Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Journal of Solution Focused Practices · Studio di caso
«Ma si può usare la pratica centrata sulla soluzione in una crisi?» Due assistenti sociali del Regno Unito, con formazione e accreditamento in questo approccio, rispondono con due resoconti anonimizzati, scritti nel linguaggio delle registrazioni di servizio: una passeggiata in un campo con Jerry, quindici anni, che ha preso sonniferi con alcol e dice di trovarsi a 10 sulla scala del rischio; e la valutazione prevista dalla legge per Yasmin, trattenuta per 72 ore in un reparto di medicina in base al Mental Health Act, che la sera stessa torna a casa dalla zia con un piano di sicurezza descritto da lei stessa, ridendo. Tra i due casi, una tesi: la pratica centrata sulla soluzione è un modo molto concreto di mettere in pratica i valori antioppressivi del servizio sociale, e la speranza ostinata fa parte della valutazione del rischio.
Traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo Suspending Disbelief – Using Solution Focused Practice With Young People in Mental Health Crisis, di Nick Perry e Luke Goldie-McSorley, pubblicato in Journal of Solution Focused Practices (2024), doi: 10.59874/001c.125023, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le due registrazioni di servizio sono presentate in riquadri; le parentesi quadre al loro interno sono di chi firma l’articolo. I riquadri intitolati «Complexe Systémique» sono nostri, non di chi firma l’articolo. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Abstract
Questo articolo è un resoconto riflessivo di due assistenti sociali iscritti all’albo che hanno seguito un’ampia formazione complementare e ottenuto l’accreditamento nella pratica centrata sulla soluzione (SFP, dall’inglese Solution Focused Practice); che hanno sviluppato le proprie conoscenze attraverso il lavoro in prima linea nei rispettivi contesti; e che hanno tenuto corsi sull’applicazione della SFP in diversi contesti lavorativi. L’articolo cerca di rispondere allo scetticismo di alcune persone partecipanti a quei corsi sul fatto che la SFP possa essere utile nel lavoro con giovani in crisi di salute mentale.
I due studi di caso anonimizzati intendono mostrare come un approccio centrato sulla soluzione possa produrre un intervento di servizio sociale efficace in due contesti molto diversi; sostenere la valutazione del rischio e la pratica antirazzista; accrescere e co-creare la sicurezza; e dare priorità alla voce, così come alla capacità di agire, delle persone giovani nei momenti di maggiore stress e vulnerabilità. Gli studi di caso sono scritti in modi piuttosto diversi, a riflesso dei diversi sistemi normativi e dei relativi obblighi di registrazione.
Parole chiave: pratica centrata sulla soluzione, giovani, salute mentale, crisi, servizio sociale, pratica antirazzista, pratica antioppressiva.
Chi, come noi, crede nella pratica centrata sulla soluzione (SFP) e la insegna ne celebra la flessibilità: l’approccio può essere applicato in una grande varietà di contesti e di problemi presentati, nella terapia individuale e familiare, nel coaching, nel mentoring, nella supervisione di diverse discipline (George et al., 2011, 2012, 2013), negli ambienti infermieristici (Ferraz & Wellman, 2008) e negli interventi dei servizi sanitari specialistici come la logopedia (Burns & Northcott, 2022).
Benché negli anni successivi alla Munro Review (Munro, 2011; Turnell & Edwards, 1999) non siano mancate indicazioni autorevoli sull’utilità dell’approccio, la sua diffusione nel Regno Unito, nel servizio sociale per l’infanzia come in quello per le persone adulte, non è stata né sistematica né capillare.
Esistono esempi di interi servizi che utilizzano la SFP: il servizio Divisional Based Intervention (DBIT) dei servizi per l’infanzia dell’Essex County Council, per esempio, ha sviluppato negli ultimi 10 anni un modello di pratica centrata sulla soluzione che si inserisce agevolmente nei contesti del servizio sociale, della gestione del rischio e dell’intervento familiare.
Esistono esempi di parti di servizi gestite da organizzazioni del terzo settore che utilizzano un modello centrato sulla soluzione: per esempio Learning Space, insieme ad altre associazioni di beneficenza, contribuisce dal 2021 a offrire un triage centrato sulla soluzione per il CAMHS del Surrey (www.learningspace.org.uk).
Esistono studi controllati randomizzati, come lo studio SASH (www.sashstudy.co.uk), che formano personale della salute mentale (in cui possono esserci benissimo assistenti sociali) all’uso della SFP con giovani che si presentano in pronto soccorso per autolesionismo e/o pensieri e comportamenti suicidari.
Pur non riguardando specificamente il servizio sociale, il governo gallese ha indicato i benefici della SFP nelle cure primarie e nei servizi di psicologia scolastica (Welsh Government, 2011, 2016).
La pratica centrata sulla soluzione nel Regno Unito ha ricevuto contributi preziosi e costanti da figure professionali con formazione in servizio sociale. Il lavoro di BRIEF (George et al., 2012, 2013) ha sviluppato il modello che il suo gruppo aveva osservato di persona presso chi aveva dato origine alla SFP negli Stati Uniti: Steve de Shazer e Insoo Kim Berg (de Shazer et al., 1986).
Nonostante ciò, gli autori, che esercitano attualmente come assistenti sociali iscritti all’albo (rispettivamente in un CAMHS e nella salute mentale delle persone adulte), hanno vissuto il conseguimento di titoli e accreditamenti nella pratica centrata sulla soluzione, e poi l’applicazione di quanto appreso, come qualcosa che restava ai margini della pratica corrente del servizio sociale.
In nessun ambito questo si è avvertito tanto quanto nel lavoro con giovani in crisi di salute mentale, che ai fini di questo articolo sarà definita come la definisce MIND: «quando ti senti al limite e hai bisogno di un aiuto urgente» (MIND, 2020).
Forse l’assenza della SFP dalla formazione in servizio sociale e dalle linee guida correnti del Regno Unito si spiega in un contesto culturale di sottofinanziamento prolungato dei servizi e di crescente managerialismo, che ha reso il servizio sociale più tecnico che relazionale (Ingram & Smith, 2018).
Le difficoltà croniche nel reclutare e trattenere il personale, così come l’enfasi sulla gestione del rischio e sulla tutela (Glover-Thomas, 2011), processi che a loro volta si basano su una raccolta di informazioni centrata sul problema, hanno contribuito a un servizio sociale orientato alla (gestione dei) problemi. E nell’assistenza alla salute mentale, il predominio del modello medico della disabilità (Szasz, 1956) aggrava la situazione.
Nelle équipe di servizio sociale per l’infanzia possono persistere riserve nei confronti della pratica centrata sulla soluzione, per la sua attenzione alle risorse, alle capacità e alla competenza della persona assistita su sé stessa (George et al., 2012, 2013). Dagli anni Settanta questo ambiente professionale è stato influenzato da successive revisioni di casi gravi (CQC, 2009) che hanno criticato gli approcci basati sulle risorse e li hanno additati, a torto, come fattori che avevano contribuito agli insuccessi (invece di additare i livelli inadeguati di sostegno, supervisione e formazione, che avrebbero potuto sostenere meglio la riflessione sull’incertezza sicura (Mason, 1993) e approcci riflessivi più efficaci).
Una mentalità centrata sul problema è diventata così culturalmente accettabile che, tenendo corsi di formazione sulla SFP, gli autori si sono sentiti rivolgere in molte occasioni la domanda: «Ma si può usare la pratica centrata sulla soluzione in una crisi?».
Nel servizio sociale istituzionale del Regno Unito, con tutta la sua vulnerabilità professionale (approcci dogmatici e meccanicistici alla gestione del rischio (Glover-Thomas, 2011), spesso imbrigliati nei processi burocratici dell’amministrazione locale (Sheppard, 1995)), un’incredulità diffusa nei confronti della SFP non dovrebbe sorprendere più di tanto.
Per chi lavora nel servizio sociale potrebbe essere molto più facile considerare questo approccio praticabile, per esempio, nel coaching aziendale o nel lavoro legato alle cure primarie. Forse l’approccio ha un punto debole nella sua base di evidenze (quantitative) relativamente ridotta (Jerome et al., 2023), il che potrebbe spiegare perché la pratica centrata sulla soluzione non sia diventata una componente chiave della formazione in servizio sociale nel Regno Unito, pur essendo un modo molto concreto di mettere in pratica i valori antioppressivi del servizio sociale (Dominelli, 1998; Strier & Binyamin, 2013).
Richiamando la celebre frase di Sigmund Freud così come l’ha usata Steve de Shazer (de Shazer, 1994), vogliamo condividere un po’ della magia delle nostre parole e delle nostre storie, per stuzzicare in chi fa servizio sociale l’appetito per le domande centrate sulla soluzione, in particolare con le persone giovani, ma anche con persone di tutte le età, quando le persone assistite e le loro famiglie attraversano una crisi di salute mentale. Lo proponiamo non solo perché potrebbe offrire un barlume di speranza a chi lavora nei servizi e alle persone assistite in un contesto istituzionale che spesso appare piuttosto disperato, ma anche perché funziona.
Le conversazioni SFP sono esercizi di linguaggio consapevole. Le competenze SFP riguardano la costruzione di domande con le parole usate dalla persona assistita. Questo richiede pratica, e una buona formazione è quasi sempre esperienziale. Quando le domande SFP sono poste bene, l’approccio può sembrare facile, e lo sembra davvero; alle persone assistite spesso piace; e può essere un modo per sostenere la pratica antirazzista (Lee, 2003).
Parlare delle migliori speranze di una persona porta a una visualizzazione ampia e dettagliata della vita che vorrebbe avere, in cui le difficoltà individuate, o la crisi, non sono più presenti (onorando al tempo stesso le sfide che l’hanno preceduta; Connie & Froerer, 2023).
Nella pratica centrata sulla soluzione c’è la ferma intenzione di non porre domande sul lavoro necessario per realizzare il futuro preferito della persona; il compito di chi interviene è piuttosto porre molte domande sulla realtà immaginata della sua vita quando le sue migliori speranze si stanno realizzando.
È qui che l’approccio mostra il suo legame con la pratica sistemica e le sue radici in essa: nel modo in cui descrive in dettaglio le interazioni tra le persone importanti (nei luoghi chiave) della vita della persona; nell’uso delle prospettive di altre persone (Lee, 2003; Tomm et al., 2001); e nel riconoscimento di diversi comportamenti osservabili, tutti elementi che forniscono informazioni sulla persona come la versione di sé che vive una vita in cui le sue migliori speranze si sono realizzate.
È anche qui che l’approccio si presta bene ai requisiti di valutazione degli enti istituzionali, e che chi interviene può ottenere informazioni «nuove» sulla storia delle capacità della persona, invece di concentrarsi sulla storia delle carenze che costituisce spesso il contenuto della documentazione di invio. Come hanno descritto George et al (2012), si apre la possibilità di un doppio binario: svolgere le funzioni e le responsabilità istituzionali e, al tempo stesso, porre domande centrate sulla soluzione che finiscono per essere utili alla persona.
L’approccio SFP è accessibile e fluido e, come ha descritto Guy Shennan (2014), può essere usato, quando c’è la volontà di farlo, in modo «opportunistico». Vale a dire che determinate domande (per esempio le domande di scala) possono servire a sostenere un intervento senza richiedere la struttura classica di una conversazione SFP.
Quando chi lavora nel servizio sociale riceve una formazione nella pratica centrata sulla soluzione, comincia a sviluppare una conoscenza operativa della sua intenzione e della sua struttura, e scopre che la propria pratica incarna gli assunti di fondo da cui nascono le domande SFP. Secondo gli autori, si tratta di un’acculturazione professionale con affinità con il servizio sociale antioppressivo (Dominelli, 1998; Hugman, 2003). La persona assistita (in quanto esperta) è posta al centro dell’intervento; il linguaggio è usato con cura, promuovendo la sua capacità di agire; e quando la SFP è usata in modo consapevole, la consapevolezza della disuguaglianza strutturale e dell’esperienza della discriminazione può essere incorporata nel modo stesso in cui si pongono le domande basate sulle risorse.
Di conseguenza, anche se si hanno solo 10 minuti per parlare con qualcuno, resta un’occasione importante per porre domande impregnate degli assunti di fondo della SFP, volte a invitare a pensare a come potrebbe essere la vita domani (se fosse migliore nel modo in cui la persona lo desidera), o a raccogliere informazioni su come qualcuno abbia già vissuto elementi di quella vita immaginata, o semplicemente a mostrare ammirazione per come qualcuno sia riuscito a sopravvivere alle circostanze attuali, con la determinazione di non perdere la possibilità di un futuro migliore.
È evidente che, sulla base dei nostri valori di servizio sociale e dei nostri assunti di fondo SFP, gli autori ritengono che le persone assistite in crisi meritino, non meno di chiunque altro, l’opportunità di un futuro migliore.
Riconosciamo che le situazioni di crisi sono preoccupanti e complesse. Ma crediamo fermamente che le persone assistite e le loro famiglie abbiano moltissime informazioni da condividere sulle proprie capacità e su come potrebbe essere la vita oltre la crisi che stanno attraversando.
L’approccio SFP, radicato in assunti di fondo potenti, orientati al cambiamento e centrati sulla persona (Goldie-McSorley, 2020), pone domande per spostare l’attenzione della persona verso la co-costruzione di nuovi pensieri e «ricordi» di come potrebbe essere la vita oltre la crisi attuale. Queste domande non richiedono tempi di preparazione significativi: si possono cominciare a porre nel tempo che si ha a disposizione. La SFP è un approccio che può aiutare una persona che è «al limite» e può portare a una maggiore sicurezza, insieme a un avanzamento verso le sue «migliori speranze».
L’approccio SFP favorisce la presenza della sicurezza e del successo attraverso un ascolto ostinato e costruttivo (come sostenuto da Eve Lipchik in de Shazer et al., 1986). Ascoltare con orecchio costruttivo porta a porre domande che favoriscono il riconoscimento delle capacità e degli esiti preferiti dalla persona (e dalla sua rete professionale). Può ridurre il rischio individuato attraverso la collaborazione. Nella crisi, coinvolge attivamente le persone nella co-creazione della propria sicurezza. La nostra migliore speranza è che gli esempi di pratica che abbiamo incluso servano a fornirne una prova solida.
Questi esempi di pratica anonimizzati, adattati per proteggere l’identità delle persone assistite e del personale coinvolto, sono presentati nel linguaggio degli interventi di servizio. I due testi sono piuttosto diversi tra loro: uno è in prima persona, l’altro in terza. Il primo scenario è la registrazione di una visita di sostegno a una persona giovane con ideazione suicidaria, sul territorio. Il secondo documenta il lavoro di valutazione ai sensi della s13 (Mental Health Act 1983) svolto con una persona giovane ricoverata in un ospedale generale. Poiché le registrazioni hanno un formato di servizio, senza molte spiegazioni sulle scelte di intervento, gli autori hanno aggiunto una riflessione dopo ciascuna, per far emergere il pensiero SFP e scomporre le domande utilizzate.
Registrazione della visita (Luke)
Come previsto, sono arrivato a casa della famiglia, dove ho incontrato la mamma; mi ha accolto e mi ha aggiornato su alcune cose prima che Jerry (15 anni, pronomi personali: they/their) scendesse. Jerry ha detto che sarebbe stato utile fare una passeggiata e parlare: era successo qualcosa con la persona con cui aveva una relazione.
Mentre camminavamo, Jerry ha detto che le cose andavano «di merda». Parlando di come avesse tenuto duro senza arrendersi, Jerry alludeva a «fare qualcosa» o «passare all’azione», ma avevo l’impressione che [parlasse] in codice, per enigmi.
Jerry ha detto di non volermelo raccontare per il casino che ne sarebbe venuto fuori; non ho insistito troppo, ma ho fatto qualche domanda, ho spiegato le mie preoccupazioni e ho chiesto se potevamo continuare a parlare.
Poi Jerry mi ha fatto sapere che all’inizio della settimana aveva preso dei sonniferi con alcol nella speranza di addormentarsi e non svegliarsi più.
Una volta al campo vicino, ho fatto alcune domande di scala sull’umore e sui sentimenti suicidari di Jerry, dove 10 è il punto di massimo rischio di togliersi la vita e 0 il più lontano da quella sensazione. Jerry ha spiegato di trovarsi a 10; voleva morire, e ha parlato dei modi in cui avrebbe potuto togliersi la vita: per overdose o impiccandosi. Ha spiegato di aver pensato quasi ogni giorno di impiccarsi e di volere soltanto che il dolore finisse.
Jerry ha parlato di ciò che ha in testa: lo ha detto con chiarezza, ripetendo spesso di non voler sentirsi dire di cambiare idea; eppure abbiamo potuto proseguire la conversazione su come Jerry facesse fronte ai sentimenti legati al suicidio e su come avesse fatto (fino a quel momento) a sopravvivere, e anche a invitare a pensare alla speranza e alla fiducia che le cose potessero migliorare e cambiare: verso una vita con meno dolore.
Jerry ha parlato di una relazione recente e importante che era «finita». Ha raccontato di aver avuto cura [della persona con cui stava]; di quante volte quella persona avesse voluto togliersi la vita prima che si mettessero insieme e di come questo fosse cessato, affermando: «Non ho fatto un brutto lavoro!».
Ho chiesto di quegli sforzi e di quell’energia, di come Jerry avesse [saputo essere] quella figura per l’ex: che cosa dicesse di Jerry l’aver saputo prendersi cura così, e che cosa ricordasse con affetto della relazione. Ho chiesto della forza che era servita per reggere la pressione di sostenere una persona vicina.
Jerry ha detto che la vita senza quella persona non vale la pena di essere vissuta e di non vederci alcun senso. E tuttavia ho chiesto, e ho avuto il permesso di fare, una domanda in più: verso un qualsiasi barlume di speranza o di fiducia in una vita che valga la pena di essere vissuta, una vita con un po’ meno dolore.
Jerry ha parlato di lottare; di aver lottato così a lungo e di aver [sempre] lottato per altre persone da non avere più voglia di lottare. Ho chiesto che cosa avesse permesso a Jerry di lottare così a lungo; come avesse mantenuto quella lotta. Ho chiesto che cosa avrebbe potuto notare se avesse trovato un po’ di forza per continuare a lottare per sé in questo momento.
Jerry ha fatto un paragone: se fosse un animale, dal veterinario si sceglierebbe l’eutanasia. Aveva pensato di lasciare un biglietto al personale medico perché i suoi organi venissero donati a chi ne avesse bisogno.
Ho chiesto che cosa dicesse di Jerry il fatto che, persino pensando alla morte, avesse pensato ad aiutare un’altra persona. Jerry ha parlato della propria capacità di prendersi cura e del desiderio di prendersi cura di altre persone; lo aveva sempre sentito con forza. Ha detto di avere un talento per prendersi cura e per essere quella persona [importante] per qualcuno.
Jerry ha messo in chiaro di non voler andare da nessuna parte con me (in un luogo sicuro, in ospedale o altrove) e, di nuovo, non c’era modo di far cambiare idea a Jerry.
Jerry ha menzionato i tentativi fatti per togliersi la vita, le richieste di ricovero in ospedale, le telefonate a linee di ascolto e a servizi, tutto per ottenere l’aiuto di cui aveva bisogno. Ho chiesto che cosa pensasse dicesse il fatto che, appena il giorno prima, avesse chiamato un servizio per far sapere come si sentiva.
Ho chiesto che cosa sperasse chiamando; e anche che cosa sperasse presentandosi oggi al nostro appuntamento e parlando con me nel campo.
Jerry ha detto di voler ricevere aiuto, ma di non credere che sia possibile, e ho chiesto di nuovo che cosa potesse dire di Jerry il fatto di aver aspettato per farmelo sapere. Ho chiesto come potrebbe essere il più piccolo segnale di ricevere aiuto; e, se queste cose cominciassero ad accadere, che cosa potrebbe notare in sé che fungerebbe da campanello?
Mentre tornavamo verso casa, Jerry ha detto che nessuno poteva fare niente… Ho chiesto quale potesse essere il più piccolo segnale del ritorno della speranza, e Jerry ha risposto di non saperlo. Ho detto che ero in pensiero per Jerry e per la sua sicurezza, e che avevo speranza e fiducia che continuasse a vivere; così [ho] chiesto che cosa potessimo fare per mostrare a Jerry un po’ della speranza che io avevo per il suo futuro.
Abbiamo parlato brevemente con la mamma, con cui ho condiviso con delicatezza (c’erano bambine e bambini piccoli nei paraggi) le mie preoccupazioni, invitandola a dire che cosa pensava avrebbe funzionato o aveva funzionato in passato con Jerry, e che cosa pensava potesse essere utile o fare la differenza.
Dopo questo, Jerry mi ha fatto sapere che sarebbe stato utile continuare a parlare e che [io] accompagnassi Jerry in ospedale, parlando mentre guidavo. Jerry ha fatto la telefonata insieme alla mamma, e abbiamo preso la strada dell’ospedale.
All’arrivo in ospedale, ho continuato a chiedere segnali e descrizioni di una vita che tornasse a sembrare degna di essere vissuta, e di una speranza che ritornasse. E poi ho chiesto: che cosa dice a Jerry che potrebbe esserci un po’ di speranza? Jerry ha risposto di avere speranza nell’aiuto che avrebbe potuto ricevere in ospedale; la speranza di uscirne; un po’ di speranza in un futuro per sé.
La conversazione con Jerry era stata un esercizio di speranza ostinata: chiedere con delicatezza minuscoli segnali di come potrebbe essere la speranza, e badare a notare le azioni che testimoniavano la motivazione di Jerry a collaborare e a vivere.
Molte persone che leggono questa trascrizione e hanno esperienza di SFP avranno forse pensieri e domande su quello che può sembrare un uso inatteso della scala. Di solito lo zero corrisponde al peggio possibile e il 10 al realizzarsi dell’esito desiderato, cioè all’estremo migliore della scala. La ragione di questo ordinamento della scala erano le esigenze di Jerry. Proprio nel momento in cui il professionista stava impostando la scala, Jerry ha deciso che il 10 doveva rappresentare il punto di massimo rischio e di minima sicurezza: il punto in cui probabilmente avrebbe messo fine alla propria vita. Quello era il verso che funzionava per Jerry e, sebbene in altre conversazioni usiamo scale centrate sulla soluzione più convenzionali, questa si adattava bene a Jerry. Formando colleghe e colleghi agli approcci centrati sulla soluzione, abbiamo avuto spesso conversazioni che, in sostanza, riconoscono che scale di ogni tipo possono essere utili nelle situazioni di crisi, in particolare nei contesti di suicidio e autolesionismo (Jerome et al., 2024). Queste scale possono non essere scale centrate sulla soluzione, ma sono comunque utili sul momento e vanno integrate. È stato un caso in cui la pratica si è allontanata dal «regolamento», ma in un altro senso si è accordata con l’essenza della SFP e con le sue radici fluide, guidate dalla persona.
Il percorso e la traiettoria di recupero da quella seduta sono stati a dir poco straordinari. Jerry ha colto l’occasione; ha cominciato ad aggrapparsi alla speranza e a «farcela meglio». Parla con entusiasmo dei progetti futuri di studio, del poter un giorno fare a meno dei servizi di sostegno; dei cambiamenti dell’umore, dei cambiamenti nella vita sociale e di una speranza per sé.
Luke ha poi riflettuto sulla conversazione: sull’aver avuto fiducia in Jerry, nel desiderio di Jerry che lui fosse lì e nel desiderio di Jerry di vivere. La speranza ostinata di Luke fa parte del DNA della sua pratica grazie al suo approccio SFP: le sue domande e la sua determinazione a continuare a chiedere alle persone che segue quali siano le loro speranze e le loro risorse.
Luke ha incarnato gli assunti di fondo della SFP mentre Jerry parlava: ha ascoltato in modo costruttivo (de Shazer et al., 1986), ha creato uno spazio terapeutico, una bolla, attorno a sé e a Jerry, che ha protetto e rafforzato la conversazione; e ha invitato a pensare alla vita e a un modo di vivere adatto alla persona che seguiva. Luke ricorda di non aver avuto paura; di non essersi lasciato paralizzare dalla preoccupazione. Ricorda di aver accettato e riconosciuto la preoccupazione durante l’incontro, e di aver deciso di rispondere con domande SFP: domande che permettono di riconnettersi a una versione preferita del vivere.
Molti mesi dopo, Jerry ha dato questo riscontro:
Una volta è venuto a trovarmi così, un giorno qualsiasi, perché stavo davvero, davvero malissimo… e abbiamo trovato posto in un parco per parlare. E ho sentito di avere lì qualcuno di cui potevo fidarmi… e ho tirato fuori tutto… e questo mi ha fatto sentire un po’ meglio rispetto a tutto quanto… Se non l’avessero fatto per me, avrei potuto fare qualche stupidaggine, quindi potrebbe persino salvare delle vite.
Jerry, molti mesi dopo la visita
Un po’ di contesto: in Inghilterra e Galles alla figura dell’Approved Mental Health Professional (AMHP, professionista della salute mentale abilitato) sono attribuiti diversi compiti. Il compito principale è esaminare la situazione di una persona per conto dell’autorità locale (s13(1) della legge) e stabilire se sia necessario presentare una domanda di ricovero obbligatorio (s13(1)a). In base alla s13(2) occorre considerare «tutte le circostanze del caso», e l’AMHP è tenuto a operare secondo i principi guida del MHA Code of Practice (2015), che promuove le alternative meno restrittive al ricovero obbligatorio. Nel corso del 2024 sono stati pubblicati ricerche e scritti riflessivi che hanno riesaminato queste responsabilità di valutazione ai sensi della s13 (Perry, 2024b, 2024a; Simpson et al., 2024), la loro importanza e l’utilità delle domande centrate sulla soluzione nello svolgerle.
Registrazione della valutazione (Nick)
L’[Approved Mental Health Professional] si è recato [all’unità di valutazione medica] prima di Dr Nitin e ha trascorso un po’ di tempo con Yasmin e sua zia prima dell’arrivo delle altre persone incaricate della valutazione (tra cui Lotty di Committed Coaches, un servizio anonimizzato che offre un sostegno intensivo alle persone giovani a rischio di allontanamento dalla famiglia).
[L’]AMHP ha chiesto a Yasmin quali siano le sue migliori speranze riguardo all’esito della valutazione (dopo averle spiegato il motivo della sua presenza e l’obbligo di valutazione conseguente all’applicazione del trattenimento): Yasmin dice di voler tornare a casa, fare una doccia e andare a letto.
Carrie [la zia di Yasmin] ha partecipato al tempo individuale offerto e ha aggiornato l’AMHP sulle difficoltà a casa nelle ultime due settimane e sulle lesioni che Yasmin ha inflitto alla nonna. Carrie ha anche accennato alla devastazione del reparto avvenuta in giornata (che secondo Yasmin era dovuta al fatto di essere stata trattata in modo troppo brusco dal servizio di sicurezza dell’ospedale).
Carrie teme che Yasmin non sia pronta a tornare a casa e che abbia bisogno di una terapia e di un posto dove andare (quando è in crisi), anche se Carrie pensa che [l’unità di valutazione medica] non sia un buon posto per Yasmin, perché il personale non è specializzato nei bisogni delle persone giovani.
L’AMHP ha condotto una valutazione in una stanza laterale [del reparto], poiché la stanza dei colloqui della Psichiatria di consulenza non era disponibile; Yasmin ha detto di volere questo spazio riservato per l’incontro.
All’incontro hanno partecipato Yasmin, Carrie, Lotty (di Committed Coaches), Zayna (CAMHS) e Dr Nitin. L’AMHP ha cercato di inquadrare il confronto attraverso domande centrate sulla soluzione, riconoscendo al tempo stesso i rischi in casa e la gravità dei comportamenti di Yasmin nelle ultime due settimane.
L’AMHP ha potuto porre alcune domande su ciò che ha aiutato Yasmin nel periodo di stabilità di inizio anno, durato alcuni mesi; nel corso del colloquio Yasmin ha indicato: avere attorno le persone giuste (Carrie, la nonna, Kris, Tina, Shireen); la kickboxing; il tempo con Kris [il suo ragazzo]; i farmaci.
Yasmin ha anche riconosciuto che la cannabis ha avuto un effetto negativo sulla sua salute fisica e mentale; concorda sul fatto di non doverla usare, e sul fatto che è difficile perché il suo ragazzo ne fa molto uso. Più avanti nel colloquio Yasmin ha accettato che Lotty incontri domani lei e Kris per spiegare a lui le ragioni per cui Yasmin non deve usare cannabis.
Yasmin assume regolarmente i farmaci e li ha ripresi oggi; Carrie ha posto domande sui farmaci PRN («pro re nata», espressione latina usata per i farmaci, che significa «al bisogno») per quando Yasmin è agitata, e Dr Nitin ha indicato di usare in questo modo l’olanzapina 2,5 mg: in caso di agitazione e di difficoltà ad addormentarsi.
Yasmin si rende conto di dover migliorare il proprio comportamento per poter restare con la nonna e con Carrie, ed è stato concordato un piano per stasera (oltre a un piano per i prossimi giorni): Yasmin farà la doccia e prenderà i farmaci; guarderà dei film con Carrie e mangeranno KFC; vedrà Kris domani (non oggi) e incontrerà domani Committed Coaches; Lotty parlerà dell’uso di cannabis con Yasmin e Kris e spiegherà l’impatto sulla salute mentale di Yasmin; la terapia familiare comincerà questo mese; Yasmin riprenderà la kickboxing (venerdì) e si preparerà anche per il college; Yasmin prenderà con scrupolo i farmaci e i farmaci PRN (con l’aiuto di Carrie e della nonna).
Dr Nitin non formula una raccomandazione medica [di ricovero obbligatorio] (Yasmin non soddisfa i requisiti di legge per un ulteriore trattenimento) e l’AMHP ritiene di non dover chiedere un ulteriore parere ai sensi della s12. (L’abilitazione ai sensi della s12 è riconosciuta dal Secretary of State a figure mediche con «una particolare esperienza nella diagnosi o nel trattamento del disturbo mentale» (MHA 1983, e successive modifiche)).
Il modulo di cessazione della s5(2) è stato compilato e inviato per e-mail [al reparto], e Yasmin è stata dimessa; Lotty farà un follow-up domani (e confermerà con il CAMHS quando verrà offerta alla famiglia la terapia familiare, probabilmente tra metà e fine settembre).
Questa è la registrazione anonimizzata di un intervento di un Approved Mental Health Professional (AMHP), svolto in un’unità di valutazione medica per una persona giovane che era stata trattenuta in reparto ai sensi della s5(2) del Mental Health Act 1983 (e successive modifiche). Si tratta di un potere di trattenimento d’urgenza (della durata di 72 ore) che impone di trattenere la persona per un’ulteriore valutazione specialistica della sua salute mentale, al fine di stabilire se sia necessaria una valutazione ai sensi della s2 (ricovero obbligatorio) o un periodo di trattamento ai sensi della s3 (ricovero obbligatorio).
Il Code of Practice del Mental Health Act incoraggia chi opera come AMHP a offrire alle persone in attesa di valutazione un tempo individuale (14.54 – Department of Health, 2015). Nick ha scelto di arrivare in anticipo per parlare con la ragazza e con sua zia: per spiegare lo scopo del lavoro previsto dalla legge e per porre alcune domande centrate sulla soluzione (Watson & Perry, 2022). Già la domanda iniziale (chiedere a Yasmin le sue migliori speranze sull’esito della valutazione) ha dato all’intervento un orientamento più centrato sulla persona.
La zia di Yasmin teneva molto a che Nick fosse al corrente di tutti i rischi che la nipote presentava. E infatti, quando il colloquio multidisciplinare comincia davvero, Carrie chiarisce di non ritenere che Yasmin possa tornare a casa: bisognerà trovarle una sistemazione.
Se da un lato era necessario riconoscere le preoccupazioni di tutte le parti riguardo al rischio, dall’altro c’era anche la possibilità di chiedere delle cose che erano andate bene di recente. Yasmin (con una buona dose di sarcasmo) si affretta a dire alla zia di aver gestito bene alcune cose negli ultimi mesi, cosa che la zia ammette.
L’AMHP ha anche notato che c’è stato un periodo, prima di questa crisi, in cui Yasmin non si presentava in ospedale. Nick chiede più dettagli su ciò che ha aiutato le cose ad andare bene in quel periodo. A poco a poco Yasmin riesce a parlarne. Insiste anche con chi conduce la valutazione sul perché sia esplosa in reparto in giornata: si è sentita trattata in modo brusco da una guardia di sicurezza. La cosa viene riconosciuta e poi ripresa con il personale del reparto.
Le altre parti presenti al colloquio confermano che probabilmente non ci sarà una struttura in grado di accogliere Yasmin in zona, né a breve.
Nel colloquio stesso, Nick chiede a Yasmin e a Carrie di immaginare che Yasmin sia potuta tornare a casa, che le cose siano andate bene e che siano state al sicuro. Chiede che cosa si sono ritrovate a fare nel corso della serata. Come risulta dal verbale formale del colloquio, Yasmin dà una descrizione molto fluida di una serata che sarà stata d’aiuto. Yasmin e Carrie ridono insieme durante questa descrizione. Le azioni descritte diventano il piano di sicurezza, che tutto il personale presente approva.
Le altre figure professionali presenti esprimono il loro parere su ciò che probabilmente sarà utile quando Yasmin sarà tornata a casa, e sostengono Carrie nel mantenere il limite che Kris (il ragazzo di Yasmin) venga il giorno dopo; e nel far sì che lui e Yasmin ricevano un po’ di psicoeducazione sugli effetti della cannabis sullo stato mentale di Yasmin.
Dopo una pausa fuori per svapare, Carrie cambia idea sulla necessità di trovare una sistemazione a Yasmin, che di fatto torna a casa.
L’esperienza degli autori è che nel servizio sociale esista un’incredulità diffusa sul fatto che la SFP possa essere usata nelle situazioni di crisi (e anche sul fatto che possa essere un intervento efficace). È una situazione strana, considerato il relativo dissesto di alcuni dei sistemi sanitari e sociali pubblici del Regno Unito, in particolare per le persone giovani, e dato il forte attaccamento ad altri modelli di intervento terapeutico, anche quando chi li applica li vede fallire o rivelarsi poco efficaci nelle crisi.
Ci sorprende che, quando c’è tanto bisogno di tappare le falle di sistemi e di una società che scricchiolano sotto la pressione di un cronico sottoinvestimento nei servizi pubblici, nel servizio sociale ci sia scetticismo verso la pratica centrata sulla soluzione. Non riteniamo che questo scetticismo sia giusto, utile o giustificato.
In questo articolo abbiamo presentato due scenari di caso piuttosto diversi, in cui assistenti sociali hanno usato la pratica centrata sulla soluzione come base dei loro interventi in crisi di salute mentale che coinvolgevano persone giovani e le loro reti. Speriamo che il contenuto, presentato nel linguaggio dei sistemi di servizio, trovi eco in chi lavora nel servizio sociale, e che si possano vedere e comprendere la perseveranza e la determinazione degli autori nel formulare le domande da una prospettiva SFP.
Servono formazione e pratica per mantenere con costanza le domande SFP nel pieno di una crisi, quando la spinta a tornare alla storia del problema e a una valutazione del rischio istituzionale centrata sulle carenze è forte.
Come ha evidenziato il lavoro di Guy Shennan (2014), non è sempre possibile usare la SFP nella sua forma classica. Non sempre c’è il tempo, o uno spazio favorevole, per una conversazione che scorra da una domanda sulle migliori speranze, attraverso una descrizione dettagliata di un futuro preferito, fino a una domanda di scala che misuri quanto la persona sia vicina a quel futuro preferito, oltre a una descrizione dei cambiamenti graduali lungo la scala verso il «sufficientemente buono».
Scenari come questi sono la realtà vissuta del servizio sociale con giovani in crisi di salute mentale, in cui chi fa servizio sociale cerca di affiancare le persone giovani e le loro famiglie in ogni modo possibile, magari avendo solo momenti fugaci per far parte di una differenza che fa la differenza (Bateson, 1972).
Secondo gli autori, le domande SFP possono essere una risorsa e una potente forza di cambiamento nelle situazioni di crisi di salute mentale: offrono alle persone giovani l’opportunità di co-creare una storia in cui alcune delle difficoltà che affrontano non sbarrano più la strada verso una maggiore sicurezza, e questa sicurezza appena creata può consentire ulteriori progressi verso il futuro che desiderano davvero.
Complexe Systémique: cosa tenere a mente
Due registrazioni di servizio, scritte nel linguaggio delle cartelle, ed è proprio questa la loro forza: una domanda sulle migliori speranze che apre una valutazione obbligatoria durante un trattenimento, una scala invertita su richiesta della persona giovane e un piano di sicurezza che non è altro che la descrizione di una bella serata. L’argomento di fondo è vicino a Guy Shennan: la pratica centrata sulla soluzione è un modo concreto di tenere fede ai valori antioppressivi, anche quando la cornice è giuridica e il rischio alto. Da leggere insieme a David Hains in pronto soccorso e a John Henden sul trauma grave, dove ritorna la stessa insistenza: nella crisi, la speranza ostinata di chi interviene fa parte della valutazione del rischio.
Dichiarazione sul conflitto di interessi
The authors report that there are no competing interests to declare.
Submitted: July 12, 2024. Accepted: October 14, 2024. Published: October 24, 2024.
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Articolo originale Suspending Disbelief – Using Solution Focused Practice With Young People in Mental Health Crisis, di Nick Perry e Luke Goldie-McSorley, pubblicato in Journal of Solution Focused Practices, vol. 8, n. 2 (2024), doi: 10.59874/001c.125023, con licenza CC BY 4.0. Traduzione non ufficiale in italiano realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, con l’impaginazione adattata alla lettura online. Fa fede la versione originale.
Traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «Suspending Disbelief – Using Solution Focused Practice With Young People in Mental Health Crisis», pubblicato in Journal of Solution Focused Practices (2024) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
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Perry, N., & Goldie-McSorley, L. (2024). Suspending Disbelief – Using Solution Focused Practice With Young People in Mental Health Crisis. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/suspending-disbelief-using-solution-focused-practice-with-young-people-in-mental-health-crisis (Opera originale pubblicata nel 2024 in Journal of Solution Focused Practices, vol. 8, n. 2 (2024); ripubblicata nel 2024 da Journal of Solution Focused Practices, https://journalsfp.org/article/125023)
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