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Australian and New Zealand Journal of Family Therapy · Terapia familiare

L’uso dell’Albero della Vita in un gruppo di donne con fibromialgia

La fibromialgia attacca alle donne etichette difficili da togliere: lamentose, esagerate, «è tutto nella tua testa». A Ribeirão Preto, in Brasile, un’équipe dell’Università di San Paolo ha riunito nove donne per undici settimane attorno all’Albero della Vita, la metodologia narrativa collettiva di Ncube e del Dulwich Centre. Radici, tronco, fiori, una foresta ribattezzata frutteto: il resoconto descrive nel dettaglio gli incontri, le domande poste e ciò che il gruppo ha inventato strada facendo.

Autrici e autori Neftali Beatriz Centurion e Laura Vilela e Souza (Dipartimento di Psicologia, FFCLRP, Università di San Paolo, e Laboratorio di ricerca sulle pratiche dialogiche e collaborative DIALOG-USP, Ribeirão Preto; Taos Institute, Dallas); Clara Moria (Centro Universitário do Triângulo e Università Federale di Uberlândia; International Certification in Collaborative and Dialogical Practices Interfaci, San Paolo); Camila Martins Lion (Interfaci; Università di Ribeirão Preto; FAMERP), BrasilePrima pubblicazione Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, 18 agosto 2025Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di The Use of the Tree of Life in a Women's Group With Fibromyalgia, di Neftali Beatriz Centurion, Laura Vilela e Souza, Clara Moria e Camila Martins Lion, pubblicato in Australian and New Zealand Journal of Family Therapy (Wiley) (2025), doi: 10.1002/anzf.70013, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le tabelle sono presentate sotto forma di elenchi. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Il discorso diagnostico metteva a tacere le narrazioni sulla capacità di agire di queste donne in relazione al loro dolore.

Neftali Beatriz Centurion, Laura Vilela e Souza, Clara Moria e Camila Martins Lion

Abstract

Questo studio nasce dalla convinzione che la metodologia narrativa collettiva «Albero della Vita» possa essere utilizzata con persone con fibromialgia per ampliare le narrazioni di sé al di là del discorso diagnostico, rendere possibile la costruzione di risorse, riconoscere e rafforzare competenze, valori e conoscenze e, infine, spostare le intersezioni individuali verso narrazioni collettive. In assenza di studi su questo tema, l’articolo affronta l’uso di questa metodologia in un gruppo di donne con fibromialgia. Lo studio è stato condotto in un’istituzione di cura multidisciplinare per persone con malattie reumatiche, con la partecipazione di nove donne di età compresa tra 31 e 64 anni. Sono stati condotti undici incontri di gruppo settimanali con la metodologia «Albero della Vita». In questo testo presentiamo gli incontri svolti, mettendo in evidenza le strategie di adesione al gruppo, i principi e le risorse che hanno orientato l’azione della conduzione e il modo in cui l’«Albero» è stato utilizzato e adattato. La metodologia si è dimostrata flessibile agli adattamenti e ha messo in discussione la logica diagnostica, onorando la forza delle storie di vita di queste donne. Non è stato tuttavia possibile cogliere il consolidamento di queste narrazioni alternative nel lungo periodo; un limite di questo studio è la mancanza di dati longitudinali.

1 Introduzione

Sviluppate nel campo delle pratiche narrative collettive (PNC), ideate inizialmente dall’assistente sociale David Denborough, le metodologie narrative collettive ritengono che i significati attribuiti alle esperienze vissute siano prodotti a partire dal modo, storicamente e culturalmente situato, di specifici gruppi sociali. In questo senso, nelle situazioni di sofferenza, le storie hanno spesso una doppia narrazione: una limitante e/o generalmente centrata sul problema, detta narrazione dominante, e un’altra che parla dei valori, delle competenze e delle conoscenze che rafforzano le persone e, al tempo stesso, le comunità a cui appartengono; sono le narrazioni alternative (White 2012; Denborough 2018). Tra le risorse tecniche utilizzate nelle PNC per riconoscere e rafforzare le narrazioni identitarie alternative figurano le metodologie narrative collettive.

La prima metodologia sviluppata, e la più utilizzata fino a oggi, è l’Albero della Vita (Ncube 2006). Questa pratica collettiva è stata sviluppata da Ncube (2006) in collaborazione con il Dulwich Centre, centro di ricerca e di pratica pioniere e di riferimento mondiale nelle PNC, con l’obiettivo di offrire cura e sostegno a bambine e bambini in situazione di vulnerabilità in Sudafrica. Secondo Ncube (2006), l’uso della metafora dell’albero, in linea con i principi delle PNC, si è rivelato efficace perché offriva una base solida a partire dalla quale le persone potevano parlare di storie di sofferenza, producendo non solo un momento catartico per emozioni sature di problemi, ma consentendo anche un ampliamento e un rafforzamento di valori, competenze e conoscenze (Ncube e Denborough 2011).

La metodologia dell’Albero della Vita si compone di quattro parti. Anzitutto, le persone partecipanti sono invitate a disegnare individualmente un albero in cui indicano le persone, gli eventi e gli oggetti che compongono l’eredità che portano con sé: nel terreno annotano ciò che le sostiene nel presente; nel tronco recuperano le proprie competenze e i propri valori personali; nei rami rivendicano sogni, propositi e speranze; nelle foglie menzionano le persone importanti nelle loro storie di vita; nei frutti, i doni che ritengono di aver ricevuto dalla vita; e nei fiori o nei semi, i contributi che ciascuna persona vorrebbe lasciare alla propria comunità.

Nella seconda fase, le persone partecipanti sono invitate a costruire una Foresta della Vita. In questo momento, tutti gli alberi creati dal gruppo vengono disposti uno accanto all’altro perché tutti possano osservarli, riconoscere e condividere differenze e somiglianze. La terza fase è la Tempesta della Vita, un momento in cui il gruppo riflette sulle sfide che gli alberi e l’intera foresta affrontano, nonché sulle sfide vissute, individuando le risorse sviluppate per resistervi.

Nella quarta e ultima fase si svolgono cerimonie esterne e/o di definizione, in cui le storie di vita vengono riconosciute, custodite, celebrate e condivise con testimoni (che possono essere singole persone, gruppi e comunità). In queste cerimonie si riconoscono i progressi compiuti e si pensano insieme risorse per onorare le competenze, i valori, i legami, i sogni e i doni individuati lungo il percorso terapeutico, consolidando i cambiamenti e le narrazioni alternative emersi durante il processo (Ncube 2006; Denborough 2008a; Ncube e Denborough 2011).

Al di là del contesto inizialmente proposto da Ncube (2006), questa metodologia è stata applicata in diversi paesi, tra cui Spagna (Chimpén-López et al. 2022), Inghilterra (Farooq et al. 2021), Australia (Nicholas 2021) e Cina (Hung 2011), e con tutte le fasce d’età, dall’infanzia (Ncube 2006) all’adolescenza (Fischera e Damazer 2021) all’età adulta, dimostrando la sua utilità per pubblici diversi con richieste varie, come attestano gli studi pubblicati con persone rifugiate (Schweitzer et al. 2014), nel contesto dell’insegnamento e dell’educazione (Randle-Phillips et al. 2016) e con persone con diagnosi diverse, come il disturbo bipolare (Ibrahim e Allen 2018) e l’HIV/AIDS (Vitale et al. 2019).

Esistono studi sul suo uso con pazienti con malattie croniche (Haselhurst et al. 2021), ma non ve ne sono sul suo uso con persone con fibromialgia. Considerata dal discorso medico-diagnostico una sindrome reumatologica prevalentemente femminile, la fibromialgia è caratterizzata da dolore muscoloscheletrico cronico diffuso, nonché da affaticamento, possibili alterazioni dell’umore, disturbi del sonno e sintomi di memoria, senza un’eziologia chiara fino a oggi (Clauw 2014; Bellato et al. 2012). Le donne con fibromialgia vedono le proprie identità irrigidite da etichette come «è tutto nella tua testa», lamentose, problematiche, esagerate e conflittuali, il che porta a una delegittimazione del loro dolore e delle loro lamentele da parte del personale sanitario, dei familiari e delle conoscenze, che svalutano e rendono invisibili le loro richieste, i loro limiti e i loro bisogni (Briones-Vozmediano 2017; Wuytack e Miller 2011).

In questa ricerca qualitativa si presentano gli adattamenti e gli usi specifici della metodologia narrativa collettiva Albero della Vita in un gruppo di donne con fibromialgia seguite in un’istituzione di cura multidisciplinare per persone con malattie reumatiche.

2 Contesto del gruppo e della ricerca

Allo studio hanno partecipato nove donne con diagnosi di fibromialgia, di età compresa tra 31 e 64 anni (Tabella 1). Sono stati condotti undici incontri di gruppo settimanali con la metodologia «Albero della Vita», coordinati da due figure professionali della psicologia. Questi incontri vengono presentati qui attraverso una discussione su (1) le strategie di adesione al gruppo, (2) i principi e le risorse che hanno orientato l’azione della conduzione e (3) il modo in cui l’«Albero» è stato utilizzato e adattato (Tabella 2).

Tabella 1 — Presentazione delle partecipanti per nome fittizio, età e tempo trascorso dalla diagnosi.

  • Partecipante: Nice; Età: 31; Tempo dalla diagnosi: 5 anni
  • Partecipante: Gabriela; Età: 46; Tempo dalla diagnosi: 7 anni
  • Partecipante: Raquel; Età: 53; Tempo dalla diagnosi: 7 anni
  • Partecipante: Jessica; Età: 61; Tempo dalla diagnosi: 10 anni
  • Partecipante: Helena; Età: 55; Tempo dalla diagnosi: 8 anni
  • Partecipante: Paula; Età: 63; Tempo dalla diagnosi: 29 anni
  • Partecipante: Elsa; Età: 52; Tempo dalla diagnosi: 19 anni
  • Partecipante: Andreia; Età: 63; Tempo dalla diagnosi: 13 anni
  • Partecipante: Mariana; Età: 60; Tempo dalla diagnosi: 15 anni

Hanno partecipato a questo studio nove donne con diagnosi di fibromialgia, di età compresa tra 31 e 64 anni, con un tempo dalla diagnosi compreso tra 5 e 29 anni, come si può vedere nella tabella precedente.

Con ciascuna partecipante si è svolto un colloquio individuale iniziale per facilitare il coinvolgimento nel gruppo, affrontare le aspettative, ridurre l’ansia e presentare la struttura degli incontri (Rasera e Japur 2007). Questo momento ha permesso anche di chiarire dubbi, comprendere le motivazioni e firmare il modulo di consenso informato. Lo studio è stato approvato dal Comitato etico per la ricerca della FFCLRP—Università di San Paolo con il protocollo numero 22676719.7.0000.5561, nel rispetto delle norme etiche nazionali e internazionali per la ricerca con esseri umani.

Sono stati condotti undici incontri di gruppo settimanali con la metodologia dell’Albero della Vita, facilitati da due figure professionali della psicologia. L’organizzazione e l’analisi delle sedute di gruppo sono state effettuate con la mappa dialogica (Nascimento et al. 2014; Spink 2010). Seguendo le procedure di questo strumento, chi ha condotto la ricerca (1) ha trascritto integralmente le sedute, con numerazione delle righe; (2) ha prodotto una trascrizione sequenziale, con tabelle organizzate per chi parlava, una sintesi del contenuto degli interventi e i temi trattati, il che ha permesso di individuare le dinamiche di posizionamento; e (3) ha costruito la mappa dialogica, in cui ogni colonna rappresenta un tema estratto e comprende i corrispondenti estratti di parola.

Questi incontri vengono presentati qui attraverso la discussione di (1) le strategie di coinvolgimento nel gruppo, (2) i principi e le risorse che hanno orientato l’azione della conduzione e (3) il modo in cui l’«Albero» è stato utilizzato e adattato.

2.1 Strategie di adesione al gruppo

Nel campo delle pratiche di gruppo, l’adesione è una sfida culturale. Questa sfida sembra alimentata dalla scarsa diffusione e comprensione dei benefici di queste pratiche, dallo stigma associato alla cura della salute mentale, spesso vista come individuale e privata, dalla diffidenza verso le pratiche di ricerca che comportano registrazione e diffusione dei dati, e da barriere strutturali legate alla disponibilità di tempo e ai trasporti.

Per aumentare l’adesione al gruppo, abbiamo svolto un colloquio iniziale e individuale con ciascuna partecipante, come già detto. Un’altra strategia è stata inviare un messaggio a ogni partecipante prima di ogni incontro, per confermarne la presenza e ricordarle l’orario.

Alla fine di ogni incontro si faceva una breve presentazione di ciò che sarebbe stato sviluppato nell’incontro successivo, il che permetteva alle partecipanti di riflettere in anticipo sul tema e apriva uno spazio per suggerimenti e/o richieste di costruzione condivisa del gruppo (Lion e Souza 2022).

Tutti gli incontri prevedevano una colazione, offerta all’inizio dalla conduzione; con il procedere degli incontri, le partecipanti hanno cominciato a contribuire spontaneamente portando dolci, stuzzichini, succhi e torte da condividere. Questo spazio ha favorito il rafforzamento dei legami e la condivisione di storie, come quando Gabriela ha portato al gruppo un pane dolce che aveva trovato qualche settimana prima in una panetteria, con lo stesso sapore di quello che le preparava la zia quando era bambina, appropriandosi del mangiare come atto collettivo che nutriva ricordi e sentimenti (de Certeau et al. 1997).

3 Come è stato utilizzato e adattato l’«Albero della Vita»

Per il suo carattere culturalmente adattabile, la metodologia narrativa dell’Albero della Vita può essere utilizzata in un’ampia varietà di contesti e popolazioni, nel rispetto delle specificità culturali, sociali e linguistiche di ciascun gruppo. La sua struttura simbolica e metaforica permette alle persone di raccontare le proprie storie a partire dai propri riferimenti, rafforzando le identità e favorendo la risignificazione delle esperienze in modo coerente con i loro valori e le loro convinzioni (Ncube 2006). Su questa base, seguendo il ritmo del gruppo e per lasciare più spazio al racconto e all’esplorazione, in ogni incontro sono state sviluppate una o due parti dell’Albero della Vita.

Intendendo il linguaggio come azione, e non solo come rappresentazione sociale della «realtà», si ritiene che il modo di porre le domande, ossia il modo in cui si formulano gli inviti al dialogo, influenzi i significati prodotti (McName 2014). In questo senso, la Tabella 2 mostra il rapporto con la proposta iniziale di ciascuna fase presentata da Ncube (2006).

Tabella 2 — Presentazione delle parti dell’albero, degli incontri, di ciò che rappresentano e di come sono state presentate al gruppo

  • Presentazione (incontro 1). Che cosa rappresenta: Presentazione; costruzione di accordi comuni—comprendere ciò che ciascuna partecipante chiede al gruppo. Come è stata presentata al gruppo: Conduzione 1: «Che cosa vi serve che accada in questo gruppo per sentirvi a vostro agio?» «La seconda cosa a cui vorrei che pensaste è che vi presenterete a partire da un momento significativo della vostra vita, tipo, sapete, un ricordo che avete di voi stesse e della vostra storia».
  • Albero (incontro 2). Che cosa rappresenta: Pensare a un albero che abbia radici, terreno, tronco, rami, foglie, frutti e fiori. Come è stata presentata al gruppo: Conduzione 1: «Quando pensate a un albero, qual è il primo che vi viene in mente? Può essere un albero che vedete tutti i giorni o uno che segna un momento della vostra vita. Può essere reale o immaginario, purché abbia tutte le parti. E poi parleremo un po’ del perché abbiamo scelto quell’albero». Conduzione 1: «Disegnatelo come volete, purché sia un albero con le radici. Quindi disegnate l’albero con le radici, con il tronco, il terreno, i rami, le foglioline, i fiori e i frutti. Ce la fate? E lasciate correre la creatività, va bene?».
  • Radice (incontro 2). Che cosa rappresenta: Da dove si viene (ad es. quartiere, città, paese); storia familiare (origini, cognome, antenati, famiglia allargata); chi ci ha insegnato più cose; musiche o danze del luogo di origine; influenze forti che ci hanno reso ciò che siamo. Come è stata presentata al gruppo: Conduzione 1: «Pensiamo all’idea di tutto ciò che simboleggia le vostre radici. Può essere un ricordo di qualcosa di specifico». Conduzione 2: «Le influenze». Conduzione 1: «Le influenze… esatto. E se ci sono state persone importanti per quelle radici del vostro albero. Tutto ciò che ha ancorato le vostre radici e che ancora oggi rafforza il vostro albero. E poi parlerete di una canzone o di una musica o di qualche altro tipo di espressione che adesso mi sfugge. Un film, un libro, qualcosa che ha segnato la vostra storia e che ogni tanto ricordate ancora. Non deve essere tutto quello che vi viene in mente, ma mettete quello che vi viene per primo (…) Quindi, musica, un luogo che per voi è importante… persone che hanno segnato la vostra storia. L’idea è mettere le cose che vi hanno reso l’albero che siete oggi. Pensiamola così, no?».
  • Terreno (incontro 3). Che cosa rappresenta: Ciò che la persona sta vivendo in questo momento; su che cosa si appoggia per andare avanti?; che cosa la tiene in piedi?; che cosa fa quando ha bisogno di trovare forza?. Come è stata presentata al gruppo: Conduzione 2: «Che cosa vi nutre? Ah, questa mi piace, che cosa vi nutre? Che cosa vi tiene in piedi? Perché le radici impediscono all’albero di cadere, ma il terreno è ciò che lo tiene lì, intorno a voi, no? Che cosa vi tiene in piedi? Adesso si tratta del presente, va bene?». Conduzione 1: «Che cosa vi fa alzare ogni giorno? Può essere qualsiasi cosa, da una canzone che ogni volta che l’ascoltate vi tira su il morale, a una persona, a un posto dove vi piace andare, quello che volete portare in questo senso».
  • Tronco (incontri 3 e 4). Che cosa rappresenta: Competenze; capacità; valori; conoscenze. Come è stata presentata al gruppo: Conduzione 1: «Che cosa vi ha permesso di sviluppare la fibromialgia in termini di competenze? Perché facciamo questa domanda? Perché di solito pensiamo a ciò che ci toglie. A ciò che ci ha tolto, no? Ma forse questa domanda dovrà venire in un altro momento. Quando la fibromialgia vi ha fatto visita. Visto che vi fa visita. Quali competenze avete dovuto sviluppare per convivere con la sua presenza?». Conduzione 1: «Come competenze, come nuovi valori per la vostra vita, come forza?». Conduzione 1: «Quali sono le vostre competenze nella vita? Se poteste dire tre cose in cui siete brave. Possono essere competenze, oppure anche valori importanti, per esempio cose che nella vita non negoziate. Sapete, quelle cose per cui dite: no, questo ce l’ho così radicato che non lo negozio. Cose per cui dite: in questo sono brava».
  • Rami (incontro 5). Che cosa rappresenta: Che cosa volete raggiungere in questa vita?; che cosa volete essere o fare in futuro?; sogni; obiettivi. Come è stata presentata al gruppo: Conduzione 1: «Che cosa volete essere o fare in futuro? Un sogno, un obiettivo». Conduzione 1: «Nei rami c’è ciò che volete raggiungere in questa vita, che cosa volete, un sogno? Un obiettivo, uno scopo, i vostri rami».
  • Foglie (incontro 6). Che cosa rappresenta: Persone importanti nella vostra vita. Come è stata presentata al gruppo: Conduzione 1: «Le foglie sono le persone della vostra vita (…) possono anche essere persone che non ci sono più, persone che sono morte».
  • Frutti (incontro 7). Che cosa rappresenta: Doni ricevuti; dimostrazioni di affetto. Come è stata presentata al gruppo: Conduzione 1: «Ecco, doni ricevuti, dimostrazioni di affetto che hanno lasciato il segno. Credo che l’esempio di quello che sta raccontando Eva sia proprio quello che propongo qui per i frutti, no?». Conduzione 1: «Sono i contributi che vorreste offrire ad altre persone. Perché è così, sono i fiori che diventeranno i nuovi frutti che gli alberi avranno, ma sono ancora piccoli fiori».
  • Semi e fiori (incontro 7). Che cosa rappresenta: Contributi che la persona vorrebbe offrire ad altre persone. Come è stata presentata al gruppo: Conduzione 1: «Allora, sto pensando, no?, che l’ultima parte del nostro albero sono i semi e i fiori. Guardate quanto sono simbolici. Perché dopo che il frutto cade, i fiori dell’albero ricompaiono. Fa dei fiori e dentro, di solito, ci sono dei semini perché ne possano nascere altri alberi, no? (…) Ed è la fine, ma allo stesso tempo è di nuovo l’inizio, no?». Conduzione 1: «I semi e i fiori sono contributi che vorreste dare. Possono essere cose che volete sviluppare in voi stesse, progetti, o fiori che verranno».
  • Foresta (incontro 8). Che cosa rappresenta: Ciò che unisce questa foresta. Come è stata presentata al gruppo: Conduzione 1: «Oggi ci è venuta un’idea. Se guardiamo i nostri alberi dall’alto, è come una foresta. Abbiamo parlato di tante cose che abbiamo condiviso; di altre no; cose uguali, cose diverse. Che cosa provate guardando la nostra piccola foresta?». Conduzione 1: «Che cosa sentite che li unisce? Che cosa vi viene in mente quando li guardate tutti insieme?». Conduzione 1: «E alla luce di ciò di cui abbiamo parlato negli ultimi incontri, che cosa pensate ci sia di forte nella foresta che abbiamo creato?».
  • Tempesta della vita (incontro 8). Che cosa rappresenta: Rischi che gli alberi e le foreste affrontano. Come è stata presentata al gruppo: Conduzione 1: «Trovo interessante quello che ha detto Rosa, che l’unità rispetta la diversità, no?, e pensavo che, quando guardate questa foresta, ogni foresta ha dei rischi, no? Per esempio, in Brasile è l’attività mineraria, no?, che sta distruggendo la foresta. Quando guardate questa foresta, quali sono i rischi (…) e le sfide che sentite che ogni albero e la foresta nel suo insieme vivono? Quali sono i rischi? Se vi guardate oggi, accidenti Neftali, credo che il rischio che mette in pericolo la nostra foresta sia questo. Voi che cosa direste?».
  • Cerimonia collettiva (incontro 9). Che cosa rappresenta: Pensare insieme alla struttura della chiusura finale. Come è stata presentata al gruppo: Conduzione 1: «Ma allora oggi, no? Credo che l’incontro di oggi sia pensato perché abbiamo un po’ di tempo per parlare, che penso ci serva; sembra che abbiamo diverse cose. E anche perché pensiamo un po’ alla nostra presentazione, no? Pensiamo a che cosa offriremo a xxx come gruppo. (…) Quello a cui continuo a pensare è tipo: che cos’è il nostro gruppo? Ognuna di voi; potremmo pensare di offrirlo a queste, probabilmente donne, no? Di solito sono per lo più donne, che vivono anche loro quello che vivete voi. Possiamo raccontare loro un po’ che cosa è stato il nostro gruppo. Possiamo raccontare loro un po’ le competenze che vi aiuteranno, che vi hanno aiutato a superare ciò di cui abbiamo parlato, no? Possiamo scrivere una poesia o cantare una canzone, magari, al gruppo; è il nostro spazio; decidiamo noi che cosa vogliamo fare».
  • Cerimonia collettiva interna (incontro 10). Che cosa rappresenta: Non fa parte del modello inizialmente proposto da Ncube (2006), ma è stato proposto quanto segue:; costruire un momento di chiusura interna; presentare il riscontro richiesto dalle partecipanti; onorare le storie e il tempo condiviso. Come è stata presentata al gruppo: Conduzione 1: «Prima di tutto volevo ringraziarvi per essere qui, no? Oggi concludiamo il nostro incontro intimo, no?, tra di noi. E allora ho pensato, come promesso, Eliane, a un modo per portarvi il nostro sguardo in quest’ultimo giorno… E che cosa abbiamo organizzato? Sì, scoprirete i miei talenti artistici, va bene? Vedete? C’è un ramo per ciascuna di noi, va bene? Ognuno di loro, e poi alla fine voglio che ciascuna di noi scriva il proprio nome sui rami».
  • Cerimonia collettiva con la comunità (incontro 11). Che cosa rappresenta: Celebrare con la comunità.

Poiché la metodologia narrativa collettiva Albero della Vita è aperta ad adattamenti per rispondere a contesti e richieste diversi, come sottolineano Jacobs (2018) e Stiles et al. (2021), nel tronco è stato aggiunto un momento per parlare delle competenze sviluppate a seguito della diagnosi di fibromialgia. Questo momento ha permesso alle partecipanti di parlare della propria diagnosi senza attribuirle un potere d’azione sulle loro storie, una proposta che non si trova né nel modello originale della metodologia creato da Ncube (2006) né negli studi che hanno proposto di lavorare con le diagnosi attraverso l’Albero della Vita.

Questo adattamento è stato fatto in risposta a una richiesta delle partecipanti, che si erano accorte che, pur condividendo la diagnosi di fibromialgia, avevano concluso il secondo incontro senza parlarne in modo più esplicito, perché sia la presentazione proposta dalla conduzione sia le radici, la parte dell’albero sviluppata nel secondo incontro, avevano evocato storie di vita al di là di quelle attraversate dalla diagnosi.

Nel terzo incontro, dopo che la conduzione aveva introdotto la fibromialgia nella struttura della metodologia, le partecipanti hanno affermato all’unanimità che parlare della fibromialgia in questo modo le aveva aiutate a imparare «dalle esperienze di vita le une delle altre», come ha detto Helena, una delle partecipanti.

Attraversata dall’esperienza di un corpo dolorante, la diagnosi di fibromialgia sembra raccontare su di loro un’unica storia possibile e vera, come osservano Gergen e McNamee (2000). Il discorso diagnostico metteva a tacere le narrazioni sulla capacità di agire di queste donne in relazione al loro dolore, alla diagnosi stessa, alla famiglia, al lavoro e ai diversi aspetti della loro vita. Parlare della fibromialgia in modi non abituali e non rigidi, non confinati dalla diagnosi, ha quindi permesso di riconoscere, rafforzare ed esplorare costruzioni identitarie sostenute principalmente da tre narrazioni di sé: (a) il rapporto di queste donne con le loro storie ed esperienze di caregiver, (b) l’esperienza di essere curate e (c) la cura di sé. Queste narrazioni hanno permesso loro di riconoscere la propria capacità di reinventarsi di fronte alle sfide della vita. Come propone Ncube (2006), questo approccio non ha fatto della metodologia un semplice momento di catarsi, ma un’occasione per ampliare le narrazioni di fronteggiamento. Ha inoltre messo in luce la necessità che il personale e le istituzioni sanitarie considerino l’intersezionalità tra fibromialgia, genere, classe sociale e razza nei loro approcci di cura e di trattamento.

4 Principi e risorse che hanno orientato gli incontri

4.1 Accoglienza iniziale nel gruppo

All’inizio di ogni incontro, la conduzione chiedeva: «Com’è stato venire al gruppo oggi?», cercando di capire come fossero arrivate le partecipanti, sia dal punto di vista emotivo sia da quello fisico, per creare spazio per le richieste e le cure necessarie. Un esempio prodotto da questa domanda di accoglienza si è avuto nel quarto incontro quando, in una giornata fredda, le partecipanti hanno riferito di sentire più dolore del solito. Lo spazio per parlare del proprio benessere ha permesso di rafforzare cure specifiche, come non prolungare il tempo inizialmente previsto per quell’incontro e offrire tè o caffè più spesso per riscaldarsi.

Questo momento di accoglienza iniziale si è rivelato un autentico momento di condivisione e di curiosità, che ha permesso di trasformare i disagi e i bisogni individuali in cura collettiva (Freedman e Combs 1996).

4.2 Conversazioni esternalizzanti

Nello sforzo di produrre conversazioni esternalizzanti (White e Epston 1993) che rafforzassero la capacità di agire delle partecipanti con fibromialgia, nel tronco dell’albero sono state introdotte alcune domande: «Guardando il suo percorso, quali competenze ha sviluppato con l’arrivo della fibromialgia?», «Com’è stato l’arrivo della fibromialgia nella sua vita?», «Per quanto tempo la fibromialgia le ha impedito di stare bene?» e «Ha mai sentito che la sua presenza era più forte della presenza di lei (la fibromialgia) nella sua vita?». In questo modo di porre le domande, la fibromialgia era intesa come qualcosa che non veniva ricevuto passivamente, e le partecipanti erano invitate a nominare e riconoscere la capacità di agire che avevano prodotto nel loro rapporto con il problema.

4.3 Ampliare le metafore

In un movimento non guidato dalla conduzione, i significati inizialmente attribuiti alla metafora dell’albero sono stati ampliati dalle partecipanti. Sebbene nel secondo incontro fosse stata data loro la possibilità di scegliere un albero preciso come metafora per l’intera metodologia, quando si è parlato dei fiori le partecipanti non sembravano riconoscere, in quella scelta iniziale, una metafora che giustificasse la descrizione di sé che desideravano dare, e hanno scelto fiori che le rappresentassero.

Adriana si vedeva come un mandacaru, un fiore autoctono che cresce nei terreni semiaridi del Nord-Est del Brasile perché, così come questo fiore è sopravvissuto a molti deserti e siccità, anche lei si percepiva «forte, perché nessun vento la butta giù». Elsa si vedeva come un tulipano perché «il fiore nasce e, passato il suo tempo, muore, ma il bulbo resta lì e l’anno dopo germoglia di nuovo».

Comprendendo che il significato è delimitato da un contesto circoscritto di linguaggio e che le parole non sono prive di senso (Andersen e Bergallo 2022; Gergen 1997), le partecipanti hanno cambiato il nome da foresta a frutteto. Il gruppo, come il frutteto, si caratterizzerebbe come un insieme di alberi da frutto, mentre una foresta sarebbe composta da un’ampia varietà di alberi che non necessariamente danno frutti. Anche il significato dato alla parola «frutto» è stato un ampliamento operato dalle partecipanti poiché, nella metodologia, indicava originariamente i doni ricevuti dalla vita, mentre nella fase della foresta lo hanno usato per indicare ciò che avevano prodotto nelle loro storie di vita.

4.4 Recupero di momenti significativi

La presentazione delle partecipanti al gruppo è stata guidata dalla richiesta di condividere un momento significativo della propria storia personale. Questo approccio le ha incoraggiate a recuperare narrazioni alternative di sé al di là di quelle legate alla diagnosi, passando da una posizione passiva —quella di ciò che «significa essere una donna con fibromialgia»— a una attiva, in cui si presentavano come donne che sviluppano risorse pratiche e discorsive per affrontare la fibromialgia nella propria vita. Ciò ha permesso loro di parlare di sé al di fuori di una cornice patologizzante, offrendo ricchi esempi delle proprie competenze e strategie personali, come intraprendere azioni di cura di sé, porre limiti alle persone della propria vita e delegare responsabilità, tra le altre.

Inoltre, questo modo di presentarsi ha messo in luce risorse di fronteggiamento condivise e storie collettive di forza, favorendo la costruzione di un’identità collettiva all’interno del gruppo. Le donne si sono riconosciute non solo in relazione alla fibromialgia, ma anche come persone che affrontano il peso di molteplici ruoli e gli effetti dell’invecchiamento, individuando le influenze intrecciate di genere, razza e classe sociale. Al di là di queste riflessioni sul fronteggiamento, le partecipanti hanno indicato anche il fatto stesso di far parte del gruppo come una risorsa potente che ha contribuito a dare forma a un’identità collettiva.

4.5 Dall’individuale al collettivo

Nei fondamenti teorici delle pratiche narrative collaborative (PNC), Denborough (2008b) cita l’influenza dell’educatore e filosofo brasiliano Paulo Freire, che ha introdotto il concetto di «unità nella diversità». Freire (2020) propone che riconoscere punti di incontro in un gruppo attraverso la condivisione di esperienze individuali permetta di recuperare forze sia individuali sia collettive di fronte alle narrazioni dominanti e alle logiche di oppressione.

La conduzione ha cercato questo riconoscimento, come si è visto quando una delle persone che conducevano il gruppo ha fatto notare quanto segue: «Sembra che in tutte le radici, ed è quello che volevo verificare con voi, la fede compaia come qualcosa che unisce le radici delle storie che avete portato; è così?». Questa osservazione ha poi reso possibili conversazioni in cui la fede si è mostrata come uno spazio di sostegno e di riparo di fronte alle avversità, indebolendo narrazioni consolidate di solitudine e/o di abbandono.

Per concludere gli incontri, la conduzione ha dipinto ad acquerello un grande albero su cui ciascuna partecipante ha scritto il proprio nome su un ramo, a simboleggiare l’albero costruito collettivamente nel corso degli incontri, un albero poi presentato alla comunità nella cerimonia pubblica di chiusura (Figura 1).

Albero della vita ad acquerello.
FIGURA 1. Albero della vita ad acquerello.

4.6 Riscontro delle partecipanti sul processo di gruppo

Le partecipanti hanno chiesto alla conduzione un momento in cui ricevere un riscontro sulla partecipazione individuale di ciascuna donna al gruppo. Questa richiesta sembrava legata alla loro preoccupazione di rispondere alle aspettative della conduzione riguardo al gruppo.

In qualità di testimoni delle storie condivise, e cercando di rispondere alla richiesta senza riprodurre modelli di valutazione positivisti, la conduzione ha privilegiato uno sguardo apprezzativo sul percorso di ciascuna partecipante nel gruppo, recuperando in forma poetica i valori, le competenze e le conoscenze condivisi nel corso degli incontri. Per ogni partecipante è stata scelta una poesia della poetessa brasiliana Ryane Leão, che è stata letta e consegnata a ciascuna insieme a una rosa colorata.

Svolgere un incontro di riscontro ha permesso alle partecipanti di guardare con apprezzamento alle proprie storie e al processo prodotto collettivamente, mettendo in luce quanto fosse importante costruire uno spazio di apprendimento e di scambio che permettesse loro, come ha osservato Helena, di «non irrigidirsi di fronte ai problemi».

4.7 Considerazioni finali

La metodologia narrativa collettiva Albero della Vita in un gruppo di donne con fibromialgia si dimostra flessibile ad adattamenti che rispondono ai bisogni, alle richieste e al contesto culturale delle partecipanti. I principi e le cure che hanno orientato gli incontri, oltre a produrre legami e adesione alla metodologia, hanno dato alle partecipanti una capacità di agire personale sulle proprie storie e hanno rafforzato narrazioni alternative alla logica diagnostica. Questo studio mette in luce non solo l’intenzione della metodologia dell’Albero della Vita di non rispondere a narrazioni consolidate, ma anche l’impegno a produrre un linguaggio collettivo ed esternalizzante, che onora il racconto e il ri-racconto delle storie di vita e dei loro ritmi.

Nonostante l’efficacia dell’uso della metodologia dell’Albero della Vita con questa popolazione, in questo studio non è stato possibile determinare il consolidamento nel lungo periodo delle narrazioni alternative emerse nell’esperienza quotidiana. Un limite importante di questo studio è l’assenza di dati longitudinali, che impedisce di valutare la tenuta dei cambiamenti narrativi nel tempo. Negli studi futuri si dovrebbero prevedere incontri di follow-up per misurare le narrazioni consolidate e le trasformazioni identitarie dopo l’intervento. Inoltre, ispirandoci agli adattamenti fatti nella creazione del tronco, riteniamo che modificare la metodologia e formulare domande esternalizzanti sulla fibromialgia in ogni fase della creazione dell’albero potrebbe arricchire ulteriormente la metodologia.

Complexe Systémique: punti chiave

Questo testo è meno uno studio di esiti che un quaderno di pratica, ed è proprio questo a renderlo utile. Mostra come l’Albero della Vita, concepito per bambine e bambini dell’Africa australe, possa essere piegato a un altro contesto: una colazione condivisa che sostiene l’adesione, una domanda di accoglienza che trasforma il dolore della giornata in cura collettiva, una fase del tronco aggiunta su richiesta delle partecipanti per parlare della fibromialgia senza consegnarle il controllo della propria storia. Il gesto più sistemico è venuto dal gruppo stesso: ribattezzare la foresta frutteto significa non farsi più definire dalla diagnosi ma da ciò che si produce. La lettura intersezionale, genere, classe, razza, apre una strada che la cura del dolore cronico trascura spesso. I limiti sono dichiarati: nessun dato di follow-up, e il metodo di analisi resta descritto in modo sommario. Da leggere insieme a i gruppi narrativi per famiglie in lutto in Brasile e a l’articolo sull’esternalizzazione del problema.

Note dell’originale

Ringraziamenti. Ricerca finanziata dalla Fondazione per il sostegno alla ricerca dello Stato di San Paolo (FAPESP). I costi di pubblicazione (APC) di questa ricerca sono stati finanziati dalla Coordenação de Aperfeiçoamento de Pessoal de Nível Superior - Brasil (CAPES) (identificatore ROR: 00x0ma614).

Conflitti di interesse. Chi firma l’articolo dichiara di non avere conflitti di interesse.

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Traduzione non ufficiale in italiano di The Use of the Tree of Life in a Women's Group With Fibromyalgia, di Neftali Beatriz Centurion, Laura Vilela e Souza, Clara Moria e Camila Martins Lion, Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, vol. 46, no 3 (2025), doi: 10.1002/anzf.70013, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (tabelle presentate sotto forma di elenchi). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Questo è l’articolo originale «The Use of the Tree of Life in a Women's Group With Fibromyalgia», pubblicato in Australian and New Zealand Journal of Family Therapy (2025) con licenza CC BY 4.0. Traduzione non ufficiale in italiano di Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Centurion, N. B., Vilela e Souza, L., Moria, C., e Martins Lion, C. (2025). The Use of the Tree of Life in a Women's Group With Fibromyalgia. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/the-use-of-the-tree-of-life-in-a-women-s-group-with-fibromyalgia (Opera originale pubblicata nel 2025 in Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, 46(3), e70013 (2025); ripubblicata nel 2025 da Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/anzf.70013)

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