Traduzione assistita dall'IA

Questa versione è stata tradotta dallo spagnolo da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.

Red Sistémica · Violenze

Un caso illustrativo: abuso e terapia familiare

Camila ha subito abusi sessuali da parte del padre dai sei ai sedici anni, per poi essere squalificata da tutta la famiglia come «quella pazza viziata di cui non ci si poteva fidare». In questo capitolo tratto da Las formas del abuso, Juan Luis Linares segue passo dopo passo una terapia familiare che consolida dapprima la famiglia creata da Camila, poi convoca i suoi genitori, i suoi fratelli e sua sorella per un’assemblea di chiarimento. Un racconto clinico in cui la fratria prende il posto dei genitori nel lavoro di riparazione: «tale è la logica dell’ecosistema».

Autore Juan Luis Linares, psichiatra e psicologo, professore titolare di psichiatria all’Universitat Autònoma de BarcelonaPrima pubblicazione Las formas del abuso, Paidós Ibérica, 2006 (capitolo 6)Traduzione Complexe Systémique, traduzione italiana non ufficiale dallo spagnolo assistita dall’IA, con l’accordo di Red Sistémica

Nota della redazione

Capitolo 6, «Un caso ilustrativo: Abuso y Terapia Familiar», del libro recentemente pubblicato in Spagna Las formas del abuso. La violencia física y psíquica en la familia y fuera de ella, di Juan Luis Linares, Ediciones Paidós Ibérica (2006). Il capitolo precedente, il capitolo 5, «Qué hacer frente al maltrato psicológico», è stato pubblicato nel numero speciale 94/95 di Perspectivas Sistémicas (2007).

«È più sopportabile sentirsi figlia di genitori che l’hanno maltrattata a causa dei loro problemi, in fin dei conti umani, che di mostri incomprensibilmente satanici.»

Juan Luis Linares, Las formas del abuso

Una triangolazione complementare

Camila, seconda figlia di Carlos e Carolina, ha subito abusi sessuali da parte del padre, ininterrottamente, tra i 6 e i 16 anni. Si tratta della modalità più grave di abuso sessuale, sia per la precocità dell’inizio e per la durata, sia per la sua intensità, poiché comprendeva rapporti genitali completi. Il danno psicologico fu dunque molto rilevante, a partire da una triangolazione complementare in cui Camila fu ingannevolmente promossa alla condizione di «pseudoconiuge».

Il maltrattamento psicologico fu dunque triangolante, e comportò una serie di componenti che distorsero la vita di Camila per un periodo lungo e decisivo. Fin dall’inizio, lei visse con una strana ambivalenza le lusinghe e la seduzione con cui il padre la trattava, poiché la relazione privilegiata che ciò comportava, per certi aspetti, non compensava la pesante minaccia che l’accompagnava («non devi mai raccontarlo a nessuno, pena gravissime conseguenze per te e per tutta la famiglia»), né la perdita di un accesso fluido alla madre, Carolina, che, pur senza sapere consapevolmente che cosa stesse accadendo, intuiva in Camila più una rivale che una figlia. Inoltre, anche la relazione con i fratelli e la sorella ne risentì negativamente, poiché non capivano l’atmosfera rarefatta che circondava Camila e la interpretavano come una manipolazione da parte della ragazza.

Per questo, quando, a 16 anni, Camila ruppe il gioco e annunciò che se ne andava di casa, la madre e il resto della fratria fecero causa comune con il padre, accusandola di essere capricciosa e irresponsabile. Anni dopo, Carolina avrebbe detto che, sebbene la figlia le avesse rivelato ciò che stava succedendo prima di andarsene, lei aveva pensato «che si trattasse solo di qualche toccamento di poco conto».

È una circostanza gravissima, che si verifica spesso quando le ragazze mettono fine all’abuso, in genere nell’adolescenza, e che le pone in una situazione di alto rischio. Dopo aver preso piena coscienza della truffa relazionale a cui sono state sottoposte, sprofondano nell’autosvalutazione e si sentono abbandonate da tutti. Non è raro che, immerse in un vortice caotico, mettano in atto condotte altamente autodistruttive.

Da ricordare

Il momento in cui un’adolescente mette fine all’abuso è un momento di alto rischio: la presa di coscienza della truffa relazionale subita si accompagna ad autosvalutazione, a un senso di abbandono generalizzato e, spesso, a condotte autodistruttive. Quando la famiglia fa allora causa comune con chi ha abusato, la squalifica della vittima diventa il racconto ufficiale.

La caduta e l’aiuto avvelenato

Camila non fece eccezione. Vagò tra trafficanti e altri delinquenti, con uno dei quali si mise in coppia in modo tanto precipitoso quanto precario. Da quella relazione ebbe tre figli, uno dopo l’altro, una bambina, Rosa, e due bambini, Alberto e Martín, con i quali sprofondò in un processo di degrado e deterioramento sociale. Ma, tra l’alcol, le droghe e i maltrattamenti che riceveva dal compagno, Camila ebbe l’idea di rivolgersi alle uniche persone da cui intuiva di poter ottenere aiuto: i suoi genitori. E lo ottenne. Fu un aiuto avvelenato per lei, ma efficace per i suoi figli, che trovarono nei nonni delle buone figure genitoriali, premurose e protettive.

Ma, paradossalmente, ciò comportò un ulteriore degrado dell’immagine familiare di Camila, che apparve agli occhi di tutti come una irresponsabile promiscua, capace di trascinare i figli nei suoi capricci autodistruttivi, da cui i nonni li salvavano grazie alla loro amorevole abnegazione. Carlos e Carolina sospiravano e alzavano le sopracciglia con rassegnazione, trasmettendo a tutti la sensazione che con Camila non ci fosse niente da fare, anche se, ahimè, loro erano disposti a qualsiasi sacrificio pur di salvare i bambini.

Carlos dirigeva un’azienda di famiglia in cui sarebbero andati a lavorare tutti i suoi figli tranne, naturalmente, Camila. Fu così che i fratelli e la sorella di lei, Felipe, Rodrigo, Magdalena, Ignacio e Roberto, parteciparono senza volerlo alla rete di complicità che confermava la squalifica e il discredito di Camila, «quella pazza viziata di cui non ci si poteva fidare». Con il passare del tempo, anche i figli di lei avrebbero ricevuto proposte di futuro inserimento nella rete che escludeva ed emarginava la loro madre. Tutti avevano interesse a rendere verosimile la storia dell’irresponsabilità di Camila. I genitori, per combattere i sensi di colpa che i ricordi dell’abuso evocavano e persino per cancellarne l’evidenza stessa; la fratria, per giustificare il proprio privilegio di fronte all’emarginazione dell’esclusa. Perfino per Rosa, Alberto e Martín era rassicurante credere nell’ingiustificabile inaffidabilità della madre, il che permetteva loro di godere, presso i nonni, di vantaggi materiali che lei non poteva dare.

Una nuova famiglia e una denuncia

Le cose stavano così quando Camila, dopo aver toccato il fondo, avviò una lenta risalita nella propria vita. Conobbe Fernando, un uomo buono che, molto innamorato, le offrì la possibilità di creare una famiglia stabile, alla quale Camila apportò l’unica cosa che per lei portava alla stabilità: altri figli. Nacquero Javier e Fernandito che, insieme a Tamaris, nata da un precedente matrimonio di Fernando, completarono un quadro tanto inedito quanto impegnativo. Da un lato, non c’era dubbio che, per la prima volta, Camila intravedesse la possibilità di essere riconosciuta come una donna capace e responsabile, alla guida di una famiglia rispettata. Al punto che osò denunciare il padre a un centro per la tutela dei minori, sostenendo che c’era il pericolo che facesse ai suoi figli ciò che aveva fatto a lei. Ciò bastò perché i tre figli maggiori tornassero dalla madre, anche se di malavoglia e senza capire perché dovessero rinunciare alle comodità di cui godevano con i nonni. Dall’altro lato, la gravosità del compito metteva in evidenza i suoi limiti: semplicemente non si sentiva in forze per mandare avanti una famiglia così complessa. Fernando lavorava turni interminabili come guardia giurata, mentre lei doveva fare i conti con il sovraccarico rappresentato dai più piccoli e con la squalifica permanente a cui la sottoponevano i più grandi: «Tu, che ci hai abbandonati per fare la bella vita, adesso hai la faccia tosta di portarci via da casa dei nonni dicendo che sono un pericolo. Sei tu la bugiarda pericolosa!» E Camila sprofondò nella depressione.

Prima tappa: consolidare la famiglia creata

Fu allora che iniziò una terapia familiare che, in una prima fase, si propose di consolidare il nuovo ruolo di Camila come moglie e madre nella famiglia che aveva creato. Fernando collaborò pienamente, e Rosa, Alberto e Martín si calmarono abbastanza da cominciare a poter ascoltare la madre. Continuavano a non capire la portata del danno che lei aveva subito nell’infanzia, essendo anch’essi bambini segnati da una storia tormentata, ma almeno le concessero il beneficio del dubbio: sì, lei voleva loro bene e, a modo suo, cercava il meglio per loro. Capirono che non potevano tornare dai nonni, ma si rifiutavano di vivere in condizioni che, ovviamente, non erano adeguate. Accettarono di buon grado di andare in una comunità proposta dai servizi sociali e, durante i fine settimana che trascorrevano con Camila, lei cominciò a provare, per la prima volta nella sua esistenza, la sensazione di avere una famiglia affiatata per la quale valeva la pena impegnarsi. Soprattutto Rosa, di 17 anni, e Martín, di 12, si mostrarono tranquilli e affettuosi con i fratelli e le sorelle, oltre che ragionevolmente rispettosi verso Fernando. Ma con Alberto ci furono più problemi, perché la turbolenza adolescenziale dei suoi 14 anni era rafforzata dal fatto di essere il più viziato dai nonni, che avevano alimentato in lui fantasie di un prossimo ingresso nell’azienda di famiglia. La depressione di Camila era scomparsa, ma l’instabilità della situazione richiedeva nuove impostazioni.

Per questo il terapeuta propose a Camila di aprire un altro capitolo: «Lei è una donna straordinaria, che ha tratto forza dalla propria debolezza fino a ottenere ciò che nessuno avrebbe immaginato qualche anno fa: creare una bella famiglia e organizzare bene il presente. Il problema è che il passato è così atroce che le si infiltra attraverso le crepe, minacciando in qualsiasi momento di rovinare ciò che è stato costruito. Quello che le propongo è che, adesso, mettiamo a fuoco il passato e ci concentriamo sulla sua famiglia d’origine, soprattutto sui suoi genitori, sui suoi fratelli e su sua sorella, perché lei possa ottenere la riparazione che merita e di cui ha bisogno. È anche una condizione necessaria perché la sua relazione con i suoi figli, e in modo particolare con Alberto, si chiarisca e si stabilizzi definitivamente. Ma, per questo, deve portarmi i suoi genitori.»

Convocare i genitori

E li portò. Non le costò molto, perché Carlos temeva lo scandalo e persino le possibili conseguenze legali, e Carolina seguiva il marito incondizionatamente. Così Camila si presentò alla seduta con entrambi, oltre che con Rosa, che aveva scelto in qualità di figlia maggiore perché l’accompagnasse e fosse testimone di tutto ciò che si sarebbe detto. E il padre fu protagonista di una prova memorabile, in cui riconobbe tutte le sue colpe: «Non solo l’ho sottoposta ad abusi spaventosi, ma, cosa ancora peggiore, ho poi permesso che fosse lei ad apparire colpevole dei fallimenti della sua vita. Non posso chiedere perdono, perché non lo merito.» La madre affermava di non essersi accorta di nulla, e il marito, cavallerescamente, avallava la sua innocenza: «Il solo colpevole sono io». Ciononostante, Carolina manteneva un tono critico verso la figlia: «Io non sapevo niente, e il fatto che tu abbia sofferto per quello che ti ha fatto tuo padre non giustifica che tu non mi abbia detto niente, a me. Non ti sei comportata bene, né con me né con i tuoi figli».

Ma, a quel punto, né Camila né il terapeuta avrebbero permesso che si perpetrassero nuove mistificazioni. Così le accuse furono respinte categoricamente e si pose la necessità di un’assemblea familiare che chiarisse definitivamente le cose e restituisse prestigio a Camila. Toccava a lei scegliere le persone che vi avrebbero partecipato, e così fece: i suoi fratelli e sua sorella con i rispettivi partner, due zie materne in rappresentanza della famiglia allargata, e Rosa in rappresentanza dei suoi figli.

L’assemblea familiare

La seduta si svolse alla presenza di 15 persone, e il padre ribadì la propria autoaccusa. Con voce ferma e gesto dignitoso, dichiarò esplicitamente di aver commesso i peggiori abusi sessuali sulla figlia e di aver poi permesso che la si accusasse di irresponsabilità, senza mai chiarire fino a quel momento che lei aveva ragioni serie per essere smarrita nella vita. La madre, che insisteva di non sapere nulla («… be’, tutt’al più immaginavo che ci potesse essere stato qualche toccamento di poco conto…»), si mostrò contrita, piangendo sconsolatamente e rimproverando al marito di aver potuto fare una cosa simile alla figlia. Le cognate furono molto dure con Carlos, insistendo sul fatto che ai loro occhi Camila era ormai un’altra persona. Ma il ruolo decisivo, la cui importanza non avrebbe smesso di crescere da quel momento in poi, spettò alla fratria.

Felipe, il maggiore, era un caso particolare, perché aveva una lunga storia di consumo di droghe ed era un uomo estremamente riservato, che non pronunciò una parola per tutta la seduta. Ma Rodrigo, il terzo, guidò un ammirevole processo riparativo. Quando prese la parola, cominciò riconoscendo la propria parte di responsabilità nell’emarginazione a cui tutti avevano sottoposto Camila: «Avremmo dovuto accorgercene, ma non abbiamo voluto vedere. Qualcosa intuivamo, ma abbiamo chiuso gli occhi per comodità, perché si viveva meglio nell’ignoranza. Era più facile accusare una sorella di irresponsabilità, mentre si dibatteva nella tempesta della sua vita e ci portava i figli a casa perché ce ne occupassimo noi, che accettare che quello che era marcio erano le fondamenta della famiglia, che il colpevole di tutto era nostro padre e che il crimine si era protratto per anni sotto lo sguardo di nostra madre e… di tutti noi. Niente sarà più come prima, da oggi. Dobbiamo a Camila qualcosa di molto grande, di molto importante…»

Magdalena pianse molto ma, a differenza del pianto della madre, il suo esprimeva una commozione sincera e un netto pentimento, poiché era stata lei, all’interno della fratria, a criticare di più Camila. Ignacio e Roberto, di 22 e 20 anni, erano molto più giovani dei loro fratelli maggiori e non ricordavano nemmeno il momento in cui Camila se n’era andata di casa. Per loro, la sorella era sempre stata un’estranea lontana e imprevedibile, che si era perfino inventata un rischio di abuso sessuale da parte loro nei confronti di Rosa come motivo urgente per riprendersi i figli. Erano commossi, ma avevano bisogno di più tempo per elaborare la nuova situazione.

In definitiva, la seduta di chiarimento fu un vero successo, e il terapeuta lo sottolineò, insistendo sul fatto che il processo di riparazione era appena cominciato. Fece notare che la reazione di tutti era un indicatore della qualità umana della famiglia. «Lei, Carlos, ha fatto moltissimo male a Camila, ma lei oggi è una donna forte, bella e capace, che sta prendendo definitivamente il controllo della propria vita. In questa sua forza, in questa capacità di resistere e di riprendersi, c’è sicuramente anche qualcosa di buono che viene da Lei. In ogni caso, vorrei poter contare su tutti per proseguire e concludere questa terapia, affinché porti a una situazione giusta e riparativa per Camila e per i suoi figli.»

L’intenzione del terapeuta era continuare a lavorare con i genitori, nell’idea di avviare un processo di riconciliazione… solo nella misura in cui Camila lo volesse. Questa scelta poggia sull’evidenza che una persona abusata o maltrattata dai genitori resta pur sempre la loro figlia, sicché, in una certa misura, porterà sempre dentro di sé chi l’ha maltrattata. Tutto ciò che si potrà guadagnare nel senso della comprensione e, se possibile, del perdono e della riconciliazione, la aiuterà ad alleggerire il suo fardello. In altre parole, è più sopportabile sentirsi figlia di genitori che l’hanno maltrattata a causa dei loro problemi, in fin dei conti umani, che di mostri incomprensibilmente satanici.

La storia dei genitori

La terapia proseguì dunque e, nelle sedute che seguirono, si poté lavorare con dei genitori che mostrarono ombre e luci, e la cui collaborazione permise di ricostruire le loro storie. Carlos aveva perso il padre da bambino, e sua madre si era risposata con un uomo che non la rese mai felice. I due facevano ciascuno la propria vita: Carlos ricordava di aver sorpreso la madre a letto con un amante, mentre le infedeltà del patrigno erano altrettanto note. In un contesto di abbandono, si forgiò una personalità molto indipendente e combattiva, lasciando presto gli studi per lavorare con grande accanimento. Da parte sua, Carolina era orfana di padre e di madre, e la sua infanzia trascorse in un collegio, sorvegliata da lontano dalle due sorelle maggiori, da cui dipendeva fin nei minimi dettagli. Quando, a 17 anni, Carlos e Carolina si conobbero, caddero letteralmente l’uno nelle braccia dell’altra, formando da allora una coppia indissolubile, di estrema complementarità. Lui teneva il timone e lei metteva i fiori nei vasi.

A 18 anni erano sposati e avevano un primo figlio, quando avevano avuto a malapena il tempo o l’occasione di giocare da bambini o di sfogarsi da adolescenti. E a 19 anni ebbero Camila. In quel contesto di prematurità relazionale, con Carlos che giocava sempre più forte a fare il superuomo e Carolina votata al ruolo di fragile bambolina dipendente, si produsse la perdita dei ruoli. Felipe fu maltrattato fisicamente, perché era un moccioso piagnucolone che non rispettava il bisogno di riposo del padre, e Camila fu abusata sessualmente perché lui, onnipotente, meritava «il riposo del guerriero», e Carolina era troppo esausta dopo il secondo parto.

Carlos ebbe il suo momento più onesto quando, parlando di tutti questi temi, manifestò, tra le lacrime, un sincero pentimento: «Non ho mai più potuto fidarmi di me stesso. Ho sempre mantenuto una distanza con l’altra mia figlia, Magdalena, e, naturalmente, con mia nipote Rosa, per paura di perdere di nuovo il controllo con loro. Ma, in fondo, ho sempre saputo che non sarebbe successo niente, perché quello che mi è capitato con Camila è stato una specie di malattia, un’ossessione morbosa molto difficile da ripetersi. Adesso so di aver rovinato la sua vita e anche quella di tutta la mia famiglia…» Quanto a Carolina, insisteva di non aver neppure immaginato che potesse succedere qualcosa del genere, e si mostrava molto arrabbiata con il marito. Per qualche giorno lo lasciò, andando a vivere in una casa che avevano al mare, a 200 chilometri dal domicilio familiare, ed ebbe diversi contatti con Camila, che furono ben accolti da lei e che sembrarono segnare una nuova relazione.

Tuttavia, questo cambiamento così spettacolare dei genitori non durò a lungo. Ben presto Carlos cominciò a lanciare messaggi secondo cui la vita e l’azienda di famiglia dovevano andare avanti, il che provocò nei figli una reazione di intenso rifiuto. Il suo carattere autoritario non gli permetteva di mantenere il profilo umile che aveva mostrato durante la confessione. Ora tornava a trincerarsi nel ruolo del grande uomo, peccatore ma pentito, al cui fianco correva a schierarsi la moglie, troppo dipendente per osare affrontare una vita senza di lui.

La rivoluzione della fratria

Le sedute di terapia con la fratria, Camila compresa con tutti gli onori, e con Ignacio e Roberto ormai inclusi, crearono un clima di sostegno entusiasta verso di lei e di critica intensa verso i genitori. Rodrigo si fece leader di un’autentica rivoluzione familiare: «Com’è possibile che questo signore continui a pretendere di comportarsi come se non fosse successo niente? Crede forse che, per aver riconosciuto ciò che ha fatto, e del resto quando non gli restava altra scelta, sia già tutto risolto? E la mamma? Come si spiega che, dopo essersene andata, sia tornata a vivere con lui, dicendo che non lo perdona ma che non può lasciarlo solo? Dobbiamo fare qualcosa perché a Camila non resti il minimo dubbio che le sue sofferenze appartengono al passato.»

E qualcosa fecero, eccome! Riunita in consiglio, la fratria decise di togliere ai genitori qualsiasi responsabilità nell’azienda di famiglia, concedendo loro un vitalizio dignitoso che permettesse loro di vivere lontano, nella casa al mare. E tutta la fratria si schierò al fianco di Camila, offrendole un posto nell’azienda e manifestandole solidarietà in vari modi. Felipe cambiò in modo spettacolare, parlando liberamente dei maltrattamenti che lui stesso aveva subito e schierandosi, accanto a Camila, nel gruppo delle vittime. Rodrigo, nella sua veste di nuovo leader, organizzò abilmente l’azienda, aiutando ciascuno a trovarvi un posto. Magdalena si offrì di aiutare Camila prendendosi cura, per qualche tempo, dei figli di lei che ne avessero bisogno. Ignacio si unì al resto della fratria con l’entusiasmo del convertito, e Roberto fu l’unico a decidere di continuare a mantenere una relazione con i genitori, pur avvicinandosi anche lui alla fratria e specialmente a Camila. In concreto, e benché fosse un ragazzo molto giovane, organizzò a casa sua diversi pranzi ai quali invitò tutta la fratria, oltre a Camila e alla sua famiglia. Poté inoltre chiarire con lei l’equivoco delle accuse di abuso nei confronti di Rosa che, pur infondate, erano servite a Camila per riprendersi i figli. Roberto la capì e la perdonò, anche se la faccenda gli procurò qualche fastidio giudiziario.

Infine, Camila finì di prendere il controllo della propria vita: seguì alcuni corsi di formazione professionale e divenne assistente familiare, alternando questa occupazione con alcune collaborazioni nell’azienda di famiglia. Alla fine della terapia, Rosa, ormai diciannovenne, andò a vivere per conto suo, prima con alcune amiche e poi con un ragazzo. Era una giovane che, nel fragore delle battaglie che l’avevano circondata fin da piccola, era maturata precocemente, e che ora si mostrava piuttosto stabile. Aveva capito la madre e aveva anche contribuito alla stabilizzazione della famiglia. Martín non presentava problemi e viveva con la madre, ben adattato. Quanto ad Alberto, fu quello che oppose più resistenza ad accettare la nuova situazione, combinando l’identificazione con il nonno con un atteggiamento di sfida tipico della sua condizione di adolescente. Tuttavia, la zia Magdalena si occupò di lui per un periodo, finché la sua conflittualità diminuì ed egli poté adattarsi alla madre e alla sua nuova famiglia.

La logica dell’ecosistema

Il caso di Camila illustra bene come una storia di maltrattamento possa infiltrarsi nel tessuto relazionale di una famiglia nel corso di diverse generazioni. I genitori avevano già subito le conseguenze di modelli educativi inadeguati, che li avevano costretti ad affrontare la vita in circostanze svantaggiose. Si comprende così meglio il loro fallimento con i figli, e soprattutto con Felipe e Camila, che continuarono a sottoporre a situazioni manifestamente disfunzionali. La catena del maltrattamento, attraverso la patologia da dipendenza di Felipe e la condotta disadattata e la depressione di Camila, minacciava di trasmettersi ai loro figli, intrecciandoli in giochi perversi con le altre due generazioni. Per fortuna, la catena del maltrattamento poté essere interrotta da un intervento terapeutico, che fu anche preventivo di mali ulteriori e riabilitativo rispetto ai postumi del passato. E la terapia liberò risorse che, con relativa autonomia rispetto alle intenzioni iniziali del terapeuta, condussero il processo per vie insospettate. La fratria assunse il ruolo di protagonista, supplendo con la propria capacità riparativa ai limiti dei genitori. Tale è la logica dell’ecosistema.

L’intenzione iniziale del terapeuta

Continuare a lavorare con i genitori per avviare, se Camila lo desidera, un processo di comprensione, perdono e riconciliazione.

Ciò che la terapia ha liberato

Di fronte a genitori che si trincerano, la fratria assume il ruolo di protagonista e supplisce, con la propria capacità riparativa, ai limiti dei genitori.

Chi è Juan Luis Linares

Il dott. Linares è psichiatra e psicologo, professore titolare di psichiatria all’Universitat Autònoma de Barcelona e direttore dell’Unità di psicoterapia e della Scuola di terapia familiare dell’Hospital de la Santa Creu i Sant Pau. È consulente editoriale di Perspectivas Sistémicas. Presso Paidós ha pubblicato anche Identidad y narrativa, Tras la honorable fachada (con C. Campo), Del abuso y otros desmanes e Ser y hacer en terapia sistémica (con M. R. Ceberio).

Bibliografia generale del libro Las formas del abuso. La violencia física y psíquica en la familia y fuera de ella

Arsuaga, Juan Luis y Martínez, Ignacio. La especie elegida. La larga marcha de la evolución humana. Temas de Hoy, Madrid, 1998.

Barudy, Jorge. El dolor invisible de la infancia. Una lectura ecosistémica del maltrato infantil. Paidós, Barcelona, 1997.

Campo, Carmen y Linares, Juan Luis. Sobrevivir a la pareja. Problemas y soluciones. Planeta, Barcelona, 2002.

Cárdenas, Eduardo. Violencia en la pareja. Intervenciones para la paz desde la paz. Granica, Buenos Aires, 1999.

Cárdenas, Isabel y Ortiz, Dora. Entre el amor y el odio. Ed. Síntesis, Madrid, 2005.

Cirillo, Stefano y Di Blasio, P. La famiglia maltrattante. Diagnosi e terapia (1989). Ed. española: Niños maltratados. Diagnóstico y terapia familiar. Paidós, Barcelona, 1999.

Eisler, Riane. The Chalice and the Blade. Our History, Our Future (1987). Ed. española: El cáliz y la espada. La alternativa femenina. Martínez de Murguía, Madrid, 1990.

Hirigoyen, Marie-France. Le harcèlement moral (1998). Ed. española: El acoso moral. El maltrato psicológico en la vida cotidiana. Paidós, Barcelona, 1999.

Linares, Juan L. Del abuso y otros desmanes. El maltrato familiar entre la terapia y el control. Paidós, Barcelona, 2002.

Madanes, Cloé. Sex, Love and Violence. Strategies for Transformation (1990). Ed. española: Sexo, amor y violencia. Paidós, Barcelona, 1993.

Questo articolo è una traduzione italiana non ufficiale dallo spagnolo, realizzata con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, di «Un caso ilustrativo: Abuso y Terapia Familiar», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Las formas del abuso. La violencia física y psíquica en la familia y fuera de ella, Paidós Ibérica, 2006 (capitolo 6)). Tradotto e ripubblicato con l’accordo della rivista. Fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Linares, J. L. (2022). Un cas illustratif : abus et thérapie familiale (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/un-cas-illustratif-abus-et-therapie-familiale (Opera originale pubblicata nel 2006 in Las formas del abuso. La violencia física y psíquica en la familia y fuera de ella, Paidós Ibérica, 2006 (capitolo 6); ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/08/08/un-caso-ilustrativo-abuso-y-terapia-familiar/)

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