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Social Sciences · Famiglia

Trasmissione intergenerazionale della violenza domestica nelle famiglie peruviane: uno studio qualitativo

Ad Arequipa, nel sud del Perù, un’équipe dell’Universidad Católica de Santa María ha intervistato tre generazioni di nove famiglie: una nonna o un nonno, una madre e una persona adolescente. Machismo e marianismo, irritabilità, punizioni corporali, alcol e dipendenza economica alimentano il ciclo; reti di sostegno, elaborazione del trauma, istruzione e separazione aiutano a spezzarlo. La religione agisce in entrambe le direzioni.

Autrici e autori Flor Vilches, Luisa Mazeyra, Andrea Quintanilla e Luis Ramos-Vargas (Scuola di Psicologia, Universidad Católica de Santa María, Arequipa, Perù)Prima pubblicazione Social Sciences, 23 giugno 2025Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Intergenerational Transmission of Domestic Violence in Peruvian Families: A Qualitative Study, di Flor Vilches, Luisa Mazeyra, Andrea Quintanilla e Luis Ramos-Vargas, pubblicato in Social Sciences (MDPI) (2025), doi: 10.3390/socsci14070399, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La tabella è presentata sotto forma di elenco. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

La violenza è così comune da essersi normalizzata, il che porta questi modelli dannosi a tramandarsi all’interno delle famiglie.

Flor Vilches, Luisa Mazeyra, Andrea Quintanilla e Luis Ramos-Vargas

Abstract

La violenza domestica è un problema di salute pubblica con conseguenze importanti per il benessere fisico, mentale e sociale delle persone e delle loro famiglie, e produce effetti negativi sulle generazioni future, che vengono aggravati o inibiti da fattori individuali, sociali e culturali. Questo studio qualitativo si proponeva di esplorare la trasmissione intergenerazionale della violenza domestica nelle famiglie peruviane. Sono state condotte interviste semistrutturate con una persona adolescente, una madre e una nonna o un nonno di nove famiglie. I dati sono stati analizzati mediante analisi tematica riflessiva. L’analisi ha messo in luce l’importanza delle norme di genere tradizionali, il machismo e il marianismo, nella trasmissione intergenerazionale. Altri sottotemi importanti per il mantenimento sono stati l’irritabilità, l’apprendimento sociale, il consumo di alcol e la dipendenza economica. D’altra parte, le reti di sostegno, il superamento del trauma, il saper scegliere il partner, l’istruzione e la separazione sono stati i sottotemi individuati come fattori protettivi e, infine, le credenze religiose sono risultate associate a effetti contraddittori, poiché possono perpetuare la violenza o fungere da fattore di protezione contro di essa. Si discutono le implicazioni di questi risultati e si elabora una proposta basata sul modello socioecologico della violenza domestica, che ne copre i quattro livelli: individuale, relazionale, comunitario e sociale.

1. Introduzione

La violenza domestica è un grave problema di salute pubblica (Pinna 2016; Garcia-Moreno et al. 2006; Shields et al. 2020) e ha serie ripercussioni sul benessere fisico, mentale e sociale delle persone e delle famiglie (World Health Organization 2011). Le conseguenze della violenza possono durare tutta la vita e avere effetti negativi sulle generazioni a venire (Agüero et al. 2022; Berktaş and Eryurt 2025; Franklin and Kercher 2012). Studi precedenti (Bartoli et al. 2024; Bazo-Alvarez et al. 2024; Chernyak et al. 2020) hanno rilevato associazioni intergenerazionali tra l’esposizione dei genitori a esperienze infantili avverse e una peggiore salute infantile nella loro prole (Lê-Scherban et al. 2018). Ciò significa che l’esposizione a situazioni stressanti, come le esperienze di violenza, potrebbe trasmettere effetti negativi alle generazioni future.

I paesi latinoamericani presentano una propensione alla violenza (Croci 2023). Rispetto ad altre regioni del mondo, i dati sulla violenza sono elevati nei suoi diversi tipi e forme (Flake and Forste 2006; Imbusch et al. 2011). Confrontando i dati sulla criminalità e le indagini di vittimizzazione degli anni 2004–2014 (Jaitman and Anauati 2020), si stima che il numero oscuro dei reati violenti di genere sia compreso tra il 92% e il 95%, contro il 63% e l’80% nei paesi sviluppati. L’Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che in America Latina una donna su quattro tra i 15 e i 49 anni ha subito violenza fisica o sessuale da parte del partner (World Health Organization 2021). Benavides et al. (2019) spiegano che il funzionamento inadeguato dei sistemi di protezione potrebbe essere uno dei fattori che contribuiscono a perpetuare il fenomeno della violenza nella coppia.

L’America Latina è una delle regioni con la maggiore eterogeneità culturale al mondo ed è caratterizzata da alti livelli di violenza politica e sociale, testimoniati dalla corruzione, dalla criminalità e dall’instabilità politica dei suoi paesi (Flake and Forste 2006). L’esposizione alla violenza è associata alla continuità della violenza attraverso le generazioni (Valentino et al. 2012; Bendezu-Quispe et al. 2024; Chernyak et al. 2020; Bott et al. 2022). Vivere in un ambiente violento porta la persona a credere che la violenza sia un comportamento normale e accettabile; in altre parole, la desensibilizza rispetto alle conseguenze del proprio comportamento (Uslucan and Fuhrer 2008). Purtroppo, uno dei paesi con la più alta prevalenza di violenza domestica è il Perù (Ames et al. 2018; Kohrt et al. 2015).

La trasmissione intergenerazionale non riguarda solo la violenza domestica, ma comprende anche diversi modelli di comportamento disfunzionali, come le strategie di coping, l’uso di droghe, i comportamenti devianti e il disagio psicologico (depressione, ansia e stress) (Gomis-Pomares et al. 2023). Non si trasmette quindi soltanto il ciclo della violenza, ma anche una serie di condizioni individuali, sociali e culturali che favoriscono il mantenimento del ciclo del comportamento violento (Kim 2012). La trasmissione intergenerazionale della violenza domestica coinvolge, nella sua origine e nel suo mantenimento, fattori biologici, psicologici, sociali, politici, giuridici, educativi, economici e culturali, ed è necessario studiare questo fenomeno in contesti diversi. La ricerca dovrebbe esaminare le circostanze che ne permettono il verificarsi e le variabili che interagiscono in questo ciclo intergenerazionale. Sul piano ontologico, il processo di trasmissione include condizioni che predispongono al comportamento violento e condizioni che lo inibiscono, per cui è possibile intenderlo come l’accumulo simultaneo di fattori di rischio e di protezione che, una volta individuati, possono aumentare o ridurre il verificarsi del comportamento violento (Uslucan and Fuhrer 2008). Ghoshal et al. (2023) hanno condotto una revisione sistematica sui fattori di protezione e di rischio della violenza nella coppia, concludendo che i fattori di protezione dipendono maggiormente dal contesto, mentre i fattori di rischio sono più generalizzabili, soprattutto per i paesi a basso e medio reddito. Nello specifico dei paesi latinoamericani, studi precedenti indicano che due fattori sono di grande rilievo per la prosecuzione di questo ciclo: un’eredità di violenza sociale e norme di genere rigide (Flake and Forste 2006).

L’America Latina ha una storia di violenza sociale fin dalle sue origini, che abbraccia eventi che vanno da prima della conquista spagnola fino ai giorni nostri, aggravata dalle condizioni economiche, sociali e politiche dei suoi paesi (Bendezu-Quispe et al. 2024). A causa delle diverse forme di violenza vissute nel corso della storia dai paesi latinoamericani, il concetto di trauma intergenerazionale ha acquisito una rilevanza crescente nello studio della violenza (Cerdeña et al. 2021; Graf and Schechter 2024; Taccini et al. 2024). La violenza è così comune da essersi normalizzata, il che porta questi modelli dannosi a tramandarsi all’interno delle famiglie.

Le norme di genere sono strettamente legate a due concetti, il machismo e il marianismo (Gibbons et al. 2020; Stevens 1973), che, come fattore comune, attribuiscono maggior valore al maschile che al femminile (Fuller 2012). Il machismo è un concetto che descrive la mascolinità latina e comprende la convinzione che gli uomini debbano essere virili, forti, protettivi e indipendenti, ma anche aggressivi, poco emotivi e sessualmente aggressivi (Flake and Forste 2006). Tuttavia, il machismo può essere visto come un’espressione dell’insicurezza degli uomini riguardo alla propria virilità (Fuller 2012). Il marianismo, dal canto suo, si riferisce alla venerazione della Vergine Maria (Rondon 2003) e segue il modello secondo cui le donne dovrebbero seguirne l’esempio di purezza ed essere in grado di sopportare qualsiasi sofferenza causata dagli uomini (Flake and Forste 2006; Stevens 1973), abbracciando valori come la virtù, la passività, l’autosufficienza e la priorità data agli altri rispetto a sé stesse (Rondon 2003; Lara-Cinisomo et al. 2019).

Gli studi sulla trasmissione intergenerazionale della violenza domestica hanno affrontato il fenomeno con approcci sia quantitativi sia qualitativi. Tuttavia, pochi studi hanno esaminato i meccanismi della trasmissione intergenerazionale della violenza (Agüero et al. 2022). Dalla revisione della letteratura è emerso che la maggior parte degli studi sulla trasmissione intergenerazionale della violenza familiare ha seguito un approccio quantitativo, nel quale è frequente l’uso di dati primari e secondari provenienti da studi longitudinali, oltre alla valutazione di modelli esplicativi mediante tecniche di regressione multipla o modelli di equazioni strutturali (Agüero et al. 2022; Mora 2013; Alvarez et al. 2010; Adams et al. 2019; Anderson et al. 2018; Bradley and Tanwar 2022), assumendo le caratteristiche dei padri e delle madri come variabili predittive e la comparsa del comportamento violento nella prole come variabile dipendente. A questo proposito, Haselschwerdt et al. (2019) hanno condotto una revisione sistematica degli studi sulla trasmissione intergenerazionale della violenza, rilevando che questi studi si caratterizzano per la grande variabilità e per la scarsa complessità della metodologia impiegata. Ciò significa che questo tipo di studi presenta limiti importanti nella comprensione del fenomeno della trasmissione intergenerazionale della violenza familiare. Negli studi qualitativi si presta maggiore attenzione ai meccanismi attraverso cui questo ciclo di violenza si instaura, si mantiene e si interrompe, in particolare contro il partner e contro l’infanzia e l’adolescenza (Antle et al. 2020; Domoney and Trevillion 2021; Ronzón-Tirado et al. 2017).

Nonostante l’abbondante ricerca sulla violenza familiare, si sa ancora poco sugli interventi culturalmente appropriati nei diversi gruppi sociali (Alvarez et al. 2021). In generale, nei paesi a basso reddito la prevalenza è più alta che nei paesi ad alto reddito (Sardinha et al. 2022), e le evidenze indicano che queste differenze non sono puramente economiche: ogni paese ha caratteristiche sociali e culturali proprie che le aggravano o le inibiscono (Bacchus et al. 2024). Esiste una lacuna di conoscenze nell’applicazione di trattamenti efficaci per spezzare il ciclo della violenza familiare nelle popolazioni dell’America Latina e dei Caraibi (Tsapalas et al. 2021); ciò è dovuto alle caratteristiche della regione e al fatto che i fenomeni di violenza implicano che le pratiche genitoriali considerate accettabili nei confronti di un bambino o di una bambina differiscano da un paese all’altro e incidano sulla probabilità di subire maltrattamenti (Wadji et al. 2022). La violenza domestica è un problema grave in Perù; per affrontarla efficacemente è quindi fondamentale comprenderne i fattori di rischio specifici del contesto peruviano (Perez-Vincent and Carreras 2022). Ciò comprende l’individuazione sia dei fattori di rischio sia dei fattori protettivi. Il presente studio si propone pertanto di esplorare la trasmissione intergenerazionale della violenza domestica nelle famiglie peruviane.

1.1. Contesto dello studio

Il Perù è un paese latinoamericano situato in America del Sud, con tre regioni naturali (la costa, la sierra e la foresta amazzonica). È un paese multiculturale, con una forte influenza spagnola, e conserva tradizioni culturali e religiose legate alla religione cattolica.

In Perù la violenza domestica, nelle sue diverse forme, è diffusa e profondamente radicata in tutto il paese (Miljanovich et al. 2010; Caira-Chuquineyra et al. 2024). Si stima che il 51,5% delle donne abbia subito violenza (Bazo-Alvarez et al. 2024). In generale, la violenza domestica in Perù è più diffusa nella foresta amazzonica e nella sierra (Miljanovich et al. 2010), e nelle regioni meridionali del paese le donne sono più esposte alla violenza (Bazo-Alvarez et al. 2024). Il presente studio è stato condotto nella città di Arequipa, situata nella regione della sierra e nel sud del Perù. Arequipa è una delle regioni con il più alto tasso di violenza contro le donne (Castro et al. 2017).

1.2. Quadri teorici

Esistono diverse teorie che spiegano la trasmissione intergenerazionale della violenza domestica, tra cui spicca la teoria del modellamento sociale (Bandura 1973), che sottolinea l’importanza dell’apprendimento vicario e il modo in cui i comportamenti si ripetono in funzione dell’efficacia del comportamento imitato (Uslucan and Fuhrer 2008). Un’altra teoria spesso citata riguarda la genetica del comportamento, secondo la quale il ciclo intergenerazionale può essere spiegato, almeno in parte, dalla genetica condivisa tra genitori e prole (Spatz and Wilson 2015) e dagli effetti epigenetici durante lo sviluppo infantile (Tremblay and Côté 2019). Vi sono poi teorie che si concentrano maggiormente sull’individuo, in particolare sui suoi tratti; questa teoria ha un’impostazione psicopatologica. La trasmissione della violenza viene attribuita ai tratti di personalità dei genitori, sviluppati durante la loro infanzia e attivati una volta diventati genitori (Uslucan and Fuhrer 2008). Le teorie descritte presentano limiti importanti, per cui gli studi sulla violenza domestica utilizzano oggi il modello socioecologico della violenza domestica (CDC 2024).

Non è possibile individuare un unico fattore che spieghi il comportamento violento. La violenza è un fenomeno complesso, risultato della combinazione di fattori personali, situazionali e socioculturali che coesistono a livelli diversi (Heise 1998). Comprendere come questi fattori siano legati alla violenza è un modo per prevenirla. Questo studio utilizza il modello socioecologico della violenza domestica (CDC 2024), un quadro teorico che studia gli effetti interattivi dei fattori individuali e ambientali che influenzano atteggiamenti e comportamenti (Tekkas Kerman and Betrus 2020). Si considerano quattro livelli: individuale, relazionale, comunitario e sociale. Il loro studio permette di comprendere i diversi fattori di rischio e di protezione rispetto alla violenza domestica (CDC 2024). A livello individuale si individuano i fattori biologici e di storia personale che aumentano la probabilità del comportamento violento. A livello relazionale si collocano le relazioni strette che potrebbero aumentare il rischio di subire violenza. A livello comunitario si analizzano i contesti in cui si svolgono le relazioni sociali, con l’obiettivo di individuare le caratteristiche associate al diventare vittima o a esercitare violenza. Infine, a livello sociale si analizzano i fattori sociali che contribuiscono a creare un clima in cui la violenza è incoraggiata o inibita, comprese le norme sociali e culturali che sostengono la violenza come modo accettabile di risolvere i problemi (CDC 2024). Cummings et al. (2013) spiegano che è importante sviluppare modelli socioecologici specifici per ciascun contesto, perché ciò consentirà a chi fa ricerca, a chi opera sul campo e a chi elabora le politiche di prendere decisioni basate sulle evidenze per affrontare il problema della violenza domestica.

2. Materiali e metodi

2.1. Disegno della ricerca

È stato condotto uno studio qualitativo descrittivo con un disegno di analisi tematica riflessiva (Braun and Clarke 2006). Si è adottato il paradigma costruzionista sociale, la cui premessa principale è che le persone costruiscono il significato della propria realtà attraverso l’interazione sociale con gli altri, e che tale significato si manifesta nel discorso. In altre parole, ciascuna persona costruisce il significato delle proprie esperienze attraverso le interazioni con altre persone, e chi fa ricerca deve cercare di dare senso (interpretare) ai significati che gli altri attribuiscono al mondo (Creswell 2013).

2.2. Partecipanti e campionamento

Hanno partecipato nove famiglie, di cui sono stati intervistati un figlio o una figlia (adolescente), una persona adulta (la madre) e una nonna o un nonno (n = 27). È stato utilizzato un campionamento intenzionale: una persona esperta in psicologia che lavora con famiglie a rischio ha preselezionato le persone partecipanti, poi le ha informate sullo studio e le ha invitate a partecipare. I genitori sono stati informati sullo studio e invitati a partecipare.

I criteri di inclusione erano: famiglie che accettassero di partecipare e famiglie con tre generazioni nello stesso nucleo domestico. Come criteri di esclusione si è considerato che nessuna delle persone partecipanti riferisse una diagnosi psichiatrica o sensoriale o avesse difficoltà di comunicazione orale. Le persone adolescenti erano 5 ragazze e 4 ragazzi, di età compresa tra 12 e 18 anni (M = 13.9); l’età delle madri era compresa tra 40 e 49 anni (M = 41.8) e le nonne e i nonni erano 7 donne e 2 uomini, di età compresa tra 54 e 79 anni (M = 66.4). La Tabella 1 presenta la caratterizzazione delle persone partecipanti.

Tabella 1 — Caratterizzazione delle persone partecipanti.

  • Famiglia 1. Adolescente 1: maschio, 12, studente di scuola secondaria, studente. Madre 1: femmina, 43, istruzione superiore, assistente amministrativa. Nonna 1: femmina, 79, scuola secondaria incompleta, casalinga.
  • Famiglia 2. Adolescente 2: femmina, 12, studentessa di scuola secondaria, studentessa. Madre 2: femmina, 38, istruzione tecnica superiore, casalinga. Nonna 2: femmina, 54, scuola primaria incompleta, agricoltrice/casalinga.
  • Famiglia 3. Adolescente 3: femmina, 12, studentessa di scuola secondaria, studentessa. Madre 3: femmina, 43, istruzione tecnica superiore, sarta. Nonna 3: femmina, 60, scuola primaria incompleta, agricoltrice.
  • Famiglia 4. Adolescente 4: maschio, 18, studente universitario, studente. Madre 4: femmina, 49, istruzione superiore, casalinga. Nonna 4: femmina, 70, istruzione secondaria, lavoratrice autonoma.
  • Famiglia 5. Adolescente 5: femmina, 14, studentessa di scuola secondaria, studentessa. Madre 5: femmina, 39, istruzione superiore, casalinga. Nonna 5: femmina, 72, istruzione secondaria, lavoratrice autonoma.
  • Famiglia 6. Adolescente 6: maschio, 14, studente di scuola secondaria, studente. Madre 6: femmina, 40, istruzione tecnica superiore, lavoratrice autonoma. Nonno 6: maschio, 79, scuola secondaria incompleta, disoccupato—pensionato.
  • Famiglia 7. Adolescente 7: femmina, 13, studentessa di scuola secondaria, studentessa. Madre 7: femmina, 41, istruzione secondaria, lavoratrice autonoma. Nonna 7: femmina, 61, istruzione secondaria, lavoratrice autonoma.
  • Famiglia 8. Adolescente 8: maschio, 16, studente di scuola secondaria, studente. Madre 8: femmina, 41, istruzione secondaria, lavoratrice autonoma. Nonno 8: maschio, 65, istruzione secondaria, lavoratore autonomo.
  • Famiglia 9. Adolescente 9: femmina, 14, studentessa di scuola secondaria, studentessa. Madre 9: femmina, 42, istruzione superiore, lavoratrice autonoma. Nonna 9: femmina, 58, istruzione primaria, lavoratrice autonoma.

Per ogni partecipante: sesso, età (anni), istruzione, occupazione.

2.3. Interviste dello studio

Per ciascun gruppo di partecipanti (adolescenti, madri, nonne e nonni) è stata preparata una traccia di intervista semistrutturata. Per elaborare queste tracce è stata utilizzata una matrice di categorizzazione che copriva i seguenti temi: percezione della violenza domestica, fattori di rischio e/o fattori scatenanti della violenza domestica, trasmissione intergenerazionale della violenza domestica, fattori che interrompono il ciclo della trasmissione intergenerazionale, e sostegno sociale e strategie di coping. Le tracce sono state riviste da due persone esperte di casi di violenza familiare e valutate mediante interviste pilota con una famiglia.

Le interviste ai tre membri di ciascuna famiglia si sono svolte simultaneamente, in spazi separati, per garantire la riservatezza e la tutela delle persone partecipanti. È stata costituita un’équipe di intervista composta dal gruppo di ricerca e da sette persone intervistatrici esterne. Tutte erano psicologhe o psicologi con almeno un anno di esperienza nel colloquio clinico. Le interviste sono durate da 23 min a 1 h e 55 min (adolescenti: 23 min–66 min; madri: 47 min–1 h e 55 min; nonne e nonni: 48 min–1 h e 32 min). Tutte le interviste si sono svolte in privato, in un luogo tranquillo, e sono state audioregistrate.

2.4. Aspetti etici

Lo studio è stato finanziato dal fondo di ricerca dell’Universidad Católica de Santa María (UCSM). Il progetto è stato esaminato e approvato dal Vicerrettorato per la Ricerca (28048-R-2021). Lo studio è stato condotto secondo le linee guida della Dichiarazione di Helsinki e approvato dal Comitato etico istituzionale per la ricerca dell’Universidad Católica de Santa María (codice di protocollo 281-2024).

La partecipazione era volontaria e basata sul consenso e sull’assenso informati. Alle persone partecipanti sono state fornite informazioni sull’obiettivo, sui rischi e sui benefici dello studio, nonché sulla riservatezza dei dati raccolti. Infine, è stata chiesta l’autorizzazione a registrare l’intervista. Considerato il potenziale rischio di disagio emotivo legato allo studio, sono state adottate le seguenti misure di mitigazione: le persone intervistatrici sono state formate all’attuazione di un piano d’azione in caso di crisi, che comprendeva un protocollo di sostegno emotivo e informazioni su come intervenire nei casi di violenza domestica. Il protocollo includeva tecniche di rilassamento e di respirazione, distrazione sensoriale e ascolto attivo, da applicare in caso di reazioni avverse durante l’intervista, evitando potenziali rischi e l’avvio di qualsiasi processo che potesse portare alla rivittimizzazione delle persone partecipanti. Inoltre, l’équipe di intervista ha fornito informazioni utili su cosa fare in caso di violenza domestica e ha distribuito a tutte le persone partecipanti materiali sui servizi di assistenza per la violenza domestica.

In riconoscimento del tempo dedicato e dei possibili disagi, alle famiglie è stato offerto un compenso economico di PEN 100,00 (circa USD 30) per la partecipazione. Il pagamento è stato consegnato alla madre di ciascuna famiglia al termine delle tre interviste. Tale pagamento non ha generato coercizione né influenzato risposte o decisioni nello studio. Per proteggere l’identità delle persone partecipanti, è stato assegnato un codice in base all’ordine delle interviste (famiglia 1, adolescente 1, madre 1 e nonna 1).

2.5. Analisi dei dati

È stata applicata un’analisi tematica riflessiva con il programma Atlas.ti, versione 24. Si è utilizzata un’analisi ibrida con logica abduttiva (Reichertz 2014), che comporta l’associazione tra quanto emerge induttivamente e un quadro teorico di riferimento, in modo che i dati empirici siano integrati con le conoscenze teoriche esistenti. L’analisi è iniziata con la costruzione di una matrice di categorizzazione basata su una revisione della letteratura, seguita dalla familiarizzazione con i dati attraverso la trascrizione delle interviste, la loro lettura e la generazione delle citazioni iniziali. La trascrizione è stata effettuata in due fasi: nella prima si è utilizzata l’applicazione Transkriptor (https://transkriptor.com/es/, consultata il 2 dicembre 2024) e nella seconda le trascrizioni sono state riviste manualmente. Successivamente si è proceduto alla codifica, aperta e tematica. In seguito è stata effettuata la categorizzazione, che comprende l’individuazione dei temi o delle categorie più rilevanti. Infine, è stato redatto un rapporto che sintetizza questi risultati, convalidato dal gruppo di ricerca.

3. Risultati

Sono stati individuati tre temi principali: (1) fattori che contribuiscono alla perpetuazione della violenza intergenerazionale, (2) fattori di protezione rispetto alla trasmissione intergenerazionale della violenza e (3) credenze religiose.

3.1. Tema 1: fattori che contribuiscono alla perpetuazione della violenza attraverso le generazioni

Questi fattori predispongono le persone a sviluppare comportamenti violenti, nonché a una maggiore predisposizione a essere vittime di violenza. Comprendono fattori di rischio che favoriscono l’emergere e il mantenimento del ciclo della violenza intergenerazionale.

Machismo e marianismo rimandano alle norme di genere, che indicano le aspettative socioculturali sul comportamento di uomini e donne e implicano un ordine gerarchico nella relazione tra uomini e donne. Si osserva che queste norme vengono acquisite attraverso la socializzazione e le differenze nell’educazione di uomini e donne. Le citazioni mostrano l’idea che gli uomini debbano essere virili, non svolgere lavori domestici, e che siano possessivi nei confronti delle donne, il che conduce a comportamenti aggressivi.

«… Mia madre è sempre stata così, per gli uomini sì, il meglio, nei vestiti, nel cibo, in tutto, nel trattamento, nelle attenzioni, tutto, ma per noi no… Io sono cresciuta con un’educazione molto maschilista, che le donne sono quelle che cucinano, lavano, puliscono, fanno, e gli uomini no, non cucinano, non puliscono, non… e allora a quell’età cominciavo già a lamentarmi: perché devo farlo io e mio fratello no?»

(Madre 4)

«Sì, avevamo paura di lui [suo padre]. Io avevo molta paura di lui perché sapevamo già che mio papà è molto maschilista, lo è ancora. Era molto geloso ed era molto aggressivo. Mi ricordo che una volta ha rotto il naso a mia mamma, più o meno in questo periodo, le ha rotto il naso.»

(Madre 9)

Sono state individuate anche citazioni legate al marianismo, in cui le donne devono sopportare e subire i maltrattamenti degli uomini, soprattutto se è per proteggere la prole, oltre ad assumere un ruolo passivo nei confronti della vita, che ritengono corrispondere al loro posto nella società.

«… Sono andata da uno psicoanalista e lo psicoanalista mi ha detto che ero già stata cresciuta come una signorina. Lei è stata una signorina… Sono sempre stata tranquilla e obbediente, ma non so se è perché volevo farlo io o perché avevo già il chip che dovevo farlo.»

(Madre 1)

«… Mia mamma, per esempio, era una di quelle persone che permettevano e perdonavano molto, credo che perdonasse perché mamma non se n’è mai andata di casa, è sempre rimasta con mio papà, ma ora che sono mamma, dicevo sempre a mia mamma: mamma, perché non lo lasci? Perché ti lasci picchiare così tanto?…»

(Madre 3)

Secondo il modello socioecologico, si può osservare che questo sottotema comprende l’interazione tra vari livelli, a cominciare dal livello sociale, dove queste norme culturali su come devono comportarsi uomini e donne si stabiliscono fin dall’infanzia e hanno importanti ripercussioni sugli altri livelli. A livello individuale, si manifestano nell’instaurarsi di credenze e atteggiamenti che incoraggiano l’adesione a ruoli di genere rigidi. Ciò può portare a una disuguaglianza di potere nelle relazioni che le persone intrattengono e giustificare, a livello comunitario, la tolleranza del comportamento violento.

Le persone partecipanti hanno riferito la grande importanza dei modelli di ruolo nella ripetizione dei comportamenti violenti. L’aver assistito a episodi di violenza in tenera età è legato al successivo manifestarsi della violenza. Lo si osserva nel racconto della madre a proposito del figlio, così come in quello delle nonne e dei nonni a proposito delle madri.

«… Penso che a volte, quando lui [suo figlio] diventa violento e si arrabbia, gli dico: non essere come tuo papà, non voglio che tu sia come lui…»

(Madre 1)

«… La violenza familiare viene da persone violente che hanno ricevuto quel trattamento nelle loro case, sono figli di genitori violenti, credo che venga da lì, e dall’educazione, dalla cultura e dalla situazione, dall’ambiente in cui sono cresciuti, soprattutto perché, come dice il proverbio, chi va con i lupi impara a ululare, ed è una realtà…»

(Nonno 6)

Questo modellamento favorisce la ripetizione di modelli disfunzionali nelle famiglie da una generazione all’altra. Questi comportamenti comprendono il ciclo di violenza vissuto dalla generazione precedente e ripetuto, incluse le risposte disadattive al comportamento violento.

«… Ed è per questo che dico che la violenza ti distrugge… Puoi continuare a replicarla, perché proprio adesso sta succedendo con mia sorella. Io dico a mia sorella, anche se ha visto tutto quello che è successo, mia madre a volte permette al suo compagno di trattarla male. Le dico, ma perché lo permetti, le dico, guarda che lui non è il papà di tuo figlio, perché devi permettergli di trattarti male, le dico, e lei non mi dà una risposta, non mi dice perché…»

(Madre 9)

Secondo il modello socioecologico, questo sottotema analizza l’interazione tra diversi livelli, in particolare quello relazionale e quello comunitario. Le esperienze di abuso o di violenza incidono sull’apprendimento di modelli di comportamento violento, così come sull’apprendimento di modelli di comportamento disfunzionali. Ciò altera le dinamiche relazionali, aumenta i problemi di comunicazione e normalizza il comportamento violento, perpetuando il ciclo della violenza domestica.

L’irritabilità è un tratto manifestato da chi aggredisce, caratterizzato dalla tendenza ad alterarsi e a reagire in modo esplosivo a situazioni lievi o che non giustificano reazioni così esagerate.

«… Mia mamma ci afferrava, “che cosa vi ho detto?” o qualcosa del genere, per le guance o per i capelli ci afferrava, ma mia mamma non ci picchiava come mio papà; mio papà, quando si arrabbiava, come se volesse farci sparire, prendeva la cintura…»

(Madre 3)

«… È stato quando avevo circa 8 anni. Non ricordo quanti anni avevo, ma a casa avevamo un bidone dell’acqua. E immagino che mio papà mi abbia detto qualcosa, e io ho preso un sasso e gliel’ho tirato ed è finito sul suo ginocchio, e basta. Sì, mi ricordo che mio papà è arrivato furioso, mi ha afferrata, mi ha presa in braccio e mi ha messa a testa in giù nel bidone, questo è quello che ricordo. E questo resta, quelle due cose hanno segnato la mia vita…»

(Madre 8)

Secondo il modello socioecologico, l’irritabilità si colloca a livello individuale e relazionale. L’irritabilità è un tratto che aumenta la probabilità di comportamenti violenti ed è strettamente legata alla rabbia e al controllo degli impulsi. Inoltre, influisce sul modo in cui la persona si relaziona con gli altri, aumentando i conflitti e i problemi di comunicazione che favoriscono il verificarsi di episodi violenti, perpetuando il ciclo della violenza familiare.

Un ulteriore sottotema importante è stato il ricorso a pratiche educative violente, motivate dalla necessità di correggere comportamenti considerati «inappropriati». Nelle famiglie in cui la violenza era più frequente, si è osservato che queste pratiche erano più violente e sproporzionate rispetto al comportamento inappropriato.

«… A volte mia sorella non fa le sue cose a casa e mia mamma la picchia con la mano e mia sorella si mette a piangere e mia mamma comincia a urlare parolacce…»

(Adolescente 4)

«… E magari li sto maltrattando, no? Ma dico, se non li correggo, quando saranno più grandi, che cosa succederà? E dico, sto facendo loro del male, cioè, questo è il dilemma che ho adesso, no? È questo che mi starebbe succedendo…»

(Madre 1)

«… I ragazzi non vogliono nemmeno fare le commissioni o niente e a volte una frustatina ci vorrebbe… è successo a mio figlio, che è medico… ha finito lì le elementari e le superiori, ed è alle superiori che si viene corretti, ma a quel tempo il direttore propose un’insegnante, che era stata l’insegnante del direttore, era una signora anziana, una signora che aveva la sua frusta, gli dava la sua frusta, ma era un’insegnante molto severa, tanto che quasi tutti i compagni di diploma di mio figlio sono professionisti…»

(Nonno 6)

I metodi disciplinari violenti erano più frequenti quando venivano applicati in ambienti che li approvavano. Persino gli stessi familiari li incoraggiavano e li percepivano come efficaci nell’educazione.

«… Adesso che vivo con lui [il suo compagno], lo sento sempre che mi dice, mi dice perché non picchi i tuoi figli, mi dice che dovresti picchiarli, sono molto viziati, dice…»

(Madre 8)

Secondo il modello socioecologico, questo sottotema si colloca principalmente ai livelli relazionale, comunitario e sociale, poiché queste pratiche sono incoraggiate da gruppi sociali vicini che percepiscono il comportamento violento come un modo per correggere le persone minorenni, normalizzando la violenza nell’educazione. Le pratiche genitoriali violente sono percepite come fattori positivi, e persino come necessarie, per la corretta formazione del bambino o della bambina. È interessante osservare come venga giustificato l’uso della violenza, il che mostra quanto queste pratiche genitoriali siano radicate nelle persone intervistate.

Il consumo di alcol è un altro sottotema rilevante, in quanto considerato un fattore di rischio di violenza. Si presenta come un fattore scatenante della violenza ed è spesso legato agli incontri sociali. È stato inoltre collegato al rischio di violenza sessuale da parte di familiari.

«… Perché ogni volta che beveva, diventava aggressivo [suo padre]. Diventava violento o la picchiava [sua madre], alle feste di carnevale diventava violento, beveva, quella festa era fatta perché litigassero, e sì, sì, mi spaventava, mi faceva paura. Ma mia mamma sopportava tutto questo… E per questo avevo paura di quelle feste di carnevale, perché avevo paura di quello che era successo a mia mamma, che le avevano spaccato il naso, avevo paura, avevo paura che arrivasse il carnevale, poteva succedere perché c’era l’ubriachezza, di sicuro sarebbe successo, no, avevamo paura perché mio papà era molto aggressivo…»

(Madre 9)

«… Non riesco a stare in pace con questo aspetto, perché va avanti da quando ero bambina, come le ho già detto, e praticamente ci sono cresciuta, e prima era peggio perché i miei zii arrivavano ubriachi e facevano chiasso, per esempio io avevo paura di uscire al parco e mio zio arrivava ubriaco…»

(Madre 2)

Alcol e violenza implicano l’interazione dei livelli individuale, comunitario e sociale. Si menzionano i livelli comunitario e sociale perché l’alcol è una sostanza presente negli incontri sociali ed è considerato un disinibitore sociale. Tuttavia, l’abuso di alcol predispone alla comparsa del comportamento violento riducendo il controllo degli impulsi della persona. I racconti sottolineano come il consumo di alcol sia associato al comportamento aggressivo e al verificarsi di eventi traumatici.

La dipendenza economica è risultata essere un fattore che impedisce alle donne di lasciare una relazione violenta, poiché non dispongono delle risorse economiche per provvedere a sé stesse e alla prole.

«… Ci sono donne che lo sopportano per la situazione economica: se mi separo, chi mi darà i soldi?…»

(Nonno 6)

«… Una parte è che la moglie spesso sopporta il marito perché non ha indipendenza lavorativa, perché se avesse indipendenza lavorativa lo caccerebbe, perché non ho bisogno di lui…»

(Nonna 1)

«… Ma quello che guadagnava di più era mio padre. E perché i miei fratelli potessero studiare, potessero avere quello di cui avevano bisogno. Mia mamma diceva che per questo era rimasta con lui…»

(Madre 9)

Ciò è legato ai ruoli di genere tradizionali, in cui gli uomini sono identificati come coloro che provvedono al sostentamento e le donne hanno un ruolo di supporto. In questa categoria si osserva che le donne sopportano la violenza fisica e psicologica perché dispongono di risorse limitate per l’autonomia economica e dipendono in larga misura dalle risorse economiche che gli uomini possono fornire. Questo sottotema riguarda principalmente i livelli relazionale, comunitario e sociale. Qui spiccano i fattori socioculturali, legati a ruoli di genere rigidi che limitano le attività delle donne, in particolare lo svolgimento di attività lavorative che evitino la dipendenza economica. La situazione si aggrava quando la madre crede che, senza il sostegno economico del partner, ne risentiranno i figli e le figlie, e quindi ritiene di dover restare nella relazione violenta per il loro bene.

3.2. Tema 2: fattori di protezione rispetto alla trasmissione intergenerazionale della violenza familiare

Questi fattori riducono il rischio di violenza nei membri della famiglia e interrompono il ciclo della violenza attraverso le generazioni.

Il primo sottotema individuato sono state le reti di sostegno, che comprendono l’insieme delle persone che offrono sostegno alle vittime di violenza domestica. Il loro scopo è garantire il benessere e la sicurezza delle persone coinvolte. Una delle principali è la famiglia stessa della vittima, così come il personale professionale incaricato dell’assistenza e i gruppi sociali, come la polizia e la Chiesa, che forniscono sostegno psicosociale alle persone coinvolte.

«… Vedevamo tutti tutto quello che mio papà le faceva quando la picchiava [sua madre] e se la difendevamo, picchiava anche noi con la frusta…»

(Nonna 3)

«… Ma io le ho detto, andiamo, andiamo, mamma, gliel’ho detto una volta e mia mamma non ha voluto. Per questo adesso dico perché mia mamma magari sopportava, perché non aveva dove andare. Mia madre non ha una famiglia. Allora magari per questo, no, dico che per questo sopportava…»

(Nonna 9)

«… Be’, adesso ho imparato a sporgere denuncia, ma non mi danno retta neanche lì…»

(Nonna 2)

La mancanza di una rete di sostegno può avere effetti controproducenti sulla vittima e mantenere il ciclo della violenza domestica. Allo stesso modo, la sfiducia verso le istituzioni che dovrebbero proteggere la vittima riduce l’effetto delle reti di sostegno. Questo sottotema è uno dei più importanti per spezzare il ciclo della violenza familiare. Qui si vede come interagiscono i livelli relazionale, comunitario e sociale. A livello relazionale, si può osservare come genitori e prole costituiscano una parte importante del modo in cui il sostegno viene offerto alla vittima. D’altra parte, ai livelli comunitario e sociale, la sfiducia verso le istituzioni che forniscono servizi di sostegno in questi casi genera disperazione e normalizza il comportamento violento. Le reti di sostegno della vittima dovrebbero essere prese in considerazione negli interventi volti a spezzare il ciclo della violenza familiare.

Il superamento del trauma implica che una riflessione personale sugli eventi traumatici può contribuire a spezzare il ciclo della violenza intergenerazionale. La persona comprende l’importanza della comunicazione per superare il trauma, esprimendo ciò che pensa e sente, il che impedisce al ciclo della violenza di ripetersi.

«… Non seguire le orme della mia famiglia, non essere così, dare più valore alla vita per mia madre, i miei fratelli, i miei figli, di più per la vita, perché dico che è un miracolo che io sia ancora viva con tutto quello che ho passato…»

(Madre 2)

«… Adesso ho superato tanto, tanto, ma non sono andata da nessuno psicologo, da sola, parlando con una persona, con un’altra persona, mi hanno tirato su il morale… magari anche questo mi ha fatto cambiare, mi ha fatto reagire e la verità è che adesso sono tranquilla… mi dedico a me stessa… mi chiedono perché non ti sei trovata un compagno, perché preferisco stare da sola piuttosto che essere controllata…»

(Nonna 4)

Secondo il modello socioecologico, questo sottotema comprende il livello individuale e quello relazionale. A livello individuale, la storia personale di violenza domestica può innescare un trauma, che favorisce la comparsa di modelli di comportamento disfunzionali, i quali si manifestano quando la persona si relaziona con gli altri, in particolare con il partner e con la prole. Nelle citazioni si osserva che il superamento del trauma può avvenire attraverso una riflessione profonda sugli eventi traumatici vissuti e la decisione individuale di non ripetere il ciclo. Il superamento del trauma ha effetti arricchenti sulla persona, permettendole di sviluppare risorse individuali per accrescere il proprio benessere. Alla luce di quanto detto, è opportuno valutare la presenza di un trauma quando si lavora con questi casi, così da poter realizzare interventi più personalizzati ed efficaci per spezzare il ciclo della violenza familiare.

Un sottotema emerso dall’analisi è stato il saper scegliere il partner. Comprende l’importanza di saper scegliere il partner sentimentale. L’attenzione è posta sul conoscere la storia familiare del partner, soprattutto se si tratta di uomini. Questo aspetto ha avuto maggior peso nelle interviste con le nonne e i nonni.

«… Anche se l’uomo è violento, per questo prima di sposarsi bisogna cercare di vedere la qualità dell’uomo con cui si starà, o anche della donna, perché se ti metti con un uomo possessivo, con una donna che è anche lei violenta, lo si nota già da quando si è fidanzati; se già da fidanzati ci sono problemi, come sarà quando sarai sposata e avrai dei diritti con tuo marito?…»

(Nonno 6)

«… L’educazione, l’esempio dei genitori, e quando un uomo o una donna sta per sposare qualcuno, dovrebbe anche guardare com’è sua madre e com’è suo padre, questo gli darà una risposta migliore su come sarà in futuro, se il suo futuro, per esempio, se il partner vede che suo padre picchiava sua madre, o che sua madre era un po’ testarda e difficile, allora è da lì che viene il cattivo esempio…»

(Nonna 5)

Secondo il modello socioecologico, questo sottotema si colloca principalmente a livello relazionale. Saper scegliere il partner svolge un ruolo importante nel controllare il manifestarsi della violenza. È interessante notare che sono le nonne e i nonni ad attribuire la maggiore importanza a questa categoria. Sebbene scegliere il partner giusto abbia un effetto preventivo, ha anche un rovescio della medaglia: se si sceglie un partner che si rivela violento, potrebbe comparire un effetto rivittimizzante, che indica che la colpa è della vittima.

Un altro sottotema rilevante è stato l’istruzione. Si riferisce a come la formazione scolastica di donne e uomini funzioni da fattore di protezione contro il comportamento violento. Le persone intervistate associano i titoli di studio a fattori che impediscono il manifestarsi della violenza. Associano inoltre la formazione scolastica a un’educazione ai valori e al raggiungimento degli obiettivi attraverso lo studio.

«… Quasi tutti i miei generi sono laureati e io le ho detto che non era da persona istruita alzare le mani, che per quello c’erano le parole, la bocca per poter parlare e capire se mia figlia stava sbagliando, e allora correggerla, ma con le parole…»

(Nonna 4)

«… La descriverei come una famiglia molto basata sullo studio e che crede che… hanno la mentalità che senza studi non si va lontano…»

(Adolescente 4)

«… Ci siamo assicurati che i miei figli studiassero persino in scuole private di quelle buone, dove insegnano loro i valori, e mi sembra che la cosa principale sia insegnare i valori ai figli e trattarli in modo che, con le loro capacità di ragazzi, possano farsi strada…»

(Nonno 6)

Questo sottotema mostra l’interazione tra i livelli individuale e relazionale. Le persone intervistate hanno attribuito grande importanza all’istruzione come fattore legato alla crescita personale e all’inibizione del comportamento violento. Inoltre, è emerso che il livello di istruzione raggiunto era associato all’idea di acquisire valori che avrebbero permesso relazioni migliori con gli altri. Ciò era particolarmente importante per le nonne e i nonni, che, in modo distorto, insistevano sull’istruzione degli uomini affinché potessero avere un maggiore controllo e sviluppare le loro capacità di comunicazione con la partner. Questo risultato potrebbe essere collegato all’esistenza di sistemi sociali che rafforzano l’idea delle disuguaglianze di genere, assegnando ruoli più importanti agli uomini e ruoli più secondari alle donne.

La separazione è stata un sottotema emerso dall’analisi. È risultata essere una misura drastica per allontanarsi dalla situazione violenta. La separazione avviene quando la persona ritiene che non ci sia altra via d’uscita né possibilità di miglioramento nella relazione. Separandosi, la persona può sviluppare una maggiore indipendenza e fiducia in sé.

«… Mia mamma un giorno ha preso e ha detto: basta, non c’è più soluzione, ce ne andiamo da questa casa, e ha preso le sue cosette e i nostri padrini hanno preso il loro camioncino e hanno caricato tutte le cosette sul camion e ce ne siamo andati…»

(Madre 3)

«… Per questo ho deciso di chiudere la relazione, che non succederà più. Mi sono detta, gli ho già dato tante possibilità, tante volte…»

(Madre 8)

«… La separazione mi è servita molto, e be’, è stato un percorso per rendermi conto che posso farcela da sola…»

(Madre 1)

Questo sottotema riguarda l’interazione tra i livelli relazionale e comunitario. La separazione è una misura drastica per interrompere il ciclo della violenza. Tuttavia, è possibile che la separazione generi nuovi problemi, come la mancanza di risorse economiche e la possibilità di maltrattamenti dopo la separazione. In questo senso, la separazione richiede reti di sostegno che riducano al minimo i possibili effetti negativi, soprattutto sulla vittima, che può trovarsi in una situazione di vulnerabilità. È inoltre necessario disporre di istituzioni in grado di proteggerla e di darle il sostegno di cui ha bisogno, con l’obiettivo di spezzare il ciclo della violenza familiare.

3.3. Credenze religiose

L’ultimo tema individuato sono state le credenze religiose. Le credenze religiose sono state associate a tradizioni che implicano violenza, in particolare la penitenza.

«… Il Venerdì Santo digiunavo quel giorno. Quel giorno prendevo la frusta, il “San Martincito”, e non sapevo nemmeno perché, mi alzavo alle quattro del mattino, e lì mi prendevo le frustate col chicote. Tre volte, mi faceva pregare, mi faceva pregare, mi faceva chiedere perdono a Dio. È lì che mio padre mi puniva per tutte le cose cattive che avevo fatto durante l’anno, me le tirava fuori, per questo, per questo, per questo, per questo…»

(Nonna 7)

Le credenze religiose sono state collegate anche all’ottenimento di sostegno per affrontare i problemi legati alla violenza. Queste credenze danno alla vittima la speranza che il modo in cui la famiglia si relaziona migliorerà.

«… So che Dio aveva in serbo per me qualcosa di molto meglio e ora mi sento più tranquilla nonostante tutti i problemi… Che c’è un Dio che ama, che tutto quello che succede è perché succederà qualcosa di meglio… Prima ero depressa e andavo a dormire, stavo male nonostante tutto il sostegno che ricevevo. La comunità, invece, mi ha fatto vedere che devo guardare la mia famiglia ed essere grata per quello che ho…»

(Madre 1)

«… C’era una signora che mi aiutava e che mi diceva: “Chiedi al Signore in ginocchio, chiedi al Signore che cambi tuo marito…”»

(Nonna 3)

«… Per quello che è successo con mia madre. Per quello che ho dovuto vivere, be’, no, ma… Ma grazie a Dio sono riuscita ad andare avanti. Va tutto bene con i miei figli, va tutto bene…»

(Nonna 9)

Questo sottotema mostra l’interazione di tutti i livelli del modello socioecologico. A livello comunitario e sociale, la religione, in particolare quella cattolica, è un fattore di grande importanza nella società peruviana. La sua influenza si fa sentire lungo tutta la vita della persona e ne regola il modo di comportarsi. Sul piano individuale e relazionale, le credenze religiose servono da sostegno per sopportare le situazioni violente e danno speranza che le cose miglioreranno in futuro. Tuttavia, è possibile che le credenze religiose, soprattutto quando sono rigide riguardo al matrimonio e alla famiglia, portino la vittima a subire più violenza pur di evitare la separazione. Questo sottotema è stato separato dagli altri perché occorre prestargli maggiore attenzione nel definire gli interventi nel contesto peruviano, che possono essere mediati dall’effetto delle credenze religiose della persona.

4. Discussione

Il presente studio si proponeva di esplorare la trasmissione intergenerazionale della violenza domestica nelle famiglie peruviane. Nel corso dell’analisi sono stati individuati tre temi principali: fattori che contribuiscono alla perpetuazione della violenza intergenerazionale, fattori di protezione rispetto alla trasmissione intergenerazionale e credenze religiose. Secondo il quadro teorico adottato, i fattori sociali e culturali sono di grande importanza nello studio del fenomeno della violenza familiare.

I ruoli di genere svolgono un ruolo rilevante per le vittime e per chi commette violenza familiare (Alfitri 2020; Alvarez et al. 2021). Nelle interviste analizzate sono emersi temi legati al machismo e al marianismo, soprattutto quando si parla di ruoli rigidi nei paesi latinoamericani, cioè di come una donna e un uomo debbano comportarsi in famiglia e nella società. Queste manifestazioni di ruolo sono coerenti con la teoria e gli studi precedenti (Cerdeña et al. 2021; Isobel et al. 2021). Le donne assumono ruoli di cura e di accudimento nei confronti degli uomini, e gli uomini devono essere forti, aggressivi e machos. Vi sono evidenze che le norme di genere che promuovono il controllo degli uomini sulle donne aumentano il rischio di violenza (Alvarez et al. 2021). Le norme di genere rigide sono state alimentate, fin dalle esperienze della prima infanzia, da donne, in particolare dalle nonne intervistate. È interessante osservare che questo dominio maschile viene rafforzato dal ruolo delle donne nelle società latinoamericane.

Tra i fattori che contribuiscono alla perpetuazione della violenza, è emerso in particolare il modellamento sociale. I bambini e le bambine osservano i modelli, i loro genitori, il modo in cui interagiscono con gli altri e risolvono i loro problemi, e poi imitano i comportamenti osservati (Bandura 1973). Chi è esposto fin dall’infanzia alla violenza tra i genitori può imparare che la violenza è un mezzo efficace e appropriato per risolvere i conflitti con il partner (Ehrensaft et al. 2003) e, in età adulta, ripetere questi modelli di comportamento nella propria famiglia (Berktaş and Eryurt 2025; Bendezu-Quispe et al. 2024; Bazo-Alvarez et al. 2024). Nonostante l’ampia accettazione di questa teoria, essa presenta delle lacune, poiché l’apprendimento per imitazione da solo non basta a spiegare l’insorgere della violenza familiare. Sebbene il ciclo della violenza sembri piuttosto chiaro in termini generali, va considerato che la maggior parte dei genitori che hanno subito violenza nell’infanzia non vi ricorre nell’educazione della propria prole quando diventa genitore (Spatz and Wilson 2015).

Vi sono evidenze del ruolo di mediazione dell’irritabilità tra maltrattamento infantile e aggressività, soprattutto negli uomini rispetto alle donne (Xu et al. 2024). È possibile che queste differenze siano dovute al fatto che l’irritabilità è predittiva della rabbia, ma solo negli individui con punteggi di impulsività più elevati (Gröndal et al. 2023). Analizzando questa categoria in chiave intergenerazionale, va inteso che essa presenta componenti biologiche (Haller 2020; Siever 2008) e ambientali nell’insorgere del comportamento aggressivo e violento (Tremblay and Côté 2019). La genetica del comportamento sostiene che il ciclo intergenerazionale della violenza sia dovuto, in parte, alla trasmissione di tratti ereditari, attribuendo maggiore rilevanza alla genetica condivisa. Afferma inoltre che l’aver vissuto esperienze infantili avverse ha effetti epigenetici sullo sviluppo individuale, in particolare sullo sviluppo del cervello e sulle risposte neurofisiologiche allo stress (Spatz and Wilson 2015; Tremblay and Côté 2019). Le reazioni esplosive tipiche dell’irritabilità potrebbero essere inibite dall’educazione che il bambino o la bambina riceve.

Si è osservato che è comune ricorrere alla violenza fisica e psicologica come punizione per correggere comportamenti «inappropriati» nell’infanzia. Vi sono evidenze che le esperienze di maltrattamento infantile possono favorire pratiche genitoriali negative e impedire quelle positive (Bott et al. 2022; Kong et al. 2021). Quando la punizione fisica e psicologica viene applicata durante l’infanzia, chi la subisce comprende che fa parte del normale repertorio di comportamento del genitore e che serve a imporre disciplina (Uslucan and Fuhrer 2008). Ciò può essere aggravato e generalizzato ad altri ambiti a seconda dell’accettabilità della violenza nel contesto sociale e culturale della persona (Xu et al. 2024).

Il consumo di alcol è individuato come un fattore predisponente della violenza familiare (Ramsoomar et al. 2021). Nei racconti delle persone intervistate si afferma che il bere era associato a episodi di violenza rivolti contro il partner e contro la prole. Vi sono evidenze di una trasmissione intergenerazionale dell’uso di droghe (Gomis-Pomares et al. 2023; Meulewaeter et al. 2019; Neppl et al. 2020), ma sembra che la trasmissione operi in modo diverso nel caso dell’alcol e in quello di altre sostanze. Gomis-Pomares et al. (2023) spiegano che queste differenze potrebbero essere dovute a fattori sociali e culturali, come la legalità del consumo di alcol e le conseguenze punitive del consumo di altre droghe. Un altro aspetto interessante potrebbe riguardare ciò che si intende quando si parla di consumo di alcol, in particolare quando ci si riferisce a un consumo elevato (Castro et al. 2017). Nei diversi spazi sociali questa definizione presenta differenze importanti, per cui è necessario considerare in modo specifico il contesto socioculturale quando si studia il consumo di alcol nell’ambito della trasmissione intergenerazionale della violenza familiare.

Le donne economicamente dipendenti dal partner hanno maggiori probabilità di restare nella relazione violenta, poiché la mancanza di denaro per mantenere sé stesse o la prole impedisce loro di lasciare la relazione (Heron et al. 2022). È curioso che, analizzando l’indipendenza economica delle donne, in particolare la loro condizione occupazionale, si trovino risultati incoerenti sulla dipendenza economica come fattore di rischio (Castro et al. 2017; Heron et al. 2022). A questo proposito, in una revisione sistematica dei fattori associati è emerso che sia le donne occupate sia quelle disoccupate presentano un rischio elevato di subire violenza nella coppia (Ghoshal et al. 2023). Ciò implica che il fenomeno della dipendenza debba essere studiato all’interno di uno specifico contesto socioeconomico, poiché la violenza familiare viene vissuta in modo diverso nei paesi ad alto e a basso reddito (Tekkas Kerman and Betrus 2020; Heron et al. 2022; Yakubovich et al. 2018) e, per comprenderla meglio, occorre includere fattori più specifici che permettano di determinare quali aumentino il rischio.

Il sostegno familiare, in particolare nella difesa della vittima, è importante perché la vittima possa uscire dal ciclo della violenza. In generale si considerano il sostegno informale, che proviene dalla famiglia e dalle amicizie, e il sostegno professionale, che comprende gli attori sociali chiamati a proteggere la vittima e a impedire che questi fatti si verifichino (Heron et al. 2022). Nelle interviste è emerso che il sostegno sociale (familiare e istituzionale) era molto importante per uscire dal ciclo della violenza familiare. Tuttavia, è stata rilevata una sfiducia istituzionale, in particolare verso la polizia, per quanto riguarda la protezione della vittima. A questo proposito, il sistema giudiziario in America Latina è caratterizzato da inefficienza e da alti livelli di corruzione (Croci 2023); ciò incide sulla percezione che la vittima ha delle istituzioni che dovrebbero proteggerla.

Il trauma è una componente rilevante perché il ciclo della violenza e diverse patologie si trasmettano da una generazione all’altra (Isobel et al. 2021; Wadji et al. 2022; Meulewaeter et al. 2019; Hoskins and Kunkel 2022; Meyer et al. 2021); pertanto, se la vittima e/o chi aggredisce riesce a superare il trauma, il ciclo della violenza può essere interrotto. Tuttavia, il superamento del trauma è un processo complesso, con caratteristiche particolari a seconda della persona e del suo contesto. Vi sono evidenze che gli effetti post-traumatici della violenza si manifestano in modi diversi a seconda del paese della persona (Bartoli et al. 2024), e che la percezione della violenza influisce sul modo in cui il trauma si trasmette tra le generazioni, in particolare nelle popolazioni latinoamericane, esposte a una violenza strutturale che le rende vulnerabili al trauma intergenerazionale (Cerdeña et al. 2021).

Una categoria importante è stata «saper scegliere il partner». Ciò suggerisce che la scelta del partner svolga un ruolo importante nell’evitare l’origine della violenza (Borras-Guevara et al. 2017). Nell’analisi, le nonne e i nonni hanno sottolineato l’importanza che donne e uomini sappiano scegliere bene il proprio partner. Questa categoria presenta due caratteristiche: la prima riguarda la prevenzione del comportamento violento, la seconda comporta un effetto rivittimizzante, poiché, se la persona non sa scegliere il partner, la colpa è sua. La donna viene incolpata di non aver fatto la «scelta giusta» e viene rivittimizzata per le sue decisioni (Nettleton 2011).

Un altro sottotema individuato è stato l’istruzione. È emerso che la formazione scolastica fungeva da stimolo per la crescita personale e professionale, e da fattore inibitorio rispetto all’insorgere della violenza. L’istruzione è individuata come uno dei fattori di protezione più importanti contro la violenza nella coppia (Ghoshal et al. 2023; Klencakova et al. 2023; Allen et al. 2024). I livelli di istruzione della donna e del suo partner incidono sull’insorgere della violenza (Tekkas Kerman and Betrus 2020; Yakubovich et al. 2018). In generale, le donne con un basso livello di istruzione corrono un rischio maggiore di subire violenza (Castro et al. 2017), mentre in alcuni casi il livello di istruzione del partner costituisce un fattore protettivo (Ghoshal et al. 2023). Bassi livelli di istruzione riducono le risorse delle donne, aumentano l’accettazione della violenza e favoriscono la disparità tra i generi, mantenendo queste credenze da una generazione all’altra.

La separazione è risultata un sottotema importante per interrompere il ciclo della violenza. Tuttavia, la separazione può innescare altri tipi di violenza, noti come abuso post-separazione (Spearman et al. 2023), che comprende fenomeni come il controllo coercitivo nei confronti della prole (Katz et al. 2020) e che incide sull’esercizio del ruolo genitoriale (Hardesty et al. 2016). Per questo motivo, la separazione è considerata un processo di lungo periodo che comporta rischi e difficoltà per la salute mentale delle persone coinvolte (Hulley et al. 2023). La separazione deve andare di pari passo con una solida rete di sostegno informale e professionale per ridurre al minimo il rischio che la violenza familiare continui.

Il terzo tema individuato riguarda le credenze religiose, che possono perpetuare la trasmissione generazionale della violenza familiare o proteggere da essa, promuovendo norme che tutelano dalla violenza familiare oppure norme che la tollerano (Priest et al. 2024; Truong et al. 2022), contribuendo alla vulnerabilità della vittima o conferendo maggiore potere a chi aggredisce (Simonič 2021). Nell’analisi è emerso che la religione può essere considerata parte di una strategia per affrontare situazioni stressanti e che dà alla persona la speranza che le cose miglioreranno. Ciò può essere dannoso, poiché potrebbe indurre la persona a restare con chi la aggredisce, nella convinzione che cambierà, portando la vittima a sopportare la violenza pur di tenere unita la famiglia (Heron et al. 2022; Zust et al. 2021). Le credenze religiose non determinano la presenza della violenza, ma la loro combinazione con altri fattori individuali, psicologici e socioculturali contribuisce alla sua persistenza o alla sua prevenzione (Simonič 2021).

Il modello socioecologico della violenza domestica offre un quadro concettuale solido per la progettazione di interventi globali, sensibili al contesto individuale e socioculturale delle persone coinvolte, con l’obiettivo di interrompere il ciclo della violenza. A partire dai risultati di questa ricerca, si formulano implicazioni rilevanti sia per la pratica professionale sia per la ricerca futura in questo ambito.

A livello individuale, l’intervento dovrebbe rivolgersi sia a chi aggredisce sia alle vittime, con l’obiettivo di modificare comportamenti, credenze e atteggiamenti disfunzionali acquisiti nel corso del ciclo di vita. Nel caso di chi aggredisce, è fondamentale lavorare sulla regolazione dell’irritabilità attraverso lo sviluppo dell’autocontrollo, della gestione delle emozioni e delle abilità sociali, promuovendo in particolare la comunicazione non violenta. Per le vittime, l’intervento dovrebbe includere l’esplorazione delle esperienze traumatiche legate alla famiglia d’origine e l’offerta di un sostegno psicologico per elaborarle e superarle. È inoltre molto importante favorirne l’empowerment attraverso il rafforzamento delle abilità sociali, in particolare dell’assertività, che consentirà loro di generare risposte più adattive alle situazioni di rischio o di conflitto. È altresì importante includere fattori di rischio come l’abuso di alcol, per realizzare interventi più completi. Infine, per entrambi i gruppi è essenziale l’esposizione a modelli positivi che incarnino comportamenti non violenti e relazioni sane, contribuendo alla ricostruzione di modelli relazionali più funzionali.

A livello relazionale, le azioni mirano a sviluppare relazioni sane con le persone più vicine, come il partner, la prole e i genitori, per rafforzare le reti di sostegno emotivo e sociale. Nel caso dei genitori, è fondamentale accompagnarli nello sviluppo di pratiche genitoriali positive, caratterizzate dalla definizione di regole chiare e da una comunicazione basata sul rispetto e sull’accompagnamento. Con le vittime, occorre lavorare sull’identificazione precoce dei segnali di violenza e sulle strategie di protezione, insieme al rafforzamento delle competenze lavorative che riducano la dipendenza economica e facilitino decisioni autonome. Anche la terapia familiare può essere uno strumento molto utile per individuare e modificare i modelli disfunzionali di comunicazione e di convivenza. Nelle situazioni in cui restare nella relazione comporta un rischio, è necessario offrire un accompagnamento terapeutico e legale durante il processo di separazione.

A livello comunitario, l’obiettivo è rafforzare il sostegno sociale e istituzionale nell’ambiente più prossimo delle persone, promuovendo una rete comunitaria attiva per prevenire e affrontare la violenza domestica. A tal fine, occorre aumentare la presenza e l’accessibilità delle istituzioni che offrono sostegno, nonché migliorare la percezione pubblica della loro efficacia, in particolare nel caso della polizia, affinché le vittime si sentano al sicuro nel denunciare. Un aspetto essenziale è la formazione e la sensibilizzazione di attori strategici, come il personale sanitario, il corpo docente, le forze di polizia e il personale della pubblica amministrazione, all’identificazione precoce, all’intervento e al follow-up dei casi di violenza domestica. È inoltre importante coinvolgere le figure di riferimento della comunità e le autorità religiose, soprattutto in contesti come il Perù, dove la loro influenza sociale e simbolica può contribuire in modo significativo alla trasformazione delle norme culturali che tollerano la violenza e alla promozione di relazioni sane.

A livello sociale, l’obiettivo è mettere in discussione e trasformare le norme culturali e le strutture sociali che perpetuano la violenza domestica e le disuguaglianze di genere. È fondamentale promuovere un cambiamento nelle credenze collettive che normalizzano il controllo, la subordinazione delle donne e l’impunità di fronte alla violenza. Ciò richiede la partecipazione attiva dello Stato e dei suoi rappresentanti alla revisione e alla riforma delle leggi inefficaci, nonché alla definizione di politiche pubbliche con un approccio di genere e di diritti umani. È inoltre molto importante mettere in discussione i ruoli di genere tradizionali, come il machismo e il marianismo, che assegnano in modo rigido ruoli disuguali a uomini e donne. Attraverso campagne e programmi nazionali di sensibilizzazione, l’inserimento delle competenze per la vita nei programmi scolastici e la partecipazione attiva dei media, è possibile progredire verso una cultura dell’uguaglianza e della non violenza.

Va ricordato che un aspetto da considerare nelle ricerche future è l’inclusione dell’intersezionalità, che non si limiti alle disuguaglianze di genere, le più visibili, ma comprenda anche fenomeni come l’etnia, la classe sociale e l’orientamento sessuale, tra gli altri. Infine, la trasmissione intergenerazionale della violenza domestica è un fenomeno complesso che deve essere studiato in una prospettiva integrale e multicausale. Il modello socioecologico rappresenta quindi un’alternativa solida per facilitare la comprensione delle dinamiche che sostengono questo problema. Le azioni devono essere integrate a tutti i livelli e mantenute nel breve e nel lungo periodo, il che permetterà di spezzare il ciclo della trasmissione intergenerazionale della violenza domestica.

Lo studio presenta i seguenti limiti: in primo luogo, la maggior parte delle persone partecipanti era di sesso femminile (77,78%), soprattutto nel ruolo genitoriale, in cui erano tutte madri. Ciò potrebbe comportare una distorsione dei risultati, dovuta alla mancanza di interviste con uomini adulti che avrebbero consentito un’esplorazione più completa della trasmissione intergenerazionale della violenza. Il secondo limite è stato la difficoltà di trovare famiglie interessate a partecipare allo studio, soprattutto perché affronta un tema complesso come la violenza familiare, che può essere considerato un tabù e suscita reazioni cognitive e affettive che le persone preferiscono evitare. La difficoltà di reperire partecipanti ha costretto l’équipe a impiegare più tempo del previsto per la raccolta dei dati. In terzo luogo, va notato che le persone partecipanti avevano livelli di istruzione simili, per lo più secondaria, per cui vi sono limiti nel comprendere come questo fenomeno si manifesti in persone con livelli di istruzione più bassi, che, come abbiamo visto, svolgono un ruolo importante, come fattore protettivo e di rischio, nel ciclo della trasmissione intergenerazionale della violenza.

5. Conclusioni

La trasmissione intergenerazionale della violenza domestica è un fenomeno complesso che dovrebbe essere affrontato in una prospettiva globale e multicausale. Il presente studio ha rilevato che la trasmissione intergenerazionale della violenza domestica comprende un insieme di fattori che predispongono al comportamento violento o lo inibiscono. È quindi necessario analizzarla come l’interazione tra i livelli individuale, relazionale, comunitario e sociale del modello socioecologico, che può aumentare o ridurre il manifestarsi del comportamento violento.

In questo senso, dall’analisi sono emersi tre temi: fattori che contribuiscono alla perpetuazione della violenza intergenerazionale, fattori di protezione rispetto alla trasmissione intergenerazionale della violenza familiare e credenze religiose. È emerso che le norme di genere rigide, che si manifestano attraverso il machismo e il marianismo, favoriscono un ordine gerarchico tra uomini e donne, trasmesso attraverso la socializzazione e le differenze nell’educazione di uomini e donne. La trasmissione intergenerazionale comprende una serie di fattori individuali e socioculturali che interagiscono nel ciclo della violenza. Nell’analisi sono stati messi in evidenza come sottotemi: il modellamento sociale, l’irritabilità, le pratiche genitoriali violente, il consumo di alcol e la dipendenza economica.

D’altra parte, le reti di sostegno sono risultate un sottotema molto importante per la protezione rispetto alla trasmissione intergenerazionale. Il sostegno informale e professionale funge da fattore che protegge la vittima e favorisce l’interruzione del ciclo della violenza. Le reti di sostegno sono particolarmente importanti per superare il trauma intergenerazionale e per la separazione da chi esercita la violenza. Altri fattori protettivi individuati sono stati il livello di istruzione e il saper scegliere il partner. Quest’ultimo ha due effetti: preventivo e rivittimizzante. Infine, le credenze religiose sono risultate associate a effetti contraddittori, potendo sia perpetuare la violenza domestica sia fungere da fattore di protezione contro di essa.

Sulla base dei risultati, viene elaborata una proposta di intervento che copre i quattro livelli. A livello individuale, è fondamentale lavorare sia con chi aggredisce sia con le vittime, promuovendo lo sviluppo di competenze socio-emotive e cognitive che favoriscano relazioni non violente. A livello relazionale, occorre rafforzare i legami stretti e promuovere pratiche genitoriali positive che contribuiscano a contesti familiari protettivi e meno inclini alla riproduzione di modelli violenti. A livello comunitario, l’articolazione delle reti di sostegno, insieme alla formazione degli attori chiave, rafforzerà la capacità dell’ambiente più prossimo di rispondere alle situazioni di violenza. Infine, a livello sociale, è fondamentale trasformare le norme culturali e le strutture istituzionali che legittimano la violenza e perpetuano le disuguaglianze di genere. Una menzione speciale merita il sistema educativo, che opera trasversalmente a tutti i livelli e deve fondarsi sullo sviluppo di valori di uguaglianza, rispetto e convivenza sana con gli altri. Per spezzare il ciclo della violenza domestica di generazione in generazione, è necessario agire in modo articolato e continuativo a tutti questi livelli, per giungere a una società più giusta, equa e libera dalla violenza.

Complexe Systémique: punti chiave

L’interesse dello studio sta nel suo disegno: intervistare separatamente, nello stesso giorno, tre generazioni della stessa famiglia, il che mostra la trasmissione dall’interno, con le parole di nonne e nonni, madri e giovani. Mette in luce qualcosa che la pratica sistemica conosce bene: la violenza non si trasmette solo attraverso l’esempio, ma attraverso norme condivise, veicolate anche da chi l’ha subita, come le nonne che sostengono il machismo o giustificano la frusta educativa. I fattori protettivi sono relazionali: una rete che sostiene, un’istituzione di cui potersi fidare, l’elaborazione del trauma e talvolta la separazione, che a sua volta richiede una rete di sicurezza. Il posto della religione, insieme sostegno e trappola, invita la clinica a esplorarla con tatto anziché metterla da parte. I limiti sono chiari: nove famiglie di una sola città, soltanto madri sul versante genitoriale, un reclutamento affidato a un’unica persona professionista e proposte di intervento che talvolta vanno oltre ciò che i dati consentono di sostenere. Da leggere insieme allo studio sulla trasmissione intergenerazionale della violenza tra donne in gravidanza e i loro partner e allo studio sulle norme di genere tra uomini condannati per violenza nella coppia.

Note dell’originale

Contributi di autrici e autori. Concettualizzazione, F.V., L.M., A.Q. e L.R.-V.; metodologia, F.V. e L.R.-V.; indagine, F.V., L.M. e A.Q.; analisi formale, L.M., A.Q. e L.R.-V.; supervisione, F.V. e L.R.-V.; scrittura—preparazione della bozza originale, L.M., A.Q. e L.R.-V.; scrittura—revisione e redazione, F.V. e L.R.-V.; amministrazione del progetto, F.V. e L.R.-V.; acquisizione dei finanziamenti, F.V. e L.R.-V. Tutte le persone che firmano l’articolo hanno letto e approvato la versione pubblicata del manoscritto.

Finanziamento. Questa ricerca è stata finanziata dal Vicerrettorato per la Ricerca dell’Universidad Católica de Santa María de Arequipa, Perù (Risoluzione 28048-R-2021).

Dichiarazione del comitato etico istituzionale. Lo studio è stato condotto secondo le linee guida della Dichiarazione di Helsinki ed è stato approvato dal Comitato etico istituzionale per la ricerca dell’Universidad Católica de Santa María (codice di protocollo 281-2024, data di approvazione 6 novembre 2024).

Dichiarazione di consenso informato. Il consenso informato è stato ottenuto da tutte le persone che hanno partecipato allo studio.

Conflitti di interesse. Chi firma l’articolo dichiara di non avere conflitti di interesse.

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Traduzione non ufficiale in italiano di Intergenerational Transmission of Domestic Violence in Peruvian Families: A Qualitative Study, di Flor Vilches, Luisa Mazeyra, Andrea Quintanilla e Luis Ramos-Vargas, Social Sciences, vol. 14, no 7 (2025), doi: 10.3390/socsci14070399, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (tabella presentata sotto forma di elenco). La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

L’articolo originale «Intergenerational Transmission of Domestic Violence in Peruvian Families: A Qualitative Study» è stato pubblicato in Social Sciences (2025) con licenza CC BY 4.0. Complexe Systémique ne pubblica qui una traduzione non ufficiale in italiano, realizzata con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e adattata per la lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina. Fa fede la versione originale.

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Vilches, F., Mazeyra, L., Quintanilla, A., e Ramos-Vargas, L. (2025). Intergenerational Transmission of Domestic Violence in Peruvian Families: A Qualitative Study. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/intergenerational-transmission-of-domestic-violence-in-peruvian-families (Opera originale pubblicata nel 2025 in Social Sciences, 14(7), 399 (2025); ripubblicata nel 2025 da Social Sciences, https://www.mdpi.com/2076-0760/14/7/399)

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