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Behavioral Sciences · Famiglia

La trasmissione intergenerazionale del trauma, le esperienze avverse nell’infanzia e le esperienze familiari avverse: un’esplorazione qualitativa della resilienza nella fratria

Come passa l’avversità da una generazione all’altra, e perché fratelli e sorelle cresciuti nella stessa famiglia non se la cavano allo stesso modo? A partire da due famiglie scozzesi, ogni volta una madre e due dei suoi figli, l’équipe di Miriam Riaz Nichol segue il filo del trauma: la violenza di quartiere, il lutto per un figlio assassinato, il maltrattamento che ne segue e poi le relazioni di coppia violente. Descrive anche ciò che protegge: la dissociazione e la parentificazione all’interno della fratria.

Autrici e autori Miriam Riaz Nichol (School of Psychological Sciences & Health, University of Strathclyde, Glasgow, Regno Unito); Lee John Curley (School of Health & Life Sciences, Glasgow Caledonian University, Regno Unito); Pamela Jane Sime (School of Health & Social Care, Edinburgh Napier University, Regno Unito)Prima pubblicazione Behavioral Sciences, 1º febbraio 2025Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di The Intergenerational Transmission of Trauma, Adverse Childhood Experiences and Adverse Family Experiences: A Qualitative Exploration of Sibling Resilience, di Miriam Riaz Nichol, Lee John Curley e Pamela Jane Sime, pubblicato in Behavioral Sciences (MDPI) (2025), doi: 10.3390/bs15020161, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La tabella è presentata sotto forma di elenco; le figure sono riprodotte con le loro didascalie originali; il materiale supplementare (tracce delle interviste) non è riprodotto. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Anche se fratelli e sorelle possono condividere esperienze traumatiche, spesso le percepiscono in modo diverso.

Miriam Riaz Nichol, Lee John Curley e Pamela Jane Sime

Abstract

I quadri delle esperienze avverse nell’infanzia (ACE, dall’inglese Adverse Childhood Experiences) e delle esperienze familiari avverse (AFE) sono stati ampiamente utilizzati nella ricerca. Tuttavia, finora nessuno studio ha considerato entrambi i quadri contemporaneamente, né ha esplorato le somiglianze e le differenze nella resilienza tra fratelli e sorelle con genitori esposti ad ACE e AFE. Farlo potrebbe forse chiarire i modi in cui l’avversità si trasmette attraverso le generazioni e, di conseguenza, individuare quali traiettorie affrontare in possibili interventi. Gli obiettivi di questo studio erano quindi esaminare le esperienze di famiglie con un trauma intergenerazionale legato ad ACE e AFE, e stabilire che cosa influisca sulle somiglianze e sulle differenze nella resilienza della fratria. L’analisi tematica di due studi di caso familiari (n = 6) ha proposto una narrazione che comprende la paura, le relazioni e il confronto con il trauma. I risultati hanno mostrato l’influenza della violenza di quartiere, che sembrava dare avvio a questa narrazione. La paura associata alla violenza di quartiere e al maltrattamento nella prima infanzia sembrava influire sia sul legame tra genitori e figli sia sulle relazioni di coppia. Infine, le persone partecipanti hanno mostrato le proprietà protettive della dissociazione e della parentificazione fraterna, evidenziandone il rapporto con la resilienza. Il gruppo di ricerca suggerisce di includere la violenza di quartiere nel questionario ACE per orientare le politiche attuali e future e per tutelare i bisogni delle famiglie colpite dal trauma intergenerazionale.

1. Introduzione

Nel XXI secolo la letteratura sul trauma si è moltiplicata nel tentativo di stabilire il ruolo del maltrattamento infantile (MI) nelle traiettorie di vita (Howell et al., 2021). Tra le avversità infantili studiate figurano, per esempio, le catastrofi naturali (Meltzer et al., 2021), il terrorismo e la guerra (Samara et al., 2020) e le malattie pediatriche gravi (Stanzel & Sierau, 2022). Nel contesto scozzese, le esperienze avverse nell’infanzia (ACE), che comprendono il MI e i fattori di stress domestici (FSD), e le esperienze familiari avverse (AFE), incentrate su una prospettiva ambientale, sono diventate un grave problema di salute pubblica, e statistiche recenti ne mostrano la crescente prevalenza (Marryat & Frank, 2019; Scottish Government, 2024). Per esempio, il 71% delle persone adulte in Scozia dichiara di aver vissuto almeno una ACE, e il 15% quattro o più (Scottish Government, 2024). Rapporti analoghi hanno evidenziato tassi di violenza sproporzionatamente elevati nelle comunità scozzesi svantaggiate, in particolare tra i giovani maschi (Fraser et al., 2024). Ciò desta preoccupazione, poiché diversi studi hanno stabilito che l’accumulo di ACE e AFE aumenta il rischio di psicopatologia e di ideazione suicidaria (Jia et al., 2020), di uso e dipendenza da sostanze (Hughes et al., 2020), di criminalità (Basto-Pereira et al., 2022) e di trasmissione intergenerazionale del trauma (TIT) (Hughes et al., 2017). La ricerca ha quindi cercato di precisare le minacce intergenerazionali gravi e persistenti delle ACE e delle AFE (Swords et al., 2024) per orientare le politiche e gli interventi preventivi, compresi quelli che mirano a promuovere la resilienza (Ortiz, 2019). Il trauma intergenerazionale indica il fenomeno per cui l’avversità vissuta in una generazione, in particolare durante l’infanzia, può perpetuarsi nelle generazioni successive (Keaney et al., 2024). Sebbene sia spesso usato in modo intercambiabile con «trauma storico» e «trauma transgenerazionale», il primo si distingue per il suo legame con il trauma sistemico (Cerdeña et al., 2021) e il secondo per quello con l’epigenetica (Švorcová, 2023). I traumi individuali che si verificano su scala più ridotta (per esempio la violenza interpersonale) non rientrano necessariamente nell’ambito del trauma storico (Keaney et al., 2024), il che giustifica l’uso del termine «trauma intergenerazionale» in questo contesto e in tutto l’articolo.

Pur non essendo i primi a valutare il rischio cumulativo (Rutter, 1980), Felitti et al. (1998) hanno ampliato lavori precedenti (per esempio Kempe et al., 1962), diventando lo studio più importante sul MI. Il lavoro fondativo di Felitti e del suo gruppo (1998) ha riconosciuto la prevalenza sia del MI sia dei FSD, mostrando che raramente si presentano isolati e che, al contrario, vengono vissuti contemporaneamente (Felitti et al., 1998). La relazione dose-risposta da loro individuata ha fatto evolvere la concettualizzazione del MI, segnando un cambiamento di paradigma nella letteratura, perché ha messo in evidenza la natura cumulativa e cronica delle ACE sugli esiti di salute successivi (Felitti et al., 1998; Struck et al., 2021). Di conseguenza è stato proposto un indice sintetico delle ACE che comprende cinque sottotipi di MI (cioè abuso verbale/emotivo, fisico e sessuale; trascuratezza emotiva e fisica) e l’esposizione a varie forme di FSD (cioè separazione/divorzio dei genitori, assistere alla violenza nella coppia (VC), abuso di sostanze, malattia mentale e detenzione) (Cerdeña et al., 2021; Dube et al., 2001a, 2001b), indice che da allora è stato ampiamente utilizzato nella ricerca (Narayan et al., 2022).

Tuttavia il quadro delle ACE è stato criticato per aver tralasciato le difficoltà contestuali e familiari (Cronholm et al., 2015) che, secondo diversi studi, aggravano gli effetti delle ACE (Camacho & Henderson, 2022). È stata quindi sviluppata la misura delle AFE, che riprende item del questionario ACE (escludendo il trauma emotivo/fisico e sessuale) e li integra con quattro nuovi item (cioè morte di un genitore, basso reddito, abuso razzista e violenza di quartiere) (Kasehagen et al., 2018). Sebbene la ricerca abbia sottolineato che le ACE e le AFE non determinano esiti specifici, è stata dimostrata la relazione graduale tra il numero di ACE e AFE vissute e la frequenza e gravità dei rischi e degli esiti di salute (Felitti et al., 1998; Kasehagen et al., 2018). Per esplorare questa associazione sono stati applicati numerosi quadri teorici, tra cui la teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1980).

La teoria dell’attaccamento (TA) (Bowlby, 1980) postula che le interazioni diadiche ripetute tra il bambino piccolo e la figura di accudimento principale fungano da prototipo per il comportamento interpersonale, le emozioni e le relazioni intime (Bosmans et al., 2020). I bambini e le bambine che ricevono cure costanti e di sostegno tendono a sviluppare attaccamenti sicuri, che consentono loro di cercare il conforto dei genitori quando sono in difficoltà (Bosmans et al., 2020; Cooke et al., 2019). Al contrario, chi cresce in ambienti disfunzionali segnati dall’avversità tende a percepire la propria figura di accudimento principale come incoerente, insensibile e inaffidabile, il che contribuisce ad attaccamenti insicuri (cioè evitanti e ansiosi) e disorganizzati (Bowlby, 1982; Paetzold & Rholes, 2020).

Una delle relazioni per cui la TA può offrire un quadro teorico è l’associazione tra le ACE materne, una genitorialità problematica e la TIT (Kim et al., 2021). Gli studi hanno mostrato che le madri esposte ad ACE tendono ad adottare una genitorialità autoritaria, caratterizzata da ostilità e disimpegno (Hanetz-Gamliel & Dollberg, 2022). In particolare, una storia materna di maltrattamento è un forte predittore del fatto che la madre diventi trascurante e infligga abusi fisici e psicologici ai propri figli, contribuendo alla TIT e alle ACE (Letouneau et al., 2019; Mitani, 2022). La ricerca ha inoltre stabilito che le madri con una storia di ACE mostrano una sensibilità limitata e una ridotta autoefficacia materna, e spesso non sono emotivamente disponibili per i figli (Jiwani et al., 2022; Rowell & Neal-Barnett, 2021): tutti elementi che contribuiscono a un attaccamento madre-bambino insicuro (Racine et al., 2018), che sembra mediare gli effetti del trauma materno sulle traiettorie di sviluppo infantile (cioè salute, apprendimento e comportamento) (Cooke et al., 2019).

Le ragioni di questa relazione sono da tempo oggetto di dibattito (Hanetz-Gamliel & Dollberg, 2022). Per esempio, alcuni studi suggeriscono che le madri esposte ad ACE siano predisposte alla disregolazione affettiva, in cui la capacità di regolare gli stimoli emotivi negativi o di rispondervi è compromessa (Dvir et al., 2014). Questa predisposizione tende ad aggravarsi quando subentra una tensione genitoriale (Ahlin & Atunes, 2016), come la violenza di quartiere (VQ). Alcuni dati suggeriscono che le madri che vivono in comunità svantaggiate e ad alta criminalità manifestano frustrazione e disperazione derivanti dall’impossibilità di proteggere i figli dalla violenza (Ahlin & Atunes, 2016). Queste difficoltà genitoriali possono risvegliare ricordi dolorosi legati al trauma, soprattutto se si aggiungono a un attaccamento materno insicuro (Mikulincer & Shaver, 2019; O’Brien et al., 2019). La madre può quindi trovare difficile prendere le distanze dalle proprie ACE e distinguerle dalla tensione genitoriale, il che compromette una genitorialità sensibile e responsiva e favorisce invece lo sviluppo di attaccamenti insicuri tra genitori e figli (Hanetz-Gamliel & Dollberg, 2022). Le comunità sature di violenza e deprivazione, dunque, non solo contribuiscono alla TIT e la perpetuano attraverso l’esposizione cronica alla violenza, ma anche attraverso lo sviluppo di attaccamenti insicuri e di una genitorialità problematica (McCoy et al., 2015).

Negli ultimi due decenni l’operazionalizzazione della resilienza si è sviluppata in modo significativo: dall’idea che la resilienza sia una qualità unica di invulnerabilità si è passati a una moderna prospettiva dei sistemi dello sviluppo (Masten, 2018). Quest’ultima definisce la resilienza come la capacità e i processi con cui un sistema dinamico si adatta efficacemente all’avversità grazie alla perseveranza, favorendo uno sviluppo positivo (Rava et al., 2023). Uno dei modi in cui la resilienza attenua gli effetti negativi dell’avversità è influire sulle strategie di coping che una persona può adottare, che aggravano o attenuano la risposta allo stress (Hall et al., 2021). La letteratura sulla resilienza distingue due stili di coping: il coping centrato sul problema (CP) e quello centrato sulle emozioni (CE) (Sheffler et al., 2020). Il coping CP consiste nell’individuare un fattore di stress e nel gestirlo attivamente, favorendo l’autoefficacia (Landy et al., 2022), mentre il coping CE riguarda l’eliminazione degli stimoli emotivi negativi, il che impedisce di affrontare direttamente il fattore di stress (Landy et al., 2022). Dopo l’esposizione ad ACE e AFE si adotta di solito una serie di meccanismi di coping CP (per esempio prendersi cura degli altri) e CE (per esempio l’autoaccusa e la dissociazione) (Solberg et al., 2023), anche se la ricerca ha stabilito che l’avversità è più fortemente associata a strategie di coping CE disadattive (Sheffler et al., 2020). Questa associazione è stata attribuita alle alterazioni della regolazione emotiva, per cui, dopo l’avversità, si preferisce eliminare gli stimoli emotivi negativi (Nusslock & Miller, 2016), il che aumenta a sua volta il rischio di esiti psichiatrici e di uso di sostanze, entrambi collegati a una bassa resilienza (Solberg et al., 2023).

Sebbene la letteratura che esamina i diversi esiti di salute e di sviluppo delle ACE o delle AFE sia abbondante, finora nessuno studio ha considerato ACE e AFE contemporaneamente. Stabilire le origini evolutive del trauma genitoriale è fondamentale per determinare se specifici comportamenti genitoriali alimentino percorsi intergenerazionali del trauma che, forse, costituiscono un rischio significativo di ACE nelle generazioni successive (Narayan et al., 2022). Inoltre, la letteratura sul trauma ha mostrato che, anche se fratelli e sorelle possono condividere esperienze traumatiche, spesso le percepiscono in modo diverso (Donagh et al., 2022). Nonostante questo risultato consolidato, finora nessuno studio ha esplorato che cosa influisca sulle somiglianze e sulle differenze nella resilienza della fratria in un contesto scozzese di ACE e AFE. Ciò potrebbe essere importante per capire come l’avversità si trasmetta alle generazioni successive e per stabilire quali traiettorie affrontare in possibili interventi, specifici per ciascun membro della fratria. Il presente studio si propone quindi di colmare le lacune citate esplorando, rispettivamente, le seguenti domande di ricerca.

  • DR 1: Quali sono le esperienze delle famiglie con un trauma intergenerazionale in relazione alle ACE e alle AFE?
  • DR 2: Che cosa influisce sulle somiglianze e sulle differenze nella resilienza della fratria nei diversi studi di caso?

2. Materiali e metodi

2.1. Etica e rischi

L’approvazione etica è stata ottenuta dal comitato etico della School of Health and Life Sciences della Glasgow Caledonian University (GCU) [HLS/PSWAHS/23/176], e la ricerca è stata condotta in conformità con le linee guida di pratica della British Psychological Society (BPS) (Practice Board, 2017).

2.2. Disegno e materiali

È stato adottato un disegno qualitativo di studio di caso collettivo (Crowe et al., 2011), poiché finora la ricerca ha seguito un approccio prevalentemente quantitativo (per esempio Gomis-Pomares & Villanueva, 2023; Skolnick et al., 2023). Ciò ha permesso di esplorare fenomeni complessi da diverse prospettive (Baxter & Jack, 2008), mettendo in luce molteplici relazioni (Yin, 2017). Ogni studio di caso comprendeva un genitore e due membri della fratria, il che consentiva di mostrare la TIT e di esplorare la resilienza della fratria. Il gruppo di ricerca ha preso in considerazione interviste triadiche per osservare le relazioni tra le persone intervistate (Polak & Green, 2016). Tuttavia, le persone partecipanti potrebbero essere restie ad affrontare il trauma in presenza di altri (Taylor et al., 2021). Sono state quindi scelte interviste individuali semistrutturate. Sono state elaborate due tracce di intervista con sette domande aperte (per esempio: Può descrivere un ricordo d’infanzia in cui si è sentito o sentita particolarmente amato o amata, al sicuro e/o compreso o compresa? C’è stato qualcuno, durante la Sua infanzia, che ha avuto un impatto particolarmente positivo? Che consiglio darebbe a sé stesso o a sé stessa da giovane?) e i relativi approfondimenti (per esempio: Può dirmi di più?) (Materiale supplementare S1). La ricerca mostra gli effetti di ancoraggio legati alle domande chiuse (Frew et al., 2003); per questo sono state scelte domande aperte, che aiutano a costruire un racconto più sfumato (Rouder et al., 2021).

2.3. Reclutamento e partecipanti

Per garantire la selezione di studi di caso ricchi di dati e pertinenti rispetto ai fenomeni di interesse, è stato adottato un campionamento ragionato (Campbell et al., 2020). Per facilitare il reclutamento sono stati realizzati manifesti, distribuiti nel campus della GCU e sui social media. La letteratura pertinente ha mostrato che quattro o più ACE in un genitore comportano rischi di ACE particolarmente significativi per le generazioni successive (Hughes et al., 2017). Per essere ammessi a partecipare, i genitori dovevano quindi aver vissuto quattro o più ACE. Inoltre, tutte le persone partecipanti dovevano avere più di 18 anni e parlare inglese. Sono state escluse le persone provenienti da famiglie con un solo figlio. Una recente revisione sistematica ha suggerito che, in una popolazione omogenea, la saturazione dei dati può essere raggiunta con appena cinque partecipanti (Hennink & Kaiser, 2022). Detto ciò, escludendo i valori anomali, questa revisione ha mostrato che la maggior parte dei set di dati raggiungeva la saturazione con un campione di 9–17 partecipanti (Hennink & Kaiser, 2022). Tenendo conto dei risultati di questa revisione e dei notevoli vincoli di tempo, il gruppo di ricerca ha quindi cercato un campione di (n = 9). Tuttavia, nonostante un periodo di reclutamento di quattro mesi e vari sforzi (cioè campionamento a valanga, campionamento ragionato), è stato possibile reclutare soltanto due studi di caso familiari (n = 6), sebbene inizialmente quattro famiglie (n = 12) avessero manifestato interesse. La ricerca mostra le difficoltà legate al reclutamento di partecipanti per studi di natura sensibile (Adikaram et al., 2022), attribuite allo stigma e alla vergogna che spesso accompagnano il trauma (Vogel et al., 2020). Ciononostante, il gruppo di ricerca ha stabilito che la saturazione dei dati era raggiunta con 6 partecipanti (2 studi di caso), poiché non sono emersi nuovi codici, il che ha consentito confronti adeguati (Naeem et al., 2024).

Sono stati raccolti i dati sociodemografici delle persone partecipanti; l’età media delle persone partecipanti era di 52.66 anni (SD = 14.36 anni); l’età media dei membri della fratria di 46.25 anni (SD = 10.90 anni); e l’età media dei genitori di 65.50 anni (SD = 13.44 anni). Il numero medio di ACE vissute era 7.67 (SD = 2.34) e il numero medio di AFE 2.17 (SD = 1.17). Tutti i dati sociodemografici delle persone partecipanti sono riportati nella tabella 1, e il dettaglio delle ACE e delle AFE nella figura 1 e nella figura 2.

Tabella 1 — Dati sociodemografici delle persone partecipanti

  • Genitore 1, studio di caso 1. Età 75; femmina; ACE: 4; AFE: 2.
  • Membro della fratria 1, studio di caso 1. Età 53; femmina; ACE: 10; AFE: 4.
  • Membro della fratria 2, studio di caso 1. Età 58; femmina; ACE: 10; AFE: 3.
  • Genitore 1, studio di caso 2. Età 56; femmina; ACE: 6; AFE: 2.
  • Membro della fratria 1, studio di caso 2. Età 36; femmina; ACE: 8; AFE: 1.
  • Membro della fratria 2, studio di caso 2. Età 38; maschio; ACE: 8; AFE: 1.
Questa figura mostra le esperienze avverse nell’infanzia e le esperienze familiari avverse dello studio di caso uno.
Figura 1. Questa figura mostra le esperienze avverse nell’infanzia e le esperienze familiari avverse dello studio di caso uno.
Questa figura mostra le esperienze avverse nell’infanzia e le esperienze familiari avverse dello studio di caso due.
Figura 2. Questa figura mostra le esperienze avverse nell’infanzia e le esperienze familiari avverse dello studio di caso due.

2.4. Procedura

Prima dell’intervista in presenza (nel campus della GCU) o online (tramite Microsoft Teams), le persone partecipanti hanno ricevuto un foglio informativo, un modulo di consenso e una scheda sociodemografica (ai fini dell’inclusione e dell’analisi). Il gruppo di ricerca si è assicurato di ricordare loro i propri diritti prima della partecipazione (cioè protezione dei dati, riservatezza e ritiro dei dati). L’ordine delle interviste è stato stabilito in base alla disponibilità, e le interviste sono state condotte dalla persona responsabile dello studio. Le interviste sono durate da 34 min a un’ora (M = 52.50, SD = 22.06) e si sono svolte tramite Microsoft Teams. In alcuni casi, le persone partecipanti hanno riferito dettagli su specifiche esperienze traumatiche non previste direttamente dalla traccia di intervista (per esempio riflessioni su esperienze di VC). In questi casi, il gruppo di ricerca ha approfondito in modo appropriato, osservando il linguaggio del corpo. Per esempio, se venivano rilevati disimpegno o comportamenti ripetuti di autoconsolazione (per esempio agitarsi) (Dreisoerner et al., 2021), il gruppo di ricerca proponeva di fare una pausa o di interrompere la sessione. Al termine, la registrazione veniva salvata e alla persona partecipante veniva offerto un momento di debriefing.

2.5. Analisi dei dati

Dopo la raccolta dei dati, la persona responsabile dello studio ha trascritto le interviste parola per parola in un documento Word, e sono state seguite le sei fasi dell’analisi tematica (AT) di Braun e Clarke (Braun & Clarke, 2012, 2023). In primo luogo, la persona responsabile dello studio ha riletto più volte le trascrizioni per familiarizzare con i dati. Ha annotato i dati pertinenti rispetto alle domande di ricerca e alla letteratura esistente e li ha codificati manualmente con Microsoft Word (2021, Microsoft Office), passando da dati disorganizzati a concetti strutturati (Attride-Stirling, 2001; Stocks et al., 2002).

In seguito, la persona responsabile dello studio ha raccolto gli estratti di dati codificati per elaborare i temi; i codici sono stati riesaminati per garantirne la coerenza con temi e sottotemi, e sono state apportate ulteriori modifiche. Sebbene l’analisi sia stata condotta in modo indipendente dalla persona responsabile dello studio, il gruppo di ricerca si è riunito regolarmente durante tutto il processo di analisi per garantire coerenza e accordo. Eventuali dubbi o disaccordi sono stati discussi fino al consenso. Una volta conclusa l’analisi, il gruppo di ricerca ha avviato la stesura, garantendo una narrazione coerente e concisa dei dati (Braun & Clarke, 2012, 2023). Il gruppo di ricerca ha vigilato sui propri preconcetti per evitare distorsioni (Starks & Trinidad, 2007); per questo è stato adottato un approccio induttivo (l’analisi è guidata da obiettivi specifici anziché dalla teoria) (Braun & Clarke, 2012). Per illustrare le relazioni tra i temi proposti (Nowell et al., 2017), la persona responsabile dello studio ha elaborato una mappa tematica (vedi figura 3). Con Microsoft PowerPoint (2021, Microsoft Office) ha rappresentato ciascun tema e il relativo o i relativi sottotemi in modo da mostrare una narrazione coerente dell’insieme dei dati (Nowell et al., 2017). Sono state aggiunte linee tratteggiate per mostrare chiaramente le relazioni tra temi e sottotemi. Come nel processo di analisi dei dati, il gruppo di ricerca si è riunito per garantire coerenza e accordo. I disaccordi sono stati risolti attraverso discussioni volte al consenso.

Questa figura mostra i temi e i sottotemi proposti in seguito all’analisi tematica di due studi di caso familiari.
Figura 3. Questa figura mostra i temi e i sottotemi proposti in seguito all’analisi tematica di due studi di caso familiari.

3. Risultati

Attraverso l’AT sono stati proposti tre temi (cioè la paura, le relazioni e il confronto con il trauma) e quattro sottotemi (cioè l’attaccamento, accontentarsi di meno, il coping centrato sulle emozioni e il coping centrato sul problema) (vedi figura 3). Tutti i temi e i sottotemi sono stati osservati in entrambi gli studi di caso. Le citazioni sono state scelte per rappresentare al meglio la TIT; ciascuno studio di caso presenta una narrazione simile, se non identica.

3.1. Tema 1. La paura

Il tema 1 raccoglieva la paura associata alla VQ e al MI. Una partecipante ha riflettuto sulle conseguenze psicologiche della perdita di tre figli a causa della violenza.

«Ho perso altri due figli, tutti e due assassinati, e anche se ho continuato a vivere, in realtà non ero viva… Avevo paura per gli altri miei figli.»

Lo si osserva nelle generazioni successive: la figlia della partecipante citata ha attribuito l’omicidio del fratello alla violazione di codici della strada noti a tutti. Ricorda i disturbi del sonno che ne sono seguiti e ha messo in evidenza un trauma vicario.

«Volevano essere sicuri che sapesse qual era il suo posto e che non avrebbe fatto niente senza il loro permesso… Mio fratello è stato accoltellato allo stomaco e sfregiato con una lametta dall’orecchio fin dentro la bocca… Questo mi ha provocato tanti incubi, avevo paura di addormentarmi.»

La sorella maggiore della partecipante citata offre un’ulteriore prospettiva sull’impatto intergenerazionale della VQ. Ha descritto il MI che ne è seguito, attribuendolo al lutto della madre. Ha messo in evidenza i comportamenti di sottomissione come meccanismo di difesa.

«Lei (la madre) mi picchiava con il guinzaglio del cane; dopo quella storia (l’omicidio del fratello) è diventata aggressiva… Non credo che nessuna creatura debba essere terrorizzata dai propri genitori, ma io ero assolutamente terrorizzata. Avrei fatto qualsiasi cosa pur di mantenere la pace.»

3.2. Tema 2. Le relazioni

Il tema 2 raccoglieva le difficoltà relazionali seguite al MI e all’esposizione alla violenza, tra cui le alterazioni del legame tra genitori e figli, rappresentate dal sottotema (1) «problemi di attaccamento», e l’influenza sulle relazioni di coppia, rappresentata dal sottotema (2) «accontentarsi di meno».

Attaccamento. Madre e figlia riflettono sulle loro esperienze di abbandono genitoriale e di abuso sessuale infantile (ASI). Hanno suggerito l’esistenza di problemi di attaccamento specifici per genere, che dipendevano dal genere di chi aveva commesso l’abuso. Questo sembrava perpetuarsi lungo tutto l’arco della vita e da una generazione all’altra.

«Non solo soffrivo per l’abbandono, ma questo ha fatto nascere in me un odio e una sfiducia verso le donne che mi sono portata dietro per tutta la vita… Mi sentivo molto più vicina ai miei figli maschi, ma avevo difficoltà a legarmi alle mie figlie. Ero sempre molto delusa quando aspettavo una femmina.»

Lo si osserva nelle generazioni successive: la figlia della partecipante ha espresso difficoltà a legarsi ai propri figli maschi, attribuendole all’abuso sessuale che aveva subito.

«Mi ricordo che pensavo: se è un altro maschietto, non lo tengo. Non ce la facevo con i maschi; non riuscivo ad amarli; non riuscivo a legarmi a loro. Credo che dipenda dall’abuso sessuale che ho subito da mio padre e da mio fratello.»

Accontentarsi di meno. Le persone partecipanti hanno suggerito che la bassa autostima si fosse formata nell’avversità e che la mancanza di amore nell’infanzia le avesse portate ad accettare qualsiasi forma di affetto. Entrambe le madri e due dei figli hanno sottolineato che una desensibilizzazione alla violenza aveva contribuito ad accettare la VC in età adulta.

«Non meritavo niente, quindi mi accontentavo di qualsiasi cosa arrivasse. Non mi sentivo degna di una vita vera. Se non fosse stato per la mia infanzia e per gli abbandoni ripetuti, non mi sarei accontentata dell’uomo che ho sposato… Mi sembrava abbastanza normale essere picchiata. Anche se avevo paura… mi sembrava un modo di vivere normale.»

Lo si osserva nelle generazioni successive: la figlia della partecipante citata ha messo in evidenza l’imitazione, che sembrava facilitare a sua volta un ulteriore trauma intergenerazionale.

«Penso che il trauma che subisci da bambina plasmi la persona che diventi e ti porti, forse, a scegliere relazioni che non sono proprio buone per te… esattamente uguali a quella che avevano tua madre e tuo padre, e così vivi esattamente quello che ha vissuto tua madre.»

3.3. Tema 3. Affrontare il trauma

Il tema 3 illustrava due forme di coping che contribuivano alle somiglianze e alle differenze nella resilienza della fratria, rappresentate dai sottotemi (1) coping centrato sulle emozioni e (2) coping centrato sul problema.

Coping centrato sulle emozioni. Le persone partecipanti hanno riflettuto sui meccanismi di coping, sottolineando l’efficacia della dissociazione per un funzionamento resiliente.

«Mi sono accorta che mi dissociavo durante l’abuso sessuale. Quando mio marito diventava violento, mi dissociavo e sentivo un intorpidimento. Questo mi ha aiutata ad andare avanti.»

Lo si osserva da una generazione all’altra: la figlia della partecipante citata ha messo in evidenza le proprietà protettive della depersonalizzazione (una forma di dissociazione) e delle esperienze di udire voci.

«Riuscivo sempre a staccarmi quando succedevano cose traumatiche, era come se le guardassi accadere invece di viverle… La voce mi ha detto di fingere di essere una bambina piccola. Il che era ironico, perché era esattamente quello che ero. Ero una bimba. Ero una neonata.»

Le partecipanti hanno riferito di essere state avviate alle sostanze da partner violenti, il che permetteva al partner di aumentare deliberatamente la loro dipendenza attraverso la manipolazione emotiva, favorendo un controllo coercitivo ancora maggiore.

«Il mio compagno era uno spacciatore ed era violento. Un giorno mi ha chiesto se volevo una canna e ho pensato: ma sì, fanculo… Poi mi ha chiesto se volevo lo speed… Diceva che mi serviva per occuparmi dei bambini. Poco dopo sono finita sull’eroina e i miei figli sono stati dati in affido.»

Si possono osservare gli effetti intergenerazionali dell’uso di sostanze da parte della madre: il figlio della partecipante ha descritto l’abuso sessuale subito mentre era in affido. Ha raccontato di aver imitato la madre per far fronte ai sentimenti di vergogna che ne derivavano.

«Lui (l’operatore che lo seguiva) ti guardava e ti toccava mentre facevi la doccia. Non riuscivo a sopportare la vergogna e l’imbarazzo… Sono diventato aggressivo e dipendente dalla coca. Sono finito esattamente come mia madre.»

Coping centrato sul problema. Le partecipanti hanno sottolineato l’importanza della «parentificazione fraterna», descrivendo come avessero assunto il ruolo di chi presta cura per proteggere i fratelli più piccoli dal maltrattamento. Sono state messe in evidenza le proprietà protettive della parentificazione (cioè favorire la resilienza e dare uno scopo).

«Lo alzavo, lo cambiavo, gli davo da mangiare e per questo ho perso tanta scuola. Ma avevo troppa paura di lasciarlo con lei (la madre). Sapevo che solo io potevo proteggerlo… Mi ha ridato uno scopo.»

Un’altra partecipante ha messo in evidenza le proprietà protettive della parentificazione nell’arco della vita, suggerendo che la parentificazione si estende alla protezione di tutti i bambini presenti in casa.

«Quando la depressione di mia madre è peggiorata davvero, non riusciva a occuparsi di me e del mio fratellino, figuriamoci di mio nipote. Sono diventata io la mamma di casa. Gli davo da mangiare, lo cambiavo, lo portavo in giro in carrozzina e lo coccolavo… Da bambina lo vivevo con risentimento, ma mi ha resa forte e resiliente. Mi ha resa una buona madre.»

4. Discussione

Sebbene la letteratura che esamina gli esiti di salute, di sviluppo e comportamentali delle ACE sia abbondante (Arnold et al., 2023), finora nessuno studio ha considerato gli effetti intergenerazionali di ACE e AFE insieme. Inoltre, se la ricerca ha cominciato a studiare la relazione fraterna dopo l’esposizione ad ACE (Donagh et al., 2022), nessun lavoro ha esplorato che cosa influisca sulle somiglianze e sulle differenze nella resilienza della fratria. Con il presente studio, il gruppo di ricerca intendeva quindi esplorare la trasmissione intergenerazionale del trauma in relazione alle ACE e alle AFE, esplorando al tempo stesso la resilienza della fratria. In seguito all’analisi tematica di due studi di caso di famiglie scozzesi, sono stati proposti tre temi (la paura, le relazioni, affrontare il trauma) e quattro sottotemi (l’attaccamento, accontentarsi di meno, il coping centrato sulle emozioni, il coping centrato sul problema).

Nel tema «La paura», le persone partecipanti hanno messo in luce l’influenza di fondo della violenza di quartiere (VQ). In particolare, è emerso che perdere un figlio a causa della violenza comprometteva le capacità genitoriali: la combinazione di lutto e trauma portava a maltrattare i figli sopravvissuti. La letteratura empirica suggerisce che la morte improvvisa e violenta di un figlio o di una figlia può rendere difficile l’elaborazione (Lichtenthal et al., 2013), e che le madri sono particolarmente vulnerabili a un lutto grave e complicato (Fernández-Alcántara & Zech, 2017; Morris et al., 2019). Le cognizioni disadattive su di sé o sugli altri svolgono un ruolo centrale nello sviluppo e nel perpetuarsi del lutto complicato (Shear, 2015), ostacolando un coping adattivo e alimentando invece emozioni intense come la rabbia e il senso di colpa (Komischke-Konnerup et al., 2023). Questi schemi complessi di lutto possono interferire con la capacità di un genitore di comunicare con i figli e di sostenerli (Sharp et al., 2020), e i figli sopravvissuti hanno riferito di sentirsi trascurati (Leichtentritt et al., 2024). Nel contesto del presente studio, la letteratura empirica suggerisce che le madri esposte ad ACE rischiano la disregolazione affettiva, in particolare dopo una tensione genitoriale (per esempio la perdita di un figlio, la violenza di quartiere) (Ahlin & Atunes, 2016), che può portare a comportamenti genitoriali insensibili, poco responsivi e aggressivi (Racine et al., 2018). Ciò suggerisce che le famiglie colpite da ACE e AFE sono particolarmente a rischio dopo un lutto improvviso e violento, dato il maltrattamento che probabilmente ne seguirà, e mostra il ruolo della VQ nella trasmissione intergenerazionale del trauma (TIT).

L’influenza emergente della VQ è stata osservata anche nel tema «Le relazioni», in cui le persone partecipanti hanno suggerito che l’esposizione alla violenza nell’infanzia aveva contribuito a una desensibilizzazione e all’accettazione della VC in età adulta. Ciò è coerente con la letteratura precedente, che mostra come l’esposizione alla violenza nella comunità aumenti il rischio che un bambino o una bambina commetta o subisca violenza più avanti nella vita (Sokar et al., 2023; Butler et al., 2020). I meccanismi con cui ciò avviene possono essere spiegati attraverso il concetto di abituazione (Thompson & Spencer, 1966). Sul piano teorico, la desensibilizzazione è coerente con il fenomeno consolidato dell’abituazione, in cui l’esposizione ripetuta a uno stimolo (per esempio la violenza) finisce per produrre una risposta ridotta (Groves & Thompson, 1970; Rankin et al., 2009). Per esempio, mentre l’esposizione iniziale alla VQ susciterebbe una risposta emotiva naturalmente negativa, l’ipotesi della desensibilizzazione sostiene che l’esposizione ripetuta finirebbe per sopprimere tali reazioni innate, tra cui il disagio emotivo, l’attivazione fisiologica e la disapprovazione cognitiva (Fanti & Avraamides, 2011; Mrug et al., 2017). La letteratura empirica sostiene questa ipotesi, mostrando che l’esposizione cronica alla VQ può portare a una desensibilizzazione emotiva attraverso una diminuzione dei sintomi depressivi (Gaylord-Harden et al., 2017).

Il modello dell’adattamento patologico alla violenza (Ng-Mak et al., 2004) aiuta a comprendere l’accettazione della VC. Questo modello postula che l’esposizione cronica alla violenza possa portare alla sua normalizzazione attraverso il processo cognitivo del disimpegno morale, che favorisce un ulteriore coinvolgimento attivo in comportamenti violenti (Bacchini & Esposito, 2019). Sebbene meno studi abbiano affrontato il ruolo del disimpegno morale nella vittimizzazione, la letteratura disponibile suggerisce che le vittime razionalizzano l’abuso attraverso meccanismi di disimpegno morale (Cuaddrado-Gordillo et al., 2020), in modo simile a come bambini e bambine ricostruiscono le esperienze di maltrattamento (Wang et al., 2017). I dati suggeriscono che le persone partecipanti al presente studio hanno accettato la VC attraverso meccanismi di disimpegno morale, per cui i comportamenti immorali sono considerati giustificabili. Tali esperienze potrebbero essersi trasmesse da una generazione all’altra secondo i principi della teoria dell’apprendimento sociale, tra cui l’osservazione e il modellamento (Bandura, 1973).

Nel tema «Le relazioni» abbiamo visto emergere problemi di attaccamento specifici per genere: chi subisce MI nell’infanzia può sviluppare in seguito problemi di attaccamento con i figli maschi o con le figlie, a seconda del genere di chi ha commesso il maltrattamento. In particolare, le partecipanti al presente studio hanno riferito che l’ASI commesso dal padre aveva portato a problemi di attaccamento con i figli maschi, e che l’abuso fisico commesso dalla madre aveva portato a problemi di attaccamento con le figlie. Sebbene la TA (Bowlby, 1980) abbia da tempo stabilito le implicazioni dell’attaccamento sulle capacità genitoriali, questo studio sembra essere il primo (per quanto risulta a chi firma l’articolo) a stabilire questo fenomeno in un contesto di ACE e AFE. Un principio centrale della TA e dei suoi effetti intergenerazionali è il concetto di modello operativo interno (MOI), secondo cui si sviluppano schemi cognitivi di sé e degli altri a partire dalle esperienze vissute tra il bambino o la bambina e la figura di accudimento (Bowlby, 1980). Si ritiene che questi schemi cognitivi operino al di fuori della consapevolezza e fungano da prototipo per anticipare e interpretare le intenzioni altrui (Bowlby, 1980). Per questo l’infanzia maltrattata tende a sviluppare rappresentazioni mentali negative degli altri, che sembrano influire sulle relazioni successive, comprese quelle con i propri figli (Bretherton & Munholland, 2016). Per esempio, gli schemi cognitivi negativi sviluppati nell’infanzia possono contribuire allo sviluppo di un attaccamento insicuro. In età adulta ciò può portare ad adottare comportamenti genitoriali sprezzanti e ostili, tra cui l’evitamento del contatto fisico ed emotivo con la prole (Sette et al., 2015). Nel complesso, i dati suggeriscono che le partecipanti hanno sviluppato MOI negativi degli uomini o delle donne come rappresentazioni di chi le aveva maltrattate (cioè la madre o il padre), il che ha portato a difficoltà di legame con determinati figli (cioè figli maschi o figlie) sulla base di tali rappresentazioni. Tuttavia, considerati i limiti del presente studio (per esempio un campione piccolo e sbilanciato per genere), sono necessari ulteriori studi per esplorare questo fenomeno con un campione più ampio e diversificato.

Infine, il tema «Affrontare il trauma» ha messo in evidenza la natura adattiva della dissociazione e il suo impatto sulla resilienza. La teoria del trauma da tradimento (TTT) (Freyd, 1996) offre un quadro teorico per comprendere gli esiti post-traumatici. Per esempio, in modo simile ai principi centrali della TA (Bowlby, 1980), la TTT (Freyd, 1996) afferma che il maltrattamento commesso da qualcuno da cui la vittima dipende (per esempio un genitore) produrrà probabilmente esiti specifici. Più precisamente, la dipendenza nella relazione tra vittima e autore del maltrattamento spinge la vittima ad adattarsi al maltrattamento in modo da preservare l’attaccamento tra genitore e figlio, favorendo così processi che inibiscono la consapevolezza, come le risposte di congelamento, tra cui la dissociazione (Gagnon et al., 2017; Platt et al., 2016). Sebbene la natura adattiva e le proprietà protettive della dissociazione siano documentate in letteratura (Loewenstein, 2018), è stato sottolineato che la sua funzione adattiva sembra di breve durata (Kumpula et al., 2011). Per esempio, è stato dimostrato che il suo uso persistente aumenta la probabilità di rivittimizzazione, perché interferisce con la capacità di individuare con precisione i rischi per la propria sicurezza (Zamir & Lavee, 2015). Questi risultati vanno quindi interpretati con cautela, soprattutto considerando i limiti di questo studio (per esempio un campione piccolo e sbilanciato per genere).

Infine, è stato messo in evidenza il fenomeno della parentificazione: le partecipanti hanno assunto il ruolo di chi presta cura per proteggere i fratelli più piccoli da uno o entrambi i genitori, emotivamente non disponibili e violenti. La teoria dei sistemi familiari di Minuchin (Minuchin, 1974) sottolinea l’importanza dei confini gerarchici per favorire l’interdipendenza, l’autonomia e uno sviluppo positivo nell’infanzia. La dissoluzione dei confini gerarchici, per esempio attraverso la parentificazione, avrebbe quindi in teoria effetti negativi. Ciò è confermato dalla letteratura precedente, in cui sono stati documentati i legami tra parentificazione e psicopatologia (Khafi et al., 2014; Van Loon et al., 2017). Altri studi hanno però suggerito che la parentificazione può favorire la resilienza, un coping adattivo e l’autostima (Borchet et al., 2015; Eskisu, 2021). Considerati questi risultati contrastanti, è quindi possibile che la relazione fraterna stessa sia un fattore importante nel mediare o moderare gli esiti citati. Ciò offre una possibile chiave di lettura dei risultati del presente studio, suggerendo che gli effetti positivi della parentificazione possano essere attribuiti alla natura positiva delle relazioni fraterne. Sono tuttavia necessari ulteriori studi per esplorare il ruolo di mediazione e di moderazione della qualità della relazione fraterna nel rapporto tra parentificazione ed esiti negativi.

La letteratura precedente ha scelto di studiare la TIT in riferimento a specifiche ACE o AFE, come l’esposizione alla violenza (Hashemi et al., 2022), l’ASI (Hornor, 2024) e la psicopatologia (Zhou et al., 2023). Un punto di forza fondamentale di questo studio risiede quindi nella decisione del gruppo di ricerca di esplorare sia le ACE sia le AFE, e il loro contributo alla TIT. Questa decisione ha permesso di mostrare le relazioni tra la VQ (AFE) e la VC (ACE): l’esposizione alla VQ nell’infanzia ha desensibilizzato le persone alla VC in età adulta. Inoltre, il presente studio ha esplorato la resilienza della fratria, mettendo in evidenza i fattori (per esempio il coping centrato sulle emozioni e sul problema) che forse contribuiscono alle somiglianze e alle differenze nella resilienza della fratria, cosa che, per quanto risulta al gruppo di ricerca, non era mai stata fatta prima in questo contesto. È importante che la ricerca continui a esplorare questa questione, considerato che fratelli e sorelle tendono a percepire i propri traumi in modo diverso, pur condividendo le stesse esperienze (Donagh et al., 2022). La promettente letteratura sulle esperienze positive nell’infanzia [PCE] (Bhargav & Swords, 2023; Samji et al., 2024) potrebbe svolgere un ruolo chiave nello sviluppo della ricerca sulle somiglianze e sulle differenze nella resilienza della fratria dopo l’avversità: per esempio, stabilire se le PCE differiscano all’interno della fratria, insieme ad altri fattori simili a quelli del presente studio (per esempio il coping centrato sulle emozioni e sul problema), potrebbe forse aiutare a sviluppare interventi su misura, rivolti a traiettorie specifiche di ciascun membro della fratria.

Lo studio presenta tuttavia anche dei limiti. Nonostante un periodo di reclutamento di quattro mesi e vari sforzi (cioè campionamento a valanga, campionamento ragionato), è stato possibile reclutare soltanto due studi di caso familiari, ciascuno con un numero limitato di persone (n = 3) e privi di diversità culturale. Prima del reclutamento, il gruppo di ricerca aveva convenuto che un campione di (n = 9) sarebbe forse stato sufficiente, anche se inizialmente quattro studi di caso familiari (n = 12) avevano manifestato interesse. Prima del periodo di raccolta dei dati, due studi di caso si sono ritirati dopo il consenso informato. Il gruppo di ricerca è comunque passato all’analisi dei dati a causa dei vincoli di tempo. Inoltre, non è stato possibile stabilire l’impatto delle ACE e delle AFE dal punto di vista padre-figlio, poiché entrambi i genitori partecipanti erano donne. Diversi studi suggeriscono che le donne presentano schemi di MI più complessi rispetto agli uomini (Haahr-Pedersen et al., 2020). Con così pochi partecipanti uomini, i risultati di questo studio non possono quindi essere applicati alla comprensione della resilienza tra fratelli maschi. Le difficoltà nel reclutare uomini potrebbero essere attribuite al carattere di genere dell’esperienza traumatica, in particolare per quanto riguarda le relazioni e le esperienze di VC (Søegaard et al., 2021). Per esempio, statistiche recenti mostrano che nell’81% dei casi di VC in Scozia la vittima era una donna e l’autore un uomo (Scottish Government, 2024). D’altra parte, le aspettative della mascolinità egemonica, che comprendono l’invulnerabilità, potrebbero aver ostacolato il reclutamento di uomini a causa dei sentimenti di vergogna associati (Hogan et al., 2024). Infine, occorre considerare la distorsione del ricordo. I ricordi si deteriorano naturalmente con il tempo (Park & Festini, 2016); tuttavia l’esposizione all’avversità può accentuare questo processo e portare a una ipergeneralità della memoria autobiografica (Moore & Zoellner, 2007), per cui i dettagli autobiografici vengono ricordati in modo impreciso (per esempio la cronologia). Nel contesto di questo studio, le persone partecipanti avevano tra i 36 e i 75 anni: è quindi possibile che alcuni dettagli siano stati omessi, sminuiti o esagerati. Per comprendere appieno questo fenomeno e generalizzare i risultati all’intera popolazione sono quindi necessari ulteriori studi. A tal fine, la ricerca dovrà replicare questo studio con un campione più ampio e diversificato, che includa uomini e donne in egual misura. Sarebbe utile anche replicarlo con un campione più giovane, per ridurre al minimo la distorsione del ricordo.

5. Conclusioni

In conclusione, questo studio ha contribuito alla letteratura sulle ACE e sulle AFE, mostrando la TIT e le possibili influenze che contribuiscono alle somiglianze e alle differenze nella resilienza della fratria. Lo studio ha stabilito l’influenza di fondo della violenza di quartiere, che sembrava dare avvio a questa narrazione. Sebbene la letteratura riconosca il ruolo della VQ nella TIT, per esempio attraverso i disturbi del sonno (Mrug et al., 2020), la perpetrazione di VC (Sokar et al., 2023), la rivittimizzazione (Butler et al., 2020) e lo stress tossico (Lee et al., 2020), il questionario ACE trascura questa esperienza. Includere la VQ negli strumenti di screening delle ACE aiuterebbe chi opera sul campo a individuare meglio lo stress tossico cumulativo. Ciò è importante, dato che lo stress tossico contribuisce ad alterare l’architettura del cervello in via di sviluppo, aumentando il rischio di malattie fisiche e di psicopatologia (Lee et al., 2020). Inoltre, questa aggiunta al questionario ACE orienterebbe meglio politiche come la ACE Aware Initiative, che aiuta a individuare, trattare e prevenire lo stress tossico indotto dal trauma. Riassumendo, il presente studio ha proposto che la VQ dia avvio alla narrazione della TIT: perdere figli a causa della VQ innescava una genitorialità autoritaria, in cui l’aumento dell’aggressività dovuto alla combinazione di trauma e lutto portava al maltrattamento dei figli sopravvissuti. Inoltre, l’esposizione alla VQ contribuiva a una desensibilizzazione e all’accettazione della VC, che sembrava avere effetti intergenerazionali. Per tutelare i bisogni delle famiglie colpite dalla VQ e da altre ACE, è quindi importante integrare la VQ nel questionario ACE e in altri strumenti di screening, così che politiche come la ACE Aware Initiative possano individuare, trattare e prevenire efficacemente lo stress tossico indotto dal trauma, come sostenuto anche da altri studi (Lopez et al., 2022). Infine, il gruppo di ricerca suggerisce che la ricerca futura stabilisca se la trasmissione intergenerazionale del trauma differisca tra la prospettiva madre-figlia e quella padre-figlio, esplorando al tempo stesso la resilienza tra fratelli e sorelle di sesso diverso e dello stesso sesso.

Complexe Systémique: punti chiave

L’interesse di questo piccolo studio sta nel guardare alla trasmissione del trauma con gli occhi di chi fa terapia familiare: non una persona e le sue ACE, ma una madre, i suoi figli e ciò che circola tra loro. Emergono tre fili. La violenza di quartiere, assente dal questionario ACE, appare come punto di partenza: un figlio ucciso, un lutto che si trasforma in maltrattamento verso gli altri figli. Il legame tra genitore e figli si ricostruisce poi in base al genere di chi ha commesso l’abuso, con madri che faticano a legarsi ai figli maschi oppure alle figlie. Infine, la parentificazione all’interno della fratria è descritta come una risorsa, il che invita a una lettura più sfumata dei lavori sulla parentificazione distruttiva. Per la pratica, è un argomento per includere la violenza di quartiere e il lutto per omicidio nel genogramma, e per esplorare il posto di ciascun membro della fratria. I limiti sono notevoli: due famiglie, sei persone, solo madri sul versante genitoriale, ricordi lontani e conclusioni talvolta più assertive di quanto due casi consentano. Da leggere insieme a lo studio sui ricordi della fratria nelle famiglie colpite dalla violenza tra partner e a l’articolo sull’intervista sull’attaccamento per spezzare il ciclo del trauma intergenerazionale.

Note dell’originale

Esclusione di responsabilità/Nota dell’editore: Le affermazioni, le opinioni e i dati contenuti in tutte le pubblicazioni sono esclusivamente di chi firma e di chi ha contribuito, e non di MDPI e/o del comitato editoriale. MDPI e/o il comitato editoriale declinano ogni responsabilità per eventuali danni a persone o cose derivanti da idee, metodi, istruzioni o prodotti menzionati nel contenuto.

Contributi. Concettualizzazione, M.R.N., L.J.C. e P.J.S.; metodologia, M.R.N.; software, M.R.N.; validazione, M.R.N., L.J.C. e P.J.S.; analisi formale, M.R.N.; indagine, M.R.N.; risorse, M.R.N.; cura dei dati, M. R. N; scrittura—preparazione della bozza originale, M. R. N; scrittura—revisione e editing, L.J.C. e P.J.S.; visualizzazione, M.R.N., L.J.C. e P.J.S.; supervisione, L.J.C. e P.J.S.; amministrazione del progetto, M.R.N.; acquisizione dei finanziamenti, M.R.N. Tutte le persone che firmano l’articolo hanno letto e approvato la versione pubblicata del manoscritto.

Dichiarazione del comitato etico istituzionale. Lo studio è stato condotto in conformità con la Dichiarazione di Helsinki e approvato dal comitato etico della GLASGOW CALEDONIAN UNIVERSITY (codice di protocollo HLS/PSWAHS/23/176, il 5 marzo 2024).

Dichiarazione di consenso informato. Il consenso informato è stato ottenuto da tutte le persone coinvolte nello studio.

Conflitti di interesse. Chi firma l’articolo dichiara di non avere conflitti di interesse.

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Traduzione non ufficiale in italiano di The Intergenerational Transmission of Trauma, Adverse Childhood Experiences and Adverse Family Experiences: A Qualitative Exploration of Sibling Resilience, di Miriam Riaz Nichol, Lee John Curley e Pamela Jane Sime, Behavioral Sciences, vol. 15, no 2 (2025), doi: 10.3390/bs15020161, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (tabella presentata sotto forma di elenco). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «The Intergenerational Transmission of Trauma, Adverse Childhood Experiences and Adverse Family Experiences: A Qualitative Exploration of Sibling Resilience», pubblicato in Behavioral Sciences (2025) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Riaz Nichol, M., Curley, L. J., e Sime, P. J. (2025). The Intergenerational Transmission of Trauma, Adverse Childhood Experiences and Adverse Family Experiences: A Qualitative Exploration of Sibling Resilience. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/the-intergenerational-transmission-of-trauma-adverse-childhood-experiences-and-adverse (Opera originale pubblicata nel 2025 in Behavioral Sciences, 15(2), 161 (2025); ripubblicata nel 2025 da Behavioral Sciences, https://www.mdpi.com/2076-328X/15/2/161)

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