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BMC Psychology · Famiglia

«Un vitello non può non prendere il colore della madre»: trasmissione intergenerazionale del trauma ed effetti sulla riconciliazione nella gioventù ruandese post-genocidio

Quasi trent’anni dopo il genocidio contro i tutsi, che cosa eredita chi è nato dopo? A partire dalle parole di 19 giovani, 36 genitori sopravvissuti e 10 figure professionali, il gruppo di Marie Grace Kagoyire descrive quattro vie percepite di trasmissione del trauma, dal sangue e dal latte fino ai silenzi e ai racconti troppo crudi, e mostra come questo trauma freni la riconciliazione: molte persone giovani perdoneranno solo dopo che lo avranno fatto i loro genitori.

Autrici e autori Marie Grace Kagoyire (Stellenbosch University, Centre for the Study of the Afterlife of Violence and the Reparative Quest, AVReQ, Sudafrica); Jeannette Kangabe (Prison Fellowship Rwanda, Kigali, Ruanda); Marie Chantal Ingabire (Community Based Sociotherapy Rwanda, Kigali, Ruanda)Prima pubblicazione BMC Psychology, 7 aprile 2023Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di “A calf cannot fail to pick a colour from its mother”: intergenerational transmission of trauma and its effect on reconciliation among post-genocide Rwandan youth, di Marie Grace Kagoyire, Jeannette Kangabe e Marie Chantal Ingabire, pubblicato in BMC Psychology (BioMed Central) (2023), doi: 10.1186/s40359-023-01129-y, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La tabella è presentata sotto forma di elenco. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

La richiesta di perdono dovrebbe smettere di essere una domanda individuale (di chi ha commesso il crimine) per diventare una responsabilità, un processo e un impegno familiari.

Marie Grace Kagoyire, Jeannette Kangabe e Marie Chantal Ingabire

Abstract

Contesto. Più di un milione di persone ruandesi furono uccise nell’arco di cento giorni durante il genocidio del 1994 contro i tutsi. Molte persone adulte sopravvissute rimasero gravemente traumatizzate dagli eventi, e le persone giovani, comprese quelle nate dopo il genocidio, hanno vissuto un trauma analogo legato al genocidio. Sulla base di un corpus crescente di ricerche sulla trasmissione generazionale del trauma, il nostro studio ha affrontato le seguenti domande: (1) quali sono i possibili meccanismi di trasmissione del trauma dalla generazione precedente alla gioventù ruandese post-genocidio, e (2) quali sono gli effetti del trauma intergenerazionale sui processi di riconciliazione in Ruanda.

Metodi. È stato condotto in Ruanda uno studio qualitativo con giovani della generazione nata dopo il genocidio, con genitori sopravvissuti al genocidio del 1994 contro i tutsi e con figure professionali della salute mentale e della costruzione della pace. Le interviste individuali approfondite (IDI) hanno coinvolto 19 giovani della generazione post-genocidio, discendenti di persone sopravvissute, e sono stati condotti sei focus group (FGD) con 36 genitori sopravvissuti al genocidio residenti nella Provincia Orientale del Ruanda. Sono state inoltre condotte dieci IDI con figure professionali della salute mentale e della costruzione della pace nella capitale, Kigali. Le persone partecipanti sono state reclutate tramite cinque organizzazioni locali che lavorano a stretto contatto con le persone sopravvissute e la loro discendenza. Per analizzare i dati è stato utilizzato un approccio di analisi tematica induttiva.

Risultati. I risultati di questo studio indicano che, secondo la gioventù ruandese, le figure professionali della salute mentale e della costruzione della pace e gli stessi genitori sopravvissuti, il trauma vissuto dai genitori sopravvissuti al genocidio viene trasmesso da genitore a figlio o figlia attraverso meccanismi biologici, modelli sociali di silenzio e di rivelazione delle esperienze del genocidio, e il contatto quotidiano dell’infanzia e della gioventù con un genitore traumatizzato. Il trauma legato al genocidio nei genitori sopravvissuti appare spesso innescato sia dalla vita in casa sia dalle commemorazioni annuali del genocidio. Inoltre, quando viene trasmesso alla discendenza delle persone sopravvissute, questo trauma è ritenuto incidere negativamente sul suo benessere psicologico e sociale. Il trauma intergenerazionale nelle persone giovani con genitori sopravvissuti al genocidio limita la loro partecipazione ai processi di riconciliazione post-genocidio. I risultati mostrano in particolare che alcune persone giovani evitano la riconciliazione con la famiglia di chi ha commesso il genocidio per sfiducia e per paura di ritraumatizzare i propri genitori.

Parole chiave: trasmissione intergenerazionale del trauma; riconciliazione; genocidio; gioventù; Ruanda

Contesto

Nel 1994 il Ruanda ha vissuto il genocidio contro i tutsi, che ha causato quasi un milione di morti, in gran parte tutsi1. I carnefici appartenevano per lo più al gruppo etnico hutu ed erano spesso persone del vicinato, amicizie o parenti delle vittime [1–3]. Il genocidio ha segnato il paese in molti modi. Milioni di persone si sono rifugiate nei paesi vicini, mentre altre sono state incarcerate perché sospettate o condannate per crimini di genocidio. Vittime e carnefici sono infine tornati e hanno convissuto per ricostruire comunità prima distrutte [3, 4]. Le persone sopravvissute erano gravemente traumatizzate. La vista di cadaveri abbandonati all’aperto e nelle fosse comuni, così come le esperienze di paura, sfiducia e isolamento seguite alla distruzione dei legami sociali e alla rottura delle precedenti fonti di sostegno, hanno caratterizzato la vita quotidiana ruandese dopo il genocidio [5]. Inoltre, persone sopravvissute e carnefici vivevano in comunità integrate in cui era difficile, per la popolazione ruandese, fare i conti con la propria storia [6–8].

Gli sforzi per ricostruire il paese dopo il genocidio del 1994

Il governo ruandese ha attuato numerose iniziative di giustizia di transizione per promuovere la guarigione e la riconciliazione tra persone sopravvissute e carnefici, con l’obiettivo di costruire un futuro di pace. Per esempio, i servizi di salute mentale sono stati considerati una componente importante della costruzione della pace [9], e molte nuove figure professionali della salute mentale sono state formate per rispondere ai bisogni emotivi di chi aveva vissuto direttamente il genocidio [3, 10, 11].

Inoltre, le commemorazioni del genocidio organizzate ogni anno dal 1995 sono servite anche ad aiutare le comunità a guarire e a rinnovare l’impegno sociale a prevenire le circostanze che portano al genocidio, con un’attenzione particolare alla gioventù [12, 13]. Inoltre, dal 2002 al 2012 è stato istituito un sistema di giustizia comunitaria, noto come tribunali Gacaca, per contribuire alla guarigione post-genocidio nonché alla verità, alla giustizia e alla riconciliazione [14–17].

Nonostante gli sforzi per far guarire e riconciliare vittime e carnefici, il trauma resta diffuso nel paese. Sintomi di disturbo post-traumatico da stress (PTSD), per esempio, sono stati riferiti da persone ruandesi che erano bambine o adolescenti durante il genocidio [18] e osservati in un gran numero di vedove del genocidio [19]. Analogamente, sintomi di PTSD e disturbi dell’umore (ansia e depressione) sono stati riferiti sia da persone sopravvissute sia da carnefici, con una prevalenza più alta tra le persone sopravvissute [20]. Inoltre, i risultati del Rwanda Mental Health Survey del 2018 hanno rilevato di recente che oltre il 30% delle persone sopravvissute presenta disturbi depressivi maggiori e quasi il 30% PTSD, contro il 12% di depressione e il 3,6% di sintomi di PTSD nella popolazione generale [21]. Altre conseguenze significative del genocidio che aggravano questo trauma sono la povertà dovuta alla distruzione e al saccheggio dei beni e la mancanza di sostegno sociale dovuta alla rottura dei legami sociali e all’elevata sfiducia tra persone sopravvissute e carnefici [22]. Sintomi di trauma si osservano anche nella gioventù ruandese che non ha vissuto fisicamente gli eventi traumatici del genocidio del 1994 contro i tutsi [23, 24]. È quindi opportuno approfondire la comprensione di come il trauma derivante dal genocidio del 1994 possa essere trasmesso alla gioventù e dei suoi effetti sulla riconciliazione.

Questo studio si è basato in larga misura su uno studio precedente, che aveva rilevato come il trauma vissuto da madri ruandesi sopravvissute allo stupro genocidario fosse spesso trasmesso alla prole, suggerendo che i bisogni di salute mentale persistono per decenni dopo il genocidio [1, 8]. Inoltre, molto è stato documentato sulle conseguenze del genocidio tra le persone ruandesi che all’epoca erano in vita e consapevoli di ciò che stava accadendo. Diversi studi hanno poi riportato di recente sintomi di PTSD nella discendenza delle persone sopravvissute [25]. Studi precedenti condotti in contesti diversi dal Ruanda indicano che il PTSD nella generazione successiva è associato all’esposizione diretta della discendenza a eventi traumatici o a un trauma trasmesso per via intergenerazionale [3, 25, 26]. Nel contesto ruandese, alcuni studi hanno concluso che il trauma intergenerazionale nella discendenza di madri tutsi sopravvissute è il risultato di un trauma trasmesso per via epigenetica [27]. Resta da chiarire se esistano altre possibili vie attraverso cui il trauma passa alle generazioni successive e in che misura tali dinamiche possano incidere sui processi di riconciliazione. Questo articolo colma tale lacuna esplorando i meccanismi percepiti di trasmissione del trauma alle persone giovani nate da sopravvissuti dopo il genocidio e il modo in cui questi meccanismi possono influire sui processi di riconciliazione in Ruanda.

Il trauma e la sua concettualizzazione nel contesto ruandese

La letteratura precedente ha definito il trauma in modi diversi. Nel loro lavoro sulla condizione di vittima, Fassin e Richtman hanno descritto il trauma come l’impronta collettiva lasciata da orribili esperienze passate, avvenute anche anni o generazioni prima [28]. Storicamente, il trauma è inteso come l’elevata prevalenza di malattia osservata in persone esposte a eventi minacciosi, come traumi di massa (colonialismo, schiavitù, guerra e genocidio), con la possibilità di colpire più generazioni successive all’evento originario [29]. Per come lo intende la popolazione locale2, il trauma o Ihungabana3 è anche una forma più lieve di sofferenza derivante da un passato doloroso [30]. Il trauma può inoltre essere indicato come Ihahamuka, che significa crisi traumatica, spiegata in parte come manifestazione del PTSD o talvolta confusa con attacchi di panico accompagnati da paura e mancanza di respiro [19]. In Ruanda, gli eventi traumatici del genocidio comprendono uccisioni di massa, saccheggi, l’essere braccati, l’essere feriti, l’assistere alla morte di altre persone e il nascondersi in luoghi non sicuri come la boscaglia o le paludi. Tra gli altri eventi figura la violenza sessuale, usata come arma di guerra contro le donne durante il genocidio [31–33]. In questo articolo, Ihungabana o trauma e Ihahamuka o crisi traumatica [34] saranno usati come sinonimi.

Il trauma intergenerazionale

È stato sostenuto che nei paesi che hanno conosciuto violenze estreme e/o un genocidio il trauma entra a far parte della storia delle persone, colpendo sopravvissute e sopravvissuti, ma anche amicizie, familiari e comunità, e si trasmette alle generazioni successive. Questo trauma trasferito è noto come trauma intergenerazionale. Anche chi non ha vissuto personalmente gli eventi traumatici originari può sperimentare un trauma intergenerazionale. Le persone che lo sperimentano «assorbono» piuttosto il trauma irrisolto o il peso psicologico di chi ha vissuto direttamente gli eventi traumatici [24]. Definiamo qui il trauma intergenerazionale come le manifestazioni di una serie di traumi genitoriali nella vita della generazione nata dopo il genocidio del 1994 in Ruanda.

Quattro grandi approcci teorici permettono di comprendere la trasmissione del trauma dai genitori alla prole: quello psicodinamico e relazionale, quello della cultura e della socializzazione, quello dei sistemi familiari e della comunicazione e quello dei meccanismi biologici o epigenetici [23, 24]. La dimensione psicodinamica o relazionale sottolinea la trasmissione del trauma attraverso emozioni genitoriali irrisolte o rimosse, che i genitori spostano sulla prole in modo inconscio e indiretto. Di conseguenza, la prole esposta rischia di sviluppare problemi e di comportarsi come se avesse attraversato in prima persona gli eventi traumatici [24]. Genitori e prole coinvolti in questo processo sviluppano relazioni tese, caratterizzate da legami deboli [23, 35].

L’approccio socioculturale e della socializzazione sostiene che il trauma si trasmette attraverso la genitorialità e il modellamento. Questa trasmissione può avvenire in modo consapevole e diretto attraverso l’apprendimento sociale. Tale apprendimento coinvolge processi di sviluppo umano lungo l’intero arco di vita, plasmati dalle interazioni incarnate con altre persone e con l’ambiente circostante [36]. Per la teoria dei sistemi familiari, il trauma può essere trasmesso attraverso l’invischiamento familiare e gli stili comunicativi adottati dalle famiglie delle persone sopravvissute. Tale trasmissione può essere attribuita a un modello sociale per cui le famiglie sopravvissute preferiscono spesso mantenere stretti rapporti con altre famiglie sopravvissute. La prole cresce così in un ambiente in cui il passato è reso costantemente presente [23]. Altri hanno ipotizzato che i genitori trasmettano il trauma alla prole attraverso processi biologici o fisiologici (per esempio, processi elettrochimici nel cervello). Di conseguenza, la prole è esposta al rischio di ereditare lo stress traumatico dei genitori ed è particolarmente vulnerabile a problemi di salute mentale di eziologia genetica, dovuti ai cambiamenti nella biologia di un genitore esposto a eventi traumatici. In questa linea, la ricerca ha mostrato che gli effetti negativi del PTSD sulla genitorialità e sulla programmazione epigenetica possono a loro volta esporre la discendenza di madri con PTSD a un rischio maggiore di soffrire di PTSD, ansia o depressione [35, 37, 38].

Comprendere la riconciliazione nel contesto del trauma intergenerazionale

La riconciliazione è lo sviluppo della fiducia, il cambiamento o il ristabilimento della relazione tra persone, comunità e società, con l’obiettivo di favorire un partenariato tra parti in conflitto fondato sulla reciprocità e sulla mutua disponibilità [39]. Costruire fiducia è essenziale per promuovere la riconciliazione, perché sono indispensabili relazioni sicure o una coesistenza tra le vittime e i loro carnefici [40]. Inoltre, vi sono prove provenienti da contesti africani che la ricostruzione delle relazioni tra ex nemici dipende da: l’incontro fisico tra carnefici e vittime; la richiesta di perdono da parte dei carnefici e, idealmente, il perdono concesso dalle vittime; il riconoscimento delle proprie colpe da parte dei carnefici; e la riconciliazione delle persone sopravvissute con le proprie esperienze traumatiche passate [41, 42].

Benché non esista ancora un modello che teorizzi l’interconnessione tra trauma intergenerazionale e riconciliazione, gli studi sulle esperienze traumatiche delle persone nelle società post-conflitto hanno mostrato che il trauma può incidere sui processi di riconciliazione, soprattutto tra le persone adulte che hanno assistito agli eventi traumatici [18, 21, 43]. Il trauma può distruggere profondamente le relazioni interpersonali, soprattutto quando i carnefici non si pentono né mostrano rimorso per gli atti traumatici commessi in passato contro le vittime. Il rimorso dei carnefici dovrebbe includere il riconoscimento del dolore altrui, la colpa e la vergogna per aver causato tale dolore, l’assunzione di responsabilità e l’ammissione della complicità nei crimini commessi, così da facilitare il processo di lutto e di elaborazione del passato e garantire quindi il perdono e il riconoscimento reciproco del passato storico tra i due gruppi [44–47]. Il mancato riconoscimento del dolore altrui può generare sentimenti di ingiustizia e di umiliazione e un senso indebolito di identità individuale e collettiva, che possono persistere per generazioni [48]. Oltre a essere conseguenze delle violazioni dei diritti umani nelle generazioni più anziane, questi sentimenti sono infine identificati come potenziali fattori che caratterizzano il trauma intergenerazionale [49].

Inoltre, i risultati di uno studio condotto con giovani in Croazia hanno indicato che un senso di vittimizzazione unito alla percezione di minacce, da parte di un gruppo esterno, alla propria vita o a quella di persone care era associato a emozioni negative verso il gruppo esterno e a una minore propensione alla riconciliazione. Lo studio ha mostrato anche che una comunicazione genitoriale percepita come costruttiva era associata a una maggiore propensione alla riconciliazione tra le persone giovani appartenenti al gruppo esterno. Lo stesso studio ha indicato che chi percepiva nei propri genitori una comunicazione relazionale costruttiva e non aggressiva (rispetto all’aggressività verbale) mostrava una maggiore propensione alla riconciliazione nonostante un forte senso di vittimizzazione [50]. Ciò suggerisce che queste dinamiche potrebbero essere ulteriormente chiarite nel contesto della società ruandese post-genocidio.

Metodologia

Disegno dello studio

Tra luglio e novembre 2019 è stato condotto uno studio qualitativo esplorativo in due distretti della Provincia Orientale del Ruanda, Bugesera e Gatsibo, e nella città di Kigali. Le tracce tematiche per le IDI e i FGD sono state redatte, sperimentate, adattate e finalizzate per includere i temi dei meccanismi di trasmissione intergenerazionale del trauma, del significato della riconciliazione e del rapporto tra il trauma acquisito dalla gioventù e il processo di riconciliazione nel Ruanda post-genocidio. Ogni categoria di persone partecipanti aveva una propria traccia tematica specifica.

Persone partecipanti e contesti dello studio

Allo studio hanno partecipato sessantacinque persone: 36 genitori sopravvissuti al genocidio, 19 giovani della generazione post-genocidio discendenti di persone sopravvissute, due infermiere o infermieri distrettuali di salute mentale e otto figure professionali della salute mentale e della costruzione della pace di Kigali.4 Benché lo studio includesse genitori sopravvissuti e discendenti di persone sopravvissute al genocidio, discendenti e genitori non formavano diadi appaiate5.

Tutti i genitori vivevano in Ruanda prima, durante e dopo il genocidio del 1994. Le persone partecipanti sono state reclutate tramite cinque organizzazioni: quattro organizzazioni non governative locali che lavoravano a stretto contatto con le persone sopravvissute al genocidio e un ente pubblico. Al momento delle interviste, quasi un quarto della discendenza intervistata aveva ancora entrambi i genitori, mentre il resto viveva con un solo genitore, di solito la madre. La maggior parte dei padri era morta a causa del genocidio o delle sue conseguenze6.

Raccolta dei dati

I dati sono stati raccolti da quattro assistenti di ricerca con formazione ed esperienza, con competenze in psicologia, sociologia, servizio sociale e sanità pubblica. Le tecniche di raccolta dei dati erano IDI semistrutturate e FGD, ciascuno della durata di 40–90 minuti. La maggior parte delle IDI con la discendenza delle persone sopravvissute si è svolta presso la loro abitazione e la maggior parte delle interviste con le figure professionali presso le sedi delle loro organizzazioni, mentre i FGD con i genitori si sono svolti in un luogo sicuro vicino al quartiere delle persone partecipanti, da loro scelto. Una breve tabella demografica che riassume le tecniche di raccolta dei dati, il numero di persone partecipanti per categoria e dati demografici come la fascia d’età e il livello di istruzione è riportata di seguito per chiarire chi ha preso parte allo studio (vedi Tabella 1, Sintesi della raccolta dei dati). Tutti i dati sono stati raccolti in kinyarwanda7 e poi tradotti dal kinyarwanda in inglese durante la trascrizione letterale a fini di analisi.

Tabella 1 — Sintesi delle tecniche di raccolta dei dati per categoria di partecipanti, numero, fascia d’età e livello di istruzione

  • Tecnica di raccolta dei dati: FGD; Categoria di partecipanti: genitori sopravvissuti al genocidio; Numero di partecipanti: 36; Anno di nascita: 1942–1987; Livello di istruzionea: P4-S2
  • Tecnica di raccolta dei dati: IDI; Categoria di partecipanti: giovani discendenti di persone sopravvissute; Numero di partecipanti: 19; Anno di nascita: 1995–2000; Livello di istruzionea: P4-S2
  • Tecnica di raccolta dei dati: IDI; Categoria di partecipanti: figure professionali della salute mentale e della costruzione della pace; Numero di partecipanti: 10; Anno di nascita: 1968–1983; Livello di istruzionea: U3-M4

a P: livello primario; S: scuola secondaria o livelli superiori; U: livello universitario; M: livello di master.

Analisi dei dati

L’analisi dei dati è stata condotta secondo un approccio di analisi tematica induttiva, guidato dalle domande di ricerca. Questo approccio privilegia l’analisi dei dati senza necessariamente disporre di uno schema di codifica predefinito [51]. Aiuta a costruire conoscenza su processi psicologici, emotivi e sociali, come i rapporti tra trauma e guarigione, a partire dalle esperienze vissute e dalle percezioni delle persone e dall’impatto dell’esplorazione narrativa di tali fenomeni [52].

Le trascrizioni delle IDI e dei FGD sono state lette e rilette più volte, in modo indipendente, da ciascuna delle tre persone che firmano l’articolo, per analizzare e riportare i modelli di significato più ricorrenti nell’insieme dei dati. Ogni trascrizione delle IDI è stata inizialmente codificata a mano dalla persona prima firmataria, mentre le altre due persone firmatarie verificavano in modo incrociato i codici emergenti. Quando emergevano codici diversi o nuovi, se ne discuteva insieme fino a raggiungere un accordo sul significato. I temi e i sottotemi emergenti sono stati assegnati ai corrispondenti brani di testo in tutte le trascrizioni. Sulla base dei temi e dei codici, il gruppo di ricerca ha discusso i modelli osservati per trarre conclusioni generali, messe per iscritto, senza necessariamente elaborare un manuale di codifica. I temi generali finali compaiono di seguito come sottotitoli della sezione dei risultati.

Etica

Tutti i metodi del presente studio sono stati applicati in conformità con le norme e gli standard della Dichiarazione di Helsinki [53]. Nel rispetto degli standard nazionali di etica della ricerca con soggetti umani, prima dell’inizio del lavoro sul campo è stata ottenuta un’approvazione (n. 1674/RBC/2018) dal Rwanda Biomedical Center (RBC). Per tutelare la riservatezza delle persone partecipanti, dopo l’analisi sono stati utilizzati pseudonimi. Alle persone partecipanti è stato inoltre garantito che i loro nomi sarebbero stati resi non identificabili in tutti i rapporti e le pubblicazioni. Gli obiettivi dello studio sono stati spiegati ed è stato ottenuto il consenso informato di tutte le persone coinvolte prima della loro partecipazione alle IDI o ai FGD. È stato inoltre spiegato a tutte le persone partecipanti che i file contenenti le informazioni da loro fornite sarebbero rimasti riservati.

Risultati

I risultati di questo studio presentano le esperienze e le percezioni che giovani, genitori e/o figure professionali hanno condiviso in forma narrativa in relazione ai temi pertinenti, insieme a citazioni esemplari che illustrano nel dettaglio i risultati principali. La prima sezione mostra le condizioni di vita quotidiana della discendenza delle persone sopravvissute nelle loro case, segnate dalla vulnerabilità dei genitori e dalle diverse ripercussioni del trauma genitoriale sulla vita delle persone giovani. La seconda sezione descrive le percezioni sui meccanismi attraverso cui il trauma legato al genocidio passa dai genitori alla loro giovane discendenza. La terza sezione mostra l’impatto che il trauma della gioventù può avere sulla riconciliazione, elemento cruciale nel processo che deve garantire in futuro una convivenza pacifica tra persone sopravvissute e carnefici. I titoli riflettono i temi individuati.

La vita quotidiana della discendenza delle persone sopravvissute

Il genocidio ha avuto innumerevoli conseguenze sulla famiglia, con effetti sul benessere delle famiglie sopravvissute. Alcune persone giovani sono cresciute in famiglie sradicate e hanno perso molti membri della famiglia allargata. Hanno espresso tristezza per non avere una famiglia (un luogo) da visitare, soprattutto durante le feste, come fanno di solito altri bambini e bambine della loro età. Alcuni genitori hanno disabilità fisiche e/o sono traumatizzati dalle esperienze violente vissute durante il genocidio. Alcuni genitori hanno sviluppato malattie croniche e non sono stati in grado di rispondere adeguatamente ai bisogni della prole nel corso della vita. Le malattie più diffuse tra i genitori riferite dalle persone giovani erano l’HIV/AIDS, l’Ihahamuka durante il periodo della commemorazione del genocidio e/o l’Ihungabana negli altri mesi dell’anno. La cattiva salute dei genitori è percepita come causa, per le persone giovani, sia di una privazione dell’affetto genitoriale, dovuta all’assenza fisica ed emotiva, sia di una crescita in famiglie impoverite.

Crescere con genitori in sofferenza

Le persone giovani hanno riferito che la loro vita quotidiana è segnata da condizioni di salute angoscianti, che ricordano loro che non dovrebbero affrontare una simile sofferenza se il genocidio non fosse avvenuto. Secondo le persone giovani intervistate, portano il peso di vivere con genitori traumatizzati e di non vivere la vita in tutto il suo potenziale. Hanno ripetuto più volte di crescere in famiglie colpite sul piano emotivo ed economico, il che le porta a fare da madre e talvolta da padre a sé stesse e/o a prendersi cura dei genitori vulnerabili, abbandonando la scuola, lavorando per guadagnare e svolgendo una parte delle attività domestiche dei genitori. Divine racconta come è cambiato il suo ruolo:

Le conseguenze sono tante. Non sono felice per come la vedo (la madre). Se mia madre è sempre malata, non posso andare da nessuna parte. Non posso cercare lavoro perché sono io che devo occuparmi di lei. Non posso andare a scuola. Ogni volta che ho dei soldi, li do a mia madre per pagare le spese mediche. Altre conseguenze sono che faccio il lavoro di mia madre, che è più di quanto potrei fare in circostanze normali.Divine, # una ragazza, IDI.

Crescere in condizioni simili, che le persone giovani percepiscono come anormali, pesa molto sulla loro vita e sulle loro attività quotidiane.

I cambiamenti in famiglia durante il periodo della commemorazione del genocidio

Le persone intervistate di tutte le categorie hanno descritto anche un cambiamento di umore nell’ambiente familiare durante il periodo della commemorazione del genocidio. I cambiamenti osservati erano associati a un profondo dolore dei genitori e dei familiari nel ricordo dei propri cari uccisi durante il genocidio. L’isolamento dei genitori, il silenzio in famiglia e i comportamenti duri verso la prole sono le principali caratteristiche citate. Nonostante la presenza fisica dei genitori in casa, le normali routine di vita sono spesso turbate, perché i genitori tendono a tornare emotivamente al loro passato in modi più o meno visibili per la loro discendenza.

Inoltre, le relazioni interpersonali, che possono sembrare normali e positive tra la prole e i genitori, e tra i genitori stessi, diventano tese. Un genitore di una famiglia nata da un matrimonio misto8 ha fornito un esempio di questa tensione nella relazione:

Durante la commemorazione, lui (suo marito) dice sempre: te ne vai sempre dietro alle tue cose, che non finiscono mai, invece di stare a casa a fare qualche faccenda domestica. E poi, per quanto tempo continuerai a correre dietro al passato e ai morti? Questo crea problemi nella relazione. Mathilde, # madre, FGD.

La comunicazione tra genitori e prole è vista come dominata dagli avvertimenti. Le persone giovani hanno sottolineato più volte che i genitori le mettono in guardia, in particolare perché si comportino con prudenza verso le altre persone e rientrino a casa prima che faccia buio. Hanno spiegato che questi avvertimenti nascono dalla paura e dalle preoccupazioni dei genitori per la sicurezza della prole, nel timore che possa subire del male da parte di chi ha commesso crimini contro familiari defunti e di cui alcune persone sopravvissute ancora diffidano.

Durante il periodo della commemorazione del genocidio, a casa ci sono molte regole. Mia madre ci avverte che dobbiamo rientrare presto se vogliamo stare al sicuro. Mia madre non è più la madre che conosciamo. Mi sento male, ma anche lei sembra preoccupata. Mi sento contro di lei [la madre] ma la rispetto, anche se non ne sono contento. Kim, # un ragazzo, IDI.

Benché il periodo della commemorazione del genocidio porti difficoltà a livello familiare, da un lato le persone giovani intervistate considerano utili le commemorazioni e ritengono che permettano loro di unirsi alla famiglia nel ricordo dei propri cari scomparsi. Vengono anche a conoscenza delle esperienze del genocidio vissute dalla propria famiglia, di cui di solito si tace al di fuori di quel periodo e degli eventi connessi. Dall’altro lato, alle persone giovani di questo studio non piace sentire come i loro genitori sono stati vittimizzati. Hanno spiegato di essere esposte bruscamente a queste esperienze, talvolta vivide, quando i genitori soffrono di Ihahamuka, che aumenta sensibilmente in questo periodo. I comportamenti e gli avvertimenti dei genitori durante la commemorazione, frutto della loro sofferenza, creano spesso barriere tra la giovane discendenza delle persone sopravvissute e i genitori, così come tra essa e le persone coetanee dalla parte dei carnefici. L’esperienza di Sandra lo illustra:

Quando passano i canti della commemorazione o si parla delle esperienze del genocidio, lui [il padre] non è contento. Non ci parla e non sembra contento come al solito. Non si sente libero di parlarci. Sandra, # una ragazza, IDI.

I meccanismi di trasmissione del trauma

I risultati di questo studio hanno messo in luce quattro possibili meccanismi percepiti di trasmissione del trauma: la trasmissione del trauma per via biologica, attraverso il silenzio, attraverso la rivelazione delle esperienze traumatiche e attraverso il contatto quotidiano con un genitore traumatizzato.

La trasmissione per via biologica

Interrogati sui meccanismi di trasmissione del trauma, genitori e figure professionali hanno riferito in forma narrativa la percezione che uno dei meccanismi possa essere la trasmissione del trauma materno attraverso il sangue durante la gravidanza e/o attraverso il latte materno. Per esempio, una donna incinta durante il genocidio ha spiegato che, quando i carnefici attaccarono il loro nascondiglio, si spaventò e la creatura che portava in grembo smise di muoversi finché la sua paura non diminuì. I genitori hanno anche sostenuto che chi nasce da una madre traumatizzata può sviluppare sintomi simili a quelli della madre, cioè paura, tristezza e dolore, come hanno spiegato alcune madri:

Penso che quei sintomi [del trauma] si trasmettano alla creatura quando è ancora nel grembo della madre, forse attraverso il sangue materno. Anche se la creatura non ha visto la madre con quei sintomi di Ihungabana, dopo la nascita la vedrai a poco a poco sviluppare alcuni dei sintomi che avevi quando la portavi in grembo. Cansilde, # madre, FGD.

Questo tipo di trasmissione era però relativamente sconosciuto alle persone giovani intervistate.

La trasmissione attraverso il contatto quotidiano con uno o più genitori traumatizzati

Le persone intervistate di tutte le categorie hanno affermato che il trauma nella discendenza delle persone sopravvissute può derivare anche dai comportamenti che essa osserva nei propri genitori durante il contatto quotidiano, o dal modo in cui il genitore si prende cura della creatura o la tratta durante l’allattamento, il bagno o i pasti. Una delle figure professionali lo ha spiegato così:

C’è un detto comune secondo cui «la storia si ripete» o «la storia può trasmettersi di generazione in generazione», non perché sia genetica, ma per fattori ambientali come quelli in cui i genitori traumatizzati crescono la prole. Per esempio, se i genitori sono traumatizzati, vivono nel dolore, sempre tristi o sofferenti a causa delle atrocità commesse contro di loro durante il genocidio, chi è cresciuto vedendo i genitori in quello stato d’animo vivrà a sua volta una vita senza speranza, triste e chiusa agli altri, con il rischio di arrivare a un trauma grave (Ihungabana rikomeye). Ange, # professionista di psicologia, IDI.

Quanto emerge dal racconto della figura professionale della psicologia citato sopra è stato ribadito da una delle persone giovani intervistate:

Ogni volta che lei aveva una crisi di trauma e piangeva, piangevo anch’io, finché non mi portavano via da lei; dopo, alcune persone restavano a consolarmi, mentre altre la portavano all’ospedale. Dopo qualche giorno la vedevo tornare in condizioni stabili. Allora mi sentivo sollevata anch’io. Poi smettevo di pensarci. Josée, # una ragazza, IDI.

Inoltre, i genitori ritenevano di poter trasmettere il proprio Ihungabana alla prole anche attraverso i maltrattamenti fisici. Chi era cresciuto con genitori di questo tipo era percepito come destinato a sviluppare comportamenti disadattivi9 simili e i conseguenti sintomi di Ihungabana. Alcune manifestazioni del trauma nella prole erano considerate simili ai sintomi dei genitori. Un genitore che ha partecipato a un FGD fornisce esempi di sintomi di Ihahamuka comunemente osservati tra le persone giovani:

Perdere l’orientamento, restare in silenzio, non dormire, perdere l’appetito, rispondere male e parlare duramente agli altri; c’è chi sembra fuori di sé, chi sembra in preda al dolore, chi si lamenta di mal di testa che non passano con analgesici o farmaci, e chi è immerso in pensieri profondi sul passato e si isola dagli altri. Cancilde, # genitore, FGD Bugesera.

Benché la maggior parte dei sintomi di Ihahamuka tra le persone giovani sia simile a quella delle persone adulte, le persone intervistate hanno individuato anche una differenza. Per esempio, la prole che manifesta una reviviscenza di esperienze passate non pronuncia nomi, in particolare quelli di chi ha aggredito, mentre ciò avviene spontaneamente nelle persone adulte sopravvissute. Inoltre, genitori e figure professionali percepivano l’Ihungabana e l’Ihahamuka come più evidenti nelle persone giovani con genitori gravemente traumatizzati e in quelle i cui genitori tacciono le proprie esperienze del genocidio. Tuttavia, pur riconoscendo i sintomi del trauma in persone adulte e coetanee, metà delle persone giovani di questo studio dubitava che il trauma potesse trasmettersi per via intergenerazionale a chi non era ancora nato al tempo del genocidio.

La trasmissione del trauma attraverso il silenzio sulle esperienze (genitoriali) del genocidio

I racconti emersi dall’insieme dei dati e da tutte le categorie di persone intervistate hanno mostrato che alcuni genitori sopravvissuti sembravano riluttanti o trovavano difficile condividere le proprie esperienze traumatiche con la propria discendenza, nonostante il desiderio della prole di conoscere il passato dei genitori. Sono stati riferiti molteplici fattori che contribuiscono al silenzio dei genitori. In alcuni casi, i genitori tacevano la verità sulle informazioni richieste come una delle strategie per gestire le domande o impedire alla prole di indagare troppo. Altri genitori sceglievano di tacere il passato inventando storie che aiutassero la discendenza a comprenderlo senza condividere esplicitamente le proprie esperienze. Così facendo, i genitori agiscono nella convinzione che inventare storie possa contribuire ad attenuare i rischi di una rivelazione completa, in particolare i sentimenti di vendetta tra le persone giovani.

Anche le persone giovani hanno dato un significato al silenzio sulle esperienze passate. Hanno spiegato che alcuni genitori non sono in grado di raccontare le proprie esperienze del genocidio a causa della sofferenza emotiva, e quindi di rispondere a parole alla ricerca di risposte della prole. Inoltre, le persone giovani hanno notato che alcuni genitori si limitano a rispondere di non sapere come sono sopravvissuti, soprattutto quando la prole chiede di specifiche esperienze passate dei genitori. Un genitore ha parlato di questi tipi di silenzio:

Un giorno ho portato mio figlio a visitare un memoriale, ma non gli hanno permesso di entrare perché era ancora minorenne. Allora abbiamo fatto il giro dell’edificio. Gli mostravo i corpi delle persone uccise durante il genocidio. Mentre camminavamo, mi ha chiesto: «Che cosa sono quei bastoni?». Ho detto che erano le ossa degli arti. «E allora dove sono i muscoli e la pelle come i nostri?». Non avevo una risposta; ma siccome continuava a farmi la stessa domanda, gli ho detto che gli assassini che li avevano uccisi se ne erano andati. Gliel’ho detto così perché non volevo che mi chiedesse se erano tra i nostri vicini, altrimenti più tardi avrebbe creato problemi nel nostro vicinato. Geneviève, # genitore, FGD.

Secondo le figure professionali, i genitori esitano a raccontare alla prole la propria storia del genocidio perché non sono ancora riusciti a fare i conti con il proprio passato traumatico. Sostengono che le esperienze traumatiche hanno compromesso la capacità dei genitori di dare un significato al passato traumatico e di trovare parole adatte per descriverlo. Le figure professionali hanno associato questa difficoltà anche all’incapacità di integrare il trauma. Evitare di parlare delle esperienze del genocidio con la prole aiuta i genitori a proteggersi dal dolore emotivo che accompagna il racconto di tali esperienze. Eppure la sofferenza dei genitori è percepita come la fonte della sofferenza della prole. Una delle figure professionali, a sua volta madre, illustra questa dinamica:

Poiché l’aver assistito agli eventi del genocidio ha fatto sentire alcuni genitori come se fossero già morti, alcuni evitano di dire alla prole che un tempo sono morti e poi rinati. Questo perché pensano che non sia necessario riversare tutto su chi hanno messo al mondo. Anch’io penso che sia necessario riservare alcune parti delle esperienze del genocidio, perché possono incidere sulla vita della prole. Julia # psicologa, IDI.

Benché siano state indicate varie ragioni del silenzio dei genitori, i risultati dello studio suggeriscono che il silenzio sia un potenziale meccanismo di trasmissione del trauma del passato. Per esempio, molte persone giovani ritenevano che, quando i genitori inventano storie, possano involontariamente introdurre più rischi emotivi di quanti sperano di attenuarne. Inoltre, parte della discendenza delle persone sopravvissute può vivere un trauma vicario per l’empatia verso i genitori quando questi faticano a tacere il proprio passato. Altre persone possono sviluppare un trauma immaginando come potessero essere le esperienze del genocidio che non conoscono. Una delle persone giovani intervistate spiega come si possa contrarre l’Ihahamuka attraverso l’immaginazione quando i genitori tacciono di fronte alle domande sul genocidio:

Anche se i genitori non amano raccontarci del genocidio, si può immaginare quello che hanno passato i propri genitori e collegare quell’esperienza immaginata a quello che si vede nei memoriali, e subito ci si crea in testa uno scenario che porta a una crisi traumatica. Questo può succedere soprattutto quando vedi il genitore ricordare le brutte esperienze che hanno segnato il paese e tornare a quel tempo, solo perché gli hai chiesto di raccontartelo. Parfait, # un ragazzo, IDI.

Questa immaginazione porta talvolta la discendenza a sentirsi come se avesse vissuto in prima persona gli eventi, sviluppando così sintomi di trauma molto simili a quelli comuni tra le persone adulte sopravvissute.

La trasmissione del trauma attraverso la rivelazione di storie, esperienze e testimonianze legate al genocidio

Sebbene alcune persone intervistate abbiano sottolineato che l’Ihungabana si trasmette attraverso il silenzio, anche la rivelazione del passato, ossia l’opposto del silenzio, è stata riconosciuta come meccanismo di trasmissione del trauma. Un genitore ha riferito:

Tutto quello che sentono da piccoli [sul genocidio], lo tengono in mente, e a forza di assorbire tutte quelle storie, sviluppano l’Ihungabana. Geneviève, # genitore, FGD.

La maggior parte delle persone giovani ha riferito di essere stata esposta a diverse fonti della storia legata al genocidio. Tra queste fonti figurano la scuola, l’esposizione a testimonianze sul genocidio, per lo più di singole persone sopravvissute, nei memoriali durante le commemorazioni o gli eventi in ricordo, oppure l’ascolto inatteso (o involontario) di tali informazioni nel corso di conversazioni tra genitori, fratelli e sorelle maggiori o altri familiari. Le conversazioni sul genocidio sono numerosissime intorno al periodo annuale della commemorazione e durante lo stesso. Tuttavia, le persone giovani giudicano piuttosto incompleto il contenuto delle storie sulle esperienze del genocidio che apprendono da queste fonti.

Inoltre, alcune storie raccontate sono più traumatizzanti di altre. L’aspetto più traumatizzante del passato è venire a conoscenza delle azioni disumane dei carnefici contro le vittime, come quelle che hanno causato la morte di un parente, o delle esperienze del genocidio vissute dai propri genitori. Con partecipazione verso i genitori, con voce turbata e le lacrime agli occhi, Damien, un giovane, ha condiviso quanto segue:

Mia madre di solito me ne parla, e anche quando andiamo al memoriale ci parlano di alcune vittime e scopriamo che sono nostri parenti… Da quando l’ho saputo, è stato difficile per me accettare il modo in cui sono morti. Fa male quando ti tagli con un rasoio: immagina quanto sia difficile accettare che abbiano tagliato la testa o la gamba a qualcuno con un machete.

Anche se alcune testimonianze sono più traumatizzanti di altre, le persone giovani intervistate hanno riconosciuto che non tutte le testimonianze sul genocidio possono portare all’Ihungabana o all’Ihahamuka. La maggior parte di loro ha spiegato che ciò dipende dal modo in cui le testimonianze vengono condivise, dallo stato psicologico delle persone che circondano la prole nella vita quotidiana, dai comportamenti dei membri della comunità e dall’ambiente in cui la prole cresce. Per esempio, alcune persone giovani hanno detto che genitori o familiari esprimono le esperienze del genocidio senza volerlo quando soffrono di Ihahamuka. Vale a dire che trasmettono storie orribili attraverso urla o grida, flashback e chiamando persone sconosciute alle persone giovani. Eppure queste ultime considerano frammentarie o incomplete storie di questo tipo. Quando la persona sofferente sembra trovarsi in un altro mondo, dove vede cose che gli altri non vedono, e fatica a interagire e a comunicare con le persone reali intorno a sé, le persone giovani trovano difficile cogliere la storia completa che viene trasmessa. E il contenuto di una storia simile può essere esso stesso pericoloso. Parlare apertamente di contenuti potenzialmente pericolosi non è una scelta delle vittime di Ihungabana, ma l’effetto involontario delle emozioni travolgenti che seguono il ricordo delle violenze subite in passato. A questo proposito, le figure professionali della psicologia percepivano la rivelazione come dannosa a seconda del modo in cui i genitori comunicano le esperienze traumatiche.

Il modo in cui i genitori raccontano la storia può finire per traumatizzare psicologicamente la prole. Per esempio, raccontare come il padre o gli zii venivano inseguiti, come sono fuggiti, come li hanno trovati dove si nascondevano e come li hanno fatti a pezzi con un panga e così via. Questo modo di raccontare ciò che è successo durante il genocidio è quello che suscita emozioni che possono portare all’Ihungabana nelle persone giovani. Jeannine, # professionista di psicologia, IDI.

Anche il contenuto della storia condivisa può incidere negativamente sulla prole. I resoconti dei genitori hanno rivelato che, quando i genitori condividono con la prole le proprie storie del genocidio per intero, con un’intensità emotiva senza freni, la trasmissione del trauma dai genitori alla giovane discendenza post-genocidio risulta fortemente favorita. I risultati dello studio suggeriscono che questa apertura illimitata si ritrova comunemente anche nei genitori gravemente traumatizzati o tra i carnefici che manifestano ancora l’ideologia genocidaria. In effetti, in queste condizioni la maggior parte delle persone giovani resta a cercare di capire quali ragioni possano aver portato a tanto odio e a tante uccisioni. Inoltre, la rivelazione da parte dei genitori diventa più dannosa quando le loro esperienze traumatiche vengono ripetute più volte.

… Un’altra cosa è che un genitore può continuare a piantarmi dentro quelle cose ripetendo quello che è successo e chi l’ha fatto… Ripeterne la crudeltà ci provoca un trauma. Jacob, # un ragazzo, IDI.

Ciò che appare chiaro è che sia la natura del contenuto rivelato sia il modo in cui le persone adulte lo rivelano a quelle più giovani hanno un ruolo chiave nella trasmissione intergenerazionale del trauma dalla generazione più anziana a quella più giovane.

Il modo in cui le persone intervistate intendono la riconciliazione

Prima di interrogare le persone intervistate sugli effetti del trauma della generazione più giovane sulla riconciliazione, è stato chiesto loro come intendono la riconciliazione. Le persone intervistate di tutte le categorie hanno definito la riconciliazione come il ripristino delle relazioni precedenti tra le famiglie delle persone sopravvissute e quelle dei carnefici. Questo ristabilimento delle relazioni richiede una richiesta di perdono da parte dei carnefici, che è stata valorizzata e indicata come elemento importante e chiave di questo processo.

Inoltre, le persone intervistate hanno raccontato che la richiesta di perdono dovrebbe essere accompagnata da riparazioni da parte dei carnefici per ciò che hanno distrutto durante il genocidio. Per le persone sopravvissute e la loro discendenza post-genocidio, riparare e chiedere sinceramente perdono significano accettare la responsabilità morale, contrariamente all’attribuzione della responsabilità degli atti di genocidio al governo dell’epoca, spesso sostenuta dai carnefici. Le persone intervistate hanno definito la responsabilità morale come l’accettazione del proprio ruolo o della propria responsabilità individuale durante il genocidio e il farsene carico per garantire un pentimento vero e una riconciliazione autentica tra vittima e carnefice.

Sempre in relazione alla riconciliazione, ritrovare i resti dei propri cari per dare loro una sepoltura dignitosa era molto importante sia per i genitori sia per le persone giovani intervistate. Seppellire i corpi dei propri cari è visto come uno dei rimedi per guarire il trauma sia dei genitori sia della loro giovane discendenza. Una sepoltura dignitosa è infatti percepita anche come fonte di sollievo emotivo e come qualcosa che aiuterebbe a lasciar andare il passato, faciliterebbe il perdono verso chi ha fatto del male e renderebbe la riconciliazione più riuscita e duratura. Una persona intervistata ha sottolineato quanto possa essere difficile la riconciliazione per le persone traumatizzate:

Dopo più di vent’anni, nessuno è mai venuto a dirmi dove sono stati gettati i miei cari che sono stati uccisi. Nessuno mi ha detto: «Sai, sono io che ho saccheggiato casa tua». Eppure sono persone con cui viviamo in questo villaggio! I carnefici ci hanno messo nell’anima un tarlo del trauma! (Imungu y’umutima). Se mi mostrassero dove sono i miei cari, quel tarlo del trauma se ne andrebbe da me, e allora li perdonerei. Dancilla, # genitore, FGD.

La riconciliazione non era considerata possibile se coinvolgeva una sola parte, quella dei carnefici. Le persone giovani suggeriscono che, perché la riconciliazione sia possibile, anche le persone sopravvissute dovrebbero offrire il perdono a chi ha fatto loro del male e ha chiesto scusa. Questo processo di richiesta e offerta di perdono è stato indicato come una delle strategie durature per permettere alle ex parti nemiche di riunirsi davvero e di vivere realmente in pace dopo il genocidio.

Gli effetti del trauma (intergenerazionale) sulla riconciliazione

Nel valutare l’impatto del trauma intergenerazionale delle persone giovani sui processi di riconciliazione, genitori e figure professionali intervistate hanno riferito che il trauma del passato viene trasmesso dalle persone adulte alla loro giovane discendenza. Inoltre, si riteneva che le persone giovani traumatizzate non possano aprirsi alla riconciliazione, perché chi è traumatizzato resta legato al passato, avendo perso la speranza nel futuro. Le vittime traumatizzate erano percepite come in difficoltà a guardare avanti, perché il trauma era inteso come in qualche modo capace di danneggiare la possibilità di vedere un futuro. Analogamente, le persone intervistate consideravano la pace interiore un prerequisito per relazioni interpersonali sane e per la pace futura.

Anche la fiducia è stata indicata come importante nel processo di riconciliazione. I risultati hanno rivelato che una vittima di trauma può diffidare di chi le ha fatto del male in passato e averne paura, perché continua a vedere i propri ex carnefici come nemici che possono attaccarla e farle del male in qualsiasi momento.

Questi sentimenti si ritrovano comunemente tra i genitori e le persone giovani intervistate. Hanno spiegato che alcune persone giovani sviluppano rancore dopo essere state traumatizzate dalle esperienze del genocidio dei loro genitori. Altre crescono con la paura di chi ha commesso il genocidio, soprattutto quando sanno chi è. Divine ha detto:

Quando vedo qualcuno che ha commesso il genocidio, come quelli che mi hanno indicato, ho paura che possa uccidermi. Quando lo vedo, scappo perché ho paura di essere uccisa. Divine, # giovane partecipante, IDI.

Dal punto di vista di alcune persone giovani che non sanno chi abbia colpito la propria famiglia, c’è il rischio di diffidare di qualsiasi altro membro della comunità al di fuori della famiglia. Sospettano che la maggior parte delle persone adulte dell’età dei loro genitori abbia partecipato al genocidio. Sono proprio queste persone giovani a vivere nella paura che il genocidio possa ripetersi, in qualsiasi momento. Alcune appaiono isolate, infelici, mentalmente instabili e confuse. Altre sono aggressive verso gli altri, sembrano depresse e limitano le relazioni interpersonali con le persone coetanee nate da genitori carnefici. Le figure professionali affermano che chi presenta questi sintomi di trauma non può compiere passi verso la riconciliazione. Lo ha confermato anche una persona giovane intervistata:

No, non è facile parlare di unità a persone che hanno ancora l’Ihungabana, perché sono ancora prese dal passato. È difficile per quella persona perdonare. Ci vuole un cuore forte; quindi hanno bisogno prima di essere accompagnate per trovare sollievo dal trauma, prima di parlare loro di unità e riconciliazione. Josée, # giovane partecipante, IDI.

L’influenza dei genitori sulla partecipazione delle persone giovani alla riconciliazione è considerata cruciale. Da un lato, le persone giovani hanno riferito che la riconciliazione è possibile tra giovani. Dall’altro, hanno sostenuto che la possibilità della riconciliazione è influenzata dalla disponibilità, dal grado di guarigione o di trauma e dal livello di coinvolgimento dei propri genitori. Le persone giovani intervistate, per esempio, hanno espresso che alcuni genitori sono ancora scollegati dagli altri membri della comunità e incapaci di perdonare chi ha fatto loro del male a causa del loro trauma, e che questo influisce anche sulla gioventù.

Per me è impossibile vivere in pace con le famiglie degli assassini sapendo che sono loro la ragione per cui mia madre è gravemente traumatizzata. Quando mia madre ha una crisi traumatica (Ihahamuka), divento tristissima. Comincio a concentrarmi su questo, mi isolo e mi schiero dalla parte di mia madre. Quindi, in questo modo, penso che anche i genitori possano influenzarci quando si tratta di riconciliazione, perché non hanno perdonato e non vogliono che perdoniamo nemmeno noi. Divine, # giovane partecipante, IDI.

Le persone giovani hanno espresso anche l’idea che questi genitori scollegati cerchino forse di proteggere la loro giovane discendenza dal pericolo, scoraggiandola dall’interagire con i carnefici, con i loro familiari e con la loro prole. Analogamente, si riteneva che la riconciliazione tra giovani dipendesse molto dalla riconciliazione tra i genitori:

Sì, esso (l’Ihungabana) può avere un effetto negativo sul processo di unità e riconciliazione, e abbiamo visto che qualsiasi persona traumatizzata non sta bene mentalmente. Eppure una persona colpita mentalmente non può pensare all’unità e alla riconciliazione. Un’altra questione collegata è che bambine e bambini prendono i genitori come modelli. Quindi, se i genitori non sono mentalmente stabili, non penseranno all’unità e alla riconciliazione. Allo stesso modo, se i genitori non sono uniti, nemmeno la loro prole penserà all’unità e alla riconciliazione con chi ha la sua età o con altre persone. Ange, # professionista, IDI.

Nonostante l’influenza dei genitori sui processi di riconciliazione (dovuta al loro trauma non guarito, e quindi all’incapacità di perdonare), l’incapacità di alcune persone giovani di partecipare ai processi di riconciliazione appare potenzialmente associata al trauma intergenerazionale. Inoltre, si riteneva che questo trauma fosse intensificato dall’ambiente comunitario in cui la prole cresce. Per esempio, il modo in cui i carnefici chiedono perdono era visto come un ostacolo all’apertura e all’impegno della discendenza delle persone sopravvissute verso la riconciliazione. Le testimonianze dei carnefici10 erano giudicate superficiali dalle persone giovani, soprattutto quando (le testimonianze dei carnefici) minimizzavano il loro ruolo e la gravità delle loro colpe, attribuendo il proprio coinvolgimento nei crimini di genocidio al governo dell’epoca. La discendenza delle persone sopravvissute interpreta questa presa di distanza dai propri crimini da parte dei carnefici come una forma di negazione e/o di mancato pentimento, che la scoraggia dal perdonare. Anche ammettere la propria colpa senza pentimento crea problemi alla discendenza delle persone sopravvissute:

Dovrebbero [i carnefici] dirlo con umiltà. A volte elencano quello che hanno fatto e le persone che hanno ucciso, il numero di persone che volevano uccidere; e lo fanno con orgoglio. Quindi mi rende ancora più triste pensare che chiedano perdono raccontando storie ma si comportino in modo inappropriato. Questo crea un problema dentro di me. Jacob, # un ragazzo, IDI.

Pur riferendo che le difficoltà dei genitori a perdonare e a riconciliarsi creano ostacoli per loro, alcune persone giovani intervistate riconoscono che le relazioni tra giovani delle famiglie sopravvissute e delle famiglie degli ex nemici sembrano migliori di quelle dei genitori, e che questo è anche il desiderio di alcuni genitori. Le persone giovani hanno condiviso anche questa prospettiva e hanno espresso la volontà di avere buoni rapporti con le persone coetanee delle famiglie dei carnefici, soprattutto perché il governo ha dato loro l’esempio trattando tutta la gioventù allo stesso modo e senza alcuna discriminazione11. Tuttavia, le persone giovani sottolineano che questa disponibilità è possibile solo a certe condizioni. Per esempio, hanno sottolineato di non potersi riconciliare con il nemico prima dei loro genitori, perché i genitori sono le vittime primarie tra cui la riconciliazione dovrebbe avvenire per prima, per aprire poi la strada alla discendenza. Riconciliarsi con la parte avversa prima che un genitore si sia riconciliato con il proprio carnefice è percepito dalle persone giovani come un atto che ritraumatizza i genitori.

Alcune persone intervistate hanno sostenuto l’idea che le persone giovani delle famiglie sia delle persone sopravvissute sia dei carnefici dovrebbero essere aiutate e agevolate a partecipare insieme a spazi di incontro, per favorire buone relazioni oggi e in futuro. Le persone intervistate hanno inoltre suggerito che tutte le generazioni post-genocidio dovrebbero avere un proprio spazio per guarire dal trauma e sviluppare un senso di connessione per superarlo, diventando così capaci di garantire un futuro di pace.

Discussione

Questo studio ha esplorato i meccanismi di trasmissione intergenerazionale del trauma nelle persone giovani ruandesi i cui genitori sono sopravvissuti al genocidio del 1994 contro i tutsi e gli effetti di questo trauma sulla riconciliazione nel contesto ruandese. I nostri risultati suggeriscono che il trauma del genocidio del 1994 contro i tutsi estende i suoi effetti alla discendenza post-genocidio delle persone sopravvissute. I nostri risultati sono simili a quelli di studi precedenti [39] e suggeriscono che questa discendenza eredita il trauma dei genitori attraverso vari meccanismi e che la maggior parte dei suoi sintomi di trauma è in una certa misura simile a quella delle persone sopravvissute al genocidio in generale.

La trasmissione del trauma sembra avvenire più spesso nell’ambiente familiare e durante le commemorazioni del genocidio e i rituali associati. Questi risultati sono in linea con la letteratura secondo cui, oltre a colpire le vittime o le persone direttamente coinvolte, gli eventi stressanti del passato possono avere anche effetti intergenerazionali profondi e duraturi su chi non ha attraversato tali eventi [54, 55]. Il trauma trasmesso alla giovane discendenza ha implicazioni anche per la riconciliazione tra la giovane discendenza delle persone sopravvissute e le famiglie e la prole di chi ha perpetrato il genocidio.

Il primo meccanismo percepito di trasmissione del trauma individuato da questo studio è la trasmissione biologica, che riflette la possibilità percepita di una trasmissione epigenetica degli effetti traumatici. Benché i genitori abbiano riferito questa possibilità, e in altri contesti siano stati riscontrati effetti del trauma sulle interazioni feto-placentari durante il periodo prenatale [56], non abbiamo esaminato questo tipo di trasmissione a causa dei limiti della metodologia dello studio. La nostra analisi si basa unicamente sulle percezioni dei genitori sopravvissuti al genocidio, delle persone giovani post-genocidio nate da genitori sopravvissuti e delle figure professionali della salute mentale e della costruzione della pace. I genitori sopravvissuti ruandesi percepivano di aver trasmesso il proprio trauma, la propria rabbia e la propria aggressività alla prole se erano in gravidanza durante il genocidio o nel corso della crescita della prole. Questo risultato risuona con la nozione culturale che attribuisce valore al sangue e al latte come fondamento della vita. Nella cosmologia culturale ruandese, un genitore dà la vita alla propria creatura attraverso il sangue prima della nascita e, attraverso l’allattamento, può trasmetterle comportamenti e atteggiamenti buoni o cattivi. Questo dare il latte non si limita all’allattamento in senso letterale, ma si estende allo stile genitoriale come fattore determinante di ciò che la creatura diventerà in futuro. Per quanto ci è dato comprendere, le percezioni delle persone intervistate riflettono anche quanto il latte e il sangue siano vitali nella vita e nel contesto ruandesi. In accordo con studi precedenti [57, 58], ciò è illustrato dalla percezione delle persone intervistate secondo cui il trauma può passare da una generazione all’altra attraverso le sostanze umane del latte e del sangue, come ha concluso anche Taylor: «il corpo sano è visto come un sistema di fluidi in flusso costante, e così la società e l’intero universo. La malattia, come il disordine sociale e cosmologico, è interpretata come il risultato di un blocco o di un flusso eccessivo… Tra le sostanze fluide che rappresentano la vitalità e la fertilità della vita figurano il latte e il sangue» [59].

Il secondo meccanismo individuato è la trasmissione del trauma attraverso le interazioni tra genitori e prole. Questa trasmissione deriva probabilmente dall’esposizione quotidiana della prole alla sofferenza emotiva dei genitori e dal crescere in famiglie in cui l’attaccamento tra genitori e prole è stato indebolito dal trauma [60]. Sosteniamo che lo sviluppo di sintomi di Ihungabana o di Ihahamuka in questa categoria di giovani sia in qualche modo legato anche al fatto che la prole identifica come proprie le esperienze dei genitori, come riportato da ricerche precedenti [61].

Sia il silenzio sia la comunicazione aperta, e per lo più ripetuta, delle esperienze traumatiche sono percepiti anch’essi come potenziali meccanismi di trasmissione del trauma. I risultati hanno rivelato che le persone giovani i cui genitori tacciono il proprio passato traumatico sono probabilmente traumatizzate perché non riescono a cogliere e a elaborare le storie del genocidio che incontrano attraverso varie altre fonti, come il vicinato e le commemorazioni, oppure perché si imbattono spontaneamente in storie frammentarie o contraddittorie raccontate dai genitori o dai carnefici, che per lo più le portano a immaginare più di quanto sia accaduto [62].

Come abbiamo osservato nelle persone giovani intervistate, alcune presentavano sintomi di Ihungabana e/o di Ihahamuka. Questi risultati concordano con studi precedenti. Il trauma riscontrato nella gioventù ruandese potrebbe derivare dall’esposizione a racconti demonizzanti di persone sopravvissute condivisi nei memoriali, come riportato da Münyas in uno studio condotto con giovani della Cambogia [63, 64], benché i contesti siano diversi. Inoltre, a differenza dell’utilità della comunicazione aperta nello studio di Braga e colleghi [65], in questo studio la rivelazione di storie legate al passato è stata condivisa soprattutto da persone diverse dai genitori, contribuendo così a sintomi di Ihungabana o Ihahamuka per sovraccarico. In altri casi, il trauma emerge nelle persone giovani quando alcuni genitori si sono aperti sul proprio passato in modo troppo esplicito, soprattutto quando la rivelazione comportava emozioni negative come la rabbia.

Un ambiente familiare fortemente segnato dal silenzio e dal ritiro sociale ed emotivo favorisce la trasmissione intergenerazionale del trauma genitoriale, a differenza di un ambiente familiare di sostegno, che incoraggia nella prole modalità di coping più adattive, come la perseveranza e l’autostima o la fiducia in sé [66]. Altri fattori che rendono possibile il processo di trasmissione comprendono, tra l’altro, il crescere in un ambiente in cui i genitori sono vulnerabili a causa del trauma o in cui le persone sopravvissute vivono accanto a chi ha fatto loro del male, le commemorazioni e i rituali annuali, lo stile genitoriale e la comunicazione alla prole di storie travolgenti, il più delle volte da parte di familiari e vicini.

Inoltre, esiste un forte legame tra il trauma intergenerazionale trasmesso all’interno delle famiglie e gli effetti dei processi di riconciliazione (come le questioni non risolte dai tribunali Gacaca), dei rituali e degli eventi commemorativi ricorrenti ogni anno e degli interventi educativi. Ciò avviene principalmente perché la generazione più giovane è cresciuta in questi contesti ed è attualmente coinvolta in processi di riconciliazione che talvolta evocano i ricordi del genocidio. A loro volta, i ricordi del genocidio riattivano il trauma dei genitori, che incide sulla riconciliazione in vari modi.

I risultati suggeriscono che gli aspetti del trauma che i genitori trasmettono più spesso alla loro giovane prole sono sentimenti di sfiducia e di odio verso le famiglie dei carnefici, il timore per la propria vita, la mancanza di speranza e una visione negativa del mondo, con atteggiamenti negativi verso gli altri che possono portare alla vendetta o a un ciclo di violenza. Sintomi di Ihahamuka sono stati osservati anche in tutti e tre i gruppi di persone intervistate: genitori, figure professionali e alcune persone giovani che avevano sofferto a loro volta di Ihahamuka. Questi risultati forniscono elementi nuovi e aggiuntivi da considerare accanto a quelli di studi precedenti [67, 68], che avevano riportato l’Ihahamuka in persone nate prima del genocidio e che si supponeva quindi rivivessero ciò che avevano già attraversato.

Alcune persone giovani intervistate hanno negato che il trauma derivante dal genocidio potesse colpirle, perché non erano in vita durante il genocidio. Tuttavia, questa negazione non esclude la possibilità che il trauma si sviluppi nella generazione nata dopo un passato traumatico. Conferma piuttosto i risultati di altri studi [69], secondo cui, nonostante la negazione del trauma come strategia psicologica di coping, la pressione psicologica legata a questa negazione può passare da una persona all’altra ed esprimersi e manifestarsi attraverso il corpo di chi la riceve. Questa negazione del trauma da parte delle persone giovani può anche derivare probabilmente dall’emarginazione delle vittime di trauma, dovuta all’associazione culturale del trauma con la follia in Ruanda, che porta alcune persone giovani a negarlo per salvaguardare la propria immagine (positiva) nella comunità, come è emerso anche tra giovani della Cambogia [70]. Tuttavia, questo stigma può anche impedire alle persone giovani di rivolgersi ai servizi di salute mentale che le aiuterebbero a superare il trauma trasmesso loro per via intergenerazionale.

Per quanto riguarda il legame tra trauma intergenerazionale e riconciliazione, da un lato le persone giovani del nostro studio si sono dette disposte a perdonare e a riconciliarsi con le persone coetanee del gruppo dei carnefici, e i loro genitori sostenevano la riconciliazione nella generazione più giovane. Dall’altro lato, le persone giovani resistevano alla possibilità di questa riconciliazione per proteggere i genitori da una ritraumatizzazione, insistendo sul fatto che i genitori devono perdonare per primi per aprire la strada alla gioventù. In altre parole, la prospettiva della gioventù è: «Perdonerò dopo che lo avranno fatto i miei genitori». Questo punto di vista è probabilmente legato all’eredità di un grave trauma familiare, dell’odio e di bassi livelli di fiducia e di perdono tra i gruppi, che derivano probabilmente da una discriminazione più ampia (in precedenti episodi di violenza, per esempio dal 1959 al 1973) che ha prodotto nel corso degli anni traumi multipli nei genitori. Inoltre, queste difficoltà delle persone giovani potrebbero derivare dall’influenza del discorso dei genitori nell’ambiente familiare [71].

Nella stessa linea, le persone intervistate hanno sottolineato che la riconciliazione può essere possibile dopo che le vittime del trauma genocidario passato sono guarite. I nostri risultati hanno rivelato che la guarigione delle ferite emotive è un prerequisito del benessere personale, di una comunicazione sana ed efficace, anche all’interno delle famiglie, e della riconciliazione con gli altri. Questi risultati concordano con studi precedenti [72] e sostengono l’ipotesi più ampia secondo cui la guarigione dal trauma può portare allo sviluppo ed è «una condizione per la pace» [69, 73]. Suggeriamo che una comunicazione sana, che può portare alla riconciliazione, non possa essere facilmente raggiunta dalla discendenza delle persone sopravvissute prima che i genitori abbiano integrato il proprio trauma passato o ne siano guariti.

I risultati dello studio suggeriscono che una comunicazione poco sana tra i genitori potrebbe essere attribuita al fatto di essere ridotti al silenzio dal trauma pur desiderando testimoniare ad altre persone ciò che è accaduto. Quando parlano, alcune persone sopravvissute comunicano apertamente attraverso il corpo, i gesti e un discorso scoordinato. Talvolta questa comunicazione è imprevedibile e può comprendere discorsi su persone che gli altri non vedono, come riportato sopra [74]. Dal nostro punto di vista, questa modalità comunicativa può essere considerata sfavorevole per le persone giovani e un ostacolo allo sviluppo di stili comunicativi costruttivi, che normalmente contribuiscono a facilitare la riconciliazione tra loro e le persone coetanee delle famiglie dei carnefici.

Nonostante le difficoltà che le persone giovani incontrano attualmente sul piano della riconciliazione, esistono interventi per sostenerle nel superare il trauma e aiutarle a riconciliarsi con gli altri. Per esempio, le evidenze suggeriscono che gli interventi realizzati attraverso gruppi di guarigione comunitari possono contribuire a una comunicazione aperta sugli eventi traumatici del passato all’interno dell’ambiente familiare [75, 76]. Tali interventi possono anche portare a un miglior benessere psicosociale, a un ambiente familiare stabile e alla promozione della convivenza pacifica nelle comunità, con la possibilità di accelerare il processo di unità e riconciliazione tra la discendenza sia delle persone sopravvissute sia dei carnefici. Creare spazi sicuri per aiutare sia i genitori sopravvissuti sia i genitori carnefici, così come la loro discendenza, a parlare del proprio passato come sostegno alla guarigione dal trauma può quindi favorire una migliore comunicazione tra genitori e prole, promuovendo così migliori relazioni intergruppo tra i genitori, che possono estendersi anche alla discendenza di entrambi.

Gli sforzi di riconciliazione trarrebbero grande beneficio dal mobilitare i carnefici del genocidio affinché riconoscano le proprie responsabilità morali, riparino i danni causati e chiedano sinceramente perdono, per aiutare le persone sopravvissute a guarire dal trauma. Sosteniamo che questi tre elementi (riconoscimento delle proprie colpe, riparazione di ciò che è stato danneggiato e richiesta di perdono alle vittime) siano un rimedio essenziale che contribuisce a guarire nelle vittime il trauma delle gravi violazioni dei diritti umani. È proprio la mancanza di questi elementi a ostacolare la riconciliazione. Sono condizioni che sosterranno le persone sopravvissute e permetteranno loro di prendere in considerazione l’offerta del perdono ai propri carnefici e di sentire di aver ottenuto giustizia. Le persone giovani potrebbero non impegnarsi facilmente nella riconciliazione se i loro genitori non sono guariti dal trauma. Guarire dal trauma, sentire che giustizia è stata resa, ricevere una richiesta di perdono e offrire il perdono sono elementi cruciali per garantire una convivenza pacifica dopo la violenza di massa. Ove possibile, creare spazi che permettano a carnefici e persone sopravvissute di incontrarsi, di discutere dei benefici della riconciliazione e di chiedere e offrire perdono in presenza della loro giovane prole avrebbe anch’esso un impatto positivo sul modo in cui la gioventù comprende il genocidio e considera i processi di riconciliazione e vi si impegna. Il ruolo dei genitori conta infatti nelle relazioni interpersonali della loro giovane prole. In questo senso, assistere alla riconciliazione dei genitori può portare la discendenza a spezzare il ciclo del trauma intergenerazionale e dell’odio e a garantire in futuro una pace duratura tra le generazioni. A tal fine, dialoghi intergenerazionali che promuovano il racconto veritiero delle esperienze individuali dei genitori durante il genocidio dovrebbero essere creati come spazi in cui persone adulte che hanno integrato il proprio trauma svolgono un ruolo di mentoring verso le persone giovani. Ciò ridurrà al minimo la trasmissione di informazioni frammentarie e contraddittorie nel discorso sul trauma storico. Questi dialoghi dovrebbero includere anche testimonianze di famiglie che sono riuscite a riconciliarsi. Testimonianze positive di questo tipo possono ispirare le persone giovani non solo a diventare persone che riconoscono le proprie colpe, ma anche persone capaci di perdonare facilmente. Inoltre, chi le ha offerte funge da modello per la generazione più giovane. In effetti, ciò può aiutare le persone giovani a comprendere che le cattive azioni possono trasformarsi in buone, aprendo così la strada a uno sguardo positivo sulla riconciliazione intergenerazionale per un futuro migliore. Un ulteriore valore potrebbe venire dalla definizione, nella politica di salute mentale, di un quadro per la guarigione dal trauma nella generazione post-genocidio. Per esempio, i centri per giovani, i centri di riabilitazione e le scuole sono i luoghi più adatti per offrire un pacchetto completo di guarigione dal trauma e di promozione della riconciliazione. In quest’ottica, questi contesti dovrebbero essere presi in considerazione ai fini della costruzione della pace.

Inoltre, creare posti di lavoro e mobilitare le persone giovani a lavorare insieme in piccole attività generatrici di reddito può favorire la coesione, aiutando chi è stigmatizzato dalla propria comunità12 a essere più connesso socialmente e reintegrato. Altrimenti, aspettarsi una riconciliazione tra persone traumatizzate può essere irrealistico. Inoltre, sebbene la rivelazione del passato sia anch’essa tra i meccanismi del trauma, è emerso chiaramente che questa trasmissione dipende dal contenuto condiviso e dal modo in cui è condiviso. A questo proposito, suggeriamo che la comunicazione delle esperienze traumatiche (dei genitori) alla prole e l’insegnamento della storia del genocidio tengano conto della loro età, del contenuto da condividere, del come (del modo) e del quando condividere queste esperienze passate. La guarigione dal trauma individuale e collettivo è della massima importanza in questo processo, perché per creare società pacifiche servono menti sane.

Limiti dello studio

I risultati del nostro studio si limitano alle percezioni e alle esperienze di un numero limitato di persone intervistate. Per questo, a causa della dimensione del campione, non possono essere generalizzati. Inoltre, per mancanza di tempo, il punto di vista delle famiglie dei carnefici non è stato incluso in questo studio. La ricerca dovrebbe esplorare il trauma intergenerazionale e la riconciliazione anche nella giovane discendenza dei carnefici del genocidio e nei loro genitori. Sarebbe inoltre necessario condurre uno studio approfondito sugli stili comunicativi utilizzati dai genitori ruandesi nel comunicare le esperienze passate, per comprendere il processo di rivelazione ed esplorare l’età appropriata per raccontare alla prole tali esperienze traumatiche, nonché il modo appropriato di comunicare un simile passato. Inoltre, il nostro studio non si è concentrato su diadi come padre-figlio, madre-figlia o genitore con la propria prole, né ha verificato gli effetti legati al genere, benché nello studio fossero presenti anche dei padri. Suggeriamo che studi futuri esplorino anche questi aspetti.

Conclusione

Gli eventi traumatici legati al genocidio hanno gravemente compromesso il benessere mentale dei genitori sopravvissuti. Questo trauma viene attualmente trasmesso alla loro discendenza post-genocidio e ne compromette il benessere psicologico, con la possibilità di limitarne il coinvolgimento nella riconciliazione. L’apertura e la disponibilità delle persone giovani verso la riconciliazione dipendono dal loro grado di integrazione del trauma del passato nella vita presente, nonché dalla guarigione dei loro genitori e dal modo in cui questi si impegnano nella riconciliazione. Le persone giovani possono non impegnarsi nella riconciliazione per paura di ritraumatizzare i genitori o per sfiducia verso le famiglie dei carnefici, che non hanno chiesto scusa.

Per favorire meglio la riconciliazione intergenerazionale, suggeriamo che la richiesta di perdono smetta di essere una domanda individuale (di chi ha commesso il crimine) per diventare una responsabilità, un processo e un impegno familiari. Questo perché in molti casi la prole considera i genitori come modelli. Allo stesso modo, le vulnerabilità dei genitori incidono in un modo o nell’altro sulla prole. Così, la richiesta di perdono e l’essere testimoni, per la generazione più giovane, della riconciliazione tra famiglie possono contribuire a guarire il trauma dei genitori sopravvissuti e permettere alla discendenza delle persone sopravvissute di riconciliarsi con le famiglie dei carnefici, spezzando così il ciclo del trauma intergenerazionale e aumentando le probabilità di avere una generazione post-genocidio riconciliata. Ciò potrebbe a sua volta garantire in futuro la pace tra le persone nelle comunità e nel paese nel suo insieme.

Le figure professionali della salute mentale e le organizzazioni per la costruzione della pace sono chiamate a continuare a rafforzare l’integrazione della gestione del trauma nei propri servizi, per sostenere le persone sopravvissute, i carnefici e la loro discendenza e riuscire in questo percorso di ricostruzione di società pacifiche dopo le atrocità di massa. Sono necessari programmi specifici per rafforzare i processi di unità e riconciliazione e programmi volti alla guarigione dei genitori, per garantire la riconciliazione e promuovere relazioni armoniose e una convivenza pacifica tra le ex parti nemiche e la discendenza di entrambe le parti. È inoltre necessario ampliare la portata di questi programmi per le persone giovani, per favorire la comprensione reciproca, la fiducia e la tolleranza reciproca e preparare una transizione serena dal passato doloroso dei genitori alla costruzione di un futuro nuovo, libero dalla violenza.

Complexe Systémique: punti chiave

Per la pratica sistemica, il valore di questo studio sta nello spostare la questione del trauma intergenerazionale dall’individuo alla relazione. Il trauma non passa soltanto «attraverso il sangue»: circola attraverso silenzi protettivi che lasciano all’immaginazione il compito di colmare i vuoti, attraverso racconti consegnati senza filtro nel pieno di una crisi, attraverso avvertimenti che tengono la prole a distanza dalle persone coetanee. Lo stesso atto di parola può proteggere o ferire a seconda del momento, del contenuto e del modo. Un altro contributo riguarda la lealtà. Molte persone giovani si dicono pronte alla riconciliazione, ma rifiutano di precedere i propri genitori, come se perdonare per prime volesse dire tradirli. Da qui la proposta di fare della richiesta di perdono un impegno familiare anziché individuale. I limiti sono dichiarati: percezioni piuttosto che meccanismi accertati, nessuna voce dalle famiglie dei carnefici, nessuna diade tra genitore e prole. Da leggere insieme a l’articolo sulla terapia narrativa con le persone sopravvissute al genocidio in Ruanda e a l’articolo sul trauma intergenerazionale nelle famiglie rifugiate.

Note dell’originale

1 I tutsi sono uno dei tre gruppi etnici del Ruanda: tutsi, hutu e twa.

2 Per popolazione locale si intendono le persone che vivono attualmente in Ruanda.

3 Ihungabana è la traduzione letterale di trauma in kinyarwanda, lingua locale.

4 Poiché la maggior parte delle loro organizzazioni ha sede nella città di Kigali, le figure professionali della salute mentale e della costruzione della pace sono state reclutate esclusivamente lì.

5 Non appartenenti alla stessa famiglia: non un genitore con la propria prole.

6 Tra gli esempi di conseguenze figurano le percosse subite durante il genocidio e l’infezione da HIV/AIDS a seguito dello stupro di una coniuge. In un caso, un padre è stato ucciso dopo il genocidio da chi aveva colpito la sua famiglia.

7 Il kinyarwanda è la lingua locale.

8 Una coppia formata da una donna sopravvissuta al genocidio e da un marito non sopravvissuto al genocidio (hutu).

9 Percepiti culturalmente come inappropriati.

10 Attualmente le testimonianze dei carnefici diventano pubbliche quando chiedono perdono, il che avviene soprattutto durante il periodo della commemorazione del genocidio.

11 Tra gli esempi citati: frequentare le stesse scuole, imparare la stessa storia e usare gli stessi servizi, come le strutture sanitarie.

12 Stigmatizzazione dovuta alla sofferenza legata all’Ihungabana o all’Ihahamuka.

Ringraziamenti. Ringraziamo le persone intervistate che hanno accettato di aprirsi e di condividere il proprio punto di vista, i membri della comunità che hanno facilitato il reclutamento delle persone partecipanti e il personale di assistenza alla ricerca. Ringraziamo inoltre Dr Kang Ezer per la revisione delle bozze e Dr Maggie Zraly, che ha curato professionalmente la redazione dei manoscritti.

Contributi delle persone firmatarie. MGK ha ideato il progetto di studio, redatto la traccia tematica, analizzato i dati, redatto i manoscritti e contribuito anche alle versioni finali. JK ha partecipato alla stesura dell’elenco dei temi e alla raccolta dei dati, ha redatto la metodologia, letto le bozze dei manoscritti e curato l’impaginazione. MCI ha contribuito alla concettualizzazione dello studio, rivisto la prima bozza del manoscritto, coordinato la raccolta dei dati e il processo di trascrizione e contribuito alla stesura. Tutte le persone firmatarie hanno contribuito in egual misura al documento finale e ne hanno approvato l’invio.

Finanziamento. Questa ricerca è stata finanziata dall’African Peacebuilding Network del Social Sciences Research Council.

Approvazione etica e consenso alla partecipazione. In conformità con gli standard e le norme della Dichiarazione di Helsinki, questo studio è stato esaminato e approvato dal comitato etico del Rwanda Biomedical Center con il numero di riferimento (n. 1674/RBC/2018). Per tutelare la riservatezza delle persone partecipanti, dopo l’analisi i loro nomi sono stati sostituiti da pseudonimi. Il consenso informato è stato inoltre ottenuto da tutte le persone coinvolte prima della loro partecipazione alle interviste o ai FGD, dopo che erano stati spiegati loro gli obiettivi dello studio. La riservatezza è stata mantenuta.

Consenso alla pubblicazione. Non applicabile.

Conflitti di interesse. Chi firma l’articolo dichiara di non avere conflitti di interesse in relazione a questo studio.

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Traduzione non ufficiale in italiano di “A calf cannot fail to pick a colour from its mother”: intergenerational transmission of trauma and its effect on reconciliation among post-genocide Rwandan youth, di Marie Grace Kagoyire, Jeannette Kangabe e Marie Chantal Ingabire, BMC Psychology, vol. 11, 104 (2023), doi: 10.1186/s40359-023-01129-y, con licenza CC BY 4.0. Traduzione non ufficiale in italiano realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, con impaginazione adattata (tabella presentata sotto forma di elenco), il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «“A calf cannot fail to pick a colour from its mother”: intergenerational transmission of trauma and its effect on reconciliation among post-genocide Rwandan youth», pubblicato in BMC Psychology (2023) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e presentazione adattata alla lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina. Fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Kagoyire, M. G., Kangabe, J., e Ingabire, M. C. (2023). “A calf cannot fail to pick a colour from its mother”: intergenerational transmission of trauma and its effect on reconciliation among post-genocide Rwandan youth. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/a-calf-cannot-fail-to-pick-a-colour-from-its-mother-intergenerational-transmission (Opera originale pubblicata nel 2023 in BMC Psychology, 11, 104 (2023); ripubblicata nel 2023 da BMC Psychology, https://bmcpsychology.biomedcentral.com/articles/10.1186/s40359-023-01129-y)

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