Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Child and Adolescent Social Work Journal · Tutela dell’infanzia
Perché chi durante l’infanzia è passato per i servizi di tutela dell’infanzia li ritrova così spesso una volta diventato genitore? Invece di affidarsi soltanto alla teoria dell’attaccamento e alla teoria dell’apprendimento sociale, un gruppo australiano di servizio sociale rilegge questo «ciclo» alla luce di sessant’anni di ricerca sul trauma intergenerazionale: discendenti di persone sopravvissute a genocidi e guerre, famiglie sfollate, popoli colonizzati, studi sugli animali ed epigenetica. Emergono due nozioni: le vulnerabilità ereditate, che si attivano sotto stress, e i rimedi innati, che le comunità sanno mobilitare.
Traduzione non ufficiale in italiano di Inherited Vulnerabilities and Innate Remedies: Reframing “Cycles of Child Maltreatment” Through Attention to the Wider Literature on Intergenerational Aspects of Trauma and Healing, di Crysta Bowe, Cate Thomas e Patricia Mackey, pubblicato in Child and Adolescent Social Work Journal (Springer) (2026), doi: 10.1007/s10560-025-01027-9, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le dichiarazioni di fine articolo sono raggruppate nelle note. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Quando la fonte del danno è anche la fonte delle cure, si crea per il bambino o la bambina un dilemma irrisolvibile.
Crysta Bowe, Cate Thomas e Patricia Mackey
Abstract
La ripetizione dell’abuso e della trascuratezza nei confronti dell’infanzia nel corso delle generazioni è stata ampiamente osservata e studiata, eppure il problema resta poco compreso e concettualizzato in modo ristretto. Questa discussione, incentrata a grandi linee sul contesto australiano della tutela dell’infanzia, esamina la ricerca più ampia sul trauma intergenerazionale e sulla resilienza in altre coorti di persone sopravvissute e prende poi in considerazione le possibili implicazioni di queste conoscenze per le politiche e le pratiche di tutela dell’infanzia. Ne emerge che le esperienze di danno e di avversità vissute da un antenato possono tradursi, nei discendenti, in vulnerabilità non deterministiche verso una sintomatologia legata al trauma, che spesso si attiva in periodi di stress o di minaccia percepita, tra cui la genitorialità e gli interventi istituzionali di tutela dell’infanzia. Dalla letteratura emerge anche l’inscindibilità di trauma intergenerazionale e guarigione, che indica strategie di resilienza e di recupero utilizzabili e ulteriormente sviluppabili per sostenere le famiglie quando dei minori hanno subito danni nel corso delle generazioni. Nel complesso, le conoscenze più ampie sul trauma intergenerazionale hanno la capacità di plasmare approcci più olistici, empatici, preventivi e centrati sulle risorse nei contesti contemporanei di tutela dell’infanzia.
Parole chiave: Trauma intergenerazionale, Abuso e trascuratezza dell’infanzia, Maltrattamento infantile, Ciclo dell’abuso, Benessere dell’infanzia, Tutela dell’infanzia
La prevalenza dell’abuso e della trascuratezza nei confronti dell’infanzia in Australia è in graduale aumento (Australian Institute of Health & Welfare, 2022; Curtis et al., 2016): il 62% delle persone australiane intervistate riferisce una qualche forma di maltrattamento nell’infanzia (Mathews et al., 2023) e, tra il 2016–2017 e il 2020–2021, le segnalazioni di abuso e trascuratezza dell’infanzia in Australia sono aumentate del 40%, i casi accertati di danno a minori del 7,2% e gli ingressi in accoglienza fuori famiglia del 7,3% (Australian Institute of Health & Welfare, 2022). Una lente intergenerazionale aiuta a spiegare questi tassi crescenti. La letteratura esistente mostra che, sebbene la continuità intergenerazionale del maltrattamento infantile sia tutt’altro che inevitabile (Augustyn et al., 2019; Bartlett, 2012; Mitkovic Voncina et al., 2017), una storia di maltrattamento nell’infanzia costituisce un fattore di rischio di intervento istituzionale di tutela dell’infanzia nella propria successiva genitorialità (Assink et al., 2018; Barker et al., 2019; Krutzinna, 2021; Madigan et al., 2019; Putnam-Hornstein et al., 2015). Uno studio riporta che il 6,7% della prole di genitori che avevano subito abusi fisici e/o sessuali nell’infanzia era stata segnalata ai sistemi di tutela dell’infanzia entro 13 mesi dalla nascita, contro lo 0,4% di chi aveva genitori senza una storia di abusi precoci (Dixon et al., 2005), mentre un altro rileva che una storia materna di danno segnalato o accertato aumenta del 72% la probabilità che la propria prole venga segnalata per maltrattamento (Bartlett et al., 2017). Una recente analisi dei dati della tutela dell’infanzia nell’Australia Meridionale su un periodo di 30 anni ha rilevato che il 22,1% dei minori con genitori con una storia di maltrattamento nell’infanzia era stato segnalato, sottoposto a indagine e riconosciuto vittima di abuso e/o trascuratezza e che il 10,7% aveva trascorso un periodo in accoglienza fuori famiglia, contro il 2,0% (segnalazioni accertate) e lo 0,5% (ingresso in accoglienza) dei minori i cui genitori non avevano subito maltrattamenti nell’infanzia (Armfield et al., 2021).
Il corpus di evidenze, esistente e in rapida espansione, sulla trasmissione del trauma attraverso le generazioni – un concetto eterogeneo ma altamente applicabile, secondo cui i sintomi del trauma si manifestano nei discendenti delle persone sopravvissute – è, con poche eccezioni (Menzies, 2019a; Walker, 1999), sorprendentemente assente dalla letteratura sul maltrattamento infantile intergenerazionale (Frazier et al., 2009; Leeman, 2018) e, in quanto tale, può rappresentare una risorsa in gran parte inutilizzata per affrontare la sfida dell’abuso e della trascuratezza intergenerazionali. Questo fenomeno designa la presenza di sintomi emotivi, psicologici e somatici associati al trauma in discendenti di persone sopravvissute che non hanno vissuto direttamente l’evento traumatico (Dass-Brailsford, 2007; Lev–Wiesel, 2007; van Ijzendoorn et al., 2003). Il trauma intergenerazionale è stato individuato ed esaminato in diverse coorti nell’arco di vari decenni, a partire dagli studi di casi clinici sulla prole di persone sopravvissute all’Olocausto negli anni Sessanta (Kellerman, 2001; Rakoff et al., 1966), per poi riprendere slancio in epoca contemporanea con l’apporto di evidenze scientifiche sulle alterazioni epigenetiche dell’espressione del DNA nei discendenti delle persone sopravvissute (Roberts et al., 2018; Yehuda et al., 2014; Youssef et al., 2018).
La lente del servizio sociale e la sua attenzione alla «persona nel suo ambiente» (Green & McDermott, 2010) applicano a individui e famiglie una comprensione contestuale, che considera le influenze individuali, sistemiche e sociali e gli scambi tra di esse e integra nella pratica molteplici fonti di conoscenza (Connolly & Harms, 2013). Tutto ciò non può che arricchirsi grazie a una profonda comprensione dei contesti e dei saperi storici e intergenerazionali che possono essere pertinenti per il servizio sociale con famiglie coinvolte da più generazioni nei contesti di tutela dell’infanzia.
Questa rassegna della letteratura individua i temi presenti nelle conoscenze più ampie sugli adattamenti intergenerazionali al trauma, ne esplora il potenziale per orientare e migliorare le politiche e le pratiche nei contesti di tutela dell’infanzia e offre l’opportunità di riconcettualizzare il fenomeno dei minori maltrattati che diventano a loro volta genitori maltrattanti, integrando le conoscenze più ampie sul trauma intergenerazionale. Si apre con una breve discussione della portata e dei limiti della terminologia, per poi passare a una sintesi della ricerca sul maltrattamento infantile intergenerazionale. L’articolo propone quindi una sintesi dei temi e dei risultati della letteratura più ampia sul trauma intergenerazionale, che comprende il modo in cui diverse coorti di discendenti di persone sopravvissute hanno vissuto il trauma dei propri antenati e vi hanno risposto, nonché la ricerca biologica ed epigenetica sul tema. La successiva discussione sui due termini gemelli proposti nel titolo, «vulnerabilità ereditate» e «rimedi innati», mette in rilievo questi temi ed esplora la loro pertinenza per il lavoro nei contesti di tutela dell’infanzia. La discussione suggerisce che le esperienze intergenerazionali di danno e di avversità non portano automaticamente allo sviluppo, nei discendenti, di una sintomatologia di risposta al trauma sfavorevole; tuttavia, il trauma di un antenato può generare una predisposizione a tali difficoltà. Sottolinea inoltre che le persone sopravvissute e i loro discendenti sono intrinsecamente predisposti alla guarigione, al recupero e alla costruzione di senso post-traumatica, e mette in luce una serie di iniziative di recupero e di resilienza messe in atto da questi gruppi. Grazie alle percezioni trasformate che le conoscenze sul trauma intergenerazionale permettono di coltivare, diventano evidenti le implicazioni per le politiche, le pratiche e la ricerca nell’ambito della tutela dell’infanzia.
L’attuale terminologia relativa ai temi in discussione è al tempo stesso estesa e limitante. La ricerca sulla tutela dell’infanzia fa riferimento a cicli intergenerazionali o alla continuità dell’«abuso» (Egeland et al., 1988; Huefner et al., 2007; Jaffee et al., 2013), della «violenza» (Hellmann et al., 2018; Widom & Wilson, 2014), del «maltrattamento» (Dixon et al., 2005; Hirst & Jones, 2016; Thornberry et al., 2012; Tomison, 1996) e della «genitorialità» (Belsky et al., 2009), termini focalizzati in modo ristretto sui comportamenti genitoriali che causano un danno. La letteratura più ampia sul trauma utilizza una moltitudine di termini che pongono l’accento sull’esperienza di aver subito un danno, un approccio più empatico ma ugualmente centrato sul deficit. I più comuni sono «trauma intergenerazionale» (Dekel & Goldblatt, 2008; Fenton, 2018; Lev–Wiesel, 2007) e «trauma transgenerazionale» (Bako & Zana, 2020; Feldman, 2015; Fossion et al., 2015; Welford, 2019); alcuni studi distinguono i due termini specificando l’ereditarietà biologica epigenetica (intergenerazionale) e la trasmissione per altre vie (transgenerazionale) (Blake & Watson, 2016; Dias & Ressler, 2014a; Mbiydzenyuy et al., 2022). La ricerca utilizza anche, tra gli altri, termini come «trauma familiare ereditato» (Wolynn, 2017), «trauma generazionale» (Doucet & Rovers, 2010), «trauma transgenerazionale incrociato» (Jacobs, 2011; Nagata, 2013) e «sindrome degli antenati» (Esgalhado, 2003; Schützenberger, 2014). I termini affini «trauma collettivo» (Karenian et al., 2011; Menzies, 2019b), «trauma culturale» (Alexander et al., 2004; Halloran, 2004; Mangassarian, 2016) e «trauma storico» (Brave Heart et al., 2016; Sotero, 2006) si riferiscono a traumi vissuti da un gruppo, una comunità o una società, che vengono poi integrati nella comprensione collettiva e nell’identità intergenerazionale condivisa.
Diversi studi hanno riconosciuto i limiti di questa terminologia e la sua centratura sul deficit, e hanno utilizzato, accanto al discorso sul «trauma», termini come «crescita post-traumatica» (Dekel et al., 2013), «resilienza intergenerazionale» (Denov et al., 2019; Schofield et al., 2014) e «significato post-traumatico» (Moskowitz, 2015), per sottolineare la possibilità sia della guarigione sia di un progresso personale al di là dell’esperienza traumatica. Questi concetti non sono esenti da critiche: è stata segnalata la dipendenza metodologica da autovalutazioni retrospettive (Tedeschi et al., 2014; Zachry et al., 2022) ed è stato suggerito che una lente strutturale e sistemica potrebbe mostrare la resilienza e la crescita post-traumatica come più accessibili e raggiungibili per le persone privilegiate: chi ha una visione del mondo allineata con quella dominante, chi ha vissuto un trauma abbastanza forte da mettere in discussione convinzioni e presupposti ma non travolgente, e chi ha più facilmente accesso a sostegni e risorse (Lee, 2017; McLean et al., 2024). Quest’ultimo punto è senz’altro un elemento chiave del presente articolo, che esplora congiuntamente le vulnerabilità individuali e le condizioni ambientali che favoriscono o ostacolano la guarigione.
È stata rilevata anche l’inscindibilità di trauma e recupero: diversi studi sottolineano il processo di costruzione di senso che trasforma l’esperienza in modi diversi e porta allo sviluppo di valori, stili relazionali e identità unici (Kidron et al., 2019; Lehrner & Yehuda, 2018). Le esperienze interne ed esterne, le interazioni e i comportamenti, le visioni del mondo e di sé sono dunque una fusione dell’esperienza degli antenati e della sintesi individuale. Questa discussione intende onorare questo concetto sul piano lessicale e concettuale, utilizzando termini come «aspetti», «elementi», «adattamenti» e «risposte» intergenerazionali al trauma e al maltrattamento, per considerare simultaneamente gli esiti benefici e adattivi della sopravvivenza al trauma intergenerazionale insieme alle sue conseguenze più dannose.
L’idea che le persone che hanno subito abusi o trascuratezza nell’infanzia abbiano maggiori probabilità di arrecare a loro volta danno alla propria prole resta una delle teorie più durature (Fontana, 1973; Steele, 1976) e al tempo stesso più controverse (Belsky, 1993; Jiang et al., 2025; Newcomb & Locke, 2001) nel campo della ricerca e della pratica di tutela dell’infanzia. È senz’altro importante sottolineare che la stragrande maggioranza dei minori coinvolti nei sistemi di tutela dell’infanzia diventa poi genitore in modo sicuro e adeguato (Augustyn et al., 2019; Bartlett, 2012; Dixon et al., 2009; Mitkovic Voncina et al., 2017). Vi sono inoltre notevoli divergenze tra i risultati della ricerca (Bartlett et al., 2017; Langevin et al., 2021; Thornberry et al., 2012): una rassegna della letteratura ha rilevato che i tassi di continuità intergenerazionale riportati variavano dal 7 all’88% (Langevin et al., 2021). Ciò può dipendere in parte dall’eterogeneità dei criteri e delle metodologie di ricerca: alcuni studi si concentrano sui dati della tutela dell’infanzia (le cui definizioni variano da una giurisdizione all’altra), altri si basano su autovalutazioni retrospettive (fondate su descrittori diversi a seconda dello studio o sulle percezioni individuali delle persone partecipanti, e quindi soggette a bias di memoria [Widom et al., 2004]), altri ancora utilizzano vari questionari e strumenti standardizzati (come Adverse Childhood Experiences e il Childhood History Questionnaire) (Bartlett et al., 2017; Bywaters et al., 2020; Leve et al., 2015; Romero-Martínez et al., 2014). Ciononostante, il vasto corpus di evidenze secondo cui le esperienze di maltrattamento nell’infanzia sono correlate a comportamenti genitoriali che danneggiano la generazione successiva e al coinvolgimento dei sistemi istituzionali di tutela dell’infanzia (Armfield et al., 2021; Assink et al., 2018; Barker et al., 2019; Berlin et al., 2011; Dixon et al., 2005; Madigan et al., 2019; Marshall et al., 2011; Pears & Capaldi, 2001; Putnam-Hornstein et al., 2015; Russotti et al., 2021) suggerisce che il concetto di continuità intergenerazionale del maltrattamento infantile sia legittimo e pertinente.
Gran parte della letteratura si è concentrata sui fattori che possono moderare o attenuare la ricorrenza intergenerazionale del maltrattamento infantile, e i genitori che hanno subito danni nell’infanzia vengono spesso definiti, in base a queste caratteristiche, «chi perpetua il ciclo» o «chi spezza il ciclo» (Burke et al., 2021; Islam et al., 2023; McKenzie et al., 2021; Woods-Jaeger et al., 2018). Diversi studi hanno esplorato se il tipo e il momento del maltrattamento subito dai genitori nell’infanzia influissero sulla prevalenza e sulla forma del danno alla prole. Le enormi incoerenze nei punti di attenzione e nei risultati rendono tuttavia difficile individuare in modo affidabile temi o tendenze attraverso queste misure. Per esempio, alcuni studi riportano che la prole di un genitore che aveva subito abusi sessuali nell’infanzia aveva maggiori probabilità di subire un danno rispetto a quella di un genitore che aveva subito altre forme di abuso (Hall et al., 1998; Robboy & Anderson, 2011; Widom et al., 2015), mentre altri suggerivano che il rischio fosse massimo quando l’esperienza di danno del genitore era l’abuso fisico (Berlin et al., 2011; Bifulco et al., 2002; Oliveira et al., 2012; Pears & Capaldi, 2001; St-Laurent et al., 2019). Alcuni studi hanno riscontrato una trasmissione intergenerazionale del maltrattamento dello stesso tipo (Kim, 2009), per esempio genitori che avevano assistito a violenza domestica e familiare nell’infanzia e che avevano maggiori probabilità di mettere in atto comportamenti di abuso fisico (Al Dosari et al., 2017; Fulu et al., 2017; Jackson et al., 1999), mentre altri hanno rilevato nella seconda generazione un maltrattamento di tipo multiplo o diverso da quello subito dal genitore: per esempio, madri che avevano subito abusi fisici nell’infanzia mostravano comportamenti sia abusanti sia trascuranti, mentre una storia di trascuratezza nell’infanzia prediceva soltanto comportamenti genitoriali trascuranti (Yang et al., 2018). La diversità dei risultati è evidente anche nella ricerca sul momento in cui si è verificato il maltrattamento subito dal genitore: alcuni risultati suggeriscono, per esempio, che il rischio di sviluppare comportamenti genitoriali dannosi era significativo solo quando il maltrattamento del genitore si era verificato durante l’adolescenza (Thornberry & Henry, 2013), e che l’abuso fisico prima dei 13 anni era il miglior predittore per i padri, mentre l’abuso fisico dopo i 13 anni lo era per le madri (Romero-Martínez et al., 2014).
La ricerca mostra una maggiore uniformità nell’individuare le caratteristiche genitoriali e familiari che mediano o moderano il rischio di continuità intergenerazionale del maltrattamento. È risultato che i genitori giovani, in particolare quelli adolescenti, con una storia di abuso o trascuratezza nell’infanzia avevano maggiori probabilità di avere una prole che subiva danni (Bartlett, 2012; McKenzie et al., 2021; NSW Department of Communities & Justice, 2019; Putnam-Hornstein et al., 2015; Shusterman et al., 2021), così come le famiglie numerose (Hellmann et al., 2018) e i genitori con un livello di istruzione più basso (Fusco, 2015). È emerso inoltre che le esperienze di stress economico o comunitario aumentano i rischi di maltrattamento infantile intergenerazionale (Bennett et al., 2020; Dixon et al., 2009; Langevin et al., 2021; Ports et al., 2021), il che mette in rilievo il contributo dei fattori di stress e delle avversità della vita.
Una diagnosi di disturbo mentale nei genitori e una sintomatologia traumatica, come dissociazione, evitamento esperienziale e disregolazione emotiva, sono considerate un fattore di rischio per la continuità intergenerazionale del maltrattamento infantile (Islam et al., 2023; Marshall et al., 2011; McDonnell & Valentino, 2016; Pears & Capaldi, 2001; Russotti et al., 2021; Warmingham et al., 2020). La letteratura concorda in generale sul fatto che i genitori che hanno integrato ed elaborato la propria storia traumatica e sviluppato meccanismi di coping efficaci hanno maggiori probabilità di crescere una prole che non subisce abusi né trascuratezza (Amos et al., 2011; Borelli et al., 2019; Hall, 2011; Langeland & Dijkstra, 1995; Narang & Contreras, 2005).
Anche i sistemi di sostegno sociale relazionali ed ecologici dei genitori sono stati individuati come rilevanti per la ricorrenza o la discontinuità intergenerazionale del maltrattamento infantile. Gli studi hanno rilevato che l’isolamento sociale in età adulta era una risposta comune all’abuso o alla trascuratezza subiti nell’infanzia e al tempo stesso un fattore di rischio di danno ai minori, mentre disporre di una rete di sostegno sociale e familiare costituiva una protezione contro tale rischio (Bartlett & Easterbrooks, 2015; Dixon et al., 2009; Jaffee et al., 2013; Merrick & Guinn, 2018; Thornberry et al., 2013; Tracy et al., 2018). La ricerca ha rilevato che per molti genitori che erano stati in accoglienza fuori famiglia la genitorialità offriva un’occasione e una spinta per riallacciare i rapporti con la famiglia d’origine e guarire nel processo (Chamberlain et al., 2019; Mauri, 2023); uno studio ha rilevato che vivere in un nucleo di tre generazioni attenuava il rischio di continuità intergenerazionale del maltrattamento infantile (Kong et al., 2021). Altre ricerche hanno indicato come fattori di protezione una relazione di coppia sicura e stabile (Conger et al., 2013) e una solida rete di sostegno sociale (Thornberry et al., 2013; Tracy et al., 2018).
Un corpus significativo di ricerche indica che le persone adulte che hanno subito danni nell’infanzia sono maggiormente esposte al rischio di rivittimizzazione, spesso in relazioni segnate dalla violenza domestica (Classen et al., 2005; Dass-Brailsford, 2007; Huefner et al., 2007; Hulette et al., 2011; Renner & Slack, 2006; Richards et al., 2017; Webermann & Murphy, 2018). La presenza in casa di un adulto violento è risultata essere un fattore di rischio per la continuità intergenerazionale del maltrattamento infantile (Butler et al., 2020; Fusco, 2015), il che ha portato a ipotizzare che sia la vulnerabilità dei genitori sopravvissuti a ulteriori danni per mano di altre persone (spesso partner violenti) a esporre contemporaneamente la loro prole al rischio di danno (Dixon et al., 2005; Greene et al., 2020), in aggiunta alla visione tradizionale secondo cui i minori maltrattati crescono fino a diventare genitori maltrattanti.
I minori che hanno trascorso un periodo in accoglienza fuori famiglia sono particolarmente esposti a interventi di tutela dell’infanzia nella loro successiva genitorialità (Armfield et al., 2021; Fusco, 2015; Mauri, 2023; Wall-Wieler et al., 2018). Ciò ha portato il mondo della ricerca e dell’attivismo a denunciare l’isolamento sociale e il senso di impotenza spesso associati all’esperienza dell’accoglienza (Dempster-Rivett et al., 2022) e a proporre che lo Stato si assuma un livello di responsabilità maggiore e più duraturo nel sostenere le persone adulte che hanno trascorso un periodo in accoglienza fuori famiglia, in particolare quando a loro volta crescono la propria prole (Heberle et al., 2020; Hirst & Jones, 2016; Krutzinna, 2021; Schelbe & Geiger, 2017). Anche i minori indigeni e neri sono sovrarappresentati nei sistemi di tutela dell’infanzia (Cénat et al., 2023; Duthie et al., 2019). Nel 2020–2021, per esempio, il 17,2% dei minori indigeni australiani ha ricevuto servizi istituzionali di tutela dell’infanzia (contro il 2,1% dei minori non indigeni), il 4,3% è stato oggetto di segnalazioni accertate di abuso o trascuratezza (contro lo 0,9% a livello nazionale) e l’1,3% è entrato in accoglienza istituzionale fuori famiglia (contro lo 0,2% nell’intera Australia) (Australian Institute of Health & Welfare, 2022). Questa sovrarappresentazione ha attirato critiche ai sistemi di tutela dell’infanzia per la perpetuazione di un sistema di valori occidentalizzato e individualista, che non favorisce la collaborazione necessaria, il riconoscimento del trauma storico e lo spazio per le pratiche genitoriali culturali, indispensabili per un approccio decolonizzante e antirazzista (Bessarab & Crawford, 2013; Cénat et al., 2023; Funston & Herring, 2016; Menzies, 2019b; Nietz, 2018).
La letteratura sulla continuità intergenerazionale del maltrattamento infantile è stata criticata per le sue carenze metodologiche (Greene et al., 2020; Haselschwerdt et al., 2019; Madigan et al., 2019; McKenzie et al., 2021; Newcomb & Locke, 2001; Thornberry et al., 2012; Widom & Wilson, 2014), per aver ignorato variabili esterne come l’oppressione strutturale e le disuguaglianze (Bennett et al., 2020; Geiger et al., 2015) e per presupposti fragili basati sui risultati della ricerca (Bartlett et al., 2017). Le teorie causali sono un altro terreno di controversia: un gran numero di studi fa riferimento alla teoria dell’attaccamento di Bowlby (1979) e alla teoria dell’apprendimento sociale di Bandura (1977) come ai costrutti teorici più prolifici (Assink et al., 2018; Badenes-Ribera et al., 2020; Chamberlain et al., 2019; Finzi-Dottan & Harel, 2014; Iyengar et al., 2019; Marshall et al., 2022; Mitkovic Voncina et al., 2017; Özcan et al., 2016; Steketee et al., 2021). Ciò suggerisce che il problema possa essere concettualizzato, sul piano professionale e formativo, principalmente attraverso l’idea che le esperienze infantili formino una cornice interna di schemi relazionali e di comportamento che si ripete per tutta la vita, senza la dovuta attenzione ad altre teorie della trasmissione. La letteratura è stata criticata anche per un’attenzione eccessiva alla trasmissione per linea materna, con un’attenzione limitata ai padri (Greene et al., 2020; Negriff et al., 2020), e si limita per lo più a due sole generazioni quando esplora gli schemi intergenerazionali di danno. L’esame della letteratura più ampia sulle risposte intergenerazionali offre l’opportunità di considerare le implicazioni di questi limiti in questo corpus di ricerca e di arricchire le conoscenze esistenti con le prospettive alternative offerte dalla letteratura più ampia sulle risposte intergenerazionali al trauma.
La ricerca sulle risposte intergenerazionali al trauma contiene risultati tematici sorprendenti, pertinenti per il maltrattamento infantile intergenerazionale. Si ritiene in genere che questa ricerca fondativa sia cominciata negli anni Sessanta con le persone sopravvissute all’Olocausto e le loro famiglie (Barocas & Barocas, 1979; Danieli, 1998; Dass-Brailsford, 2007; Kellerman, 2001; Starman, 2006). Le osservazioni cliniche di disturbi mentali in adolescenti con genitori sopravvissuti all’Olocausto (Rakoff et al., 1966; Sigal et al., 1973; Trossman, 1968) e le autovalutazioni relative a disturbi del sonno e a sogni di persecuzione simili a quanto realmente vissuto dal genitore della persona studiata (Kellermann, 2013) hanno portato a studi empirici che cercavano di correlare le diagnosi cliniche di problemi di salute mentale con la condizione di avere un genitore sopravvissuto all’Olocausto (Adelman, 1993).
Questi studi hanno suscitato alcune critiche: in diversi lavori si è osservato che la ricerca si basava su una selezione distorta delle persone partecipanti, sull’assenza di gruppi di controllo e sul ricorso a dati aneddotici (Kellerman, 2001; Sagi-Schwartz et al., 2008; Solkoff, 1992; van Ijzendoorn et al., 2003). Inoltre, spesso non riuscivano a confermare l’ipotesi secondo cui la prole delle persone sopravvissute all’Olocausto presentava tassi di psicopatologia più elevati rispetto ai gruppi di controllo o alla popolazione generale (Kellerman, 2001; Leon et al., 1981; Levav et al., 2007; Sagi-Schwartz et al., 2003; Solkoff, 1992). Col tempo la ricerca ha scoperto che, sebbene la prole delle persone sopravvissute all’Olocausto rientrasse in genere nella norma del funzionamento psicologico, presentava un profilo psicologico comprendente fattori come la vulnerabilità alla sofferenza, l’ipervigilanza, problemi di separazione e individuazione, una ridotta autostima e difficoltà interpersonali, che potevano essere esacerbati o innescati (talvolta fino a soglie corrispondenti a una diagnosi clinica di malattia mentale) in risposta allo stress della vita (Baider et al., 2006; Giladi & Bell, 2013; Kellerman, 2001; Solomon et al., 1988; van Ijzendoorn et al., 2003). La ricerca indica che alcuni sottogruppi della prole delle persone sopravvissute all’Olocausto sono più vulnerabili, tra cui chi è nato poco dopo il trauma, la prole primogenita, chi ha entrambi i genitori sopravvissuti all’Olocausto e chi è stato esposto a narrazioni dell’Olocausto molto estese oppure molto ridotte nel discorso familiare (Kellerman, 2001). Quest’ultimo aspetto è stato aggravato da una «cospirazione del silenzio» (Danieli, 1984, p. 23; Danieli 1988, p. 220), poiché la società, comprese le professioni di aiuto, trovava gli orrori dell’Olocausto troppo sconvolgenti e dolorosi da vivere per interposta persona. Ciò ha rafforzato l’istinto delle persone sopravvissute, legato alla vergogna, a nascondere i ricordi traumatici, e ha fatto della casa di famiglia il luogo principale in cui le esperienze potevano essere discusse apertamente. Inoltre, gli studi che esplorano gli effetti intergenerazionali di diverse esperienze dell’Olocausto, o «relazione dose–effetto» (Burchert et al., 2017), osservano che la seconda generazione di persone sopravvissute all’Olocausto riferiva maggiori difficoltà di salute mentale quando aveva madri di 18 anni o meno, rimaste sole durante il genocidio (Aviad-Wilchek et al., 2013), il che indica una maggiore sensibilità al trauma nelle prime fasi della vita e il ruolo protettivo del legame sociale.
Le ricerche successive sugli adattamenti transgenerazionali al trauma, che proseguono fino a oggi, hanno corretto i difetti metodologici sopra descritti (Felton, 1998), si sono interessate alle sfumature della sintomatologia traumatica anziché limitarsi ai criteri diagnostici (Cohn & Morrison, 2018; Felton, 1998) e hanno esplorato la terza generazione di discendenti delle persone sopravvissute all’Olocausto (Aarons & Berger, 2017; Fossion et al., 2003). La letteratura sulle persone sopravvissute ai genocidi si è inoltre ampliata fino a includere gruppi come il popolo tutsi in Ruanda (Berckmoes et al., 2017; Rudahindwa et al., 2018), le persone sopravvissute al genocidio dei Khmer rossi in Cambogia (Field et al., 2011), la popolazione ucraina colpita dall’Holodomor (carestia provocata dallo Stato sovietico) (Zasiekina et al., 2021) e il genocidio armeno in Turchia (Kalayjian & Weisberg, 2002; Karenian et al., 2011).
Alcuni studi rivelano proporzioni più elevate di disturbi psicologici o di sintomi di livello clinico nei discendenti delle persone sopravvissute ai genocidi rispetto ai gruppi di controllo o alla popolazione generale (Danieli et al., 2015; Giladi & Bell, 2013; Karenian et al., 2011; Kidron et al., 2019; Letzter-Pouw et al., 2014; Perroud et al., 2014; Rudahindwa et al., 2018), mentre altri confermano il tema già menzionato della vulnerabilità a risposte più intense di fronte allo stress o alle avversità. Studi specifici concludono che i discendenti delle persone sopravvissute ai genocidi provavano più sofferenza di fronte a una malattia potenzialmente mortale rispetto alla popolazione generale (Baider et al., 2006), esprimevano più ansia per le minacce rappresentate dall’ISIS (Hoffman & Shrira, 2017), erano più preoccupati per la minaccia nucleare iraniana (Shrira, 2015) e avevano maggiori probabilità di ricevere una diagnosi di PTSD dopo il servizio militare rispetto a un gruppo di controllo di veterani di guerra (Solomon et al., 1988). Questi risultati indicano la pertinenza della prospettiva psicosociale diatesi-stress, secondo cui la psicopatologia può manifestarsi quando vulnerabilità preesistenti (biologiche o esperienziali) vengono attivate da fattori di stress diretti (Markward et al., 2000; Wolfner & Gelles, 1993).
La ricerca rivela, in molti discendenti delle persone sopravvissute ai genocidi, la sensazione di un segreto familiare o sociale stigmatizzato e taciuto, correlata a livelli più elevati di sofferenza emotiva (Berckmoes et al., 2017; Kahn & Denov, 2022; Loewenberg, 2012; Zasiekina et al., 2021). Anche i disturbi del sonno sono emersi come tema: diverse persone partecipanti a vari studi riferiscono incubi intensi relativi ai campi di concentramento, alla perdita di persone care e ad altri scenari legati al genocidio (Cohn & Morrison, 2018; Gertz, 1986; Kalayjian & Weisberg, 2002; Kellermann, 2013; Zasiekina et al., 2021).
La letteratura rileva anche una crescita post-traumatica e un adattamento positivo nei discendenti delle persone sopravvissute ai genocidi, in particolare nella terza generazione. Gli studi mostrano che i discendenti delle persone sopravvissute ai genocidi manifestano una maggiore compassione per la sofferenza umana (Kellerman, 2001), un marcato esame etico delle questioni contemporanee (Cohn & Morrison, 2018) e un’inclinazione all’attivismo e all’identificazione con la propria condizione di sopravvivenza (King, 2013). Diversi studi osservano che le generazioni successive, in particolare la terza, mostrano la disponibilità, persino il desiderio, di parlare apertamente dell’esperienza traumatica della propria famiglia, in contrasto con la tendenza a evitare l’argomento che caratterizzava spesso le persone sopravvissute stesse e, in misura minore, la loro prole (Fossion et al., 2003; Kahane-Nissenbaum, 2011; Miller & Miller, 1993; Zasiekina et al., 2021). Queste persone partecipanti riferiscono un senso di responsabilità nel preservare le informazioni in quanto forse ultima generazione ad aver conosciuto personalmente le persone sopravvissute al genocidio (Aarons & Berger, 2017; Chaitin, 2002; Greenfeld et al., 2022), un’attenzione alla giustizia e alla riparazione (Mangassarian, 2016), il rafforzamento dell’identità etnica e dei legami culturali (Der Sarkissian & Sharkey, 2021; Zasiekina et al., 2021) e un’influenza riparatrice sui propri antenati (Bar-On, 1995). Questi risultati pongono al centro la difesa dei diritti, la memoria, l’attivismo e la riappropriazione della cultura come occasioni significative di recupero, un fattore che potrebbe essere trasposto nel lavoro con le famiglie coinvolte da più generazioni nei contesti di tutela dell’infanzia.
La correlazione, spesso citata, tra l’esperienza di combattimento e lo sviluppo del PTSD (Castro-Vale et al., 2019; Suozzia & Motta, 2004) ha dato impulso alla ricerca sulla trasmissione del trauma attraverso le generazioni nei discendenti del personale militare (Dekel & Goldblatt, 2008; Lambert et al., 2014; Suozzia & Motta, 2004). Gli studi su questa coorte si sono concentrati in gran parte sulla comparsa di stress traumatico secondario, di traumatizzazione vicaria o di fatica da compassione, in modo analogo a quanto osservato nel personale di primo soccorso o nelle professioni di aiuto (Galovski & Lyons, 2004; Pearrow & Cosgrove, 2009; Suozzia & Motta, 2004). L’integrazione di queste ricerche sul trauma di guerra intergenerazionale nei contesti intergenerazionali di tutela dell’infanzia suggerisce, come il silenzio e il segreto già discussi a proposito delle persone sopravvissute ai genocidi, la necessità di prestare un’attenzione accurata alla narrazione del trauma quando si lavora con famiglie che hanno vissuto un maltrattamento infantile intergenerazionale.
Come nella letteratura già discussa sui discendenti delle persone sopravvissute ai genocidi, gran parte della ricerca si concentra sulla presenza o sull’assenza di diagnosi di disturbi mentali nella prole. Gli studi indicano che i minori di famiglie di veterani hanno maggiori probabilità di presentare comportamenti esternalizzanti clinicamente riconosciuti (come l’ADHD e il disturbo della condotta) rispetto a quelli di famiglie senza veterani (Bommersbach et al., 2022), un rischio maggiore di PTSD se il genitore con esperienza di guerra aveva ricevuto una diagnosi di PTSD (Galovski & Lyons, 2004), una maggiore probabilità di ricorrere a cure psichiatriche se il genitore soffriva di PTSD (Davidson & Mellor, 2001) e una maggiore probabilità di PTSD, depressione e ansia se i genitori con esperienza di guerra soffrivano di PTSD o erano stati prigionieri di guerra (Al-Turkait & Ohaeri, 2008). Tuttavia, un corpus notevole di ricerche non trova alcuna relazione tra l’esperienza bellica o il PTSD del personale militare e la psicopatologia della prole (Davidson & Mellor, 2001; Glenn et al., 2002), il che suggerisce che si ripeta l’enfasi eccessiva e fuorviante sulle soglie cliniche già osservata a proposito delle famiglie delle persone sopravvissute ai genocidi.
Al contrario, la letteratura conferma in genere una sintomatologia non clinica e difficoltà funzionali nella prole dei veterani di guerra, con correlazioni osservate tra le esperienze belliche dei genitori, il relativo PTSD e le difficoltà emotive e comportamentali della prole (Davidson & Mellor, 2001; Suozzia & Motta, 2004; Zerach et al., 2016). La ricerca osserva che i minori i cui genitori hanno prestato servizio militare manifestano più rabbia e ansia (Ahmadzadeh and Malekian, 2004), difficoltà nelle relazioni tra pari (Rosenheck & Fontana, 1998) e stili di attaccamento insicuro (Kolvenbach, 2019). Analogamente alla letteratura sui discendenti delle persone sopravvissute ai genocidi, la letteratura sull’impatto intergenerazionale del combattimento rileva nei discendenti una maggiore predisposizione a sviluppare sintomi o diagnosi di salute mentale nei periodi di stress (Rosenheck & Fontana, 1998) e, in prospettiva retrospettiva, che l’esperienza di combattimento comporta una maggiore vulnerabilità al PTSD e ad altri disturbi mentali se la persona aveva già vissuto svantaggio, oppressione o trauma intergenerazionali (Coleman, 2016; McCormack et al., 2022). La letteratura individua inoltre nella riluttanza della generazione dei genitori, indotta dalla vergogna, a rivelare l’esperienza di guerra e a parlarne una fonte di tensione relazionale per la prole ormai adulta (McCormack et al., 2022; Ruscio et al., 2002), e nell’eccessiva rivelazione o nella rimessa in atto inconsapevole del trauma da parte dei genitori un’esperienza travolgente e vicariamente traumatizzante per la generazione successiva (Leiner, 2009).
Un piccolo gruppo di studi esamina gli effetti intergenerazionali nella prole di ex bambini soldato (Betancourt et al., 2020; Song, 2016; Song et al., 2013, 2014), una coorte particolarmente pertinente quando si considera la trasposizione della letteratura sul trauma intergenerazionale nella ricerca e nella pratica di tutela dell’infanzia. Nella prole di ex bambini soldato del Burundi si rilevano maggiori problemi di condotta, minori capacità di coping, un minore sostegno percepito da parte di fratelli e sorelle e una percezione più acuta dei problemi familiari, insieme a un’attenzione a valori che hanno favorito il recupero e la sopravvivenza (Song et al., 2013, 2014). Tuttavia, la scarsità di letteratura su questo gruppo specifico e i limiti dei gruppi di controllo comparabili rendono difficile trarre conclusioni tematiche definitive.
Anche gli studi sui discendenti di civili che hanno vissuto traumi di guerra hanno rilevato una sofferenza maggiore, persino rispetto al personale militare (Miller & Rasmussen, 2017; Schick et al., 2013). Song et al. (2013) suggeriscono che l’esperienza civile della guerra comporti un minore senso di controllo e di azione rispetto all’esperienza del combattimento, con una conseguente sofferenza imprevedibile e una capacità di agire limitata. Questa ipotesi trova eco nella modalità terapeutica del somatic experiencing, secondo cui l’azione, il movimento e la mobilitazione sono necessari per completare e scaricare la risposta di stress e far uscire la persona traumatizzata da una risposta traumatica di congelamento o di immobilità tonica (Levine et al., 2018). È possibile che questo fenomeno si manifesti nel corso delle generazioni: uno studio ha rilevato livelli più bassi di PTSD nella generazione dei nipoti delle persone sopravvissute all’Olocausto se il loro genitore aveva preso parte a combattimenti militari (Zerach & Solomon, 2016).
La ricerca sulla trasmissione intergenerazionale del trauma nelle famiglie che hanno lasciato il proprio paese e la propria cultura a causa della violenza, del cambiamento climatico o di un’invasione esplora l’impatto delle avversità vissute nel paese d’origine e della discriminazione e dell’oppressione nel paese ospitante (Denov et al., 2019; Sanmuhanathan, 2020; Steel et al., 1999). Alcuni studi suggeriscono che l’esperienza della migrazione possa essere, per le generazioni future, psicologicamente significativa quanto la sopravvivenza all’Olocausto o alla guerra (Kellerman, 2001; Miller & Rasmussen, 2017; Solkoff, 1992); l’espressione «paradigma del triplice trauma» (Flanagan et al., 2020, p. 2; Miller & Rasco, 2004) comprende i fattori di stress e le avversità che si sommano prima, durante e dopo la migrazione.
Analogamente alla letteratura già discussa su altre coorti, i minori con genitori rifugiati o richiedenti asilo risultano vivere tassi più elevati di sofferenza psicologica, iperattività, sintomi comportamentali e difficoltà nelle interazioni tra pari, spesso mediati dai sintomi di salute mentale legati al trauma dei genitori (Bryant et al., 2018; East et al., 2018; Panter‐Brick et al., 2014; Sangalang & Vang, 2017; Spencer & Le, 2006; Vaage et al., 2011). Ricevono inoltre diagnosi di disturbi mentali e comportamentali come ADHD, PTSD, depressione, ansia e altre condizioni psicologiche (Daud et al., 2005; Karenian et al., 2011) con tassi più elevati rispetto ai gruppi di controllo o alla popolazione generale. La ricerca rileva che esperienze di stili genitoriali duri o emotivamente distanti, l’esposizione alla violenza domestica e familiare e legami di attaccamento interrotti contribuiscono ai livelli di sofferenza vissuti dalla prole (Dalgaard et al., 2016; De Haene et al., 2013; Han, 2005; Kara & Stuart, 2021; Sangalang & Vang, 2017; Scharpf et al., 2021; van Ee et al., 2016), così come le narrazioni familiari eccessive oppure assenti dell’esperienza traumatica prima, dopo e durante la migrazione (Dalgaard & Montgomery, 2015; Kizilhan et al., 2022; Kwan, 2019; Lev–Wiesel, 2007; Sanmuhanathan, 2020). Diversi studi si sono concentrati sui sistemi strutturali e sociali del paese ospitante, rilevando spesso che essi mantengono e aggravano lo svantaggio intergenerazionale delle famiglie sfollate (Crankshaw et al., 2023; Steel et al., 1999). Questo punto trova eco nelle esperienze di povertà, oppressione strutturale e discriminazione spesso vissute dalle famiglie coinvolte nei sistemi di tutela dell’infanzia (Bennett et al., 2020; Procter et al., 2022) e sottolinea la pertinenza di una prospettiva sistemica nel lavoro con questa coorte.
Tra gli altri risultati degni di nota della letteratura figurano una maggiore percezione di razzismo e di bullismo nei minori rifugiati i cui genitori presentano sintomi depressivi, rispetto a un gruppo di controllo di famiglie rifugiate senza depressione (East et al., 2018); tensioni intrafamiliari legate all’acculturazione delle generazioni più giovani e alla percezione di una deculturazione nelle generazioni più anziane, che generano tensioni relazionali all’interno del nucleo familiare (Ayika et al., 2018; Der Sarkissian & Sharkey, 2021; Dinh et al., 1994; Weine et al., 2004); e una tendenza all’inversione dei ruoli, per cui i minori assumono ruoli di guida nella famiglia quando si tratta di comunicare e interagire con le istituzioni del nuovo paese (Denov et al., 2019).
Anche la crescita post-traumatica è stata al centro della letteratura sulle popolazioni migrate in nuovi paesi in seguito a oppressione, avversità o violenza nel paese d’origine (Atallah, 2017; Denov et al., 2019). La ricerca individua un ventaglio di approcci che portano a un recupero intergenerazionale tra le popolazioni rifugiate e migranti, tra cui il ritorno alle radici culturali (Atallah, 2017; Kizilhan et al., 2022), uno spazio per il discorso sul trauma nei contesti educativi, sociali e familiari (Lin et al., 2009), l’impegno negli studi superiori come modo per onorare i sacrifici degli antenati (Kwan, 2019) o per ripristinare lo status sociale precedente alla fuga (Lev–Wiesel, 2007), la creazione artistica per rappresentare la storia del trauma (Kizilhan et al., 2022) e la consapevolezza, nelle professioni di aiuto, di adattamenti culturalmente sensibili dei modelli psicologici di guarigione dominanti (Kizilhan & Wenzel, 2020). La varietà eclettica e culturalmente dipendente delle misure di resilienza e di recupero suggerisce la necessità di evitare presupposti monoculturali o l’applicazione di modelli di trattamento rigidi e prescrittivi quando si lavora con famiglie che hanno vissuto la migrazione. Per esempio, diversi studi rilevano la discrepanza tra l’accento occidentale sul parlare delle situazioni difficili come forma di guarigione e le norme di molte altre culture relative alla tutela della riservatezza familiare (Dalgaard & Montgomery, 2015; Gopalkrishnan, 2018; Valibhoy et al., 2017). Questo risultato è applicabile ai contesti di tutela dell’infanzia: diversi studi suggeriscono che dare priorità ai valori e alle preferenze familiari e culturali in materia di guarigione, anziché a modelli prescrittivi o manualizzati, aumenta l’efficacia degli interventi (Hall, 2011; Kaur, 2012; Mroczkowska, 2024).
Il trauma della colonizzazione è particolarmente pertinente quando si considera la trasposizione delle conoscenze più ampie sulla trasmissione intergenerazionale nei contesti di tutela dell’infanzia. I sistemi di tutela dell’infanzia sono descritti come un «luogo di colonizzazione» (Wanganeen, 2022): le crescenti disparità tra i tassi di minori indigeni e non indigeni che entrano in contatto con i sistemi di tutela dell’infanzia in tutto il mondo rappresentano un processo di colonizzazione attuale e continuo, perpetuato dal sistema (Atkinson, 2002; Funston & Herring, 2016; McCallum, 2022). In Australia, i minori indigeni hanno una probabilità 10,5 volte maggiore di trovarsi in accoglienza fuori famiglia rispetto ai minori non indigeni (Secretariat of National Aboriginal & Islander Child Care, 2023) e (nel 2020–2021) rappresentavano il 29,4% delle segnalazioni accertate e il 39,15% dei provvedimenti di cura e protezione, pur costituendo poco meno del 6% della popolazione australiana tra 0 e 17 anni (Australian Government Productivity Commission, 2022). Sproporzioni analoghe si osservano in altri paesi. Oltre la metà (52,5%) dei minori nel sistema di accoglienza canadese è indigena, pur rappresentando soltanto il 7,7% della popolazione totale (Matheson et al., 2022), e in uno Stato degli Stati Uniti metà delle famiglie indigene e nere è stata oggetto di indagini per abuso o trascuratezza di minori, contro più di 1 su 4 nella popolazione generale (Putnam-Hornstein et al., 2021).
Le esperienze di colonizzazione possono essere considerate come il culmine dei traumi già discussi del genocidio, della guerra e dello sradicamento geografico. Le guerre coloniali erano spesso l’esito dell’occupazione forzata (Brave Heart, 2003; Kennedy, 2021), paragonabili alle esperienze di guerra internazionale. Diversi studi sostengono che i processi di assimilazione, come l’allontanamento forzato dei minori e il controllo dei matrimoni in Australia a fini di assorbimento genetico (Broome, 2012; Menzies, 2019a), l’istituzionalizzazione forzata dei minori indigeni e le sterilizzazioni non consensuali di donne indigene in America e in Canada (Matheson et al., 2022; Walls & Whitbeck, 2012), rientrino nella definizione di genocidio in virtù dell’intento di annientare un gruppo razziale nel corso delle generazioni (Barkan, 2003; Bartrop, 2001; Broome, 2012; Cunneen & Libesman, 2000; Ellinghaus, 2009; Evans-Campbell, 2008; Kirmayer et al., 2000). La colonizzazione ha spesso comportato anche il trasferimento forzato o coatto lontano dalla comunità e dalla terra verso missioni, riserve o collegi (Atkinson, 2002; Denov & Campbell, 2002; Menzies, 2019b; Walls & Whitbeck, 2012), un trauma particolarmente profondo per i popoli indigeni, data l’interconnessione tra persone, antenati, spirito e terra (Atkinson, 2002; Berndt & Berndt., 1988; Krichauff, 2017; Matheson et al., 2022; McCallum, 2022; Nicolai & Saus, 2013). Inoltre, non si è trattato di un evento unico e limitato nel tempo che abbia colpito una sola generazione di popoli indigeni, come l’Olocausto o l’esperienza di combattimento, che, pur essendo spesso prolungati e profondamente dannosi, hanno avuto una fine tangibile. Al contrario, i traumi intergenerazionali della colonizzazione sono stati amplificati e aggravati nel corso delle generazioni da esperienze continue di colonizzazione e di postcolonizzazione, tra cui povertà, discriminazione, malattia, lutto, allontanamento dei minori e incarcerazione (Bombay et al., 2014; Menzies, 2019b; O’Neill et al., 2018; O'Neill, 2019; Paradies, 2016; Stewart & Losurdo, 2015).
La letteratura sugli aspetti intergenerazionali del trauma coloniale si concentra soprattutto sui gruppi indigeni del Canada, del Nord America e dell’Australia (Bombay et al., 2009; Brave Heart et al., 2011; Matheson et al., 2022; Menzies, 2019b; O’Neill et al., 2018), con un numero limitato di studi sui popoli colonizzati della Nuova Zelanda, del Messico e di altri paesi (Cacari Stone et al., 2021; Dempster-Rivett et al., 2022; Love, 2002; Pihama et al., 2014). La ricerca rileva nei discendenti una sintomatologia traumatica che comprende disregolazione emotiva, abuso di droghe e alcol e altri comportamenti autodistruttivi, difficoltà interpersonali, violenza personale e familiare, pensieri e ricordi intrusivi e rifiuto della propria cultura (Bombay et al., 2009; Brave Heart, 2003; Hoffart & Jones, 2018; Holder, 2023; Jacobs & Davis, 2017; Krakouer et al., 2022).
La letteratura esplora il benessere emotivo e la salute mentale delle persone indigene che hanno vissuto un trauma intergenerazionale. Nel 2018–2019, il 24% delle persone indigene australiane intervistate riferiva una diagnosi di disturbo mentale o comportamentale (Martin et al., 2023). Un confronto di questi dati con le statistiche sulla popolazione adulta australiana del 2017–2018 mostra che le diagnosi psicologiche non differiscono in modo significativo: il 20,1% delle persone australiane riferiva una diagnosi di salute mentale (Australian Bureau of Statistics, 2018). Tassi simili di salute mentale tra persone indigene e non indigene in Canada portano a ipotizzare che questo risultato inatteso possa essere legato al minor ricorso all’aiuto (che conduce a valutazioni e diagnosi) che le persone indigene possono manifestare rispetto ad altri gruppi, a causa di abusi e maltrattamenti sistemici storici (Kirmayer et al., 2000). Tuttavia, ciò potrebbe anche rispecchiare quanto osservato nelle coorti già discusse, ossia l’assenza di risultati statisticamente significativi quando ci si concentra sulla diagnosi clinica. Quando i criteri di misurazione per i popoli colonizzati si concentrano sul benessere emotivo e psicologico, si osservano disparità più significative tra le famiglie delle persone sopravvissute al trauma e i gruppi di controllo. Secondo i dati riportati, i minori con genitori appartenenti alle Stolen Generations (Generazioni rubate) nell’Australia Occidentale hanno una probabilità doppia di vivere difficoltà emotive e comportamentali significative e una probabilità doppia di fare uso di droghe o alcol rispetto ai minori aborigeni i cui genitori non sono stati sottratti alle famiglie (De Maio et al., 2005), una probabilità più che due volte e mezzo maggiore di trovarsi ad alto rischio di difficoltà emotive e comportamentali significative, e una probabilità più che doppia di raggiungere questa soglia se a essere stato allontanato era il genitore, ma non il nonno o la nonna (Silburn et al., 2006). Il trentuno per cento delle persone adulte indigene australiane intervistate (Martin et al., 2023), contro il 13% delle persone australiane intervistate (Australian Bureau of Statistics, 2018), riferisce livelli di sofferenza psicologica da elevati a molto elevati sulla Kessler Psychological Distress Scale (K10). Il consumo di sostanze e le dipendenze, una forma efficace di anestetizzazione o di aggiramento dell’angoscia psicologica (Marsh et al., 2022; Nutton & Fast, 2015), tra le persone indigene sono ampiamente documentati in letteratura (Barker et al., 2019; Duran et al., 1998; Estrada, 2009; Krakouer et al., 2022), mentre pensieri e comportamenti suicidari risultano significativamente più frequenti tra le persone indigene australiane (Islam et al., 2022; Martin et al., 2023; Parker & Ben-Tovim, 2002) e nella prole e nella generazione dei nipoti delle persone indigene canadesi sottratte alle famiglie e cresciute nelle Indian Residential Schools (Elias et al., 2012; Menzies, 2008; Moniruzzaman et al., 2009). Studi recenti suggeriscono infatti che le persone indigene canadesi si tolgono la vita con tassi da due a dieci volte superiori a quelli delle persone canadesi non indigene (Matheson et al., 2022) e che le persone indigene australiane si tolgono la vita con un tasso quattro volte superiore a quello delle persone non indigene (Australian Bureau of Statistics, 2018).
In una prospettiva più fiduciosa, la letteratura sulle risposte transgenerazionali al trauma nei popoli colonizzati mette in rilievo la resilienza e il recupero in misura molto maggiore rispetto a quella su altre coorti, collocando questo gruppo all’avanguardia della guarigione intergenerazionale. Kennedy (2021) afferma che «(i)l processo di guarigione è una seconda natura per le persone aborigene» (p. 231), per poi esprimere l’inseparabilità di trauma e guarigione per le persone indigene nell’Australia colonizzata. Le persone indigene australiane sottolineano, nel processo di recupero, il valore del mantenimento e della riappropriazione delle narrazioni culturali e del legame con la terra (country) attraverso le storie del Tempo del sogno, l’arte, la danza e il canto (Atkinson, 2002; Dockery, 2010; Toomey, 2015; Tujague & Ryan, 2023), nonché della costruzione di collegamenti significativi tra le esperienze traumatiche di generazioni diverse, per una maggiore compassione e una guarigione relazionale (Gee et al., 2020). Molte culture indigene australiane praticano il Dadirri, una filosofia relazionale e una pratica orale di ascolto profondo, riflessivo e rispettoso, che consiste nel sintonizzarsi con la «sorgente profonda che è dentro di noi» (Ungunmerr-Baumann, 2002, p. 1). Il Dadirri pone al centro il riconoscimento dei danni storici e la guarigione delle ferite spirituali (Kennedy, 2021; Tracey, 2015; Ungunmerr-Baumann et al., 2022; Walters, 2014). Anche i cerchi di yarning della cultura indigena australiana, talvolta chiamati yarning clinico o yarning terapeutico (Burke et al., 2022; Wanjunagalin & Thompson, 2023), offrono uno spazio narrativo per il lutto condiviso, il conforto, la sicurezza culturale e la riscrittura della propria storia di vita (Tracey, 2015; Wanjunagalin & Thompson, 2023). Le pratiche māori della Nuova Zelanda come il Wairua (legame con lo spirito e con sé), il Pou (forza e guida di origine culturale per sé e per gli altri) e il Turangawaewae (un luogo in cui stare e a cui appartenere) sono indicate in uno studio come parte integrante della guarigione (Dempster-Rivett et al., 2022), il che sottolinea l’importanza dell’appartenenza, dell’attivismo e del legame culturale. Le ricerche sulle pratiche culturali di guarigione indigene in tutto il mondo rilevano un’enfasi sulla narrazione e sulla condivisione dell’esperienza (Brave Heart-Jordan, 1995; Denham, 2008; Krichauff, 2017; Marsh et al., 2016; McCabe, 2008), una riappropriazione della cultura e delle pratiche culturali di guarigione (Gone, 2013; Halloran, 2004; Marsh et al., 2016; Menzies, 2008; Smallwood et al., 2021) e una funzione di guida esercitata attraverso l’attivismo e il volontariato, per sollecitare il riconoscimento politico del danno e favorire la guarigione collettiva (Kirmayer et al., 2011; Walters, 2014).
La ricerca quantitativa e positivista basata su studi sperimentali sugli animali amplia le conoscenze sulle risposte intergenerazionali al trauma, rafforzando il quadro scientifico ed empirico attorno al fenomeno sociale del maltrattamento infantile intergenerazionale. Sebbene alcuni di questi studi siano stati criticati per la dimensione del campione e per gruppi sperimentali e di controllo non comparabili (Callaway, 2013; Ptashne, 2013), molti gruppi di ricerca sottolineano i vantaggi delle condizioni sperimentali controllate possibili negli studi sugli animali (un obiettivo irrealizzabile con soggetti umani a causa degli obblighi etici e dell’impraticabilità di studi longitudinali multigenerazionali nell’arco di una vita umana) e sostengono la legittimità di esplorare il fenomeno degli adattamenti intergenerazionali al trauma e al maltrattamento infantile con soggetti di ricerca mammiferi (van Steenwyk et al., 2018).
Diversi studi hanno introdotto esperienze stressanti o traumatiche in una generazione di soggetti animali e ne hanno osservato gli esiti nella prole e nelle generazioni successive in base a vari criteri. Una di queste ricerche ha esposto gruppi di topi neonati a una separazione materna imprevedibile nei primi quattordici giorni di vita e ha valutato fattori come la sensibilità allo stress, la capacità di provare piacere e la perseveranza nella risoluzione di problemi in questi topi e in due generazioni della loro prole (Franklin et al., 2010). Lo studio rileva risposte di evitamento e di immobilità indicative di comportamenti depressivi e ansiosi, con variazioni nella trasmissione legate al sesso. Un altro studio, che ha osservato tre generazioni di macachi rhesus assegnati casualmente a essere allevati dalla madre oppure separati alla nascita e allevati da persone, conclude che i benefici osservati nell’arco della vita (salute e rango sociale) dell’essere allevati dalla madre si manifestavano solo nella prole di scimmie anch’esse allevate dalla propria madre (Dettmer et al., 2020). Un’ulteriore ricerca, che ha condizionato dei topi ad associare l’odore dell’acetofenone (fiore di ciliegio) a una scossa elettrica, ha rilevato che due generazioni della loro prole (concepite tramite fecondazione in vitro e allevate da genitori adottivi per escludere la possibilità di una trasmissione sociale) mostravano risposte legate all’ansia all’odore dell’acetofenone senza aver mai subito esse stesse una scossa elettrica (Dias & Ressler, 2014b). Uno studio successivo ha iniettato acido ribonucleico (RNA), traduttore e vettore dell’informazione genetica, in zigoti naïve, rilevando che anche la prole così ottenuta mostrava una maggiore sensibilità allo stimolo olfattivo fino all’età adulta (Aoued et al., 2020). Riflettendo sul concetto di maltrattamento intergenerazionale e di allontanamento dei minori, viene da chiedersi se gli effetti delle comunicazioni dei servizi di tutela dell’infanzia sulle famiglie coinvolte in questi sistemi da più generazioni non siano in qualche modo analoghi all’odore scatenante del fiore di ciliegio nella prole dei soggetti condizionati. Altri studi concludono che la prole di topi esposti a stress prenatale cumulativo (ogni generazione veniva esposta) manifestava livelli di comportamenti simil-ansiosi che aumentavano nel corso delle generazioni (McCreary et al., 2016), che dopo un’esperienza traumatica nei topi di prima generazione i sintomi depressivi persistevano nei discendenti fino alla terza generazione e i comportamenti a rischio fino alla quarta (van Steenwyk et al., 2018), e che la prole di topi maschi esposti a sconfitta sociale cronica mostra un aumento dei comportamenti legati all’ansia e alla depressione (benché in questo studio l’effetto fosse notevolmente attenuato quando la riproduzione avveniva tramite fecondazione in vitro [Dietz et al., 2011]).
Alcuni studi hanno esplorato l’impatto del trauma sulla sopravvivenza dei piccoli. Uno studio rileva tempi di gestazione ridotti nella prole di ratti esposti a stress (Yao et al., 2014), mentre un altro rileva che il latte materno di madri stressate nelle prime settimane di allattamento comporta perdite di suinetti fino al 15% (Gimsa et al., 2022). Lo studio già citato sui macachi rhesus (Dettmer et al., 2020) non rileva differenze di fertilità o di natimortalità tra i discendenti dei soggetti allevati dalla madre e quelli dei soggetti allevati da persone (e quindi sottoposti a stress precoce), ma una probabilità statisticamente significativa di mortalità infantile nel primo mese di vita per questi ultimi. Chi firma lo studio osserva che questo risultato è coerente con studi osservazionali in natura secondo cui le avversità precoci incidono sui tassi di sopravvivenza della prole nei babbuini (Thayer & Sweetman, 2019; Zipple et al., 2019).
I contributi delle bioscienze hanno dimostrato che il trauma lascia un’impronta organica sulle generazioni successive, con differenze misurabili nell’attivazione o disattivazione dei geni e delle funzioni biologiche associate (Klengel et al., 2016; Švorcová, 2023; Youssef et al., 2018). Come gli studi sui mammiferi, questa ricerca circonda il concetto di maltrattamento infantile intergenerazionale di una validazione scientifica e biologica, confermando che le vulnerabilità esistono a livello cellulare ed epigenetico. Questa teoria postula che la trasmissione intergenerazionale avvenga attraverso marcatori epigenetici che modificano l’espressione del DNA in diversi momenti dell’esperienza preconcezionale, prenatale e vissuta di un individuo. L’ereditarietà epigenetica designa la modificazione dell’espressione del DNA nelle cellule germinali (spermatozoo o ovocita) per preparare l’individuo alle condizioni che potrebbe incontrare nella vita sulla base delle esperienze delle generazioni precedenti (Blake & Watson, 2016; Harper, 2005; Krippner & Barrett, 2019; Lassi & Teperino, 2020). Si ipotizza che un numero molto ridotto di marcatori epigenetici (che attivano o disattivano i geni) sopravviva al «reset» (cancellazione dei marchi epigenetici) che avviene durante la formazione della cellula germinale (ovocita o spermatozoo) e di nuovo tra la fecondazione e l’impianto dell’embrione, determinando una metilazione (silenziamento di alcuni geni) nel DNA e permettendo così ad alcuni aspetti della memoria e dell’esperienza dei genitori di manifestarsi biologicamente nella prole (Hackett et al., 2013; Krippner & Barrett, 2019; Roberts et al., 2018; Tang et al., 2015). Si osserva che le esperienze materne possono incidere epigeneticamente in modo diretto su tre generazioni (la madre, il feto e le cellule riproduttive in sviluppo del feto), mentre le esperienze preconcezionali maschili possono influenzarne direttamente solo due (il padre e lo spermatozoo), poiché gli spermatozoi sono prodotti per tutti gli anni riproduttivi, mentre gli ovociti (precursori degli ovuli) si sviluppano in utero (Klengel et al., 2016; Otterdijk & Michels, 2016). La programmazione epigenetica intrauterina riconosce la gravidanza come periodo sensibile per l’espressione genetica della prole (Braun et al., 2020; Kertes et al., 2016; Mbiydzenyuy et al., 2022; Švorcová, 2023; Szyf, 2015). Inoltre, le modificazioni epigenetiche sono costantemente all’opera per tutta la vita, modificando l’espressione dei geni per ottimizzare la nostra adattabilità alle condizioni ambientali e sociali (Harper, 2005; Szyf, 2015).
Gran parte della ricerca sull’ereditarietà epigenetica in relazione alla trasmissione intergenerazionale del trauma si concentra sul sistema dei glucocorticoidi e sulla reattività associata dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), che regola l’attivazione e la disattivazione della risposta di stress (Daskalakis et al., 2021; Kertes et al., 2016; Švorcová, 2023; Yahyavi et al., 2014; Yehuda et al., 2011, 2016) ed è associato a sofferenza emotiva e psicologica e a disturbi dell’umore (McGowan et al., 2009; Rodgers et al., 2013). Nelle cellule germinali e nei discendenti dei soggetti di ricerca esposti a stress o trauma sono stati riscontrati un’espressione inibita dei geni responsabili dei recettori dei glucocorticoidi (Fish et al., 2004; Gapp et al., 2016; Švorcová, 2023) e livelli di cortisolo (corticosterone nei roditori [Raff, 2016]) generalmente ridotti (Brand et al., 2010; Feng et al., 2011; Goerlich et al., 2012; Oberlander et al., 2008; Perroud et al., 2014; Yehuda et al., 2005) ma talvolta aumentati (Dietz et al., 2011; Huang et al., 2012). Il cortisolo è il secondo ormone rilasciato (dopo l’adrenalina) nei momenti di stress intenso; livelli sia alti sia bassi di cortisolo comportano difficoltà a riprendersi da situazioni stressanti e sono associati a una sintomatologia depressiva, ansiosa e legata al PTSD (Kaitz et al., 2009; Yehuda et al., 2011).
La ricerca sulle risposte intergenerazionali al trauma ha rilevato risposte inibite o iperattive in diversi altri sistemi biologici. L’inibizione dei geni legati alla produzione, alla ricezione e al trasporto della serotonina (associata alla regolazione dell’umore e alla salute mentale) si osserva nei discendenti dei soggetti esposti a stress (Bouvette‐Turcot et al., 2015; Franklin et al., 2010; Razoux et al., 2017). L’ossitocina (ormone associato ai comportamenti materni di accudimento, all’eiezione del latte nei dotti e alle contrazioni durante il parto), la sensibilità all’ossitocina e i marcatori epigenetici legati alla sua produzione risultano attenuati nelle madri che hanno vissuto un trauma (Babb et al., 2014; Bos, 2017; Buchheim et al., 2022; Kim & Strathearn, 2017), il che, secondo le ipotesi, ridurrebbe le gratificazioni emotive normalmente positive dell’ormone e la spinta al legame madre-bambino (Bos, 2017; Cicchetti & Feldman, 2015). Inoltre, la prolattina, ormone che stimola la produzione di latte dopo il parto, risulta ridotta nelle madri che hanno vissuto un trauma (Babb et al., 2014), mentre un enzima che contribuisce a uno scudo placentare, il quale trasforma il cortisolo materno in una forma non tossica per il feto nel terzo trimestre di gravidanza, era meno abbondante nelle madri che avevano vissuto un trauma, in particolare se il trauma risaliva all’infanzia (Bierer et al., 2014; Yehuda et al., 2009). In letteratura compaiono anche adattamenti epigenetici più incoraggianti sulla cellula germinale: la prole di madri con livelli ridotti dell’enzima sopra citato presentava infatti livelli aumentati di questo enzima, il che suggerisce un possibile elemento compensatorio durante lo sviluppo intrauterino (Bierer et al., 2014; Yehuda, 2021).
Altri studi hanno utilizzato la risonanza magnetica funzionale (fMRI) e l’esame post mortem per esplorare le strutture e la segnalazione neurologiche nei discendenti di persone sopravvissute a un trauma (Braun et al., 2020; Mbiydzenyuy et al., 2022; Moog et al., 2018). I risultati suggeriscono che lo stress preconcezionale dei genitori o un trauma intrauterino comportano una ridotta densità neurale e modificazioni epigenetiche nell’attivazione dei geni associati alla connettività e alla plasticità neurologiche (McCreary et al., 2016), una plasticità sinaptica compromessa, una segnalazione indebolita tra neuroni e deficit della memoria a lungo termine (Bohacek et al., 2015), nonché cortecce più sottili e alterazioni della connettività tra regioni cerebrali, tra cui l’ippocampo (centro dell’apprendimento e della memoria), l’amigdala (risposta di paura) e la corteccia frontale (pensiero di ordine superiore) (De Asis-Cruz et al., 2020; Mbiydzenyuy et al., 2022; Wu et al., 2020). La ricerca suggerisce inoltre che i neonati di madri stressate hanno in media telomeri più corti (filamenti che proteggono i cromosomi, associati alla longevità e alla protezione da disturbi somatici e psicologici) (Carroll et al., 2020; Marchetto et al., 2016; Send et al., 2017).
Una visione meno deterministica, e forse più fiduciosa, della ricerca sull’epigenetica nella trasmissione intergenerazionale suggerisce che le modificazioni epigenetiche della cellula germinale sono reversibili, in particolare nei periodi sensibili, tra cui il periodo prenatale e l’infanzia (Gapp et al., 2014; Rasmussen & Storebø, 2021; Yehuda, 2021). Studi controllati hanno osservato cambiamenti nell’espressione genetica delle funzioni corporee, con una risposta di stress dell’asse HPA più moderata e modificazioni dell’espressione genica ippocampale legata al sistema dei glucocorticoidi, quando i soggetti ricevevano migliori cure materne (Fish et al., 2004; Weaver et al., 2004); hanno osservato che il silenziamento di un gene trasportatore della serotonina, che comportava una maggiore sofferenza nei soggetti di ricerca, era in parte attenuato da un attaccamento materno sicuro nella prima infanzia (Suomi, 2011); e che le persone con PTSD che avevano partecipato a una terapia presentavano una ridotta metilazione di un gene associato ai disturbi affettivi, il che suggerisce una maggiore resilienza biologica nei confronti dei sintomi di malattia mentale (Yehuda et al., 2013).
In letteratura si trovano alcune ipotesi, per quanto controverse, secondo cui la ripetizione intergenerazionale dell’esperienza o della risposta traumatica seguirebbe determinati schemi quanto a tempi, genere e manifestazioni. Un’applicazione intergenerazionale del concetto chiamato per la prima volta «sindrome dell’anniversario» oltre 70 anni fa (Hilgard, 1953) suggerisce che la seconda generazione possa vivere traumi o manifestare risposte traumatiche nel momento in cui raggiunge l’età che aveva il genitore al momento del trauma originario (Schützenberger, 2014; Welford, 2019; Wolynn, 2017). Uno dei primi studi rileva che oltre la metà dei 30 discendenti ricoverati di persone sopravvissute all’Olocausto nella coorte di ricerca presentava una sintomatologia traumatica e di salute mentale al raggiungimento dell’età che il genitore aveva durante l’Olocausto (Axelrod et al., 1980), mentre altri descrivono l’abbandono di minori o esperienze di perdita e di lutto alla stessa età per diversi membri della famiglia nel corso di più generazioni (Schützenberger, 2014).
La letteratura rivela anche possibili vie di trasmissione intergenerazionale specifiche per genere: la maggior parte degli studi su questo possibile fenomeno suggerisce che le figlie abbiano maggiori probabilità dei figli maschi di essere colpite dal trauma dei genitori (Amy et al., 2002; Burchert et al., 2017; Felton, 1998; Franklin et al., 2010; Lichtman, 1984). È stata esplorata anche la trasmissione della risposta traumatica in relazione al genere del genitore sopravvissuto, con risultati contrastanti: un rischio maggiore di trasmissione del PTSD per linea materna, mentre il PTSD del padre prediceva più probabilmente la depressione nella prole (Yehuda et al., 2008); un effetto transgenerazionale più marcato per la trasmissione paterna che per quella materna (Schick et al., 2013); il risultato che i figli maschi erano più colpiti dalla sintomatologia traumatica della madre, mentre le figlie lo erano da quella del padre (Kim et al., 2009); e una longevità ridotta per i figli maschi e i nipoti maschi in linea maschile, ma non per le figlie e i discendenti in linea femminile, se il nonno era stato prigioniero di guerra (Costa, 2024).
Alcune ricerche suggeriscono che il trauma possa saltare una generazione, con l’ipotesi che alcuni individui siano portatori asintomatici del trauma, in modo analogo alle vie di trasmissione di alcune malattie geneticamente trasmesse (Bulmer, 1998; Franklin et al., 2010; Sagi-Schwartz et al., 2008). In questo possibile fenomeno potrebbero intervenire vie specifiche per sesso: uno studio ha rilevato che la prole maschile di topi sottoposti a stress mostrava meno spesso risposte traumatiche di tipo depressivo e sensibilità allo stress rispetto alla prole femminile, ma che queste risposte traumatiche comparivano nella sua discendenza di entrambi i sessi (Franklin et al., 2010). Sebbene la letteratura sugli schemi intergenerazionali della risposta traumatica sia eclettica, discordante e variabile quanto alle conclusioni tematiche, il suo riemergere nel corso di decenni di ricerca suggerisce che il concetto meriti attenzione e ulteriori approfondimenti in relazione al maltrattamento infantile intergenerazionale.
Questa rassegna, pur non essendo esaustiva (il trauma intergenerazionale è studiato anche in relazione ad altri traumi come l’abuso interpersonale in età adulta, la schiavitù e le esperienze di catastrofi naturali [Degruy-Leary, 2017; Lambert et al., 2014]), mette in luce alcuni temi ricorrenti nel modo in cui l’integrazione del trauma intergenerazionale viene inquadrata e pensata in diverse coorti di persone sopravvissute a un trauma. Mentre la ricerca sulla continuità intergenerazionale del maltrattamento infantile si concentra su episodi, caratteristiche e tipi di maltrattamento che possono perpetuare o interrompere i cicli intergenerazionali di abuso o trascuratezza, le conoscenze più ampie che esplorano genocidio, guerra, sradicamento geografico, colonizzazione, studi sugli animali e influenze biologiche affrontano il tema da prospettive più olistiche e curiose. Esse mettono in luce i molteplici effetti dell’essere sopravvissuti a un trauma intergenerazionale, suggeriscono diversi meccanismi di trasmissione e richiamano l’attenzione sulla predisposizione non deterministica a difficoltà psicologiche e funzionali nei discendenti delle persone sopravvissute al trauma («vulnerabilità ereditate») e sulle pratiche di recupero che ne derivano naturalmente («rimedi innati»). Queste conoscenze offrono l’opportunità di ampliare l’approccio, già contestuale, del servizio sociale per l’infanzia e l’adolescenza, rafforzando l’attenzione alle influenze longitudinali e intergenerazionali. Sfruttare i dati esistenti sulla comparsa, sulle conseguenze e sul superamento del trauma attraverso le generazioni ha implicazioni potenzialmente profonde per la pratica, le politiche e la ricerca. Ciò può comportare un cambiamento nel modo di percepire le esperienze interne ed esterne delle famiglie, nuove comprensioni dell’efficacia e dell’altruismo degli attuali approcci del servizio sociale nel settore, e lo sviluppo di nuove formazioni, linee guida e strumenti di pratica da utilizzare con persone che hanno vissuto il maltrattamento infantile nel corso delle generazioni.
Nel trasporre i temi della letteratura più ampia nei contesti di tutela dell’infanzia si raccomanda un atteggiamento riflessivo e critico. Le esperienze di maltrattamento nell’infanzia presentano componenti uniche e complesse che possono non riprodurre esattamente le esperienze traumatiche di altri gruppi. In primo luogo, si ritiene che gli effetti del trauma siano più intensi e pervasivi se il trauma è subito nell’infanzia (Anda et al., 2006; van der Kolk, 2014; van der Kolk et al., 2005), il che viene spiegato con l’amplificazione della plasticità neurologica e della dipendenza relazionale durante lo sviluppo. Il cervello forma e consolida le vie sinaptiche (la base di pensieri, convinzioni e comportamenti) a ritmo rapido durante l’infanzia e l’adolescenza, il che dà luogo, se in questo periodo si subisce un trauma, a formazioni neurologiche profonde e durature che incidono sulle visioni del mondo e sugli schemi (Cross et al., 2017; Perry & Szalavitz, 2017; van der Kolk, 2003). Inoltre, le esperienze di maltrattamento nell’infanzia sono spesso causate dall’azione o dall’inazione delle figure di accudimento (Bartlett et al., 2017; US Department of Health and Human Services., 2023), che sono anche le fonti di sicurezza e di cura del minore. Nella primissima infanzia, i minori sono predisposti in modo automatico e istintivo a cercare il legame con le figure di accudimento per ottenere nutrimento, calore e le altre risposte di cura essenziali alla sopravvivenza. Hanno anche una spinta istintiva a ritrarsi da pericolo, dolore e paura e a evitarli. Quando la fonte del danno è anche la fonte delle cure, si crea per il minore un dilemma irrisolvibile, che incide marcatamente sui suoi schemi relazionali e sulla sua risposta autonomica allo stress (Cohn, 2022; Liotti, 2004). Diversi studi sostengono la necessità di una diagnosi specifica, il DTD (Developmental Trauma Disorder, disturbo traumatico dello sviluppo), per riconoscere queste specificità come distinte sia dal PTSD sia dal più recente C-PTSD (PTSD complesso, che comprende traumi multipli e traumi relazionali) (Ford, 2023; van der Kolk, 2005).
Vale anche la pena osservare che il trauma vissuto dalle famiglie coinvolte da più generazioni nei sistemi di tutela dell’infanzia non è circoscritto a una sola generazione, come avviene per esempio per le persone sopravvissute all’Olocausto. Al contrario, e in modo analogo a quanto rilevato dalla letteratura sulla colonizzazione e su alcune esperienze di persone rifugiate, il trauma si somma e si complica spesso a ogni generazione, dando luogo a danni e risposte multipli e spesso inseparabili. Inoltre, il coinvolgimento nei sistemi di tutela dell’infanzia può comportare la separazione dei minori dai genitori quando entrano in accoglienza formale fuori famiglia, limitando così le occasioni di comunicazione familiare e di mantenimento delle relazioni che, secondo la letteratura, possono essere un potente strumento di guarigione e di elaborazione intergenerazionali.
La letteratura sulle risposte intergenerazionali al trauma chiarisce che la trasmissione delle avversità, della sintomatologia psichica e delle risposte traumatiche è tutt’altro che predestinata. Tuttavia, la ricerca sulle coorti esaminate osserva, nella prole e nella generazione dei nipoti delle persone sopravvissute, una maggiore vulnerabilità a queste difficoltà, che spesso si attiva quando la persona si trova ad affrontare i propri stress e le proprie avversità. Trasporre questo modello diatesi-stress nel campo del maltrattamento infantile stimola una riflessione attenta sulle esperienze delle famiglie coinvolte da più generazioni nei sistemi di tutela dell’infanzia (Markward et al., 2000; St-Laurent et al., 2019) e la motivazione a considerare le generazioni future di minori e a rendere loro giustizia (Bartholet, 2014).
Nonostante le sue gratificazioni, la genitorialità stessa è considerata quasi universalmente fonte di esperienze stressanti (Iyengar et al., 2019), e la letteratura osserva che le persone con una storia di abusi hanno maggiori probabilità di percepire e affrontare il ruolo genitoriale con apprensione o ansia (Amos et al., 2015; Dixon et al., 2009; Finzi-Dottan & Harel, 2014; Rodriguez & Richardson, 2007). Inoltre, l’esperienza di attaccamento propria della genitorialità può riattivare il trauma relazionale o di attaccamento del genitore stesso, suscitando sofferenza emotiva e risposte traumatiche (Amos et al., 2015; Thompson, 2018). La ricerca sui cambiamenti biologici nelle persone sopravvissute al trauma e nella loro prole suggerisce inoltre che alcune funzioni della maternità (tra cui il parto, l’allattamento al seno e il legame madre-bambino) possano essere ostacolate da cambiamenti epigenetici dei sistemi ormonali che regolano e influenzano tali funzioni, con difficoltà organiche che possono accentuare le ansie materne.
Inoltre, un intervento istituzionale di tutela dell’infanzia rappresenta con ogni probabilità un fattore di stress intenso e acuto per le famiglie con una storia intergenerazionale di coinvolgimento nei sistemi di tutela dell’infanzia, in particolare quando in passato vi sono stati allontanamenti di minori, e può dare luogo a reazioni cognitive, emotive e comportamentali intense. La ricerca suggerisce che il trauma irrisolto dei genitori ostacola il loro coinvolgimento con i sistemi di tutela dell’infanzia (Thompson, 2018) e che le espressioni di rabbia, sofferenza ed evitamento dei genitori nei confronti del personale della tutela dell’infanzia incidono in modo significativo sulle valutazioni del rischio percepito per i minori (Mirick, 2013; Quick & Scott, 2019). Il concetto di «vulnerabilità ereditate» inquadra la genitorialità, gli interventi di tutela dell’infanzia e altri fattori di stress della vita come potenziali fattori scatenanti di reazioni traumatiche interne ed esterne nei genitori, che possono essere previste e pianificate. Le implicazioni per la pratica potrebbero includere uno screening prenatale del maltrattamento infantile o intergenerazionale a livello di assistenza sanitaria di base (Sperlich et al., 2017), l’offerta di ulteriori sostegni alla genitorialità e di aiuti pratici (Negriff et al., 2020), il passaggio, nelle valutazioni di tutela dell’infanzia, a un approccio olistico e continuativo anziché a una valutazione puntuale della sicurezza del minore (di solito al primo incontro con la famiglia, quando le risposte di stress hanno maggiori probabilità di essere attivate) (Sheppard, 2003), e il rafforzamento delle competenze professionali nell’esplorare con delicatezza la storia intergenerazionale (Stob et al., 2020).
Comprendere le vulnerabilità trasmesse ai minori attraverso le generazioni favorisce anche un approccio più empatico e ponderato. Le conoscenze acquisite in ambito professionale sugli esiti del trauma e degli attaccamenti insicuri possono portare a ipotizzare che i comportamenti iperattivi, di ritiro, disorganizzati o a rischio di un minore indichino che ha subito direttamente abusi e trascuratezza, influenzando così valutazioni e interventi. Tuttavia, i risultati della letteratura più ampia sulla maggiore prevalenza di diagnosi e di difficoltà comportamentali ed emotive non cliniche nella prole di persone sopravvissute a un trauma, insieme alle evidenze biologiche sulle differenze epigenetiche e ormonali nel sistema di risposta allo stress di questa prole, invitano a evitare tali presupposti. Queste conoscenze sottolineano la maggiore probabilità di una sintomatologia e, in misura minore, di una diagnosi nei minori discendenti di persone sopravvissute a un trauma, il che può aggiungersi alle difficoltà dell’essere genitori di questi minori e scatenare risposte di stress più intense nel genitore. Questa prospettiva informata, ponderata e centrata sulla famiglia sui comportamenti dei minori i cui ascendenti hanno vissuto un trauma favorisce risposte professionali e terapeutiche più sostenitive alla continuità intergenerazionale del danno nell’infanzia. Tra le strategie pratiche potrebbero figurare la psicoeducazione sulle risposte intergenerazionali al trauma, per ridurre la vergogna e la colpevolizzazione dei genitori, e l’offerta di un maggiore sostegno clinico e pediatrico ai minori con una storia di danno e di avversità intergenerazionali.
I risultati degli studi sugli animali e le evidenze biologiche hanno implicazioni anche per la salute fisica e la sopravvivenza dei minori che subiscono danni. Il noto studio ACE (adverse childhood experiences, esperienze sfavorevoli infantili) mette in luce gli esiti sanitari sfavorevoli a lungo termine per le persone che hanno subito danni nell’infanzia (Anda et al., 2006; Felitti, 2002), e la letteratura sul trauma intergenerazionale suggerisce che questa vulnerabilità possa trasmettersi alle generazioni successive, il che accentua l’importanza degli screening sanitari di base. Gli studi controllati sui mammiferi e le evidenze biologiche relative alle risposte intergenerazionali al trauma suggeriscono inoltre che neonati e minori con genitori che hanno sofferto possano avere, tragicamente, maggiori probabilità di morire nell’infanzia. La ricerca rileva infatti che i minori coinvolti nei sistemi di tutela dell’infanzia hanno maggiori probabilità di morire durante l’infanzia e l’adolescenza, e che la causa di morte più frequente è la malattia (NSW Department of Communities & Justice, 2019; Segal et al., 2021). Richiamare l’attenzione su questa vulnerabilità ha implicazioni per le analisi e le interpretazioni nei rapporti sui decessi di minori, per gli interventi a favore delle famiglie e dei fratelli e sorelle dopo la morte di un minore, e per il trauma cumulativo del lutto e della perdita nei sistemi familiari.
La letteratura più ampia sugli aspetti intergenerazionali del trauma, in particolare quella sulle persone sopravvissute ai genocidi, sugli studi sui mammiferi e sulla colonizzazione, suggerisce che la trasmissione intergenerazionale possa manifestarsi in tre o più generazioni, e alcuni elementi indicano che le risposte traumatiche potrebbero saltare una generazione o seguire vie specifiche per genere. Questo risultato dà impulso alla ricerca su più di due generazioni nel campo del maltrattamento infantile, ambito cui è stato dedicato un numero limitato di studi (Badenes-Ribera et al., 2020; Buisman et al., 2020) e che rimane una lacuna della letteratura. Esiste anche la possibilità di migliorare le politiche e le pratiche guardando oltre la diade genitore–figlio, alle esperienze degli antenati più lontani. Questa prospettiva invita a considerare la disponibilità e l’accessibilità dei fascicoli storici di tutela dell’infanzia, spesso archiviati, e stimola interazioni tra servizi e famiglie in cui la storia intergenerazionale venga ricercata ed esplorata.
Un tema centrale della letteratura sugli adattamenti intergenerazionali al trauma è costituito dalle strategie di guarigione e di resilienza, spesso istintive o messe in atto dalla comunità. La letteratura su molte teorie e cornici della pratica terapeutica amplifica infatti l’idea che la guarigione dal trauma sia una tendenza naturale della condizione umana, purché vi siano le condizioni e le opportunità adeguate (Cattanach, 2008; Levine, 1997; Mitchell & Friedman, 2003). Una simile posizione teorica, applicata al lavoro con famiglie coinvolte da più generazioni nei sistemi di tutela dell’infanzia, riconosce il ruolo del potere e delle forze strutturali nella capacità di resilienza (McLean et al., 2024) e pone l’accento, per chi opera nei servizi, sulla creazione di condizioni di guarigione attraverso l’attenzione al contesto socio-politico. Le famiglie che giungono all’attenzione dei sistemi di tutela dell’infanzia in tutto il mondo hanno maggiori probabilità di vivere svantaggio sociale ed economico, discriminazione razziale, violenza e oppressione sistemiche (Bywaters et al., 2020; Procter et al., 2022), e i minori che sono passati per il sistema di accoglienza hanno maggiori probabilità di vivere nel corso della vita avversità come la mancanza di una casa e la detenzione (McFarlane, 2017; Rosenberg & Kim, 2018). Come hanno insegnato le «vulnerabilità ereditate», queste esperienze possono attivare la sintomatologia del trauma intergenerazionale e interrompere così il processo naturale di guarigione. Un approccio di pratica che rafforzi la considerazione di questi fattori nelle valutazioni e nei sostegni del lavoro di tutela dell’infanzia, insieme a cambiamenti delle politiche che garantiscano livelli di sostegno più elevati fino all’età adulta per chi è cresciuto in accoglienza, può contribuire a rimuovere questi ostacoli alla guarigione.
La letteratura sulla sopravvivenza ai genocidi suggerisce che la guarigione familiare si amplifica spesso alla terza generazione, e la letteratura su molte delle coorti esaminate rileva approcci di recupero che includono il legame con la storia e la cultura, l’impegno nell’attivismo e nella ricerca di giustizia e un ruolo di guida nel sostenere il recupero altrui. «Riscoprire la storia» (Herman, 2015, p. 2) confrontandosi con l’esperienza traumatica e dandole voce è infatti ancora considerato una delle componenti fondamentali del recupero dal trauma, in particolare nei modelli occidentali. Si potrebbero quindi offrire alle famiglie e ai minori coinvolti nei sistemi di tutela dell’infanzia occasioni significative di attivismo, di difesa dei diritti, di partecipazione politica e di leadership, come metodo di guarigione che rafforza il potere di agire e come protezione contro la trasmissione del maltrattamento alle generazioni successive. La partecipazione a tali gruppi può inoltre favorire per le persone sopravvissute una rete relazionale solida e duratura, un altro fattore che la letteratura individua come protezione contro la continuità intergenerazionale del maltrattamento infantile.
La letteratura sulla trasmissione intergenerazionale, in particolare nelle famiglie sopravvissute a genocidi, guerre e sradicamenti geografici, sottolinea che tanto un segreto familiare intriso di vergogna quanto un’inondazione incontrollata di memoria traumatica in una generazione possono aggravare le difficoltà vissute dalle generazioni successive. Ciò mette in rilievo l’importanza della comunicazione e di una narrazione condivisa del trauma in contesti di contenimento sicuri, con attenzione ai tempi e ai modi e con la consapevolezza dei bisogni evolutivi ed emotivi del minore: ciò che è stato chiamato «rivelazione modulata» (Dalgaard & Montgomery, 2015). La letteratura rileva che questo approccio intenzionale e delicato alla comunicazione intrafamiliare e intracomunitaria è familiare e connaturato a molte comunità indigene nel mondo, in pratiche culturali come il Dadirri e i cerchi di yarning. L’esperienza del coinvolgimento nei sistemi di tutela dell’infanzia si accompagna spesso a un senso di stigma, vergogna e disagio (Quick & Scott, 2019; Sykes, 2011), il che fa pensare che l’esperienza traumatica possa essere repressa o ignorata nelle narrazioni familiari e individuali. Le intuizioni sulla vergogna come possibile veicolo di trasmissione del trauma offerte dalla letteratura sul trauma intergenerazionale rappresentano un’opportunità per rafforzare le narrazioni del trauma, dare loro spazio e normalizzarle (sia quelle che hanno portato all’intervento di tutela dell’infanzia sia, potenzialmente, il trauma delle esperienze vissute all’interno del sistema stesso), in particolare per i minori che entrano in accoglienza fuori famiglia. Un’enfasi su un lavoro approfondito e co-costruito sulla storia di vita e la possibilità di una comunicazione familiare sul trauma frequente, sicura e facilitata da una figura indipendente (incluse, se opportuno, le pratiche culturali) sono opzioni che potrebbero essere attuate per sostenere e dare impulso alla guarigione intergenerazionale.
La letteratura sulla ricorrenza intergenerazionale del maltrattamento infantile offre un repertorio significativo di caratteristiche personali, familiari e sistemiche che possono predire la probabilità di danno alle generazioni future o proteggere da essa. Le sue potenzialità sono tuttavia frenate da limiti teorici e concettuali. La vastissima letteratura sulla trasmissione intergenerazionale del trauma rivela due temi principali in grado di ampliare e approfondire gli interventi con le famiglie coinvolte da più generazioni nei sistemi di tutela dell’infanzia. Le «vulnerabilità ereditate» collocano i fattori di stress diretti della vita come possibili fattori scatenanti della manifestazione di risposte al trauma intergenerazionale, e invitano ad analizzare i fattori di stress e le avversità attuali e potenziali che possono attivare risposte traumatiche nelle famiglie. I «rimedi innati» sottolineano la predisposizione naturale alla guarigione psicologica affinata da generazioni di persone sopravvissute, e suggeriscono di offrire uno spazio sistemico e sociale per accelerare questi meccanismi istintivi di recupero. Insieme, questi risultati possono fondare una visione più lucida e più fiduciosa nei contesti di tutela dell’infanzia istituzionali, di intervento precoce e terapeutici.
Complexe Systémique: punti chiave
Questo articolo sposta una questione che la tutela dell’infanzia inquadra spesso come fallimento individuale («il minore maltrattato divenuto genitore maltrattante») verso una lettura transgenerazionale e contestuale. Due idee sono utili sul piano clinico. La prima: la vulnerabilità ereditata non è un destino; viene risvegliata dallo stress, e l’intervento di tutela stesso, soprattutto in una famiglia che ha già vissuto allontanamenti di minori, è uno di questi fattori scatenanti; la rabbia o l’evitamento di un genitore al primo incontro non dicono quindi tutto sul rischio. La seconda: la guarigione passa per una rivelazione modulata, né segreto vergognoso né inondazione, e per il legame con la storia, la cultura e la comunità, che le pratiche indigene sanno organizzare. Ritroviamo qui il genogramma, le lealtà e il lavoro sulla storia di vita, con un’attenzione nuova alla generazione dei nonni e ai fascicoli d’archivio. Limiti: una rassegna narrativa senza un metodo di selezione esplicito, che si appoggia molto su studi animali ed epigenetici il cui trasferimento all’essere umano richiede prudenza. Da leggere insieme alla terapia multifamiliare contro gli effetti intergenerazionali dello psicotrauma e a un approccio relazionale indigeno al pensiero sistemico.
Note dell’originale
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Conflitto di interessi. Chi firma l’articolo dichiara di non avere conflitti di interessi, finanziari o non finanziari, da dichiarare.
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Traduzione non ufficiale di Inherited Vulnerabilities and Innate Remedies: Reframing “Cycles of Child Maltreatment” Through Attention to the Wider Literature on Intergenerational Aspects of Trauma and Healing, di Crysta Bowe, Cate Thomas e Patricia Mackey, Child and Adolescent Social Work Journal, vol. 43, no 1 (2026), doi: 10.1007/s10560-025-01027-9, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale — l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (traduzione in italiano). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
L’articolo originale, «Inherited Vulnerabilities and Innate Remedies: Reframing “Cycles of Child Maltreatment” Through Attention to the Wider Literature on Intergenerational Aspects of Trauma and Healing», è stato pubblicato in Child and Adolescent Social Work Journal (2026) con licenza CC BY 4.0. Traduzione non ufficiale di Complexe Systémique, realizzata con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo è stato tradotto in italiano e la presentazione adattata alla lettura online, come indicato in apertura di questa pagina.
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Bowe, C., Thomas, C., e Mackey, P. (2026). Inherited Vulnerabilities and Innate Remedies: Reframing “Cycles of Child Maltreatment” Through Attention to the Wider Literature on Intergenerational Aspects of Trauma and Healing. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/inherited-vulnerabilities-and-innate-remedies-reframing-cycles-of-child-maltreatment (Opera originale pubblicata nel 2025 in Child and Adolescent Social Work Journal, 43(1), 233-261 (2026); ripubblicata nel 2026 da Child and Adolescent Social Work Journal, https://link.springer.com/article/10.1007/s10560-025-01027-9)
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