Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Journal of Solution-Focused Brief Therapy · Pratica clinica
Una madre urla durante una visita protetta, deve intervenire la polizia, la professionista che segue il caso non ne può più: «Non vedo quei bambini tornare a casa tanto presto». Robert Blundo, che forma équipe di tutela dei minori in North Carolina, trascrive la seduta di supervisione di gruppo che segue. Non pone la domanda del miracolo alla madre, ma alla professionista, e poi a tutto il gruppo. Una collega dice «sembra una mamma orsa», e la madre impossibile ridiventa una madre che protegge i suoi cuccioli perché il primo affido familiare è andato male. La professionista scrive una lettera. La madre torna, lettera in mano. Un breve testo del 2014, con un protocollo in otto passi, che dice soprattutto questo: in un sistema che sorveglia le famiglie, la supervisione deve innanzitutto desaturare il racconto degli stessi professionisti e delle stesse professioniste.
Traduzione non ufficiale in italiano di Group supervision in Child Protective Service: Utilising the miracle question, di Robert Blundo, pubblicato nel Journal of Solution-Focused Brief Therapy (2014), oggi Journal of Solution Focused Practices, doi: 10.59874/001c.75125, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La trascrizione della seduta è presentata in un riquadro. I riquadri contrassegnati «Complexe Systémique» sono nostri, non dell’autore. La traduzione non è stata realizzata né dall’autore né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Negli Stati Uniti, il personale dei servizi di tutela dei minori si trova spesso in una relazione conflittuale con le famiglie. Di solito svolge un lavoro indiretto, che consiste nel monitorare piani di trattamento prestabiliti e nell’inviare a programmi di trattamento o di intervento, come corsi di genitorialità e di gestione della rabbia, la cui efficacia nel ridurre i comportamenti a rischio è limitata. In questo studio descrittivo, un gruppo di professionisti e professioniste della tutela dei minori ha ricevuto una formazione centrata sulla soluzione per il lavoro diretto con le famiglie e beneficia di una supervisione centrata sulla soluzione. L’uso della domanda del miracolo è descritto in dettaglio come esempio del modo in cui si può incoraggiare il personale a muoversi verso una pratica più positiva e carica di speranza.
Il vero segno dell’intelligenza non è la conoscenza, ma l’immaginazione.
Albert Einstein
Porre la domanda del miracolo è un metodo di lavoro importante nella pratica centrata sulla soluzione e può essere preso in considerazione nella supervisione (de Shazer, 1988, 1991; de Shazer & Dolan, 2007; Pichot & Dolan, 2003). Questa tecnica riflette un cambiamento di fondo nel modo di coinvolgere le persone assistite e, in questo caso, le persone in supervisione. La pratica centrata sulla soluzione pone chi è in supervisione nella posizione di esperto di sé stesso e del proprio lavoro. Questo articolo si concentra specificamente sull’uso della domanda del miracolo in una seduta di supervisione di gruppo centrata sulla soluzione con il personale della tutela dei minori (Wetchler, 1990; Selekman, & Todd, 1995; Junke, 1996). Intende mostrare come l’uso di questa tecnica possa ampliare la creatività di chi lavora nei servizi di tutela, allargarne le prospettive e permettere a una singola persona o a un gruppo di professionisti di vedere oltre il problema o l’impasse immediata, per ricavarne intuizioni potenzialmente utili e nuovi modi di affrontare la situazione.
Le persone che partecipano all’esempio di questo articolo sono coinvolte in un progetto di ricerca sull’uso della pratica centrata sulla soluzione nel loro lavoro con bambini, bambine e famiglie. Il gruppo viene formato dall’autore ai servizi di tutela dei minori (CPS) centrati sulla soluzione, attraverso incontri quindicinali di formazione e consulenza. Alcuni dettagli sono stati modificati e il luogo e il contesto del lavoro non vengono rivelati, per tutelare la riservatezza.
Nel progetto di ricerca che stiamo conducendo abbiamo riorientato il lavoro del personale dei CPS verso un lavoro più diretto con le famiglie. Invece di svolgere un lavoro indiretto di monitoraggio di piani di trattamento prestabiliti, fatti di invii a programmi, il personale viene formato a coinvolgere le famiglie, attraverso il lavoro centrato sulla soluzione, nella definizione di un proprio insieme di cambiamenti comportamentali capaci di creare la sicurezza necessaria perché il servizio possa chiudere il caso. Ovviamente, ciò può includere servizi aggiuntivi come il trattamento delle dipendenze, i servizi di salute mentale, i corsi di genitorialità e i programmi di gestione della rabbia. Tuttavia, molte di queste famiglie in situazione cronica hanno frequentato numerosi corsi di genitorialità e di gestione della rabbia senza apportare cambiamenti significativi.
Nel contesto di questa ricerca, l’attenzione è rivolta al lavoro diretto del personale dei CPS con la famiglia sul futuro che essa desidera: che i figli restino con lei o che rientrino dall’affido familiare. Chi segue il caso svolge con i membri della famiglia un lavoro centrato sulla soluzione molto specifico, per individuare come obiettivi comportamenti di sicurezza particolari e dettagliati che la famiglia deve realizzare per creare sicurezza. Si definiscono piani fatti di passi comportamentali semplici e chiari verso un obiettivo di sicurezza, con la partecipazione della famiglia alla definizione dei propri obiettivi specifici, lavorando sulle eccezioni e fissando piccoli passi verso l’obiettivo di sicurezza.
Il lavoro centrato sulla soluzione è una pratica collaborativa che coinvolge la persona assistita in una relazione bidirezionale e la considera esperta della propria vita e delle proprie esperienze. Quando si lavora con le «persone in supervisione», la collaborazione, più che la supervisione, rappresenta meglio questo processo. La supervisione evoca il controllo e il comando su qualcosa o su qualcuno. Si presuppone una forma di potere su, anche se non è apertamente voluta. La collaborazione evoca uno scambio tra due o più persone, e l’idea di fondo è quella di un potere con o tra due o più persone. Il potere con implica che tutte le persone partecipanti abbiano potere, nel senso che le loro idee ed esperienze hanno pari autorità nella conversazione. Ciò non nega che chi supervisiona abbia obiettivi specifici, dati i ruoli e le responsabilità che gli sono attribuiti nel servizio. Al tempo stesso, sia la persona che lavora sul caso sia chi supervisiona riconoscono che l’intenzione è offrire orientamento, riflessione e sostegno.
La supervisione centrata sulla soluzione nei contesti della salute mentale, dei servizi di tutela dei minori, delle dipendenze e di altri servizi sociali riconosce questa natura di fondo della relazione ed è un’interazione collaborativa centrata sulle competenze del professionista o della professionista, che può al tempo stesso ampliarne la consapevolezza clinica. Ovviamente, chi supervisiona o fa consulenza è tenuto a contrastare e fermare ogni pratica non sicura e ad affrontare le questioni etiche. Una pratica competente ed etica richiede consulenza e apprendimento continuo. La competenza, attraverso il modellamento e il rafforzamento della consapevolezza di sé, ossia della capacità di riflettere sulle proprie azioni e convinzioni, è una delle chiavi della crescita come professionista della tutela dei minori.
La pratica centrata sulla soluzione adotta una prospettiva diversa per coinvolgere le altre persone di fronte alle difficoltà. Invece di portare alla luce la storia del problema, le relazioni patologiche sottostanti e lo sviluppo di un pensiero irrazionale, il lavoro si concentra sullo scoprire quale sarà l’esito desiderato dalla persona assistita quando i problemi saranno scomparsi o molto migliorati. Ancora una volta, l’attenzione è rivolta a come coinvolgere le persone assistite in modo da spingerle a creare futuri possibili a partire dal proprio racconto di vita e dalla propria cultura. Una precisazione: quando si è verificato un trauma, o si è verificata o è in corso una crisi non modificabile, l’attenzione si sposta sul far fronte e su ciò che servirà per venire a patti con le conseguenze di quell’evento traumatico e di quel problema di salute.
Chi supervisiona in modo collaborativo, proprio come chi pratica l’approccio centrato sulla soluzione, utilizza diversi strumenti della pratica centrata sulla soluzione, uno dei quali è la curiosità rispettosa: chi supervisiona è sempre curioso di sapere come la persona che lavora sul caso vede e comprende la situazione. O’Connell (2003) descrive questa postura di curiosità come una postura che:
... spinge chi supervisiona a scoprire il modo migliore di cooperare in modo unico con questa persona in supervisione. L’esplorazione comprenderà gli stili di apprendimento preferiti della persona in supervisione, il suo uso del linguaggio, la sua precedente esperienza di supervisione, la fase del suo sviluppo professionale, le sue qualità personali e il suo contesto.
O’Connell, 2003, p. 90
Nel lavoro centrato sulla soluzione, la curiosità rispettosa prende la forma di domande. Sharry (2001) definisce le domande centrate sulla soluzione domande costruttive perché «generano un’esperienza nuova sulle soluzioni potenziali e sui punti di forza e le capacità della persona assistita» (p. 33). La domanda del miracolo è proprio una domanda costruttiva. Richiede un’immaginazione che rifletta l’esperienza di vita della persona assistita o, nel nostro caso, di chi lavora nei CPS. La domanda del miracolo mobilita l’immaginazione di chi lavora sul caso ed è centrata su un esito o un obiettivo desiderato. Quando pensiamo agli obiettivi, agli esiti che desideriamo per la nostra vita, si tratta molto probabilmente di esiti positivi, magari il superamento di una situazione difficile. Quando le persone pensano in questo modo, si crea un senso di speranza e di positività. Groopman (2004) ha osservato che, quando si prende in considerazione un esito positivo o desiderato, si genera speranza, e che la speranza implica:
… una previsione affettiva, ossia la sensazione confortante, energizzante, elevante che si prova quando si proietta nella mente un futuro positivo. Ciò richiede che il cervello generi uno stato affettivo, o emotivo, diverso da quello in cui ci si trova in quel momento.
Groopman, 2004, p. 193
Un altro costrutto importante e fondamentale dell’approccio centrato sulla soluzione è che il «problema» non si verifica sempre, in ogni momento (tranne nel caso di una malattia cronica o mortale). Una madre non picchia il figlio ogni ora di ogni giorno. Un bambino non salta la scuola tutti i giorni. L’ansia e la depressione vanno e vengono nel corso della giornata. Tutti questi momenti in cui la difficoltà non è così grave o non è presente sono chiamati eccezioni. Queste eccezioni sono esempi dei punti di forza e delle capacità che la persona ha nel proprio repertorio e dei possibili modi di agire che attenuano il problema e creano un momento migliore, un futuro possibile.
Esistono molti modi di orientare gli interventi di supervisione quando si lavora con un professionista o una professionista. Nell’esempio che segue, far emergere i punti di forza di chi lavora sul caso e le possibili soluzioni alle difficoltà che incontra con una persona assistita diventa al tempo stesso un modello per lavorare con le persone assistite in una prospettiva centrata sulla soluzione e un aiuto per la persona in supervisione a scoprire la propria creatività e le possibili soluzioni alle sfide di questo caso specifico.
Il racconto positivo orientato al futuro si costruisce attraverso domande rispettosamente curiose sugli esiti desiderati o su ciò che sarà diverso quando il problema sarà risolto. La domanda del miracolo (de Shazer, 1988; de Shazer & Dolan, 2007) è proprio una di queste domande e un modo per incoraggiare chi lavora nella tutela dei minori a pensare in modo creativo a possibili modi di lavorare con la persona assistita. Aiuta chi partecipa alla supervisione di gruppo e chi supervisiona a costruire un racconto nuovo, diverso dal racconto saturato dal problema. Uscire dal racconto negativo radicato offre l’occasione di considerare un’ampia gamma di possibilità, compresi semplici dati trascurati o fatti perduti nel focus negativo (Berg & De Jong, 1996).
L’intuizione e la creatività si riducono quando una persona è presa da pensieri e affetti negativi (Compton, & Hoffman, 2013). Quando il pensiero di chi lavora sul caso è dominato dalle esperienze negative, la cognizione si restringe rispetto ai possibili passi alternativi per far cambiare le cose in meglio. La domanda del miracolo posta da chi supervisiona offre a chi lavora sul caso l’occasione di prendere l’iniziativa nel creare un esito possibile diverso. Invece di assumersi la responsabilità di sapere «la cosa giusta da fare» e di togliere l’iniziativa alla persona che lavora sul caso (e magari di prendere una decisione poco informata), l’uso della domanda del miracolo può dare a chi supervisiona e a chi lavora sul caso l’opportunità di considerare possibilità che forse non avrebbero mai preso in considerazione, di riconoscere eccezioni perdute nella frustrazione di un racconto negativo, il che può aprire intuizioni su azioni possibili per risolvere le difficoltà.
Ciò è possibile grazie all’uso delle domande costruttive di cui si è detto sopra: quelle che chiedono alle persone assistite di sviluppare un racconto su un futuro possibile e un esito desiderato, invece di domande sul passato e di descrizioni del problema, della sua storia e della sua intensità (O’Hanlon & Beadle, 1999). Quando le si chiede di immaginare un «miracolo», la persona che lavora nella tutela dei minori ha l’occasione di formulare idee che altrimenti forse non prenderebbe in considerazione. La maggior parte di noi censura le proprie idee e le valuta prima di esprimerle. Ciò accade soprattutto quando a qualcuno viene un’idea, presume che non funzionerà o che non è accettabile e, autocensurandosi, evita di menzionarla.
La domanda del miracolo viene posta in un modo specifico ed è pensata per aprire il racconto. Poiché all’inizio può sembrare fantasiosa, permette di esprimere maggiore creatività e più possibilità. In questo caso, alla professionista, come a tutti gli altri membri del gruppo, si chiede di immaginare di finire la giornata di lavoro, tornare a casa e fare ciò che fa di solito fino a quando va a letto. Poi si addormenta. Ma mentre dorme accade un miracolo. Il miracolo è che quell’impasse, quella difficoltà o quel problema è scomparso, ma lei non lo sa perché sta dormendo. Poi le si chiede: «Quale sarebbe la prima cosa che noterebbe di diverso con questa famiglia e che Le direbbe che il miracolo è avvenuto?», «Che cosa sarebbe diverso?» (chiedendo specificamente i dettagli di questa differenza). «Che cosa farebbe di diverso la persona assistita? Che cosa farebbe Lei di diverso?»
Quando l’esito desiderato o il futuro preferito viene descritto, si esprime un nuovo insieme di possibilità, positive, che aiutano a generare un pensiero più creativo in tutte le persone presenti alla consulenza di gruppo. Non solo la professionista, ma anche gli altri membri del gruppo che conoscono la famiglia e le difficoltà del lavoro con essa contribuiscono con intuizioni e idee. Molto spesso si acquisisce uno sguardo diverso e carico di speranza sulla famiglia e sulle sue azioni, anche là dove aveva preso il sopravvento il cinismo.
Man mano che queste idee vengono discusse e condivise, può seguire una di due domande. La prima consiste nel chiedere se, in qualche momento del lavoro con questa famiglia, si sia mai verificata una qualche parte di questo miracolo. Si tratta di una possibile eccezione al problema. L’attenzione si rivolge allora alla descrizione di comportamenti positivi, come il fatto che la famiglia collaborava e prendeva le misure necessarie per la sicurezza, anche in piccoli modi.
Le domande diventano allora: «Che cosa era diverso in quel momento? Che cosa faceva di diverso la famiglia o la persona assistita? Che cosa era diverso, in un modo o nell’altro, nella situazione o nel contesto di vita della persona assistita?». Essere in relazione con il personale dei CPS e con altri sistemi produce cambiamenti significativi nel contesto di vita della persona assistita. Le cose non sono «normali». «Che cosa potrebbe aver contribuito a far sì che si producesse questa differenza? In che cosa Lei era diverso o diversa con la famiglia?». Guardare la situazione dalla prospettiva delle eccezioni o delle risposte positive al lavoro (e a chi lo svolge) apre la porta all’eliminazione di parte della negatività che si è accumulata intorno alla famiglia.
Poi chi supervisiona può chiedere: «Se questo è stato possibile, come, o che cosa deve accadere perché questo comportamento più positivo possa riattivarsi?». La risposta può andare dal fatto che la famiglia si sente sostenuta e quindi si impegna a cambiare, al fatto che le circostanze di vita cambiano e creano migliori opportunità per la famiglia, fino a una specifica interazione con chi lavora sul caso che ha spinto la famiglia in una direzione positiva. In alcune di queste situazioni, chi lavora sul caso potrebbe aver coinvolto la famiglia in modi più utili, ed è importante individuare che cosa sia stato più utile per rendere il lavoro più efficace.
È vero anche il contrario. Che cosa potrebbe aver fatto, involontariamente, chi lavora sul caso o altre persone, che abbia incrinato la relazione e provocato una risposta negativa della famiglia? Quando gli si pone la domanda del miracolo e gli si dà poi l’occasione di esplorare la situazione da una prospettiva più ampia e positiva, il professionista o la professionista si apre a intuizioni che possono indicare nuove comprensioni possibili dell’impasse. Ovviamente, l’attenzione è di solito rivolta al fatto che la famiglia agisca. La famiglia è vista come «la paziente» o come la parte problematica, lasciando fuori chi lavora sul caso e il personale, che potrebbero non riconoscere le conseguenze delle azioni intraprese (anche se non intenzionalmente). Facendo un passo indietro, chi lavora sul caso e i membri del gruppo possono comprendere meglio il proprio lavoro e il contesto di vita della famiglia all’interno dei servizi di tutela.
Il fatto che una qualche parte del miracolo o dell’esito desiderato si sia verificata diventa l’«eccezione» al racconto del problema ed è l’inizio di un possibile racconto positivo e desiderabile sul futuro e su un possibile successo. Partire da piccoli successi o da piccoli passi che creano una relazione di lavoro più utile può aiutare chi lavora sul caso a fare passi per cambiare il lavoro con una persona assistita. Il racconto positivo ora descritto sostituisce il racconto negativo e offre l’occasione di chiedersi come quel racconto positivo e sperato (che descrive la relazione di lavoro desiderata) possa realizzarsi, se non si è già verificato in precedenza. È un’occasione per valutare criticamente il processo, ma in modo più positivo, creativo e carico di speranza. Si basa inoltre sulle idee e sulle intuizioni di chi lavora sul caso. Quando questo avviene in una consulenza di gruppo, tutti i membri possono partecipare e trarre beneficio da un pensiero più creativo e dal contributo all’esplorazione della situazione difficile.
Ecco un insieme di domande che utilizzano la domanda del miracolo come parte della supervisione o della consulenza:
Questo esempio è tratto da una consulenza o supervisione di gruppo reale. Ricordiamo che il personale e chi lo supervisiona vengono formati a svolgere con le famiglie un lavoro diretto più centrato sulla soluzione. Di solito partecipano da cinque a sei persone, tutte assistenti sociali con un master in servizio sociale (MSW). Anche se l’attenzione è rivolta a un caso specifico, a tutti i membri del gruppo si chiede di partecipare alla domanda del miracolo e di intervenire durante la discussione. Ciò arricchisce il ventaglio di possibilità creative, aiuta a insegnare il lavoro centrato sulla soluzione e si fonda su relazioni di collaborazione.
Trascrizione della consulenza di gruppo
Operatrice della tutela minori [OTM]: Ho un problema serio. La madre è venuta qui al servizio per una visita protetta ed era fuori di sé. Urlava che non le permettevano di vedere i bambini senza che qualcuno li sorvegliasse e che si sarebbe assicurata che stessero bene nella famiglia affidataria. In effetti c’erano stati dei problemi in una precedente famiglia affidataria e i bambini erano stati spostati. Era aggressiva e pretendeva di parlare con i suoi figli di come si trovavano nella famiglia affidataria, e li interrogava su quello che succedeva lì. Ho cercato di dirle che non era appropriato. I bambini non hanno bisogno di essere interrogati su tutto. Lei è lì per fare visita ai figli. Abbiamo dovuto far venire l’agente di polizia per aiutarla a smettere di urlare. È stato davvero qualcosa, e non vedo quei bambini tornare a casa tanto presto. Non ho nessuna voglia di rivederla.
Consulente: Evidentemente è stato molto duro per Lei e per tutte le persone coinvolte.
OTM: Sì, e non so più cosa fare. È impossibile. La maggior parte del tempo non riesco a mettermi in contatto con lei. Non risponde alle mie telefonate. Ne ho davvero abbastanza di lei. Non vedo i bambini tornare mai con lei [altri membri del gruppo commentavano quanto fosse difficile].
Consulente: Immagino che, con tutti i casi che ha e il lavoro duro che fa, sia scoraggiante. Tutti voi avete un lavoro molto difficile, come ne abbiamo già parlato. Mi permetta di farLe una di quelle domande strane che usiamo a volte, la domanda del miracolo. Vediamo allora se possiamo giocare tutti insieme con questa domanda del miracolo. Torna a casa, si occupa di ciò che c’è da fare e va a letto come al solito. Poi, durante la notte, accade un miracolo, e questo miracolo è che questa madre si trasforma, così, all’improvviso, nella persona con cui avrebbe voglia di lavorare. Al risveglio si alza e va al lavoro come al solito. Naturalmente non sa che il miracolo è avvenuto. Quale sarebbe la prima cosa che noterebbe trovandosi a che fare con questa madre e che Le direbbe: «Dev’essere una specie di miracolo, non riesco a credere a come sta andando!»? Quali sarebbero le prime cose che noterebbe in Lei e in lei e che Le farebbero pensare che dev’essere successo qualcosa di davvero strano?
OTM: Che non sarebbe più una mia utente. [tutti ridono]. Seriamente, è difficile da pensare. Credo che avrei voglia di contattarla e di incontrarla.
Consulente: Che altro sarebbe diverso? Che cosa sarebbe diverso in Lei e in lei che Le direbbe che questo è successo? Qualcosa è diverso?
OTM: Credo che lei sarebbe calma e desiderosa di lavorare per riavere i suoi figli. Anch’io sarei calma e riuscirei a parlare con lei di ciò che deve accadere per garantire la sicurezza.
Consulente: Che cosa farebbe lei che Le direbbe che vuole lavorare per riavere i suoi figli?
OTM: Sarebbe rispettosa e calma con me, e quando vede i bambini non li tempesterebbe di domande sulla famiglia affidataria e su come stanno lì. Parlerebbe semplicemente con loro delle loro cose. Ho bisogno di vedere che è capace di essere responsabile e di impegnarsi per riavere i bambini. Risponderebbe alle mie telefonate e parlerebbe con me di ciò che deve succedere.
Consulente: Allora, c’è stato un momento, incontrandola, in cui le cose si avvicinavano in qualche modo all’immagine del Suo miracolo?
OTM: Credo che all’inizio, prima che i bambini venissero dati in affido la prima volta, sembrasse più disposta a parlare con me e a contattarmi.
Consulente: Che cosa era diverso in quel momento? Che cosa pensa che rendesse le cose diverse per lei?
OTM: Mi lasci pensare. È stato così difficile ultimamente. Credo che la situazione fosse che, finché lei non avesse fatto alcuni cambiamenti, i bambini sarebbero stati al sicuro nella famiglia affidataria, e che era temporaneo.
Consulente: E allora, che cosa ha fatto Lei per contribuire a migliorare le cose in quel momento?
OTM: Vedevo il trasferimento dei bambini come temporaneo, e pensavo che ciò che avevamo concordato di cambiare si potesse fare più facilmente di come è andata.
Consulente: Allora, come pensa che ciò che faceva e diceva abbia contribuito a migliorare le cose per lei in quel momento?
OTM: Credo che mi sentisse dire cose più positive. Capiva che l’affido era temporaneo e che i bambini sarebbero stati bene finché lei non avesse fatto i cambiamenti. Ero rassicurante e fiduciosa che questo caso si sarebbe risolto seguendo le idee e i cambiamenti che avevamo elaborato insieme.
Consulente: In che modo pensa che questo le sia stato utile? Come l’ha aiutata a restare calma e a lavorare di più con Lei?
OTM: Credo che si sentisse più sicura riguardo ai bambini e al ritorno alla normalità.
Consulente: Capisco come questo possa aiutarla a restare più calma e a lavorare con Lei. Che cosa servirebbe perché questo accadesse di nuovo?
OTM: Non lo so, perché i bambini hanno avuto davvero un problema in quella famiglia affidataria e abbiamo dovuto toglierli da lì e collocarli in un’altra famiglia. Lei era furiosa per quello che è successo.
Consulente: Quindi le paure che aveva si sono avverate. Data questa situazione, che cosa pensa sia cambiato per lei?
OTM: Credo che non mi creda quando dico che terremo i bambini al sicuro, ed è stato più difficile parlarle perché è così arrabbiata con noi per averglieli tolti e poi per averli dovuti spostare di nuovo.
Consulente: Allora, che cosa potrebbe fare per aiutarla a crederLe di nuovo?
OTM: Non ne sono sicura, adesso è così arrabbiata.
Un’altra persona del servizio presente all’incontro: Sembra una mamma orsa.
Consulente: Ci dica di più. In che senso è una mamma orsa?
L’altra persona del servizio: Be’, ora vede i suoi cuccioli in pericolo e ci attacca, proprio come fanno gli orsi quando hanno i cuccioli.
Consulente: Allora, se è questo che sta succedendo, che cosa dice di questa madre? Che cosa Le dice di lei?
OTM: È arrabbiata perché non abbiamo protetto bene i suoi figli e abbiamo dovuto spostarli in una nuova famiglia affidataria. Cerca di proteggerli come farebbe qualsiasi madre. Non si fida più di me, né di noi.
Consulente: Ha senso. Che cosa dovrebbe fare per cercare di raggiungerla, ora che lei pensa che il servizio non la consideri più una madre abbastanza buona e che forse non stia proteggendo i suoi figli?
OTM: Devo poterle dire che so che tiene moltissimo ai suoi figli e alla loro sicurezza, e che è una buona madre sotto molti aspetti. Credo che la sua rabbia fosse come quella di un’orsa con i suoi cuccioli. Non avrebbe dovuto fare così, ma capisco come possa sentirsi adesso.
Consulente: Allora, dato che si rifiuta di vederLa, come potrebbe farle sapere che cosa pensa di lei come madre e delle paure che può avere per il fatto che i bambini siano stati tolti dalla prima famiglia affidataria?
OTM: A volte scrivo lettere alle persone che seguo. Potrei scriverle una lettera per farle sapere che so che le sta davvero a cuore la sicurezza dei suoi figli e che vuole averli con sé. Posso cercare di rassicurarla sulle sue preoccupazioni, vista la situazione dell’ultima famiglia affidataria. E anche dirle che ciò su cui avevamo lavorato può ancora realizzarsi, così che i suoi figli possano tornare a casa.
Consulente: Allora, vale la pena di farle sapere questo? È qualcosa che potrebbe fare presto?
OTM: Sì. Incontrerò chi mi supervisiona e le scriveremo insieme una lettera.
Consulente: Ovviamente non abbiamo idea di come questo potrà funzionare o non funzionare in questo caso. Ma sembra che possa essere un modo possibile per coinvolgerla di nuovo, come Lei era riuscita a fare all’inizio. Vediamo che cosa succede.
[La madre si è effettivamente presentata a un incontro con l’operatrice e ha portato con sé la lettera. Era molto più disponibile e ha avuto una buona visita con i suoi figli.]
In questo esempio, le persone che lavorano sul caso (tutti i membri del gruppo) hanno imparato a uscire da un discorso saturato dal problema, con giudizi sempre più negativi su questa persona assistita. Hanno scoperto che, facendo un passo indietro e guardando quali potrebbero essere le possibilità, invece di restare intrappolate in tutto ciò che non va, possono cominciare ad assumere altre prospettive sui comportamenti e trovare modi creativi per coinvolgere la persona assistita. Possono riconoscere ciò che forse fanno o non fanno e che incide sul processo e sul lavoro con la persona assistita, senza concentrarsi su ciò che è andato «storto» e senza restare nei racconti negativi sui comportamenti della persona assistita. L’attenzione è rivolta alle possibilità piuttosto che ai «fallimenti».
Questo ha reso gli incontri con il personale un’esperienza di crescita sempre più positiva, e la positività è sempre legata alla creatività e a un pensiero più ampio (Fredrickson, 2001). Invece di ripetere il consueto racconto che esplora problemi o carenze potenziali, l’esperienza costruisce fiducia e la capacità di considerare opzioni e possibilità. Le persone che lavorano sui casi hanno potuto imparare a farlo da sole e a riflettere su di sé in modo più produttivo. Secondo la mia esperienza, la consulenza (supervisione) centrata sulla soluzione contribuisce a offrire al personale l’occasione di uscire dal focus ristretto del racconto negativo o, peggio, dalla tendenza a fare più pressione sulla persona assistita e a diventare più critici. Possono invece mostrare la loro creatività e l’arte del loro lavoro quando costruiscono con le famiglie un racconto di possibilità e di esiti positivi, insieme al loro modo di avvicinarsi a esse.
Il seguito, nell’incontro successivo, di solito si apre chiedendo: «Che cosa è andato meglio?», intendendo qualsiasi cosa, compresa la questione su cui si era concentrato l’incontro precedente. L’occasione è qui quella di scoprire ogni altro cambiamento positivo, oltre a verificare quale differenza abbia fatto il nuovo sforzo. Questo mantiene di nuovo l’aspettativa positiva e la possibilità di muoversi verso esiti migliori. Anche se sono stati notati solo piccoli spostamenti, questi piccoli spostamenti sono i primi passi verso esiti migliori. La conversazione può allora vertere su come costruire a partire da essi. Ci è stato suggerito di usare le scale nel nostro lavoro e naturalmente è qualcosa che abbiamo cominciato a introdurre nella supervisione. Sono usate nel lavoro tra chi segue il caso e la persona assistita, nell’ambito della formazione a una pratica più attiva e coinvolta nei CPS.
Il lavoro centrato sulla soluzione richiede una prospettiva molto diversa da quella che di solito è una visione patologica della famiglia, che dovrebbe essere curata o riparata da servizi specialistici. Il sistema dei CPS negli Stati Uniti è per molti aspetti un incontro conflittuale (anche se il servizio e il suo personale non lo considerano tale). Negli Stati Uniti le famiglie vengono giudicate problematiche e poi inviate a vari servizi, che sono poi monitorati da chi lavora nei CPS. La persona che segue il caso redige un piano di intervento e si aspetta poi che la famiglia intraprenda una psicoterapia, corsi di genitorialità, un trattamento delle dipendenze o corsi di gestione della rabbia. Se i membri della famiglia non si adeguano, si fa pressione su di loro perché partecipino. Questa posizione instaura una relazione conflittuale e incoraggia inoltre il personale a cercare i comportamenti negativi, come il «non frequentare» un programma di intervento. Passare da questo ruolo di esperto «avversario» a un ruolo di lavoro sul caso collaborativo, centrato sulla soluzione e basato sui punti di forza, non è un cambiamento facile. L’idea di proteggere i minori prevale sull’opportunità di coinvolgere la famiglia nelle eccezioni e nelle potenzialità di un lavoro diretto sul caso, centrato sulla soluzione, perché apporti cambiamenti e utilizzi i servizi. Concentrarsi su ciò che non va e individuare i comportamenti negativi che creano un problema di sicurezza per i bambini è ovviamente importante, poiché lo scopo del lavoro è proteggere il minore. Tuttavia, l’intenzione è anche migliorare il funzionamento della famiglia e mantenere il bambino o la bambina con la propria famiglia.
La ripetizione costante nel tempo di situazioni familiari problematiche può rendere chi supervisiona e chi lavora sui casi disincantati e ciechi rispetto a ciò che è possibile. È un lavoro molto difficile, e chi lo svolge è in prima linea, sottoposto a molte pressioni e alla politica. È quindi molto difficile staccarsi dal ruolo tradizionale di «sorvegliante» della famiglia. In questo ruolo il personale assume spesso una prospettiva molto ristretta e negativa, che genera frustrazione e negatività verso le famiglie.
Questo progetto di ricerca e il lavoro appena descritto rappresentano uno sforzo di questo servizio per produrre cambiamenti reali nel modo in cui il personale della tutela dei minori vede le famiglie e lavora con loro. È la prima vera sfida per chi impara la pratica centrata sulla soluzione: restare dalla parte di ciò che funziona e delle possibilità od opportunità che si possono creare quando si è creativi e si impara a pensare in un contesto più ampio. Accrescere la consapevolezza attraverso la pratica centrata sulla soluzione, facendo un passo indietro e guardando alle possibilità (per quanto stravaganti possano sembrare alla pratica tradizionale), è una delle chiavi per evitare di ricadere nel sezionare problemi negativi e nel dare consigli su che cosa fare. Aiuta anche a centrare il lavoro sugli sforzi di chi segue il caso senza assumere una posizione giudicante. Molte volte queste occasioni di creatività e di immaginazione, come provare la domanda del miracolo, possono aiutare chi lavora sui casi e chi supervisiona a vedere la situazione con occhi nuovi e a trovare altre opzioni e prospettive.
Complexe Systémique: che cosa tenere a mente
Un testo modesto, senza dati, ma con una scena di supervisione che non si dimentica. Ciò che cambia tutto non è la domanda del miracolo in sé, ma il fatto che sia posta a chi lavora nel servizio e non alla famiglia, e all’intero gruppo. La metafora della mamma orsa, lanciata da una collega, fa ciò che nessuna analisi avrebbe fatto: riformula la rabbia come protezione, e l’operatrice ritrova una madre là dove vedeva soltanto un fascicolo. Blundo dice anche la cosa difficile: in un sistema di sorveglianza, il racconto saturato dal problema appartiene a chi lavora nei servizi quanto alle famiglie, e la supervisione deve cominciare da lì. Da leggere insieme a Perry, Alexander e Hemmington sulla speranza nella valutazione sotto costrizione, a Hsu e Chen sulla supervisione centrata sulla soluzione e a Protezione o maltrattamento istituzionale, che pone la stessa domanda dal versante delle politiche pubbliche.
Bibliografia
Berg, I. K. & De Jong, P. (1996). Solution-building conversations: Co-constructing a sense of competence with clients. Families in Society, 77, 376–391.
Compton, W. C. & Hoffman, E. (2011). Positive Psychology (2nd Ed.). Belmont, CA: Wadsworth.
de Shazer, S. (1988). Clues: Investigating Solutions in Brief Therapy. New York: W. W. Norton & Co.
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L’autore
Robert (Bob) Blundo, Ph.D., MSW, LCSW, BCD is Professor of Clinical Social Work at the School of Social Work, University of North Carolina Wilmington, Wilmington, NC, U.S.A. and Director of the Strengths and Solution-Focused Collaborative. Bob teaches Solution-Focused practice at the undergraduate and graduate level and conducts training and develops Solution-Focused programs for regional agencies through training and consultation. Email: blundor@uncw.edu
Articolo originale Group supervision in Child Protective Service: Utilising the miracle question, di Robert Blundo, pubblicato nel Journal of Solution-Focused Brief Therapy, vol. 1, n. 1 (2014), articolo 6, pp. 46-60, doi: 10.59874/001c.75125, con licenza CC BY 4.0. Traduzione non ufficiale in italiano realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né dall’autore né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «Group supervision in Child Protective Service: Utilising the miracle question», pubblicato in Journal of Solution-Focused Brief Therapy (2014) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato in testa a questa pagina. Fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Blundo, R. (2014). Group Supervision in Child Protective Service: Utilising the Miracle Question. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/group-supervision-in-child-protective-service-utilising-the-miracle-question (Opera originale pubblicata nel 2014 in Journal of Solution-Focused Brief Therapy, vol. 1, n. 1 (2014), articolo 6, pp. 46-60; ripubblicata nel 2014 da Journal of Solution-Focused Brief Therapy, https://journalsfp.org/article/75125)
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