemporanea per riconoscere e affrontare l’ingiustizia razziale e sociale: l’AFT, l’organo di governo della psicoterapia familiare e sistemica nel Regno Unito, ha pubblicato insieme allo UK Council for Psychotherapy una dichiarazione a sostegno delle proteste antirazziste, affermando l’intenzione di usare la propria «piattaforma e le proprie risorse per svolgere un ruolo nella lotta per superare sfide sistemiche profondamente radicate … amplificare la nostra campagna per mettere in luce le disparità razziali nell’esperienza dei servizi di salute mentale e negli esiti di salute mentale» (UKCP, 2022). Anche teoriche e teorici chiedono modelli di pratica trasformativi che promuovano attivamente la giustizia sociale (Krause, 2022; McDowell et al., 2017, 2019). Ma come si concretizzano queste aspirazioni nella pratica terapeutica in contesti sociopolitici contesi? E che cosa potrebbe significare per la formazione sistemica? Questo pionieristico studio di master ha cercato di rispondere a queste domande esplorando la pratica della sensibilità culturale con persone che esercitano la psicoterapia sistemica in Irlanda del Nord. Sono emerse tre aree di interesse principale, con implicazioni per la teoria, la ricerca, la pratica e la formazione sistemiche.

L’importanza di prestare attenzione al contesto sociopolitico locale e all’intersezionalità nelle formazioni sistemiche

Sebbene i risultati dello studio rispecchino temi discussi nella ricerca britannica esistente, il luogo dello studio, l’Irlanda del Nord, ha fatto emergere, forse non sorprendentemente data la comprensione sistemica dell’importanza vitale del contesto, alcune differenze sfumate rispetto agli studi condotti nella Grande Londra, oltre a potenziali parallelismi con altre aree del Regno Unito e dell’Irlanda con ampie maggioranze bianche. L’assenza di un’immigrazione significativa in Irlanda del Nord ha portato a un senso percepito di omogeneità Bianca espresso dalle persone partecipanti. La mancanza di interazioni con persone di colore e di diversa provenienza culturale negli ambienti formativi e clinici faceva sì che anche figure terapeutiche esperte descrivessero un’esperienza di terapia interculturale limitata e un senso di Bianchezza poco esplorata. Queste lacune erano aggravate, nel contesto nordirlandese, dall’attenzione dominante alle identità religiose/nazionali, conseguenza del lungo conflitto politico, che contribuiva a una «cultura del silenzio» nel nominare ed esplorare le identità culturali ed etniche in quanto tali. I risultati dello studio suggeriscono che nei contesti sociopolitici contesi come l’Irlanda del Nord sia necessario un ulteriore apprendimento esperienziale. Esplorare le proprie identità intersecanti attraverso la lente del privilegio/svantaggio richiede una comprensione della storia sociale e dei rapporti di potere di una comunità, il che farà inevitabilmente emergere tensioni e sfide di fondo per gli istituti di formazione nei contesti politicamente contesi in cui non esiste una narrazione condivisa.

Bianchezza poco esplorata e disuguaglianze strutturali poco riconosciute

Pur riconoscendo le specificità del contesto nordirlandese, questo studio conferma e amplia i risultati di ricerche precedenti sulla grave sotto-esplorazione della Bianchezza e del privilegio Bianco tra le figure di psicoterapia sistemica bianche (Cottrell-Boyce, 2022; Wallis & Singh, 2014): la maggior parte delle persone partecipanti a questo studio descriveva la «pratica culturalmente sensibile» come attenzione rivolta principalmente alle convinzioni e alle pratiche culturali della persona assistita, piuttosto che come vigilanza critica sulle proprie costruzioni, con un’attenzione relativamente limitata all’esperienza della disuguaglianza e del razzismo nella vita delle persone. È difficile sopravvalutare l’importanza di considerare l’oppressione sistemica nella vita delle persone Nere e minorizzate: il pregiudizio e la discriminazione razziali, impliciti ed espliciti, sono forze potenti che si rafforzano a vicenda e creano barriere all’accesso alle opportunità in ambiti di vita cruciali come l’alloggio (Gulliver, 2017), l’istruzione (Joseph-Salisbury, 2020), la salute (Salway et al., 2020) e la giustizia penale (Lammy, 2017), oltre al rischio di «microaggressioni» nella relazione terapeutica (Sue et al., 2007). Questi risultati suggeriscono che le figure di psicoterapia sistemica bianche nel Regno Unito, indipendentemente dal luogo, rischiano ancora di agire sulla base della «Bianchezza come norma invisibile» (Wallis & Singh, 2014, p. 46), oscurando ulteriormente il modo in cui il razzismo è istituzionalizzato e non può essere affrontato dalle sole persone singole (Patel, 2022). Questa riflessione indica le sfide che gli enti di formazione sistemica in tutto il Regno Unito e in Irlanda devono affrontare per «rendere visibile la Bianchezza» (Wallis & Singh, 2014, p. 56), intendendo la Bianchezza non come una caratteristica o un’identità individuale, ma piuttosto come «una lente egemonica che razzializza l’altro, un’ideologia dinamica e riproduttiva nel mantenere il vantaggio strutturale e nel sostenere particolari strutture, istituzioni e pratiche» (Patel, 2022, p. 94). Promuovere una pratica culturalmente sensibile richiede dunque non solo una coscienza critica della propria etnia Bianca (Barratt et al., 1999; Singh, 2009), ma anche una comprensione delle disuguaglianze intersezionali e, in modo esplicito, di come la Bianchezza operi come un sistema invisibile di vantaggio razzializzato, il cui esito è il razzismo (Patel, 2022). Questa conoscenza, unita a capacità esperienziali, è un requisito cruciale per un impegno interculturale e antirazzista etico (Cottrell-Boyce, 2022; Knudson-Martin et al., 2019; Krause, 2012; Patel, 2022; Wallis & Singh, 2014). Radicare una simile prassi antirazzista richiede quindi non solo la riflessività critica di chi esercita la professione, ma anche l’azione dell’istituto di formazione (Patel, 2022).

Oltre la «sensibilità culturale»: il bisogno di nuovi quadri teorici

Nei discorsi teorici sistemici vi sono contraddizioni intrinseche, che al tempo stesso incoraggiano e limitano il riconoscimento e l’esplorazione di «razza», cultura ed etnia nella pratica clinica. Se si ritiene che l’esplorazione degli «universali» abbia un effetto positivo sull’alleanza terapeutica (Rober & De Haene, 2014), la ricerca sottolinea anche l’importanza di sentirsi «culturalmente compresi» (Fox et al., 2017; Teh & Lek, 2018; Yon et al., 2018). Le risposte delle persone partecipanti riflettevano alcune di queste contraddizioni teoriche, con una marcata esitazione nel suscitare conversazioni su «razza», cultura ed etnia. I discorsi postmoderni sulla riduzione al minimo dell’esercizio del potere terapeutico nella definizione dell’agenda terapeutica venivano citati come vincoli, insieme alla tendenza a scivolare verso una posizione di «umanità condivisa» e (di conseguenza) lontano dalla considerazione della differenza culturale e della disuguaglianza. Pur animata da buone intenzioni, l’«elusione del colore» (Annamma et al., 2017) comporta dei rischi quando opera al di fuori della consapevolezza terapeutica, perché può invece preservare lo status quo lasciando il razzismo e la disuguaglianza intersezionale non riconosciuti. Si ritiene che un simile approccio «cieco al colore» rischi di oscurare e invalidare l’esperienza vissuta delle persone assistite minorizzate per via dell’implicita presunzione di uguaglianza che comporta (Cottrell-Boyce, 2022; Wallis & Singh, 2014), rendendo invisibili il privilegio Bianco e la marginalizzazione Nera (Sue, 2010).

La reticenza terapeutica indica la necessità di nuovi quadri di pratica che vadano oltre concetti come la sensibilità culturale e la comprensione di «razza» ed etnia come semplici questioni di differenza, e che facciano esplicito riferimento all’aspirazione alla giustizia sociale dell’impegno terapeutico contemporaneo, per evitare di perpetuare una pratica colonizzatrice (Collins, 2022; Rober & De Haene, 2014). A nostro avviso, l’approccio di terzo ordine formulato di recente è un passo nella giusta direzione, che passa dal «sapere» sulle questioni sociocontestuali al «fare» una pratica socioculturalmente sintonizzata attraverso un processo di: sintonizzazione sul contesto e sul potere – nominare l’ingiustizia – valorizzare ciò che è minimizzato – intervenire nelle dinamiche di potere – immaginare alternative giuste – e trasformare per rendere reale ciò che si è immaginato (Knudson-Martin et al., 2019, pp. 50–56). Un simile quadro chiede a chi fa terapia di rendere conto di come la propria pratica replichi o contribuisca a trasformare le iniquità sociali (Almeida et al., 2007), passando da un impegno per la diversità e l’equità sociale all’azione (Knudson-Martin et al., 2019, p. 47). Come afferma Krause (2022), anche se forse non possiamo «insegnare la razza e l’equità», possiamo «metterle in luce, segnalarle, impegnarci per esse, gridarle, agitarci, intraprendere un’azione politica … possiamo fare tutto questo nel modo in cui … osiamo essere curiosi e indagare su ciò che finora abbiamo dato per scontato» (p. 168).

LIMITI DELLO STUDIO E NECESSITÀ DI ULTERIORI RICERCHE

Questo studio di tesi presenta una serie di limiti importanti che accentuano il carattere provvisorio dei risultati discussi e richiedono ulteriori ricerche sulla pratica interculturale in luoghi diversi del Regno Unito e dell’Irlanda. Si riconosce che le identità della ricercatrice e delle persone partecipanti (e anche della supervisora) possono aver influenzato i risultati e l’analisi; le ricerche future trarranno senza dubbio beneficio da un campione più ampio di figure professionali che lavorano in una gamma più vasta di contesti. Sebbene non si sappia se un reclutamento nel settore pubblico avrebbe fatto emergere partecipanti con una maggiore esperienza terapeutica interculturale, è molto probabile che l’Irlanda del Nord rispecchi l’esperienza del Regno Unito. Un recente rapporto di riferimento dell’NHS Race & Health Observatory ha rilevato che in Inghilterra le persone di origine Nera ed etnicamente minorizzata hanno meno probabilità di accedere alle terapie della parola del NHS, attendono più a lungo per le valutazioni e hanno meno probabilità di ricevere un trattamento dopo la valutazione (NCCMH, 2023). Queste disparità razziali sono riconosciute anche in Scozia, Galles e Irlanda del Nord (UK Parliament, 2022); il Northern Ireland Affairs Committee del governo di Westminster ha constatato che «le persone provenienti da comunità marginalizzate sono spesso trascurate nelle decisioni di politica pubblica. Inoltre, si rileva che i servizi sanitari non rispondono ai bisogni delle persone esterne alle due comunità (“Green and Orange”) che continuano a dominare il discorso politico in Irlanda del Nord» (Weaver, 2022, p. 6). Un’esplorazione più approfondita delle identità delle persone partecipanti e un protocollo d’intervista rivisto avrebbero potuto anche consentire un’analisi più avanzata dell’intersezione di identità multiple e della loro influenza sulla pratica interculturale. Inoltre, dato il recente aumento in Irlanda del Nord delle persone che non si riconoscono nelle consuete linee di divisione religiose/comunitarie/politiche/nazionali (NILT, 2021), un gruppo di partecipanti più giovane o abilitato più di recente avrebbe potuto far emergere differenze sfumate riguardo all’impatto del conflitto politico nordirlandese sul bisogno percepito di proteggere la propria identità etnica e culturale e/o un’accresciuta attenzione terapeutica alle disuguaglianze sociali.

CONCLUSIONE E RIFLESSIONI FINALI

Riteniamo che l’attuale contesto sociopolitico offra alla comunità sistemica un’importante occasione per rinnovare il proprio impegno per l’antirazzismo e la giustizia sociale, riesaminando come queste questioni cruciali siano integrate nei quadri teorici e di pratica contemporanei e introdotte nel contesto formativo. Questo articolo intende contribuire a tale compito, mettendo in luce i dibattiti attuali e i paradossi teorici e attingendo ai risultati di un piccolo studio pionieristico in Irlanda del Nord. I risultati confermano e ampliano le ricerche precedenti, indicando la necessità di integrare più chiaramente nella teoria e nella formazione sistemiche la comprensione dell’impatto pervasivo delle disuguaglianze intersezionali, con una maggiore enfasi sull’apprendimento esperienziale radicato nel contesto sociodemografico locale di chi studia. Nel corpo docente sistemico della Queen’s University Belfast abbiamo cercato di trarre insegnamento da questo studio e di applicarlo ai nostri corsi di formazione, con buoni effetti riscontrati finora. La formazione di base su diversità e disuguaglianze è co-condotta dalle autrici di questo articolo, e gli apprendimenti vengono trasmessi a tutti i livelli della formazione. Questi sviluppi mirano ad aiutare chi studia (tutte figure professionali di diverse discipline), fin dall’inizio della formazione sistemica, a esplorare le proprie origini culturali ed etniche (aprendo anche conversazioni sull’identità nordirlandese) e a offrire un esame critico della Bianchezza come precursore del razzismo istituzionalizzato. Andare oltre il concetto di sensibilità culturale può facilitare l’integrazione esplicita dell’antirazzismo e della giustizia sociale come componenti centrali di una pratica sistemica etica. Misure di questo tipo sono, a nostro avviso, essenziali per consentire a chi esercita la professione di rompere «la cultura del silenzio» e di affrontare direttamente le disuguaglianze strutturali nella propria pratica clinica, offrendo alle persone assistite Nere e minorizzate spazi terapeutici che esplorano le possibilità di cambiamento anziché rafforzare involontariamente l’oppressione.

Complexe Systémique: punti chiave

Lo studio è piccolo (cinque figure terapeutiche, una tesi di master), ma tocca un meccanismo profondamente sistemico: un contesto impara a tacere, e quel silenzio si riproduce in seduta. In Irlanda del Nord decenni di conflitto hanno insegnato a non dire da dove si viene; chi fa terapia porta questa prudenza nel lavoro con le famiglie razzializzate, e la Bianchezza resta inesplorata. Il punto più utile è il paradosso teorico che lo studio porta alla luce: la posizione one-down, il non sapere e l’«umanità condivisa», pensati per limitare il potere terapeutico, possono diventare un modo per eludere il colore e lasciare il razzismo fuori dal quadro. La neutralità smette di essere neutrale quando il sistema la rende comoda. Per la pratica, una domanda semplice: su che cosa il mio contesto mi ha insegnato a tacere, e chi ne paga il prezzo nella stanza? Limiti: un campione omogeneo reclutato nel terzo settore e interviste condotte da una ricercatrice la cui identità può aver orientato le risposte, come l’articolo riconosce. Da leggere insieme all’articolo sulla trappola del non giudizio, quando tacere non è più neutrale, e allo studio su come le persone di colore che praticano la terapia di coppia e familiare sviluppano competenze multiculturali.

Note dell’originale

1 Il termine «Nero» si riferisce alle persone di discendenza africana che condividono un’identità culturale collettiva e l’esperienza del razzismo istituzionalizzato (Grant & Grant, 1975). L’espressione «comunità etnicamente minorizzate» include le altre persone di colore razzializzate e le comunità etniche minoritarie bianche, che vivono anch’esse molteplici svantaggi, tra cui pregiudizio razziale, marginalizzazione e discriminazione (Aspinall, 2020).

2 L’espressione «Black, Asian and minority ethnic» (BAME) era in uso al momento della raccolta dei dati di questa ricerca. Pur essendo contestata, è ancora comunemente utilizzata nei confronti statistici tra le popolazioni bianche, nere, asiatiche ed etnicamente minorizzate. Nell’acronimo BAME, l’espressione «Minority Ethnic» esclude le comunità etniche minoritarie bianche.

3 Il termine «Bianco» è scritto con l’iniziale maiuscola in tutto l’articolo per nominare esplicitamente la Bianchezza e richiamare l’attenzione su di essa come «razza» che conferisce privilegio, evitando l’invisibilità razziale per cui la Bianchezza è vista come neutra o come la norma (Fine et al., 1997).

4 I principali raggruppamenti della popolazione nordirlandese che si identificano come appartenenti a un gruppo etnico minoritario comprendono: etnie miste (0,8% – 14.400 persone); Nere (0,6% – 11.000 persone); indiane (0,5% – 9.900 persone); cinesi (0,5% – 9.500 persone); filippine (0,2% – 4.500 persone); Irish Traveller (0,1% – 2.600 persone). Anche le etnie araba, pakistana e rom contavano ciascuna 1.500 persone o più (NISRA, 2022).

Conflitto di interessi. Le autrici dichiarano di non avere interessi concorrenti rilevanti per il contenuto di questo articolo. Le autrici non hanno interessi finanziari o proprietari in alcun materiale discusso in questo articolo.

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Traduzione non ufficiale in italiano di Breaking the ‘culture of silence’: exploring therapist perspectives of culturally sensitive systemic psychotherapy in contested sociopolitical contexts – a Northern Ireland case study, di Christiana Young e Suzanne Mooney, Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, vol. 45, no 3 (2024), doi: 10.1002/anzf.1599, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (tabelle presentate come elenchi). La traduzione non è stata realizzata né dalle autrici né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «Breaking the ‘culture of silence’: exploring therapist perspectives of culturally sensitive systemic psychotherapy in contested sociopolitical contexts – a Northern Ireland case study», pubblicato in Australian and New Zealand Journal of Family Therapy (2024) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato in testa a questa pagina; fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Young, C., e Mooney, S. (2024). Breaking the ‘culture of silence’: exploring therapist perspectives of culturally sensitive systemic psychotherapy in contested sociopolitical contexts – a Northern Ireland case study. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/breaking-the-culture-of-silence-exploring-therapist-perspectives-of-culturally-sensitive (Opera originale pubblicata nel 2024 in Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, 45(3), 300-324 (2024); ripubblicata nel 2024 da Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/anzf.1599)

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