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Genealogy · Famiglia
Come circolano il trauma e la resilienza tra nonne, madri e figlie afroamericane? A partire da tredici studi, un’équipe della Yale School of Public Health individua cinque dimensioni della trasmissione (biologica, psicologica, sociale, culturale e di resilienza), propone un genogramma triadico concettuale e riformula la narrazione della «Strong Black Woman»: SuperB, super ma pur sempre umana.
Traduzione non ufficiale in italiano di Intergenerational Trauma and Resilience in African American Families: A Dimensional Conceptual Analysis of Dyads and Triads, di LaDrea Ingram, Aliyah D. De Jesus ed Esthel Nam, pubblicato in Genealogy (MDPI) (2026), doi: 10.3390/genealogy10010015, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le tabelle 1 e 2 sono presentate sotto forma di elenchi; l’elenco delle abbreviazioni è stato reimpaginato. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Nel complesso, la dimensione della resilienza mette in luce che il trauma intergenerazionale non è un processo di danno a senso unico.
LaDrea Ingram, Aliyah D. De Jesus ed Esthel Nam
Abstract
Il trauma intergenerazionale incide in modo significativo sulla salute e sulla salute mentale delle famiglie afroamericane, in particolare delle donne, la cui vita è segnata da disuguaglianze sistemiche e da un’oppressione storica. Questa scoping review esamina come il trauma e la resilienza si trasmettano tra le generazioni nelle comunità afroamericane, concentrandosi su diadi come le relazioni madre–bambino e madre–figlia e su una triade concettuale nonna–madre–figlia. La revisione intende individuare i meccanismi di trasmissione del trauma e della resilienza e orientare interventi multigenerazionali culturalmente sensibili. Sono stati individuati studi sottoposti a revisione paritaria, pubblicati tra il 2012 e il 2025, che includevano caregiver e minori di origine afroamericana e affrontavano le dimensioni biologica, psicologica, sociale, culturale e di resilienza dei processi intergenerazionali. I dati sono stati sintetizzati con un approccio di analisi concettuale dimensionale. I risultati indicano che il trauma intergenerazionale si perpetua attraverso lo stress cronico e la discriminazione, le difficoltà di salute mentale materna, la struttura familiare e il carico di cura, e le narrazioni culturali sulla forza e sull’autosufficienza. Al tempo stesso, la resilienza si trasmette attraverso cure sensibili, spiritualità e fede, sostegno sociale e della parentela, socializzazione razziale e strategie di sopravvivenza economica che attingono a conoscenze culturali e storiche. Questi risultati sottolineano l’importanza di affrontare il trauma intergenerazionale in modo olistico, integrando le evidenze sulle diadi in un quadro triadico concettuale più ampio. Interventi multigenerazionali culturalmente sensibili, che valorizzino le risorse della famiglia e della comunità e facciano spazio alla vulnerabilità emotiva, sono essenziali per interrompere i cicli del trauma e favorire la guarigione all’interno delle famiglie afroamericane.
Parole chiave: donne afroamericane, trauma intergenerazionale, trasmissione, salute mentale, guarigione emotiva
Negli Stati Uniti la salute mentale è una questione cruciale di salute pubblica: nel 2020 quasi una persona adulta su cinque ha vissuto un disturbo mentale (National Institute of Mental Health 2022). Il disturbo mentale comprende uno spettro di disturbi mentali, comportamentali ed emotivi che variano per gravità e compromissione funzionale. Sebbene le cause dei disturbi mentali siano molteplici, la ricerca indica con costanza il trauma come un fattore di rischio significativo lungo tutto l’arco della vita (Smith et al. 2014). Il trauma, definito come una risposta emotiva a eventi profondamente angoscianti o sconvolgenti, può avere effetti profondi e duraturi sulla salute mentale, emotiva e comportamentale (Center for Substance Abuse Treatment 2014). Questi effetti vanno oltre l’individuo e possono propagarsi nelle famiglie e nelle comunità, creando cicli di avversità che persistono nel corso delle generazioni.
Il trauma si manifesta in forme diverse e a più livelli. A livello individuale può derivare da eventi naturali (ad es. disastri ambientali) o da azioni umane (ad es. violenza interpersonale, incidenti o oppressione sistemica) (SAMHSA 2004). Il trauma può risultare da eventi singoli o ripetuti, come lesioni fisiche, malattie potenzialmente mortali o violenza interpersonale, compresi l’abuso sessuale e la violenza domestica (SAMHSA 2004). Il trauma evolutivo, che si verifica in fasi critiche della crescita, può compromettere l’adattamento e gli esiti di salute successivi. Le esperienze sfavorevoli infantili (ACE), tra cui maltrattamento, trascuratezza e disfunzione familiare, sono particolarmente rilevanti per comprendere le conseguenze a lungo termine del trauma (Centers for Disease Control and Prevention 2019; Felitti et al. 1998; Narayan et al. 2021).
Il trauma opera anche a livello collettivo e storico. Il trauma di massa, come le grandi catastrofi naturali o i disastri causati dall’uomo, ne evidenzia le implicazioni pervasive e durature per la salute e il benessere. Il trauma storico indica le ferite emotive e psicologiche cumulative trasmesse attraverso le generazioni all’interno di gruppi che hanno vissuto una sofferenza collettiva significativa. La storia degli Stati Uniti, fatta di riduzione in schiavitù, tortura e linciaggio delle persone afroamericane, è un esempio lampante di trauma storico, con conseguenze durature per la salute mentale, emotiva e fisica delle comunità afroamericane (Mohatt et al. 2014; SAMHSA 2004). Queste eredità si intrecciano con il razzismo strutturale e le disuguaglianze sociali tuttora in atto, plasmando i modelli contemporanei di stress, coping e salute.
Le persone afroamericane sono esposte in misura sproporzionata al trauma e alle sue conseguenze sulla salute mentale. Circa il 16% delle persone nere e afroamericane negli Stati Uniti dichiara di avere un disturbo mentale, anche se questo dato sottostima probabilmente la prevalenza reale a causa della sottosegnalazione e delle barriere sistemiche all’accesso alle cure (SAMHSA 2023). Le persone adulte nere dichiarano inoltre più spesso di quelle bianche un disagio emotivo persistente, il che riflette l’impatto cumulativo del trauma e delle avversità nel tempo (U.S. Department of Health and Human Services 2021). Questi modelli affondano le radici nel trauma storico, che comprende la schiavitù, il terrore razziale, la segregazione e la discriminazione tuttora in corso, e sono mantenuti dalla violenza strutturale sotto forma di politiche e pratiche istituzionali che espongono sistematicamente le comunità afroamericane a danni, limitandone al contempo l’accesso alla sicurezza, alle opportunità e alla guarigione.
In questo contesto più ampio, le donne nere sono colpite dal trauma in misura sproporzionata. La ricerca indica che otto donne nere su dieci hanno vissuto una qualche forma di trauma, a riprova della natura pervasiva delle avversità in questa popolazione (Burnett-Zeigler 2021). Le donne afroamericane affrontano inoltre fattori di stress psicosociale specifici e intersecanti, tra cui la discriminazione basata sulla razza e sul genere, le disuguaglianze sistemiche e le difficoltà socioeconomiche, che si sommano dando luogo a esperienze di oppressione sfaccettate. Queste esperienze stratificate espongono le donne afroamericane a un rischio maggiore di problemi di salute mentale e fisica, con esiti peggiori riportati lungo tutto il corso della vita.
Nonostante una maggiore esposizione al trauma, le persone afroamericane incontrano spesso ostacoli nell’accesso ai servizi di salute mentale, tra cui la sfiducia nei sistemi sanitari, lo stigma, la scarsa disponibilità di figure professionali culturalmente sensibili e i vincoli economici. Di conseguenza, molte famiglie afroamericane si affidano a sistemi di sostegno informali, come la famiglia allargata, i pari e le comunità di fede, per affrontare il trauma e lo stress. In questo contesto, le donne afroamericane svolgono spesso il ruolo di caregiver principali e di ancore emotive fondamentali nei nuclei multigenerazionali, il che rende le loro esperienze centrali per comprendere come il trauma e la resilienza si trasmettano tra le generazioni.
Il concetto di trauma intergenerazionale, chiamato anche trauma transgenerazionale o multigenerazionale, descrive come gli effetti del trauma si trasmettano da una generazione all’altra attraverso una serie di processi psicologici, sociali, culturali e biologici (Kellermann 2001; Narayan et al. 2018; Serbin and Karp 2004). Descritto per la prima volta negli studi sulle persone sopravvissute all’Olocausto e sulle loro famiglie (Rakoff et al. 1966), il concetto si è poi esteso a una comprensione più ampia di come l’esposizione al trauma in una generazione possa plasmare la salute mentale, il coping e le traiettorie di sviluppo delle generazioni successive. Questi processi comprendono la trasmissione per modellamento delle strategie di coping, i modelli genitoriali e di comunicazione emotiva, l’esposizione a fattori di stress persistenti, le narrazioni interiorizzate sulla forza e sulla vulnerabilità e le più ampie condizioni strutturali in cui le famiglie vivono.
Nelle comunità afroamericane il trauma intergenerazionale non può essere separato dalle realtà storiche e contemporanee del razzismo, della marginalizzazione economica, della violenza nelle comunità e delle aspettative di genere imposte alle donne nere. Eppure gran parte della letteratura empirica sul trauma intergenerazionale si è concentrata su popolazioni non nere o su esiti di una sola generazione o di livello individuale, prestando relativamente meno attenzione a come trauma e resilienza vengano negoziati nelle relazioni familiari afroamericane. Gli studi esistenti esaminano spesso relazioni diadiche, come nonna–madre, madre–bambino o madre–figlia, senza collocarle esplicitamente in modelli multigenerazionali più ampi o nel contesto strutturale dell’oppressione razzializzata.
Le famiglie afroamericane sono spesso organizzate attorno a reti di parentela allargata e ad assetti di cura multigenerazionali, in cui nonne, madri e figlie svolgono ruoli distinti ma interconnessi nella gestione dello stress, nella cura e nella trasmissione delle conoscenze culturali. Concentrarsi sulle diadi afroamericane (ad es. madre–bambino, madre–figlia, nonna–madre) e su una triade concettuale (nonna–madre–figlia) offre quindi una prospettiva cruciale per comprendere come trauma e resilienza si muovano «attraverso» le relazioni tra le generazioni, anziché risiedere unicamente negli individui. Questa prospettiva pone inoltre al centro le donne afroamericane sia come portatrici del peso legato al trauma sia come agenti di resilienza, riconoscendo i loro ruoli storici e attuali nel sostenere famiglie e comunità.
Dato il peso sproporzionato del trauma e delle difficoltà di salute mentale tra le persone afroamericane, in particolare tra le donne, e il ruolo centrale della cura multigenerazionale nelle famiglie afroamericane, è urgente sintetizzare quanto si sa sul trauma e sulla resilienza intergenerazionali in questo contesto specifico. Se i lavori precedenti hanno fatto progredire i modelli concettuali del trauma intergenerazionale e ne hanno documentato gli effetti in varie popolazioni (Kellermann 2001; Narayan et al. 2018; Serbin and Karp 2004), una sintesi mirata degli studi che coinvolgono caregiver e minori di origine afroamericana, organizzata attorno alle relazioni diadiche e triadiche concettuali, resta limitata.
Per colmare questa lacuna, il presente articolo riporta una scoping review di studi empirici pubblicati tra il 2012 e il 2025 che esaminano il trauma e la resilienza intergenerazionali nelle famiglie afroamericane. Mappiamo le evidenze attuali sulle dimensioni biologica, psicologica, sociale, culturale e di resilienza dei processi intergenerazionali nelle diadi afroamericane e interpretiamo questi risultati all’interno di una triade concettuale nonna–madre–figlia. Integrando in questa cornice triadica risultati diadici disparati, intendiamo chiarire come trauma e resilienza si trasmettano tra le generazioni, individuare le lacune della letteratura e orientare lo sviluppo di interventi multigenerazionali culturalmente sensibili per le famiglie afroamericane.
Questo studio è stato condotto come scoping review con un’analisi concettuale integrata, per mappare e sintetizzare la letteratura sul trauma e sulla resilienza intergenerazionali nelle famiglie afroamericane, con particolare attenzione alle donne nelle relazioni di cura diadiche e triadiche. La revisione mirava a individuare come il trauma intergenerazionale sia stato concettualizzato, misurato e vissuto in questa popolazione e a organizzare tali conoscenze in un quadro multidimensionale, anziché stimare effetti aggregati o confrontare interventi. La conduzione e il resoconto della revisione si sono basati sulla metodologia consolidata delle scoping review (Arksey and O’Malley 2005; Levac et al. 2010) e sono stati guidati dall’estensione per le scoping review dei Preferred Reporting Items for Systematic Reviews and Meta-Analyses (PRISMA-ScR; Tricco et al. 2018).
Questa scoping review è stata guidata dalla seguente domanda di ricerca generale: che cosa si sa attualmente su come il trauma e la resilienza intergenerazionali vengano concettualizzati, misurati e si manifestino nelle famiglie afroamericane, in particolare tra le donne afroamericane nelle relazioni di cura diadiche e triadiche concettuali (nonna–madre–figlia)? Per rispondere a questa domanda generale, la revisione perseguiva due obiettivi specifici: (1) mappare i processi biologici, psicologici, sociali, culturali e di resilienza implicati nel trauma e nella resilienza intergenerazionali nelle famiglie afroamericane; e (2) esaminare come questi processi vengano descritti in relazione alle relazioni familiari diadiche e triadiche concettuali.
Abbiamo interrogato PubMed, PsycINFO, CINAHL, ERIC e JSTOR alla ricerca di letteratura sottoposta a revisione paritaria pubblicata tra il 1° gennaio 2012 e il 31 dicembre 2025. Questo intervallo è stato scelto per cogliere la produzione scientifica contemporanea che riflette le attuali concezioni del trauma intergenerazionale, del razzismo e della resilienza, nonché gli sviluppi relativamente recenti dell’epigenetica, della biologia dello stress e della salute mentale centrata sulla famiglia. La strategia di ricerca combinava termini di vocabolario controllato specifici di ciascuna banca dati (ad esempio i Medical Subject Headings in PubMed) con parole chiave a testo libero relative a tre grandi concetti: popolazione e identità; trauma e salute mentale; processi intergenerazionali o familiari. Le stringhe di ricerca includevano termini come «African American women», «Black women», «African American families», «intergenerational trauma», «transgenerational stress», «racism», «discrimination», «mental health», «grandmothers», «mothers», «daughters», «dyads», «triads» e «caregiving». Le stringhe di ricerca sono state affinate in modo iterativo per bilanciare sensibilità e specificità. Le ricerche iniziali hanno gettato una rete ampia attorno al trauma e alle famiglie afroamericane; gli affinamenti successivi hanno aggiunto termini relativi alla resilienza, alla configurazione familiare e ai processi intergenerazionali per restringere il campo. Sono stati inoltre esaminati gli elenchi bibliografici degli articoli inclusi e delle revisioni pertinenti per individuare ulteriori studi ammissibili.
I criteri di ammissibilità sono coerenti con l’attenzione della revisione alle famiglie afroamericane e ai processi intergenerazionali. Sono stati inclusi gli studi che: (1) riguardavano famiglie afroamericane o nere residenti negli Stati Uniti, con particolare attenzione alle donne con ruoli di cura (ad esempio madri, nonne, figlie); (2) esaminavano trauma, avversità o razzismo intergenerazionali e/o resilienza, coping o punti di forza in relazione alle relazioni familiari o di cura; (3) riportavano risultati empirici (quantitativi, qualitativi o a metodi misti) oppure offrivano analisi concettuali o teoriche direttamente pertinenti ai processi intergenerazionali nelle famiglie afroamericane; (4) includevano almeno due generazioni all’interno del sistema familiare (ad esempio nonna–madre, madre–bambino, genitore–giovane o nuclei multigenerazionali) o affrontavano chiaramente processi di trasmissione intergenerazionale; (5) erano pubblicati in inglese; e (6) erano pubblicati tra il 1° gennaio 2012 e il 31 dicembre 2025 in riviste con revisione paritaria.
Sono stati esclusi gli studi che: (1) si concentravano esclusivamente sul trauma o sulla salute mentale a livello individuale, senza una componente intergenerazionale o familiare; (2) includevano persone partecipanti di origine afroamericana ma non disaggregavano i risultati per razza/etnia o non fornivano informazioni interpretabili specifiche per le famiglie afroamericane; (3) erano tesi di dottorato, abstract di convegni, commenti o rapporti non sottoposti a revisione paritaria; oppure (4) si concentravano unicamente su popolazioni non statunitensi o su gruppi da cui non era possibile dedurre in modo significativo le esperienze afroamericane. I lavori concettuali e teorici sono stati inclusi solo quando affrontavano esplicitamente il trauma intergenerazionale, la resilienza o processi correlati nelle famiglie afroamericane e contribuivano quindi all’analisi concettuale dimensionale.
Tutti i record individuati con le ricerche nelle banche dati sono stati importati in un sistema di gestione bibliografica e poi caricati su Covidence per facilitare il processo di screening. I record duplicati sono stati individuati ed eliminati in modo automatico e manuale in Covidence. Titoli e abstract sono stati poi vagliati in base ai criteri di ammissibilità. Gli studi che chiaramente non soddisfacevano i criteri di inclusione sono stati esclusi in questa fase. Gli articoli rimanenti sono stati esaminati nel testo integrale per determinarne l’ammissibilità definitiva.
Il processo di selezione degli studi è sintetizzato nella Figura 1, che segue la struttura di un diagramma di flusso PRISMA-ScR. Complessivamente, un ampio insieme iniziale di record si è ridotto a un piccolo gruppo di studi che affrontavano direttamente il trauma o la resilienza intergenerazionali nelle famiglie afroamericane, con un’attenzione generazionale pertinente per diadi e triadi. Tredici studi hanno soddisfatto i criteri di inclusione e sono stati inclusi nell’analisi finale.

Per ciascuno studio incluso abbiamo estratto informazioni sul disegno dello studio, sulle caratteristiche del campione (compresi età, genere e composizione razziale/etnica), sulla configurazione familiare (ad esempio diadi madre–infante, madre–bambino, genitore–giovane, nonna–nipote o nuclei multigenerazionali più ampi), sulle definizioni operative e sulle misure di trauma, avversità, razzismo e resilienza, e sui principali risultati relativi ai processi intergenerazionali. Gli studi quantitativi hanno fornito dati sulle associazioni tra esposizione al trauma, stress, esiti di salute mentale e modelli intergenerazionali di rischio o di resilienza. Gli studi qualitativi e a metodi misti hanno fornito dati narrativi e tematici sui ruoli familiari, sulle pratiche di cura, sulle narrazioni di sopravvivenza e di forza e sulle esperienze vissute di trauma e di resilienza. I lavori concettuali e teorici hanno fornito quadri e costrutti utilizzati per interpretare i processi intergenerazionali nelle famiglie afroamericane.
I dati estratti sono stati dapprima organizzati in modo descrittivo in tabelle e matrici che ne sintetizzavano le caratteristiche e i risultati principali. Questa mappatura descrittiva ha risposto all’obiettivo della scoping review di offrire una panoramica della base di evidenze esistente. Abbiamo poi avviato un processo di sintesi interpretativa e iterativa per raggruppare i risultati in cinque dimensioni analitiche che riflettevano ambiti distinti ma interconnessi del trauma e della resilienza intergenerazionali: processi biologici, psicologici, sociali, culturali e di resilienza (Roberts et al. 2019). Le evidenze empiriche hanno ancorato ciascuna dimensione, mentre i lavori concettuali hanno contribuito a chiarire i meccanismi e le relazioni tra le dimensioni.
Per integrare evidenze eterogenee in un quadro coerente abbiamo impiegato un’analisi concettuale dimensionale. Questo approccio analitico, ispirato all’interazionismo simbolico, sottolinea come i concetti vengano plasmati e negoziati attraverso l’interazione sociale e nel tempo. In coerenza con le prospettive ecologiche e biopsicosociali sullo sviluppo e sulla salute (Bronfenbrenner 1979; Engel 1977) e con gli studi sui processi culturali e sulla resilienza nelle famiglie afroamericane (Garcia Coll et al. 1996; Masten 2014; Neblett et al. 2012), abbiamo utilizzato l’analisi concettuale dimensionale per individuare ed elaborare cinque dimensioni chiave del trauma e della resilienza intergenerazionali negli studi inclusi, ossia i processi biologici, psicologici, sociali, culturali e di resilienza, e per esaminare come queste dimensioni interagiscano all’interno delle famiglie afroamericane.
Il processo analitico si è svolto in diverse fasi iterative. In primo luogo abbiamo effettuato una codifica aperta dei dati estratti per individuare concetti ricorrenti relativi all’esposizione al trauma, alle risposte allo stress, alle strategie di coping e alle risorse di resilienza (ad esempio biologia dello stress cronico, salute mentale materna, pratiche genitoriali, pratiche spirituali e di fede, socializzazione razziale e sostegno della parentela e della comunità). In secondo luogo abbiamo raggruppato questi codici in dimensioni provvisorie che riflettevano ambiti distinti ma interconnessi. In linea con la teoria ecologica, la dimensione biologica comprendeva la fisiologia dello stress e la salute fisica; la dimensione psicologica includeva i sintomi di salute mentale, la regolazione emotiva e la cognizione; la dimensione sociale si concentrava sulle relazioni familiari, sui ruoli di cura e sui contesti sociali più ampi; la dimensione culturale riguardava le esperienze razzializzate, la socializzazione razziale e le credenze e pratiche radicate nella cultura; la dimensione della resilienza coglieva i fattori protettivi, le strategie di coping e le risorse adattive a livello individuale, familiare e comunitario.
In terzo luogo abbiamo affinato queste dimensioni attraverso un confronto costante all’interno degli studi e tra di essi, esaminando come ciascuna dimensione fosse definita o misurata, come si manifestasse nelle diverse configurazioni familiari e come le dimensioni si intersecassero nella vita delle donne afroamericane e delle loro famiglie. Infine abbiamo utilizzato la struttura dimensionale risultante per interpretare i risultati diadici all’interno di una triade concettuale nonna–madre–figlia, mettendo in evidenza i modelli di carico traumatico e di resilienza tra le generazioni.
Questa analisi concettuale dimensionale ci ha permesso di andare oltre una semplice categorizzazione dei risultati degli studi, verso una comprensione integrata di come più livelli di influenza plasmino congiuntamente il trauma e la resilienza intergenerazionali nelle famiglie afroamericane. Offre inoltre una giustificazione analitica trasparente delle cinque dimensioni che organizzano le sezioni Risultati e Discussione.
La pratica riflessiva è stata integrata in tutto il processo di ricerca per rafforzare il rigore analitico e la riflessività di chi conduceva la ricerca. Si sono tenute regolari discussioni di gruppo, chiamate «Jam sessions», per considerare come le posizioni, i percorsi professionali e i presupposti di chi faceva ricerca potessero influenzare la selezione degli studi, le decisioni di codifica e l’interpretazione dei risultati. Durante queste sessioni, i membri dell’équipe hanno riesaminato le codifiche ambigue, discusso spiegazioni alternative dei modelli osservati ed esaminato come concetti quali trauma, resilienza e forza vengano applicati alle donne e alle famiglie afroamericane, sia nella letteratura sia nella nostra stessa analisi. Gli appunti di queste discussioni riflessive sono stati documentati e utilizzati per affinare il quadro dimensionale, chiarire l’articolazione delle diadi e della triade concettuale e garantire che la sintesi restasse attenta al razzismo strutturale e al trauma storico come contesti cruciali dei processi intergenerazionali.
Il processo di ricerca e di screening ha individuato 13 studi che soddisfacevano i criteri di inclusione per questa scoping review concettuale dimensionale, come sintetizzato nella Tabella 1. Di questi, 10 studi esaminavano relazioni diadiche (ad es. madre–infante, madre–bambino, genitore–bambino, genitore–giovane; Assari et al. 2017; Bartlett and Easterbrooks 2015; Cohen et al. 2022; Dunbar et al. 2018; Giurgescu et al. 2017; Heard-Garris et al. 2018; Lee and Haskins 2025; Metzger et al. 2017; Smith et al. 2014) e 3 studi esaminavano modelli multigenerazionali o della famiglia allargata (Hankerson et al. 2022; Sweeting et al. 2022; Younger 2025). Nessuno degli studi multigenerazionali ha valutato simultaneamente tre generazioni con misure standardizzate per tutte le generazioni: le dinamiche familiari triadiche sono quindi dedotte concettualmente anziché misurate direttamente.
Tabella 1 — Caratteristiche ed esiti degli studi inclusi nella revisione sistematica sul trauma intergenerazionale nelle donne afroamericane.
La maggior parte degli studi inclusi si concentrava su famiglie afroamericane o su campioni in cui le persone afroamericane erano la maggioranza, e diversi ponevano esplicitamente al centro le donne o le madri nere (ad es. Bartlett and Easterbrooks 2015; Giurgescu et al. 2017; Lee and Haskins 2025; Younger 2025). I disegni di studio andavano da interviste qualitative e focus group a indagini trasversali, approcci a metodi misti e un piccolo numero di disegni longitudinali o di intervento. Nell’insieme degli studi, il trauma e la resilienza intergenerazionali sono stati concettualizzati e misurati in modi eterogenei, riflettendo tradizioni diverse nella ricerca sul trauma, sul razzismo, sulla salute perinatale e sulla famiglia.
Sintetizzando queste definizioni e misure eterogenee, la presente scoping review ha organizzato la letteratura in cinque dimensioni sovrapposte del trauma e della resilienza intergenerazionali: biologica, psicologica, sociale, culturale e di resilienza (Tabella 2). Nei Risultati che seguono descriviamo dapprima come ciascuna dimensione compaia negli studi inclusi e poi illustriamo come queste dimensioni si manifestino nelle configurazioni familiari diadiche (soprattutto madre–bambino e madre–figlia) e multigenerazionali tra le donne afroamericane e le loro famiglie. Queste dimensioni sono state applicate come lente analitica e non come schema di codifica formale imposto negli studi primari; vanno quindi interpretate come una sintesi concettuale che integra, anziché sostituire, i diversi costrutti utilizzati nella ricerca originale.
Tabella 2 — Dimensioni del trauma e della resilienza intergenerazionali e loro manifestazioni nelle relazioni diadiche e triadiche nelle famiglie afroamericane.
La dimensione biologica coglie come lo stress cronico e le avversità siano associati a processi fisiologici ed esiti di salute nelle famiglie afroamericane, con implicazioni per il rischio tra le generazioni. Nessuno degli studi inclusi ha misurato direttamente la trasmissione intergenerazionale a livello molecolare (ad esempio i meccanismi epigenetici). Tuttavia, diversi studi hanno documentato modelli coerenti con l’incorporazione biologica del trauma e del razzismo strutturale.
Gli esiti di salute perinatale e infantile erano centrali in questa dimensione. In uno studio longitudinale su donne afroamericane in gravidanza, Giurgescu et al. (2017) hanno rilevato che la discriminazione razziale e lo stress riferiti durante la gravidanza erano associati a esiti avversi della nascita e a una peggiore salute materna. Cohen et al. (2022) hanno analogamente riportato che le esperienze di discriminazione e di stress dei caregiver erano legate alla salute del sonno nell’infanzia, il che suggerisce connessioni tra lo stress di chi presta cura e i processi di regolazione infantili.
Altri studi hanno collegato le avversità nelle prime fasi della vita e i fattori di stress a livello familiare alla salute mentale e fisica successiva. Assari et al. (2017), esaminando giovani di origine afroamericana, hanno osservato che la struttura familiare e il rischio psicosociale dei genitori erano associati a un aumento dei sintomi d’ansia. Sweeting et al. (2022), utilizzando dati multigenerazionali sulle esperienze sfavorevoli infantili e sulla salute, hanno riportato che l’esposizione dei caregiver alle avversità era associata a una salute peggiore nella generazione successiva, mettendo in evidenza l’accumulo del rischio legato al trauma lungo le linee familiari.
Nell’insieme di questi studi, l’esposizione cronica al razzismo, alla discriminazione e allo stress nelle prime fasi della vita era costantemente associata a indicatori di stress biologico e a esiti di salute in caregiver e minori. Sebbene le evidenze disponibili non seguano tre generazioni contemporaneamente né misurino direttamente i meccanismi di trasmissione biologica, i risultati indicano vie a mediazione biologica attraverso cui il rischio legato al trauma può mantenersi tra le generazioni nelle famiglie afroamericane.
La dimensione psicologica coglie come il trauma, il razzismo e lo stress cronico plasmino la salute mentale dei caregiver, i loro modelli operativi interni e le narrazioni attraverso cui le famiglie danno senso alle avversità. Negli studi inclusi, i processi psicologici sono emersi come una via centrale di trasmissione del rischio di trauma intergenerazionale, ma anche come un luogo chiave in cui possono avvenire la resilienza e la ri-narrazione.
Diversi studi hanno documentato legami diretti tra la storia traumatica o il disagio psicologico dei caregiver e il rischio nella relazione genitore–bambino. Smith et al. (2014) hanno rilevato che le madri afroamericane con una storia di maltrattamento nell’infanzia mostravano livelli più elevati di sintomi psicologici e un maggiore potenziale di abuso nei confronti dei minori, a conferma di come un trauma non elaborato in una generazione possa accrescere il rischio per quella successiva. Bartlett and Easterbrooks (2015) hanno analogamente riportato che la storia di maltrattamento delle madri e i loro attuali sintomi di salute mentale erano associati a un maggiore rischio di trascuratezza; tuttavia hanno anche mostrato che la sensibilità materna e le relazioni di sostegno potevano moderare tali rischi, mettendo in luce la modificabilità dei percorsi psicologici anche in presenza di avversità significative.
Lo stress e il carico emotivo dei caregiver comparivano anche in studi non esplicitamente centrati sul trauma, che riflettevano comunque un carico psicologico cumulativo. Assari et al. (2017) hanno esaminato giovani di origine afroamericana e rilevato che la struttura familiare e il rischio psicosociale dei genitori erano associati a maggiori sintomi d’ansia nei giovani, il che indica un modello più ampio in cui il disagio dei genitori e l’instabilità familiare plasmano il benessere emotivo di figlie e figli. Cohen et al. (2022) hanno collegato la discriminazione e il carico di stress dei caregiver alla salute del sonno nell’infanzia, suggerendo che il peso psicologico quotidiano del razzismo e delle esigenze di cura possa riversarsi sulla regolazione e sul funzionamento dei minori. Nel loro insieme, questi risultati illustrano come gli stati emotivi e i modelli di coping dei genitori fungano da canale chiave per la trasmissione intergenerazionale del rischio.
Le narrazioni sulla forza, sulla vulnerabilità e sull’espressione emotiva erano particolarmente salienti per le donne afroamericane. Lee and Haskins (2025) hanno descritto come lo schema della Strong Black Woman (SBW) possa operare come una narrazione psicologica al tempo stesso protettiva e gravosa: madri e figlie possono interiorizzare messaggi secondo cui devono «essere forti», reprimere le emozioni e anteporre i bisogni altrui. Queste credenze possono favorire perseveranza e autoefficacia di fronte alle avversità, ma possono anche limitare la richiesta di aiuto e l’apertura emotiva, rafforzando il silenzio attorno al trauma e al disagio. Sulla stessa linea, Younger (2025) ha concettualizzato il Complex Economic Intergenerational Trauma (CEIT), descrivendo come l’esclusione economica e il razzismo plasmino nel corso delle generazioni le credenze familiari sull’autosufficienza, sulla scarsità e sulla responsabilità; queste credenze influenzano il modo in cui le donne valutano il proprio valore, le proprie possibilità e i propri obblighi all’interno dei sistemi familiari.
La letteratura sul trattamento e sulla prevenzione sottolinea ulteriormente l’importanza dell’elaborazione psicologica e della costruzione di significato. Metzger et al. (2017), nel contesto della terapia cognitivo-comportamentale focalizzata sul trauma per giovani di origine nera e latinx, hanno evidenziato la centralità dell’elaborazione delle esperienze traumatiche, del lavoro sulle credenze disadattive e dell’integrazione della socializzazione razziale nel trattamento per sostenere un coping più sano. Queste indicazioni cliniche sono in linea con il quadro empirico più ampio: quando caregiver e minori hanno l’opportunità di nominare, elaborare e contestualizzare il trauma e il razzismo, il rischio psicologico può ridursi e possono emergere narrazioni più adattive.
La dimensione sociale coglie come i ruoli di cura, la struttura familiare e l’accesso alle risorse sociali plasmino sia l’esposizione al trauma sia la capacità di attenuarne gli effetti. Negli studi inclusi, le donne e le famiglie afroamericane affrontavano la cura e il sostegno in contesti segnati dal razzismo strutturale, dalla marginalizzazione economica e da risorse istituzionali limitate. Questi assetti sociali hanno influenzato il modo in cui il rischio e la resilienza intergenerazionali si dispiegavano nella vita quotidiana.
Diversi studi hanno sottolineato come la struttura familiare e i ruoli di cura si intreccino con l’esposizione allo stress e con gli esiti nell’infanzia. Assari et al. (2017) hanno rilevato che, tra i giovani di origine afroamericana, la struttura familiare e il rischio psicosociale dei genitori erano associati a sintomi d’ansia più elevati, il che suggerisce che la composizione della famiglia e il sovraccarico di ruolo possono accrescere la vulnerabilità. Bartlett and Easterbrooks (2015) hanno riportato che le madri con una storia di maltrattamento erano più a rischio di trascuratezza; tuttavia, il sostegno sociale e la presenza in famiglia di caregiver emotivamente disponibili attenuavano questo rischio, a dimostrazione di come le reti di cura possano attenuare o aggravare il trauma intergenerazionale.
Anche i contesti comunitari e istituzionali strutturavano il rischio e la protezione sociali. Heard-Garris et al. (2018) hanno descritto come il razzismo vicario, ad esempio quando bambine e bambini assistono o sentono raccontare discriminazioni subite da genitori e da altre persone adulte, fosse comune nelle famiglie afroamericane e si trasmettesse attraverso le interazioni sociali e i media. Queste esposizioni erano inserite in sistemi sociali più ampi, tra cui sanità, polizia e istruzione, che segnalavano ripetutamente svalutazione e minaccia. Giurgescu et al. (2017) hanno evidenziato come l’accesso limitato a servizi perinatali di sostegno e la discriminazione persistente in ambito sanitario contribuissero allo stress delle donne afroamericane in gravidanza, consolidando ulteriormente le barriere sociali e strutturali all’accesso alle cure.
Le configurazioni multigenerazionali e della famiglia allargata aggiungevano complessità a queste dinamiche sociali. Hankerson et al. (2022) hanno esaminato famiglie afroamericane in contesti di salute mentale e comunitari e hanno osservato che nonne, partner e parenti allargati condividevano spesso le responsabilità di cura e le decisioni. Se queste reti fornivano un sostegno essenziale, talvolta generavano anche conflitti sulle pratiche e sulle priorità educative. Sweeting et al. (2022), utilizzando dati multigenerazionali sulle ACE, hanno mostrato che le avversità non erano solo vissute individualmente ma anche distribuite socialmente all’interno delle famiglie, con modelli di rischio che si concentravano nelle reti di parentela. Il modello CEIT di Younger (2025) ha descritto strategie multigenerazionali per gestire una tensione economica cronica, come la messa in comune delle risorse e la condivisione dell’accudimento tra più nuclei, a dimostrazione di come l’organizzazione sociale possa essere al tempo stesso una risposta al trauma intergenerazionale e un suo veicolo.
La dimensione culturale comprende le narrazioni razzializzate, le pratiche spirituali e le memorie storiche attraverso cui le famiglie afroamericane interpretano il trauma e la resilienza. Più che «variabili» distinte, questi processi culturali operano come quadri di costruzione di significato che organizzano il modo in cui le famiglie comprendono le proprie esperienze di razzismo, di esclusione economica e di sopravvivenza, e il modo in cui trasmettono tali comprensioni alle generazioni successive.
La socializzazione razziale è emersa come una via culturale centrale in diversi studi. Dunbar et al. (2018) hanno mostrato che i messaggi dei genitori di preparazione ai pregiudizi e di promozione dell’orgoglio culturale erano associati a migliori esiti psicosociali tra i giovani di origine afroamericana, il che suggerisce che conversazioni esplicite sul razzismo, unite ad affermazioni dell’identità nera, possano rafforzare il coping e l’adattamento dei minori. Heard-Garris et al. (2018) hanno osservato che il razzismo vicario, ossia il fatto che i minori assistano o sentano raccontare discriminazioni subite dai loro caregiver, plasmava la percezione del mondo come pericoloso e ingiusto sia nei genitori sia nei minori. I genitori rispondevano elaborando messaggi di socializzazione razziale che bilanciavano gli avvertimenti sui pregiudizi con messaggi di speranza e di orgoglio.
Le narrazioni specifiche della condizione di donna nera mettevano in luce come i copioni culturali al tempo stesso proteggano e gravino sulle donne afroamericane. Lee and Haskins (2025) hanno esaminato lo schema della Strong Black Woman (SBW) e hanno rilevato che madri e figlie interiorizzavano spesso aspettative di autosufficienza, contenimento emotivo e responsabilità per il benessere altrui. Queste narrazioni fornivano un senso di orgoglio, di resistenza e di continuità con le generazioni precedenti di donne nere sopravvissute ad avversità estreme. Al tempo stesso, talvolta scoraggiavano l’espressione emotiva e la richiesta di aiuto, perpetuando il silenzio attorno al trauma e alle difficoltà di salute mentale.
Younger (2025) ha esteso questa prospettiva alla vita economica, descrivendo come le eredità di esclusione economica, sfruttamento e lavoro razzializzato plasmino le credenze familiari sul lavoro, sul denaro e sugli obblighi. Le famiglie sviluppavano strategie di «resistenza economica», come circoli informali di risparmio, coabitazione multigenerazionale e sostegno finanziario a rotazione, che esprimevano al tempo stesso il trauma e la creatività. Queste pratiche erano inserite in narrazioni culturali più ampie sulla responsabilità, sul sacrificio e sulla sopravvivenza collettiva, tramandate di generazione in generazione.
La fede e la spiritualità si intrecciavano con queste narrazioni razzializzate ed economiche. Hankerson et al. (2022) e Metzger et al. (2017) hanno evidenziato il ruolo delle comunità ecclesiali e del coping basato sulla fede nelle famiglie afroamericane alle prese con il trauma e con problemi di salute mentale. La preghiera, le Scritture e la partecipazione alle attività della chiesa venivano spesso citate come strategie di coping centrali, che offrivano sia conforto spirituale sia un sostegno sociale concreto. In Metzger et al. (2017), un trattamento focalizzato sul trauma che riconosceva le esperienze razzializzate e incorporava messaggi culturalmente pertinenti risuonava maggiormente con i giovani di origine nera e latinx e con le loro famiglie, a conferma dell’importanza di allineare la pratica clinica ai sistemi di significato culturali.
La dimensione della resilienza si concentra sui processi protettivi e sulle risposte adattive che attenuano gli effetti del trauma e favoriscono esiti positivi tra le generazioni. Lungi dall’implicare l’assenza di difficoltà, la resilienza indica qui le strategie relazionali, culturali e strutturali che le famiglie afroamericane utilizzano per sopravvivere, adattarsi e talvolta trasformare l’impatto del trauma intergenerazionale.
Diversi studi hanno individuato processi relazionali che attenuano il rischio all’interno delle diadi. Bartlett and Easterbrooks (2015) hanno rilevato che, tra le madri con una storia di maltrattamento, una maggiore sensibilità materna e relazioni di sostegno erano associate a un minore rischio di trascuratezza. Anche in presenza di avversità significative, una cura calda e responsiva modificava le traiettorie di sviluppo dei minori, a dimostrazione di come la resilienza relazionale possa interrompere i modelli di trasmissione. In Dunbar et al. (2018), i messaggi di socializzazione razziale, soprattutto quelli che enfatizzavano l’orgoglio culturale e le strategie di coping, erano legati a un migliore adattamento dei giovani, il che suggerisce che una comunicazione radicata nella cultura possa funzionare come processo di resilienza all’incrocio tra la dimensione psicologica e quella culturale.
Gli studi di intervento e sui servizi hanno ulteriormente sottolineato il ruolo della resilienza. Metzger et al. (2017) hanno descritto come una terapia cognitivo-comportamentale focalizzata sul trauma che incorporava la socializzazione razziale e riconosceva il razzismo sistemico favorisse un migliore coinvolgimento ed esiti migliori tra i giovani di origine nera e latinx, indicando il potenziale di interventi culturalmente sintonizzati per rafforzare il coping e il funzionamento relazionale. Hankerson et al. (2022) hanno evidenziato l’importanza delle comunità di fede e dei partenariati tra chiese e servizi di salute mentale per ampliare l’accesso alle cure e ridurre lo stigma, valorizzando efficacemente le infrastrutture di resilienza già presenti nelle comunità afroamericane.
La resilienza era visibile anche nel modo in cui le famiglie affrontavano i vincoli strutturali ed economici. Sweeting et al. (2022) hanno mostrato che, nonostante livelli elevati di avversità, alcune famiglie presentavano esiti di salute migliori del previsto, il che suggerisce la presenza di fattori protettivi non misurati, come reti di parentela solidali o risorse comunitarie stabili, che attenuavano l’impatto biologico delle ACE. Younger (2025) ha documentato come le famiglie segnate dal Complex Economic Intergenerational Trauma sviluppassero strategie collettive (messa in comune del reddito, condivisione dell’accudimento, sostegno abitativo a rotazione) che consentivano loro di mantenere un certo grado di stabilità e di opportunità di fronte a un’esclusione economica persistente. Lee and Haskins (2025) hanno osservato che, sebbene la narrazione della Strong Black Woman possa inibire la richiesta di aiuto, essa incarna anche orgoglio, perseveranza e dedizione alla famiglia, a cui molte donne attingono come risorse psicologiche e culturali.
Nel complesso, la dimensione della resilienza mette in luce che il trauma intergenerazionale non è un processo di danno a senso unico. Negli studi inclusi, i fattori protettivi (cura di sostegno, socializzazione razziale, fede e partecipazione comunitaria, cooperazione economica e narrazioni che costruiscono significato) operano accanto al rischio, determinando se e come il trauma venga trasmesso, trasformato o interrotto tra le generazioni.
Nei 13 studi inclusi, il trauma e la resilienza intergenerazionali nelle famiglie afroamericane sono stati esaminati attraverso una serie di processi biologici, psicologici, sociali, culturali e di resilienza. La maggior parte degli studi valutava più di una dimensione contemporaneamente, pur mettendo in primo piano, di solito, un unico focus principale, come la salute mentale dei caregiver, i comportamenti genitoriali, la socializzazione razziale o gli esiti di salute nell’infanzia. Gli esiti biologici e psicologici erano spesso collegati a variabili del contesto familiare, tra cui le pratiche genitoriali, la qualità delle relazioni e l’esposizione al razzismo o ad altri fattori di stress. I processi culturali, come la socializzazione razziale e l’identità razziale, e i processi di resilienza, come il sostegno sociale e il coping basato sulla fede, erano spesso descritti come fattori contestuali salienti, anche quando non costituivano gli esiti principali degli studi.
Nel loro insieme, questi risultati indicano che le esperienze di caregiver e minori di origine afroamericana in contesti di trauma e avversità raramente si limitano a una sola dimensione. Il lavoro empirico disponibile documenta piuttosto processi biologici, psicologici, sociali, culturali e legati alla resilienza che si sovrappongono nelle relazioni familiari diadiche e multigenerazionali.
Questa scoping review e analisi concettuale dimensionale ha esaminato come il trauma e la resilienza intergenerazionali vengano descritti e vissuti nelle famiglie afroamericane, con particolare attenzione ai ruoli di nonne, madri e figlie nelle relazioni di cura diadiche e triadiche. Nell’eterogeneo insieme di lavori sintetizzati, il trauma è emerso come un fenomeno progressivo e sfaccettato, trasmesso attraverso vie biologiche, psicologiche, sociali, culturali e di resilienza. La salute mentale materna, le pratiche di cura e il contesto più ampio del razzismo strutturale sono apparsi costantemente come meccanismi centrali che determinano il modo in cui trauma e resilienza si muovono tra le generazioni. Le diadi, in particolare le relazioni madre–figlia, offrivano una via diretta attraverso cui si trasmettevano modelli emotivi, comportamentali e di coping, mentre le triadi offrivano una prospettiva multigenerazionale più ampia, capace di cogliere gli effetti cumulativi di storie condivise, narrazioni culturali e disuguaglianze sistemiche. In questo contesto, la resilienza veniva alimentata da strategie di coping adattive, pratiche di fede e solide reti di sostegno sociale, a conferma del duplice ruolo delle relazioni familiari come luoghi di vulnerabilità e, insieme, come fondamenta della guarigione.
I risultati concordano con la letteratura precedente sul trauma e sulle sue origini, e la ampliano; tale letteratura sottolinea il potere delle narrazioni traumatiche nel plasmare gli esiti di salute e le strategie di coping. Quadri teorici come il modello biopsicosociale, la teoria social-cognitiva, la teoria dei sistemi ecologici e la teoria del trauma storico aiutano a contestualizzare i modelli osservati in questa revisione e suggeriscono possibili vie di guarigione e di resilienza (Barker 1990; Bartlett and Easterbrooks 2015; Bolton and Gillett 2019; Watlington and Murphy 2006). Ad esempio, la centralità della salute mentale materna in molti degli studi inclusi è coerente con lavori precedenti che dimostrano come il disagio psicologico materno possa influenzare in modo significativo lo sviluppo e l’adattamento nell’infanzia. Analogamente, il rilievo delle pratiche di fede e dei meccanismi di sostegno sociale o collettivo nella letteratura esaminata riflette le evidenze, sempre più numerose, secondo cui tali risorse sono cruciali per favorire la resilienza nelle famiglie afroamericane (Avent et al. 2015; Bartlett and Easterbrooks 2015; Watlington and Murphy 2006). Al tempo stesso, la presente revisione amplia la ricerca precedente ponendo esplicitamente in primo piano le donne afroamericane e integrando prospettive diadiche e triadiche che mettono in luce il contributo specifico delle nonne al funzionamento familiare. Mentre gran parte dei lavori esistenti si concentra soprattutto sulle diadi, l’inclusione delle costellazioni triadiche in questa sintesi sottolinea che una prospettiva multigenerazionale è essenziale per comprendere come trauma e resilienza vengano co-creati e trasmessi.
In coerenza con il modello biopsicosociale sviluppato da George L. Engel, i modelli individuati in questa revisione sottolineano che il trauma e la resilienza intergenerazionali delle donne afroamericane non possono essere ridotti a un singolo ambito. Processi biologici, psicologici e sociali interagiscono invece in modo dinamico nel tempo, in forme profondamente plasmate dalle narrazioni culturali e dalle condizioni strutturali. L’analisi concettuale dimensionale condotta per questa revisione ha organizzato tali processi in cinque dimensioni interconnesse, biologica, psicologica, sociale, culturale e di resilienza, consentendo una sintesi più sistematica di una letteratura eterogenea. Questo approccio analitico ha inoltre posto le basi per il genogramma triadico concettuale e per il costrutto SuperB introdotti in questa Discussione, che mettono entrambi in luce come i processi di trauma e di resilienza si organizzino lungo tre generazioni di donne afroamericane.
Le dimensioni del trauma intergenerazionale sono profondamente interconnesse e formano una rete complessa di vie di trasmissione. Il razzismo storico e strutturale costituisce il fondamento delle disuguaglianze sistemiche e aggrava gli effetti sia psicologici sia biologici del trauma (Hankerson et al. 2022). L’accesso limitato alle risorse e alle opportunità accresce lo stress e i suoi effetti fisiologici, producendo esiti avversi della nascita e disparità di salute (Giurgescu et al. 2017).
Le norme culturali si intersecano con più dimensioni in modi complessi. Se il sostegno sociale e le relazioni forniscono fattori protettivi che attenuano la trasmissione del trauma (Bartlett and Easterbrooks 2015), narrazioni culturali come l’archetipo della «Strong Black Woman» possono al tempo stesso ostacolare la guarigione, scoraggiando la vulnerabilità e i comportamenti di richiesta di aiuto (Lee and Haskins 2025). Gli ambiti biologico e psicologico sono strettamente collegati, poiché la salute mentale materna e la storia di maltrattamento influenzano direttamente gli esiti nell’infanzia attraverso vie sia comportamentali sia fisiologiche (Smith et al. 2014; Nugent et al. 2012).
Le pratiche genitoriali fungono da meccanismi di trasmissione cruciali tra le dimensioni. La socializzazione razziale incide sullo sviluppo emotivo nell’infanzia e protegge dalla discriminazione (Dunbar et al. 2018), mentre l’esposizione al razzismo vicario può trasmettere il trauma anche in assenza di esperienze dirette (Heard-Garris et al. 2018). Comprendere queste interconnessioni è cruciale per sviluppare interventi globali. Approcci terapeutici culturalmente adattati, che integrano la socializzazione razziale con trattamenti basati sulle evidenze, possono curare il trauma intergenerazionale affrontando sia il contesto individuale sia quello culturale (Metzger et al. 2017). Affrontando queste dimensioni in modo olistico, gli interventi possono spezzare i cicli del trauma e favorire la guarigione tra le generazioni.
La trasmissione del trauma e della resilienza intergenerazionali è plasmata non solo dalle esperienze individuali, ma anche dalle dinamiche relazionali all’interno delle famiglie. Le diadi e le costellazioni multigenerazionali offrono vie distinte ma interconnesse per comprendere come trauma e resilienza si perpetuino o si interrompano tra le generazioni. Per le famiglie afroamericane in particolare, la realtà vissuta comporta spesso strutture di cura multigenerazionali, anche se la maggior parte della ricerca disponibile si è concentrata sulle relazioni diadiche. In questa revisione trattiamo quindi le diadi come unità empirica primaria, utilizzando una prospettiva di cura triadica (nonna–madre–bambino) come quadro concettuale per integrare i risultati relativi alle dimensioni biologica, psicologica, sociale, culturale e di resilienza.
Per rendere esplicito questo quadro abbiamo adattato il genogramma, uno strumento della prospettiva dei sistemi familiari che rappresenta visivamente i membri della famiglia e le loro relazioni, trasformandolo in un genogramma triadico concettuale che sintetizza come vie multilivello di trauma e di resilienza possano operare lungo tre generazioni (Figura 2). Anziché rappresentare i dati di una singola famiglia, questo genogramma integra i modelli emersi dagli studi inclusi per mettere in evidenza le vie ipotizzate di rischio, di qualità relazionale e di resilienza tra nonna, madre e minore. In questo modo, il genogramma triadico funziona come sintesi visiva dell’analisi concettuale dimensionale, organizzando le cinque dimensioni analitiche all’interno delle generazioni e tra di esse.

Dieci dei tredici studi inclusi esaminavano relazioni diadiche (ad es. madre–infante, madre–bambino, genitore–giovane), fornendo le evidenze più dirette delle influenze tra le generazioni in coppie specifiche. Questi studi hanno mostrato con costanza che la storia traumatica, i sintomi psicologici e i comportamenti genitoriali dei caregiver erano associati agli esiti emotivi e comportamentali dei minori, compresi problemi internalizzanti ed esternalizzanti, risposte allo stress e qualità del sonno (Bartlett and Easterbrooks 2015; Cohen et al. 2022; Smith et al. 2014). In termini diadici, la salute mentale materna e le pratiche genitoriali funzionavano da meccanismi chiave che collegavano le avversità precedenti all’adattamento attuale dei minori, mettendo in luce una via cruciale all’interno del più ampio sistema triadico.
Al tempo stesso, la prospettiva triadica concettuale sottolinea che ogni diade esiste all’interno di un contesto multigenerazionale più ampio. Ad esempio, i comportamenti genitoriali e le strategie di coping di una madre sono plasmati non solo dalle sue esperienze, ma anche dalla relazione con sua madre (cioè la nonna materna), dalle narrazioni familiari condivise di sopravvivenza e di forza e dalle condizioni strutturali che hanno colpito le generazioni precedenti. Il genogramma triadico coglie questa stratificazione mappando vie possibili come: la storia traumatica e il coping della nonna che influenzano la salute mentale e le pratiche genitoriali della madre; le esperienze di razzismo e di stress della madre che influenzano lo sviluppo infantile; e la circolazione, in tutte e tre le generazioni, di narrazioni sulla forza, sul sacrificio e sul silenzio. Questa concettualizzazione sottolinea che una ricerca e un intervento efficaci devono prestare attenzione sia ai processi diadici sia ai contesti triadici e strutturali più ampi in cui essi si svolgono.
Sebbene la maggior parte degli studi inclusi fosse diadica, un gruppo più ristretto esaminava processi multigenerazionali o della famiglia allargata, oppure forniva quadri concettuali che affrontano esplicitamente più generazioni. Questi studi e revisioni non seguono tutte e tre le generazioni contemporaneamente con misure standardizzate; illuminano tuttavia il modo in cui i modelli di rischio e di resilienza vengono avviati, mantenuti o trasformati nel tempo. I lavori qualitativi e concettuali mettono in luce l’importanza delle narrazioni familiari condivise, delle aspettative transgenerazionali e delle pratiche culturali che vanno oltre una singola diade. Il quadro triadico concettuale utilizzato in questa revisione riunisce questi fili, mettendo in evidenza come trauma e resilienza vengano co-costruiti tra le generazioni e sottolineando la necessità di ricerche future che colgano più pienamente i processi a tre generazioni.
Nei contesti multigenerazionali e della famiglia allargata, le nonne emergono spesso come figure centrali che forniscono accudimento, aiuto economico, sostegno emotivo e socializzazione in materia di razza, genere e fede. Al tempo stesso, portano spesso con sé le proprie storie di trauma, di perdita e di stress cronico, che possono plasmare il modo in cui si relazionano con le figlie e i figli ormai adulti e con la terza generazione. Alcuni studi suggeriscono che un forte coinvolgimento della nonna possa proteggere i minori dagli effetti negativi della depressione materna o delle difficoltà economiche, offrendo stabilità, affetto e sostegno pratico. Altri lavori indicano tensioni e conflitti nei nuclei multigenerazionali, soprattutto quando le storie traumatiche e le aspettative di cura non vengono affrontate apertamente. Questi modelli rafforzano il valore di una concettualizzazione del trauma e della resilienza intergenerazionali a livello triadico, dove l’interazione tra nonna, madre e minore può essere colta più pienamente.
Nel loro insieme, queste prospettive multigenerazionali rafforzano il genogramma triadico concettuale presentato nella Figura 2, illustrando come le cinque dimensioni analitiche si intersechino all’interno di tre generazioni di donne afroamericane e tra di esse. Mettono inoltre in luce lacune importanti della letteratura empirica, tra cui la necessità di più studi longitudinali a tre generazioni che misurino esplicitamente nel tempo l’esposizione al trauma, la salute mentale, le pratiche genitoriali e le risorse di resilienza. Lavori di questo tipo permetterebbero a chi fa ricerca di verificare empiricamente le vie ipotizzate rappresentate nella triade concettuale e di individuare i punti di leva per interrompere i cicli dannosi e amplificare i processi protettivi.
I processi diadici operano all’interno di sistemi familiari e comunitari più ampi, che possono amplificare o attenuare il rischio intergenerazionale. Interazioni madre–bambino di alta qualità possono essere compromesse da conflitti irrisolti, difficoltà economiche o uno scarso sostegno da parte della parentela allargata; al contrario, solide reti di parentela e una cogenitorialità coesa possono compensare il disagio individuale e stabilizzare la routine quotidiana dei minori (Bartlett and Easterbrooks 2015; Hankerson et al. 2022; Younger 2025). In alcune famiglie, le nonne e altri parenti forniscono un accudimento, un sostegno emotivo e una guida spirituale cruciali, aiutando le madri a gestire lo stress, a mantenere un lavoro o a proseguire gli studi e ad accedere alle risorse. In altre, i conflitti di ruolo o le divergenze sulla disciplina, sulla salute mentale o sulla richiesta di aiuto possono intensificare lo stress, creando rischi aggiuntivi per i minori.
In questa interazione, la resilienza è spesso generata collettivamente. Hankerson et al. (2022) hanno documentato come i partenariati tra chiese e servizi di salute mentale possano migliorare l’accesso alle cure e ridurre lo stigma, valorizzando le strutture comunitarie esistenti. Dunbar et al. (2018) e Metzger et al. (2017) hanno mostrato che gli interventi che integrano la socializzazione razziale e pratiche culturalmente sensibili possono rafforzare le relazioni genitore–bambino e sostenere un coping adattivo. Younger (2025) e Lee and Haskins (2025) hanno descritto come le famiglie attingano a narrazioni di forza e di responsabilità condivisa, come lo schema della Strong Black Woman e le strategie economiche collettive, per sostenersi a vicenda, anche se queste narrazioni comportano talvolta costi psicologici.
Nel complesso, questi risultati suggeriscono che il trauma intergenerazionale nelle famiglie afroamericane si comprende meglio come un processo dinamico che si dispiega all’interno di sistemi annidati di diadi, parentela allargata e comunità. Le diadi restano il contesto principale in cui trauma e resilienza vengono osservati e misurati direttamente, ma gli assetti di cura multigenerazionali e le forze strutturali plasmano il modo in cui questi modelli diadici vengono avviati, mantenuti o trasformati nel tempo. Il quadro triadico concettuale utilizzato in questa revisione riunisce questi fili, mettendo in evidenza come trauma e resilienza vengano co-costruiti tra le generazioni e sottolineando la necessità di ricerche future che colgano più pienamente i processi a tre generazioni.
Uno dei temi ricorrenti nella letteratura è la centralità delle narrazioni culturali, in particolare dell’archetipo della «strong Black woman», nel plasmare il modo in cui le donne afroamericane affrontano il trauma, la cura e la resilienza. Questa narrazione enfatizza la forza, l’indipendenza, la perseveranza e l’autosufficienza, e ha storicamente funzionato come un meccanismo protettivo che ha permesso alle donne di resistere e di opporsi al razzismo sistemico, al sessismo e alle difficoltà economiche. Nelle diadi e nelle triadi, questo archetipo può sostenere la stabilità incoraggiando le donne a «tenere tutto insieme» per la propria famiglia e a offrire alle generazioni più giovani un modello di determinazione e di intraprendenza.
Al tempo stesso, la narrazione della «strong Black woman» presenta un ben documentato carattere di «arma a doppio taglio». Valorizzando lo stoicismo e il sacrificio di sé, può scoraggiare la vulnerabilità emotiva, svalutare il riposo e la cura di sé e stigmatizzare i comportamenti di richiesta di aiuto. Nel contesto del trauma intergenerazionale, ciò può perpetuare cicli di disagio psicologico non affrontato, poiché le donne si sentono costrette ad apparire invulnerabili anche quando portano pesi emotivi e fisici considerevoli. I risultati di questa scoping review sono coerenti con i lavori precedenti che individuano gli aspetti sia protettivi sia dannosi di questa narrazione, in particolare in relazione agli esiti di salute mentale e alla disponibilità a cercare sostegno.
La narrazione «SuperB (Superbutstillhuman)» è proposta qui come una riformulazione concettuale e non come un costrutto validato empiricamente. SuperB offre un modo per onorare la forza insita nell’archetipo della «strong Black woman», facendo al contempo esplicitamente spazio alla complessità emotiva e ai limiti umani. In questo quadro, resilienza e vulnerabilità sono intese come complementari e non come contraddittorie. Le donne afroamericane sono considerate capaci di una resistenza e di una leadership straordinarie, ma anche pienamente legittimate al riposo, alla cura e all’espressione emotiva (Woods-Giscombé 2010). Sebbene gli studi inclusi non abbiano verificato direttamente il modello SuperB, le loro descrizioni delle esperienze vissute dalle donne, delle strategie di coping e delle tensioni tra forza e disagio forniscono un fondamento concettuale a questa riformulazione. Sono necessari futuri lavori empirici per operazionalizzare e valutare questa narrazione nella pratica, ma sul piano concettuale essa offre una prospettiva utile per ripensare i processi di guarigione all’interno delle famiglie afroamericane.
L’integrazione delle prospettive dimensionale, diadica e triadica in questa revisione ha diverse implicazioni per la ricerca, le politiche e la pratica future. Per la ricerca, servono più studi che operazionalizzino esplicitamente il trauma e la resilienza intergenerazionali nelle famiglie afroamericane, con disegni capaci di cogliere sia i processi all’interno di una generazione sia quelli tra generazioni. Gli studi longitudinali e multigenerazionali sono particolarmente importanti per verificare vie come quelle rappresentate nel genogramma triadico concettuale. I disegni a metodi misti che integrano misure quantitative, ad esempio biomarcatori dello stress e misure standardizzate di salute mentale e di genitorialità, con dati qualitativi sulle narrazioni traumatiche, sulle esperienze razzializzate e sui significati della forza e della vulnerabilità sono particolarmente adatti alla complessità rivelata dall’analisi concettuale dimensionale. Tali lavori possono chiarire ulteriormente come i processi biologici, psicologici, sociali, culturali e di resilienza si intersechino all’interno delle generazioni e tra di esse.
Per le politiche, questa revisione sottolinea che il trauma intergenerazionale nelle famiglie afroamericane è profondamente radicato in disuguaglianze strutturali, tra cui il razzismo nella sanità, nell’abitazione, nell’occupazione e nel sistema penale. Le politiche che riducono l’esposizione a questi fattori di stress strutturali, come l’ampliamento dell’accesso a cure perinatali e di salute mentale eque, l’applicazione delle tutele contro la discriminazione, la riduzione dei divari di ricchezza e abitativi e gli investimenti nei sostegni territoriali, hanno buone probabilità di produrre benefici multigenerazionali negli ambiti biologico e psicologico. Dati i ruoli di cura centrali che madri e nonne svolgono spesso, le politiche che forniscono un sostegno materiale, ad esempio integrazioni al reddito, congedi familiari retribuiti e sussidi per l’assistenza all’infanzia, e che garantiscono un finanziamento sostenibile alle organizzazioni comunitarie al servizio delle famiglie nere, sono particolarmente importanti per sostenere la resilienza.
Per la pratica, questa revisione suggerisce che gli interventi sul trauma intergenerazionale nelle famiglie afroamericane dovrebbero essere radicati nella cultura, centrati sulla famiglia e multidimensionali. I trattamenti focalizzati sul trauma che affrontano esplicitamente il razzismo, incorporano la socializzazione razziale e l’orgoglio culturale e lavorano su narrazioni come lo schema della Strong Black Woman possono rispondere meglio alle esperienze vissute da donne e ragazze nere (Metzger et al. 2017). Affrontare narrazioni culturali come l’archetipo della Strong Black Woman e introdurre quadri come la narrazione SuperB può aiutare le famiglie a bilanciare resilienza e vulnerabilità emotiva e a creare spazio per la guarigione anziché per il silenzio o la repressione delle emozioni. Nominando e riformulando esplicitamente queste narrazioni, chi opera nella clinica può aiutare le donne afroamericane a ridefinire la forza in modo che includa la richiesta di aiuto, il riposo e l’espressione emotiva. I programmi che coinvolgono più generazioni, ad esempio includendo le nonne e altri parenti negli interventi sulla genitorialità, nella psicoeducazione o nei gruppi di sostegno, possono rispecchiare meglio gli assetti di cura reali e valorizzare le risorse di resilienza esistenti. Il personale clinico e i servizi territoriali possono fare leva sulle comunità di fede, sulle reti di parentela allargata e sulle pratiche di coping culturalmente specifiche come punti di forza, creando al contempo spazio per nominare ed elaborare il trauma e la discriminazione in modi non vincolati da aspettative di forza costante o di silenzio.
Comprendere il contributo specifico di diadi e triadi alla trasmissione del trauma e della resilienza affina ulteriormente queste implicazioni per la pratica. I programmi che si concentrano solo sulla diade madre–bambino rischiano di trascurare il più ampio contesto multigenerazionale che plasma le dinamiche familiari e il coping. Integrare il ruolo della nonna negli interventi può offrire un approccio più olistico per spezzare i cicli del trauma. I programmi centrati sulla famiglia che includono nonne, madri e minori possono favorire una comunicazione aperta, affrontare il trauma non elaborato tra le generazioni e promuovere una guarigione collettiva (Sweeting et al. 2022). Gli interventi che valorizzano le risorse delle relazioni triadiche, come la condivisione delle responsabilità di cura, il racconto intergenerazionale e le pratiche culturali, possono amplificare la resilienza e interrompere i cicli del trauma integrando prospettive sia diadiche sia triadiche.
Strumenti come il genogramma familiare possono inoltre essere determinanti per individuare e affrontare il trauma intergenerazionale. Il genogramma familiare rappresenta visivamente le strutture familiari, le relazioni e le storie mediche e psicosociali, e permette a chi fa ricerca e alle figure professionali della salute di ricostruire i modelli ereditari e di individuare le origini del trauma (Cuartas Arias 2017). Il genogramma triadico concettuale utilizzato in questa revisione amplia questo strumento sintetizzando come vie multilivello di trauma e di resilienza possano operare lungo tre generazioni. Questo approccio può aiutare a stabilire fino a che punto il trauma possa essere fatto risalire, che cosa comportino specifiche esperienze traumatiche e specifici modelli relazionali e quali strategie di guarigione siano più appropriate. Integrando informazioni genetiche, storie di discendenza e contesto culturale, i genogrammi possono offrire una visione complessiva del trauma e della resilienza intergenerazionali e costituire la base per interventi mirati e centrati sulla famiglia.
I risultati di questa revisione mettono in luce anche elementi chiave su cui fare leva nella creazione di interventi di salute mentale e di guarigione emotiva per le donne afroamericane. Le strategie di resilienza e di coping citate in letteratura sottolineano l’importanza della comunità e del sostegno sociale o collettivo (Bartlett and Easterbrooks 2015; Hankerson et al. 2022). Gli interventi di guarigione dovrebbero quindi rafforzare le persone e le triadi familiari, affrontando sia l’esperienza del trauma sia la resilienza che ne emerge. Gli interventi che integrano pratiche di fede, partecipazione comunitaria e terapia culturalmente sensibile possono aiutare le famiglie a bilanciare resilienza e vulnerabilità emotiva. Inoltre, affrontare la storia traumatica materna e il suo impatto sui minori è essenziale per spezzare i cicli del trauma. I programmi incentrati sulla guarigione congiunta all’interno delle triadi, come le relazioni nonna–madre–figlia o nonna–nipote, possono favorire una comunicazione aperta, il riconoscimento reciproco del dolore e della forza e un empowerment collettivo, e sostenere una guarigione intergenerazionale più duratura.
Questo studio presenta diversi limiti che è opportuno riconoscere. In primo luogo, il numero di studi individuati e inclusi in questa revisione era relativamente ridotto, il che limita l’ampiezza e la generalizzabilità delle conclusioni che se ne possono trarre. L’attenzione alle famiglie afroamericane, pur essendo cruciale per comprendere le sfide e le risorse specifiche di questa popolazione, implica che i risultati potrebbero non cogliere l’intera varietà delle esperienze di trauma intergenerazionale in altri gruppi razziali o etnici. Questa scelta deliberata è appropriata agli obiettivi della revisione, ma ne restringe necessariamente l’applicabilità al di fuori delle comunità afroamericane.
Anche i vincoli metodologici degli studi inclusi incidono sulla solidità e sulla portata delle conclusioni. Molti studi si basavano su disegni qualitativi o su dati auto-riferiti che, pur essendo preziosi per cogliere l’esperienza vissuta e il significato, possono introdurre distorsioni di memoria, distorsioni di desiderabilità sociale o una precisione di misura limitata. La sintesi comprendeva dieci studi che esaminavano la trasmissione diadica (diadi madre–infante, madre–bambino, genitore–bambino e genitore–giovane) e solo tre studi che esaminavano modelli multigenerazionali. Nessuno di questi ultimi ha misurato vere dinamiche a tre generazioni in simultanea con valutazioni standardizzate in tutte e tre le generazioni. Gli studi diadici offrono indicazioni preziose sulle dimensioni della trasmissione intergenerazionale del trauma, in particolare dalle madri alla generazione successiva, ma hanno una capacità limitata di chiarire l’influenza del trauma della nonna sulle interazioni madre–bambino o di stabilire se le nonne attenuino o aggravino lo stress materno. Questa lacuna rappresenta un limite cruciale: se gli studi diadici stabiliscono che il trauma può trasmettersi dalle madri alla generazione successiva, non possono rivelare pienamente i meccanismi triadici che determinano se la trasmissione si intensifichi, si attenui o si trasformi lungo tre generazioni.
Un altro limite è l’attenzione prevalente ai ruoli della madre e della nonna, con un’attenzione relativamente minore al contributo dei padri, dei caregiver uomini e di altri membri della famiglia allargata come zie, zii o parentela d’elezione. Poiché le reti familiari afroamericane si estendono spesso oltre la famiglia nucleare, la sottorappresentazione di questi ruoli nella letteratura disponibile può oscurare fonti importanti sia di rischio sia di resilienza. Inoltre, fattori contestuali come le condizioni del quartiere, gli ambienti scolastici e le istituzioni comunitarie più ampie non sono stati misurati in modo coerente nei diversi studi, il che limita la possibilità di tenere pienamente conto di come i sistemi esterni interagiscano con i processi a livello familiare.
In linea con gli obiettivi e la portata di una scoping review, non abbiamo condotto una valutazione formale del rischio di bias o della qualità dei singoli studi con strumenti standardizzati come gli strumenti Cochrane per il rischio di bias o il GRADE. Gli studi inclusi variavano molto per disegno, focus e rigore metodologico, e il nostro obiettivo era mappare questa eterogeneità e individuare modelli concettuali, non produrre stime aggregate né classificare gli studi in base alla qualità. Nell’interpretare le evidenze abbiamo comunque considerato i limiti riconosciuti da chi aveva firmato gli studi, tra cui campioni ridotti e non rappresentativi, disegni trasversali o di breve durata e una misurazione ristretta dell’esposizione al trauma, della resilienza o delle relazioni familiari. Abbiamo inoltre cercato di distinguere chiaramente, nella sintesi e nella discussione, tra descrizione empirica ed estrapolazione concettuale. Questo approccio è in linea con le indicazioni attuali sulle scoping review, che privilegiano l’ampiezza, la mappatura e il chiarimento concettuale rispetto alla valutazione formale e alla sintesi quantitativa.
Gli studi futuri dovrebbero affrontare questi limiti ampliando la portata della ricerca a campioni più ampi e più diversificati e adottando disegni più solidi. Studi longitudinali che seguano le famiglie lungo più generazioni offrirebbero una comprensione più approfondita dei meccanismi di trasmissione del trauma e della resilienza e di come questi processi evolvano nel tempo. I lavori futuri dovrebbero inoltre esaminare più a fondo i ruoli dei padri, di altre figure di cura e della parentela allargata, insieme all’impatto delle risorse comunitarie e delle disuguaglianze sistemiche, nel plasmare gli esiti intergenerazionali. Infine, è necessaria ulteriore ricerca per sviluppare e valutare interventi multigenerazionali culturalmente sensibili, adattati ai bisogni specifici delle famiglie afroamericane. Partendo dai modelli individuati in questa scoping review, la ricerca futura potrà avanzare verso una comprensione più completa del trauma e della resilienza intergenerazionali e orientare strategie efficaci per interrompere i cicli del trauma e favorire la guarigione tra le generazioni.
Questa scoping review e analisi concettuale offre un esame integrato del trauma e della resilienza intergenerazionali nelle famiglie afroamericane, con particolare attenzione ai ruoli di nonne, madri e figlie nelle relazioni diadiche e triadiche. Negli studi inclusi, la depressione materna, i sintomi traumatici e lo stress erano costantemente associati alle difficoltà emotive e comportamentali dei minori, nonché a pratiche genitoriali che possono trasmettere o attenuare il trauma. Organizzando questa letteratura secondo le dimensioni biologica, psicologica, sociale e culturale, la revisione mostra che la salute mentale materna, le pratiche di cura, lo stress razzializzato e le strutture familiari multigenerazionali agiscono congiuntamente nel plasmare la trasmissione sia del trauma sia della resilienza. Le diadi, in particolare le relazioni madre–figlia, sono emerse come vie dirette attraverso cui si tramandano credenze, comportamenti e modelli di coping legati al trauma. Le triadi, a loro volta, hanno offerto una prospettiva più ampia che coglie l’influenza cumulativa di storie condivise, narrazioni culturali e disuguaglianze sistemiche lungo tre generazioni, e hanno messo in luce il contributo spesso poco riconosciuto delle nonne come portatrici sia di rischio sia di resilienza.
L’applicazione di quadri teorici come il modello biopsicosociale e la teoria del trauma storico approfondisce la nostra comprensione di come il trauma si sviluppi, persista e possa trasformarsi nel tempo all’interno delle famiglie afroamericane. Le evidenze esaminate indicano che il trauma intergenerazionale non è un fenomeno unicamente individuale o biologico, ma nasce dalle interazioni tra disagio psicologico, modelli relazionali, contesto comunitario e razzismo strutturale. In questo contesto, la dualità di narrazioni culturali come l’archetipo della Strong Black Woman diventa particolarmente saliente. I lavori empirici sintetizzati in questa revisione collegano questa narrazione alla perseveranza, a un forte investimento nella cura e alla protezione dei minori, ma anche all’autosilenziamento, alla riluttanza a chiedere aiuto e a uno stress elevato tra le donne afroamericane. La narrazione proposta SuperB, Super but still human, offre una riformulazione concettuale fondata su questi risultati. Onora la resilienza e il lavoro di cura multilivello documentati negli studi, facendo al contempo esplicitamente spazio alla vulnerabilità, al riposo e al sostegno, e indica quindi nuove direzioni per una valutazione e una guarigione radicate nella cultura.
Questa revisione individua inoltre diverse lacune specifiche nell’attuale base di evidenze. Pochi studi hanno esaminato direttamente le relazioni triadiche con valutazioni standardizzate lungo tre generazioni, e pochissimi hanno posto al centro le esperienze delle donne afroamericane in modo da coglierne pienamente i ruoli simultanei di figlie, madri e nonne. Le definizioni e le operazionalizzazioni del trauma intergenerazionale erano spesso incoerenti, il che limita la comparabilità dei risultati e ostacola lo sviluppo di interventi mirati. La maggior parte degli studi si concentrava su esiti psicologici e relazionali, con un’integrazione relativamente limitata di marcatori biologici dello stress o della salute. I disegni longitudinali e multigenerazionali erano rari, il che rende difficile distinguere gli effetti intergenerazionali dalle avversità contestuali concomitanti. Colmare queste lacune richiederà una ricerca longitudinale, multigenerazionale e a metodi misti che si concentri esplicitamente sulle famiglie afroamericane, utilizzi definizioni chiare e teoricamente fondate del trauma e della resilienza intergenerazionali, comprenda disegni sia diadici sia triadici e integri dati biologici, psicologici, sociali e culturali.
I risultati sostengono anche direzioni concrete per la pratica e le politiche. Il lavoro empirico indica che interventi multigenerazionali culturalmente sensibili, che coinvolgono insieme nonne, madri e minori, possono favorire una comunicazione più aperta sul trauma, rafforzare le relazioni genitoriali e cogenitoriali e migliorare il coping dei minori. Strumenti come il genogramma familiare e il genogramma triadico concettuale possono aiutare le famiglie e chi le accompagna a mappare i modelli di trauma e di resilienza, a chiarire l’origine e l’evoluzione di narrazioni chiave come Strong Black Woman e SuperB e a individuare i punti specifici in cui il cambiamento è più realizzabile. Le evidenze secondo cui le donne afroamericane si affidano spesso alle comunità di fede, alle reti di parentela allargata e al coping collettivo suggeriscono che gli interventi hanno maggiori probabilità di essere efficaci quando integrano risorse religiose e comunitarie, anziché concentrarsi soltanto sul trattamento individuale. Sul piano delle politiche, i risultati degli studi esaminati rafforzano la necessità di investire in cure perinatali e di salute mentale eque, in sostegni al reddito e all’assistenza all’infanzia e in organizzazioni comunitarie che servono direttamente le famiglie nere, dato il ruolo centrale delle madri e delle nonne che prestano cura per il benessere dei minori.
Nel complesso, le evidenze sintetizzate in questa revisione mostrano che le famiglie afroamericane, e in particolare le donne afroamericane, si collocano all’incrocio tra vulnerabilità e forza. Il trauma intergenerazionale è plasmato da disuguaglianze strutturali storiche e attuali nella sanità, nell’abitazione, nell’occupazione e nel sistema penale; eppure, in questi stessi contesti, le famiglie coltivano forme potenti di resilienza, di creatività e di cura attraverso l’accudimento multigenerazionale, le pratiche culturali e di fede e il coping collettivo. Ponendo al centro le relazioni diadiche e triadiche, introducendo un genogramma triadico concettuale e articolando la narrazione SuperB come evoluzione dell’archetipo della Strong Black Woman, questo studio offre un quadro specifico per definire ed esaminare il trauma e la resilienza intergenerazionali nelle famiglie afroamericane. Questo quadro può orientare il lavoro empirico futuro, informare la progettazione e la sperimentazione di interventi multigenerazionali culturalmente sensibili e sostenere politiche volte a promuovere la guarigione e il benessere tra le generazioni nelle comunità afroamericane.
In questo manoscritto sono utilizzate le seguenti abbreviazioni:
Complexe Systémique: i punti chiave
Questa scoping review parla direttamente a chi pratica la terapia familiare: sposta la questione del trauma dall’individuo alla relazione, e dalla diade alla triade. Nonne, madri e figlie vi compaiono sia come portatrici del trauma sia come risorse di resilienza, in un contesto in cui il razzismo strutturale non è un «fattore» tra gli altri, ma la cornice stessa della trasmissione. Il genogramma triadico proposto estende uno strumento familiare della pratica sistemica aprendolo alle dimensioni culturali ed economiche, e la riformulazione SuperB («super ma pur sempre umana») offre una pista concreta: onorare la forza senza trasformarla in un’ingiunzione al silenzio. Resta necessaria una distanza critica: solo tredici studi, quasi tutti diadici, nessuno dei quali misura davvero tre generazioni; la triade resta un’ipotesi concettuale, SuperB un costrutto non validato, e i padri e la parentela d’elezione restano fuori campo. Per la pratica l’invito è chiaro: coinvolgere le nonne ed esplorare le narrazioni familiari della forza e ciò che esse rendono difficile dire. Da leggere insieme all’articolo sulla cogenitorialità intergenerazionale e all’articolo sulla resilienza delle fratrie di fronte al trauma intergenerazionale.
Note dell’originale
Contributi di autrici e autori. Concettualizzazione, L.I. e A.D.D.J.; metodologia, L.I.; software, L.I.; validazione, L.I., A.D.D.J. ed E.N.; analisi formale, L.I., A.D.D.J. ed E.N.; indagine, A.D.D.J. ed E.N.; risorse, L.I.; cura dei dati, L.I., A.D.D.J. ed E.N.; scrittura – preparazione della bozza originale, L.I.; supervisione, L.I.; amministrazione del progetto, L.I.; acquisizione dei finanziamenti, L.I. Chi firma l’articolo ha letto e approvato la versione pubblicata del manoscritto.
Finanziamento. Questa ricerca è stata finanziata dal National Institute of Mental Health (NIMH) attraverso il REIDS Pilot Project Grant (NIMH/NIH/DHHS R25MH087217).
Dichiarazione del comitato etico. Non applicabile.
Dichiarazione di consenso informato. Non applicabile.
Ringraziamenti. Chi firma l’articolo ha rivisto e modificato i risultati prodotti e si assume la piena responsabilità del contenuto di questa pubblicazione.
Conflitti di interesse. Chi firma l’articolo dichiara l’assenza di conflitti di interesse.
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Traduzione non ufficiale in italiano di Intergenerational Trauma and Resilience in African American Families: A Dimensional Conceptual Analysis of Dyads and Triads, di LaDrea Ingram, Aliyah D. De Jesus ed Esthel Nam, Genealogy, vol. 10, no 1, articolo 15 (2026), doi: 10.3390/genealogy10010015, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (testo tradotto in italiano, tabelle presentate sotto forma di elenchi). La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «Intergenerational Trauma and Resilience in African American Families: A Dimensional Conceptual Analysis of Dyads and Triads», pubblicato in Genealogy (2026) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina. Fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Ingram, L., De Jesus, A. D., e Nam, E. (2026). Intergenerational Trauma and Resilience in African American Families: A Dimensional Conceptual Analysis of Dyads and Triads. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/intergenerational-trauma-and-resilience-in-african-american-families (Opera originale pubblicata nel 2026 in Genealogy, 10(1), 15 (2026); ripubblicata nel 2026 da Genealogy, https://www.mdpi.com/2313-5778/10/1/15)
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